XIV.

In quei giorni papà Gervasio fu invitato a recarsi a Venezia per la

firma del contratto di matrimonio di Silvio, e partì subito insieme al

maestro Zecchini, che ambì l'onore di servire da testimonio, e furono

accolti con ogni cortesia dalla famiglia Ruggeri.

L'avvocato annunziò la determinazione che aveva presa di conservare

Silvio nel suo studio, come socio cointeressato in qualche parte degli

affari. E questa era una rendita assicurata che rappresentava la dote.

Alla morte dei genitori, Metilde figlia unica, restava la sola erede di

tutta la loro sostanza. Per ora non potevano dare di più, per non

privarsi delle loro abitudini; avevano però provveduto un ricco corredo

che avrebbe reso inutile ogni altra spesa per molti anni. In

corrispondenza di questi vantaggi, il futuro sposo prometteva un congruo

assegnamento alla moglie, in caso di bisogno. Papà Gervasio e il maestro

Zecchini restarono con un palmo di naso. Questo contratto era un vero

disinganno, perchè in effetto la sposa non portava in dote che un

corredo, il quale costituisce una pretesa proporzionale alla sua

importanza. L'utile dello studio, limitato ad alcuni affari soltanto,

non rappresentava altro che la giusta retribuzione al lavoro del marito.

In quanto alla futura eredità essa poteva avverarsi a benefizio dei

discendenti, in un tempo assai remoto, ed anche ridursi a nulla.

Ma la domanda era stata fatta senza condizioni, tutte le apparenze

lasciavano supporre una bella dote; si erano ingannati, ma la

delicatezza e la dignità non permettevano osservazioni, e il contratto

fu firmato in silenzio, dagli sposi, dai genitori e dai testimoni con

tutta la solennità d'un atto gravissimo che decide la sorte d'una

famiglia.

I Bonifazio e Zecchini, dopo i convenevoli complimenti fra gli sposi e i

congiunti, uscirono dallo studio in mezzo alle profonde riverenze dei

commessi e degli scritturali che spalancavano le porte, e si

allontanarono gravemente dalla casa, camminando silenziosi e pieni di

dignità, perchè si sentivano osservati; ma appena svoltato l'angolo

della strada e fatti pochi passi in sito sicuro, si fermarono tutti tre

nello stesso momento, guardarono d'intorno se nessuno li ascoltava, e

fissandosi in volto cogli occhi spalancati, ciascheduno espresse in

poche parole le sue impressioni:

--Rimango trasecolato! esclamò papà Gervasio.

--Quale insigne asinità! disse Zecchini.

--È stata una solenne corbellatura! conchiuse Silvio.

Il maestro pareva esitante fra l'afflizione di vedere gli amici delusi,

e la soddisfazione per il nuovo trionfo della sua teoria. Il padre

accusava il figlio di soverchia leggerezza, e il figlio tentava di

giustificarsi col lusso della famiglia Ruggeri.

--Il lusso non è sempre prova di ricchezza, gli rispondeva il padre, può

essere anche effetto di ambizione, di disordine, di sregolatezza.

--Fumo negli occhi, soggiungeva il maestro, per abbagliare i babbei.

Alle sei in punto, ci fu gran pranzo di famiglia in casa Ruggeri, ed

alla sera un pomposo ricevimento per festeggiare i promessi sposi.

Poteva dirsi una vera festa mascherata, perchè ciascuno s'era formato

una fisonomia apposta per dissimulare i propri pensieri. L'avvocato

affettava la più ingenua bonarietà, la signora Emilia rappresentava

perfettamente la tenerezza materna in lotta fra la consolazione per il

collocamento della figlia, e il dolore di perderla. Papà Gervasio

simulava il volto dell'uomo completamente soddisfatto, sorridente,

contento della sua sorte; il maestro Zecchini li guardava tutti

sott'occhio, e sentiva in fondo della coscienza di essere il più

grand'uomo di quella società, il più profondo, il più giusto, il più

sincero di tutti.

Silvio fissava gli occhi negli occhi di Metilde, la vedeva bella come un

angelo, e pensava che se la dote era svanita come il fumo, gli restava

l'arrosto.

Ci furono brindisi agli sposi e ai parenti, e allegria costante, che

proprio non pareva un banchetto di corbellatori corbellati. Eppure era

così; la sposa creduta ricca era senza dote; lo sposo creduto un gran

signore, aveva una piccola sostanza coperta di debiti.

In quello stesso giorno venne fissata l'epoca precisa del matrimonio, e

al mattino seguente papà Gervasio e il maestro Zecchini ritornavano a

casa a comunicare alla signora Maddalena le varie impressioni ricevute

nella famiglia Ruggeri, prendendo poi il savio partito di dissimulare

con dignità l'amara sorpresa, e di rassegnarsi al destino.

I due matrimoni vennero celebrati al tempo stabilito. Prima quello di

Maria con Andrea, che partirono subito per la Brianza; e pochi giorni

dopo quello di Metilde con Silvio, che si recarono in Isvizzera a fare

il loro viaggio di nozze.

Dopo d'aver vagato per monti e per valli, ritornarono contenti del loro

pellegrinaggio, e come avevano promesso si ritirarono alla villa

Bonifazio, per vivere qualche giorno tranquilli in famiglia, prima di

stabilirsi a Venezia.

Papà Gervasio e la nonna ebbero le più delicate attenzioni per la sposa,

Silvio la faceva passeggiare pel parco, e la conduceva a visitare le

case coloniche e i campi. Egli si fermava davanti gli spazii aperti del

giardino, le mostrava le Alpi lontane, il bosco Montello, e quella linea

oscura sul monte di Serravalle con alcune macchie d'intorno che indicano

la foresta del Cansiglio. Essa guardava sbadatamente come suo padre, e

tirava avanti. La nonna la consigliava a uscire di buon mattino per

respirare l'aria salubre del Piave; ma essa non voleva bagnarsi gli

stivalini alla guazza; le dispiacevano le stradicciuole rurali perchè i

sassi le ammaccavano i piedi, e nelle strade più battute c'era troppa

polvere e si sporcava l'abito. Detestava l'odore delle stalle, e il fumo

delle cucine dei contadini. Era dunque un po' difficile di passare le

giornate, che le riuscivano lunghe. Leggeva qualche pagina sbadigliando,

si doleva di non avere il pianoforte, e trovava la campagna monotona.

Quando passeggiava sotto il portico delle adiacenze, Falcone nitriva

invano per chiederle il pane che Maria gli portava sempre, e che gli

mancava. Non voleva essere seguita da Argo, perchè quel grosso cagnaccio

le faceva paura, e la povera bestia andava in giro colle orecchie

penzoloni e la coda bassa, cercando invano la sua amica lontana;

mangiava poco, con segni evidenti di profonda malinconia, non andava a

coricarsi che sul tappeto davanti al tavolino di lavoro, dove Maria

appoggiava i piedi, e guardava attorno cogli occhi tristi, interrogando

alla sua maniera la gente di casa.

Anche i colombi svolazzavano inquieti per la corte, cercando colei che

mancava. Il solo Mumut continuava impassibile nelle sue abitudini,

andava alla caccia dei sorci nel fienile e sui tetti, aspettava

immobile, delle ore intiere, davanti il monticello d'una talpa, per

spiare un movimento della terra e dare l'assalto alla tana; alla sera si

arrampicava sugli alberi per abbrancare qualche povero uccelletto che

andava a dormire, e all'ora della colazione e del pranzo non mancava mai

dal balcone della cucina dove la nonna gli portava i residui della

mensa.

Silvio cercava invano di distrarre la sua sposa, conducendola in

carrozza sulle rive del Sile o della Piave; essa preferiva recarsi a

Treviso per mettere in mostra i cappellini e i vestiti, e fare invidia

alle provinciali colla sua eleganza. Nei giorni piovosi trovava la

campagna insopportabile, e non poteva comprendere come si potesse

restarvi l'inverno senza morire di noia. Il tedio della solitudine la

rendeva acre e mordace; si burlava collo sposo della dabbenaggine dei

contadini, della goffaggine degli amici di casa, canzonava la semplicità

dei Pigna, e non poteva soffrire le sentenze del maestro Zecchini.

Silvio procurava di abbonirla, la pregava di non farsi sentire da suo

padre e dalla nonna, lasciando che quei poveri vecchi conservassero le

loro illusioni: la avvertiva che Pasquale aveva il difetto di ascoltare

dietro gli usci, e la supplicava d'esser prudente.

Essa non si consolava della solitudine della campagna che parlando di

Venezia, e pensando ai piaceri che la aspettavano, ed alla libertà che

avrebbe goduta nella sua nuova condizione di donna maritata.

La nonna osservava, indovinava, taceva, e cercava di dissimulare la

tristezza che provava per la lontananza di Maria, la quale aveva

lasciato in casa un gran vuoto, che non trovava compensi cogli altri

sposi.

Le lettere di Brianza erano le sole consolazioni che la facessero

pazientare. Maria si trovava benissimo coi cugini; Alessandro conduceva

Andrea alla caccia, l'Enrichetta si accordava perfettamente coi gusti di

Maria. Fecero delle gite a Milano e sul Lago di Como, e passavano in

casa dei giorni lieti, apparecchiando dei buoni piatti ai cacciatori che

ritornavano stanchi ed affamati. Qualche volta andavano tutti insieme a

fare delle escursioni mattutine sui colli, apportando delle provvigioni

per far colazione sull'erba, in qualche sito pittoresco, ove

meriggiavano in pace sotto gli alberi.

Enrichetta aveva una bella collezione di conigli, tenuti in gabbie di

ferro, coi migliori sistemi d'allevamento. Maria se ne invaghì, gliene

promisero parecchie coppie a sua scelta, le insegnarono le cure

necessarie alla buona riuscita. Essa andava spesso a visitarli, carica

d'erbe, di foglie di cavolo e di carote; adorava i piccini, non poteva

risolversi a quali dovesse dare la preferenza. Il più bello di tutti le

pareva il coniglio d'Angora, pel candore del lungo pelo, simile a quello

dei cagnolini maltesi, cogli occhi rossi come bragie, affabilissimo,

affettuoso coi figli, che appena nati parevano tante pallottole di penne

di cigno. Il cenerino di Fiandra, con quel pelo _petit gris_ era una

meraviglia, pareva un bel manicotto da signora; ma anche l'argentino era

stupendo, un pelo nero di lavagna colla punta bianca! e quello di

Normandia? e l'enorme Ariete con quelle orecchione lunghe? veri

portenti!...

--Te ne daremo quanti ne vuoi, le dicevano i buoni cugini, e colle

relative cassette pel trasporto in ferrovia, e oltre il piacere che

avrai, sarai anche benemerita della classe rurale, introducendo nel tuo

villaggio l'allevamento di questi animali che sono un cibo eccellente, e

danno una buona rendita per la vendita delle pelli.

Maria batteva le mani come una bambina, gettava uno sguardo

interrogativo su Andrea, temendo che facesse opposizione, o trovasse

qualche ostacolo; ma egli che l'adorava non aveva altro intento che

quello di contentarla in tutto, e vederla felice, e avrebbe portato i

conigli sulle spalle per farle piacere. Egli era beato, mangiava per

quattro, e il capitano gli riempiva continuamente il bicchiere d'un

certo vinetto frizzante di Montevecchia che sdrucciolava giù per la gola

con una facilità sorprendente.

Al dopo pranzo le donne lavoravano all'uncinetto, Andrea si gettava in

una poltrona, e si addormentava immediatamente d'un sonno profondo.

Quando russava troppo forte, Maria lo urtava col piede, ma invano allora

si alzava per far rumore, gli dava delle scosse, e accusava il cugino di

farlo bere un po' troppo. Alessandro la pregava che lo lasciasse dormire

in santa pace, e si metteva a fumare, raccontando alle due donne certi

aneddoti del bisnonno di Maria che la interessavano assai e provavano la

ferrea tempra del colonnello.

Quell'uomo coraggioso sapeva dirigere con suprema destrezza le più

pericolose macchinazioni dei Carbonari; la polizia sentiva una mano

potente che la stringeva da ogni parte, ma non poteva afferrarla. Seduto

nella vecchia poltrona di cordovano, colla sua pipa di schiuma in bocca,

in veste da camera e in pantofole, egli studiava il modo di far

traballare il trono dell'imperatore, e ci riusciva, senza perdere la

testa nè la libertà. Era audace, ma scaltro; la polizia, e le

commissioni speciali si dibattevano nelle reti che egli aveva tese,

facevano qualche vittima che non sapeva schivarsi, ma il caporione

sfuggiva sempre ai loro conati, ed alla loro rabbia che si sfogava colle

barbare condanne degli innocenti.

La nonna scriveva lettere sopra lettere per sollecitare il ritorno della

sua Maria, e al fine fu necessario di compiacerla, fissando il giorno

della partenza, e dandole avviso dell'arrivo.

Quando giunse a villa Bonifazio questa notizia, Silvio ne fu fortemente

colpito. Egli non si sentiva ancora abbastanza forte da affrontare la

cugina, per la quale gli restava nel profondo del cuore come un ricordo

di gioventù pieno di tenerezza.

Annunziò a Metilde il suo desiderio di ritornare a Venezia, parendogli

che fosse tempo di prender possesso del loro appartamento, e di

riprendere le abitudini di lavoro e di studio. Metilde non domandava

meglio, accolse il desiderio del marito colla più sincera soddisfazione,

quella vita di campagna le pareva davvero insopportabile, ma pel dovuto

riguardo allo sposo ed ai parenti, non diceva la metà del male che ne

pensava, e si studiava di dissimulare l'immenso tedio che la opprimeva.

Quando fu sicura d'andarsene, le parve più facile di manifestare il

dispiacere di lasciare i parenti del marito, così buoni per lei, e non

mancò di mostrarsi afflitta di lasciare la villa, e vivamente

riconoscente di tante cortesie ricevute.

Partirono due giorni prima dell'arrivo degli altri sposi, e furono

accolti alla stazione di Venezia dai Ruggeri che erano andati ad

aspettarli per condurseli a pranzo in casa, dove trovarono una ragazza,

pronta a servirli, che li attendeva, provveduta a tempo dalla signora

Emilia, la quale l'aveva già messa alla prova, ed istruita sulla

condotta che doveva tenere.

La Betta era piaciuta alla signora Emilia pel suo aspetto di cameriera

che faceva buona figura. Sapeva cucire e stirare la biancheria, e si

adattava anche ad ogni più basso servizio.

--E per la cucina? domandò Silvio.

--Oh Dio, rispose la suocera, sulla cucina non è troppo esperta ma per

mettere un pezzo di manzo in una pentola con dell'acqua e del sale tutti

sanno farlo, e una minestra di riso non domanda studio. Col tempo e la

pazienza potrà imparare anche il resto....

--Il resto!? pensò Silvio fra sè, il resto in questo caso vuol dir

tutto.

--Capisco che non sa niente, ma al peggiore dei casi la metteremo alla

porta, e ne prenderemo un'altra.

Dopo pranzo mandarono la Betta ad aprire l'appartamento e ad aspettare i

padroni. Più tardi la signora Emilia volle accompagnarli, per far vedere

tutto quello che aveva operato per mettere in assetto ogni stanza con

perfetto buon gusto.

E infatti trovarono tutto in buon ordine. Dall'anticamera si entrava in

una sala destinata alla conversazione, con belle tappezzerie e specchi

alle pareti, e tappeto sul pavimento. Tutti gli arredi erano di perfetto

buon gusto. Il pianoforte occupava il posto opportuno, il canapè, i

divani, le seggiole formavano un semicerchio che aveva nel centro un

tavolo elegante, con vasi di fiori, album, e strenne. Agli angoli

stavano dei tavolini da giuoco, e degli scaffali da collocarvi degli

oggetti d'arte.

Seguivano due belle camere da letto, una per gli sposi, l'altra pei

parenti e gli ospiti. Un salottino per Metilde, un gabinetto di studio

per Silvio, una bella stanza da pranzo presso alla cucina, e poi degli

altri locali per la domestica, e per sbarazzare la casa. Le famose

tendine erano state collocate nella sala di ricevimento e nello studio;

la camera da letto e il salottino avevano quelle acquistate dalla

signora Emilia, con colori favorevoli al viso, ma con disegni assurdi.

Metilde fu contentissima della nuova dimora, e Silvio dovette mostrarsi

riconoscente verso la suocera che si era data tanti disturbi per

ordinare i mobili, e dirigere gli operai che avevano messo ogni cosa al

suo posto.

Al mattino seguente apersero i bauli, Metilde e la Betta furono occupate

tutto il giorno a riempiere gli armadi e i cassettoni, coll'assistenza

di Silvio che piantava chiodi, si martellava le dita, bestemmiava fra i

denti, e si protestava beato.

Poi fecero i loro conti su quello che potevano spendere, cercando di

proporzionare le spese alle rendite per avere una norma, e ciascuno

prese le sue abitudini. Silvio si recava ogni mattina allo studio

Ruggeri, e si occupava d'affari legali sotto la direzione dello suocero,

e nelle ore libere continuava a scrivere nei giornali. Metilde attendeva

sua madre o andava a trovarla, uscivano insieme quasi ogni giorno,

facevano delle visite e delle spese imprevedute, e tanto delle prime che

delle seconde ce n'erano sempre. La Betta si occupava a mettere in

ordine l'appartamento, spazzettava gli abiti della padrona, stirava la

biancheria, metteva la carne al fuoco, poi andava alla finestra a veder

passare la gente o a fare delle lunghe conversazioni coi garzoni delle

botteghe, informandosi esattamente di tutti i pettegolezzi della calle.

Verso le cinque pranzavano, Silvio contemplava sua moglie da vero

innamorato, la trovava sempre più bella, e non si accorgeva che la

minestra era scipita, il manzo duro e poco cotto, ma Metilde chiamava la

Betta e se ne lamentava, questa accusava il beccaio, e protestava d'aver

soffiato tutto il giorno nel fuoco. Il primo giorno avevano ancora fame

dopo finito il pranzo.

--Non c'è altro?... domandò Metilde al marito, e questi alla Betta:

--Non c'è altro?...

--Non mi hanno ordinato di più, rispose la domestica.

Allora la mandarono a prendere un piatto dal trattore vicino, del

presciutto dal pizzicagnolo, e delle frutta dal fruttivendolo.

--Si vede proprio, osservò Silvio, che il conto preventivo bisogna farlo

dopo il pranzo. Non ci sono piani economici possibili, fino che non si

ha mangiato il bisogno.

Metilde rideva, e gli dava ragione. Così presero l'abitudine di non

cuocere in casa che la minestra ed il lesso, acquistando gli altri

piatti qua e là, dal pizzicagnolo o dal trattore, per non consumare

troppa legna, e non far perdere il tempo alla serva. Ma l'accessorio

costava il doppio del principale.

Il cielo provvederà! pensava il marito, e la moglie non se ne occupava.

Uscendo dallo studio dell'avvocato, Silvio girava per le strade

occhiando le ghiottonerie esposte nelle vetrine, faceva qualche acquisto

che nascondeva nel fazzoletto, e così portava a casa il complemento del

pranzo; talvolta mandava la Betta a comperare il pesce fritto, o qualche

manicaretto che gli aveva fatto gola, messo in mostra alla trattoria.

In questo modo il conto preventivo del bilancio domestico riusciva una

vera derisione; era facile convincersi che conveniva meglio di fare il

pranzo in famiglia, ma chi se ne sarebbe occupato?

La Betta non aveva nessuna attitudine alla cucina, e nessuna economia,

per cuocere due uova in tegame metteva doppio burro del necessario, e le

serviva crude o bruciate. Bisognava trovare una donna che sapesse fare

un po' di cucina con economia, ma la signora non voleva privarsi della

Betta che la pettinava di buon gusto, e per salvarla dalla noia le

raccontava tutti i pettegolezzi del giorno, aveva imparato a vestirla, a

metterle il velo sul cappellino, lavava benissimo in un attimo i colli,

i polsini, i fazzoletti preferiti, e li stirava sul momento.

Sapeva ricevere senza chiasso tutti gl'involti mandati dal merciaio, e

consegnarli alla padrona, senza bisogno di disturbare il marito.

Capiva in aria ogni cosa, bastava strizzare un occhio per avvertirla.

Tuttavia consultarono la signora Emilia, la quale domandò se erano

matti.

--È una vera ingenuità da ragazzi senza esperienza! essa esclamava. Ma

sapete quale difficoltà s'incontri a trovare una donna fedele ed onesta

in questi tempi di ladri e di sgualdrine. Non v'è in tutta Venezia

un'altra donnetta come la Betta! essa fa un'ottima figura, si presenta

benissimo a chi viene a far visita, conosce le cose più necessarie,

meglio di qualunque cameriera, e la si adatta a fare ogni altro

servizio.

--Ma non sa far niente in cucina; osservò Silvio con impazienza.

--Imparerà; rispondeva la suocera, bisogna istruirla, capisce subito.

--Ma chi deve istruirla? domandava il povero giovinotto, che cominciava

a nausearsi di quei cibi mal fatti.

--Io no di sicuro, diceva Metilde, che ho orrore degli imbratti e degli

intingoli, e l'odore del carbone mi fa male.

--Poveretta!... esclamava la signora Emilia con accento pietoso,

poveretta! nemmeno per sogno, tu non sei stata allevata in cucina, nè

per fare la serva!

Silvio fremente non osava rispondere. Aveva paura di lasciarsi sfuggire

qualche parola offensiva, ma pensava fra sè: «ed io dunque? ho forse

imparato alla Università a fare il cuoco o il domestico?!... santa

pazienza!... bisognerà pensare a qualche cosa, perchè così non si tira

avanti.»

Quel giorno non si disse di più, ciascuno s'era fermato al punto

scabroso; Metilde andò a vestirsi, sua madre e la Betta la assistevano

con grande attenzione; e finalmente si udì un fruscio di vesti di seta,

si vide un'ondeggiare di piume e di svolazzi, e le signore facendo un

grazioso inchino al marito sbalordito, lo lasciarono con un palmo di

naso, e andarono al passeggio sulla riva degli Schiavoni.

Egli aveva voluto una donna elegante, e l'aveva; non c'era da che dire,

bisognava tirare avanti con rassegnazione e aspettare che il tempo e la

necessità venissero a modificare le cose.

Ma ogni giorno che passava cresceva le difficoltà, e portava nuove

amarezze. Una volta papà Gervasio andò a passare una giornata coi figli.

Giunse carico come il solito dei migliori prodotti dell'orto e della

corte, fra i quali si trovavano due magnifici capponi.

Uno di questi capponi fu lessato pel pranzo, e venne servito stracotto;

le carni si distaccavano dalle ossa, in un brodo lungo, senza sapore. Il

pesce fritto perdeva il sangue sul piatto.

--Fate una cucina detestabile! disse papà Gervasio, senza tanti

complimenti. Figliuoli miei, la vostra Betta vi rovina lo stomaco. Colle

mie solite sofferenze intestinali, io non potrei reggere a questi cibi

malfatti. Dovete sapere che la cattiva cucina è un vero veleno!...

--Pur troppo! gli rispose Silvio, questo è quello che ripetiamo ogni

giorno tutti due, ma Metilde non se ne intende, ed io meno di lei.

--Eppure, disse Gervasio, tu hai veduto in cucina, per tanti anni, la

nonna e Maria, che qualche cosa avresti dovuto imparare.

--Non ho imparato che a mangiar bene, egli soggiunse con un profondo

sospiro; e adesso ho la doppia afflizione di mangiar male e di non saper

trovare un rimedio.

--Ma a me il rimedio mi sembra facile, cambiate la domestica.

--È impossibile!... gli rispose il figlio, e per non compromettere sua

moglie e non parere un minchione, soggiunse: è tanto brava in tutto il

resto, e ci conviene perfettamente.

--Ma la cucina è l'essenziale, si tratta della salute.... della vita!

--È verissimo, ma si può cadere in una ladra pericolosa, non si sente a

parlare che di furti.

Siccome Silvio gli aveva domandato un sussidio straordinario, perchè si

trovava senza quattrini, essendosi sbilanciato per le spese d'impianto,

papà Gervasio voleva rispondergli:--che cosa vuoi che ti rubino se sei

sempre senza soldi?--ma temendo di offendere la nuora e di mettersi

sopra un terreno pericoloso, si tacque, preferì di continuare il

discorso, e disse:

--Se volete che venga qualche volta a trovarvi abbiate pietà del mio

povero stomaco e dei miei intestini. Procurate d'istruirvi in quello che

non sapete, ingegnatevi, imparate, chi non sa fare non sa comandare.

Scommetto che avete dei romanzi, e delle poesie, e che vi manca un libro

di cucina, il libro più utile della casa!...

Aveva indovinato giusto, e tutti si misero a ridere di buon cuore.

--Aggiungete un'altra considerazione, continuò; se il non saper fare la

cucina produce il malanno di mangiar male, il non sorvegliarla riesce

ancora più dannoso. I padroni che non guardano mai nelle pentole, che

non stanno in guardia contro la noncuranza o la sguaiataggine delle

persone di servizio, non possono immaginarsi tutto quello che

inghiottono: polvere, nero fumo, sabbia, verderame, muffe e corpuscoli

d'ogni sorte, aggiungete il concime e i vermi che si trovano negli

erbaggi. Questa insipienza di molti produce sovente dei terribili

risultati, dei fermenti che guastano lo stomaco, dei dolori misteriosi,

la cancrena e la morte!...

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 15 / 25 题