Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava
davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla
quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la
ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli
esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati
di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa
commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al
seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti
della famiglia si trovarono riuniti.
Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e
di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e
luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite
invano, e alfine soddisfatte; lagrime miste ai baci e ai sorrisi. La
vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma
invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che
vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente
conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli
bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto
doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e
d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la
prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste
sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva
altra espressione che il pianto.
A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante
domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così
grandi avvenimenti, così atroci dolori!
Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e
che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del
santuario domestico.
L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto
odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come
antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno quelle
pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni
dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità
della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto
ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come
una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.
La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera
dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.
Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del
parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa,
il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli
arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano
fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.
Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di
piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!
--Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della
tua vita, scritta dalla natura!
Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei
fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era
ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove si tagliavano i
fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo
stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto
erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era
cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una
potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio,
il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle
tradizioni domestiche.
--Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare
la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice
in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno
d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la
schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco
conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione
prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella
natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della
società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.
Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero
ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso
fu il primo a comparire, e stringendosi al seno Gervasio gli pareva di
rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello
perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si
ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.
Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio
un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si
destinava ad entrare in liceo.
--In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende
capace di grandi cose.
Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane
memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la
fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:
--La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non
hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...
--Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia
teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè
vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.
Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A
interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il
babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.
La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove
portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando
Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della
patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia.
Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo
coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai
lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e
Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il
discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era
tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte
in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe
iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi
piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle
quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di
tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.
La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa
che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso mentre
suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di
moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di
cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.
All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono
dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa
folla raccolta un fremito di commozione.
Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione
ufficiale di Venezia al governo italiano.
Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico
memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la
prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.
Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati
dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che
dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.
Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli
stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la
gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del
21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte,
c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e
nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di
Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido
d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un
applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia
di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle
passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido
dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della
liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno
intorno alla terra.
Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava
sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e
rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria
le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni
d'anime soddisfatte.
Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le
membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno
obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.
Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e conduceva il suo Silvio a
visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra
Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i
palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale.
Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori
figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi,
quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro
merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce
fresco e delle ostriche.
Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o
una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.
Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte
stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di
artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia
un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie,
scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra,
e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo.
Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei
marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i
licheni sulle colonne, sembrano tutti capricci fantastici d'un genio
strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della
tavolozza.
La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si
mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite
intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la
adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai
piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi
suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine
delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto,
ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera
ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli
artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle
catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero.
Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una
veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli
artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando
pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più
minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere
monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di pazienza e di esattezza;
egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate
franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.
Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad
ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da
coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa
incantevole sirena.
Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto
capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon
lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni
dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:
--Tu non ami Venezia!...
--Anzi mi piace moltissimo, ma.....
--Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la
vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi
monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni
che tu disprezzi!...
Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni
che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la
ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per
qualche tempo.
Il buon padre gli promise di contentarlo.
--Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai
compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica
di avvocato a Venezia.
Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo;
egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in
campagna.
Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di
cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo.
Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con
questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.
Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente
delle abitudini di famiglia.
--Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di
alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,--e precedendolo
allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.
Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso
terra una stretta apertura:
--Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.
--Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli
ben pettinati.
--Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e
prorompendo in uno scroscio di risa argentine.
--Dove mi conduci? le domandò Silvio.
--Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.
--E che cosa faremo nel tuo nido?
--Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....
Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava
molto di cacciarsi dentro quell'arruffio di rami intrecciati.
--Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....
--E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta,
si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;--e così dicendo si mise
in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua
voce, che gli gridava dall'interno:--Vieni avanti. Silvio non voleva
contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed
entrò.
Se l'ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo
tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I
rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano
penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate,
facevano esalare un profumo boschereccio.
Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa le disse:
--Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui sotto?
--Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le
biscie stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da
questa parte.
--E che cosa facciamo qui?
--Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.
Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al
cugino, e si mise subito a sbocconcellare l'altro con grande appetito.
Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il
frutto.
--Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in
lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.
Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama
e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche
l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche,
e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli.
Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell'ombra, a
quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del
viale, e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel
nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e
lo scompiglio. Contento d'aver trovato la sua amica, si mise a
esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e
abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le
zampe polverose sui calzoni.
Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a
spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia
impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì
sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della
impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.
Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei
bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.
Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di
frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore
erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.
E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a
mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito,
quell'altro riesce benissimo nello _Strudel_, che il povero nonno non
voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava
i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl'insegnava gli
alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un
filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori.
Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di
collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza
ti renderà più esperto.
Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti, il povero
capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.
Finita la passeggiata, Maria gli disse:
--Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di
dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele
guardiano.
Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la
scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva
riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare,
un po' per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava
sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero.
Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico,
quando s'avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse
ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa
da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un
tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè
l'allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola
affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento
colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:
--Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai
nemici,--e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo
grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.
La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e
accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva
l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno
d'essere pieno di polvere.
Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria
le designava tutte per nome dicendone i pregi. _Mira_ è una grossa
friburghese che fa un latte eccellente, _Macchia_ è sua figlia, è più
bella della madre, ma meno lattifera. La _Tirolese_ con quell'occhio
placido, sentimentale, è un bel tipo. _La Bianca_ non manca di buone
qualità, ma la poverina cammina male.
Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo
muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.
Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo
al suo compagno:
--Andiamo a visitare il pollaio.
Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la
porta del cortile. Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era ogni sorta
di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla
ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un
gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta
ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava
ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo,
guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a
beccare i granelli scoperti.
Maria sparpagliò il becchime chiamando: _pire pire pitte pitte_.
Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato
da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso
di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si vide un accorrere ad ali
spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare
furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le
anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i
compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare
furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di
satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie
scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.
Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e
svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o
prendendole i granelli dalle mani.
La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che
sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone
della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed
egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le
fusa.
--Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul
mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a
coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non
disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della
dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che
rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta
il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il
gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.
Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta,
e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve
e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva
lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una
lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo
ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei
due nipoti, che formavano l'unica consolazione della sua vita.
Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu
accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena
non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le apportò di quei cari
ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più
preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto
paterno.
Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori
della guardia imperiale, un ritratto di sua madre prima delle nozze.
Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre
scrisse alla moglie da varie parti d'Europa, nelle quali parlava con
sommo affetto della loro bambina.
Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona
famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle
gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d'Asolo e di
Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città
congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e
immortale di Vittorio.
Tutti andavano a gara per divertire l'ospite gradito, e intanto si
divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio
condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli
raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla
villa.
Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò
subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle
disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d'amici, e di sigari;
andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla
mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e
così evitando la noia della scuola.
Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio
del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia
quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana
d'ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo
il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della
chiave, come egli stesso confessava agli amici.
Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a
farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio
destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona da far ridere le
mosche.
Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita
dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il
sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l'appello
dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che
sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:
--Quello era un tempo di pedanti, adesso è l'epoca della libertà!...
--Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo
apparecchiati sui libri a liberare la patria....
--E avete fatta della retorica e delle famose corbellerie, che vanno
celebri nella storia, col nome di _quarantottate_!
Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l'aveva
lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del
Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non
fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà
ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo
assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche
senza dottrina.
«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal
mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè
dar noia colle mie prediche all'unico figlio.»
Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro
Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:
--L'uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna
indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano
facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono
un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le
lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione per ottenere la
indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del
passato, e si apparecchiano all'avvenire con fatua dabbenaggine. Ne
vedremo col tempo le conseguenze.
Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del
giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone
che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non
solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.
I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli
pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto
dell'età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad
intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de' suoi progetti. Lo
invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e
trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli
voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il
parere del maestro Zecchini.
--I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il
giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi
pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio,
senza sapere che cosa sia la terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali
lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.
Gervasio cercava d'istruire questo giovane amico, ma gli trovava la
testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....
--Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano
sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....
--Mi pare che s'interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.
--Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un
ghiottone che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei
vostri fiori.
Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva
nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel
mondo.
Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni al contado, anche Gervasio
era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto
diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti.
Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell'ignoranza
selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera
unità nazionale.
Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature,
egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.
Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul
prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare
agli scolari, che «la coltura d'una nazione è la più sicura garanzia
della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a
studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa
dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina
Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli
sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel
pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più
impacciata del solito.
Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o
sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull'erba, egli
la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della
villa, l'avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel
nido come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava di andarci tanto
volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e
furono vane tutte le preghiere.
Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei
mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta,
e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l'acqua del vaso, e
gettandovi dentro del carbone polverizzato.
Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta;
e appena s'intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il
serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello
stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli
studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta
del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella
ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò
la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che
non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì
ferito nell'amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il
supposto rivale.
Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente ristretto della villa,
prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il
suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne
sparlava con suo padre e con la nonna, ma tutti lo difendevano con
simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza
mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava
ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con
indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con
interesse.
--Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare
lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.
--Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.
--Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo
giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.
--Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici,
in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di
delizie!...
--Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto
di usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.
E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in
cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti
questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti
e di corrucci.
Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in
dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l'amore nascente
che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono
del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava
le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con
compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a
contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una sincera
affezione.