Bisognava che Silvio si rassegnasse al destino per conservare la pace,
egli vedeva chiaramente l'assoluta impossibilità di combattere le idee
della moglie e della suocera, e prese l'eroica determinazione di seguire
per suo conto i consigli paterni. Comperò e lesse con somma attenzione
il libro sapiente e brioso di Brillat-Savarin, e avendovi trovato
diletto si convinse che la sua ripugnanza per le operazioni
gastronomiche, non era in fondo che un pretto pregiudizio senza
fondamento. Se l'occuparsi della cucina fosse una vergogna o un
disonore, il soldato non si farebbe da pranzo.
E andava ripetendosi le massime del maestro che aveva studiato:
«Che cosa sarebbe l'universo senza la vita? e tutto ciò che vive si
nutre.»
«Gli animali si pascono, l'uomo mangia, il solo uomo di spirito sa
mangiare.»
«Il destino delle nazioni dipende dalla maniera che si nutriscono.»
«Il Creatore obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita
coll'appetito e lo ricompensa col piacere.»
«La scoperta d'un nuovo cibo è più vantaggiosa alla felicità del genere
umano della scoperta d'una stella.»
«Colui che ricevendo i suoi amici non dà nessuna cura personale al
pranzo che viene preparato per loro, non è degno di avere degli amici.»
Dunque necessità, dignità, spirito, riconoscenza, politica, filantropia,
ospitalità, tutto esige che i padroni di casa s'intendano di cucina.
Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.
Cominciò le più serie meditazioni sul libro di cucina, e qualche modesto
tentativo riuscito abbastanza bene lo animò a proseguire la prova. E
quando ritornava dallo studio entrava in cucina, ordinava i preparativi
alla Betta e poi sorvegliava la cottura. Metilde mangiava con grande
appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene faceva degli elogi
che lo incoraggiavano sempre più a perfezionarsi in quest'arte benefica.
Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore, il quale mantiene la
concordia, e la piccola famigliuola si trovava benissimo della riforma.
Silvio ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con buoni cuochi,
andava a vederli al fornello, domandava informazioni, suggerimenti,
consigli, s'indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere delle
ricette di piatti squisiti. Scrisse una lunga lettera a suo cugino di
Brianza pregandolo di mandargli una informazione precisa sul modo di
fare il risotto alla milanese e i maccheroni al sugo. Nelle lettere alla
nonna non parlava d'altro che di cucina, la pregava d'insegnargli a fare
i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.
Quando l'avvocato Ruggeri era chiamato fuori di Venezia per qualche
affare, Metilde invitava a pranzo la mamma, dicendogli:
--Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se ne intende, e ti farà gustare
un pranzetto delizioso;--e poi s'indirizzava al marito:--Ti raccomando
quella fritturetta che sai; il pollo in fricassea, e la _charlotte_.
--Basta che siate esatte per le sei in punto. Tutto sarà pronto.
Alla solita ora del passeggio, le signore andavano a spasso nei più
eleganti abbigliamenti, e il giovane avvocato, corrispondente di
parecchi giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna, e rientrava
in casa prima del solito. Egli aveva capito che non poteva fidarsi della
Betta nemmeno nelle cose secondarie, e preferiva di far tutto da sè. Si
metteva in maniche di camicia, cingeva il grembiale, si avvolgeva in
testa un fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere e dalle
faville. Puliva il tavolo con un cencio, gettava il carbone nei
fornelli, e agitava la ventola per apparecchiarsi il fuoco necessario.
Poi andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva sul ceppo, le
tagliava e apparecchiava regolarmente, con tutte le cure e tutti
gl'ingredienti indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il battuto di
cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava lo stufato. Dopo
ammannite le vivande e infilzati i polli allo spiedo approntava il
girarrosto, e sorvegliava con occhio vigilante tutte le cotture. Le
varie esalazioni della cucina spandevano intorno un odore eccitante; e
tutte quelle voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi recipienti,
tutte le note basse od acute dell'ambiente armonizzavano fra loro e
formavano una sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del fuoco
accompagnava come un pertichino il gorgogliare dell'acqua bollente nella
marmitta; il friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi
nell'olio e lo scoppiettio pizzicato della legna si associavano al suono
monotono del coltello che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello
nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva il ritornello della soneria
del menarrosto che indicava la fermata.
Le signore rientravano all'ora fissata; mettevano timidamente la testa
entro la porta della cucina, ma scappavano via subito spaventate dagli
odori. Silvio si avanzava per avvertirle che tutto era pronto, faceva il
saluto militare colla mestola, e si metteva a passare il brodo dallo
staccio per la minestra.
Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio di Maria di passare
qualche giorno a Venezia con suo marito.
Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e studiava dei pretesti per
non alloggiare i cugini, ma Metilde gli fece comprendere la
impossibilità di lasciarli andare all'albergo, e lo obbligò a rispondere
che tutto era pronto per riceverli, e che tanto lui che sua moglie
avrebbero un gran piacere a vederli.
Al giorno fissato Silvio andò a riceverli alla stazione, e caricarono
una gondola coi cesti e le sporte dei regali e il loro bagaglio.
Arrivati a casa abbracciarono cordialmente Metilde, e dopo scambiati i
saluti e le solite domande, presentarono gli oggetti portati in dono. Un
enorme coniglio Ariete, allevato da Maria, otto beccaccie uccise da
Andrea, il burro fresco e le uova, dei cavoli enormi, dei bei mazzi di
cicoria rossa trivigiana, delle frutta e dell'uva perfettamente
conservate, e delle confetture d'albicocco e di ciliegio.
Tutte queste cose deposte sul tavolo facevano bella mostra, e furono
accolte con ringraziamenti ed applausi. Ma c'era un imbarazzo. Silvio
non aveva mai fatto cuocere un coniglio, e non sapeva come ammannirlo.
--Si può farlo arrosto, colla salsa alla cacciatora, come il lepre,
disse Maria, o alla _gibelotte_ alla francese.
--Non conosco nè questa salsa nè la _gibelotte_, osservò Silvio in aria
compunta.
--Farò tutto io, a vostra scelta, soggiunse la cugina, sarà un vero
piacere per me, di trovarmi in famiglia senza complimenti.
--Ma credi mai che acconsentiremo ad una cosa simile, esclamò Metilde;
ma nemmeno per sogno! siete venuti per divertirvi, e non dovete pensare
ad altro....
--C'è il suo tempo per ogni cosa, osservò Maria, e se non mi lasciate
fare è segno che volete farmi partire più presto.
--Lasciala fare come le piace, disse Silvio a sua moglie, e poi rivolto
alla cugina, soggiunse:--Ti aiuterò io in cucina, e vedrai che sono un
guattero distinto....
--Queste non sono faccende per gli uomini, disse Maria, e meno ancora
per gli avvocati; a ciascuno la sua parte; se avessi bisogno di
assistenza avrei ricorso a Metilde....
--Oh cara Maria, rispose subito Metilde, tutta confusa, io non sono
buona da niente.... non saprei nemmeno soffiare nel fuoco....
--Allora farò da me sola, conchiuse la cugina, e cambiarono discorso.
Maria e Andrea furono condotti nella loro stanza, e mentre si
spolveravano, e aprivano il bagaglio, Metilde afferrò il marito per un
lembo dell'abito e lo trascinò nel salotto.
--Per carità, gli disse, non mischiarti in cose di cucina fino che i
cugini sono qui. Hai udito che cosa ne pensa Maria!... tu mi faresti un
gran torto lasciandole vedere che sei avvezzo ad occuparti di queste
brighe....
--Ma se le hai detto tu stessa che non te ne intendi!...
--Sta bene, ma tu devi fingere di saperne meno di me....
--Sarà difficile.
--Vuoi dunque farmi vergognare davanti di loro?...
--Ma non ti rammenti che ho scritto varie lettere alla nonna per avere
delle ricette di pietanze?
--Ma le ricette potevano esser per me....
--E il papà non ha veduto che non vuoi saperne?...
--Come non voglio saperne?... dunque ti penti di non aver sposato una
cuoca?...
Silvio per finirla le diede un bacio sulla fronte, e le rispose:
--Tu pure non hai sposato un cuoco.... ed io lo faccio per necessità, e
per la nostra salute....
Udirono un rumore di passi che annunziava il ritorno degli ospiti.
--Ti prego, per carità, non tradirmi! gli disse in fretta Metilde, e con
uno sguardo così supplichevole che Silvio, per tranquillarla, le
rispose:--Non aver paura, ti dò la mia parola; sta tranquilla.
Fecero colazione, poi uscirono insieme tutti e quattro per fare un giro
per Venezia.
Quel primo giorno non permisero a Maria di occuparsi di cucina, e Silvio
non abbandonò mai i suoi ospiti. Il pranzo lo fecero venire dalla
trattoria; ma la Betta incaricata di tener calde le vivande, le servì in
parte fredde, e in parte abbruciate.
Cercarono di giustificarla alla meno peggio, ma Silvio soffriva in
silenzio per amore dell'arte che aveva cominciato a coltivare, e non
poteva a meno di lamentarsi.
--Domani farò io, disse Maria, e mangeremo il coniglio.
Ciascuno riprese le sue abitudini, con qualche modificazione indicata
dalle convenienze. Andrea girovagava tutto il giorno. Metilde conduceva
Maria a visitare le chiese e i monumenti; le faceva vedere le mostre dei
negozi, e specialmente quelle dei merciai e delle modiste. Quando
rientravano, Maria si cambiava di vestito e andava in cucina a fare il
pranzo. Metilde riceveva qualche visita, e suonava il pianoforte. La
Betta correva su e giù per servire le signore, quando avevano bisogno di
lei. Silvio attendeva ai suoi atti giudiziari, ed alle corrispondenze
dei giornali; sollevato dell'obbligo della cucina avrebbe potuto
lavorare più lungamente allo studio, ma voleva godersi un po' di
vacanza, e andava a fumare il sigaro a Santa Marta o alla Zuecca. La
signora Emilia si lasciava vedere di raro, perchè sapeva che sua figlia
non era libera, e che andavano ogni sera al teatro.
Silvio, per dovere d'ospitalità, cercò di mostrarsi sempre cortese per
Andrea, gli evitò l'occasione di trovarsi con persone che avrebbero
potuto farlo arrossire della sua goffaggine. Metilde si prestò, con
amichevole confidenza, a togliere i difetti più rimarchevoli
dell'abbigliamento di Maria; la Betta fu molto occupata a disfare delle
pieghe assurde, a rifarle in modo più corretto, a cambiar di posto certi
nastri, a rifarne i nodi, o a sopprimerli addirittura. Fu chiamata una
modista che sostituì un cappellino semplice e ammodo, a un certo
cappello sopracarico di fiori a pennacchi che avea acquistato a Treviso.
Comperarono un paletò di foggia recente che sostituì la tunica di
vecchia data; così Maria facea buona figura, e la elegante cugina poteva
accompagnarla, senza timore che la strana disuguaglianza della coppia
facesse ridere la gente.
Frequentando i passeggi, i teatri e gli altri spettacoli, schivarono di
ricevere in casa certe visite di signore schizzinose che non avrebbero
saputo nascondere l'impressione impreveduta di certi strambotti che
sfuggivano a Maria nel suo dialogo, di alcune pose, e di certe mosse
troppo ardite della persona che tradivano la mancanza di buone abitudini
sociali.
La trasformazione esterna di Maria attirò l'ammirazione di Silvio che si
sentiva attratto verso di lei da una forza arcana, come il ferro verso
la calamita, che egli voleva dissimulare, alla quale si sforzava di
resistere, animato dal dovere, dal rispetto, dall'onestà, e che riusciva
a dominare ed a vincere, ma dopo una lotta pertinace, e una rivolta del
cuore, dove sentiva ancora un antico fuoco che covava sotto la cenere.
Ma queste lotte dell'istinto brutale col dovere dell'uomo onesto, della
natura colla ragione, mettevano in burrasca il suo povero cervello, lo
torturavano con pensieri sconvolti e riflessioni strambe sulle leggi e
sui costumi del mondo civile. Gli pareva di poter amare due donne in una
volta, senza pregiudizio di nessuna, la poligamia gli sembrava una legge
di natura, la monogamia un errore sociale; e concludeva che il diritto
della monogamia impone alla donna un dovere inesorabile, quello di
essere completa, di soddisfare ai bisogni ideali e ai bisogni materiali
dell'esistenza, di accoppiare la coltura sociale alla istruzione
domestica, di saper scrivere bene una lettera e lisciarsi la pelle come
un'odalisca, di saper suonare un notturno, e cuocere un pollo. Fino che
abbisognano varie donne ai diversi uffici, se la monogamia sarà una
legge civile, la poligamia continuerà ad essere un'abitudine comune, un
uso od un abuso della nostra vita sociale!
--Silvio!...--gli chiedeva sua moglie,--perchè sei così pensieroso?...
dopo l'arrivo di Maria non mi sembri più quello di prima!... non mi ami
più?... La presenza di tua cugina ti ricorda il primo amore, che mi
dicevi spento e dimenticato!... dopo che io mi sono prestata ad
abbellirla, tu saresti capace di compensare la mia abnegazione col
tradimento!... La guardi lungamente in silenzio.... se le parli, ti
confondi... e così mi rendi infelice!...--e si metteva a piangere e a
singhiozzare, con pericolo d'essere udita nella stanza vicina degli
ospiti.
Il marito protestava altamente, cercava di consolarla, le diceva che
quelli erano sogni, visioni d'una mente ammalata, la assicurava che egli
non amava più Maria; che se l'avesse amata, quelle sue maniere, quei
suoi spropositi gli avrebbero prodotto l'effetto d'una doccia gelata. Si
animava troppo parlando, passava rapidamente dalla dolcezza alla
collera, voleva convincerla con delle carezze e riusciva sdegnoso, non
giungeva mai ad ispirarle fiducia, e passavano una parte della notte a
far delle scene o delle querele; alla mattina erano pallidi e sfiniti, e
Silvio che voleva mostrarsi indifferente, pareva dispettoso, e appariva
più imbarazzato di prima nei suoi dialoghi colla cugina.
Così finirono il carnevale, e finalmente la quaresima venne a togliere
l'incubo che li opprimeva; i cugini lasciarono Venezia, e l'ordine fu
ristabilito nella piccola famiglia, ove Metilde liberata dalla vista di
Maria, distratta dalla compagnia di sua madre, si mostrò meno gelosa e
più tollerante col marito, il quale aveva ripreso tranquillamente le sue
funzioni suppletorie dei fornelli, e viveva occupatissimo nel triplice
incarico di avvocato, di giornalista e di cuoco, lavorando assiduamente
colla penna e colla mestola, fra le rifritture del foro, i pasticci
della politica, e i processi della cucina.