XVI.

Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro

esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della

maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà

Gervasio ed alla nonna; destò l'invidia dei cugini, attirò le

congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di

casa.

La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti

indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli

occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò

da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare,

discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E

intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa

piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti,

colla polizza relativa.

La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende,

gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di

diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese,

perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per

accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e

i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo

avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e

predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto

questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo....

dei suoi debiti probabili.

E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo

comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente

la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per

persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del

figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future

generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.

Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande

avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome

che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di buon augurio. Il nome

di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi

Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli

richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava

enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma

trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era

troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente,

Urbano troppo modesto....

--E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...

--Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio

si chiamerà Camillo.

Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al

mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia.

Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle

nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una

sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:

--Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire

evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio

padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e

se Camillo ha tanto contribuito a fare l'Italia, Camilla farà

gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una

donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi

monogamo, dentro e fuori della legge.

Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la

forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato

di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la

contemplava con affettuosa compiacenza.

Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento

la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la

benchè minima fatica, e il più semplice disagio.

Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per

non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava

allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli,

faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo

della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve

tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia

e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco

si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo

che lo obbligava ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava

alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in

letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa

solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la

camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore

consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò

che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il

poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato,

giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la

bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da

camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna

colla bambina sulle braccia.

Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon

babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della

bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di

balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del

giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle

sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli

lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo

completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.

Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e

poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a

dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona

per l'assistenza del malato, passato in altra camera.

La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per

assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò

Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la

nonna.

Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un

brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata

colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti

soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva

dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le

toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e

non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito

al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà

Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze

agli intestini, non si allontanava che per brevi istanti dalla camera

della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva

mandare nessuno in assistenza del figlio.

Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di

Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia

affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava

con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte,

gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e

il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora

Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva

insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul

fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con

un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva

preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella

malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento

importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero

diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di

notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...

--Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono

testardi, e non sanno mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua

cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi

tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe

altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...

--Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi

del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a

guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare

almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare,

farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.

--Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la

sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi

nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai

forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di

tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...

--E così, chi assisterà mio marito!

--Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro,

ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di

andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui,

che ha promesso di trovarlo.

--Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come

resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa

amarezza potrebbe peggiorare il suo male.

--Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno,

non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non

capisce più nulla!...

Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le

lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.

Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non

seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di

Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne

sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un

medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore

acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.

Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico

curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato

esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto

che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.

--Le buone e le cattive qualità del sangue, egli diceva, producono la

salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del

birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque

prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le

tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il

genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini,

esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le

ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare

che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il

castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di

Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia;

nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...

A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra

la vergogna e il rimorso. «Se parlo,--essa pensava,--faccio palese la

mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di

mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un

espediente e chiese al medico:

--Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il

cuoco, quali sarebbero le sue malattie?

Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di

Metilde.

--Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico

improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia

cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci

diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti....

Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso;

anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro

di non leggere.

Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:

--Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a

far la cucina....

--Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che

sa arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le

salse....

--Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...

--Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello

delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce

facilmente da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i

malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l'interesse

di conservarlo.

E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì

seguito dal suo collega.

Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle

domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.

--Quali sono le condizioni morali dell'ammalato? ha dei pensieri gravi?

delle preoccupazioni attristanti?...

--Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....

--Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d'animo?

--Ha una suocera... vecchia elegante....

--Vi aggiunga del rabarbaro....

La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi

giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non

sapeva che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per la confusione della

casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava

coll'infermiere, dicendo:

--La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia

moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...

Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non

si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla

signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad

assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le

notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe

dovuto star meglio la malattia si aggravava.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 18 / 25 题