Quando i passi del dottor Sormani si furono dileguati in lontananza
e la signora Ivaldi rimase sola, nel silenzio della notte, la sua
inquietudine le parve ancor più insopportabile. L'oscurità era discesa
sul lago e lo riempiva di ombre paurose; solo lontano lontano qualche
lumicino scintillava nelle case e nelle ville, e la signora Carlotta
pensava a quegli abitanti che vegliavano, come lei, ma che certo
non avevano la sua inquietudine nell'anima, e ne provava un senso
d'invidia. Come le parea triste in quel momento la sua villa ridente
che aveva ordinata con tanto amore e nella quale avea passati giorni
pieni di pace e serenità! La malinconia che avea nell'anima si
trasfondeva in ogni cosa che la circondava e il mondo le pareva avvolto
in un manto funereo. Un avvenimento doloroso era certo accaduto a
turbare la sua pace; nessuno potea toglierle il dubbio fatale. Qualche
momento pensava al marito come se non dovesse più rivederlo e ripensava
ai sette anni trascorsi con lui, forse i migliori della sua esistenza.
Il suo non era stato l'amore giovane entusiasta che avea provato per
Federico, ma un sentimento calmo, che si era fatto sempre più forte
colla convivenza fino al punto che le pareva impossibile poter vivere
senza il marito, divenuto il solo scopo della sua vita.
Meno idealista del fratello, ma di spirito superiore e di carattere
più positivo, Giorgio Ivaldi le avea sempre parlato il linguaggio
della ragione e cercato di infonderle la sua filosofia. Le diceva
continuamente che non si doveva attaccarsi troppo alle cose del
mondo, il quale non è che una piccola palla slanciata nello spazio
immenso; ch'era inutile preoccuparsi degli avvenimenti che ci avvolgono
fatalmente nelle loro spire; bisognava cercare di crearsi un ambiente
simpatico, poter avere qualche godimento e accettare con rassegnazione
le sofferenze inevitabili, e non crearsene d'imaginarie; avea voluto
comperare la villa delle rose per aver un asilo tranquillo, dove
probabilmente sarebbero invecchiati tutti e due uno accanto all'altro e
sarebbero morti guardando il lago sereni e tranquilli d'aver compiuto
il loro pellegrinaggio su questa terra. Era più vecchio, e certo se ne
sarebbe andato prima di lei ad aspettarla nell'altro mondo. I morti
sono pazienti; hanno davanti a sè l'eternità, e i vivi, o prima o poi,
vanno a raggiungerli, ed è inutile che si disperino o affrettino la
loro fine: ecco quello che le ripeteva continuamente.
Quando pensava al marito non potea darsi pace come un uomo tanto
tranquillo e ragionevole, si fosse preso d'una passione ardente per
l'automobile.
Questo sport moderno e pericoloso era la sua sola preoccupazione. Egli
possedeva le automobili più belle, più perfette e più veloci; si teneva
al corrente di ogni progresso, e, esperto nella meccanica, cercava di
apportarvi qualche nuovo miglioramento. Era in continua corrispondenza
cogli automobilisti più esperti, prendeva parte a tutte le corse più
audaci e metteva in questo esercizio tutta l'energia che avea portato
nelle sue imprese commerciali e che l'aveano condotto alla ricchezza.
Forse egli non era nato per il riposo e si sentiva attratto ad un
divertimento per cui il moto è una condizione necessaria.
Essa avea tentato di seguire il marito nelle corse vertiginose, ma
non provava nessun piacere nel divorare lo spazio e passare come una
meteora per borghi e città; anzi il suo organismo ne soffriva ed era
sempre ritornata a casa stanca e ammalata, tanto che avea finito
col rinunciarvi e lasciar solo il marito, dispiacente di non averla
compagna anche nelle sue corse.
Però in quella notte d'ansietà essa fece il voto di accompagnarlo
sempre, se fosse ritornato salvo; qualunque disagio avrebbe sopportato
volentieri, piuttosto d'una inquietudine così terribile.
Il giardino che contornava la villa, scendeva in un dolce pendìo
sulla strada costeggiante il lago; per ben dieci volte la signora
Ivaldi discese e risalì quel declivio, sperando calmare col movimento
l'agitazione del suo spirito, ma invano; pareva che tutto facesse
aumentare il suo orgasmo. A momenti pareva pazza; nella sua voglia
di agire le venivano al cervello delle idee strane; avrebbe voluto
far allestire una delle automobili che aveva nella rimessa e correre
all'impazzata per raggiungerlo, ma dove? a Milano? a Torino? a Firenze?
E intanto non sarebbe venuta a casa qualche notizia? Era meglio
aspettare. Guardò l'ora; non era ancora mezzanotte; pensò al tempo che
mancava prima dell'alba ed ebbe il sentimento dell'eternità. Eppure
fino al mattino non avrebbe potuto far nulla per sapere; era una cosa
terribile per la sua impazienza.
Provò ad andare nella sua camera sperando di calmare i nervi nel fare
i movimenti abituali; tentò di svestirsi lentamente, mettendo in ogni
atto un tempo infinito per far passar l'ora; di tratto in tratto andava
sulla terrazza che s'apriva davanti alla sua camera, e guardava il
cielo tutto sparso di stelle, quasi implorando che quelle stelle che
vedevano il mondo dall'alto, le mandassero qualche messaggio. Poi si
coricò come di consueto, ma chiamò invano il sonno sulle sue palpebre
stanche.
Si rammentò il sonnifero scrittole dal dottore. Era una forte dose di
trional; la prese d'un fiato, ma il sonno tanto desiderato si fece
aspettare.
Soltanto verso l'alba parve assopirsi, ma fu peggio; ebbe come un
incubo, le pareva di vedere una schiera d'automobili d'ogni forma e
colore scendere da un'alta montagna l'una dietro l'altra in una corsa
vertiginosa; quelle dietro cozzavano impetuosamente con quelle che
precedevano, nella fretta di correre non si vedevano più fino che
ad un certo punto precipitarono tutte; alcune caddero nell'abisso
profondo sbattendo nei macigni, altre rimasero sospese, aggrappate al
monte come grappoli di ferrei congegni e le parve che una più pesante
di tutte si staccasse dal masso, le fosse sopra e la schiacciasse
togliendole il fiato.
Dovette fare uno sforzo sovrumano per togliersi a quel peso, si guardò
intorno cogli occhi imbambolati, e nel rivedere ai tenui bagliori
dell'alba la propria camera e gli oggetti famigliari, si rammentò la
sua inquietudine e l'orribile visione le parve come un triste presagio.
Si alzò e aperse la finestra. La frescura del mattino le scese quale
un refrigerio sulla fronte ardente; poi, dopo tanta tensione di nervi,
ebbe quasi un momento di sollievo pensando che il giorno che spuntava
l'avrebbe tolta alla sua terribile incertezza. Se era ancora turbata
dall'orribile sogno, il sole che saliva lentamente sull'orizzonte e
dileguava i vapori dell'alba, le pareva di buon augurio, ed il suo
cuore rinasceva alla speranza.