Una volta si diceva che il ridicolo uccide, ma l'esperienza ci ha
insegnato che in certi casi il ridicolo rende immortali. E infatti si
conoscono dei ministri, che passeranno alla posterità piuttosto per le
caricature del _Pasquino_ che per le pagine della storia, la quale non
ha nulla da registrare sui meriti e sui profitti della loro autorità.
Ma nell'amore se il ridicolo non uccide, certo ferisce crudelmente, e un
uomo, che ha arrossito d'una donna amata, non vorrà più farla sua
moglie. Così almeno pensava Silvio riguardo a Maria, bella e buona
ragazza, ma tanto rozza da non poterla presentare nella buona società.
Il problema: Metilde o Maria? era dunque sciolto a tutto vantaggio della
prima, e oramai non mancava altro che di cavarne le conseguenze, e di
finire la commedia come quelle del Goldoni, con un bel matrimonio.
Il giovinotto vi si decise raddoppiando la sua assiduità nella famiglia
Ruggeri, e cogliendo ogni occasione favorevole per dimostrare la sua
crescente affezione verso Metilde. E queste occasioni non gli mancarono
a Venezia, ove tutto è sempre predisposto per le scene d'amore. Questa
città silenziosa presenta ad ogni passo degli spettacoli stupendi, che
predispongono la mente ed il cuore ai più teneri affetti. Le rive
solitarie sul mare infinito, un passeggio sotto gli alberi dei giardini
col panorama incantevole che sta dinanzi, una gita in gondola sulla
laguna in bonaccia, in un giorno sereno, quando il cielo azzurro si
riflette nelle acque tranquille; una serenata notturna sul gran canale,
quando l'eco lontano ripete mollemente le soavi melodie, e i fuochi di
bengala trasformano quei palazzi in un mondo fantastico; un chiaro di
luna sui marmi dei monumenti, una notte stellata davanti il molo quando
gli astri si riflettono con tremula luce nella laguna, e si confondono
colle strisce di luce oscillante riflessa dai fanali.
In quei momenti, in quei siti Silvio e Metilde s'intendevano con uno
sguardo, col tocco della punta d'un piede, e si sentivano beati d'essere
insieme, senza rompere un silenzio tanto eloquente alle loro sensazioni.
La signora Emilia vedeva con piacere i progressi di quella reciproca
inclinazione, ne prevedeva il fortunato scioglimento, e cominciava a
pensare al corredo. Per lei, a completare quella affezione, che verrà
consacrata dalla religione e dalla legge, giudicava indispensabile...
una mantiglia di velluto a pizzi di Brusselles per l'inverno, e un
cappellino, modello di Parigi, e intanto studiava i figurini dei
giornali di mode, e indicandone qualcuno a Metilde le diceva:
--Guarda questo come è grazioso e distinto. Se le cose si faranno
presto, ti andrebbe a meraviglia.
--Abbiamo tempo da pensarci, mammina.
--Ma infine, bisogna pure che si decida... mi pare che ci abbia pensato
abbastanza... non conviene prolungare troppo questo assiduo corteggio
senza una domanda formale... per riguardi verso il mondo... e anche
perchè è una vera schiavitù... e mi secca di starvi in guardia... tu
devi fargli comprendere le convenienze, e che si spieghi.
Quantunque ripugnasse a Metilde di uscire dall'ideale per entrare nei
discorsi concreti, tuttavia dovette obbedire alla mamma, e fece
comprendere all'innamorato la necessità di chiedere l'approvazione dei
genitori, per avere la licenza di presentarsi in casa, con un titolo che
giustificasse la sua assiduità, e rendesse legittima la loro affezione.
Silvio decise di partire per la campagna, per comunicare al padre le sue
intenzioni, e pregarlo di venire a Venezia a fare la domanda formale.
Partì, promettendo un pronto ritorno; e intanto le signore visitarono
alcuni negozi di mode, per informarsi delle ultime novità, prendere dei
campioni, vedere le stoffe, i cappellini da città e da viaggio, e tutto
quello che sarebbe indispensabile per una sposa elegante.
Nello stesso tempo il giovinotto annunziava al padre la sua scelta, che
veniva accolta con esitazioni e dubbiezze poco lusinghiere. Papà
Gervasio, colla sua innata bonarietà, gli fece considerare tutti gli
ostacoli che si frapponevano a quel matrimonio. Prima di tutto la
ragazza non si sarebbe mai rassegnata a vivere in campagna; e questo era
il sogno paterno, di raccogliere la famiglia d'intorno, di vivere e di
morire fra una corona di nipoti.
--Per ora no, gli rispose il figliuolo, per ora mi sarebbe impossibile
di obbligare Metilde a questa vita; ma io pure non intendo di rinunziare
immediatamente alla città. Col tempo vedremo di combinare ogni cosa,
intanto non voglio aver studiato per nulla, la professione e le
corrispondenze ai giornali mi assicurano dei guadagni che sarebbero
totalmente perduti, se io venissi ad oziare in campagna.
--Allora i tuoi proventi uniti alla dote ti basteranno per vivere?
--Questo non lo so, perchè ignoro l'importanza della dote. Se devo
giudicare dai grossi guadagni dello studio, l'avvocato deve essere
ricchissimo, ma non so come impieghi i suoi capitali, nè quanto profitto
ne ricavi. Deve avere le cassette piene di rendita pubblica, ma non dice
niente a nessuno, e forse nasconde i suoi tesori, per isfuggire
all'avidità dell'agente delle tasse.
Papà Gervasio sospirava, e diceva:
--Io avevo la speranza che tu avresti sposato una donna semplice; le
ricchezze non mi hanno mai fatto voglia, non le credo necessarie per
vivere felici. Una modesta agiatezza è più opportuna alla pace della
casa, e avrei voluto vederti qui, occupato dei tuoi affari, nel seno
d'una famiglia tranquilla, onesta, contenta....
--Questo potrà venire col tempo, gli rispondeva Silvio, passati i primi
anni in città, potrò in seguito persuadere la mia Metilde a ritirarci in
campagna. È così buona, ama tanto la bella natura! Quel giorno dello
scorso autunno, che siamo venuti in campagna, nella ferrovia da Mestre a
Treviso, essa guardava sempre fuori del finestrino, mi fece osservare
una misera capannetta affumicata fra i campi in un luogo deserto, e mi
disse:--due amanti sarebbero felici in quel sito!--Verrà un giorno che
sarà più contenta di questa casa.
--Intanto io divento vecchio, osservò Gervasio.
--Vecchio alla tua età! hai tempo da aspettare, e poi da vivere con noi
lungamente....
--Sono sempre sofferente, i miei benedetti intestini mi danno tante
molestie, guai al minimo disordine....
--Affari nervosi.... affari nervosi.... me lo ha detto il medico....
--Ah i medici!... non mi parlare dei medici. Si servono sempre dei
nervi.... dei loro malati, per dissimulare le verità affliggenti, e
consolare chi soffre col balsamo della speranza.
--Non occupiamoci di malinconie....
--In conclusione non posso negarti che questo matrimonio non è quello
che avrei desiderato per te e per noi tutti, ce n'era un altro
migliore... senza andarlo a cercare lontano....
--Caro papà, i matrimoni sono quasi sempre un avvenimento improvviso,
trascinato da circostanze imprevedibili e imprevedute, come i numeri del
lotto, e tanto pel matrimonio che per il lotto bisogna lasciare i
sogni....
--Non posso darti torto intieramente, e non intendo contrariare le tue
inclinazioni, nè importi una sposa. Dimmi dunque che cosa devo fare per
contentarti?
--Devi farmi il favore di venire a Venezia per domandare alla famiglia
Ruggeri la mano di Metilde per tuo figlio, mostrandoti anche soddisfatto
della mia scelta....
--Questo s'intende...
--Devi darmi una somma sufficiente al mio impianto, per comperare i
mobili, ecc. ecc., e aggiungere qualche cosa alla mia mesata....
--Non hai fatto dunque nessuna economia, coi compensi dei giornali?
--Non ho il becco d'un quattrino!...
--Io pure ho le tasche vuote. Pare che la terra sia esaurita dopo tanti
secoli di fecondità, e le meteore ci perseguitano con desolante
persistenza. Brine, grandini, siccità, siamo ridotti agli sgoccioli; i
coloni non sono più in caso di pagare il fitto, e mancano del necessario
per vivere, le imposte sono esorbitanti, il possidente deve consegnare
all'esattore tutte le sue rendite, e resta colle mani piene di
mosche.... non posso offrirti che queste pel tuo matrimonio.
--Dunque ti opponi alla mia domanda?...
--No, ma ti domando alla mia volta come si fa?
--Se non abbiamo denaro abbiamo dei campi. Non potresti contrarre un
mutuo?
--Sarà il terzo in pochi anni. Ci costerà il sette per cento con
ipoteca, e la terra ci dà appena il tre, siamo dunque sull'orlo del
precipizio!
--Verranno giorni migliori, io saprò farmi una posizione, pagherò tutti
i debiti, toglierò tutte le ipoteche....
--Che il cielo te la mandi buona, intanto camminiamo a gran passi verso
la rovina!...
Anche la nonna trovava che la signorina Metilde era un poco pretenziosa,
avrebbe forse una bella dote, ma con molte esigenze. Tuttavia la buona
vecchia benediceva gli sposi, augurava ogni bene, e prometteva di
pregare ogni giorno per loro, come faceva per tutti.
Maria, con fiero cipiglio, presentò al cugino le sue congratulazioni,
perchè sposava una gran signora, degna di lui, si studiava di
dissimulare la stizza che la mordeva, ma tradiva lo sforzo coll'ironia
del linguaggio, e le troppo affettate dimostrazioni d'indifferenza.
Quando credeva di non essere veduta, accarezzando Argo con tenera
sollecitudine, una lagrimetta le spuntava sul ciglio, e le scorreva
sulle guancie; ma appena udiva rumore si ricomponeva, e continuava a
mostrarsi tutta intenta alle solite occupazioni di casa.
Papà Gervasio andò a Venezia a fare la domanda formale e fu ricevuto dai
Ruggeri con mille cortesie. Fecero un bel pranzo di famiglia, e alla
sera ebbe luogo la presentazione dei fidanzati agli amici, con
profusione di rinfreschi, dolci, sorbetti e vini squisiti.
Qualche giorno dopo papà Gervasio trovava anche il denaro e lo portava
al figliuolo per le spese d'impianto, e venne fissata l'epoca precisa
per la firma del contratto e le nozze.
La signora Emilia e la figlia si misero in traccia dell'appartamento
girando tutto il giorno per Venezia, salendo tutte le scale delle case
dove c'erano locali d'appigionarsi.
Silvio le pregava d'evitare le calli ristrette, e raccomandava un
prospetto pittoresco ed aperto, che si vedesse la laguna ed il sole.
La signora Emilia fingeva di volerlo contentare, ma non dava retta alle
sue ciarle. Essa voleva che l'appartamento della figlia fosse vicino
alla sua casa, e poco lontano dalla piazza.
Pensava che l'idea di voler vedere la laguna era una vera mania senza
costrutto, di quelle ubbie ridicole di giovinotto egoista che non pensa
alla moglie, la quale restando molto in casa, deve preferire un sito
frequentato, per godere il passaggio della gente, che distrae dai
pensieri tristi nelle ore d'ozio, e nei giorni piovosi quando non si può
uscire per le visite o pel passeggio. In quanto al sole non bisognava
pensarci nemmeno per due motivi, prima per non salire sotto ai tetti, e
poi perchè all'estate sarebbe troppo caldo, e nelle camere oscure si sta
più freschi, e le donne ci guadagnano un maggiore prestigio; l'ombra è
favorevole alla tinta del volto, nasconde i piccoli disordini, come il
velo, e rialza l'aspetto della persona nell'ambiente misterioso. Metilde
tentava di secondare i desideri del fidanzato, si sarebbe sacrificata
volentieri per soddisfarlo, ma la signora Emilia era irremovibile nelle
sue opinioni, e le imponeva con fermezza.
L'appartamento venne appigionato senza consultare lo sposo, la signora
Emilia si giustificò dicendogli che non c'era tempo di mezzo per
avvertirlo; un'altra famiglia, innamorata del locale, attendeva alla
porta impaziente per impadronirsene se non avessero subito chiuso il
contratto. Non bisognava lasciarselo sfuggire, perchè non ce n'erano di
migliori, e conveniva per varie ragioni.
Silvio corse a vedere il suo nido futuro, e ne uscì mortificato.
Era oscuro, con un prospetto di case opprimenti a breve distanza, era
rumoroso e frequentatissimo, ed aveva dirimpetto le botteghe più
antipatiche. Un salumiere, con una frangia di salsiccie sulla porta, che
esponeva in vetrina una testa di maiale con un limone fra i denti, in
mezzo a due colonne di formaggio; e un beccaio che metteva in mostra la
sua merce sanguinolenta, dei pezzi di carne floscia, coi muscoli
scorticati, delle testine pallide di vitello cogli occhi stravolti dalla
morte, degli agnellini cogli occhi fuori dal cranio sanguinoso col
ventre aperto, dei cuori, dei fegati, dei polmoni appesi ai ganci, come
trofei d'un massacro.
Si lagnò alquanto con Metilde, che gli diede ragione, ma non aveva osato
contrariare la mamma. Osservò sommessamente alla futura suocera che il
salumiere e il beccaio gli facevano orrore; ma essa lo confutò
trionfalmente, burlandosi di lui che mangiava con molto appetito ciò che
gli faceva ribrezzo. Secondo lei erano idee strane, debolezze, e
pregiudizii ridicoli.
Che cosa poteva fare? non c'era più rimedio, dovette rassegnarsi,
riservandosi la scelta delle tendine destinate a nascondere quel
nauseante spettacolo. Egli aveva paura che la signora Emilia gli
mettesse davanti agli occhi qualche altra scena turpe o affliggente,
come se ne vedono tante, dipinte sulle tendine, Otello che uccide
Desdemona, Giuditta che taglia la testa ad Oloferne, o il sotterraneo
delle tombe con la morte di Giulietta e Romeo.
Comperò due vedute della Svizzera: il castello di Chillon sul lago di
Ginevra e un _châlet_ sulle rive d'un torrente, fiancheggiato d'abeti,
con un fondo di montagne nevose, e due bei parchi con fiori e fontane
sul davanti, e dei viali tortuosi che si perdevano nei boschi. Ma la
signora Emilia lo criticò acerbamente, canzonandolo per la sua ingenuità
puerile, dicendogli che non poteva fare una scelta peggiore, e cercava
di persuaderlo che nessuno voleva di quelle tende, pel motivo delle
tinte verdi che smaccano il colore della pelle, e fanno gran torto al
viso delle donne.
Era inutile lottare con quella signora, che sapeva difendersi meglio del
marito avvocato; era più prudente capitolare alla prima, e lasciarla
libera di fare alto e basso a suo piacimento. Così fu convenuto, ed essa
si occupò dei mobili, delle tappezzerie, e di tutti gli arredi
necessari, colla sola condizione di conservare le quattro tendine.
Dopo questo patto, Silvio dichiarato inabile a simili imprese, venne
escluso da ogni ingerenza nelle faccende domestiche, ed egli si
consolava col giornalismo dando dei consigli alle grandi potenze
d'Europa, sulla politica del giorno, e sosteneva delle polemiche coi
giornali avversi, intorno alle sorti del mondo.
Intanto alla villa Bonifazio si pensava al modo di riparare alla perdita
delle speranze che si erano concepite sopra un matrimonio possibile fra
i due cugini, che avrebbe tenuto unito il patrimonio domestico. Si
chiamò anche il maestro Zecchini, per udire un suo parere, e fissare la
condotta da tenersi per l'avvenire.
Era evidente per tutti che Andrea aspirava alla mano di Maria, e giacchè
Silvio vi rinunziava, bisognava occuparsene.
--Che cosa ne pensava il maestro?
Egli rispondeva: Tocca a Maria la decisione, essa si è trovata fra due
asini, e credo che preferisce quello che fugge a quest'altro che si
lascerà mettere la cavezza, ma prima di tutto bisogna consultarla. Fino
al giorno che ho conosciuto la veneziana ho creduto che Silvio amasse
Maria, dopo quel giorno ho mutato parere. Forse nè l'una nè l'altra gli
conveniva intieramente, ma piuttosto la prima che la seconda; ed è
appunto per questo che la sposa, perchè l'uomo, o per meglio dire la
bestia, si attiene sempre al peggiore partito. In quanto all'asino
numero due, di merito assai inferiore al numero uno, è forse più
conveniente alla ragazza, per la semplicità delle idee e dei costumi;
entrambi sono privi d'istruzione, ma tutti due laboriosi; essa è più
intelligente, egli è più ricco di lei, con minori apparenze. Ci sono
dunque delle compensazioni delle quali si deve tener conto; e se Maria
fosse contenta, l'asino scelto per marito andrebbe alle stelle, tanto è
innamorato di lei, che mi pesa sullo stomaco da un pezzo, per le
continue dichiarazioni d'amore colle quali mi perseguita, mancandogli il
coraggio di farle direttamente, ed ostinandosi a voler prendermi per
mezzano, malgrado le mie continue ripulse. Signor maestro, io non sono
degno di quella ragazza, egli mi ripete con insistente cocciutaggine, ma
se mi prendesse farei il possibile per contentarla in tutto e per tutto,
e potrei dirmi l'uomo più felice del mondo.
La nonna fu incaricata di scandagliarla. Maria rispose subito colle
lagrime, e con un sdegnoso rifiuto. Si vedeva chiaramente che era
innamorata di Silvio, che non poteva consolarsi del suo abbandono, e che
la stessa notizia del matrimonio non era bastante a farglielo
dimenticare. L'amarezza del disinganno chiuso dentro di sè la soffocava;
piangendo in seno della nonna trovò qualche sollievo. Essa non
insistette, la accarezzò con vera affezione, l'aveva già abituata fino
dalla prima infanzia alla rassegnazione ed al coraggio. La confortò con
ogni maniera d'argomenti, e a poco a poco la persuase che il cugino era
irremissibilmente perduto per lei; lo zio Gervasio doveva recarsi a
Venezia fra qualche giorno per firmare il contratto di matrimonio di suo
figlio colla signora Metilde Ruggeri. Non bisognava pensarci più, per
dovere d'onestà, ed anche per dignità personale. «Chi non mi vuole non
mi merita, è un detto volgare, ma tu puoi dirlo con ragione, perchè sei
migliore di lui.»
Di tratto in tratto le diceva bene di Andrea, della sua semplicità, dei
suoi gusti modesti, del suo amore per le faccende rurali, della sua vita
onesta, perchè era un vero galantuomo. Eccitava il suo amor proprio
offeso dalla condotta di Silvio, le mostrava l'umiliazione di restare
donzella, condannata ad assistere alle feste che si sarebbero fatte agli
sposi. Quest'ultimo argomento parve che la colpisse più di tutti.
--Se acconsenti di sposare Andrea, conchiuse la nonna, il tuo matrimonio
potrà farsi prima dell'altro, e quando gli sposi di Venezia verranno qui
tu sarai già partita, e potrai restare assente per tutto il tempo che
essi si fermeranno in campagna. Tu avrai anche il vantaggio di non
lasciare il paese ove sei nata, di non abbandonare la tua povera nonna,
perchè saremo vicine di casa.
Dopo lunghe esitazioni, e persistenti ripugnanze, finalmente si lasciò
persuadere, e consentì di sposare Andrea, ma sempre piangendo, e ad una
condizione soltanto, cioè che il suo matrimonio si farebbe prima
dell'altro, e che per tutto quel tempo che Silvio e Metilde resterebbero
alla villa, essa sarebbe assente dal paese.
La nonna fu contenta, lo zio Gervasio fu soddisfatto, e Andrea
nell'entusiasmo; gli pareva proprio di toccare il cielo colle dita. Il
solo maestro Zecchini tentennava la testa, con evidente malcontento.
Avvezzi alle sue continue obbiezioni non furono sorpresi dei dubbi,
degli ostacoli, dei cavilli che avrebbe tirati fuori anche in questa
circostanza, e lo pregarono di spiegarsi francamente.
--Ecco quello che penso, egli rispose, questo è un matrimonio per
dispetto, è una vendetta di Maria, è una scappatoia che non potete
approvare senza pericoli. Non mi aspettavo un matrimonio d'amore, ma di
ragione; invece capisco che si apparecchia un precipizio. Chi può
prevedere le funeste conseguenze d'un'imprudenza? chi può assumerne la
responsabilità?...
Papà Gervasio che aveva approvato il piano di sua madre, diede ragione
anche al maestro che diceva tutto il contrario. La nonna si mise in
pensiero, e restò esitante. Si esaminò nuovamente la condizione delle
cose, si discusse a lungo senza intendersi; poi si risolse di ritardare
ogni decisione assoluta, per pensarci meglio, per osservare, vedere,
considerare, riflettere, e apparecchiare uno scioglimento plausibile al
caso delicato.
Intanto Andrea avvertito dal maestro degli ostacoli che si opponevano
alla sua felicità, si raccomandava caldamente a tutti perchè non
esitassero ad accettare l'assenso della ragazza, che avrebbe deciso
della sua vita, che oramai gli pareva impossibile senza di lei,
prometteva di fare dei miracoli per rendersi degno della sua fortuna, e
gettava fiamme dagli occhi, manifestando sentimenti di assoluta
sommissione e di devota riconoscenza.
--Ah! l'amore rende eloquenti anche gli asini, osservava il maestro
Zecchini; l'amore sarebbe la più bella cosa del mondo... se non
conducesse al matrimonio!...
--Sono discorsi da vecchio celibe, gli rispondeva la signora Maddalena,
voi non avete diritto di parlare di matrimonio, perchè non lo avete
provato....
--Ma ho provato l'amore!... esclamava il maestro, guardando in modo
singolare la vecchietta rubizza, mentre una scintilla fugace gli
brillava negli occhi resi opachi e cisposi dagli anni; tutte le rughe
del volto gli si animavano con contrazioni spasmodiche; alzava le
braccia in atto di disperazione, e poi le lasciava cadere d'un tratto,
come i pali del telegrafo rotti da un colpo di vento.
La nonna rideva con malizia, e gli diceva:
--Gli uomini sono matti, perfino nell'età del giudizio....
--No, sono asini fino all'estremo sospiro, gridava il maestro.
--E anche questo può darsi, essa conchiudeva... lo avete tanto ripetuto,
che me ne sono quasi convinta.
Poi i tre vecchi si raccolsero intorno al tavolo rotondo del salotto,
come i diplomatici a congresso, per discutere un arduo problema, assai
più scabroso di molti affari di Stato, l'eterna questione dell'amore e
del matrimonio.
--Dobbiamo permettere il matrimonio di Maria con Andrea, o sarà meglio
mandarlo a monte?... Essa non ama il futuro marito, eppure acconsente a
prenderlo; esso è cieco d'amore e accetta il sacrifizio, ad ogni costo!
Quali saranno le conseguenze d'una tale combinazione?
--Maria è semplice ed onesta, rispondeva la nonna, il dovere sarà la sua
guida, l'amore verrà col tempo.
--E se non venisse mai? domandava il maestro, che cosa succederà?
--Ma!... che cosa succederà? ripeteva Gervasio.
--Se andassero a vivere in città, osservava la nonna, in mezzo a tutte
le seduzioni e ai pericoli del mondo, bisognerebbe pensarci seriamente,
ma nella semplicità della vita campagnuola, colle abitudini massaie di
Maria, non c'è pericolo che succedano di quelle tragedie che fanno
rabbrividire gli spettatori in teatro!...
--Possono succedere delle commedie, disse il maestro, che facciano
ridere il pubblico a spese degli attori.
--Nelle mie lunghe notti insonni, continuò la nonna, ho pensato
lungamente a tutte queste difficoltà, che ci amareggiano la vita, e non
ho trovato altro termine possibile, che un matrimonio di ragione, che
metta Maria in uno stato conveniente alla sua condizione, ed alle sue
qualità; che le assicuri un'esistenza tranquilla ed agiata, e che ce la
conservi vicina. Se voi avete trovato un migliore espediente, tanto
meglio; mettetelo fuori, e vedremo.
Gervasio dichiarò che non trovava nulla meglio del matrimonio
progettato, e fissando gli occhi sul maestro, aspettava il responso
dell'oracolo.
Il maestro, dopo le opposizioni, le difficoltà, i cavilli messi in
campo, non seppe formulare una proposta lodevole, nè trovare uno
scioglimento che fosse più plausibile del matrimonio, e confessando la
sua impotenza, conchiuse: che a questo mondo si fanno quasi sempre delle
cose mediocri, perchè non se ne trovano di migliori, e che talvolta i
risultati riescono contrari alle previsioni, che vi sono dei matrimoni
bene assortiti che finiscono male, e dei connubi improvvisati, senza
probabilità di buona riuscita, che diventano... non dirò buoni, ma
tollerabili.
E in tal maniera finiscono sovente molte ciarle delle pubbliche
assemblee, e dei congressi diplomatici, cioè l'impotenza di ottenere la
perfezione costringe per necessità ad accettare un partito qualunque,
messo in campo dalle circostanze imprescrittibili della vita.
Così venne risolto anche in quel consiglio di famiglia.
Il consenso dei parenti fu annunziato agli sposi; Andrea lo accolse con
un delirio d'amore, Maria con modesta bontà, che poteva sembrare anche
rassegnazione, se coloro che avevano combinato quel matrimonio non
avessero veduto più facilmente ciò che speravano di quello che era in
realtà.
In casa Pigna diedero subito mano agli apparecchi delle prossime nozze,
i quali furono assai più semplici di quelli di Venezia. Due mani d'acqua
di calce tanto alla stanza nuziale che alla cucina, si fecero
scardassare i materassi dell'immenso letto di matrimonio della famiglia,
riempiere di cartocci nuovi il saccone, rinnovare le penne della
coltrice, mettere due cortine bianche di cambrich ai balconi della
camera degli sposi, lustrare a nuovo i mobili, lavare i pavimenti e le
scale, ordinare la batteria di cucina, stagnare i rami e fregarli a
fondo, strofinare gli alari, la catena, la paletta, le molle; infatti un
bucato universale, un ripulimento memorabile, da poterlo citare
all'occasione, dicendo per esempio: quel mobile è stato ripulito
all'epoca del matrimonio di Andrea.
La polvere e le macchie dimenticate da una intiera generazione sparivano
davanti il rinnovamento della famiglia che doveva inaugurarsi colla più
scrupolosa nettezza.
In quanto alla partenza degli sposi nel giorno delle nozze era
disapprovata da tutti i parenti Pigna e del vicinato. Una cosa simile
non si era mai vista. Da padre in figlio tutti avevano celebrato il
giorno delle nozze con un banchetto ed un ballo, restando al proprio
villaggio, dove il corteggio accompagna la sposa alla casa nuziale. E
questa volta criticavano Andrea di cambiare le vecchie abitudini rurali,
perchè sposava una signora. Ma Maria aveva delle amiche che prendevano
la sua difesa, e facevano osservare alle pettegole malcontente e ai
ciarloni invidiosi, che se il viaggio di nozze non era un uso in casa
Pigna, era una vecchia abitudine in casa Bonifazio, e che una sposa come
Maria aveva diritto a dei riguardi.
Più tardi si venne a sapere che gli sposi non sarebbero andati
girovagando per gli alberghi, come si usa adesso con poca poesia, ma che
si recavano direttamente in Brianza dal cugino Alessandro, nella
famiglia della nonna, ove erano stati invitati; e tale determinazione fu
generalmente applaudita. E infatti era vero; quando ricevettero in
Brianza l'annunzio del prossimo matrimonio di Maria, i gentili cugini
offersero subito la loro casa agli sposi, domandando come un favore che
volessero passarvi i primi giorni delle nozze.
Questa cortese esibizione parve alla nonna un benefizio della
provvidenza, comunicò subito l'invito agli sposi, che venne accolto con
piacere, e così veniva a togliersi ogni attrito disgustoso fra i due
matrimoni che dovevano succedersi a pochi giorni di distanza.
La povera nonna aveva le lagrime agli occhi quando pensava che la sua
diletta Maria sarebbe andata ad abitare per qualche giorno in quella
casa così piena di memorie per lei, ove era nata, e aveva passata
l'infanzia e la prima gioventù, e narrava alla nipote la bellezza di
quei siti, il pittoresco delle colline e dei laghi, le delizie delle
prospettive e dei giardini, la pace e la solitudine di quella casetta
romita, quasi nascosta sotto gli alberi. Le raccomandava di visitare le
posizioni più ridenti, e di renderle conto delle sue impressioni. Ed era
felice che Maria passasse quei giorni di vita nuova dove essa aveva
conosciuto ed amato il capitano, e le raccontava la modestia di quel
soldato, la timidezza di colui che non aveva paura dei nemici armati,
dei Tedeschi e dei Cosacchi, e che non osava parlare ad una ragazza. E
le descriveva i due nonni come se fossero ancora vivi, e anche giovani,
perchè Maria ne aveva conosciuto uno solo, ed anche vecchio, quando essa
era bambina.
Ma quelli erano tempi terribili e pericolosi, le congiure dei Carbonari
avevano ritardato il loro matrimonio; tanto suo padre che il fidanzato
dovevano tenersi pronti a fuggire in caso di pericolo, per salvarsi
dalla prigione e dalla forca.
Andrea si andava civilizzando, si faceva vestire a Treviso da un sarto
migliore di quello del villaggio, aveva imparato a pettinarsi, si
metteva la cravatta con qualche attenzione, e pareva quasi un giovinotto
della città.
Il maestro gli dava qualche buon libro, e gli diceva:
--Per non parere un asino non basta cambiar la pelle, bisogna anche
camminare con due gambe. L'uomo sta ritto perchè alza la testa; impara
da Argo a stare in piedi e a farti amare da Maria; Argo è pieno di
cortesie per la sua amica, e sa meritarsi la sua affezione. Cerca
d'istruirti se non vuoi far ridere la gente quando apri la bocca. Se non
impari qualche cosa farai una pessima figura nella famiglia di Brianza.
Tuo nonno era un ubbriacone, ma pieno di buon senso; tuo padre sa fare
il suo interesse, ma è un galantuomo; tu sei un bestione, ed hai bisogno
di nascondere quella ruvida scorza che ti rende scabroso.
Andrea non se ne aveva a male; conosceva le maniere del maestro,
rispettava la sua vecchiaia, e non avrebbe mai osato di contraddire
colui che aveva mostrato di proteggerlo, e gli dava dei buoni consigli.