XV.

Bisognava che Silvio si rassegnasse al destino per conservare la pace,

egli vedeva chiaramente l'assoluta impossibilità di combattere le idee

della moglie e della suocera, e prese l'eroica determinazione di seguire

per suo conto i consigli paterni. Comperò e lesse con somma attenzione

il libro sapiente e brioso di Brillat-Savarin, e avendovi trovato

diletto si convinse che la sua ripugnanza per le operazioni

gastronomiche, non era in fondo che un pretto pregiudizio senza

fondamento. Se l'occuparsi della cucina fosse una vergogna o un

disonore, il soldato non si farebbe da pranzo.

E andava ripetendosi le massime del maestro che aveva studiato:

«Che cosa sarebbe l'universo senza la vita? e tutto ciò che vive si

nutre.»

«Gli animali si pascono, l'uomo mangia, il solo uomo di spirito sa

mangiare.»

«Il destino delle nazioni dipende dalla maniera che si nutriscono.»

«Il Creatore obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita

coll'appetito e lo ricompensa col piacere.»

«La scoperta d'un nuovo cibo è più vantaggiosa alla felicità del genere

umano della scoperta d'una stella.»

«Colui che ricevendo i suoi amici non dà nessuna cura personale al

pranzo che viene preparato per loro, non è degno di avere degli amici.»

Dunque necessità, dignità, spirito, riconoscenza, politica, filantropia,

ospitalità, tutto esige che i padroni di casa s'intendano di cucina.

Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.

Cominciò le più serie meditazioni sul libro di cucina, e qualche modesto

tentativo riuscito abbastanza bene lo animò a proseguire la prova. E

quando ritornava dallo studio entrava in cucina, ordinava i preparativi

alla Betta e poi sorvegliava la cottura. Metilde mangiava con grande

appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene faceva degli elogi

che lo incoraggiavano sempre più a perfezionarsi in quest'arte benefica.

Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore, il quale mantiene la

concordia, e la piccola famigliuola si trovava benissimo della riforma.

Silvio ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con buoni cuochi,

andava a vederli al fornello, domandava informazioni, suggerimenti,

consigli, s'indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere delle

ricette di piatti squisiti. Scrisse una lunga lettera a suo cugino di

Brianza pregandolo di mandargli una informazione precisa sul modo di

fare il risotto alla milanese e i maccheroni al sugo. Nelle lettere alla

nonna non parlava d'altro che di cucina, la pregava d'insegnargli a fare

i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.

Quando l'avvocato Ruggeri era chiamato fuori di Venezia per qualche

affare, Metilde invitava a pranzo la mamma, dicendogli:

--Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se ne intende, e ti farà gustare

un pranzetto delizioso;--e poi s'indirizzava al marito:--Ti raccomando

quella fritturetta che sai; il pollo in fricassea, e la _charlotte_.

--Basta che siate esatte per le sei in punto. Tutto sarà pronto.

Alla solita ora del passeggio, le signore andavano a spasso nei più

eleganti abbigliamenti, e il giovane avvocato, corrispondente di

parecchi giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna, e rientrava

in casa prima del solito. Egli aveva capito che non poteva fidarsi della

Betta nemmeno nelle cose secondarie, e preferiva di far tutto da sè. Si

metteva in maniche di camicia, cingeva il grembiale, si avvolgeva in

testa un fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere e dalle

faville. Puliva il tavolo con un cencio, gettava il carbone nei

fornelli, e agitava la ventola per apparecchiarsi il fuoco necessario.

Poi andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva sul ceppo, le

tagliava e apparecchiava regolarmente, con tutte le cure e tutti

gl'ingredienti indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il battuto di

cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava lo stufato. Dopo

ammannite le vivande e infilzati i polli allo spiedo approntava il

girarrosto, e sorvegliava con occhio vigilante tutte le cotture. Le

varie esalazioni della cucina spandevano intorno un odore eccitante; e

tutte quelle voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi recipienti,

tutte le note basse od acute dell'ambiente armonizzavano fra loro e

formavano una sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del fuoco

accompagnava come un pertichino il gorgogliare dell'acqua bollente nella

marmitta; il friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi

nell'olio e lo scoppiettio pizzicato della legna si associavano al suono

monotono del coltello che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello

nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva il ritornello della soneria

del menarrosto che indicava la fermata.

Le signore rientravano all'ora fissata; mettevano timidamente la testa

entro la porta della cucina, ma scappavano via subito spaventate dagli

odori. Silvio si avanzava per avvertirle che tutto era pronto, faceva il

saluto militare colla mestola, e si metteva a passare il brodo dallo

staccio per la minestra.

Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio di Maria di passare

qualche giorno a Venezia con suo marito.

Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e studiava dei pretesti per

non alloggiare i cugini, ma Metilde gli fece comprendere la

impossibilità di lasciarli andare all'albergo, e lo obbligò a rispondere

che tutto era pronto per riceverli, e che tanto lui che sua moglie

avrebbero un gran piacere a vederli.

Al giorno fissato Silvio andò a riceverli alla stazione, e caricarono

una gondola coi cesti e le sporte dei regali e il loro bagaglio.

Arrivati a casa abbracciarono cordialmente Metilde, e dopo scambiati i

saluti e le solite domande, presentarono gli oggetti portati in dono. Un

enorme coniglio Ariete, allevato da Maria, otto beccaccie uccise da

Andrea, il burro fresco e le uova, dei cavoli enormi, dei bei mazzi di

cicoria rossa trivigiana, delle frutta e dell'uva perfettamente

conservate, e delle confetture d'albicocco e di ciliegio.

Tutte queste cose deposte sul tavolo facevano bella mostra, e furono

accolte con ringraziamenti ed applausi. Ma c'era un imbarazzo. Silvio

non aveva mai fatto cuocere un coniglio, e non sapeva come ammannirlo.

--Si può farlo arrosto, colla salsa alla cacciatora, come il lepre,

disse Maria, o alla _gibelotte_ alla francese.

--Non conosco nè questa salsa nè la _gibelotte_, osservò Silvio in aria

compunta.

--Farò tutto io, a vostra scelta, soggiunse la cugina, sarà un vero

piacere per me, di trovarmi in famiglia senza complimenti.

--Ma credi mai che acconsentiremo ad una cosa simile, esclamò Metilde;

ma nemmeno per sogno! siete venuti per divertirvi, e non dovete pensare

ad altro....

--C'è il suo tempo per ogni cosa, osservò Maria, e se non mi lasciate

fare è segno che volete farmi partire più presto.

--Lasciala fare come le piace, disse Silvio a sua moglie, e poi rivolto

alla cugina, soggiunse:--Ti aiuterò io in cucina, e vedrai che sono un

guattero distinto....

--Queste non sono faccende per gli uomini, disse Maria, e meno ancora

per gli avvocati; a ciascuno la sua parte; se avessi bisogno di

assistenza avrei ricorso a Metilde....

--Oh cara Maria, rispose subito Metilde, tutta confusa, io non sono

buona da niente.... non saprei nemmeno soffiare nel fuoco....

--Allora farò da me sola, conchiuse la cugina, e cambiarono discorso.

Maria e Andrea furono condotti nella loro stanza, e mentre si

spolveravano, e aprivano il bagaglio, Metilde afferrò il marito per un

lembo dell'abito e lo trascinò nel salotto.

--Per carità, gli disse, non mischiarti in cose di cucina fino che i

cugini sono qui. Hai udito che cosa ne pensa Maria!... tu mi faresti un

gran torto lasciandole vedere che sei avvezzo ad occuparti di queste

brighe....

--Ma se le hai detto tu stessa che non te ne intendi!...

--Sta bene, ma tu devi fingere di saperne meno di me....

--Sarà difficile.

--Vuoi dunque farmi vergognare davanti di loro?...

--Ma non ti rammenti che ho scritto varie lettere alla nonna per avere

delle ricette di pietanze?

--Ma le ricette potevano esser per me....

--E il papà non ha veduto che non vuoi saperne?...

--Come non voglio saperne?... dunque ti penti di non aver sposato una

cuoca?...

Silvio per finirla le diede un bacio sulla fronte, e le rispose:

--Tu pure non hai sposato un cuoco.... ed io lo faccio per necessità, e

per la nostra salute....

Udirono un rumore di passi che annunziava il ritorno degli ospiti.

--Ti prego, per carità, non tradirmi! gli disse in fretta Metilde, e con

uno sguardo così supplichevole che Silvio, per tranquillarla, le

rispose:--Non aver paura, ti dò la mia parola; sta tranquilla.

Fecero colazione, poi uscirono insieme tutti e quattro per fare un giro

per Venezia.

Quel primo giorno non permisero a Maria di occuparsi di cucina, e Silvio

non abbandonò mai i suoi ospiti. Il pranzo lo fecero venire dalla

trattoria; ma la Betta incaricata di tener calde le vivande, le servì in

parte fredde, e in parte abbruciate.

Cercarono di giustificarla alla meno peggio, ma Silvio soffriva in

silenzio per amore dell'arte che aveva cominciato a coltivare, e non

poteva a meno di lamentarsi.

--Domani farò io, disse Maria, e mangeremo il coniglio.

Ciascuno riprese le sue abitudini, con qualche modificazione indicata

dalle convenienze. Andrea girovagava tutto il giorno. Metilde conduceva

Maria a visitare le chiese e i monumenti; le faceva vedere le mostre dei

negozi, e specialmente quelle dei merciai e delle modiste. Quando

rientravano, Maria si cambiava di vestito e andava in cucina a fare il

pranzo. Metilde riceveva qualche visita, e suonava il pianoforte. La

Betta correva su e giù per servire le signore, quando avevano bisogno di

lei. Silvio attendeva ai suoi atti giudiziari, ed alle corrispondenze

dei giornali; sollevato dell'obbligo della cucina avrebbe potuto

lavorare più lungamente allo studio, ma voleva godersi un po' di

vacanza, e andava a fumare il sigaro a Santa Marta o alla Zuecca. La

signora Emilia si lasciava vedere di raro, perchè sapeva che sua figlia

non era libera, e che andavano ogni sera al teatro.

Silvio, per dovere d'ospitalità, cercò di mostrarsi sempre cortese per

Andrea, gli evitò l'occasione di trovarsi con persone che avrebbero

potuto farlo arrossire della sua goffaggine. Metilde si prestò, con

amichevole confidenza, a togliere i difetti più rimarchevoli

dell'abbigliamento di Maria; la Betta fu molto occupata a disfare delle

pieghe assurde, a rifarle in modo più corretto, a cambiar di posto certi

nastri, a rifarne i nodi, o a sopprimerli addirittura. Fu chiamata una

modista che sostituì un cappellino semplice e ammodo, a un certo

cappello sopracarico di fiori a pennacchi che avea acquistato a Treviso.

Comperarono un paletò di foggia recente che sostituì la tunica di

vecchia data; così Maria facea buona figura, e la elegante cugina poteva

accompagnarla, senza timore che la strana disuguaglianza della coppia

facesse ridere la gente.

Frequentando i passeggi, i teatri e gli altri spettacoli, schivarono di

ricevere in casa certe visite di signore schizzinose che non avrebbero

saputo nascondere l'impressione impreveduta di certi strambotti che

sfuggivano a Maria nel suo dialogo, di alcune pose, e di certe mosse

troppo ardite della persona che tradivano la mancanza di buone abitudini

sociali.

La trasformazione esterna di Maria attirò l'ammirazione di Silvio che si

sentiva attratto verso di lei da una forza arcana, come il ferro verso

la calamita, che egli voleva dissimulare, alla quale si sforzava di

resistere, animato dal dovere, dal rispetto, dall'onestà, e che riusciva

a dominare ed a vincere, ma dopo una lotta pertinace, e una rivolta del

cuore, dove sentiva ancora un antico fuoco che covava sotto la cenere.

Ma queste lotte dell'istinto brutale col dovere dell'uomo onesto, della

natura colla ragione, mettevano in burrasca il suo povero cervello, lo

torturavano con pensieri sconvolti e riflessioni strambe sulle leggi e

sui costumi del mondo civile. Gli pareva di poter amare due donne in una

volta, senza pregiudizio di nessuna, la poligamia gli sembrava una legge

di natura, la monogamia un errore sociale; e concludeva che il diritto

della monogamia impone alla donna un dovere inesorabile, quello di

essere completa, di soddisfare ai bisogni ideali e ai bisogni materiali

dell'esistenza, di accoppiare la coltura sociale alla istruzione

domestica, di saper scrivere bene una lettera e lisciarsi la pelle come

un'odalisca, di saper suonare un notturno, e cuocere un pollo. Fino che

abbisognano varie donne ai diversi uffici, se la monogamia sarà una

legge civile, la poligamia continuerà ad essere un'abitudine comune, un

uso od un abuso della nostra vita sociale!

--Silvio!...--gli chiedeva sua moglie,--perchè sei così pensieroso?...

dopo l'arrivo di Maria non mi sembri più quello di prima!... non mi ami

più?... La presenza di tua cugina ti ricorda il primo amore, che mi

dicevi spento e dimenticato!... dopo che io mi sono prestata ad

abbellirla, tu saresti capace di compensare la mia abnegazione col

tradimento!... La guardi lungamente in silenzio.... se le parli, ti

confondi... e così mi rendi infelice!...--e si metteva a piangere e a

singhiozzare, con pericolo d'essere udita nella stanza vicina degli

ospiti.

Il marito protestava altamente, cercava di consolarla, le diceva che

quelli erano sogni, visioni d'una mente ammalata, la assicurava che egli

non amava più Maria; che se l'avesse amata, quelle sue maniere, quei

suoi spropositi gli avrebbero prodotto l'effetto d'una doccia gelata. Si

animava troppo parlando, passava rapidamente dalla dolcezza alla

collera, voleva convincerla con delle carezze e riusciva sdegnoso, non

giungeva mai ad ispirarle fiducia, e passavano una parte della notte a

far delle scene o delle querele; alla mattina erano pallidi e sfiniti, e

Silvio che voleva mostrarsi indifferente, pareva dispettoso, e appariva

più imbarazzato di prima nei suoi dialoghi colla cugina.

Così finirono il carnevale, e finalmente la quaresima venne a togliere

l'incubo che li opprimeva; i cugini lasciarono Venezia, e l'ordine fu

ristabilito nella piccola famiglia, ove Metilde liberata dalla vista di

Maria, distratta dalla compagnia di sua madre, si mostrò meno gelosa e

più tollerante col marito, il quale aveva ripreso tranquillamente le sue

funzioni suppletorie dei fornelli, e viveva occupatissimo nel triplice

incarico di avvocato, di giornalista e di cuoco, lavorando assiduamente

colla penna e colla mestola, fra le rifritture del foro, i pasticci

della politica, e i processi della cucina.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 17 / 25 题