IV.

La signora Ivaldi pensò che alle undici dovevano arrivare i giornali

i quali avrebbero certo parlato della corsa automobilistica; intanto

non si sentiva di aspettare inoperosa che il tempo passasse e mandò

un telegramma al comitato promotore della corsa chiedendo notizie di

Giorgio Ivaldi, con preghiera di rispondere subito al villino delle

rose, presso Intra.

Poi ricominciò a girare su e giù per il giardino, aspettando; una nuova

ansietà s'impadroniva del suo essere; temeva di sapere e aver la

notizia d'una disgrazia avvenuta, e nello stesso tempo voleva uscire da

quell'incertezza.

Guardava ogni tanto lungo la via per vedere se scopriva qualche cosa

d'insolito; quasi senza volere uscì dal cancello e s'avviò verso

l'approdo dei piroscafi; vide in distanza un punto nero e il cuore

cominciò a palpitarle fortemente, quando s'accorse che quella cosa nera

era un automobile; ma la macchina passò via rapidamente rumoreggiando

fra un nuvolo di polvere, non potè conoscere le persone incappucciate

che stavano dentro, ma non era suo marito, perchè passarono davanti al

villino delle rose senza fermarsi; ogni punto nero che vedeva sulla

strada maestra credeva che fosse un messaggio, e quando incontrò il

fattorino telegrafico che le mise in mano un dispaccio, non volea

credere che fosse diretto a lei, e quasi paralizzata e tremante, stette

qualche secondo prima d'aprirlo. Portava la firma del marito e diceva

queste precise parole:

«Sfuggito miracolosamente a grave pericolo, leggermente ferito, ritorno

in giornata; aspettami a casa.»

Diede un sospirone di sollievo; era vivo, ritornava, e ciò le bastava.

È vero che diceva d'essere ferito, ma se aveva potuto mettersi in

viaggio, la ferita non dovea esser certo grave; dopo tante ore

d'inquietudine si sentiva quasi contenta, però si confermava nell'idea

d'aver una fibra sensibile nel suo organismo, che l'avvertiva di quello

che accadeva alle persone lontane che aveano un senso in corrispondenza

con lei, ed era impaziente di vedere il dottore incredulo per

mostrargli come fosse stata ragionevole la sua inquietudine. Venne

infatti come le avea promesso, ed essa gli mostrò il telegramma tutta

trionfante.

—Aveva ragione,—disse,—era successo qualche cosa, fortunatamente

nulla di grave, si capisce. È un fatto che mi fa pensare; questa

vibrazione che da un cervello corrisponde in distanza con un altro,

come col telegrafo Marconi, è uno studio che voglio fare e forse mi

aiuterà nella mia carriera. Intanto mi inchino alla sua superiorità.

—Non ci tengo, anzi, chiedo la guarigione; il mio è un male terribile;

basterebbero a provarlo le sofferenze della notte passata.

—In ogni modo è una sensibilità raffinata di cui può andare

orgogliosa, forse è un senso che tutti possediamo in embrione e colla

civiltà e il progresso si educherà e diverrà più forte; ci si avvia,

cara signora, ad essere degli strumenti elettrici; non so se sarà un

bene o un male.

—Un male, un male,—disse la signora Ivaldi,—è certo che le nostre

sofferenze saranno moltiplicate, io ne so qualche cosa.

—Ebbene, che cosa importa,—soggiunse il dottore,—se l'umanità potrà

averne vantaggio?

—Ed io sarò stata fra le prime?

—Sì, fra gli eletti, come i profeti e i veggenti dell'antichità;

anch'essi avevano qualche cosa di più raffinato, che forse avrà dato

loro delle sofferenze ma di cui dovevano andare orgogliosi.

—Senta, dottore,—rispose la signora Ivaldi,—quand'è così, la cosa

dovrebbe essere più completa; questa vibrazione dovrebbe esser perfetta

in modo da poter corrispondere come col telegrafo; io soffrivo perchè

avevo la sensazione vaga che qualche accidente era avvenuto a mio

marito e non sapevo quale; ora lo so e sono tranquilla.

—Le ripeto,—disse il dottore,—bisognerà educar bene questo senso in

modo che due persone che si amano possano corrispondere concentrando il

pensiero e rendendolo più intenso, trasmetterlo a distanza; siamo nel

secolo dei miracoli e ci arriveremo.

La signora Ivaldi pregò il dottore di tenerle compagnia e far colazione

con lei per aspettare l'arrivo del marito, che avrebbe avuto bisogno

subito delle sue cure. Egli acconsentì e tutti e due si sedettero nel

pomeriggio sul terrazzo aspettando. Sarebbe arrivato in carrozza,

sul piroscafo, in automobile? Non sapevano, e guardavano il lago e

la strada maestra passando il tempo chiacchierando di tutte le cose

ignote, di tutti i misteri che sarebbero un giorno venuti alla luce.

Una carrozza intanto salì lentamente il pendìo che conduceva alla villa

e interruppero il discorso per incontrarla. Era il signor Giorgio

Ivaldi che arrivava, ferito più di quello che la signora avesse

creduto. Avea un braccio fratturato e stretto in un apparecchio; la

testa contusa e bendata.

—Giorgio!—esclamò la signora Carlotta, abbracciandolo colle lagrime

agli occhi.

—Calmati, non è nulla,—disse il signor Ivaldi, e volle fare uno

sforzo e scendere dalla carrozza senza aiuto.

Volea camminare, ma il dottore lo consigliò di mettersi a letto, dopo

la fatica del viaggio e il colpo ricevuto. La signora Carlotta lo

interrogava e gli diceva:

—Lo sapevo prima del tuo dispaccio, sai; l'ho sentito, è stato ieri

alle dieci: è tutta un'eterna giornata che soffro. Ma come è avvenuto?

—Come avviene sempre in simili casi; si va avanti eccitati dalla

corsa, non si vede la strada, è una vertigine, tutto andava a gonfie

vele, ero sul punto di vincere, la mia macchina è andata contro un

albero, si è sfasciata, quasi soffocandomi sotto il suo peso e

slanciando lontano il macchinista.

—È morto?—chiese la signora Carlotta.

—No, è rimasto all'ospedale in cattivo stato, peggio di me, ma mi

assicurano che guarirà bene; io ho preferito venire per non farti

rimanere inquieta.

—Hai fatto bene, ho sofferto tanto che avevo bisogno di vederti, ma io

spero ti sarà passata la manìa automobilistica.

—Tutt'altro! Sono impaziente di guarire per ricominciare; soltanto

ti prometto d'essere più prudente la prossima volta, poi voglio una

macchina più perfetta; ho già nella mia testa un congegno che avviserà

quando si avvicina ad un ostacolo; mi farò dare il brevetto.

—Ricordati però,—disse la signora Carlotta,—che non ti lascerò più

andar solo; meglio sfracellarsi in un precipizio, che soffrire le

torture di ieri; preferisco esser con te al momento del pericolo e non

sentirlo a distanza.

—Tanto meglio,—disse il signor Ivaldi,—fra un mese il mio braccio

sarà guarito, la mia macchina sarà perfetta e avremo acquistata una

nuova socia nel club degli automobilisti.

—Senza contare,—disse il dottore,—che io avrò studiato un nuovo caso

di telepatia che farà forse progredire la scienza e mi aprirà le porte

dell'Università.

—Allora se n'andrà lontano?—chiese la signora Carlotta.

—Forse, ma spero che mi accoglieranno sempre come ospite al villino

delle rose.

—E diventerà nostro compagno di automobilismo,—disse il signor Ivaldi.

—Tanto più,—soggiunse la signora Carlotta,—che con questo sport

moderno, c'è spesso bisogno del medico.

Verso il mistero: Novelle · 第 21 / 52 题