La signora Ivaldi pensò che alle undici dovevano arrivare i giornali
i quali avrebbero certo parlato della corsa automobilistica; intanto
non si sentiva di aspettare inoperosa che il tempo passasse e mandò
un telegramma al comitato promotore della corsa chiedendo notizie di
Giorgio Ivaldi, con preghiera di rispondere subito al villino delle
rose, presso Intra.
Poi ricominciò a girare su e giù per il giardino, aspettando; una nuova
ansietà s'impadroniva del suo essere; temeva di sapere e aver la
notizia d'una disgrazia avvenuta, e nello stesso tempo voleva uscire da
quell'incertezza.
Guardava ogni tanto lungo la via per vedere se scopriva qualche cosa
d'insolito; quasi senza volere uscì dal cancello e s'avviò verso
l'approdo dei piroscafi; vide in distanza un punto nero e il cuore
cominciò a palpitarle fortemente, quando s'accorse che quella cosa nera
era un automobile; ma la macchina passò via rapidamente rumoreggiando
fra un nuvolo di polvere, non potè conoscere le persone incappucciate
che stavano dentro, ma non era suo marito, perchè passarono davanti al
villino delle rose senza fermarsi; ogni punto nero che vedeva sulla
strada maestra credeva che fosse un messaggio, e quando incontrò il
fattorino telegrafico che le mise in mano un dispaccio, non volea
credere che fosse diretto a lei, e quasi paralizzata e tremante, stette
qualche secondo prima d'aprirlo. Portava la firma del marito e diceva
queste precise parole:
«Sfuggito miracolosamente a grave pericolo, leggermente ferito, ritorno
in giornata; aspettami a casa.»
Diede un sospirone di sollievo; era vivo, ritornava, e ciò le bastava.
È vero che diceva d'essere ferito, ma se aveva potuto mettersi in
viaggio, la ferita non dovea esser certo grave; dopo tante ore
d'inquietudine si sentiva quasi contenta, però si confermava nell'idea
d'aver una fibra sensibile nel suo organismo, che l'avvertiva di quello
che accadeva alle persone lontane che aveano un senso in corrispondenza
con lei, ed era impaziente di vedere il dottore incredulo per
mostrargli come fosse stata ragionevole la sua inquietudine. Venne
infatti come le avea promesso, ed essa gli mostrò il telegramma tutta
trionfante.
—Aveva ragione,—disse,—era successo qualche cosa, fortunatamente
nulla di grave, si capisce. È un fatto che mi fa pensare; questa
vibrazione che da un cervello corrisponde in distanza con un altro,
come col telegrafo Marconi, è uno studio che voglio fare e forse mi
aiuterà nella mia carriera. Intanto mi inchino alla sua superiorità.
—Non ci tengo, anzi, chiedo la guarigione; il mio è un male terribile;
basterebbero a provarlo le sofferenze della notte passata.
—In ogni modo è una sensibilità raffinata di cui può andare
orgogliosa, forse è un senso che tutti possediamo in embrione e colla
civiltà e il progresso si educherà e diverrà più forte; ci si avvia,
cara signora, ad essere degli strumenti elettrici; non so se sarà un
bene o un male.
—Un male, un male,—disse la signora Ivaldi,—è certo che le nostre
sofferenze saranno moltiplicate, io ne so qualche cosa.
—Ebbene, che cosa importa,—soggiunse il dottore,—se l'umanità potrà
averne vantaggio?
—Ed io sarò stata fra le prime?
—Sì, fra gli eletti, come i profeti e i veggenti dell'antichità;
anch'essi avevano qualche cosa di più raffinato, che forse avrà dato
loro delle sofferenze ma di cui dovevano andare orgogliosi.
—Senta, dottore,—rispose la signora Ivaldi,—quand'è così, la cosa
dovrebbe essere più completa; questa vibrazione dovrebbe esser perfetta
in modo da poter corrispondere come col telegrafo; io soffrivo perchè
avevo la sensazione vaga che qualche accidente era avvenuto a mio
marito e non sapevo quale; ora lo so e sono tranquilla.
—Le ripeto,—disse il dottore,—bisognerà educar bene questo senso in
modo che due persone che si amano possano corrispondere concentrando il
pensiero e rendendolo più intenso, trasmetterlo a distanza; siamo nel
secolo dei miracoli e ci arriveremo.
La signora Ivaldi pregò il dottore di tenerle compagnia e far colazione
con lei per aspettare l'arrivo del marito, che avrebbe avuto bisogno
subito delle sue cure. Egli acconsentì e tutti e due si sedettero nel
pomeriggio sul terrazzo aspettando. Sarebbe arrivato in carrozza,
sul piroscafo, in automobile? Non sapevano, e guardavano il lago e
la strada maestra passando il tempo chiacchierando di tutte le cose
ignote, di tutti i misteri che sarebbero un giorno venuti alla luce.
Una carrozza intanto salì lentamente il pendìo che conduceva alla villa
e interruppero il discorso per incontrarla. Era il signor Giorgio
Ivaldi che arrivava, ferito più di quello che la signora avesse
creduto. Avea un braccio fratturato e stretto in un apparecchio; la
testa contusa e bendata.
—Giorgio!—esclamò la signora Carlotta, abbracciandolo colle lagrime
agli occhi.
—Calmati, non è nulla,—disse il signor Ivaldi, e volle fare uno
sforzo e scendere dalla carrozza senza aiuto.
Volea camminare, ma il dottore lo consigliò di mettersi a letto, dopo
la fatica del viaggio e il colpo ricevuto. La signora Carlotta lo
interrogava e gli diceva:
—Lo sapevo prima del tuo dispaccio, sai; l'ho sentito, è stato ieri
alle dieci: è tutta un'eterna giornata che soffro. Ma come è avvenuto?
—Come avviene sempre in simili casi; si va avanti eccitati dalla
corsa, non si vede la strada, è una vertigine, tutto andava a gonfie
vele, ero sul punto di vincere, la mia macchina è andata contro un
albero, si è sfasciata, quasi soffocandomi sotto il suo peso e
slanciando lontano il macchinista.
—È morto?—chiese la signora Carlotta.
—No, è rimasto all'ospedale in cattivo stato, peggio di me, ma mi
assicurano che guarirà bene; io ho preferito venire per non farti
rimanere inquieta.
—Hai fatto bene, ho sofferto tanto che avevo bisogno di vederti, ma io
spero ti sarà passata la manìa automobilistica.
—Tutt'altro! Sono impaziente di guarire per ricominciare; soltanto
ti prometto d'essere più prudente la prossima volta, poi voglio una
macchina più perfetta; ho già nella mia testa un congegno che avviserà
quando si avvicina ad un ostacolo; mi farò dare il brevetto.
—Ricordati però,—disse la signora Carlotta,—che non ti lascerò più
andar solo; meglio sfracellarsi in un precipizio, che soffrire le
torture di ieri; preferisco esser con te al momento del pericolo e non
sentirlo a distanza.
—Tanto meglio,—disse il signor Ivaldi,—fra un mese il mio braccio
sarà guarito, la mia macchina sarà perfetta e avremo acquistata una
nuova socia nel club degli automobilisti.
—Senza contare,—disse il dottore,—che io avrò studiato un nuovo caso
di telepatia che farà forse progredire la scienza e mi aprirà le porte
dell'Università.
—Allora se n'andrà lontano?—chiese la signora Carlotta.
—Forse, ma spero che mi accoglieranno sempre come ospite al villino
delle rose.
—E diventerà nostro compagno di automobilismo,—disse il signor Ivaldi.
—Tanto più,—soggiunse la signora Carlotta,—che con questo sport
moderno, c'è spesso bisogno del medico.