III.

Quando i passi del dottor Sormani si furono dileguati in lontananza

e la signora Ivaldi rimase sola, nel silenzio della notte, la sua

inquietudine le parve ancor più insopportabile. L'oscurità era discesa

sul lago e lo riempiva di ombre paurose; solo lontano lontano qualche

lumicino scintillava nelle case e nelle ville, e la signora Carlotta

pensava a quegli abitanti che vegliavano, come lei, ma che certo

non avevano la sua inquietudine nell'anima, e ne provava un senso

d'invidia. Come le parea triste in quel momento la sua villa ridente

che aveva ordinata con tanto amore e nella quale avea passati giorni

pieni di pace e serenità! La malinconia che avea nell'anima si

trasfondeva in ogni cosa che la circondava e il mondo le pareva avvolto

in un manto funereo. Un avvenimento doloroso era certo accaduto a

turbare la sua pace; nessuno potea toglierle il dubbio fatale. Qualche

momento pensava al marito come se non dovesse più rivederlo e ripensava

ai sette anni trascorsi con lui, forse i migliori della sua esistenza.

Il suo non era stato l'amore giovane entusiasta che avea provato per

Federico, ma un sentimento calmo, che si era fatto sempre più forte

colla convivenza fino al punto che le pareva impossibile poter vivere

senza il marito, divenuto il solo scopo della sua vita.

Meno idealista del fratello, ma di spirito superiore e di carattere

più positivo, Giorgio Ivaldi le avea sempre parlato il linguaggio

della ragione e cercato di infonderle la sua filosofia. Le diceva

continuamente che non si doveva attaccarsi troppo alle cose del

mondo, il quale non è che una piccola palla slanciata nello spazio

immenso; ch'era inutile preoccuparsi degli avvenimenti che ci avvolgono

fatalmente nelle loro spire; bisognava cercare di crearsi un ambiente

simpatico, poter avere qualche godimento e accettare con rassegnazione

le sofferenze inevitabili, e non crearsene d'imaginarie; avea voluto

comperare la villa delle rose per aver un asilo tranquillo, dove

probabilmente sarebbero invecchiati tutti e due uno accanto all'altro e

sarebbero morti guardando il lago sereni e tranquilli d'aver compiuto

il loro pellegrinaggio su questa terra. Era più vecchio, e certo se ne

sarebbe andato prima di lei ad aspettarla nell'altro mondo. I morti

sono pazienti; hanno davanti a sè l'eternità, e i vivi, o prima o poi,

vanno a raggiungerli, ed è inutile che si disperino o affrettino la

loro fine: ecco quello che le ripeteva continuamente.

Quando pensava al marito non potea darsi pace come un uomo tanto

tranquillo e ragionevole, si fosse preso d'una passione ardente per

l'automobile.

Questo sport moderno e pericoloso era la sua sola preoccupazione. Egli

possedeva le automobili più belle, più perfette e più veloci; si teneva

al corrente di ogni progresso, e, esperto nella meccanica, cercava di

apportarvi qualche nuovo miglioramento. Era in continua corrispondenza

cogli automobilisti più esperti, prendeva parte a tutte le corse più

audaci e metteva in questo esercizio tutta l'energia che avea portato

nelle sue imprese commerciali e che l'aveano condotto alla ricchezza.

Forse egli non era nato per il riposo e si sentiva attratto ad un

divertimento per cui il moto è una condizione necessaria.

Essa avea tentato di seguire il marito nelle corse vertiginose, ma

non provava nessun piacere nel divorare lo spazio e passare come una

meteora per borghi e città; anzi il suo organismo ne soffriva ed era

sempre ritornata a casa stanca e ammalata, tanto che avea finito

col rinunciarvi e lasciar solo il marito, dispiacente di non averla

compagna anche nelle sue corse.

Però in quella notte d'ansietà essa fece il voto di accompagnarlo

sempre, se fosse ritornato salvo; qualunque disagio avrebbe sopportato

volentieri, piuttosto d'una inquietudine così terribile.

Il giardino che contornava la villa, scendeva in un dolce pendìo

sulla strada costeggiante il lago; per ben dieci volte la signora

Ivaldi discese e risalì quel declivio, sperando calmare col movimento

l'agitazione del suo spirito, ma invano; pareva che tutto facesse

aumentare il suo orgasmo. A momenti pareva pazza; nella sua voglia

di agire le venivano al cervello delle idee strane; avrebbe voluto

far allestire una delle automobili che aveva nella rimessa e correre

all'impazzata per raggiungerlo, ma dove? a Milano? a Torino? a Firenze?

E intanto non sarebbe venuta a casa qualche notizia? Era meglio

aspettare. Guardò l'ora; non era ancora mezzanotte; pensò al tempo che

mancava prima dell'alba ed ebbe il sentimento dell'eternità. Eppure

fino al mattino non avrebbe potuto far nulla per sapere; era una cosa

terribile per la sua impazienza.

Provò ad andare nella sua camera sperando di calmare i nervi nel fare

i movimenti abituali; tentò di svestirsi lentamente, mettendo in ogni

atto un tempo infinito per far passar l'ora; di tratto in tratto andava

sulla terrazza che s'apriva davanti alla sua camera, e guardava il

cielo tutto sparso di stelle, quasi implorando che quelle stelle che

vedevano il mondo dall'alto, le mandassero qualche messaggio. Poi si

coricò come di consueto, ma chiamò invano il sonno sulle sue palpebre

stanche.

Si rammentò il sonnifero scrittole dal dottore. Era una forte dose di

trional; la prese d'un fiato, ma il sonno tanto desiderato si fece

aspettare.

Soltanto verso l'alba parve assopirsi, ma fu peggio; ebbe come un

incubo, le pareva di vedere una schiera d'automobili d'ogni forma e

colore scendere da un'alta montagna l'una dietro l'altra in una corsa

vertiginosa; quelle dietro cozzavano impetuosamente con quelle che

precedevano, nella fretta di correre non si vedevano più fino che

ad un certo punto precipitarono tutte; alcune caddero nell'abisso

profondo sbattendo nei macigni, altre rimasero sospese, aggrappate al

monte come grappoli di ferrei congegni e le parve che una più pesante

di tutte si staccasse dal masso, le fosse sopra e la schiacciasse

togliendole il fiato.

Dovette fare uno sforzo sovrumano per togliersi a quel peso, si guardò

intorno cogli occhi imbambolati, e nel rivedere ai tenui bagliori

dell'alba la propria camera e gli oggetti famigliari, si rammentò la

sua inquietudine e l'orribile visione le parve come un triste presagio.

Si alzò e aperse la finestra. La frescura del mattino le scese quale

un refrigerio sulla fronte ardente; poi, dopo tanta tensione di nervi,

ebbe quasi un momento di sollievo pensando che il giorno che spuntava

l'avrebbe tolta alla sua terribile incertezza. Se era ancora turbata

dall'orribile sogno, il sole che saliva lentamente sull'orizzonte e

dileguava i vapori dell'alba, le pareva di buon augurio, ed il suo

cuore rinasceva alla speranza.

Verso il mistero: Novelle · 第 20 / 52 题