Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosità di conoscere
qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose,
lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e
indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso
da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla più intimamente.
Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, più
come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto
fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi
un po' di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli
riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio,
seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una
delle consuetudini più gradite.
—È una storia molto dolorosa la mia,—disse la signora Ivaldi,—se mi
promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, gioverà forse a calmare
il mio spirito molto turbato in questo momento.
—Tutto m'interessa quello che la riguarda, racconti pure,—disse il
dottore.
La signora chinò la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per
concentrare le idee e incominciò:
—Avevo vent'anni e la mia anima era piena di poesia e di fede
nell'avvenire.
Mio padre morì giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva
a stento d'una piccola pensione in una piccola casa posta presso alla
riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non
potermi offrire una esistenza più agiata e più ridente. A me invece
pareva d'esser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e
avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie d'ebbrezza
e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola
conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce d'un amico. Io ero una
solitaria, una specie di selvaggia, e più che colle persone mi sentivo
legata colle cose che mi circondavano.
Uno dei miei più grandi godimenti era sull'ora del tramonto passeggiare
in riva al mare ed ascoltare la voce delle onde che pareva mi recasse
notizie di paesi lontani e sconosciuti, oppure guardare in alto le
nuvole che spaziavano sul cielo infinito. Era uno spettacolo che si
rinnovava ogni giorno e pel quale provavo un'attrazione invincibile.
La spiaggia era spesso popolata, i monelli giocavano colla sabbia e
coi sassi, i marinai e i pescatori fumavano la pipa discorrendo e
guardando il cielo, facendo pronostici sul tempo, le donne formavano
gruppi chiacchierando, io lasciavo dietro di me la parte popolata e
seguendo la curva dove il mare forma un'insenatura, andavo verso Santa
Margherita dove la spiaggia era più solitaria e il verde delle piante
la rendeva più fresca e più ombrosa.
Credevo esser sola a fuggire la gente, ma m'accorsi di un giovane che,
come me, cercava la solitudine e contemplava il mare infinito.
Non lo conoscevo e non potevo distinguerlo a quella luce crepuscolare,
ma quasi involontariamente ci si trovava accanto e ci si sentiva
attratti l'uno verso l'altro da una forza misteriosa. Non era uno
dei soliti romanzi d'amore, ma una forza fatale irresistibile che
avevamo nel nostro organismo e dominava i nostri movimenti; era come
se una nota identica si ripercuotesse nel nostro cervello, come se ci
unisse una corrente elettrica, una cosa invisibile ed impalpabile, che
sfuggiva ai nostri sensi, al punto che sentimmo l'effetto di questa
attrazione senza esserci nè veduti nè parlati.
Non avevamo bisogno di parlare: i nostri pensieri si comunicavano
direttamente e sentivamo le vibrazioni delle nostre anime.
Un giorno, non so per qual ragione, ci scambiammo qualche parola, ma
quasi inconsapevolmente, come se non fosse cosa nuova e ci fossimo
sempre parlati.
Seppi che anche a lui era morto il padre, aveva dovuto interrompere gli
studi e viveva colla madre modestamente e quasi una vita di stenti;
la rassomiglianza della nostra sorte, ci unì maggiormente e si divenne
amici.
Era un nuovo godimento per me ritrovarlo tutte le sere presso la
spiaggia al posto consueto; si facevano lunghe passeggiate senza
parlare, ci si sentiva vicini, legati dal filo invisibile che univa i
nostri pensieri e non si chiedeva di più.
Quando penso alla voluttà di quei lunghi silenzii pieni di gioia,
più deliziosi di ogni conversazione, mi par di aver vissuto una vita
anteriore assai diversa da quella in cui viviamo. Le nostre passeggiate
continuarono in silenzio per qualche mese, ma era troppo grande la
nostra felicità, non poteva durare; noi non ci curavamo di nessuno,
invece la gente oziosa che stava sulla riva del mare si occupava di
noi e incominciò a mormorare dei nostri ritrovi innocenti, e quelle
chiacchiere giunsero all'orecchio della mamma, che mi proibì di
avvicinarmi a Federico; era il nome del mio giovane amico.
Sarei morta piuttosto che rinunciare alle mie passeggiate sulla
spiaggia e sentiva di odiare quelle stupide persone dalle lingue
venefiche che s'immischiavano nei fatti miei; per ubbidire alla mamma,
tentai di sfuggire il mio amico e cambiar direzione alla passeggiata,
ma il potere d'attrazione che avevamo in noi, era più forte, e ci si
trovava vicini involontariamente. Senza parlarmi, egli indovinò tutto,
e dopo un lungo silenzio mi prese la mano e mi disse:
—È inutile rattristarci, perchè non ci sposiamo?
È vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o
semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato più a ridire e
non v'era bisogno d'interrompere le nostre passeggiate.
Quell'idea illuminò la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che
la realtà della vita venne a guastare la nostra gioia.
Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo
giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo
fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato
al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del
nostro avvenire ci rendeva loquaci.
Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo
stupido e l'uomo un essere incompleto; eravamo di primavera e l'aria
era piena di fruscii d'ali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli
uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano
con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti
meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai più fortunati
degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
Ecco perchè gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre,
volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove
rideva la primavera.
Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di
esigenze, e andar lassù fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata
più facile e meno complicata.
Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro
avvenire.
Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle
economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano
tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli
pareva d'essere sulla via della fortuna.
Ma passavano le settimane e i mesi e restava sempre a quel posto con
una paga meschina e vedeva dileguarsi i sogni che aveva fatti.
A me bastava vederlo tutte le sere e aspettavo pazientemente, egli
invece non era contento, voleva correre e non avanzare a passi di
lumaca; era impaziente di riuscire.
Una sera, prima ancora che parlasse, avevo indovinato il suo pensiero,
e tremavo che me lo comunicasse. Cercavo di distrarlo facendogli
osservare l'effetto della luna che sorgeva dal mare e le onde che
mandavano sul lido sprazzi lucenti, ma egli voleva dirmi quello che gli
pesava sul cuore, era inevitabile.
Disse che bisognava armarsi di coraggio e dividerci per qualche tempo
se si voleva poi unirci per sempre.
In Italia non v'era nulla da fare; avrebbe sciupate le sue energie in
sforzi inutili, sarebbe riuscito a guadagnare a mala pena abbastanza
per vivere da solo; suo fratello, partito per l'America in cerca di
fortuna, era sulla via di trovarla, aveva molte imprese ben avviate
e lo invitava a raggiungerlo e ad associarsi ai suoi affari. Questa
proposta giungeva in buon punto: era deciso ad accettare, certo di
poter in pochi anni guadagnare tanto da offrirmi una fortuna e vivere
sempre con me.
Mi sentivo un gruppo alla gola e non potevo rispondere.
Egli mi teneva stretta per mano senza dir nulla, ma indovinavo
l'ansietà del suo cuore.
Era un silenzio pieno di dolore e lo ruppi per dirgli:
—È giusto, non voglio essere d'ostacolo alla tua fortuna. Parti pure.
—Staremo divisi soltanto qualche anno,—disse.—Che importa? noi
saremo sempre uniti col pensiero, nemmeno la distanza riuscirà ad
affievolirlo. Sapessi come lavorerò con coraggio, pensando che ogni
giorno mi avvicinerà a te, diventerò avaro per accumulare ricchezze e
farti felice.
—No,—diss'io,—mi basta una piccola casa; la mia ricchezza sarà esser
vicino a te, ti supplico solo di ritornare presto.
Quando la partenza fu decisa, non mi pareva di viver più, pensando al
giorno in cui mi avrebbe lasciata; non ne parlavamo mai, ma ci pensavo
sempre e sentivo che si avvicinava troppo in fretta. Una sera ebbi come
un presentimento e gli dissi:
—È per domani, non è vero?
—No,—rispose,—non crucciarti, ci vedremo ancora.
Egli mentiva, ed io lo sapevo; ma non dicevo nulla; però quella
sera non potevo staccarmi da lui e tutto mi serviva di pretesto per
indugiare. Ci sono momenti che si vorrebbero eterni, eppure passano con
una precisione inesorabile.
Non l'ho più riveduto; aveva mentito per risparmiarmi lo strazio
dell'ultimo saluto.
Fu un vero schianto per il mio povero cuore; ma sentivo che una parte
di me era sempre in comunicazione con lui, quella parte che vibrava
nel nostro organismo come congiunta da un filo invisibile; era come
se lo vedessi e lo seguivo nel lungo viaggio attraverso il mare, poi
lo vedevo slanciarsi nella vita operosa, lavoratore instancabile,
impaziente di riuscire.
Mi scriveva spesso, ma le sue lettere non mi recavano nulla ch'io non
indovinassi, solo mi assicuravano del suo amore costante.
Continuavo ad andare la sera come al solito in riva al mare e imaginavo
che l'onda che lambiva la riva, mi recasse il suo saluto e lo vedevo
sulla riva d'un mare lontano pensando a me, poi seguivo il volo degli
uccelli, il cammino delle nubi, avrei voluto anch'io volare, andar a
trovarlo.
I giorni passavano lenti nell'aspettativa ed egli intanto lavorava
alacremente, non spendeva nulla e aveva già fatto qualche risparmio, ma
egli voleva guadagnare ancora, e si mostrava incontentabile, avrebbe
potuto partire, ma la febbre del lavoro lo invadeva, voleva offrirmi la
ricchezza e s'indugiava ancora in quei paesi lontani per conquistarla.
Io non ne potevo più. Non sapevo come passare il tempo; nelle mie
passeggiate solitarie osservavo che le leggi che governavano gli
uomini, erano molto ingiuste. Perchè nella società alla quale
appartenevo, la donna doveva pesare sull'uomo e non le era concesso
aiutarlo nella sua opera e guadagnare con lui il pane pei figliuoli?
Forse, se io avessi avuto una professione, non ci sarebbe stato bisogno
di separarci, e tutti e due si avrebbe potuto contribuire al benessere
della famiglia. Era tornata la primavera ed osservavo le coppie di
uccelli che facevano assieme il nido, portando ognuno nel becco la
propria pagliuzza, e poi il padre e la madre recavano entrambi ai figli
il grano che doveva nutrirli. Perchè nella società, la donna doveva
esser da meno dell'uomo e restar neghittosa quando egli lavorava per
tutti? Concludevo che il mondo era piantato male.
Mi ribellavo alla mia vita inutile ed inoperosa e invidiavo le operaie
che col loro lavoro aiutavano i mariti e il benessere della famiglia;
alle volte mi veniva una voglia pazza di andar in qualche opificio a
chiedere lavoro. Ne parlai un giorno ad un'operaia, ma la mia idea non
la persuase.
—Che cosa vuol fare lei colle sue piccole mani?—mi disse.—Faccia la
signorina che è molto meglio, tanto non la prenderebbero alla fabbrica.
Un'altra mi guardò come s'io volessi rubarle il pane; non c'era verso
ch'io potessi occuparmi in qualche cosa di utile, e nell'ozio il tempo
trascorreva lento e anche il mio carattere si mutava perchè divenivo
tutti i giorni più irascibile e più nervosa.
Era venuta l'estate, e una volta, all'ombra di alcune piante, vidi
schiere di fanciulle sedute; col tombolo sulle ginocchia, facevano
andare colle loro agili mani un mucchio di fuselli e formavano
bellissime trine. Mi soffermai a guardarle e mi venne voglia
d'imitarle; esse erano sotto la direzione d'una maestra ed erano pagate
secondo la loro abilità; pregai la maestra di prendermi nella schiera
delle lavoratrici, desiderando imparare quell'arte gentile. Essa
acconsentì a patto che lavorassi un anno senza retribuzione in cambio
dell'insegnamento che mi avrebbe dato.
Io accettai perchè avevo bisogno di occuparmi, e speravo che un giorno
il mio lavoro sarebbe utile almeno come adornamento della mia casa.
Nei primi tempi ero avvilita; le fanciulle di dodici anni lavoravano
meglio di me e con maggior sollecitudine; esse facevano andare i
fuselli allegramente chiacchierando, come se le loro mani fossero
macchine, io dovevo prestarvi tutta la mia attenzione e il lavoro non
mi riusciva perfetto.
Passati i primi tempi acquistai una certa destrezza di mano, e riuscii
a combinare disegni fini e difficili. Copiai trine antiche e preziose,
tanto che se non fossi stata legata alla mia maestra, avrei potuto
venderle con profitto; intanto quell'occupazione mi riusciva piacevole,
mi calmava i nervi, e il tempo sempre lento per il mio desiderio, mi
era meno noioso. Il tempo passava e aspettavo, sicura che Federico
sarebbe ritornato.
Erano passati dieci anni quando incominciò a parlare di ritornare a
Rapallo col fratello.
Ormai erano ricchi, le loro imprese bene avviate potevano lasciarle ad
un socio che le continuasse, ed essi contavano di ritornare in patria
a godere il meritato riposo. Mancavano pochi mesi alla loro partenza,
e quel fatto mi pareva una felicità, così grande come raramente è
concesso provare su questa terra.
Mano mano che si avvicinava quel tempo tanto desiderato, egli scriveva
più spesso; le sue lettere parlavano del prossimo ritorno ed erano
gioconde, come inni di gioia.
Io mi struggevo nell'ansia dell'attesa e contavo i giorni che mancavano
al suo ritorno.
Mi pareva che in quel tempo i nostri pensieri s'incontrassero con
maggior forza, ed erano così lieti, come se sul loro lungo cammino
sprigionassero delle scintille.
Fu un periodo d'orgasmo e di gioia intensa, e sentivo nel mio essere
l'energia di cento vite.
Una notte mi svegliai di soprassalto e mi parve che il mondo fosse
precipitato in un abisso, tanto fu grande lo schianto che provai in
tutta la mia persona.
Ebbi una visione d'orrore e nel mio cuore si ripercosse un grido
straziante.
Mi alzai come una disperata e mi misi a gridare piangendo: è morto, è
morto, Federico è morto! Lo vedevo davanti agli occhi insanguinato e
morente, e fuggivo sperando togliermi alla vista di quello spettacolo
raccapricciante. La mamma si svegliò a quei gridi e mi credette
impazzita.
Mi volea persuadere che il mio era un brutto sogno, ch'io era in preda
ad allucinazione, ma non ci fu verso che riuscisse a calmarmi.
—È accaduto una cosa grave,—gridavo fra le lagrime,—voglio sapere,
voglio partire!
Sembravo pazza, la mia povera mamma non sapeva come calmarmi; temeva
sul serio ch'io avessi smarrita la ragione.
Alla mattina mandai un telegramma chiedendo notizie. Mi rispose suo
fratello Giorgio queste precise parole:
«Morto vittima d'un accidente ferroviario».
La signora Ivaldi, a questo punto del suo racconto, si sentì come un
gruppo alla gola, ripensando l'angoscia passata; e dopo aver dato un
sospirone per liberarsi dal peso che l'opprimeva, disse al dottore:
—Che le pare? Non ho ragione d'essere inquieta?
—Credo ad una fatale coincidenza,—disse il dottore,—vedrà che questa
volta non è accaduto nulla.
—Pur troppo lo sento, è accaduto qualche disgrazia,—disse la signora
Carlotta.
—Ma mi spieghi, ora che ha destata la mia curiosità,—disse il
dottore, anche per distoglierla dal pensiero che l'opprimeva,—e come
è avvenuto il suo matrimonio?
—È presto detto,—soggiunse la signora Ivaldi.—Vittima dell'accidente
ferroviario, Federico è vissuto qualche ora fra gli spasimi atroci,
mutilato in un modo orribile. Giorgio, il fratello, corse ad assisterlo
e raccolse le sue ultime volontà. Egli morì col mio nome sulle
labbra, mi lasciò erede della sostanza che avea guadagnata per me, e
pregò il fratello che mi proteggesse e facesse in modo ch'io almeno
fossi felice. Giorgio ritornò poco tempo dopo; quando ci vedemmo si
ebbe l'impressione d'esserci sempre conosciuti. Federico gli avea
continuamente parlato di me, egli poi rassomigliava tanto al fratello,
specialmente nella voce, che qualche volta avevo l'illusione che non
fosse avvenuto il fatto orribile e ch'egli mi fosse ancora accanto.
I nostri affari che avevamo in comune, ci riunivano spesso, ero rimasta
sola al mondo, chiese la mia mano e accettai. Me ne trovai contenta; a
lui devo questi anni di tranquillità e di pace, egli è ora tutto per
me, mi trovo unita a lui come ero con Federico, non allo stesso grado,
ma abbastanza per sentire che è vittima d'un accidente.
—Non mi persuade, cara signora,—disse il dottore,—è la sua
imaginazione che è ammalata, e perchè pensa all'altra coincidenza;
vedrà, suo marito ritornerà sano e salvo, e questa volta ne uscirà
guarita per sempre.
—Fosse vero,—disse la signora Ivaldi.—Ma intanto chi mi toglie a
questa inquietudine?
—Ci metta un po' di forza di volontà. Tanto ora non può far nulla,
ed io sono proprio costretto a lasciarla per vedere il mio ammalato;
procuri d'esser ragionevole, si calmi, le prometto di ritornare domani
mattina e vedrà che mi darà ragione.
—Ne sarei lieta davvero! Ma intanto mi sgomenta la notte di ansie che
ho a me davanti, dottore; mi scriva una ricetta, un forte sonnifero,
oppio, morfina, tutto quello che vuole, ma qualche cosa che mi faccia
dormire e mi tolga a questa inquietudine.
Il dottore per contentarla le scrisse una pozione calmante e uscì
compiangendo quella povera signora che secondo lui era seriamente
ammalata di nervi.