Metilde o Maria?... questa interrogazione martellava continuamente il
cervello di Silvio, e gli toglieva la pace. Egli desiderava di
contentare, almeno in parte, suo padre, e di seguirne i consigli. Nei
vari disinganni della vita, ogni qual volta ad una speranza delusa gli
succedeva uno scoraggiamento, quando vedeva una causa giusta perduta,
un'opinione onesta derisa, un'intrigante che scavalcava un uomo di
merito, si sentiva spinto a fuggire in un ritiro tutte le ingiustizie
sociali, a ritornare a casa sua a piantar cavoli in famiglia, e a
prender moglie. Ma guardandosi d'intorno non si trovava troppo
incoraggiato al passo fatale; il matrimonio gli faceva paura.
Passeggiando per Venezia incontrava dei fidanzati inseparabili, sotto
l'occhio vigilante della mamma. Gli pareva che dovessero affrettare le
nozze per liberarsi da quel caro cerbero che spiava i loro dialoghi e
quasi i pensieri. Come si amano! egli pensava, come saranno felici di
poter rifare queste passeggiate, senza quell'intollerante testimonio
materno! Finalmente si celebrava il matrimonio, facevano il loro
viaggetto di nozze, ma quando ritornavano a Venezia, il marito andava da
una parte, e la moglie dall'altra, e nessuno li vedeva più insieme!
E poi dove trovare una moglie che corrisponda a tutti gl'ideali del
marito, che appaghi tutti i suoi desideri, che contenti tutti i bisogni
della vita? Che sia amabile e brava in casa, che sia gentile ed onesta
con tutti? E se non ha questi pregi, quali saranno le conseguenze di ciò
che le manca?
«Ne conosco tante delle ragazze, pensava Silvio, e quasi tutte belle, ma
vedendole più volte, e studiandole con attenzione e perspicacia, vi si
scopre sovente qualche difetto, invano dissimulato da false apparenze.
Donnine appariscenti, ma senza profumo, come i fiori falsi del loro
cappellino, cervellini vani e leggieri come le penne di struzzo, anime
misteriose e furbette da far paura ai più intrepidi. Non ne ho trovate
che due sole che mi attraggano con eguale prestigio, ma anche queste non
sono perfette; a quale delle due devo dare la preferenza?--a Metilde o a
Maria?...
«Metilde mi rappresenta la grazia e la coltura, è la più bella bionda di
Venezia, e la ragazza più intelligente e più colta che possa soddisfare
il giusto orgoglio d'un marito. Essa mi inebbria come un vino spumante,
i suoi occhi, la sua voce sono affascinanti, quando mi parla o si mette
al pianoforte, mi rapisce in estasi, mi fa echeggiare nell'anima le più
soavi melodie, io ho bisogno di tutta la forza della mia volontà per
frenare quell'entusiasmo che mi spingerebbe a stringerla fra le braccia,
e a coprirla di baci, e resto muto e immobile come un imbecille. Ma
questo gioiello della società veneziana non acconsentirebbe mai di
venirsi a nascondere ne' miei boschi, segregata dal mondo che la ammira,
sacrificando la sua esistenza per un bellimbusto della mia specie,
contentandosi della mia capanna e del mio cuore, nella solitudine del
deserto domestico, come una monachella in un chiostro. Nemmeno per
sogno!...
«Maria è una bella figlia della natura; è un'anima sana in un corpo
solido e scultorio. È donna positiva, senza ideali, ma utile e buona,
come un'amandorla dolce dalla ruvida scorza. Ma santo Dio! che
pettinature! che vestiti! che stivalini!... È un angelo in veste da
camera!... Ma che sciocchezze! un parrucchiere, una sarta e un calzolaio
dei migliori ne farebbero prontamente un'altra donna.... e che
donna!...»
E divagava tutto il giorno con simili pensieri, senza decidersi a nulla,
senza saper sciogliere il più arduo problema della sua vita:--Metilde o
Maria?...
Papà Gervasio ristabilito in salute andò a trovarlo coi soliti doni.
Silvio molto occupato nelle sue corrispondenze ai giornali non potè
accompagnarlo in casa Ruggeri. Il babbo ci andò solo, depose un involto
in anticamera, e si fece annunziare alle padrone nel salotto. La signora
Emilia, tutta a svolazzi, scuotendo i cincinnoli della fronte, e
dimenando i fianchi, con matronale dignità, gli andò incontro per
presentargli le più gentili felicitazioni per la ricuperata salute.
Metilde sorridente seguì la madre, e gli strinse cordialmente la mano.
Finiti i soliti complimenti lo invitarono a sedere.
--Le prego di concedermi un momento, disse Gervasio, sederò dopo, prima
di tutto ho una presentazione da fare.... il migliore dei miei figli!...
--Silvio! esclamò Metilde.
--Ma come? interruppe la signora Emilia, avete un altro figliuolo?...
Papà Gervasio non le rispose, ma con un rapido sgambetto sguisciò in
anticamera, e un momento dopo ricomparve, ripetendo:
--Vi presento il migliore dei miei figli!... era un enorme melone che
teneva orgogliosamente fra le braccia, facendolo girare in modo che lo
si vedesse da ogni parte.
Risero di cuore della presentazione, lodarono ripetutamente la sua
bellezza ed il profumo di quel portento, ed ascoltarono sorridendo una
breve dissertazione sulla coltura dei cucurbitacei.
--È singolare, osservava la signora Emilia, la grandezza di tutti i
vostri prodotti!
--Effetto dell'educazione, cara signora.
--Ma voi trasformate le vostre terre nel paese della cuccagna!
--Vengano dunque a vederci, almeno una volta....
--Verremo di sicuro, saremmo già venuti se l'avvocato avesse un solo
giorno di libertà.
In questo istante entrava nel salotto l'avvocato, gli additarono il
frutto enorme, che egli credette una zucca. Ma questo equivoco che destò
l'ilarità delle signore, fu accolto come un elogio dal donatore, che lo
interpretò come un paragone di grandezza.
Misero il melone sotto il naso dell'avvocato per farglielo conoscere
dall'odore, e gli raccontarono la bizzarra presentazione. Anch'egli ne
fece i più grandi elogi.
Papà Gervasio non teneva più nella pelle dalla consolazione, il suo
orgoglio era soddisfatto molto più di quel giorno che suo figlio fu
fatto dottore. Tutti abbiamo le nostre passioni, egli aveva l'ambizione
dell'orto. Raddoppiò le istanze per una gitarella alla sua villa, e per
invogliarli alla visita enumerava i piaceri della giornata.
--Un giro pel parco, sulle rive del laghetto, e pei boschi, una
colazione all'aperto, sotto la pergola dei gelsomini, una passeggiata al
frutteto ed alla vigna. Quest'autunno sarà matura quell'uva d'oro,
moscata, che piace tanto alla signora Metilde, dei bei pomi, delle pera,
dei fichi d'ogni colore, un po' di tutto. Vedranno in orto delle altre
meraviglie. Farò assaggiare al signor avvocato i miei vini, alle signore
delle conserve. Non abbiamo da offrire nè spettacoli, nè teatri, ma
prometto una giornata di riposo e di svago, un'accoglienza senza
cerimonie, ma davvero cordiale.
Metilde batteva le mani, e guardava suo padre con occhio supplichevole,
mostrando il più vivo desiderio di passare una così bella giornata in
campagna, in quel luogo di delizie. Lo avevano promesso tante volte, era
giunto il momento di mantenere la parola. La signora Emilia secondava la
figlia, l'avvocato assentì, e fu pattuito che nel prossimo autunno si
manderebbe ad effetto quella visita.
Papà Gervasio gongolante dalla gioia corse ad annunziare la buona
notizia a suo figlio, che ne fu lieto, e s'incaricò di ribattere il
chiodo perchè il progetto non andasse sventato, e d'informare a tempo la
famiglia del giorno preciso dell'arrivo, per le disposizioni opportune.
E anche questa volta papà Gervasio ripetè con insistenza il desiderio di
vedere il figlio ammogliato, eccitandolo alla buona scelta d'una sposa,
mostrando la più viva impazienza di vederlo stabilito prima di morire, e
confortandolo con buoni consigli.
--La felicità della famiglia dipende in gran parte dalla donna, egli
diceva; essa attira o allontana il marito dalla casa, secondo le sue
buone o cattive qualità; essa procura il benessere o getta il disordine
in famiglia, bisogna pensarci seriamente. I figli allevati con molta
severità al tempo del governo austriaco, hanno saputo combattere e
morire per la libertà; i figli che crescessero nell'abbandono ci
condurrebbero all'anarchia. Non seccarti delle mie prediche, lasciami
dire tutto quello che penso, tutto quello che ha diritto di pensare un
padre che ha pagato la libertà con infiniti sacrifizi. I futuri
cittadini saranno ottimi o pessimi secondo le loro madri, perchè le
azioni umane dipendono in gran parte dall'indirizzo dei primi anni. La
palla che corre, se non trova ostacoli che la deviano, arriva sempre
dove la spinse la mano che le diede il primo impulso.
Silvio gli promise di contentarlo, si mostrò disposto a risolversi a
questo passo scabroso, facendo una buona scelta, e pensava fra sè: «La
gita dei Ruggeri in campagna sarà una bella occasione per decidermi;
Metilde e Maria trovandosi insieme, potrò osservarle con attenzione, e
finalmente sarò in caso di giudicarle senza pericolo di ritrattarmi il
giorno seguente. Fino che sono divise e lontane, preferisco sempre
quella che mi sta più vicina, ne subisco l'influenza magnetica, e
l'assente ha sempre torto.»
Due mesi dopo l'ultima visita di papà Gervasio, venne stabilito dai
Ruggeri il giorno preciso per fare la scampagnata. Silvio ne diede
avviso alla sua famiglia, la quale prese le opportune disposizioni per
accoglierli degnamente.
Era d'autunno, la bella stagione delle vendemmie e delle frutta mature,
della temperatura mite, e dell'abbondanza. Non si poteva scegliere
un'epoca migliore.
Quando la carrozza entrò nel parco dal cancello spalancato, papà
Gervasio attendeva al vestibolo, Pasquale era pronto per aprire lo
sportello, la nonna e Maria corsero a ricevere gli ospiti.
Furono condotti nelle stanze del primo piano, per spolverarsi, e
riparare ai piccoli disordini del viaggio. Passarono per brevi istanti
al salotto, fino che vennero introdotti sotto la pergola dei gelsomini e
dei caprifogli, ove era stata apparecchiata la colazione quasi tutta coi
prodotti della villa. La tavola coperta da una bella tovaglia era adorna
di fiori e di frutta, fra le quali spiccavano dei pomi color porpora, e
dell'uva d'oro. E stavano intorno dei piatti piccoli e grandi col burro
fresco, il miele dell'arnie, le uova del mattino, il prosciutto e il
formaggio di casa. I ravanelli rossi e verdi uniti al sedano bianco
mostravano i colori nazionali, che non mancavano mai in casa Bonifazio.
Servirono una frittura di pollo che fece onore alla nonna, una torta di
frutta che ottenne molti elogi, guadagnati da Maria, e il vino della
cantina fu portato alle stelle, con somma soddisfazione di Gervasio.
Pasquale in cravatta bianca, rasato a fondo, col muso in aria, la
schiena curva, le gambe un poco storte, serviva in tavola, come le
scimmie dei saltimbanchi alla fiera.
L'aria mattinale ed il viaggio avevano messo gli ospiti in appetito,
l'aspetto attraente dei piatti lo spronava. Mangiarono allegramente,
prodigando gli elogi su tutte quelle ghiottonerie le più golose.
Peccato che le signore Emilia e Metilde guastassero il vino, mescendovi
dell'acqua, e che l'avvocato bevesse pochissimo. Papà Gervasio non
poteva consolarsi che non lo lasciassero riempiere i bicchieri a suo
talento, e gli pareva che non sapessero apprezzare degnamente gli aromi
deliziosi delle sue vecchie bottiglie.
Le due ragazze, sedute vicine, presentavano il più bel quadro che
potesse desiderare un artista. Maria aveva una rosa fresca nei capelli
morbidi e abbondanti, la semplice natura era bastata ad abbellire la sua
testa giovanile, che rappresentava la salute e la freschezza dei campi,
ravvivata dalla gaiezza degli occhi ridenti.
Portava al collo un fazzoletto di seta di vari colori vivaci, messo alla
rinfusa per difendersi dalle brezze autunnali. Ma questa semplice
precauzione era bastata a mascherare i difetti del vestito, che solevano
dispiacere al cugino.
I capelli d'oro di Metilde un po' sviati dal viaggio e dall'aria,
svolazzavano capricciosamente sulla fronte e sul viso candido della
ragazza, con pittoresco disordine. La straordinaria levata mattiniera le
aveva lasciati gli occhi un po' languidi, ciò che abbelliva la delicata
espressione de' suoi lineamenti. Due grossi solitari di brillanti
splendevano alle sue piccole orecchie come due stelle, e la somma
semplicità del vestito accollato, che le disegnava il busto
graziosamente digradante con curve eleganti fino ad una vita sottile di
vespa, era rialzata da un'ampia cravatta bianca leggierissima di velo e
pizzi, artisticamente annodata. Un mazzolino d'asclepie carnose
introdotto in un occhiello dei bottoni, pallido come il suo volto,
esalava un profumo penetrante.
Metilde e Maria si sorridevano come due amiche, ma poi voltata la testa,
si rivolgevano certe occhiate clandestine colla coda dell'occhio, che
tradivano una reciproca diffidenza, ed una ripulsione istintiva.
Silvio le divorava cogli occhi, contemplava attentamente le più minute
agitazioni, i movimenti quasi impercettibili dei loro volti, la luce
degli occhi, gli atteggiamenti di quelle rosee labbra che si studiavano
di dissimulare il pensiero. Erano belle entrambe, d'una diversa
bellezza, e dopo una lunga lotta di pensieri, e un grave imbarazzo nella
scelta, egli volava col pensiero ai paesi della poligamia, che gli
parevano più fortunati dei nostri, ove egli avrebbe sciolto agevolmente
il quesito: Metilde o Maria? con queste sole parole: tutte due!...
E stava appunto mulinando in segreto tali pensieri colpevoli, quando,
finita la colazione, tutti mostrarono il desiderio di muoversi, di
passeggiare pel parco, di visitare la villa.
Uscirono dalla pergola, la nonna chiese il permesso di ritornare in casa
per accudire alle faccende domestiche, papà Gervasio si mise in testa
della comitiva per servire di guida, e cominciò subito le sue
spiegazioni. Egli si mostrava entusiasta dei colori dell'autunno, e
indicava le varie tinte delle foglie nelle grandi masse degli alberi di
varie specie, e nelle macchie degli arbusti:
--Quale tavolozza!... egli esclamava, il nostro Tiziano, il grande
colorista, non aveva tanti colori, nè un simile impasto! guardino quel
rosso vivo delle foglie di cotogno della China, osservino il giallo
d'ocra di quel platano, e il lionato oscuro del suo vicino.
Quell'ipocastano ha una tinta tané come il guscio delle castagne, quella
robinia è tutta d'oro! E quel verde cupo degli abeti come si stacca dal
verde tenero degli _strobus_! Favoriscano un'occhiata a quella idrangea
a foglie di quercia; mi dicano se quelli non sono i colori metallici dei
bronzi antichi, e delle armature di ferro irrugginite?! Vogliono vedere
uniti la porpora e l'oro?... contemplino quella ampelidea vergine che è
salita sul _liriodendron tulipifera_!...
Mentre il vecchio coltivatore si animava nella descrizione delle tinte
autunnali, ed era assorto nella declamazione di quelle bellezze
pittoresche, l'avvocato guardava intorno sbadatamente, non vedeva nulla,
e si andava concentrando coi suoi soliti pensieri del contenzioso
giuridico. La signora Emilia osservava in aria canzonatoria le pieghe
assurde del vestito di Maria, e ne dava d'occhio a Metilde, mentre essa
accennava alla madre la calzatura della ragazza. Silvio soffriva del
fiato perduto di suo padre, che si spolmonava invano spiegando davanti
ad occhi profani il gran libro della natura.
Argo seguiva fedelmente la sua amica, e per starle più presso si fregava
agli abiti di Metilde, che pareva poco contenta della compagnia di quel
cane. Giunti al vigneto si ridestò l'attenzione di tutti, e
approfittando del cortese invito del padrone di casa, ciascuno si mise a
beccare i bei grappoli d'uva bianca e purpurea che brillavano al sole.
Così fu fatto anche davanti al frutteto, ma la signora Emilia non volle
che sua figlia mangiasse altre frutta, papà Gervasio le incoraggiò a
farne almeno una bella scelta fra le migliori, per portarle a Venezia.
Poi visitarono l'orto, fornito d'ogni varietà d'erbaggi, entrarono nelle
serre, ammirarono le aiuole all'aria aperta, e ne raccolsero tanti fiori
che le due ragazze ne erano cariche, e dovettero depositarli nel chiosco
del giardino. Poi saliti sopra una torricella che si chiamava il
belvedere, papà Gervasio fece vedere il panorama delle Alpi lontane, i
verdi colli sottoposti, il bosco Montello, e tutti i paeselli bianchi
disseminati nella vasta pianura. Additò anche i suoi poderi in blocco,
colle relative case coloniche sparse per la campagna intorno alla villa,
le praterie ove pascolavano i suoi armenti, e i campi coltivati a lunghi
filari di gelsi e di viti.
Frattanto erano giunti due altri invitati a pranzo che passeggiavano
sulla spianata davanti la casa. Quando la comitiva si avanzò, Silvio
fece le presentazioni.
--Il maestro Zecchini, Andrea Pigna.
Il giovane che non era avvezzo alle cerimonie cercava di nascondersi
dietro il maestro, il quale si avanzava con rispettose riverenze alle
signore, col cappello basso nella destra, e la sinistra appoggiata al
bastone, che lo aiutava a camminare.
Papà Gervasio gli strinse la mano, dicendo all'avvocato;
--È un vecchio amico di casa, che si ricorda ancora di Napoleone I;
amico fedele di mio padre, maestro di parecchie generazioni, pensionato
dal Comune.
--Senza mio merito, rispose modestamente il maestro.
Papà Gervasio volle condurre i suoi ospiti a visitare anche le stalle.
Egli amava tutte le bestie per istinto di bontà che gli rendeva cari
tutti gli esseri viventi, e poi come agricoltore, pei vantaggi che
ricavava da queste valorose alleate.
Il maestro faceva gli elogi delle mucche:
--Sono le più belle del paese, egli diceva all'avvocato, e ce ne sono
poche di migliori in tutta la provincia.
L'avvocato le guardava senza vederle, la signora Emilia si alzava
l'abito e le sottane fino a mezza gamba, e storceva il naso, perchè
l'odore della stalla le dava fastidio, Metilde si teneva dietro le
colonne perchè aveva paura di tutto, e diceva:
--Guai se una di quelle bestie rompesse la catena che le tiene legate!
Le mucche la guardavano con placidi sguardi, e alzavano il muso
ruminando tranquillamente. Maria rideva clamorosamente, entrava nelle
poste, accarezzava la Mira, che mostrava di conoscerla.
Il maestro asseriva che le bestie hanno spesso più sentimento degli
uomini, e molte buone qualità che scarseggiano nella vita sociale....
Per somma fortuna Pasquale venne ad annunziare che il pranzo era
servito, e così risparmiò la dissertazione del maestro, che dopo
l'elogio delle bestie, sarebbe indubbiamente finita col solito atto di
accusa dell'uomo.
La sala da pranzo era stata apparecchiata dalla nonna con quelle cure
che soddisfano la vista, e mettono gli ospiti in buone disposizioni. I
cristalli brillavano sulla lucida tovaglia fra i piatti fermi e
l'argenteria. Un bel vaso di fiori confondeva i suoi profumi colle
esalazioni delle pietanze. In principio non si udiva che l'acciottolio
dei piatti, tutti mangiavano in silenzio, ma la signora Emilia s'accorse
subito che Maria soffiava sul cucchiaio colmo, e mangiava la minestra
col pane. Una bottiglia di vino bianco lucido trasparente color
dell'ambra animò la conversazione che divenne sempre più animata e
briosa.
Il maestro raccontava le sue paure al tempo dei Tedeschi, quando
cominciò a sospettare che il capitano Bonifazio appartenesse alla setta
dei Carbonari. Egli si trovava gravemente compromesso e sognava tutta la
notte sbirri, catene, sotterranei, e la forca!
Papà Bonifazio per eccitarlo a tenere allegri gli ospiti gli riempiva
continuamente il bicchiere. Un'immensa trota del Piave fu trovata
eccellente. Tutto era buono e servito in punto.
Andrea teneva gli occhi fissi costantemente sulle due ragazze, Silvio
fremente spandeva il vino sulla tovaglia.
Maria prese colle dita uno stinco di pollo e si mise a rosicchiarlo e a
succhiarlo con disinvoltura, tagliava le vivande a pezzettini, e parlava
colla bocca piena, teneva la forchetta colla destra, e il coltello colla
sinistra.
La signora Emilia faceva dei segni a Metilde per indicarle questi
scandali; Silvio se ne avvedeva e si sentiva umiliato.
Ma il malanno più grande si manifestò nei dialoghi, ai quali la povera
ragazza ebbe l'imprudenza di prender parte. Essa diceva con ingenuità
degli spropositi madornali, che provocavano dei sorrisi male dissimulati
dalle signore e dall'avvocato e facevano salire il rossore al volto
dell'infelice cugino.
Si parlava dei suicidi che si vanno moltiplicando, ed essa raccontò il
caso d'un giovane speziale che si era ucciso colla _strachinina_.
Il maestro sostenne che il suicidio è una viltà, che la morte non è un
eroismo che quando si va ad incontrarla per la patria... e Maria
soggiungeva:
--Come i mille che andarono in _Cicilia_!...
Si parlò di Venezia, del lido, dei bagni d'Abano....
--Che sono eccellenti, osservò Maria, per le _irruzioni_ alla pelle.
--E pei dolori reumatici, disse il maestro.
--Ma questi, continuò l'intrepida fanciulla, si possono guarire anche
coll'essenza di _Clementina_!
Quest'ultima essenza spinse l'avvocato ad un irresistibile scroscio di
risa, al quale fece eco la signora Emilia. Metilde arrossì. Silvio aveva
gli occhi fuori della testa. Per consolarsi delle continue sciocchezze
di sua cugina egli beveva senza misura, e fra il vino, gli spropositi e
le umiliazioni perdeva il cervello. La nonna dissimulava, papà Gervasio
nella sua bonarietà non capiva che una cosa sola, che gli ospiti stavano
allegri, ed egli era soddisfatto. Il maestro si rammentava i consigli
che aveva dati inutilmente per l'educazione della fanciulla, e deplorava
vivamente la brutta figura che essa faceva a quella prima prova.
L'arrosto delle lodole venne ad accrescere le sconvenienze di Maria.
Curvata sul piatto, lacerava gli uccelli colle dita, ne cavava le polpe
coi denti, poi ritirava le ossa dalla bocca sporca. Quando finì di
divorarli, si versò un bicchiere di vino ben colmo, e se lo bevette d'un
tratto lasciando il cristallo appannato dall'unto, e mettendo i gomiti
sulla tavola, si riposò, guardando tranquillamente d'intorno.
Le signore Ruggeri che avevano assistito a quello scandalo scambiando
dei sogghigni ironici, abbassarono gli occhi per non lasciar scorgere la
loro meraviglia. Alle frutta Maria sputava i noccioli sul piatto, e
scherzava così insulsamente che gli ospiti ridevano per pietà. Il solo
Andrea la trovava spiritosa, e s'innamorava sempre più di lei; mentre il
cugino si vergognava d'aver preso sul serio una scioccherella, e la
guardava con disprezzo.
Dopo il caffè tutti sentivano bisogno d'aria aperta, e uscirono in
giardino.
Giunto il momento della partenza, papà Gervasio riempì i cassetti del
calesse colle frutta raccolte alla mattina. Infiniti complimenti e
strette di mano si andavano avvicendando con reciproca insistenza, tutti
volevano ringraziare, nessuno voleva essere ringraziato. Quando le
signore si accomodarono in calesse, furono coperte di fiori, l'avvocato
e Silvio non trovavano il loro posto sotto quella valanga odorosa, ma
finalmente si collocarono alla meno peggio. Papà Gervasio, il maestro,
Andrea, la nonna e Maria circondavano la carrozza, reiterando i saluti e
le strette di mano.
Silvio slanciò un'occhiata sprezzante all'indirizzo di Maria, che voleva
significare:--ti ripudio;--e salutò Andrea con un sorriso strano,
accompagnato da un'alzata di spalle, che voleva dire:--prendila pure,
che te la cedo volentieri.
La signora Emilia partì dalla villa riportando la più ferma persuasione
dell'opulenza della famiglia Bonifazio. Aveva veduto una bella casa, con
tutti gli agi della vita, un parco principesco, e le campagne che aveva
osservate dal belvedere le parevano immense. E infatti il padrone di
casa non aveva trovato necessario d'indicarle i confini, nè di
avvertirla che il verme dell'ipoteca rosicchiava quelle colture, e
produceva gli effetti della filossera.