XX.

Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie.

Era la risposta dell'avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella

lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo

attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l'impresa pericolosa

di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando

a Roma con quelle idee non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il

disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino

nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica

dell'agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la

moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una

vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso,

nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui

disinganni e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento,

ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini,

vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua

onorata professione d'avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il

vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e

subiremo le conseguenze d'un matrimonio troppo precipitato, senza la

dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»

Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia

rimase deserta.

Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole

e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle

mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di

pronunziare poche parole, e interrotte:

--Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno

della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato»

l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e

che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto

un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè

tu non devi vederla mai più!...

--Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei

genitori.... nè della mia patria.

--Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con

sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia

rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.

--Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.

--Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.

--Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e

alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:

--Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...

--Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non

poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera,

sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.

All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla

porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.

La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d'aria libera e di

solitudine, per raccogliere i suoi pensieri.

Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai

prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all'estremità

dell'orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla

turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano

nell'oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute

dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste,

e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa,

producendo l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo

passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo

confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio

notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d'un ramo secco, o dalla

lenta discesa d'una foglia fra le ciocche dei pedali.

A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua

stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.

--Un altro capriccio dispettoso!--esclamò, e si gettò tutto vestito sul

canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose

meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì

coll'addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse,

e da tanti pensieri.

Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un sogno spaventoso, alzò la

testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del

motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase meravigliato

d'essere ancora solo. Guardò l'orologio e diede un guizzo, era passata

la mezzanotte!

--Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine;

o era proprio un dispetto ostinato!...--Prese il lume, e cominciò a

girare per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non

risvegliare quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva

disabitate, per vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma

erano tutte vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al

solito; dunque Metilde era rimasta fuori.--L'avranno creduta nella sua

stanza, ed essa non si sarà degnata di picchiare;--e pensava,--dove

diavolo può essere andata? essa che ha paura di tutto! è davvero

sorprendente!...--Poi cominciava ad aver paura anche lui....--ieri sera

mi pareva in uno stato di esaltazione.... mi ha veduto molto in

collera.... se avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...

Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul

tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno

alla casa, sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni

angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove

la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi.

Diede un'occhiata al laghetto e si sentì la pelle d'oca.

La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all'ombra faceva

paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla

fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.

Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:--Metilde....

Metilde sei qui?...--ma nessuno gli rispondeva.

Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo, di non aver cercato

prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano

dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!...

Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide

dapprima un'ombra scura sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò

rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata

per nome non rispose, e non si muovea.

Quella rigida immobilità gli fece un'impressione tremenda, un tremito di

paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo

energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.

La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe,

fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva

essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in

piedi e partì.

--Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...--nessuna

risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e

pensava:

--È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e

le diceva, con voce angosciosa:

--Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una

parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava

retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta

aperta entrò in casa.

Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa

lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed

egli la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.

Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che

cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi

quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a

interrogarla.

--Perchè non sei venuta a dormire?...

--Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.

--Perchè non hai picchiato alla porta?

--E tu perchè non sei venuto a cercarmi?

Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa

commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito,

in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:

--Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente,

nemmeno d'un raffreddore, o anche d'una malattia più grave!...

--Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...

--Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l'ultima volta che mi fai

delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.

--Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola

d'onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte

domani mattina....

--Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e

invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più

infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...

--Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e il rispetto di mio marito,

la pace domestica, le speranze dell'avvenire, e tante altre cose che non

dico....

--Alle corte: l'affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna

meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi

dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante,

difficile in ogni cosa!

--Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?....

vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita

più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e

la tua ganza!...

Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele

davanti coi pugni al viso le disse:

--Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di

carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri

parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all'ottimo

mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi

al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua

virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...

Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse,

con voce tremante:

--Non mancavano più che questi insulti!... e la glorificazione d'una

ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono,

tutti sanno che è la vostra ganza!

--Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia; tutti la

benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito

questo insulto....

--Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete

perfino il cocchiere!...

--Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che

insultano l'angelo della famiglia!

--Che sia maledetto quell'angelo, che divenne il demonio dell'inferno!

--Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il

nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!

--Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che

presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo

della moglie....

--Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco

troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di

pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza

prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E

apparecchiativi a partire per Roma!

--Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile non è poi tanto

lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate

sicuro che io non giuro mai il falso.

Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di disprezzo, si sentiva

soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa,

temeva che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze;

volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le

scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo

concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.

Era l'alba. L'aria fresca della mattina non tardò a portare qualche

refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l'onda del sangue che gli

bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.

--Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti

disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno

rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della

politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l'azione.... tutto

finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi

giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a' suoi

buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo

teneramente, pago di false apparenze, ho ceduto il posto ad un idiota

briccone; ho preferito all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono

ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi

faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro

mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a

nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro,

compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio

inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima

d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire di confessartelo,

nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla

mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì,

essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo

senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell'anima, lo

vediamo nello sguardo, nell'accento, nel sorriso, lo proviamo nell'aria

elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco

delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più

sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati

sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure

con questa passione nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri

cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne ho sposata

un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le

fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla

natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con

vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o

nell'altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo,

ed ora incominciano le pene!...

Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio

tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha

nascosto l'offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con

rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo

tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo

ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi

piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....

Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo

senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che

venisse a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia spietata del

mio contegno.... imbecille!!...

Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola

parola per farla prorompere.... e questa parola non l'ho ancora detta!--

Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione

fomentata dalla collera, dal lungo digiuno, dalla notte insonne, vide

Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.

--Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di

finirla!...--Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser

veduto da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della mattina, e dal

silenzio che regnava dovunque, andò a picchiare addirittura alla camera

da letto di Maria.

--Chi è? essa domandò.

--Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....

--Aspetta un momento, vengo subito, rispose.

Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata

da pensieri strani. Udiva nell'interno della camera uno scompiglio

affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano,

sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in

assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:

--Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei

alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...

--Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta

definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che

riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice....

mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l'unico

impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....

--Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è sacrifizio che possa

parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo

fare....

--Vieni a Roma con me....

--A Roma?... per che fare?... con chi?...

--A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l'unico rimedio

a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io

non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te

sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l'amore

vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...

--Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo

viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti

male, va nella tua camera....

--Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza

di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...

--Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il

disonore, la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu

sei malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il

cervello....

--Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se

devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...

--Io non devo amare che mio marito....

--Ma tu non puoi amarlo!...

--Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il

resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una

infamia.... non sei degno del nome che porti!...

--Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l'amore, tutto

quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un

vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria....

Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d'ogni

sacrifizio....

--Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il tradimento, la vergogna,

il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di

tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....--E così dicendo con

voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l'indice

disteso.

Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto

dall'amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di

lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea

e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi

Andrea si slanciò verso Silvio colla mano armata dal coltello, e gli

misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase

ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che

spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare,

chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era

alzato in piedi, dicendo ad Andrea:

--Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma

rispettate vostra moglie, l'avete ferita brutalmente, senza rendervi

conto d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente

che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi

avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da

voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i

vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete

indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...

--Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante questa casa, per mai

più rimettervi il piede.

Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di

bendarsi la mano, e dopo d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:

--Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo e voi dovete obbedirlo.

Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire

una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva

saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.

--Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in

modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna

che uno di noi due scomparisca dal mondo.

--È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.

--Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci

sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che

ci rivedremo.

--Vi dò la mia parola, che sarò pronto.

Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò

nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto

gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la

chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco,

diede un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell'adiacenza

per domandare se qualcuno l'avesse veduta e trovò Pasquale che pareva

molto sorpreso d'incontrarlo e gli disse:

--Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!...

--Perchè?...

--Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi

pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche

distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo,

e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una

siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli

si fermò davanti, e le disse:--Dove andate a quest'ora?...--Non lo so,

essa gli rispose seccamente.--E avete lasciato solo vostro marito? quale

imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa,

andrebbe a trovare mia moglie.--Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà

veduto ad uscire, essa gli disse:--Ah?... si sarà nascosto apposta per

ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà

entrato nella sua camera....--Ah?... se fosse vero! esclamò la signora

Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il

coraggio; ma se avessi quest'ultima prova, saprei compiere il mio

destino!...--Allora il signor Andrea la prese per mano, e le

disse:--Andiamo a vedere!--Essa lo seguiva come una bambina, io mi

acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di

avvertirvi prima che essi entrassero in casa. Quando seppi che vi

avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche

mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che

l'avete scappata bella!...

--E mia moglie l'hai più veduta?...

--Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni

troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se

l'avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in

tale stato d'esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche

imprudenza!...

Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il

passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo

stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a

cacciarsi?...

Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi

è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto

ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest'ultima prova saprei

compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le

altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed

altre parole di pessimo augurio.

Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, era digiuno da

ventiquattr'ore, esaltato da passioni diverse, l'amore deluso, l'odio

per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce

della moglie, e la sicurezza d'un duello sanguinoso; vedeva buio

nell'avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.

Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando

talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva

d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai

passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in

lutto. Ma nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.

Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San

Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava

curiosamente fece la solita domanda:

--Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e

così?

--Sì signore, è passata poco fa....

--Snella, vestita in lutto?

--Snella, vestita in lutto!

--È lei!... Da che parte si è diretta?

--Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi

sovente a guardare il fiume ed osservando d'intorno, quasi volesse

assicurarsi che nessuno la seguiva....

--È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete

detto che andava da quella parte?

--Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...

Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e

rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole:

«domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete

libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?...

libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti

dell'acqua.

Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare,

un'aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie

ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l'acqua del

fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile

è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che

travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide

da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d'un gorgo, sotto ai

roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di

foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più

liberamente, e tirò avanti. La pioggia veniva giù sempre più forte, non

aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli

proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino

al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna

annegata. E pensava:--farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un

accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero....

libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel

rozzo villano....--e meditava con truci pensieri di far sparire

l'ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva

coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi pensieri. E tornando

a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in

duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò

di lasciarmi ferire per eccitare l'interesse di lei, e risvegliare la

sua passione!...

Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i

cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte,

e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite

vane.

Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò

un'ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e

non vide altro che la tranquilla corrente la quale scendeva verso il

mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose,

eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:

--Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come

un'imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse

ritornata alla villa!...

Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo

tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati,

sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando

a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti

il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello

gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che

non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla

soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche

soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non lo avrebbe certamente

abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma

la sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di domandare ad un

villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l'alloggio nella

casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e

farsi coraggio.

Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l'ospitalità in casa del

maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per

chiedere notizie di Metilde.

Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna.

Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare

più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva

un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia

fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:

--Chi è a quest'ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?

--Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.

--Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve nessuno, andate con Dio

in santa pace.

--A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non

mi avete ancora conosciuto?--sono Silvio Bonifazio.

--Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con

questo tempo! a quest'ora!... corro subito ad aprire--e scomparve.

Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano per la scala di

legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire.

La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella

visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito

colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse

ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai

sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere,

mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.

Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e

questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad

interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto

ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.

Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e

ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d'essere

caduto nell'inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio

Bonifazio.

--Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che

vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....

--Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava

a rimettersi dallo spavento.

Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto la cappa del camino, coi

piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto

l'ambiente, e fecero fumare l'ospite inaspettato, che pareva prendesse

fuoco.

Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle

scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li

ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:

--Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha

scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del

Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.

--Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha

mai saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato

a letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi

raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non

sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare

tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue

disgrazie, e tu puoi dire d'averla resa infelice due volte!--Ma infine

dove è tua moglie?...

--Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi

che io sono più morto che vivo!... Da più di trenta ore non mangio, mi

agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....

Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola,

e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle

salsiccie, un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino

vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.

Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non

faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e

il bicchiere.

--Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.

--Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva

Silvio; e poco dopo soggiunse--se una tremenda apprensione non mi

intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto

banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.

--Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese

il maestro. Prendiamo un'altra fiammata, poi andremo a dormire, per

questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani

faremo il resto.

Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo

poche ore di riposo si destò improvvisamente, scosso da subitaneo

terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.

Fra il sonno e la veglia non si ricordava più dove fosse, e le tenebre

della notte accrescevano la tremenda impressione. Era bagnato di sudore,

e andava palpando il letto per raccapezzarsi. Alfine si rammentò tutte

le divagazioni del giorno antecedente, il suo arrivo in casa del

maestro, e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri che lo

assalivano erano così incalzanti e affannosi che non gli fu possibile di

dormire.

Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene, gettava le coperte che

lo soffocavano, si rivoltava nel letto che gli riusciva spinoso.

Soltanto all'alba riprese un po' di sonno, oppresso dalla stanchezza.

Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si alzò molto per tempo e

corse alla villa per sapere se c'era qualche notizia. Nessuno aveva

udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale l'arrivo di

Silvio, e lo pregò che alla prima notizia gli mandasse un pronto avviso,

e che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo ospite potesse

cambiarsi.

Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in ordine, voleva

ripartire, alla ricerca della moglie smarrita, ma il maestro gli fece

osservare che era inutile fare delle ricerche senza nessun dato

positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i passi. Per semplice

precauzione aveva mandato un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed

in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione dei giornali

locali per vedere se la cronaca cittadina avesse raccolto qualche

sinistro accidente.

Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale che correva in direzione

della casa del maestro e si pensò subito che ci doveva essere qualche

notizia. E infatti egli portava una lettera all'indirizzo di Silvio,

giunta in quel momento alla villa col messo postale.

Silvio lacerò rapidamente la busta con mano nervosa, e con indicibile

apprensione. Era il suocero che gli scriveva, annunziandogli che Metilde

era giunta felicemente in Venezia; ed era ritornata in famiglia, dopo

tante amarezze, col fermo proponimento di non vedere mai più suo marito.

S'era accorta da molto tempo della tresca infame di lui, ma le mancava

il coraggio di abbandonarlo. Le maledizioni, e gl'insulti aggiunti alla

sua pessima condotta, e specialmente l'ultima scena scandalosa la

spinsero a mandare ad esecuzione il suo divisamento. I genitori la

approvavano pienamente, e in quello stesso giorno il suocero avrebbe

presentato al Tribunale la domanda di separazione, facendo valere il

diritto della sposa agli alimenti, secondo la clausola del contratto di

nozze.

--Altro che annegata!... e quella maledetta lavandaia di Treviso che

m'aveva fatto credere di averla veduta!...

--Non conosci ancora certe donne! gli disse il maestro, non sai che si

divertono a mandare i mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli,

pensando di giovare al proprio sesso, è una vera camorra. La lavandaia

si è burlata di te, che dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua

ingenuità!....

--Riconosco d'essere stato un asino!...

--Siamo sempre d'accordo, gli rispose il maestro, non parliamone più.

Adesso devi pensare agli affari, a guadagnare gli alimenti per la

moglie, come li esige il suocero avvocato.

--Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti saranno magri!... e a me

non resterà più un soldo per vivere!

--Nè una donna da amare!... soggiunse il maestro.

--Non importa.... domani posso esser morto! osservò Silvio. Vado subito

a Treviso a trovarmi i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella

d'Andrea.

Prima di uscire svelò il segreto al maestro Zecchini, il quale alzando

le spalle gli rispose:

--Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi che testimoni d'Egitto!

credi tu che quel mascalzone d'Andrea sappia nulla di duelli e di

testimoni; egli la intenderà alla sua maniera, come i villani, ti

condurrà sul terreno per finirla a pugni e a coltellate; e ti ammazzerà

come un cane dietro un albero!

--Oh! questo poi no!...

--Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....

--No, no, no, le cose non si devono fare a questo modo, egli crederebbe

che abbia paura di lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni che

gl'insegneranno le cose a dovere. Conosco un ufficiale dell'esercito, e

penso d'indirizzarmi a lui....

--Il testimonio lo voglio far io!... disse il maestro con fermezza, e mi

pare di averne il diritto. Figurarsi se posso permettere che due matti

facciano un altro scandalo, e accrescano gli strazii di quella povera

Maria con un delitto!... Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra

non molto sarò di ritorno.

Silvio sperava che il maestro s'ingannasse, aveva proprio voglia di

trascinare l'avversario sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad

ucciderlo che a morire, e attendeva con impazienza il suo destino.

Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava tutte le leggi

cavalleresche, credeva di fare un duello in famiglia, senza tante

cerimonie; e forse era anche vero quello che aveva detto Zecchini:

avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare l'avversario a

tradimento.

Il maestro Zecchini non tardò a persuadere Andrea Pigna che aveva torto,

e che per rispetto verso la moglie doveva rinunziare ad una vile

vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò il maestro che

persuadesse anche Silvio di lasciare il paese.... e per sempre.

Non era possibile fare altrimenti, per la pace di tutti, e per l'onore

di Maria.

Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura illimitata per compiere

totalmente le divisioni di famiglia, liquidare tutti i conti, e

presentarne i risultati all'avvocato Ruggeri, e fissare la parte alla

quale aveva diritto sua moglie.

E venne stabilito il giorno seguente per la partenza di Silvio per Roma.

--Ma hai pensato seriamente a quello che fai? gli chiese il maestro,

guarda bene di non commettere delle nuove corbellerie, ne hai già fatte

anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti il pane!...

--Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io muoia di fame?...

--Il giornalismo non è per tutti.... che cosa farai se non riesci?...

sarai uno spostato!...

--Farò il cuoco!--disse il giovane in aria burlesca--e sarò debitore a

mia moglie di questo ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di

occuparsi del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare io, così ho imparato

l'arte, e la metto da parte, come dice il proverbio.

--Piccola differenza!... farai il giornalista.... od il cuoco?...

--Idealismo e positivismo, politica e cucina paiono cose tanto

disparate, eppure si avvicendano continuamente; il pensare mette in

appetito, il mangiare modifica le idee; chi mangia bene fa una politica

da egoista, chi mangia male una politica rivoltosa e rivoltante.

Discutere gli affari di Stato e la minuta del pranzo sono due fatti

positivi dai quali dipende sovente la pubblica moralità. Mangiare e

sognare, illudersi sempre! ecco in che cosa consiste la commedia della

vita!...

Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor

proprio soddisfatto.

Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa

paterna; diede l'ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle

memorie, a quella pace.

Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e

accompagnò alla stazione l'amico che partiva.

Passando per l'ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio

mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:

--Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e

vivere giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e

sublime.... ed ho tutto perduto!...

Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano

contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase

tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.

--Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il

maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia

maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto

in mente un antico proverbio che dice: «l'asino non conosce la coda, che

dopo di averla perduta.»

Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò

il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.

Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si

abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 22 / 25 题