X.

Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi

anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare

la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli

amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di

riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla

sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.

L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva

prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma

utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari.

Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato

dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le

lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche

precauzionali per guarentire tutti i diritti, egli la trovava

eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa

dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per

soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era

tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza

dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che

potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che

l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti

scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le

informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli

avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe,

suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli

amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare

le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una

rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli

impossibile l'uscita.

E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii,

moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli,

scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena

rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero attirati dalla

rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua

esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo

trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle

lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè

il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la

casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro

piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa,

la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa

era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il

lusso la vuotava.

L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e

i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita

sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue

fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei

tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte.

Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo

le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di

cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori,

svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni conflitto di diritti, d'ogni

contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di

moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col

medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per

lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario

onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per

mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava

di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far

passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per

rotondità naturali.

Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni

serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia,

come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del

dottore Annibale nel maneggio degli affari.

Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del

salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure

caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota

fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei

litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la

mala fede, gl'inganni, le frodi, le rapacità della nostra vita civile

forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili

artistici, scelti nelle sale di Guggenheim e nell'officina di Besarel,

questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che

profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»

Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella

ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e

quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di

silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate,

Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa

scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti,

egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una

divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò

d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una

sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini

meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito

che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo

padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in

esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse

le buone qualità francesi e italiane, mostrava spirito e ingegno, ed era

audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.

Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei

mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito

ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte

le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.

A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più

facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio,

e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali

conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità

intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia

d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano

incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire

dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con

pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E

parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando

coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo

e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore

anche alla mamma che la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con

supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di

scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma

ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate

dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni,

modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo

anticipato. A Venezia pagavano i clienti.

La signora Emilia aveva squadrato con un colpo d'occhio il nuovo amico

di casa, aveva veduto subito che la sua biancheria era di manifattura

francese, che il taglio delle vesti era di Milano, aveva saputo dal

marito che il giovinotto dimorava in una villa signorile nei dintorni di

Treviso, un piccolo Trianon, un parco all'inglese, cogli alberi più alti

del palazzo, con una vasta estensione di bosco, una cascata, un lago,

dei frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono pochi. Dunque non

ci potevano essere inconvenienti a quella amicizia, quel giovane

apparteneva evidentemente ad una famiglia molto ricca, e quindi era il

ben venuto nella sua casa. Qualche interrogazione sagace fatta ai

conoscenti e agli amici l'avevano anche perfettamente rassicurata sulla

condotta di lui.

Era un giovinotto che non frequentava che da Florian, non fumava che

sigari d'avana, era carambolista di prima forza, non c'era pericolo che

si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro. Si poteva dunque

ammetterlo nella più stretta intimità, ed invitarlo a pranzo senza

riguardi.

Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:

«Ti raccomando l'economia. Tu mi assicuri che la biancheria che hai

fatto venire da Parigi ti costa meno che se l'avessi acquistata a

Venezia, sarà benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle buone

camicie, che mi vanno benissimo e costano meno della metà. In quanto

alla polizza del sarto di Milano ti posso assicurare che è esorbitante,

e la durata delle stoffe, che tu credi che deva compensarti del prezzo,

è una vana illusione. La nonna voleva che Maria ti facesse un paio di

guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina pretende che tu non vuoi

portare che guanti di pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero

nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano le campagne, e con

questi anni cattivi, colla malattia delle uve, la siccità, le grandini,

il prezzo basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti si

trovano in pessime condizioni. Capisco che la tua condizione esige una

tenuta decorosa, e che la moderna società ha molte esigenze; ma procura

di non passare i limiti, e pensa alle privazioni che ci siamo imposte

per mantenerti a Venezia.

«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze intestinali, ma col

tempo e le cure passeranno anche queste. Tutti gli altri di casa stanno

benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»

I giorni che gli capitavano di queste lettere Silvio si sentiva invaso

da profonda malinconia, alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:

--Ah! non essere milionario, è la più gran disgrazia che possa toccare

ad un uomo che deve vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti

dell'uomo e del cittadino!... sono frottole che fanno sbraitare

gl'imbecilli, ma infine dei conti non esiste nè libertà, nè

indipendenza, nè nulla di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio

padre non è mai stato splendido, ma adesso che è vecchio diventa avaro.

Se la povera nonna non mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo

non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata paterna non mi

sarebbe possibile di vivere a Venezia nella buona società.

Una domenica mattina se ne andò a passeggiare, solitario, sulle

_fondamenta nuove_, in fondo della città, e in quel deserto fumava un

sigaro da un soldo, e meditava sui destini dell'uomo.... senza soldi.

L'acqua turchina batteva le rive, s'increspava intorno alle isole, si

perdeva in un lontano orizzonte confuso col cielo. A diritta qualche

barca peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava orzando verso

il mare; a sinistra i monti che fanno corona al territorio trivigiano,

con una leggiera tinta violetta sfumavano nell'azzurro. L'aria fresca

che batteva sul viso era pregna dei profumi iodiati delle alghe, e di

sapori salini.

Quella quiete, quella solitudine, quei sentori, quel prospetto che gli

ricordava gli sfondi pittoreschi del suo parco, trasportavano il

pensiero di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai piaceri

semplici della vita domestica. Si ricordò di Maria con tenerezza e con

rimorso, pensò che in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per

l'emancipazione della patria, lo zio era stato sacrificato allo stesso

intento, la zia era morta di dolore, suo padre era partito per la guerra

e per l'esilio, la nonna aveva passata l'esistenza nella solitudine fra

le ansie delle persecuzioni. Ah quei poveri vecchi non avevano mai

pensato alla necessità dei milioni, non aspiravano che all'indipendenza

del paese, e vivevano modesti e laboriosi sacrificando tutto a questo

santo dovere!...

Colla mente attristata e il cuore malcontento, con una burrasca di

pensieri nel cervello, ove i progetti fantastici, lottavano colle idee

sane, rivolse i passi verso l'interno della città. Camminava lentamente,

col cappello sugli occhi e il sigaro da un soldo fra i denti, senza

guardare in faccia la gente che incontrava per via, sempre pensieroso,

girando per un labirinto di calli strette, nell'ombra umida fra le case,

salendo e scendendo gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti,

senza guardare nelle gondole che passavano sotto col tonfo monotono dei

remi che rompevano il silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei

canali tortuosi.

Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle larga San Marco, svoltò

per la merceria, e si trovò sotto l'arco della Torre dell'Orologio. Il

sole che gli battè sul viso tutto d'un tratto parve che lo destasse da

una specie di letargo. Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il

prospetto della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne del leone e

di San Teodoro, la laguna, le barche, l'isoletta di San Giorgio, tutto

immerso in un lago di luce abbagliante.

Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un cantico soave di voci

celestiali s'innalzava nell'aria, e dopo gli accenti variati d'un a solo

melodioso, prorompeva in un solenne rimbombo di tutti gli istrumenti,

che pareva un inno trionfale. Era l'ora della musica.

La piazza presentava l'aspetto d'una sala immensa, percorsa da una fila

di signore eleganti che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori. Si

udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano tutti i colori che

brillavano al sole fra gli abiti scuri degli uomini. Si respirava

un'atmosfera artificiale mista di esalazioni confuse di tabacco e di

muschio.

Un cappellino capriccioso sopra una testa bionda, fece evaporare

immediatamente tutta la tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri

malinconici, addio progetti di severa resipiscenza. Alla vista delle

signore Ruggeri il giovane praticante dello studio gettò in fretta il

mozzicone del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso sorriso,

abbassò rispettosamente il cappello fino al ginocchio, strinse la mano

all'avvocato, presentò i suoi complimenti alla signora Emilia, un

sorriso ed un'occhiata alla signorina Metilde, e si unì alla comitiva

che passeggiava su e giù dal fondo della piazza alla basilica, andando e

ritornando come tutti gli altri.

La viva luce che illuminava la chiesa pareva che trasformasse i vetri

rotondi delle grandi arcate in tante medaglie d'argento, e le figure dei

mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo d'oro, mentre le onde

armoniose della musica passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti e

fra quelle melodie indistinte e confuse con altre voci, le parole umane

acquistano una espressione singolare, specialmente fra la gioventù e la

bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni reboanti della musica

incoraggiano le audacie del dialogo e talvolta lo interrompono a

proposito, l'a solo sentimentale d'un soave istrumento serve a

meraviglia per accompagnare una frase gentile, e ne rialza il valore.

L'uomo può arrischiare una dimostrazione velata, meglio che in un

salotto, perchè la donna può fingere di non udirla, e i mariti, i babbi

e le mamme, assordati dalle trombe e dai tamburi, non l'odono di sicuro.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 11 / 25 题