Così passavano i giorni, i mesi, gli anni, senza avvenimenti, in una
vita semplice, e relativamente felice. Maria diventava una bella
fanciulla, somigliava sempre più alla sua povera mamma, cresceva sana e
rigogliosa come le piante del parco. La nonna diventava sempre più
vecchia, nei suoi capelli grigi andavano crescendo i fili d'argento,
qualche dente spariva dalla bocca, gli occhi le si offuscavano, e già
non poteva più lavorare senza occhiali, le prime rughe increspavano la
pelle delle tempie.
Il vecchio Mosè dopo la morte del capitano non stava più bene, era come
una marionetta alla quale si fossero rotti dei fili che la fanno
muovere, egli che non aveva altra volontà che quella del padrone, pareva
istupidito dopo la partenza della sua guida. Aveva perduto in gran parte
la vista e la memoria, era divenuto sordo e si accasciava sempre più.
Nella sua ultima malattia venne assistito dalle padrone come da due
sorelle o da due figlie. La Maddalena insegnava alla Maria come si
devono soccorrere i malati, con affezione, con intelligenza, in
silenzio, senza far rumori intorno al letto. La fanciulla aveva imparato
a fare un brodo speciale per quello stomaco debole, gli alzava la testa
con delicata attenzione, lo aiutava a cibarsi, gli somministrava
esattamente i rimedi prescritti dal medico.
Dopo lunghe sofferenze, consolate dalle cure assidue e dall'affetto
delle signore, il povero vecchio morì benedicendo la casa nella quale
era vissuto tanti anni onesto e laborioso, benedicendo le sue padrone
che amava teneramente, e lasciando un addio cordiale al suo Gervasio e a
Silvio, che si doleva di non aver veduti prima di morire, ma
profetizzava che sarebbero ritornati presto alla loro casa, in seno
della madre affettuosa. E pronunziò queste parole poco prima di morire,
quantunque in fondo non ci credesse gran fatto, ma per finire la vita
con un'ultima consolazione e un augurio alla sua buona padrona. E morì
povero, avendo sempre soccorso i parenti col frutto delle sue fatiche,
senza aver mai abusato della fiducia illimitata dei padroni.
Fu pianto come un fratello, ed ebbe dalla famiglia, che aveva servita
fedelmente per tanti anni, gli onori dei funerali e del sepolcro, come
se fosse stato uno stretto parente.
Quando il maestro Zecchini, dopo di averlo accompagnato all'ultima
dimora, fu di ritorno in casa Bonifazio, per rendere conto della sua
mesta missione, la signora Maddalena asciugandosi gli occhi gli disse:
--Caro maestro, adesso tocca a voi di trovarci chi deve sostituirlo....
--È impossibile!... le rispose il maestro; quegli uomini non si
sostituiscono più. Non ci sono più servitori.
--Ma dunque?!... che cosa dobbiamo fare?... ci è impossibile di restare
senza un domestico.
--Cercheremo, investigheremo... ma è difficile! difficilissimo, non
credo possibile di riuscire, come sarebbe mio desiderio.
--Fra i tanti scolari che avete avuti, in tanti anni di scuola?...
--Tutti asini, signora!... o birbanti.... o ladri.... o poltroni.... una
generazione perversa!...
Tre giorni dopo questo dialogo il maestro Zecchini entrava nella sala di
casa Bonifazio, conducendo per un orecchio un giovinotto col naso
camuso, coi capelli ricciuti sugli occhi, e lo presentava alla signora:
--Questa bestia fu mio scolaro per parecchi anni. Non ha mai imparato
nulla, nemmeno a fare il male. L'ho perduto di vista da qualche tempo,
mi disse che ha servito a Treviso, e che adesso è senza padroni. Se
vuole provarlo posso assicurarla che è figlio di gente onesta, e deve
essere incapace di fare delle cattive azioni, che nè io nè i suoi
parenti gli abbiamo insegnate.
Lo scimunito, lasciato libero all'orecchio, ridacchiava, ora guardando
il maestro ora la signora, e facendosi girare il cappello fra le mani,
attendeva d'essere interrogato.
Dopo poche domande fu accettato a prova. Si chiamava Nicola.
Mostrò un certificato che non lo asseriva nè carne nè pesce.
In pochi giorni si avvidero che era proprio un cretino, e fu rimandato.
Fatte nuove ricerche si presentò un certo Damiano, ciarlone disinvolto
che vantava onestà a tutta prova. Raccomandandosi alla padrona che
gl'insegnasse ciò che non sapeva, mostrò buona volontà d'imparare. Venne
accolto a prova anche lui. Appena entrato in servizio si mostrò svelto e
intelligente, ma Argo lo guardava con sospetto, lo fiutava sovente
ringhiando, tanto che Maria disse al maestro:
--Argo non è contento di Damiano, se a lui non piace, vuol dire che non
può fare per noi...
--Sicuro, le rispose il maestro; gli uomini possono ingannarsi, ma i
cani non hanno mai preso un gatto per un lepre. State bene attente,
siamo in un tempo che non bisogna fidarsi di nessuno.
E così sorvegliando il nuovo domestico non tardarono ad avvedersi che
vendeva l'avena, facendo digiunare il cavallo. Venne congedato. Subentrò
Michele, uomo onesto, e abbastanza esperto nel servizio, ma un ubriacone
di prima riga. Cesare lo seguì. Non si ubriacava mai, ma era un tal
ghiottone che vuotava le casseruole sui fornelli, beveva il brodo e vi
sostituiva dell'acqua. Anche questo fu messo alla porta. Ah! povero Mosè
come fu rimpianto, come si deplorava la sua perdita ad ogni cambiamento!
Finalmente venne Pasquale, un vero macaco, col muso delle scimmie
antropomorfe: faccia rugosa, orecchie piatte, narici aperte, labbra
sottili e bocca enorme, fronte ristretta, capelli neri ed irti come una
spazzola. Aveva i difetti e le buone qualità delle bestie alle quali
rassomigliava.
--Galantuomo?--puh! meno ladro degli altri.--intelligente?...--meno
balordo.--Laborioso?...--meno pigro. Era suscettibile di qualche
riconoscenza, non era impertinente, aveva infatti varie qualità
negative, e si rendeva tollerabile per la grande necessità di non cadere
dalla padella nelle bragie. E così si tirava avanti.
Intanto Gervasio attendeva in Lombardia la ripresa delle armi, mentre
che i diplomatici raccolti a Zurigo si studiavano di fabbricare una
pace, come i fanciulli, quando innalzano dei castelli colle carte da
giuoco.
Dopo la brutta sorpresa di Villafranca, coll'anima lacerata da doppia
sventura, la perdita del padre e della patria, stupido e sbalordito
corse a rifugiarsi in Brianza col figlio per versare in seno dei vecchi
parenti la piena delle amarezze. Trovò il nonno colonnello sdegnato
contro Napoleone, lo diceva indegno di portare il nome dello zio,
censurava aspramente la sua condotta come generale in capo, e come
alleato. Diceva che l'atroce massacro di Solferino provava la sua
inettitudine come strategico, perchè si poteva vincere senza quella
immensa ecatombe, manovrando con tattica avveduta, risparmiando il
sangue dei soldati, non precipitandoli come una valanga davanti i
cannoni e le baionette del nemico. Ma dopo di aver vinto fermarsi a
mezza via! non raggiungere la meta solennemente annunziata! era tale
atto militare che non aveva nome. Il colonnello invidiava la sorte del
genero suo commilitone, che era morto all'annunzio della fatale notizia,
e oramai non sperava più di veder realizzato il bel sogno della sua
vita, l'Italia indipendente dagli stranieri. Il vecchio soldato affranto
dall'età avanzata e dai disinganni vedeva tutto nero, e dopo tanti
tentativi falliti non aveva più fede nei suoi concittadini.
Ma Gervasio non credeva possibile la assurda confederazione progettata
coll'Austria e col Papa, e calmata l'esaltazione del primo momento,
partì per Milano per provvedere all'educazione del figlio in attesa
degli avvenimenti.
Milano liberata dagli Austriaci si mostrava soddisfatta e si accingeva a
trar partito dalla libertà, fidente nell'avvenire; e intanto si facevano
le annessioni.
Silvio si trovava in un nuovo mondo nel movimento elegante di Milano; e
quando passeggiava pel Corso si rammentava con pietà i semplici costumi
della Bretagna, i cappelli a larghe falde sulle lunghe chiome, i
panciotti rossi, le giacchette lunghe, le uose fino al ginocchio, e
ricordandosi il clima uggioso, le strade deserte piene di fango, i
campanili acuminati sul fondo grigio e nebbioso, era tutto lieto e
ambizioso della sua vera patria, e contemplava con viva soddisfazione le
candide gugliette del duomo che spiccano con tanta leggiadria sul fondo
azzurro del cielo lombardo.
Papà Gervasio e il suo Silvio passarono le vacanze d'autunno in Brianza,
in casa del nonno, bisnonno, il quale magro istecchito, rugoso, calvo,
ma sempre colla pipa in bocca non era più che l'ombra dell'antico
colonnello del primo Napoleone e del terribile Carbonaro del 1821. Però
di tratto in tratto agitava ancora le sue vecchie ossa, e sprigionava
qualche scintilla di quel fuoco che lo aveva riscaldato negli anni
vigorosi.
La politica era sempre il suo discorso prediletto, seguiva tutti gli
avvenimenti, li giudicava severamente, ma ricominciava a sperare,
prediceva al nipote l'avvenire, e diceva al giovinetto Silvio:
--Tu non avrai più da fare nè il soldato nè il cospiratore. La nostra
generazione compirà fra breve l'indipendenza, oramai i destini d'Italia
sono evidenti.
Fu nella casetta del nonno in Brianza che Gervasio conobbe personalmente
il cugino Alessandro, figlio di Aristide fratello del colonnello, che
era morto da qualche anno in Piemonte, ufficiale nell'esercito.
Alessandro aveva seguita la carriera del padre e dello zio, ed aveva
fatte le sue prime armi alla battaglia di Solferino, col grado di
tenente. Era un bravo giovane, col quale il cugino passava piacevolmente
qualche ora, ciarlando dei parenti, e delle faccende del giorno, e poi
ne scriveva a sua madre gli elogi. Silvio avrebbe potuto imparare dalla
conversazione del giovine ufficiale come si deve servire il paese, ma
preferiva giocare alle boccie coi birichini del villaggio.
Invece il giovane Alessandro dava retta allo zio, con rispettosa
deferenza, e così questi due individui, senza saperlo preludevano
entrambi alla futura generazione del regno, che si mostrò seria
nell'esercito; frivola, inquieta e malsana altrove.
Quando i suoi tre nipoti, Gervasio, Alessandro e Silvio gli stavano
intorno, il vecchio continuava le sue osservazioni, e i consigli, e
diceva:
--Per uscire dalla schiavitù, per infrangere le catene, come Spartaco,
ci voleva forza di muscoli, e audacia sfrontata, e non faceva male
nemmeno un po' di pazzia. Bisognava arrischiare tutto! ma l'avvenire
domanda più forze morali che materiali, e la più seria assennatezza per
consolidare la conquista, e far uscire dalla libertà la potenza e la
prosperità del paese.
Il periodo eroico sarà fra breve finito, e comincierà l'epoca
dell'educazione e dell'istruzione, e allora saranno necessari i
caratteri probi e onesti. Al nostro tempo ci volevano dei rompicolli,
dei cospiratori, dei furbi, dei maneschi, bastava di avere del sangue
nelle vene. L'avvenire abbisogna d'uomini onesti e sapienti, di scienza
e lealtà. Le conquiste si fanno colle mani, e si consolidano col
cervello.
E mentre passavano gli anni nell'aspettativa, i vecchi cominciavano a
cedere il posto ai giovani. La nonna di Brianza morì di vecchiaia, il
colonnello la seguì da vicino. La povera Maddalena legata al suo posto
dalle cure domestiche, dall'affetto alla sua Maria, divisa dai genitori
dal governo straniero, non ebbe la consolazione di rivedere per l'ultima
volta i suoi cari vecchi, che passavano da questa vita senza malattie,
come lampade che si spengono per mancanza d'alimento.
Il testamento del colonnello fu l'equo complemento della sua vita.
Lasciò la casa e pochi campi d'intorno al nipote Alessandro: «colla
certezza che conserverà religiosamente le memorie e le tradizioni
domestiche, servendo fedelmente il paese in guerra ed in pace, come i
suoi padri, non chiedendo mai verun compenso per aver fatto il proprio
dovere.»
Tutto il resto della modesta sostanza spettava all'unica sua figlia
Maddalena Bonifazio, rappresentata dal figlio Gervasio nella
liquidazione ereditaria, che fu condotta a termine prontamente
dall'amichevole accordo dei due cugini.
Mentre avevano luogo questi piccoli avvenimenti di famiglia, un
avvenimento clamoroso sorprendeva il mondo. Mille Italiani condotti da
Garibaldi conquistavano il mezzogiorno d'Italia, e la patria andava
rompendo le barriere che la dividevano in varie parti contro natura; e
il famoso punto geografico di Metternich si andava allargando, affermava
la sua volontà, e proclamava altamente i suoi diritti.
La Massoneria si annetteva tutte le società segrete, riordinava le
loggie disperse, ed esercitava la sua potente influenza sul Parlamento,
che avendo dichiarato «Roma capitale d'Italia» attendeva il momento
opportuno per occuparla. E dopo ceduta Nizza e la Savoja, in compenso
dell'assistenza ricevuta dalla Francia, si trasportava anche la capitale
da Torino a Firenze fra le minaccie e le adesioni, le aspirazioni, le
proteste, e gli eccitamenti dei vari partiti che bollivano confusamente
nella gran fornace della rivoluzione nazionale, per fare l'Italia; come
si fondono i metalli di varie specie per ottenere il bronzo di Corinto,
per una statua immortale. L'Austria chiusa nel quadrilatero, come un
cane alla catena, non poteva più minacciare i vicini, e tutti pensavano
che il suo dominio era vicino alla fine. I giornali parlavano con
sicurezza dei futuri destini d'Italia, e il popolo manifestava i suoi
voti scrivendo col carbone sui muri:--Vogliamo Roma e Venezia--viva
Vittorio Emanuele--viva Garibaldi.
L'anno 1866 cominciava con preludi d'inalterabile tranquillità. Si
parlava di trattati secreti per la cessione del Veneto; Napoleone,
aprendo il Parlamento francese, il 22 gennaio, assicurava che tutto
prometteva la pace.
A Milano si celebrava ogni giorno qualche lieto avvenimento, e la
giovane generazione cresceva fra i piaceri e le feste. Era una vita
allegra piena di musiche, di feste, di bandiere e di entusiasmi. Silvio
frequentava di preferenza gli studenti più avanzati di lui, erano
giovinotti pieni di grilli, che facevano i critici letterari prima di
aver compiuti gli studi, e discutevano di politica andando alla scuola.
Il giovane Bonifazio si sentiva elettrizzato dai suoi compagni, sognava
avvenimenti felici per la patria e per sè stesso, si vedeva aperto
l'adito a tutte le soddisfazioni, e pensava che un giorno avrebbe preso
la sua parte nella vita pubblica, e sarebbe diventato senza fatica,
deputato, segretario generale e ministro. Prendeva una posa grave come
quella dei ritratti dei grandi personaggi, si guardava nello specchio
per vedere se l'aspetto corrispondeva alle sue idee, e si doleva
grandemente di non vedersi ancora spuntare i mustacchi. Si era scelto un
buon sarto, guidato dal consiglio dei colleghi più eleganti, e pensava
che un uomo mal vestito non avrebbe mai potuto raggiungere le altezze
ambite nelle sue fantasticaggini. Esigeva dal parrucchiere che la
scriminatura fosse netta e perfetta, dalla fronte fino al collo, perchè
l'acconciatura del capo rivelasse la finezza del cervello. Il bastonello
nella tasca del paletot, e il zigaro fra l'indice e il medio,
completavano il giovinotto precoce.
Il babbo lo trovava un po' troppo attillato, ma non osava contrariarlo,
vedendo che i suoi compagni di scuola gli rassomigliavano quasi tutti, e
non volendo che fosse meno degli altri. Ma non lo abbandonava mai;
passavano insieme la sera al caffè ed al teatro, col cugino Alessandro;
e il giovinotto doveva contentarsi di vedere il mondo alla superficie,
perchè l'oculatezza paterna gl'impediva di seguire i compagni nei loro
stravizi.
Nelle ore di scuola Gervasio restava solo, e allora egli andava a
passeggiare ai giardini, o visitava gli stabilimenti d'orticoltura,
pensando alle terre di famiglia, che un giorno sperava di coltivare a
suo modo, e faceva progetti di riduzioni, semine e piantagioni, per
quando sarebbe tornato a casa sua. E questo felice avvenimento non
poteva tardare.
A tutte le proposte di congressi o di cessioni, gli Italiani
rispondevano coll'accrescere e perfezionare l'armamento, e desiderosi di
compiere l'indipendenza e l'unità della patria, contrariavano
continuamente i segreti maneggi della politica, e i vani progetti della
diplomazia, diffidavano delle scaltre blandizie, e non trovavano
accettabile nessuna proposta, tranne quella della totale emancipazione
dagli stranieri.
Furono inutili le proposte d'un disarmo generale, inutili tutte le
promesse e le minaccie, perchè la nazione fremente ed ansiosa si agitava
per raggiungere il suo scopo finale, che oramai non avrebbe più
abbandonato.
Anche Vittorio Emanuele ambiva di terminare ogni agitazione colle armi
alla mano, ed apparecchiava l'esercito; Garibaldi invocava armi e
volontari; tutta la nazione voleva combattere. L'alleanza colla Prussia
rese possibile la guerra, che finalmente venne dichiarata con generale
contento il 20 giugno del 1866. In quel giorno tanto desiderato
scomparvero tutte le dissenzioni, tutte le discordie, tutti i partiti;
la nazione e il Parlamento furono unanimi. Il re annunziò che riprendeva
la spada per la libertà del popolo e l'onore del nome italiano, facendo
all'Europa questa solenne promessa: «L'Italia indipendente e sicura del
suo territorio diventerà un pegno d'ordine e di pace, e ritornerà
efficace strumento della civiltà universale.»
Dopo la battaglia di Custoza l'esercito italiano passava il Po, ed
occupava le provincie venete.
Il primo drappello giunse a Treviso il 15 luglio, data incancellabile
fra i ricordi più memorabili di questa città. La campana del Comune
annunziò l'avvicinarsi dei soldati liberatori, la bandiera tricolore
sventolava in ogni casa, le bande musicali suonavano l'inno nazionale,
la folla immensa acclamava la libertà, l'esercito, il re con tale
entusiasmo che pareva frenesia. Forse il capitano Bonifazio e i morti
per la patria scossi dall'aria elettrizzata di quel giorno, trasalirono
nelle tombe.