XII.

Metilde o Maria?... questa interrogazione martellava continuamente il

cervello di Silvio, e gli toglieva la pace. Egli desiderava di

contentare, almeno in parte, suo padre, e di seguirne i consigli. Nei

vari disinganni della vita, ogni qual volta ad una speranza delusa gli

succedeva uno scoraggiamento, quando vedeva una causa giusta perduta,

un'opinione onesta derisa, un'intrigante che scavalcava un uomo di

merito, si sentiva spinto a fuggire in un ritiro tutte le ingiustizie

sociali, a ritornare a casa sua a piantar cavoli in famiglia, e a

prender moglie. Ma guardandosi d'intorno non si trovava troppo

incoraggiato al passo fatale; il matrimonio gli faceva paura.

Passeggiando per Venezia incontrava dei fidanzati inseparabili, sotto

l'occhio vigilante della mamma. Gli pareva che dovessero affrettare le

nozze per liberarsi da quel caro cerbero che spiava i loro dialoghi e

quasi i pensieri. Come si amano! egli pensava, come saranno felici di

poter rifare queste passeggiate, senza quell'intollerante testimonio

materno! Finalmente si celebrava il matrimonio, facevano il loro

viaggetto di nozze, ma quando ritornavano a Venezia, il marito andava da

una parte, e la moglie dall'altra, e nessuno li vedeva più insieme!

E poi dove trovare una moglie che corrisponda a tutti gl'ideali del

marito, che appaghi tutti i suoi desideri, che contenti tutti i bisogni

della vita? Che sia amabile e brava in casa, che sia gentile ed onesta

con tutti? E se non ha questi pregi, quali saranno le conseguenze di ciò

che le manca?

«Ne conosco tante delle ragazze, pensava Silvio, e quasi tutte belle, ma

vedendole più volte, e studiandole con attenzione e perspicacia, vi si

scopre sovente qualche difetto, invano dissimulato da false apparenze.

Donnine appariscenti, ma senza profumo, come i fiori falsi del loro

cappellino, cervellini vani e leggieri come le penne di struzzo, anime

misteriose e furbette da far paura ai più intrepidi. Non ne ho trovate

che due sole che mi attraggano con eguale prestigio, ma anche queste non

sono perfette; a quale delle due devo dare la preferenza?--a Metilde o a

Maria?...

«Metilde mi rappresenta la grazia e la coltura, è la più bella bionda di

Venezia, e la ragazza più intelligente e più colta che possa soddisfare

il giusto orgoglio d'un marito. Essa mi inebbria come un vino spumante,

i suoi occhi, la sua voce sono affascinanti, quando mi parla o si mette

al pianoforte, mi rapisce in estasi, mi fa echeggiare nell'anima le più

soavi melodie, io ho bisogno di tutta la forza della mia volontà per

frenare quell'entusiasmo che mi spingerebbe a stringerla fra le braccia,

e a coprirla di baci, e resto muto e immobile come un imbecille. Ma

questo gioiello della società veneziana non acconsentirebbe mai di

venirsi a nascondere ne' miei boschi, segregata dal mondo che la ammira,

sacrificando la sua esistenza per un bellimbusto della mia specie,

contentandosi della mia capanna e del mio cuore, nella solitudine del

deserto domestico, come una monachella in un chiostro. Nemmeno per

sogno!...

«Maria è una bella figlia della natura; è un'anima sana in un corpo

solido e scultorio. È donna positiva, senza ideali, ma utile e buona,

come un'amandorla dolce dalla ruvida scorza. Ma santo Dio! che

pettinature! che vestiti! che stivalini!... È un angelo in veste da

camera!... Ma che sciocchezze! un parrucchiere, una sarta e un calzolaio

dei migliori ne farebbero prontamente un'altra donna.... e che

donna!...»

E divagava tutto il giorno con simili pensieri, senza decidersi a nulla,

senza saper sciogliere il più arduo problema della sua vita:--Metilde o

Maria?...

Papà Gervasio ristabilito in salute andò a trovarlo coi soliti doni.

Silvio molto occupato nelle sue corrispondenze ai giornali non potè

accompagnarlo in casa Ruggeri. Il babbo ci andò solo, depose un involto

in anticamera, e si fece annunziare alle padrone nel salotto. La signora

Emilia, tutta a svolazzi, scuotendo i cincinnoli della fronte, e

dimenando i fianchi, con matronale dignità, gli andò incontro per

presentargli le più gentili felicitazioni per la ricuperata salute.

Metilde sorridente seguì la madre, e gli strinse cordialmente la mano.

Finiti i soliti complimenti lo invitarono a sedere.

--Le prego di concedermi un momento, disse Gervasio, sederò dopo, prima

di tutto ho una presentazione da fare.... il migliore dei miei figli!...

--Silvio! esclamò Metilde.

--Ma come? interruppe la signora Emilia, avete un altro figliuolo?...

Papà Gervasio non le rispose, ma con un rapido sgambetto sguisciò in

anticamera, e un momento dopo ricomparve, ripetendo:

--Vi presento il migliore dei miei figli!... era un enorme melone che

teneva orgogliosamente fra le braccia, facendolo girare in modo che lo

si vedesse da ogni parte.

Risero di cuore della presentazione, lodarono ripetutamente la sua

bellezza ed il profumo di quel portento, ed ascoltarono sorridendo una

breve dissertazione sulla coltura dei cucurbitacei.

--È singolare, osservava la signora Emilia, la grandezza di tutti i

vostri prodotti!

--Effetto dell'educazione, cara signora.

--Ma voi trasformate le vostre terre nel paese della cuccagna!

--Vengano dunque a vederci, almeno una volta....

--Verremo di sicuro, saremmo già venuti se l'avvocato avesse un solo

giorno di libertà.

In questo istante entrava nel salotto l'avvocato, gli additarono il

frutto enorme, che egli credette una zucca. Ma questo equivoco che destò

l'ilarità delle signore, fu accolto come un elogio dal donatore, che lo

interpretò come un paragone di grandezza.

Misero il melone sotto il naso dell'avvocato per farglielo conoscere

dall'odore, e gli raccontarono la bizzarra presentazione. Anch'egli ne

fece i più grandi elogi.

Papà Gervasio non teneva più nella pelle dalla consolazione, il suo

orgoglio era soddisfatto molto più di quel giorno che suo figlio fu

fatto dottore. Tutti abbiamo le nostre passioni, egli aveva l'ambizione

dell'orto. Raddoppiò le istanze per una gitarella alla sua villa, e per

invogliarli alla visita enumerava i piaceri della giornata.

--Un giro pel parco, sulle rive del laghetto, e pei boschi, una

colazione all'aperto, sotto la pergola dei gelsomini, una passeggiata al

frutteto ed alla vigna. Quest'autunno sarà matura quell'uva d'oro,

moscata, che piace tanto alla signora Metilde, dei bei pomi, delle pera,

dei fichi d'ogni colore, un po' di tutto. Vedranno in orto delle altre

meraviglie. Farò assaggiare al signor avvocato i miei vini, alle signore

delle conserve. Non abbiamo da offrire nè spettacoli, nè teatri, ma

prometto una giornata di riposo e di svago, un'accoglienza senza

cerimonie, ma davvero cordiale.

Metilde batteva le mani, e guardava suo padre con occhio supplichevole,

mostrando il più vivo desiderio di passare una così bella giornata in

campagna, in quel luogo di delizie. Lo avevano promesso tante volte, era

giunto il momento di mantenere la parola. La signora Emilia secondava la

figlia, l'avvocato assentì, e fu pattuito che nel prossimo autunno si

manderebbe ad effetto quella visita.

Papà Gervasio gongolante dalla gioia corse ad annunziare la buona

notizia a suo figlio, che ne fu lieto, e s'incaricò di ribattere il

chiodo perchè il progetto non andasse sventato, e d'informare a tempo la

famiglia del giorno preciso dell'arrivo, per le disposizioni opportune.

E anche questa volta papà Gervasio ripetè con insistenza il desiderio di

vedere il figlio ammogliato, eccitandolo alla buona scelta d'una sposa,

mostrando la più viva impazienza di vederlo stabilito prima di morire, e

confortandolo con buoni consigli.

--La felicità della famiglia dipende in gran parte dalla donna, egli

diceva; essa attira o allontana il marito dalla casa, secondo le sue

buone o cattive qualità; essa procura il benessere o getta il disordine

in famiglia, bisogna pensarci seriamente. I figli allevati con molta

severità al tempo del governo austriaco, hanno saputo combattere e

morire per la libertà; i figli che crescessero nell'abbandono ci

condurrebbero all'anarchia. Non seccarti delle mie prediche, lasciami

dire tutto quello che penso, tutto quello che ha diritto di pensare un

padre che ha pagato la libertà con infiniti sacrifizi. I futuri

cittadini saranno ottimi o pessimi secondo le loro madri, perchè le

azioni umane dipendono in gran parte dall'indirizzo dei primi anni. La

palla che corre, se non trova ostacoli che la deviano, arriva sempre

dove la spinse la mano che le diede il primo impulso.

Silvio gli promise di contentarlo, si mostrò disposto a risolversi a

questo passo scabroso, facendo una buona scelta, e pensava fra sè: «La

gita dei Ruggeri in campagna sarà una bella occasione per decidermi;

Metilde e Maria trovandosi insieme, potrò osservarle con attenzione, e

finalmente sarò in caso di giudicarle senza pericolo di ritrattarmi il

giorno seguente. Fino che sono divise e lontane, preferisco sempre

quella che mi sta più vicina, ne subisco l'influenza magnetica, e

l'assente ha sempre torto.»

Due mesi dopo l'ultima visita di papà Gervasio, venne stabilito dai

Ruggeri il giorno preciso per fare la scampagnata. Silvio ne diede

avviso alla sua famiglia, la quale prese le opportune disposizioni per

accoglierli degnamente.

Era d'autunno, la bella stagione delle vendemmie e delle frutta mature,

della temperatura mite, e dell'abbondanza. Non si poteva scegliere

un'epoca migliore.

Quando la carrozza entrò nel parco dal cancello spalancato, papà

Gervasio attendeva al vestibolo, Pasquale era pronto per aprire lo

sportello, la nonna e Maria corsero a ricevere gli ospiti.

Furono condotti nelle stanze del primo piano, per spolverarsi, e

riparare ai piccoli disordini del viaggio. Passarono per brevi istanti

al salotto, fino che vennero introdotti sotto la pergola dei gelsomini e

dei caprifogli, ove era stata apparecchiata la colazione quasi tutta coi

prodotti della villa. La tavola coperta da una bella tovaglia era adorna

di fiori e di frutta, fra le quali spiccavano dei pomi color porpora, e

dell'uva d'oro. E stavano intorno dei piatti piccoli e grandi col burro

fresco, il miele dell'arnie, le uova del mattino, il prosciutto e il

formaggio di casa. I ravanelli rossi e verdi uniti al sedano bianco

mostravano i colori nazionali, che non mancavano mai in casa Bonifazio.

Servirono una frittura di pollo che fece onore alla nonna, una torta di

frutta che ottenne molti elogi, guadagnati da Maria, e il vino della

cantina fu portato alle stelle, con somma soddisfazione di Gervasio.

Pasquale in cravatta bianca, rasato a fondo, col muso in aria, la

schiena curva, le gambe un poco storte, serviva in tavola, come le

scimmie dei saltimbanchi alla fiera.

L'aria mattinale ed il viaggio avevano messo gli ospiti in appetito,

l'aspetto attraente dei piatti lo spronava. Mangiarono allegramente,

prodigando gli elogi su tutte quelle ghiottonerie le più golose.

Peccato che le signore Emilia e Metilde guastassero il vino, mescendovi

dell'acqua, e che l'avvocato bevesse pochissimo. Papà Gervasio non

poteva consolarsi che non lo lasciassero riempiere i bicchieri a suo

talento, e gli pareva che non sapessero apprezzare degnamente gli aromi

deliziosi delle sue vecchie bottiglie.

Le due ragazze, sedute vicine, presentavano il più bel quadro che

potesse desiderare un artista. Maria aveva una rosa fresca nei capelli

morbidi e abbondanti, la semplice natura era bastata ad abbellire la sua

testa giovanile, che rappresentava la salute e la freschezza dei campi,

ravvivata dalla gaiezza degli occhi ridenti.

Portava al collo un fazzoletto di seta di vari colori vivaci, messo alla

rinfusa per difendersi dalle brezze autunnali. Ma questa semplice

precauzione era bastata a mascherare i difetti del vestito, che solevano

dispiacere al cugino.

I capelli d'oro di Metilde un po' sviati dal viaggio e dall'aria,

svolazzavano capricciosamente sulla fronte e sul viso candido della

ragazza, con pittoresco disordine. La straordinaria levata mattiniera le

aveva lasciati gli occhi un po' languidi, ciò che abbelliva la delicata

espressione de' suoi lineamenti. Due grossi solitari di brillanti

splendevano alle sue piccole orecchie come due stelle, e la somma

semplicità del vestito accollato, che le disegnava il busto

graziosamente digradante con curve eleganti fino ad una vita sottile di

vespa, era rialzata da un'ampia cravatta bianca leggierissima di velo e

pizzi, artisticamente annodata. Un mazzolino d'asclepie carnose

introdotto in un occhiello dei bottoni, pallido come il suo volto,

esalava un profumo penetrante.

Metilde e Maria si sorridevano come due amiche, ma poi voltata la testa,

si rivolgevano certe occhiate clandestine colla coda dell'occhio, che

tradivano una reciproca diffidenza, ed una ripulsione istintiva.

Silvio le divorava cogli occhi, contemplava attentamente le più minute

agitazioni, i movimenti quasi impercettibili dei loro volti, la luce

degli occhi, gli atteggiamenti di quelle rosee labbra che si studiavano

di dissimulare il pensiero. Erano belle entrambe, d'una diversa

bellezza, e dopo una lunga lotta di pensieri, e un grave imbarazzo nella

scelta, egli volava col pensiero ai paesi della poligamia, che gli

parevano più fortunati dei nostri, ove egli avrebbe sciolto agevolmente

il quesito: Metilde o Maria? con queste sole parole: tutte due!...

E stava appunto mulinando in segreto tali pensieri colpevoli, quando,

finita la colazione, tutti mostrarono il desiderio di muoversi, di

passeggiare pel parco, di visitare la villa.

Uscirono dalla pergola, la nonna chiese il permesso di ritornare in casa

per accudire alle faccende domestiche, papà Gervasio si mise in testa

della comitiva per servire di guida, e cominciò subito le sue

spiegazioni. Egli si mostrava entusiasta dei colori dell'autunno, e

indicava le varie tinte delle foglie nelle grandi masse degli alberi di

varie specie, e nelle macchie degli arbusti:

--Quale tavolozza!... egli esclamava, il nostro Tiziano, il grande

colorista, non aveva tanti colori, nè un simile impasto! guardino quel

rosso vivo delle foglie di cotogno della China, osservino il giallo

d'ocra di quel platano, e il lionato oscuro del suo vicino.

Quell'ipocastano ha una tinta tané come il guscio delle castagne, quella

robinia è tutta d'oro! E quel verde cupo degli abeti come si stacca dal

verde tenero degli _strobus_! Favoriscano un'occhiata a quella idrangea

a foglie di quercia; mi dicano se quelli non sono i colori metallici dei

bronzi antichi, e delle armature di ferro irrugginite?! Vogliono vedere

uniti la porpora e l'oro?... contemplino quella ampelidea vergine che è

salita sul _liriodendron tulipifera_!...

Mentre il vecchio coltivatore si animava nella descrizione delle tinte

autunnali, ed era assorto nella declamazione di quelle bellezze

pittoresche, l'avvocato guardava intorno sbadatamente, non vedeva nulla,

e si andava concentrando coi suoi soliti pensieri del contenzioso

giuridico. La signora Emilia osservava in aria canzonatoria le pieghe

assurde del vestito di Maria, e ne dava d'occhio a Metilde, mentre essa

accennava alla madre la calzatura della ragazza. Silvio soffriva del

fiato perduto di suo padre, che si spolmonava invano spiegando davanti

ad occhi profani il gran libro della natura.

Argo seguiva fedelmente la sua amica, e per starle più presso si fregava

agli abiti di Metilde, che pareva poco contenta della compagnia di quel

cane. Giunti al vigneto si ridestò l'attenzione di tutti, e

approfittando del cortese invito del padrone di casa, ciascuno si mise a

beccare i bei grappoli d'uva bianca e purpurea che brillavano al sole.

Così fu fatto anche davanti al frutteto, ma la signora Emilia non volle

che sua figlia mangiasse altre frutta, papà Gervasio le incoraggiò a

farne almeno una bella scelta fra le migliori, per portarle a Venezia.

Poi visitarono l'orto, fornito d'ogni varietà d'erbaggi, entrarono nelle

serre, ammirarono le aiuole all'aria aperta, e ne raccolsero tanti fiori

che le due ragazze ne erano cariche, e dovettero depositarli nel chiosco

del giardino. Poi saliti sopra una torricella che si chiamava il

belvedere, papà Gervasio fece vedere il panorama delle Alpi lontane, i

verdi colli sottoposti, il bosco Montello, e tutti i paeselli bianchi

disseminati nella vasta pianura. Additò anche i suoi poderi in blocco,

colle relative case coloniche sparse per la campagna intorno alla villa,

le praterie ove pascolavano i suoi armenti, e i campi coltivati a lunghi

filari di gelsi e di viti.

Frattanto erano giunti due altri invitati a pranzo che passeggiavano

sulla spianata davanti la casa. Quando la comitiva si avanzò, Silvio

fece le presentazioni.

--Il maestro Zecchini, Andrea Pigna.

Il giovane che non era avvezzo alle cerimonie cercava di nascondersi

dietro il maestro, il quale si avanzava con rispettose riverenze alle

signore, col cappello basso nella destra, e la sinistra appoggiata al

bastone, che lo aiutava a camminare.

Papà Gervasio gli strinse la mano, dicendo all'avvocato;

--È un vecchio amico di casa, che si ricorda ancora di Napoleone I;

amico fedele di mio padre, maestro di parecchie generazioni, pensionato

dal Comune.

--Senza mio merito, rispose modestamente il maestro.

Papà Gervasio volle condurre i suoi ospiti a visitare anche le stalle.

Egli amava tutte le bestie per istinto di bontà che gli rendeva cari

tutti gli esseri viventi, e poi come agricoltore, pei vantaggi che

ricavava da queste valorose alleate.

Il maestro faceva gli elogi delle mucche:

--Sono le più belle del paese, egli diceva all'avvocato, e ce ne sono

poche di migliori in tutta la provincia.

L'avvocato le guardava senza vederle, la signora Emilia si alzava

l'abito e le sottane fino a mezza gamba, e storceva il naso, perchè

l'odore della stalla le dava fastidio, Metilde si teneva dietro le

colonne perchè aveva paura di tutto, e diceva:

--Guai se una di quelle bestie rompesse la catena che le tiene legate!

Le mucche la guardavano con placidi sguardi, e alzavano il muso

ruminando tranquillamente. Maria rideva clamorosamente, entrava nelle

poste, accarezzava la Mira, che mostrava di conoscerla.

Il maestro asseriva che le bestie hanno spesso più sentimento degli

uomini, e molte buone qualità che scarseggiano nella vita sociale....

Per somma fortuna Pasquale venne ad annunziare che il pranzo era

servito, e così risparmiò la dissertazione del maestro, che dopo

l'elogio delle bestie, sarebbe indubbiamente finita col solito atto di

accusa dell'uomo.

La sala da pranzo era stata apparecchiata dalla nonna con quelle cure

che soddisfano la vista, e mettono gli ospiti in buone disposizioni. I

cristalli brillavano sulla lucida tovaglia fra i piatti fermi e

l'argenteria. Un bel vaso di fiori confondeva i suoi profumi colle

esalazioni delle pietanze. In principio non si udiva che l'acciottolio

dei piatti, tutti mangiavano in silenzio, ma la signora Emilia s'accorse

subito che Maria soffiava sul cucchiaio colmo, e mangiava la minestra

col pane. Una bottiglia di vino bianco lucido trasparente color

dell'ambra animò la conversazione che divenne sempre più animata e

briosa.

Il maestro raccontava le sue paure al tempo dei Tedeschi, quando

cominciò a sospettare che il capitano Bonifazio appartenesse alla setta

dei Carbonari. Egli si trovava gravemente compromesso e sognava tutta la

notte sbirri, catene, sotterranei, e la forca!

Papà Bonifazio per eccitarlo a tenere allegri gli ospiti gli riempiva

continuamente il bicchiere. Un'immensa trota del Piave fu trovata

eccellente. Tutto era buono e servito in punto.

Andrea teneva gli occhi fissi costantemente sulle due ragazze, Silvio

fremente spandeva il vino sulla tovaglia.

Maria prese colle dita uno stinco di pollo e si mise a rosicchiarlo e a

succhiarlo con disinvoltura, tagliava le vivande a pezzettini, e parlava

colla bocca piena, teneva la forchetta colla destra, e il coltello colla

sinistra.

La signora Emilia faceva dei segni a Metilde per indicarle questi

scandali; Silvio se ne avvedeva e si sentiva umiliato.

Ma il malanno più grande si manifestò nei dialoghi, ai quali la povera

ragazza ebbe l'imprudenza di prender parte. Essa diceva con ingenuità

degli spropositi madornali, che provocavano dei sorrisi male dissimulati

dalle signore e dall'avvocato e facevano salire il rossore al volto

dell'infelice cugino.

Si parlava dei suicidi che si vanno moltiplicando, ed essa raccontò il

caso d'un giovane speziale che si era ucciso colla _strachinina_.

Il maestro sostenne che il suicidio è una viltà, che la morte non è un

eroismo che quando si va ad incontrarla per la patria... e Maria

soggiungeva:

--Come i mille che andarono in _Cicilia_!...

Si parlò di Venezia, del lido, dei bagni d'Abano....

--Che sono eccellenti, osservò Maria, per le _irruzioni_ alla pelle.

--E pei dolori reumatici, disse il maestro.

--Ma questi, continuò l'intrepida fanciulla, si possono guarire anche

coll'essenza di _Clementina_!

Quest'ultima essenza spinse l'avvocato ad un irresistibile scroscio di

risa, al quale fece eco la signora Emilia. Metilde arrossì. Silvio aveva

gli occhi fuori della testa. Per consolarsi delle continue sciocchezze

di sua cugina egli beveva senza misura, e fra il vino, gli spropositi e

le umiliazioni perdeva il cervello. La nonna dissimulava, papà Gervasio

nella sua bonarietà non capiva che una cosa sola, che gli ospiti stavano

allegri, ed egli era soddisfatto. Il maestro si rammentava i consigli

che aveva dati inutilmente per l'educazione della fanciulla, e deplorava

vivamente la brutta figura che essa faceva a quella prima prova.

L'arrosto delle lodole venne ad accrescere le sconvenienze di Maria.

Curvata sul piatto, lacerava gli uccelli colle dita, ne cavava le polpe

coi denti, poi ritirava le ossa dalla bocca sporca. Quando finì di

divorarli, si versò un bicchiere di vino ben colmo, e se lo bevette d'un

tratto lasciando il cristallo appannato dall'unto, e mettendo i gomiti

sulla tavola, si riposò, guardando tranquillamente d'intorno.

Le signore Ruggeri che avevano assistito a quello scandalo scambiando

dei sogghigni ironici, abbassarono gli occhi per non lasciar scorgere la

loro meraviglia. Alle frutta Maria sputava i noccioli sul piatto, e

scherzava così insulsamente che gli ospiti ridevano per pietà. Il solo

Andrea la trovava spiritosa, e s'innamorava sempre più di lei; mentre il

cugino si vergognava d'aver preso sul serio una scioccherella, e la

guardava con disprezzo.

Dopo il caffè tutti sentivano bisogno d'aria aperta, e uscirono in

giardino.

Giunto il momento della partenza, papà Gervasio riempì i cassetti del

calesse colle frutta raccolte alla mattina. Infiniti complimenti e

strette di mano si andavano avvicendando con reciproca insistenza, tutti

volevano ringraziare, nessuno voleva essere ringraziato. Quando le

signore si accomodarono in calesse, furono coperte di fiori, l'avvocato

e Silvio non trovavano il loro posto sotto quella valanga odorosa, ma

finalmente si collocarono alla meno peggio. Papà Gervasio, il maestro,

Andrea, la nonna e Maria circondavano la carrozza, reiterando i saluti e

le strette di mano.

Silvio slanciò un'occhiata sprezzante all'indirizzo di Maria, che voleva

significare:--ti ripudio;--e salutò Andrea con un sorriso strano,

accompagnato da un'alzata di spalle, che voleva dire:--prendila pure,

che te la cedo volentieri.

La signora Emilia partì dalla villa riportando la più ferma persuasione

dell'opulenza della famiglia Bonifazio. Aveva veduto una bella casa, con

tutti gli agi della vita, un parco principesco, e le campagne che aveva

osservate dal belvedere le parevano immense. E infatti il padrone di

casa non aveva trovato necessario d'indicarle i confini, nè di

avvertirla che il verme dell'ipoteca rosicchiava quelle colture, e

produceva gli effetti della filossera.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 13 / 25 题