I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a
prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività,
poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una
relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano
attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.
Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio
se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate
ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.
La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli
dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non
erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello
della emancipazione dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante
dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle
abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato
volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna,
ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato
da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle
tentazioni che gli esaltavano il cervello.
Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle
buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi
intieramente al giornalismo.
Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti
particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli
consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione
conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo,
potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.
La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente:
«_Carissimo amico_,
«Io divido il genere umano in due parti disuguali.
«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza
che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere
alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta
di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere
quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano
contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di
vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per
coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto
la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il
lepre deve contentarsi del gatto.
«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il
giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la
critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e
consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il
giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai
benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non
esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a
nulla, o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa,
sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo
bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli
invalidi.
«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o
carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.
«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.
«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli
stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui
maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....
«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il
nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da
proporgli un direttore per la _Confederazione Universale_, giornale
sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che
fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il
capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con
destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi
grande ammiraglio della stampa.--Addio.»
Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio
della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di
cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della
liquidazione della sostanza paterna.--Una rendita meschina!--
A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli
espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire
per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale
cosmopolita.
Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la
seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la
famiglia.
Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del
loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte
del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla
seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli
e suggerimenti sulla condotta da tenersi.
Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a
rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che
vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.
Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea si lamentava con tutti del
testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.
La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il
parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro
capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano
a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.
Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo
giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva
apprezzare.
Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si
mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla
spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano
bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più
utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.
Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli
rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non
dovrebbe trascurare per simili frivolezze....
--Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...
--Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i
mosconi le girassero d'intorno,
--Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...
--Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non
ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una
vera azione da briccone!...
Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate.
Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva
trovare una parola da rispondere.
Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione
del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di
vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il
furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che
chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece
brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata,
e gli disse:
--Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi
m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai
che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò
cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa
nè della galera, nè della forca, nè del boia!...
Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul vivo, colla doppia ferita
del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver
soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice.
Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente
di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi
stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per
allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:
--Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me,
non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel
bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....
Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò
in volto uno sguardo interrogativo.
--Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte
a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?...
ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle
cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...
Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare;
la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto
che la dilaniava da un pezzo si trasmutava in realtà; la speranza di
ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La
misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una
seggiola, nel vestibolo.
--Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel
forsennato....
Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio
di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza
degnarsi di proferire una parola.
L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.
Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.
Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:
--Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea....
fino alla disperazione!... con questa gente!...
--Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo
credi?...
Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella
sua camera.