XIX.

I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a

prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività,

poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una

relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano

attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.

Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio

se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate

ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.

La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli

dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non

erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello

della emancipazione dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante

dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle

abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato

volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna,

ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato

da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle

tentazioni che gli esaltavano il cervello.

Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle

buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi

intieramente al giornalismo.

Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti

particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli

consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione

conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo,

potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.

La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente:

«_Carissimo amico_,

«Io divido il genere umano in due parti disuguali.

«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza

che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere

alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta

di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere

quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano

contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di

vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per

coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto

la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il

lepre deve contentarsi del gatto.

«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il

giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la

critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e

consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il

giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai

benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non

esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a

nulla, o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa,

sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo

bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli

invalidi.

«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o

carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.

«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.

«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli

stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui

maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....

«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il

nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da

proporgli un direttore per la _Confederazione Universale_, giornale

sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che

fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il

capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con

destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi

grande ammiraglio della stampa.--Addio.»

Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio

della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di

cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della

liquidazione della sostanza paterna.--Una rendita meschina!--

A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli

espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire

per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale

cosmopolita.

Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la

seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la

famiglia.

Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del

loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte

del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla

seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli

e suggerimenti sulla condotta da tenersi.

Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a

rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che

vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.

Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea si lamentava con tutti del

testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.

La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il

parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro

capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano

a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.

Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo

giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva

apprezzare.

Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si

mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla

spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano

bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più

utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.

Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli

rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non

dovrebbe trascurare per simili frivolezze....

--Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...

--Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i

mosconi le girassero d'intorno,

--Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...

--Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non

ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una

vera azione da briccone!...

Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate.

Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva

trovare una parola da rispondere.

Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione

del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di

vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il

furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che

chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece

brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata,

e gli disse:

--Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi

m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai

che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò

cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa

nè della galera, nè della forca, nè del boia!...

Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul vivo, colla doppia ferita

del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver

soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice.

Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente

di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi

stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per

allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:

--Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me,

non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel

bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....

Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò

in volto uno sguardo interrogativo.

--Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte

a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?...

ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle

cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...

Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare;

la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto

che la dilaniava da un pezzo si trasmutava in realtà; la speranza di

ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La

misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una

seggiola, nel vestibolo.

--Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel

forsennato....

Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio

di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza

degnarsi di proferire una parola.

L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.

Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.

Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:

--Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea....

fino alla disperazione!... con questa gente!...

--Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo

credi?...

Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella

sua camera.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 21 / 25 题