Durante il viaggio in ferrovia Silvio guardava fuori dal finestrino del
carrozzone il fumo nero della vaporiera che scendeva sui campi e si
disperdeva nell'aria, e aspirava con voluttà i sentori della campagna
che gli facevano bene. Era la fine d'agosto, dei nuvoloni bianchi
correvano nell'azzurro del cielo. I grappoli d'uva cominciavano a
rosseggiare sui tralci, il sole d'estate aveva tinto le foglie di vari
colori, il granoturco mostrava le pannocchie colle barbe mature, le
quaglie cantavano nella saggina, i pettirossi e le cingallegre nelle
siepi, le rane gracidavano nei fossi. Tutte quelle piante, e quelle
voci, rammentavano a Silvio la sua prima gioventù, il tempo felice delle
vacanze, quando correva pei campi in compagnia della cugina. Come erano
cambiate le cose col corso degli anni!...
Metilde pensierosa teneva gli occhi abbassati sul ventaglio chiuso nella
destra, e batteva le stecche colle dita della sinistra, come sulla
tastiera del pianoforte. La gente che entrava ed usciva dalle diverse
stazioni, i giardinetti dei guardiani, le carrozze che attendevano i
viaggiatori non giungevano a distrarla dai suoi pensieri; la madre
l'aveva tanto impaurita sulla vita che la attendeva, che ne presentiva
tutte le tristezze, e rimpiangeva la sua Venezia.
Immersa nelle cupe meditazioni, passò senza avvedersene dalle stazioni
di Mestre, Mogliano, Preganziol, ma quando il treno correva in fianco ai
laghetti formati dalle curve del Sile, fra le canne palustri, e vide
apparire la chiesa di San Nicolò di Treviso, come uno spettro severo e
grandioso davanti le casupole che lo circondano, sentì una stretta al
cuore che le annunziava l'arrivo. Alla stazione trovarono il legno che
li aspettava. Fecero caricare il loro bagaglio, e domandarono subito a
Pasquale le notizie del malato.
--Sempre lo stesso!--rispose il cocchiere, e queste parole suonarono
all'orecchio della signora, come la condanna d'un lungo martirio.
Silvio accarezzò il collo di Falcone, che mostrò di riconoscerlo, e
partirono subito per la villa.
Quando entrarono nel parco, Argo che stava sdraiato sulla porta di casa,
balzò in piedi, ed annunziò il loro arrivo coi soliti abbaiamenti.
Comparve subito Maria che si gettò piangendo nelle braccia di Metilde,
la quale corrispose colle sue lagrime a quelle della cugina. Scambiarono
dolenti condoglianze sulla povera nonna, sulla bimba tanto desiderata, e
tutti insieme si recarono direttamente al letto di papà Gervasio.
Parve che un raggio di sole entrasse nella camera alla vista del figlio.
Si abbracciarono teneramente piangendo, a ciascheduno mancava la parola,
le strette di mano supplivano alla voce, nell'espansione di quegli
affetti domestici.
Dopo tanto tempo che non si erano veduti, tutti avevano sofferto, tutti
avevano bisogno di aprire il cuore riboccante di dolori e di lutto.
Sedettero intorno al letto, il figlio accarezzava la mano del padre,
Maria raccontava singhiozzando gli ultimi momenti della povera nonna,
che si era spenta senza sofferenze apparenti, come tutte le anime buone,
che dopo una vita laboriosa e faticata, si addormentano dolcemente nel
sonno eterno.
Metilde si asciugava le lagrime col fazzoletto listato di nero che
esalava un odore soave, e colla coda dell'occhio esaminava i vestiti di
Maria, che non le parevano ammodo. Si vedeva che aveva scelto il più
oscuro dei suoi abiti, e portava annodato al collo un fazzoletto di seta
nera.
La seta nei primi mesi del lutto!...--pareva una cosa scandalosa agli
occhi di Metilde, ligia alla prammatica che non ammette che la lana ed
il crespo.
Quando Metilde si trovò sola col marito, gli segnalò subito quella
vergogna.
Silvio con faccia da scimunito non capiva niente, non poteva penetrarsi
della gravità di quello scandalo, e le rispose in aria sprezzante che la
sua osservazione era una vera sciocchezza.
Metilde lo guardò con sorpresa, non insistette; era perfettamente
convinta che suo marito avrebbe sempre approvati tutti gli errori della
cugina, diventando anche impertinente; quella indulgenza non aveva
limiti, e lo rendeva cieco.
Papà Gervasio, passato il primo momento di soddisfazione, che pareva
avergli giovato, ricadde subito in profondo abbattimento. Il medico non
dissimulava il lento, ma inesorabile progresso del male.
L'inappetenza completa rendeva difficilissima la conservazione delle
forze che andavano scemando. Maria si scervellava nella ricerca di tutti
gli artifizi possibili per ammannirgli qualche cibo che non ripugnasse
al suo stomaco delicato. Faceva dei brodi ristretti dorati, trasparenti,
delle gelatine che mettevano appetito al solo vederle.
Anche Silvio dopo la malattia era macilento, aveva il viso smunto,
affilato, si sentiva molto debole.
--Mangia della carne, gli diceva Metilde, se vuoi riprender le forze.
Maria non era di questa opinione.
--I convalescenti, essa osservava, digeriscono male, bisogna sostenerli
con cibi sostanziosi, ma leggieri,--e gli apparecchiava dei tuorli
d'uova sbattuti nel Marsala; gli dava di quelle gelatine e di quei brodi
che apparecchiava per papà Gervasio.
Quando Silvio cominciò a sentire appetito, Maria lo teneva a stecchetto,
non lo lasciava mai mangiare il suo bisogno. Gli apparecchiava delle
cervelline fritte, in agro-dolce, e delle salse piccanti che gli
facilitavano la digestione. Lo teneva corto di pane, gli mescea
dell'acqua nel vino, malgrado la sua opposizione, portava via il
formaggio dalla tavola, ad onta dei suoi spergiuri.
Metilde trovava quelle attenzioni esagerate e ridicole, li canzonava
tutti due; diceva ch'egli simulava le smorfie del bambino per farsi
medicare dalla dottoressa di cucina.
Una febbriciattola insidiosa continuava a minare la vita del povero papà
Gervasio, il suo ventre si gonfiava, aveva la pelle e le mani secche,
era angustiato da una sete continua, e la nausea gli rendeva odioso
anche il brodo migliore. Maria gli faceva gustare delle conserve di
frutta, delle gelatine profumate di ribes e lampone, trasparenti come il
cristallo; teneva sempre pronte delle spremute di limone e di arancio,
apparecchiava del latte d'amandorle, e di semi di popone.
Silvio mostrava desiderio di aver la sua parte, ma essa lo persuadeva
che per lui non erano opportune, e gli faceva bere di preferenza qualche
bicchierino di vino vecchio.
Metilde osservava tutto in silenzio, lavorando all'uncinetto. Quel
lavoro quasi meccanico permette alla donna di raccogliere i suoi
pensieri, di discuterli tacitamente, senza distrazione, rimuginando nel
cervello i più minuti particolari della vita.
Quella casa era ben cambiata dal primo tempo del suo matrimonio, quando
essa regnava con potere assoluto sull'animo di tutti i parenti che
andavano a gara per compiacerla, e nel farle omaggio. I più vaghi fiori,
e le migliori frutta del giardino erano per lei. Alla colazione ed al
pranzo essa trovava ogni giorno davanti il suo piatto un vasetto snello
di vetro opalino di Murano colle più belle rose sbocciate al mattino, di
tutte le varietà, d'ogni gradazione di colore dalla porpora al carminio,
dal giallo d'oro al candido perfetto. Ce n'erano d'orlate, di variegate,
di punteggiate, di vellutate e di lucenti come il raso. Formavano
l'orgoglio di papà Gervasio, ed erano la sua offerta giornaliera.
In quel tempo felice Silvio la adorava, le usava le più delicate
attenzioni, le procurava ogni distrazione possibile, il passeggio, le
gite in carrozza o in ferrovia nei paesi vicini. La povera nonna temeva
sempre che le mancasse qualche cosa, le offriva tutto quello che poteva
farle piacere, si affaticava per servirle ogni giorno un pranzetto
appetitoso. Gli amici di casa venivano a farle visita, tutti i domestici
erano occupati per lei, eppure trovava la campagna noiosa. Immaginarsi
adesso!...
Adesso tutto era tristezza, l'ombra della morte era passata sulla casa.
Il pianterreno era silenzioso e deserto, il primo piano attristato dalla
malattia; alla gaie vesti di sposa era succeduto il bruno del lutto, ai
piaceri svariati la vita monotona, alla primavera l'autunno, all'amore
ridente il truce fantasma della gelosia.
Il medico veniva due volte al giorno, e partiva colla testa bassa; il
parroco si presentava alla porta per vedere se era venuto il momento
anche per lui; un'aria di profonda malinconia dominava la casa, tutti
portavano sul volto le traccie delle perdite recenti, e l'apprensione
dell'avvenire. Perfino i canarini mutavano le penne, e non cantavano
più. Il solo indifferente a tutto quel cambiamento di scena era Mumut,
il vecchio gatto di casa, il quale continuava impassibile a presentarsi
al balcone della cucina all'ora consueta, e nella beata aspettativa del
pasto schiacciava un sonnellino, e faceva le fusa. Tutto il resto pareva
colpito d'una immobilità spaventosa. La statua in gesso di Napoleone,
colle braccia incrociate sul petto, era coperta dalla polvere degli anni
e dell'abbandono, e guardava sempre ad un punto fisso.
I ritratti dei generali imitavano il loro imperatore; le battaglie
appese ai muri, coi loro morti e i feriti, e i reggimenti all'attacco,
aspettavano invano la ritirata o la vittoria.
Metilde passeggiava lentamente, osservando ogni cosa, e passava da una
stanza all'altra, mandando dei lunghi sospiri.
Sua madre le scriveva due volte per settimana i pettegolezzi di Venezia,
che le davano la nostalgia, i cambiamenti di moda, gli arrivi e le
partenze degli amici, e le annunziava gli spettacoli che si promettevano
per il prossimo inverno, i teatri e i piaceri del carnevale, e sperava
che finito l'autunno Metilde sarebbe alfine ritornata a goderne la sua
parte.
Ma la giovane donna subiva gli effetti dell'ambiente malinconico, tutte
quelle promesse le parevano vane, cose dell'altro mondo; oramai tutto le
sembrava finito, si vedeva sepolta viva chi sa per quanto tempo, forse
non avrebbe mai più veduta la sua Venezia, e a questo pensiero una
lagrima le sgorgava dal ciglio, e si affrettava a nasconderla per non
essere obbligata a render conto a nessuno de' suoi pensieri, e della sua
profonda tristezza.
Quando una famiglia attraversa un'epoca nefasta; se vi sono in casa dei
bricconi, sanno cavar partito dalle disgrazie a loro vantaggio.
Andrea aveva saputo in paese che Pasquale comperava degli animali
bovini, e li dava a mezzadria nelle stalle vicine. Con un modico salario
questi risparmi non erano possibili. Maria si era già avveduta dei
prezzi esagerati d'ogni cosa che il domestico era incaricato di
comperare, ma non aveva il tempo di controllare le sue spese, e poi
anche questo genere di furto non poteva bastare ai suoi dispendi.
Ci dovevano essere degli altri abusi, ma non era facile scoprirli.
Andrea lo sorvegliava attentamente, lo seguiva dovunque, teneva le
chiavi di tutto. Pasquale che si sentiva sorvegliato, odiava l'intruso,
si rifiutava di riconoscerlo per padrone, non si credeva obbligato di
eseguire i suoi ordini, lo guardava con occhio sprezzante e sdegnoso, e
cercava ogni occasione per denigrarlo.
E per disgrazia queste occasioni non mancavano. Trovandosi in possesso
delle chiavi della cantina, Andrea si credette in obbligo di osservare
se i vini si guastavano nelle botti o nelle bottiglie. Cominciò con
degli assaggi prudenti, ma un poco alla volta prese l'abitudine di fare
delle bevute solenni. Egli aveva ereditato dal nonno Pigna la natura
propensa al vino, e si sentiva le migliori disposizioni per imitarlo e
superarlo, non gli mancava che l'occasione favorevole per sviluppare il
suo talento.
Questa occasione gliela aveva apparecchiata bellissima papà Gervasio, il
quale, vedendo che i prodotti della vite andavano sempre più declinando
pel funesto influsso di molteplici malanni, aveva pensato di mettere in
serbo ogni anno una parte del suo vino migliore, per assicurarsi il
latte della vecchiaia. Sulle pareti della cantina, dietro alle botti,
correvano dei palchi pieni di bottiglie, allineate come i soldati sul
campo, colle relative etichette che indicavano gli anni. Era una
seduzione irresistibile, un attraente invito agli studi comparativi
sulla diversità dei prodotti di varie epoche. Andrea sturava una
bottiglia che indicava dalla sua trasparenza la purezza del vino. Era un
nèttare delizioso!... gli anni avevano sviluppati gli aromi che salivano
per le narici con esalazioni eccitanti. Quello dell'anno antecedente
doveva essere ancora più profumato. Ne faceva la prova, e vedeva di aver
ragione. Il più vecchio deve essere il migliore di tutti, e faceva un
ultimo assaggio che era un nuovo trionfo!... Egli usciva dalla cantina
colle gambe mal sicure, cogli occhi brillanti, e lo sguardo ardito.
Pareva che la vista delle battaglie di Napoleone lo animasse alla lotta,
e guai a chi gli compariva davanti in quei momenti fatali.
Pasquale lo sfuggiva, dicendo che il vice-padrone aveva il vino cattivo,
andava a rifugiarsi nel fienile; l'altro batteva a tutte le porte,
entrava in scuderia, e finiva col cadere sullo strame, ove restava delle
ore, immerso nel profondo letargo dell'ubbriachezza. Il cocchiere usciva
prudentemente dal suo nascondiglio, andava a chiamare il figlio del
padrone, e lo conduceva a vedere lo spettacolo del cugino sdraiato in
terra come un maiale.
Silvio ne diede subito avviso a Maria che passata la sbornia fece una
ramanzina al marito, il quale si giustificò mettendo in campo il
sospetto che un certo vino prendesse lo spunto, egli volle subito
assicurarsene e ne aveva assaggiato trovandosi a digiuno.
Un'altra volta il vino gli aveva fatto male, perchè prima di entrare in
cantina aveva bevuto della birra. Ma continuando ad ubbriacarsi non
seppe trovare altro pretesto che quello che il buon vino gli piaceva, e
che non vedeva la ragione di privarsene. Divenne una brutta abitudine.
Beveva anche all'osteria, e rientrava in casa barcollando, colla bocca
storta dalla quale uscivano delle parolaccie villane, delle espressioni
tronche minacciose. Metilde ne aveva paura, ed alla comparsa
dell'ubbriaco fuggiva nella sua stanza, e si chiudeva dentro.
Un giorno esso entrò improvvisamente in cucina tutto traballante, e si
mise a strepitare senza riguardi davanti ai cugini. Maria lo minacciò di
togliergli le chiavi della cantina; egli le rispose con uno schiaffo.
Silvio saltò al collo d'Andrea e voleva strozzarlo. Metilde urlava
spaventata, dicendo che quelle erano baruffe da mascalzoni, che Silvio
non aveva bisogno di farsi paladino di nessuna dama, che egli non doveva
ingerirsi negli affari degli altri.
Silvio dichiarò che si stimava in dovere di difendere la cugina, questa
singhiozzava convulsamente, e non voleva che Silvio battesse suo marito.
Andrea barcollante voleva menare dei pugni, allora la zuffa si riaccese,
e Silvio lo mise alla porta a furia di calci nel deretano.
In questo momento giunse il maestro Zecchini, che veniva, come al
solito, a far compagnia all'ammalato. Sorpreso dallo spettacolo
inaspettato, si gettò fra i combattenti, e giunse a separarli.
Quando tutti furono più calmi, egli disse:
--Non mi sorprendo che gli uomini si prendano a calci; li ho giudicati
da un pezzo; questa è una manifestazione spontanea della loro natura
asinesca.... ma mi meraviglio che simili scene abbiano luogo in questa
casa.... e in questi momenti!...
Volle sentire le giustificazioni di ciascheduno, prima di pronunziare la
sua sentenza, e poi soggiunse:
--Mi toccava vivere tanto lungamente da persuadermi che i nipoti sono
simili agli avi, l'eredità del sangue è imprescrittibile. Tu Andrea sei
un ubbriacone come tuo nonno; tu Silvio sei battagliero come l'avolo
capitano, che ha ornato queste pareti colle battaglie del primo
Napoleone; ma tuo nonno si batteva contro la cavalleria dei cosacchi, e
tu ti batti con quell'asino vestito e calzato, indegno di questa casa, e
di questa donna. Maria, perdonate all'ubbriacone, come Gesù Cristo ha
perdonato a chi lo metteva in croce, dicendo: «egli non sa quello che
fa!»
Per buona ventura papà Gervasio non aveva udito nulla di quel
tafferuglio.
Il maestro Zecchini li scongiurò di vivere in buona armonia, di non
tralignare dall'esempio di quella famiglia che era stata sempre un
modello di probità e di buoni costumi.
--Almeno, egli aggiunge, state tranquilli fino alla finale catastrofe
che vi attende, e che pur troppo non è molto lontana.
E infatti il male si aggravava, e la febbre sempre più forte consumava
il malato. Maria era instancabile, gli somministrava esattamente i
rimedi nelle ore prescritte, senza sgarare d'un minuto, gli risparmiava
le più leggere emozioni, gli evitava il più piccolo rumore, girava
intorno al letto in punta di piedi, sorvegliando attentamente i minimi
cenni dell'infermo. Gli cambiava l'aria della stanza senza molestarlo
con luce troppa abbagliante, gli asciugava il sudore della fronte, gli
ravviava i capelli scomposti. Fino che conservò i sentimenti volle
vedere ogni giorno gli alberi del parco; Maria gli metteva dei cuscini
sotto la testa, ed apriva le finestre. Egli guardava cogli occhi
languenti le foglie appassite dell'autunno, aspirava con avidità l'aria
esterna che entrava a ondate odorose.
Maria gli portava dei fiori, le rose rifiorite, gli ultimi crisantemi, o
le prime viole del pensiero seminate in agosto; egli mostrava piacere, e
domandava conto degli animali e delle piante più care, fra le quali
aveva passate le ore migliori della vita. Maria pensava a tutto e a
tutti, con calma serena, senza confusione fra le molteplici brighe, con
quel sorriso degli occhi che indicava la bontà e la pazienza, anche sul
volto illanguidito dalle fatiche, anche coi lineamenti resi malinconici
dalle amarezze e dai disinganni della vita.
Un giorno l'ammalato perdette la parola, ma parlava ancora cogli occhi,
poi anche questi s'intorbidarono, si fecero vitrei, immobili e senza
luce, le occhiaie divennero livide, i zigomi prominenti, la bocca pareva
più grande, e cominciò il rantolo dell'agonia.
Metilde ne ebbe paura, e fuggì dalla camera per non più rimettervi il
piede, Maria rimase ferma fino all'ultimo istante, umettando le labbra
inaridite del moribondo, con una penna bagnata nel vino di Marsala, e
accompagnando le sue preghiere a quelle del prete.
Silvio teneva nella sua mano quella del padre, e gli asciugava i sudori
della morte. Quando spirò, gli chiuse gli occhi con una pezzuola
ripiegata, e raccolse fra le braccia la cugina svenuta.
La portarono nella sua camera, ma quando ricuperò i sensi era tanto
sfinita che dovette mettersi a letto.
La sua assenza di poche ore fu segnalata a tutti da qualche privazione.
Il fuoco della cucina rimase spento fino a tarda notte. Nessuno si
sarebbe occupato del pranzo, se l'appetito non avesse deciso Pasquale ad
approntare qualche cosa. C'era un po' di brodo, ma era insufficiente per
tutti. Pasquale si bagnò una buona zuppa, poi aggiunse dell'acqua al
brodo che avanzava e fece la minestra pei padroni. Si prese la parte
migliore di tutto ciò che rinvenne in dispensa, e servì il resto sulla
tavola della famiglia. Quel giorno Andrea si astenne dall'abuso del
vino, e Pasquale diede fondo alle bottiglie quasi piene che rimasero
sulla tavola. Si dimenticò di dare l'avena a Falcone e a Martino; i
polli ed i colombi rientrarono al pollaio e in colombaia senza l'ultima
porzione di becchime, e i conigli rimasero senza cena.
Argo coricato ai piedi del letto di Maria, la contemplava tristamente,
di tratto in tratto alzava una zampa sul materasso richiamando la sua
attenzione; essa gli faceva una carezza sulla testa, ed egli mandava un
gemito. Andrea apportò in camera qualche cibo per sua moglie, che essa
respinse con ripugnanza; il marito lo sporse al cane, che voltò la testa
da un'altra parte, rifiutandosi di mangiare. Le fantesche di casa
andavano e venivano dalle stanze, sbalordite, dimenticando i soliti
uffizi.
Il maestro Zecchini fu pregato di occuparsi dei funerali. Egli spedì
subito il triste annunzio mortuario ai parenti ed agli amici, e fece
tutti i preparativi necessari. Il giorno delle esequie il parco fu
invaso dalla folla, che aspettando il momento del trasporto, girava pei
viali, ammirando il sito pittoresco, e ciarlando sotto voce. I reduci
delle patrie battaglie erano accorsi colla loro bandiera per onorare il
collega del Quarant'otto, l'esule del governo straniero; molte persone,
beneficate tacitamente dal defunto, erano accorse spontaneamente al
mortorio, per sentimento di gratitudine. Il maestro Zecchini aveva fatto
apparecchiare la fossa del defunto presso quella de' suoi genitori. Il
padre e il figlio, due valorosi campioni della indipendenza nazionale,
riposano tranquillamente nel modesto cimitero del villaggio coll'unico
onore che avevano ambito in compenso dei loro servigi, la presenza della
bandiera nazionale sul loro sepolcro.
Il notaio si recò alla villa Bonifazio per la lettura del testamento.
Silvio e Maria, figli di due fratelli indivisi, erano gli eredi
legittimi di tutta la sostanza, che verrebbe divisa fra loro in due
parti eguali, prelevate alcune spese, e qualche piccolo legato di
amicizia e beneficenza, fra i quali era ricordato il maestro Zecchini,
come l'amico più antico e più devoto alla famiglia, e Andrea Pigna: e
seguivano le clausole seguenti:
«Considerando che l'unico mio figlio Silvio, dedicato all'avvocatura non
potrebbe dimorare alla villa:
«Considerando che mia nipote Maria ha quasi sempre vissuto nella casa
paterna (meno i pochi mesi dopo il suo matrimonio) rendendosi benemerita
della famiglia per tutte le sue prestazioni:
«Desiderando che la nostra dimora continui ad essere abitata dalla
famiglia, e dai discendenti, e conservata, per quanto sarà possibile,
nelle presenti condizioni, così dispongo che la casa e le adiacenze, coi
mobili e gli animali, il parco, il giardino, l'orto ed il brolo che
costituiscono la villa, sieno compresi nella parte spettante a Maria,
alla quale raccomando di continuare nelle tradizioni domestiche.
«Questa parte è libera da ipoteche.
«Siccome poi tutte le ipoteche che gravitano le campagne vennero imposte
dai mutui contratti per l'educazione e il mantenimento di mio figlio,
così è giusto che tutta la parte passiva, rimanga a solo ed esclusivo
suo carico, coll'obbligo di pagare regolarmente tutte le scadenze dei
mutui, e di affrancarli alle epoche fissate nei relativi contratti, se
non gli sarà possibile di ottenere dagli interessati la necessaria
dilazione.»
Il testamento si chiudeva colle solite formule notarili, la data, le
firme del testatore e dei quattro testimoni, e quella del notaio col
bollo del tabellionato, tutto in perfetta regola, secondo le
prescrizioni del codice civile.
Silvio e Maria riconobbero che quel testamento era l'ultimo atto di
probità del loro padre e zio. Metilde e Andrea furono malcontenti, ma
non osarono esprimere il loro rammarico davanti il notaio, e mostrarono
di aderire col silenzio. Ma nei giorni successivi cominciarono i lamenti
in famiglia.
Andrea faceva osservare che l'eredità di sua moglie si riduceva ad una
abitazione troppo grande, con poche rendite e molti passivi, per le
spese di manutenzione delle fabbriche e degli animali. Metilde domandava
l'inventario per vedere che cosa restava dopo pagati i debiti che
gravavano la parte di suo marito.
Il maestro Zecchini fu pregato di assumere l'incarico delle divisioni; e
quantunque si aspettasse un risultato poco soddisfacente, pure non volle
rifiutarsi per la fiducia che tutti gli dimostravano, invocando la sua
lealtà e l'antica amicizia.
Metilde annunziando alla sua famiglia la morte del suocero, e il
testamento, pregava sua madre di pazientare ancora per qualche tempo,
non essendo possibile di abbandonare la villa al momento delle
divisioni, alle quali attendeva il marito con grande assiduità, perchè
dal loro risultato dipendeva l'avvenire, nessuno essendo in caso di
giudicare l'importanza dell'eredità prima di conoscere le rendite e le
passività, e di aver esaminato i mutui, che restavano tutti a carico di
suo marito, il quale aveva avuto la dabbenaggine di accettare l'eredità
senza benefizio d'inventario. E su questo punto aveva avuto delle
diatribe piccanti con Silvio, che non voleva lasciarla parlare di
benefizio d'inventario, dicendosi rassegnato a qualunque pretesa
capricciosa della moglie, meno che a far torto alla santa memoria di suo
padre, e all'onore intemerato della famiglia.
Maria non intendeva niente alla necessità delle divisioni, e diceva a
suo cugino:
--Perchè ci dividiamo? Non possiamo restare uniti come fecero i nostri
genitori? Non possiamo abitare la casa in comune come abbiamo fatto fino
adesso? Io userò tutte le economie possibili in famiglia, tu
amministrerai la sostanza, e in pochi anni potremo pagare i debiti, e
ritornare come prima. Se vuoi ritornare a Venezia pei tuoi affari, e per
far piacere a Metilde, che sta in campagna per forza, le vostre camere
saranno riservate, potrete venire qualche giorno in primavera, un mese
d'autunno, noi andremo a visitarvi a Venezia, e così ci vedremo sovente.
Non ti fa piacere che ci vediamo?
--Cara Maria, rispondeva Silvio, se dipendesse da me solo non vorrei
lasciarti un momento, io non sono felice che in questa casa ove ho
passata la mia gioventù in tua compagnia. Ah! quelli furono gli anni
felici! e come sono passati!... ti ricordi le nostre merendine nel
nido?...
--Quando tu avevi paura delle bisce....
--Ero un vero imbecille!...
--Eri un galantino!... sei sempre stato così... ti sono sempre piaciuti
i bei vestiti, i goletti e i polsini inamidati....
--Che frivolezze!... è ben vero!... sono stato troppo leggiero; la
fatuità fu la mia rovina!.... Quanto sarebbe stato meglio se avessi
ascoltato mio padre, e fossi tornato a casa dopo gli studi...
--Povero zio!... Quanto ha sofferto per la tua assenza, vedendo che non
poteva persuaderti a tornare in famiglia.... ma egli ti nascondeva le
sue pene per non affliggere la tua gioventù... non si vive che una volta
sola, egli diceva, non posso obbligare mio figlio a sacrificarsi in
campagna per farmi piacere!... Egli ha sempre sperato fino al tuo
matrimonio.... poi non ha sperato più!...
--Che cosa diceva di mia moglie?...
--Diceva che era bella.... assai bene educata... seducente per un
giovinotto.... e ti compativa.
--Mi compativa?...
--Oh scusa se ti offendo.... volevo dire.... che egli capiva che ti
dovesse piacere.... ma diceva che.... Infatti adesso a che serve di
ritornare al passato, il quale non torna più....
--Ti prego, Maria, non rifiutarti di dirmi ciò che pensava mio padre di
Metilde; è tuo dovere di non nascondermi le sue parole....
--Ma non diceva niente di male.... anzi ti assicuro che ne faceva
moltissimi elogi.... solo che....
--Che cosa?...
--Che non era per te... che non poteva renderti felice....
--Aveva ragione!...
--Oh Silvio!... non dire di queste cose. Nessuno è perfetto, tutti
abbiamo qualche pecca, ma Metilde è bella, elegante, graziosa....
--Tu li conosci i difetti di Metilde....
--Io no....
--Sì, li conosci! è un po' egoista, pensa per sè, è di umore incostante,
quando la tiri via dalla società e dal pianoforte non sa far altro; in
famiglia non è che un impaccio....
--Oh Silvio, non dir cattiverie.... una signora non è avvezza a certe
cose....
--Che signora!... le signore ricche si capisce che piglino chi le serva,
ma Metilde non mi ha portato in dote che delle idee e delle pretese,
senza avere i mezzi di soddisfarle....
La conversazione fu interrotta da Andrea, che spalancò la porta con tale
violenza che fece tremare Maria.
--Di che cosa hai avuto paura? le chiese sgarbatamente il marito,
guardando il cugino con aria sospetta.
--Non vuoi che tremi, gli rispose bruscamente Silvio, pareva che
entrasse una bomba, o che venisse il terremoto.
Metilde seguiva Andrea, questi le gettò un rapido sguardo, adocchiò gli
altri due, poi tornò a fissarla con due occhiacci che volevano dire:
«vedete che se la intendono; li ho sorpresi in un colloquio clandestino;
che cosa ne pensate voi?»
Metilde lo guardò appena, tanto aveva paura di quell'ubbriacone, e
cercava di evitare tutte le occasioni di parlargli.
Silvio e Maria erano costretti dalla necessità a continue conferenze
d'affari, soli o col maestro, esaminavano i registri, facevano i conti
ai coloni, e l'inventario per le divisioni procedeva regolarmente. Molte
partite riscontrate richiamavano alla memoria i ricordi svaniti. Allora
coi gomiti sulle carte ciarlavano insieme del passato, dei loro parenti,
della povera nonna, e di tante prove dolorose e momenti terribili
attraversati dalla famiglia. Maria si ricordava pochissimo dei genitori,
ma conosceva la loro tragica storia; parlava del nonno capitano, delle
sue beghe continue col maestro, della loro amicizia, cementata dalla
pazienza di Zecchini, e dagli avvenimenti.
E tutti quei parenti erano morti!... non restavano che loro soli della
famiglia. Come avrebbero finito anche loro?... Allora Silvio pensava ai
suoi errori e ai meriti di Maria. Essa aveva assistiti gli ultimi
parenti, con somma bontà e intelligenza, e ricordando le cure delicate
ed affettuose da lei prodigate al suo povero padre, gli occhi gli si
riempivano di lagrime, e si espandeva in atti di viva riconoscenza per
la cugina, assicurandola che non avrebbe dimenticato mai più tutto il
bene che aveva fatto in quella casa. Egli medesimo le era debitore della
salute, era giunto alla villa in cattivo stato, forse a Venezia sarebbe
morto, ma si era ristabilito perfettamente a merito suo, e delle sue
cure, e quel mascalzone di Andrea mostrava di non saper apprezzare
abbastanza un tale tesoro....
--Andrea non è cattivo, te lo assicuro, gli diceva Maria; se non avesse
quel maledetto vizio del vino, non avrei mai avuto da lamentarmi di
lui.... col tempo si correggerà....
--Diventerà sempre peggiore, soggiungeva Silvio. Quel vizio esecrando
gli toglie la ragione e lo rende brutale, non può che peggiorare cogli
anni, e renderlo insopportabile.... Maria, dimmi francamente che cosa
faresti, se quell'uomo invece di correggersi, come tu speri invano,
diventasse sempre più vizioso, e ti mancasse ancora di rispetto?... Se
prendesse l'abitudine di darti degli schiaffi?...
Maria alzò la testa con una espressione di fierezza che Silvio non le
aveva mai veduta, rimase qualche istante perplessa, poi con duro
cipiglio gli disse:
--Parliamo d'altro.
In quel momento Silvio vide una scintilla negli occhi della cugina, e si
sentì consolato dal pensiero che il sangue dei Bonifazio non era
degenerato; e quello sguardo inaspettato gli fece battere il cuore più
forte.
La riconoscenza e l'ammirazione che sentiva per Maria gli fecero
dimenticare quel linguaggio e quegli atti, che talvolta la rendevano
volgare, e lo facevano arrossire davanti la gente. Allora non vedeva più
che quella costante devozione per la famiglia, che ne riassumeva i
sacrifizii, quella vita utile, quel cuore semplice e onesto, e deplorava
altamente di non avere saputo apprezzarla in tempo, ed esclamava
sospirando:
--Ah! cara Maria, ho falsato la mia vita, ho sbagliata la strada!...
--Io credo, gli rispose mestamente Maria, che nessuno a questo mondo
possa realizzare i propri sogni, che nessuno sia completamente felice.
Nella ingenuità degli anni giovanili si spera l'impossibile, si travede
una vita color di rosa, come quelle figure che abbiamo ammirate sul muro
da fanciulli, prodotte dalla lanterna magica, ma quando il lume si
spegne il muro ritorna bianco; la realtà è molto diversa dalle ubbie
giovanile... ma è inutile lamentare le illusioni perdute.... perchè non
erano che illusioni. L'esperienza ci mette davanti la verità, e bisogna
contentarsi del proprio stato, e rassegnarsi al destino....
Così dicendo si alzò, quasi avesse timore di dire troppe cose, o di
udirne, e uscì rapidamente dalla stanza, lasciando Silvio in una
agitazione morbosa, fra il rimorso e la speranza, deplorando le
aberrazioni del passato, e cercando il modo di riparare i suoi falli....
forse con nuovi errori!...