Tutto quell'inverno fu rallegrato dai più deliziosi passatempi. Le noie
della pratica curiale venivano lautamente compensate dai passeggi, dalle
conversazioni, dalle feste da ballo, dagli spettacoli dei migliori
teatri. Durante il giorno, nello studio dell'avvocato, Silvio imparava
come si guadagna il denaro a spese dei litiganti, ed ogni sera imparava
a spenderlo nella buona società. Il bisogno dei milioni, o almeno almeno
di qualche migliaia di lire, si faceva vivamente sentire. S'era fatto
degli amici che la pensavano come lui, non erano ricchi, perdevano al
giuoco, si divertivano, e tuttavia non mancavano di denaro. Dove diavolo
andavano a trovarlo? Si mise a studiarli a fondo, e a interrogarli:
--Avete trovato una miniera?...
--Sicuro, gli rispondevano, la miniera inesauribile delle umane miserie,
delle corbellerie, delle dabbenaggini, delle birbonate, e delle geste
quotidiane del genere umano!...
--Che cosa volete dire!... non capisco niente! parlatemi più schietto,
dove trovate il denaro per divertirvi?...
--Nella stampa! gli risposero, in questa lupa affamata, che divora ogni
giorno tutte le nostre ciarle, che consuma delle montagne di carta
manoscritta, ed è sempre insaziabile per quanto inghiotta, e domanda
continuamente dei nuovi alimenti, ed è costretta di pagarli. Noi siamo i
fornitori della sua cucina.
--Vorrei potervi imitare, ma non sono letterato, non so proprio nulla,
non ho mai avuto il tempo di studiare.
--Ma che letterati d'Egitto!... noi non siamo più sapienti di te. Slamo
del numero infinito dei corrispondenti, che mandano della materia
brutta... ma molto brutta a tutti i giornali del mondo. Non siamo capaci
di scriver bene, con ponderazione e misura, ma per improvvisare siamo
eccellenti. Chi scrive bene muore di fame, meno rare eccezioni. La
stampa paga sempre in ragione inversa del volume. Un grosso volume in
ottavo produce meno d'un modesto in sedicesimo il quale è meno pagato
d'un articolo. La letteratura mena direttamente al fallimento, il
giornalismo è più promettente, e può condurre alla ricchezza. Noi
mandiamo ogni giorno le notizie di Venezia alla capitale ed all'estero,
e ne ricaviamo qualche profitto. Il nostro uffizio di redazione è la
bottega di caffè, dove gettiamo sulla carta tutte le ciarle del giorno,
e senza nemmeno rileggere lo scritto lo portiamo alla posta. Non si
guadagnano tesori, ma con tre o quattro giornali quotidiani si vive.
Basta scrivere ogni giorno qualche novità....
--E quando non ce ne sono?
--Ce ne sono sempre!... È impossibile che Venezia non fornisca qualche
argomento alle nostre ciarle. Politica, amministrazione, belle arti,
teatri, tutto ci serve. Quando non si sa parlare a fondo di niente, si
può scrivere di tutto per sommi capi, degli articoletti divisi come le
strofe d'un sonetto. È un genere che piace. È poi affatto impossibile
che manchi un argomento piacevole alla cronaca del giorno, un
assassinio, un fallimento, un furto, un suicidio, è impossibile che una
buona ragazza non faccia uno scapuccio, e ci fornisca la materia per un
articoletto verista, è impossibile che un camino non prenda fuoco, che
la buon'anima d'uno spiantato non si getti in laguna, che un qualche
cassiere non fugga, che il diavolo non metta la coda in qualche sito
proibito. In caso disperato, anche senza essere letterati non siamo
tanto scemi da non saper inventare una storiella spiritosa, che diverta
il pubblico per qualche giorno. Diceva bene Balzac: «_pour le
journaliste, tout ce qui est probable est vrai_.» Noi non abbiamo
corrispondenze che con Roma e Milano, ma tu che sei nato in Francia, e
scrivi il francese meglio dell'italiano, tu potresti guadagnare
moltissimo mandando delle corrispondenze a Parigi.
Silvio afferrò subito questa idea luminosa, scrisse un gran numero di
lettere promettendo qualche cosa di nuovo e di interessante su Venezia,
inesauribile argomento di osservazioni e di studi, che gli venivano in
mente, ispirati dall'amore che suo padre gli aveva comunicato per questa
città singolare. Portò le sue lettere alla posta pieno di illusioni, ma
il giorno seguente dopo maturo esame, perdette ogni speranza di buona
riuscita, e perplesso fra questi due estremi aspettò il risultato della
sua prova.
In quel tempo giunse alla villa Bonifazio l'annunzio del prossimo
matrimonio del cugino Alessandro, che aveva lasciato il servizio
nell'esercito per prender moglie, e invitava a nozze i cugini.
«L'esempio della vostra vita tranquilla mi ha spinto a questo passo,
egli scriveva, e l'esperienza del mondo mi ha persuaso che se vi sono
dei giorni felici non si possono raggiungere che nella intimità della
vita domestica, e nella pace della campagna. La casetta ereditata dallo
zio mi facilita l'intento. La mia Enrichetta sarà come la Maddalena
un'ottima moglie, e una brava padrona di casa. Venite dunque ad
assistere al mio matrimonio, e la vostra cara presenza sarà il migliore
augurio che io possa desiderare per l'avvenire.»
Papà Gervasio soffriva troppo degli intestini per fare quel viaggio,
Maddalena, come al solito, non voleva lasciare un solo giorno la sua
Maria; scrissero dunque a Silvio di partire per la Brianza per
rappresentare la famiglia alle nozze del cugino. Ma Silvio, che non
voleva allontanarsi da Matilde in carnovale, prese il pretesto di affari
urgentissimi dell'avvocato che non gli permettevano di assentarsi, si
scusò col padre e col cugino, e non si mosse da Venezia, aspettando
ansiosamente le risposte dei giornali. I primi riscontri gli vennero
dalle provincie. Lo ringraziavano della sua ottima idea, accettavano la
sua corrispondenza con sommo piacere, dolenti soltanto di non poterlo
ricompensare che con una copia del giornale, il quale viveva della
carità di qualche benemerito del partito, che però non bastava a
salvarlo dai debiti, da cui era minacciata continuamente la sua
esistenza.
Un giornale di Parigi domandava un saggio degli scritti proposti, e se
fosse riuscita la prova avrebbe accettato un articolo alla settimana,
convenientemente retribuito.
Un giornale di Roma accettava la corrispondenza senza prove, e
assicurava un assegno mensile. Dagli altri nessuna risposta; le domande
di corrispondenza erano state gettate nel cesto.
Questo risultato gli parve inferiore alle prime speranze, ma di gran
lunga migliore di quel fiasco completo, minacciatogli da troppa paura.
Si accinse al lavoro, e non gli mancarono gli argomenti. Cominciò a
parlare di feste e di spettacoli, intrecciando le relazioni del presente
colle memorie del passato. Cercò di scoprire antiche origini d'usi
sociali, mise le fabbriche antiche a paragone delle moderne, la basilica
di San Marco colla stazione della ferrovia, i marmi antichi col gesso
dei nostri giorni, il Ponte di Rialto coi ponti di ferro, che cancellano
i palazzi del Canal Grande, come si cancella un conto sbagliato sopra un
registro. Osservò nei ritratti dei musei e nelle medaglie le fisonomie
degli antichi veneziani, e andò a cercarne le traccie nel popolo, e a
forza di studi comparativi giunse a stabilire un sistema inverso di
quello di Darwin, per dimostrare la degenerazione della razza veneziana.
L'epoca del carnovale si prestava allo scherzo, ed alla scoperta dei
discendenti degli antichi. Annunziò che il proprietario d'un caffè della
piazza portava tutti i lineamenti d'un doge, che il gobbo che lustrava
le scarpe scendeva sicuramente da un inquisitore di Stato, dipinto da
Paolo Veronese. Il mercante di caramelli doveva essere un nipote del
Cardinal Bembo, una fioraia che correva pei caffè era l'esatta
riproduzione della Zulietta dipinta da Rousseau «in vestito di
confidenza.»
I famosi navigatori rispettati in tutti i mari del mondo erano
tralignati nei gondolieri che non facevano che il giro dei canali,
minacciandosi da lontano. I discendenti del _maggior Consiglio_ andavano
in maschera da pagliacci, un erede di Marco Polo era vestito da
Pantalone, e un pronipote di Gasparo Gozzi indossava l'abito appezzato
dell'Arlecchino, i _Signori di notte_ suonavano nelle orchestre dei
teatri, e i _Savi_ erano diventati matti.
In ogni relazione introduceva degli aneddoti piccanti, e delle biografie
piene di brio. Le sue corrispondenze facevano ridere, e questo fu un
vero successo, per la stagione di carnevale. Quando venne la quaresima,
volle che i suoi lettori facessero un poco di penitenza, e allora andò a
spolverare gli antichi documenti degli archivi, e le pergamene tarlate,
e si mise a parlare di storia. I suoi lettori si addormentavano col
giornale in mano negli angoli dei caffè. Egli comprese subito che aveva
trovato la chiave del vero corrispondente, e che disponeva a suo talento
dell'animo dei lettori del giorno.
Venne pregato di mandare anche delle notizie politiche, e fu l'inventore
d'un nuovo genere di corrispondenze che ottenne un vero successo nel
giornalismo, e fu prontamente imitato da vari periodici. Ecco in che
cosa consisteva la sua invenzione.
Egli raccoglieva le notizie di vari giornali francesi, sapeva ornarle
d'una veste nuova, e le mandava a Roma, d'accordo col giornale, come
corrispondenze di Parigi. E a Parigi mandava corrispondenze da Roma,
eseguite sullo stesso stampo, coll'aggiunta di vari fatterelli curiosi
raccolti da qualche deputato in vacanza, da persone che ritornavano da
Roma, e da un signore che parlava ad alta voce in uno stanzino del caffè
Florian, e che era sempre bene informato delle cose pubbliche, meglio
del Questore e del Prefetto.
In breve tempo Silvio divenne un vero _reporter_ di mestiere, curioso
indagatore di novità, domandava conferenze e colloqui con personaggi
illustri che giungevano a Venezia, commetteva le più audaci
indiscrezioni, e le sue lettere acquistavano un credito, che gli veniva
largamente retribuito. E così passò il primo anno di pratica, e
l'inverno successivo, immerso nel lavoro, leggendo tutto, e studiandosi
di perfezionare la forma letteraria per rendere più gradevoli i suoi
scritti. Le ore della sera, prima del teatro, erano tutte dedicate alla
famiglia dell'avvocato, a conversare con Metilde, ad ascoltare la musica
delle sue parole, e del suo pianoforte, ad ammirare la sua grazia e la
sua coltura. E non volle mai saperne di lasciare Venezia un solo giorno,
giustificandosi colla famiglia col pretesto dei lavori legali che non
gli lasciavano un'ora di libertà.
Papà Gervasio, non potendo ottenere che suo figlio andasse a passare
qualche giorno in campagna, gli faceva delle sorprese, recandosi a
Venezia, ma per poche ore, con un viglietto di andata e ritorno.
Arrivava colla prima corsa, entrava tutto ansante, carico di cestelle e
di sporte, nella camera del figlio, che dormiva ancora.
Gli dava un bacio e poi si metteva a sciogliere gl'involti, e sciorinava
gli oggetti sul tavolo e sul cassettone, e metteva in mostra le frutta
della stagione, e quelle che aveva saputo conservare. In primavera erano
fragoloni più grandi delle noci, d'estate ciliege grosse come prugne,
prugne grosse come persici, persici grossi come melagrani. D'autunno
peri profumati meravigliosi, pomi d'ogni forma e d'ogni colore dal
piccolo Appio dolce al _rainette_ grigio del Canadà. Tirando fuori i
fragoloni, papà Gervasio diceva:
--Guarda _Mac-Mahon_, è una delle più grandi varietà! guarda la _Regina
Vittoria_, è delle più saporite.
Mettendo in riga le pera e i pomi li voltava sempre dalla parte più
colorita, li puliva colla palma della mano, li lucidava colla manica del
vestito e li nominava:
--Gnocco di Milano!--Generale Totleblen--Cardinale--Butirro Napoleone!
Tutti di casa caricavano il povero papà Gervasio per spedire qualche
dono al figliuol prodigo. D'inverno Maria gli mandava delle eccellenti
conserve di frutta, in primavera le più belle varietà di rose, d'autunno
delle uve moscate color d'oro. La nonna prodigava le calze, le mutande,
i corpetti di lana, eseguiti colle sue mani, intrecciando infiniti
pensieri e qualche lagrima all'eterna catena della maglia.
Silvio si vestiva ammirando e ciarlando, ringraziava e domandava conto
di tutti. Allora il papà gli raccontava le sue piccole sofferenze
intestinali senza gravità, poi passava a narrargli i grandi avvenimenti
della villa.--Mumut era scomparso improvvisamente di casa, Maria
disperata lo fece cercare invano per molti giorni; è facile immaginarsi
le sue angustie, i suoi sospetti su certa gente alla quale non ripugna
il gatto in umido, purchè sia grasso. Non era possibile di ritrovarlo.
Finalmente il maestro Zecchini lo vide accovacciato pacificamente in
cima al muricciolo dell'orto della vicina masseria. Una passione
sfrenata per una gatta dell'affittuale lo teneva schiavo in quel sito,
immemore delle cure costanti di tua cugina, con ingratitudine colpevole.
Venne portato a casa che non era più riconoscibile, magro consunto dalla
passione, spelato per le lotte sostenute coi rivali. Ora si è abbastanza
rifatto, ma conserva una morbosa malinconia che gli impedisce di
ritornare alla sua naturale pinguedine. Ma adesso viene il più bello,
ascolta anche questa. Pasquale incaricato di fare le più minute indagini
per rinvenirlo, mancava ogni giorno di casa per lunghe ore, trascurando
il servizio, ma abbiamo scoperto che invece di mettersi alla ricerca del
gatto, egli andava a dormire sul fieno.
--Non mi sorprendo, disse Silvio, la malafede e la poltroneria sono del
numero dei suoi difetti.
Quando Silvio era pronto facevano un giretto per la piazza, andavano a
respirare una boccata d'aria salina sul ponte della Paglia, tornavano
alle Procuratie, e passavano al _Cavalletto_, ove Gervasio faceva una
colazione di pesce fresco, in compagnia di suo figlio.
Dopo colazione ritornavano all'alloggio di Silvio, facevano una scelta
delle cose migliori portate dalla campagna, e andavano a presentarle
alla famiglia dell'avvocato.
La signora Emilia riceveva papà Gervasio con cordiali dimostrazioni di
amicizia, gradiva moltissimo quelle frutta, ne faceva mille elogi,
diceva di non averne mai vedute di eguali; e si riconfermava sempre più
nell'idea della ricchezza dei Bonifazio, che potevano vantare simili
prodotti.
Papà Gervasio gongolava agli elogi delle sue colture, e rispondeva che,
in fatto, quelle frutta non si trovano in commercio, sono cose da
dilettanti; e invitava la signora a visitare la sua villa, e a passarvi
alcuni giorni colla sua famiglia, senza complimenti.
--Mille grazie del cortese invito; una volta o l'altra ne profitteremo,
prometteva la signora.
--Sarà un vero piacere, e un grande onore per la nostra casa.
La bella Metilde ammirava i fiori, li disponeva artisticamente nei vasi
del salotto, cacciava i suoi dentini d'avorio nei fragoloni, gustava un
po' di tutto, e proclamava con tanta grazia le delizie di quelle frutta,
che papà Gervasio le avrebbe dato un bacio assai volontieri, e sentiva
il sapore di quei prodotti meglio che se li avesse mangiati.
Capitava l'avvocato, ed erano nuove meraviglie, chiamavano anche i
giovani dello studio ad ammirare quei prodotti della terra promessa.
Dopo le lodi delle frutta venivano fuori gli elogi del figlio. Tutti ne
dicevano un gran bene, meno la signorina Metilde, che lo pensava più
degli altri, ma taceva per convenienza di ragazza bene educata.
La signora Emilia parlava di Silvio come del più caro amico di casa, e
il più fedele; l'avvocato mostrava di stimarlo un giovinotto di slancio,
di spirito pronto, e che da qualche tempo s'era anche messo a studiare.
Gervasio usciva da quella casa consolato, Silvio lo accompagnava alla
ferrovia, e mentre la gondola li trasportava attraverso i canali, il
padre mostrava al figlio la sua soddisfazione, e largheggiava di
promesse e consigli.
--Continua a condurti bene, gli diceva, studia, lavora, e procura di
fare delle economie, perchè gli anni sono sempre più cattivi, e cerca di
contentare l'avvocato e le signore.
Una volta, ritornato da una delle sue gite, beato degli elogi che
l'avvocato aveva fatti a suo figlio, papà Gervasio andava ripetendo al
maestro Zecchini, e gli osservava:
--Dovete convenire che la vostra teoria pessimista non è applicabile a
mio figlio, e fregandosi le mani aggiungeva: non tutti gli uomini sono
asini, caro maestro.
--Dipende.... gli rispondeva seriamente l'amico.
--Come dipende?... da che cosa dipende?...
--Dipende dal punto di vista dal quale partono le osservazioni....
--Come sarebbe a dire?
--Ogni cosa ha la sua luce e le sue ombre. Voi vedete vostro figlio
dalla parte della luce, e vi presenta un bell'aspetto; se lo guardaste
dall'altra parte, forse l'effetto sarebbe diverso.
--Ciò vuol dire in poche parole che non credete ai meriti di mio figlio.
--Parlo in generale. Credo poco a tutte le apparenze. La società impone
ad ogni uomo una veste morale che nasconde la sua natura. Per conoscere
a fondo un individuo bisogna esaminarlo come si fa coi coscritti.
--E come si spoglia un uomo dalla sua veste morale?
--È molto difficile, se non impossibile. L'unico partito per giudicare
un uomo con probabilità di giustizia, è quello di aspettare che sia
morto. Allora sulla tavola anatomica si spoglia il cadavere, si può
fargli la sezione, si scoprono tutte le macchie e tutti i malanni
nascosti. Sapete che pochissimi uomini muoiono di morte naturale, la
maggior parte perisce per qualche.... asinaggine. Dunque aspettiamo a
giudicare gli uomini dopo la morte.
--Caro maestro, conchiuse Gervasio, desidero di potervi giudicare più
tardi che sia possibile.
--Grazie tante, caro Gervasio.
Nella primavera del secondo anno Silvio ricevette una lettera della
nonna, la quale gli annunziava che suo padre era a letto da qualche
giorno, essendosi aggravate le sue sofferenze intestinali.
Corse subito alla villa. La malattia non presentava alcun pericolo, ma
vedendo che la sua visita era riuscita molto gradita a suo padre, egli
decise di fermarsi qualche giorno in famiglia.
La campagna gli pareva un altro mondo dopo il soggiorno prolungato di
Venezia. Dai palazzi di marmo che si specchiano nell'acqua agli alberi
del parco, dalla laguna solcata di barche ai campi arati dai buoi,
dall'orizzonte infinito della marina al prospetto dei monti, la scena
era intieramente cambiata, e tutto si presentava ai suoi sguardi con
proporzioni diverse, e con aspetto modificato da quello d'altro tempo. È
il solito effetto dei confronti. Chi visita Parigi per la prima volta
resta sorpreso dell'ampiezza e del movimento delle strade, della
larghezza della Senna, e dei ponti. Ma se ritorna a Parigi da Londra la
città gli sembra più piccola e meno popolosa; le strade diritte, i
parchi grandiosi, i bastimenti che passano sotto i ponti del Tamigi,
diminuiscono le proporzioni dei _boulevards_ e fanno gran torto alla
Senna. Tornando da Venezia dopo un lungo soggiorno e fermandosi in una
città di terraferma si subisce lo stesso effetto, tanto quella città
singolare non somiglia a nessun altro paese.
Silvio trovava la sua casa più piccola, le stanze più basse e anguste, i
mobili vecchi e di cattivo gusto, le battaglie di Napoleone ridicole, i
ritratti dell'imperatore e dei suoi generali manierati come tante teste
di legno, il parco troppo trascurato.
E la bella Maria?... oh povera Maria, quale sorpresa!...
Come pettinava goffamente quei capelli abbondanti! come vestiva senza
garbo!... e quelle mani rosse e quei piedi così grandi e mal calzati, e
quell'aspetto impacciato, e quella voce ingrata, e quei movimenti
sguaiati, e quelle espressioni volgari!...
Essa accolse il cugino con una lagrima nel sorriso, la bocca affettuosa,
gli occhi ridenti, ogni lineamento del suo viso indicava una gioia mista
di commozione trepidante.
--Dopo tanto tempo!... e forse per così poco!...
E lo osservava con muta sorpresa perchè le pareva più serio, più
elegante, più disinvolto, e non osava interrogarlo, ma pure tradiva la
curiosità collo sguardo.
La nonna era invecchiata assai, bianca, deperita, s'incurvava sempre più
sotto il peso degli anni, le scemavano le forze.
Maria, la sua brava allieva, faceva tutto da vera padrona di casa. Papà
Gervasio vedendo che sua madre non era più in caso di sostenere la
fatica, non voleva essere assistito che dalla nipote, era la sua cara
suora di carità, e gli faceva anche da segretario, da cuoca, e da
cassiera. Ed essa dalla mattina per tempo fino a notte inoltrata, saliva
e scendeva rapidamente le scale, sempre d'ottimo umore e di buona
volontà. Col suo mazzo di chiavi appeso alla cintura del grembiale
bianco di bucato, correva qua e là, a somministrare l'occorrente a
tutti, a dare gli ordini, ad eseguire colle sue mani le cose più
delicate; il brodo ristretto pel povero ammalato, le minestrine leggiere
per la nonna.
Tutti la invocavano da ogni parte, chi domandava la panna per fare il
butirro, chi voleva la crusca per le mucche, chi l'avena pel cavallo. Un
affittuale veniva a fare un pagamento, un altro a domandare una
sovvenzione, essa riceveva, pagava, notava, dava delle disposizioni
opportune, e dei buoni consigli.
Gli ammalati mandavano a chiedere un decotto, i poveri la supplicavano
d'un soccorso, ed essa soddisfaceva tutti con bontà, e aveva sempre in
saccoccia un crostino per Falcone, un pezzetto di zucchero per Argo,
qualche seme di popone pei canarini. Uomini e bestie tutti le volevano
bene.
La nonna e Silvio in fianco al letto del malato gli facevano compagnia,
e il giovinotto osservava attentamente le delicate attenzioni di Maria
per suo padre, il quale lodava la nipote per tutte le sue buone qualità.
--Se tu sapessi come è buona, la mia Maria, gli diceva il padre, come è
brava, previdente, solerte, peccato che non abbia avuto una bella
educazione.... la poveretta sa appena leggere e scrivere, e fare un
conto, ma non ha più un minuto di tempo per coltivarsi....
--Ne sa più di quanto basta per diventare un'ottima madre di famiglia,
brontolava la nonna, e per rendere felice l'uomo che sarà suo marito.
Osservandola minutamente, nei momenti che essa non poteva vederlo,
Silvio si persuadeva che Maria era belloccia, buona, intelligente,
operosa, ma non poteva dissimularsi che era incompleta, le mancava
l'istruzione indispensabile a chi deve vivere in società, e quell'arte
elegante che insegna alla donna a far valere i suoi pregi, o a
nascondere e sostituire le sue mancanze, mercè gli indumenti esterni, e
le cure speciali della persona. Una bella statua mal vestita fa più
triste figura d'una marionetta uscita dalle mani esperte d'una modista
eccellente; e qualche volta una prima impressione è decisiva per
l'esistenza.
È vero che quando ad un rapido sguardo succede un esame più
coscienzioso, si finisce a discernere le apparenze dalla realtà, e il
commercio della vita scopre tutti i segreti, e rivela tanto i vizii
dissimulati che i pregi nascosti fra i quali primeggiano quelli
dell'anima. E infatti era impossibile di vivere lungamente accanto a
Maria senza volerle bene, e senza trovarla bella, perchè la bontà
s'irradia sul volto e lo abbellisce meglio dell'arte più raffinata.
Gli occhi ridenti e soavi di Maria penetravano insensibilmente nel cuore
di Silvio già predisposto da quella simpatia che era nata nella intimità
degli anni giovanili, e che si ridestava nelle abitudini della
convivenza. Ma forse quell'affezione nascente si sarebbe assopita, o
trasformata in amicizia, senza il soffio dell'invidia che nell'animo
acceso del cugino, produceva l'effetto del mantice davanti il fuoco. Gli
faceva rabbia quel sornione d'Andrea che continuava ad aspirare
copertamente all'amore di Maria, dissimulando quanto poteva le sue
tendenze, perchè sentiva di non essere corrisposto nè inteso, e non
voleva accrescere le difficoltà dell'impresa, nè comprometterne il
risultato, con intempestive dichiarazioni che lo esponessero ad essere
allontanato dalla famiglia. Ma Silvio, memore del passato, e d'indole
perspicace, non ebbe bisogno che d'una occhiata per accorgersi che
l'amico di casa perseverava pazientemente nelle sue idee, le dissimulava
con prudente astuzia, aspettando il momento opportuno per farsi avanti,
con qualche probabilità di successo.
Il giovane Bonifazio non poteva soffrire la ruvida natura di quel
gaglioffo, gli pareva che la pretesa di farsi rimarcare da Maria fosse
quasi una sfida verso di lui, lo trovava stupido e audace, e quei
sentimenti gelosi gli rivelavano l'amore per la cugina, e l'odio per
Andrea.
A costui parve che Silvio volesse leggergli in fronte i pensieri, e
guardava in cagnesco il giovinotto elegante, che contrariava la sua
inclinazione. Parlavano di raro fra loro; Silvio gl'indirizzava la
parola con sprezzante alterigia, Andrea gli rispondeva poche parole,
cogli occhi torbidi, e i lineamenti contratti.
Parlando colla nonna e con suo padre, Silvio pronunziò qualche parola
sprezzante all'indirizzo d'Andrea, ma si sentì confutare, con sommo
rammarico. Pareva anzi che il loro affetto per Pigna fosse cresciuto, e
mostravano di crederlo degno di stima e di amicizia. Maria lo difendeva
sempre colla più ingenua semplicità, e raccontava al cugino tutti i
piccoli servigi che quel giovane rendeva alla famiglia, prestandosi
cortesemente in tante brighe noiose. Essi lo impiegavano continuamente
dentro e fuori di casa. Oltre l'assistenza che dava allo zio nelle cure
delle serre e dei fiori, egli faceva acquisti e vendite per conto loro,
sorvegliava i coloni e i domestici.
Quest'ultima rivelazione illuminò lo spirito di Silvio, come un lampo.
Se costui sorveglia i domestici, egli pensò, deve essere in uggia a
Pasquale, che non vorrebbe essere sorvegliato; ecco dunque un alleato.
Saprò qualche cosa da lui sul conto di Andrea, e potrò servirmene
all'uopo. Silvio andò in scuderia a visitare Falcone al momento della
strigliatura, disse qualche parola benevola al domestico per amicarselo,
e cominciò a chiedergli conto di alcune persone che frequentavano la
casa, per finire, con apparente indifferenza, a domandargli d'Andrea.
Quel scimmiotto di Pasquale parlava del giovane come di un orso. Era
evidente che l'orso e lo scimmiotto sentivano una ripulsione reciproca e
si evitavano. Lo scimmiotto accusava l'orso di essere avaro: perchè non
gli dava mai un soldo di mancia; d'essere traditore: perchè svelava ai
padroni i suoi istinti rapaci; d'essere una spia: perchè sapendolo
sciocco e rapace lo teneva d'occhio affinchè non danneggiasse la
famiglia amica, verso la quale aveva delle obbligazioni e dei doveri.
Anche dal maestro Zecchini non potè saperne di più. Secondo il maestro,
Andrea era uno degli innumerabili asini usciti dalla sua scuola, nel
lungo esercizio delle sue funzioni dalle quali si era finalmente
ritirato, lasciando il mondo, poco su poco giù, come lo aveva trovato
alla prima lezione.
--E credo fermamente, egli diceva, che gli uomini saranno sempre gli
stessi. Chi vive contento di tutto e di tutti, chi non è mai contento di
niente e di nessuno.
--Eppure, gli osservava Silvio, siete vissuto in epoche affatto diverse,
e in tempi burrascosi, siete passato dalla schiavitù all'indipendenza,
dal regime dispotico alla libertà, e anche gli uomini avranno mutato le
loro tendenze, i loro vizii, le loro virtù....
--Niente affatto! gli uomini sono sempre gli stessi. Tanto all'epoca del
dispotismo straniero quanto col regime della libertà si trovano i
contenti e i malcontenti; adesso, come nella mia gioventù, ci sono
società segrete e congiure, allora si voleva scacciare il governo
austriaco, adesso si vorrebbe rovesciare la monarchia; più tardi si
tenterà di mandare a rotoli la repubblica. Si ottennero delle cose che
parevano impossibili, adesso se ne domandano delle altre che paiono
utopie. Ma l'impossibile e l'utopia sono parole senza significato. Tutto
è possibile a questo mondo!.... ma niente è perfetto. Quando c'erano i
Tedeschi avevamo il vino in abbondanza e a buon mercato, ma non si
poteva star allegri sotto la minaccia costante del carcere e della
forca. Adesso che siamo liberi, si potrebbe stare allegri, ma non
abbiamo più vino. Dispotismo o filossera, Austriaci o peronospora, c'è
sempre qualche cosa che contrista la nostra esistenza! Adesso non c'è
più pericolo d'andare in berlina, i galantuomini non sono più condannati
al carcere ed all'esilio, ma i contadini devono esiliarsi
spontaneamente, ed emigrare in America perchè la terra non dà più da
vivere, i piccoli possidenti sono rovinati, i grandi sono minacciati dal
petrolio e dalla dinamite, dai nichilisti e dagli anarchici che vogliono
distruggere la società.
E perchè tutto questo?... perchè l'uomo è un asino, che si lamenta
quando è legato alla greppia colla cavezza, e appena lasciato libero
mena calci da disperato e calpesta da stolto la terra, sulla quale non
sa vivere, nè lasciar vivere in pace i suoi simili.
Sono vecchio, sono vicino a lasciare il mondo, ho veduto delle cose
tremende, ho assistito a degli avvenimenti meravigliosi, eppure non ho
mai cambiato il criterio che mi sono formato alla prima lettura della
storia:--l'uomo è un asino!...--Il vostro povero nonno andava in collera
quando udiva questa verità, ma non ha mai saputo confutarla con validi
argomenti. Vostro padre ha sempre riso della mia ostinazione, ma non ha
mai osato discuterla sul serio; che cosa ne pensate voi, caro Silvio,
che avete studiato tanto da diventare dottore, avvocato, e mi dicono
anche giornalista, ditemi francamente che cosa pensate della mia teoria?
--Caro maestro, ho sempre udito dire che i vecchi la sanno più lunga dei
giovani, quindi sono incompetente a pronunziare un giudizio sopra la
vostra sentenza. Ho poi imparato nella mia pratica d'avvocato che tutto
è possibile, anche l'impossibile; che nessuno a questo mondo può essere
mai sicuro di avere completamente torto o ragione, in qualsiasi
questione. L'ingegno può essere un'apparenza, la virtù un'opinione,
l'utopia una futura realtà. L'ideale può essere una verità, il vero può
essere un inganno; non c'è niente di positivo nè di sicuro nè di
assoluto, e quindi anche la vostra teoria non può essere che
relativa....
--Capisco, capisco, siete uno scettico, non credete nemmeno ad una delle
verità più evidenti, come l'asinaggine umana!
--Non credo alla generalità della vostra teoria, ma non posso negare che
credo all'asinaggine d'una grande maggioranza della razza umana....
--Ebbene, basta così, mi avete dato completamente ragione, senza
accorgervene. Dopo immense tribolazioni, dopo le rivoluzioni e le guerre
più sanguinose, abbiamo vinto, ci siamo liberati da tutte le
oppressioni, e per conservare la libertà abbiamo adottato il sistema
parlamentare, il governo della maggioranza!... cioè il dominio degli
asini!!!...
Silvio diede una sghignazzata solenne, prodottagli dalla logica del
maestro. Ma vedendo che era uscito dalla questione che lo interessava
maggiormente, e che non avrebbe potuto saperne di più sul conto
d'Andrea, prese congedo dal maestro, il quale restando sempre serio, lo
accompagnò fino alla porta, gli strinse amichevolmente la mano, e si
ritirò.
Il medico si mostrava soddisfatto dei miglioramenti progressivi della
salute di papà Gervasio, la nonna e Maria se ne consolavano, il solo
malato non era contento, e coi cenni del capo mostrava di non credere
alle asserzioni del dottore. Pareva che non avesse più fede nella vita,
l'avvenire lo preoccupava seriamente, faceva dei discorsi melanconici.
Conversando con suo figlio si provò a persuaderlo delle magre risorse
della professione di avvocato, specialmente per un giovane principiante,
gli mostrò le amarezze e i pericoli del giornalismo, e contrapponeva a
queste osservazioni le dolcezze della vita domestica, la quiete salutare
dei campi, mostrando il più vivo desiderio che Silvio pensasse al sodo,
prendesse moglie, venisse a stabilirsi in casa, gli procurasse questa
consolazione prima di morire.
Silvio opponeva le stesse parole che aveva udite altre volte da suo
padre:--Oramai la terra non dà che rendite meschine ed incerte, gli anni
diventano sempre peggiori, scarseggiano i prodotti, si vendono a prezzi
disfatti, e il ricavato non basta per vivere, dopo pagate le imposte
sempre crescenti, e il numero infinito delle tasse. Bisogna dunque avere
una professione che supplisca ai redditi deficienti; ed egli ne aveva
due: l'avvocatura e il giornalismo.
--Tutto questo va benissimo, rispondeva papà Gervasio; ma se guadagni
per due, tu spendi per quattro. Ho dovuto fare dei debiti per soddisfare
ai tuoi bisogni, ho incontrato dei mutui, ho gravato le terre di
ipoteche. Qui le spese sono piccole e si possono limitare alle rendite;
col risparmio si riparano le perdite, con un lavoro razionale si
migliorano le terre, si accrescono i prodotti, e vivendo con parsimonia
e giudizio, si possono attendere gli anni migliori, che dovrebbero
venire.
Silvio tentennava il capo, non pareva convinto delle parole paterne, nè
desideroso di sacrificare la sua esistenza nella solitudine rurale, ma
non voleva scoraggiare il povero malato togliendogli ogni speranza,
distruggendo con una crudele negativa tutti quei bei sogni di tranquilla
vita domestica. Prese tempo a riflettere, promise che ci avrebbe pensato
seriamente, e con vera abnegazione.
E quando sedeva dirimpetto a Maria, davanti al suo tavolinetto da
lavoro, e la guardava negli occhi profondi, e la faceva sorridere colle
sue ciarle, si sentiva avvolto come in un fluido misterioso, in
un'atmosfera affascinante che lo spingeva all'adorazione, come un devoto
in mezzo ai profumi d'incenso davanti all'altare della Madonna. Essa
rammendava attentamente la biancheria, egli pigliava in mano le forbici,
tagliuzzava un pezzetto di carta, e contemplava la cugina in silenzio.
Argo ruzzava ai loro piedi, i canarini cantavano un duetto con trilli e
variazioni, e Mumut faceva le fusa sulla finestra aperta, dalla quale
entravano gli effluvi del giardino, e le onde odorose di primavera.
In tali momenti gli pareva possibile di passare degli anni felici in
quelle condizioni, in quell'aria, in mezzo a quelle armonie di luce, di
suoni e di profumi, davanti a quella fanciulla vegeta e forte.
Ciarlava di varie cose ora meste ora allegre, ammirando quei sopracigli
che s'inarcavano dalla sorpresa, che si corrugavano all'idea del dolore,
e la mobilità di quella bocca che atteggiandosi al sorriso scopriva i
denti bianchi, o stringeva le labbra in segno di dispetto, mettendo in
luce quella peluria di pesca matura.
Al racconto d'un fatto toccante un'ansia affannosa le agitava il seno, e
allora Silvio non badava più al taglio del vestito, nè guardava la
calzatura, ma intendeva gli avidi sguardi dove batteva quel cuore.
Il suono d'un campanello rompeva l'incanto, la nonna o lo zio avevano
bisogno di lei, Maria scattava come una susta e spariva, e Silvio
restava con un palmo di naso.
Così passavano i giorni. Intanto papà Gervasio si alzò dal letto, e
l'avvocato Ruggeri scriveva lettere sopra lettere per chiamare al dovere
il suo praticante indiscreto.
Lo stesso suo padre lo spinse a partire, e dovette rassegnarsi.
Abbracciò la nonna e il papà, gli promise ancora di pensare
all'avvenire, strinse affettuosamente la mano di Maria, salutò
freddamente Andrea, che lo vedeva allontanarsi con somma soddisfazione,
diede una mancia a Pasquale e partì.
E strada facendo, sballottato nel carrozzone della ferrovia, andava
pensando a quella vita silenziosa, a quelle buone creature che aveva
lasciate, e che si dileguavano a poco a poco nella nebbia trasparente
d'un passato vicino, e vedeva ancora, come fra le nuvole, in un fondo
verdognolo, un convalescente ed una vecchierella, una fanciulla ed un
cane, l'orso e il scimmiotto i quali lo accompagnavano con l'amore, con
l'odio, coll'indifferenza, e lentamente sparivano da lontano; mentre gli
si presentava davanti gli occhi la vista della laguna increspata dalle
brezze marine, i gabbiani che volavano in giro rasentando l'acqua, il
sole del tramonto che tingeva di porpora e d'oro gli alberi delle navi,
le invetriate delle case, le cupole e i campanili di Venezia.