La notizia di questa catastrofe colpì tutta Italia come una calamità
nazionale; si sparse dovunque, ridestò l'odio degli esuli che soffrivano
lontani dal focolare domestico, portò la desolazione a Treviso e in
Brianza, ove i parenti e gli amici appresero con orrore la rapida morte
dei loro cari, che parve a tutti lo schianto di due fiori prodotto dalla
violenza d'un uragano. A tale sventura si aggiunsero le relazioni
dell'infame processo, i patimenti di chi languiva nel carcere, i
supplizi che lo seguirono, e tutto insieme accumulava le maledizioni
degli oppressi sugli oppressori.
I due poveri vecchi che in così breve spazio di tempo avevano perduto i
due diletti figliuoli involati violentemente alla pace domestica,
compiute le onoranze funebri, ritornarono piangenti alla loro casa, ove
un'orfanella innocente li aspettava colle braccia protese invocando il
ritorno della sua buona mamma, e del babbo.
La nonna Maddalena dovette assumere gli uffici di madre, e dissimulare
la grave disgrazia all'infelice bambina, essa che aveva tanto bisogno di
piangere.
Il capitano scriveva lettere di fuoco al figlio superstite, perchè gli
esuli si agitassero anche in Francia, e spingessero quella nazione a non
tollerare più oltre in Italia la infamia della dominazione straniera, e
aiutassero gli schiavi ad infrangere quelle catene che li rendeva
impotenti alla rivendicazione dei loro diritti.
Da ogni parte venivano voci di speranza, ma il frutto non era maturo.
Intanto le disgrazie accasciavano i vecchi. Il capitano curvava la
schiena sotto il peso degli anni aggravati dal dolore. Soffriva delle
vertigini che lo esponevano a cadere, se non trovava un sostegno. Il
maestro Zecchini lo consigliava a consultare un medico, il Bonifazio
alzava le spalle con dispetto e non gli dava retta.
--Avete bisogno d'un salasso, insisteva a dirgli il maestro.
--Il salasso bisogna farlo all'esercito austriaco, abbondante fino allo
svenimento, e allora sarò sicuro di guarire.
La piccola Maria cresceva in salute ed in grazia, sotto quegli alberi
maestosi che colle loro ombre avevano protetta l'infanzia di suo padre,
ed avevano consolato i giorni più lieti della breve esistenza di sua
madre. La bimba giuocava coi fanciulli della sua età, e coglieva fiori e
farfalle intorno a quei viali tortuosi che erano stati percorsi dai suoi
genitori nel tempo felice.
Il maestro Zecchini le insegnava a leggere sui vecchi libri che avevano
servito al suo babbo ed allo zio Gervasio; ma quando la bambina si
rifuggiava sui ginocchi della nonna, mostrandosi annoiata della monotona
cantilena del maestro, implorando la grazia di ritornare ai suoi diletti
infantili, la buona donna la liberava subito dal peso della lezione, e
la rimandava libera ai boschetti del parco.
--A che cosa serve l'istruzione per chi non ha patria? essa diceva a
Zecchini, a che cosa hanno servito tanti studi al mio povero Stefano? se
fosse stato un ignorante, sarebbe ancora con noi.
--È vero! pur troppo è vero! rispondeva il maestro, il diritto, la
ragione, la scienza sono impotenti contro la forza brutale. Contro le
baionette non valgono che i cannoni, e il nostro popolo subisce la dura
tirannide senza rivoltarsi.--L'uomo è un asino!... condotto colla
cavezza e spinto col bastone, cammina rassegnato da vera bestia da
soma.--E dopo qualche sospiro, riprendeva:--Tuttavia l'istruzione è
l'unica arma che ci resta. Bisogna istruirsi per saper distinguere il
male dal bene, l'intelligenza e la coltura aprono tutte le strade, è un
dovere di tutti istruirsi; non solo gli uomini, ma anche le donne. Avete
torto di incoraggiare la bimba a trascurare lo studio....
--Che sia felice almeno nella infanzia, interrompeva la Maddalena; chi
sa a quale sorte è riservata nell'avvenire!... i pochi giorni felici
sono tutti guadagnati.
Così la bambina, secondata dalla nonna, cresceva ignorante, ma bella
come la sua mamma, della quale aveva i capelli abbondanti, il sorriso
degli occhi, e la bocca un po' grande, ma affettuosa.
Essa, che adorava la nonna, si prestava però volentieri per assisterla
nelle faccende domestiche, le piaceva di stare in cucina ad ammannire le
vivande, imparava prontamente ad apparecchiare a condire ed a cuocere le
varie pietanze, e a sorvegliare i fornelli. Faceva grande attenzione
alle faccende della casa, voleva che la nonna la lasciasse fare da sola,
era contentissima quando riusciva bene, e che il nonno le faceva un
elogio, per qualche manicaretto elaborato dalle sue tenere mani.
E imparò presto a cucire, a rammendare la biancheria, a inamidarla e
stirarla a dovere. Faceva bene la pulizia delle camere, metteva tutto in
assetto con attenzione, le piaceva l'ordine in ogni cosa.
Si annoiava soltanto quando le mettevano in mano un libro, o la facevano
scrivere; allora sbadigliava, faceva delle smorfiette, e si rassegnava
soltanto per contentare il nonno, che non divedeva l'opinione di sua
moglie sull'istruzione, ed esigeva questo sacrifizio come un dovere
indispensabile. La nonna difendeva sempre Maria, che non aveva voglia di
studiare.
--Lasciala in pace, diceva a suo marito, lascia che sia felice, le donne
più felici sono quelle che sanno meno.
--Non dir sciocchezze... rispondeva il capitano, una donna ignorante è
una vera disgrazia!... il maestro ha ragione.
--Il maestro ha torto. Se l'uomo è un asino, come egli asserisce, non è
necessario che la donna sia sapiente....
--Tanto gli uomini che le donne devono distinguersi dai bruti colla
istruzione. Gli asini tirano il carretto carico, e i padroni li fanno
camminare a legnate; se gli asini fossero istrutti caccierebbero a calci
il padrone.
E così dicendo se ne andava maneggiando il bastone come fosse una
sciabola, usciva nel parco borbottando fra i denti le più tremende
minaccie contro il governo, abbatteva furiosamente le capsule dei
papaveri per dare uno sfogo a quella collera impotente, che avrebbe
voluto tagliare in quel modo le teste dei nemici.
La bambina gettava i libri, e correva in fondo al parco per sfuggire
alla seccatura dello studio, ed alle prediche del nonno.
Così passarono alcuni anni fino che un carbonaro di Bologna, entrato
nell'Assemblea nazionale francese, e poi salito sul trono imperiale
dello zio, alzava lo stendardo delle nazionalità, promettendo
l'emancipazione d'Italia, alla quale aveva giurato di contribuire,
facendo parte della setta italiana nella vendita bolognese nel 1831.
È facile immaginare l'entusiasmo del capitano Bonifazio quando lesse il
Proclama di Napoleone III che voleva l'Italia «libera dalle Alpi
all'Adriatico.» Il carbonaro trivigiano andava ripetendo ad alta voce, e
in uno stato di esaltazione, alcune frasi che lo avevano colpito:
«Andiamo su questa terra classica, illustrata da tante vittorie, a
ritrovare le traccie dei nostri padri.» Tutta la sua gioventù ritornava
a rifiorire, tutte le aspirazioni della sua vita di cospiratore si
avvicinavano al trionfo, tutto l'odio accumulato nel suo petto andava a
sfogarsi colla vendetta del figlio e della nuora uccisi collo stesso
colpo dall'aborrito governo austriaco.
Il vecchio soldato di Napoleone I si sentiva ringagliardire alle parole
di Napoleone III, e la spina dorsale curvata sotto il peso degli anni
dolorosi, si rialzava rigogliosa alla scossa elettrica scoppiettante
nelle solenni promesse. Egli era vicino ai settantatrè anni ma gli
pareva di essere ancora abbastanza robusto da poter portare un fucile, e
intanto nell'impazienza d'un primo assalto, egli percorreva le camere a
passo di marcia, armato del suo bastone, la sola arma che gli era stata
lasciata dall'Austria, e si arrestava davanti i ritratti di Napoleone I,
facendogli il saluto militare. All'arrivo del maestro si gettò nelle sue
braccia; questi fu sorpreso e beato di tanta intimità, che non aveva mai
ottenuta nei lunghi anni della loro relazione, passati brontolando sopra
ogni argomento.
La vecchia Maddalena temeva che suo marito diventasse matto in quello
stato d'orgasmo e di esaltazione irrefrenabile.
Il vecchio Pigna, tenendo per mano il figlio di suo figlio, un bambino
di otto anni, lo condusse per la prima volta in casa Bonifazio a vedere
i quadri delle battaglie di Napoleone, per fargli capire che cosa fosse
la guerra.
Il capitano gli dava le spiegazioni necessarie. Il piccolo Andrea col
naso in aria, gli occhi sbalorditi, la bocca aperta, guardava ora le
battaglie ed ora il capitano, ed aveva più paura di costui, gesticolante
con furore, che degli eserciti combattenti nei quadri fra i morti e i
feriti.
La Maria venne a prendere per mano il piccolo Andrea, che era circa
della sua età, e lo condusse in giardino per liberarlo dagli assalti del
nonno.
Il vecchio Pigna si fregava le mani in segno di giubilo, pensando che il
nuovo governo avrebbe diminuite le imposte e il prezzo del sale,
sperando che la guerra avrebbe fatto aumentare il valore del frumento,
dell'avena, del vino, del fieno, come al tempo della guerra in Crimea.
Ogni momento entrava qualche nuovo curioso per aver notizie della
Lombardia. Il capitano non salutava nessuno, ma gettava in aria il
berretto, e lo metteva in cima al bastone, alzandolo in segno di
tripudio, e diceva a Zecchini:
--È venuto il tempo del salasso!
Assicurava tutti dell'imminente liberazione; ed esclamava:
--L'Austria è finita!.... fra poco saremo a Vienna!... Evviva i
Napoleonidi!
Al primo indizio di guerra Gervasio aveva fatto i bauli, e rinunziato
alla cattedra, per ritornare in patria. Ma prima di lasciare la
Bretagna, il padre ed il figlio erano andati a fare l'ultima visita al
cimitero, e genuflessi sulla tomba della moglie e della madre, l'esule
sentiva che l'affetto e il dolore ci fanno mettere le radici anche nella
terra straniera, e non poteva staccarsi da quel mesto soggiorno senza
lasciarvi un lembo del cuore. La povera defunta restava sola e non
avrebbe più l'omaggio delle lagrime e dei fiori dei suoi superstiti. Pei
morti sulla terra straniera, il giorno della liberazione della patria,
l'esilio diventa isolamento. I parenti, gli amici, i compagni ritornano
al loro paese, ed essi rimangono affatto soli.
Gervasio e Silvio partirono piangendo, e deplorando di non poter portare
con loro le ceneri sacre della loro povera morta.
Erano anche dolenti di non poter rientrare in patria colle armi alla
mano, ma il padre era rimasto storpio per la ferita del 48, e il figlio
aveva appena otto anni.
Il reduce difensore di Venezia anelava ardentemente di riabbracciare i
vecchi genitori, di consolarli colla presentazione di suo figlio, che
avrebbe occupato il posto del povero Stefano, e anelava ansiosamente di
rimettere il piede nell'eroica città, alla quale aveva consacrata la
vita, e della quale dipingeva gl'incanti e il prestigio al figliuolo che
stava estatico ad ascoltarlo.
Attraversando la Savoja gli pareva che le Alpi si fossero moltiplicate
per ritardare il suo ritorno. Finalmente giunsero a Torino e lo
trovarono in festa per la battaglia di Magenta che aveva aperta la porta
della Lombardia. Visitarono la capitale del Piemonte con rispettosa
riconoscenza, come il tempio santo della rigenerazione nazionale.
Il 9 giugno, Gervasio scriveva a suo padre: «Jeri siamo entrati a
Milano, dopo gli eserciti alleati che accompagnarono il re e
l'imperatore, i quali furono accolti con indescrivibile entusiasmo dalla
popolazione esultante. Silvio è felice di trovarsi in Italia, e desidera
vivamente di abbracciare i suoi nonni; domani visiteremo quelli di
Brianza, e in breve tempo saremo in seno della famiglia, per non
dividerci mai più. E questo pensiero mi consola in modo tale da farmi
dimenticare molti dolori sofferti nella troppo lunga lontananza.»
Poi furono interrotte le comunicazioni, e non corsero più nè le lettere
nè le notizie stampate.
Il 24 giugno nella villa Bonifazio si udiva il rombo lontano del
cannone. Tutti ascoltavano in silenzio, il capitano era in uno stato di
esaltazione eccessiva, fremeva d'essere lontano dal combattimento, si
agitava convulso all'idea della vicina liberazione, che gli
rappresentava il trionfo delle sue idee di patriotta, il meritato
compenso dei pericoli di cospiratore, la vendetta dei figli perduti, la
gioia di rivedere il suo primogenito, lontano da tanti anni, e di
conoscere alfine il nipote, che continuava la discendenza mascolina
della famiglia. Maddalena sospirava fra le speranze consolanti e le
apprensioni dolorose, pensando alla gioia di abbracciare il figlio e il
nipote, e palpitando per le nuove vittime della guerra.
Maria girava pel parco col suo amico Andrea Pigna, e i due ragazzi
inconsci del solenne momento si trastullavano coi giuochi infantili.
Il giorno seguente giunse la notizia della battaglia di Solferino. Il
maestro Zecchini ritornò da Treviso con relazioni confuse, che
lasciavano incerti i risultati. Il capitano montò sulle furie e lo
coperse d'improperi, ma il povero diavolo aveva fatto la pelle dura,
dopo la lunga abitudine col vicino. Maddalena, come al solito, cercava
di metter pace, ma questa volta i suoi tentativi riuscivano vani, suo
marito si esaltava sempre più e non voleva ammettere altro che vittorie
e trionfi d'Italia e Francesi, e sole disfatte d'Austriaci.
Più tardi giunsero alcuni particolari precisi. La battaglia era stata
micidiale da ogni parte, il furore del cielo s'era aggiunto al valore
degli alleati, e dopo la strage guerresca l'uragano aveva costretto gli
Austriaci alla ritirata.
--Dunque fu una vittoria decisiva, esclamava il capitano, adesso i
nostri devono girare le fortezze, ed entrare francamente nel Veneto; fra
due o tre giorni saranno a Treviso!...
E il maestro si arrischiava di rispondere:
--Taluno, che si pretende bene informato, asserisce che i nostri non si
muovono, e che l'Austria riceve rinforzi.
--Baie! baie! urlava il capitano, baie fatte spargere apposta dal
governo per persuadere i credenzoni e gli sciocchi....
--Ma a Treviso il governo non si muove, e a Venezia si aspettò invano
l'arrivo delle flotte riunite...
--Mi pare che siate troppo soddisfatto!...
--Anzi al contrario sono dispiacentissimo, ma....
--Non ci devono essere dei ma!... nè ci possono essere altri dubbi,
altre reticenze e incertezze che quelle dei nemici della patria... e
delle spie!....
Maddalena volgeva gli occhi supplichevoli verso il maestro per farlo
tacere, ed egli che era sempre innamorato di quella santa donna,
sopportava in pace le ingiurie, abbassava la testa, e si rassegnava al
silenzio.
Il capitano dava un gran pugno sul tavolo e usciva inviperito, per
correre in traccia di più consolanti notizie. Ma camminava barcollando
sorpreso dalle solite vertigini.
Frattanto la buona Maddalena metteva in assetto le camere destinate al
suo Gervasio, e a Silvio, che amava tanto senza averlo veduto mai altro
che in fotografia, e raccoglieva con materna sollecitudine tutte quelle
cose che potevano tornare gradite ad entrambi, per la memoria del
passato e le tradizioni di famiglia.
Il vecchio Mosè la secondava del suo meglio, e contemplando i ritratti
di Gervasio e di Silvio si commoveva al pensiero di vederli giungere al
cancello, incontrati dai genitori e dai parenti, fra il giubilo degli
amici, dei concittadini, di tutti coloro che amavano e stimavano
Gervasio, del quale gli chiedevano sempre le nuove.
Passarono alcuni giorni nell'incertezza, fino che giunse la notizia
dell'armistizio. La Maddalena pregò il maestro e tutti di casa di
nascondere la brutta novità per non esacerbare i nervi di suo marito, ed
anche colla speranza che fosse una delle tante menzogne che circolavano
in quei giorni, e non avevano alcun fondamento.
Il capitano inquieto di quel silenzio uscì per cercare delle notizie, ma
appena giunto al cancello vide un ragazzetto che gli veniva incontro con
un viglietto. Lo aperse rapidamente. Lo scritto gli veniva da un amico
fidato, e conteneva queste poche parole: «Hanno firmata la pace. Il
Veneto resta all'Austria.»
--Tradimento!...--urlò il capitano. Fece due passi, si fermò, voleva
gridare ancora tradimento ma non riuscì che a balbettare poche sillabe
interrotte. Alzò le braccia, e parve che cercasse d'intorno un sostegno
che gli mancò, era barcollante, stramazzò a terra come se fosse colpito
da un fulmine, battendo la testa sul pavimento. Il ragazzetto spaventato
corse in tutta fretta a chiamar gente.
Mosè si precipitò sul padrone, e mentre cercava di fargli riprendere i
sensi, bagnandogli la fronte e ripetendo delle frizioni coll'aceto, gli
altri domestici accorsero in cerca del medico, il quale non tardò a
comparire. Il polso non batteva più, gli mise una mano sul cuore.... il
capitano era morto.
La violenta commozione gli aveva fatto salire il sangue al cervello;
l'apoplessia, e il colpo ricevuto alla testa lo avevano ucciso.
Gervasio aspettava il momento di passare il Mincio, quando ricevette la
triste notizia. La pace di Villafranca che lo privava della patria, gli
aveva rapito il padre.
Maddalena che attendeva da un giorno all'altro il figlio e il nipote,
perdette anche il marito; e si trovò isolata nel dolore, con una
bambina, che le ricordava le passate sventure.
Sono disinganni che vanno fino allo spasimo e al delirio. E non era la
sola famiglia Bonifazio la vittima del prolungato dominio straniero, ma
centinaia di famiglie venete restavano separate dai figli; e molte
rimasero senza patria e senza figli, i quali erano morti sul campo di
battaglia, difendendo l'indipendenza del loro paese.
Furono giorni di lutto universale, da far disperare della libertà e
della vita, se l'incrollabile fermezza degli Italiani non li avesse
sostenuti in mezzo a tante minaccie, davanti a tanti pericoli, col voto
costante di lottare sempre, senza contarsi, contro tutti, fino che fosse
raggiunto lo scopo.
Il maestro Zecchini tentò di consolare il profondo cordoglio della
vedova, divenne la provvidenza della famiglia, e il tutore della
bambina. Si occupò dei funerali del capitano, che riuscirono decorosi,
dimenticò tutti i rabbuffi di lui, per non ricordarsi che delle buone
qualità del vicino, faceva l'elogio del morto, con tutti gli amici e
conoscenti, come si fa sempre in tutte le iscrizioni e in tutti i
discorsi funebri.
La nonna Maddalena e Maria rimasero sole in quella casa, che aveva tutto
sacrificato pel paese, e il cómpito della povera vedova le era
chiaramente definito: allevare Maria, conservare la modesta sostanza al
figlio e ai due nipoti; e dato sfogo al dolore colle lagrime, dovette
alfine rassegnarsi al destino, e si accinse con coraggio a fare il suo
dovere.
Il maestro Zecchini la consigliava di collocare la fanciulla in un buon
collegio per educarla secondo la sua condizione, o almeno di mandarla in
una buona scuola in città, ma la Maddalena vi si rifiutò recisamente.
--Le donne, essa diceva, basta che sieno buone padrone di casa.
Il maestro tentennava la testa, e le rispondeva:
--No, cara signora, questo non basta; adesso si esige di più anche dalle
donne, destinate alla vita sociale. Maria avrà una buona dote, può fare
un buon matrimonio, e non deve restare ignorante.
--Io non soffrirò mai che Maria si allontani da casa, voglio averla
sempre sotto gli occhi, non devo abbandonarla, nè essere abbandonata
dalla sola creatura che mi resta....
--Ma qui in campagna, senza istruzione, non potrà sposare che un uomo al
di sotto della sua condizione....
--Purchè sia felice che importa?.... credete che in città sarebbe più
felice?... Io ho vissuto sempre in campagna, e non avrebbe mancato nulla
alla mia felicità senza le disgrazie della politica....
--Ma se un giorno la stessa Maria vi facesse il rimprovero di averla
privata d'educazione, come potreste consolarvi di questa accusa?...
--Non lo farà mai! Caro maestro, non si rimpiange quello che non si
conosce....
--Domando scusa. Io non conosco i milioni, eppure deploro continuamente
d'esserne privo. Quante belle cose avrei fatto, se fossi stato
milionario....
--Credete che i milioni vi avrebbero reso felice? v'ingannate. Maria
sarà felice, senza essere tanto ricca. Ci penso io, ve lo prometto, io
saprò farne un'eccellente massaia; e suo marito, e i suoi figli saranno
bene contenti d'averla per moglie e per madre.
--Lo voglia il cielo, ma non sono di questa opinione. Farete di Maria
una brava massaia, ma sarà una donna incompleta....
--Nulla è perfetto sulla terra! concludeva la Maddalena.
E così andavano discutendo sovente fra loro, e pareva destino che il
migliore amico di casa Bonifazio fosse sempre in contradizione prima col
marito e poi colla moglie, che non potevano star senza di lui,
trovandosi continuamente discordi.
Ma se le cure per la bambina erano incessanti ed affettuose, le cure del
giardino e del parco erano totalmente abbandonate.
Maddalena da brava padrona di casa amava il risparmio, e giudicava il
lusso contrario all'economia, non rifiutava mai di fare le spese pei
campi che aumentano la rendita, ma le ripugnava di spendere pel giardino
e pel parco. Preferiva occuparsi dell'orto che forniva la cucina e la
mensa di eccellenti prodotti, trascurava la coltura delle serre e dei
fiori che le sembravano superflui. E al posto delle piante rare dietro
le invetriate faceva distendere al sole le reste delle cipolle e
dell'aglio; in luogo dei vasi di gerani, e di viole a ciocche che il
capitano esponeva alle finestre, essa vi metteva le zucche. Si
compiaceva di avere dei bei sedani bianchi, delle rape dolci, dei cavoli
giganti, dei poponi profumati e saporiti.
Il resto lo confidava alla natura, e lasciava tutte le piante
ornamentali in piena libertà.
Ma chi credesse rovinato il parco sarebbe in errore, esso non aveva
fatto che cambiare di aspetto, acquistando, dall'assoluto abbandono, una
bellezza artistica senza pari. Gli alberi che non furono più tormentati
dal coltello e dalla forbice che limitavano la loro espansione, si erano
vendicati della passata disciplina gettandosi con pieno vigore ad ogni
eccesso di sfrenata vegetazione, gli arbusti avevano invase le strade,
le sementi cadute da tutte le piante avevano germogliato in un caos
indescrivibile che presentava l'aspetto d'una foresta vergine dove le
bignonie, le edere, le clematidi, e tutte le ampelidee si arrampicavano
sugli alberi e ricadevano in festoni.
I fiori moltiplicandosi senza freno erano usciti dalle aiuole, avevano
invaso il prato e i viali, crescevano confusamente, e fiorivano in
abbondanza nell'anarchia. I rosai che non furono mai regolati da nessun
freno, erano saliti sulle piante più robuste, andavano a cercare il sole
fuori dei rami del loro tutore, e fiorivano in alto ricadendo pel loro
peso naturale in nappe e frangie fiorite come se ne vedono sulle scene
del teatro in qualche ballo fantastico. I venti e gli uragani scuotendo
violentemente tutte le fronde avevano compiuta l'opera della natura,
infrante le cime di qualche abete, lacerate alcune piante antiche, e
data l'ultima pennellata al quadro stupendo.
Per certi viali non si passava più, ma in compenso erano sorti dei
boschetti rigogliosi, con tutto il vigore della natura indipendente, in
un terreno divenuto fertilissimo dal terriccio prodotto da vari strati
di foglie cadute e marcite al posto, e si formarono delle macchie con
viluppi inestricabili di rami di varie piante, con foglie, fiori e
sementi della più bizzarra e capricciosa complicazione, che formavano
cupole e pergolati che la più strana fantasia architettonica non avrebbe
saputo immaginare.
In cambio delle strade a curve studiate c'erano dei sentieri formati
naturalmente dal passaggio dei contadini che andavano a falciare il
fieno, o attraversavano il parco per altri motivi; i padroni, gli amici,
i domestici passando sempre sulle stesse traccie si formava la nuova
strada.
Maria andava ad appiattarsi sotto quelle ombre, e vi si faceva dei nidi
fra i rami, per riposarsi in compagnia d'Argo, un enorme cane di
Terranuova, più grande di lei, dal quale era amata colla tenera
affezione d'un protettore formidabile, che secondava tutti i suoi
capricci, intendeva le sue parole, le serviva di morbido origliere, le
lavava il viso colla lingua, e la avrebbe difesa validamente da chiunque
le si fosse avvicinato senza il suo permesso.
Maria e il suo cane passavano delle ore deliziose in quei nascondigli,
dormivano, rosicchiavano biscotti, giuocavano insieme, e talvolta si
udiva lo scroscio cristallino di risa della fanciulla, eccitato da
qualche ghiribizzo del suo fedele compagno.
La nonna li lasciava in pace malgrado le censure del maestro Zecchini,
il quale odiava quel cane, chè ora gli rubava il berretto per portarlo
in giardino, ora gli posava le zampe sporche da fango sui calzoni nuovi,
ora tornando dal bagno che aveva fatto nel laghetto andava ad asciugarsi
il pelo al suo vestito. Ma la ricreazione della fanciulla non durava
tutto il giorno, ed era sovente un meritato compenso alle ore impiegate
nel disimpegno delle cure domestiche, delle quali diventava sempre più
esperta. Dopo ammannita una vivanda, apparecchiato il pranzo, e messa in
ordine la biancheria, fatte le mende, stirato il bucato, la nonna
lasciava Maria in libertà, Argo saltava su dal suo giaciglio, abbaiando
in segno di contentezza, e i due amici si mettevano a correre per il
parco, entravano nel bosco, e sparivano.