Erano passati sei anni da quella prima dimora in Brianza, quando nel
maggio 1820, il capitano Bonifazio ricomparve per la seconda volta
davanti la casa del suo vecchio commilitone.
Non era ancora guarito della profonda ferita ricevuta dai grandi occhi
di Maddalena, e stupiva che una così bella ragazza non si fosse ancora
maritata. Ma in quella solitudine!... egli pensava, è come un fiore
delle Alpi che sboccia, profuma l'aria d'intorno, e muore senza che
nessuno lo veda.
Le accoglienze furono cordialissime. Il colonnello e sua moglie lo
abbracciarono come un fratello.... Maddalena impallidì.
Bonifazio vide il pallore della fanciulla, sentì la mano di lei tremante
nella sua, lesse ne' suoi grandi occhi un sentimento di tenera
affezione, della quale non si era accorto al primo incontro.
E come poteva avvedersene se non osava guardarla? non era lei che doveva
confessargli il suo amore! Era partito all'improvviso, ed era rimasto
sei anni senza ritornare in Brianza; anzi aveva paura di ritornarvi, e
non sarebbe tornato senza la politica.
La luce entrata per uno spiraglio non tardò a diffondersi. Venne a
sapere che non mancarono alla fanciulla ottimi partiti, ma essa aveva
respinto inesorabilmente ogni domanda di matrimonio. Si fece coraggio,
incominciò a guardarla negli occhi: essa non evitava quegli sguardi,
anzi vi corrispondeva con tale espressione che era il linguaggio
dell'anima, un linguaggio eloquente per il cuore del capitano.
Egli aveva 34 anni, otto anni di vita militare lo avevano reso robusto,
sei anni di vita rurale lo avevano ringiovanito. Ella ne aveva 25, era
un frutto maturo, conservato perfettamente dall'aria pura dei campi. La
sorte li riavvicinava, e tutto li spingeva ad amarsi, le affinità
naturali e domestiche, la riconoscenza, le memorie e le abitudini della
vita.
Le dichiarazioni furono franche, e soldatesche.
--Maddalena, le disse un giorno il capitano, l'immensa amicizia che
sento per vostro padre, è superata dall'amore che ho per voi; se vi
degnate di concedermi la vostra mano io sarò l'uomo più felice del
mondo,--e così dicendo le sporse la destra.
Essa depose, senza esitazione, la sua mano in quella del capitano
dicendogli:
--Per la vita!....
--Per la vita!... egli soggiunse, stringendosi al petto quella mano, e
vi depose un bacio rispettoso, come suggello della santa promessa.
Poi si presentò subito al colonnello, rigido, diritto, come quando
andava a presentare il rapporto nella vita militare, e gli disse:
--Mio colonnello, sono innamorato!
--Per la cinquantesima volta! gli rispose l'amico.
--Per la prima volta! mio colonnello.
Il vecchio soldato sorpreso da uno scoppio improvviso di risa, fece
un'aspirazione così rapida, che il fumo della pipa gli entrò in gola, lo
fece tossire, sputare, e bestemmiare con tanta violenza, che pareva
soffocarsi.
Quando tornò in calma, Bonifazio gli fece il solenne giuramento, che la
sua asserzione era la pura verità. Era verissimo che aveva conosciuto
molte donne, ma non ne aveva amata seriamente nessuna, o perchè nessuna
aveva saputo meritarlo, o perchè le continue marcie forzate non gli
lasciavano il tempo di dare l'importanza d'una passione ai suoi capricci
passeggieri. Se n'era persuaso nel 1814, quando s'era innamorato
seriamente per la prima volta, ma aveva amato in silenzio per sei anni
consecutivi, e finalmente si era risolto di parlare....
--Ci hai messo del tempo!... gli rispose il colonnello, hai perduto
l'abitudine della furia francese, hai contratto il contagio della flemma
tedesca....
--Non mi credevo degno della donna amata, non osavo alzare gli occhi
fino a lei....
--E adesso li hai alzati?....
--E adesso domando la sua mano....
Il colonnello lo guardava fisso, e cominciava a comprendere.
Allora il capitano riprendendo la sua posa militare soggiunse:
--Ho l'onore di domandare al colonnello Odone Palanzo la mano di sua
figlia Maddalena.
Il colonnello si gettò nelle braccia dell'amico, ridendo e piangendo, e
gli mancava la parola per la commozione.
Si recarono insieme dalla buona madre che accolse la domanda con vera
soddisfazione, e concertarono ogni cosa di comune accordo. E quando nei
giorni successivi, e negli intimi colloqui colla fidanzata, essa
confessò a Bonifazio che lo amava fino dal loro primo incontro, e lo
aspettava rassegnata, colla speranza di rivederlo, risoluta di non
volere che lui o nessuno, egli non sapeva darsi pace della sua
dabbenaggine, e del tempo perduto.
E scrisse una lettera al maestro Zecchini che cominciava con le seguenti
parole: «Faccio adesione piena ed intiera alla vostra prediletta teoria;
sì, l'uomo è un asino! e me ne sono accorto in questi giorni, studiando
la verità sopra me stesso.» Non si spiegava di più, passava ad altri
argomenti, raccomandava le sue coltivazioni, ma le ultime parole del
foglio confondevano il maestro, il quale restava sbalordito da questa
conclusione: «ho il piacere di annunziarvi che prendo moglie.»
Il povero Zecchini non sapeva che cosa pensare.
Intanto l'amore del capitano Bonifazio andava di pari passo colla
congiura. Al giorno godevano il sole di maggio sotto la pergola dei
gelsomini, e vagavano per le colline, soffermandosi ad ammirare i
lontani orizzonti, e il sorriso di primavera sulle rive dei laghi.
Alla sera il colonnello e il capitano uscivano insieme col pretesto
d'una lunga passeggiata militare, e invece si recavano ai convegni
notturni dei Carbonari, tenuti in luogo sicuro.
Era stato scelto a tale scopo un casolare incendiato nella campagna
deserta, vicino a un bosco. I contadini rimasti senza tetto si erano
rifuggiati altrove. Dietro alcune macchie di alberi i giovani
apprendenti stavano in sentinella per dare il segnale convenuto in caso
di bisogno, ai capi che si raccoglievano fra le rovine, al lume delle
stelle. Ciascuno portava un nome romano, Sallustio, Orazio, Livio,
Nerone, e molti di loro non si conoscevano che con questo nome. La
parola di passo era: _libertà vendicata_. Colà il deputato veneto dei
_cavalieri guelfi_ combinava gli accordi coi _federali lombardi_, i
quali corrispondevano coi capi dirigenti degli _Adelfi_ del Piemonte. La
_Costituzione latina_ era il loro statuto, che conteneva il piano
fissato per effettuare una rivolta armata. Fra gli ufficiali del
disperso esercito italiano i Carbonari si contavano a migliaia. Il
colonnello si teneva in corrispondenza segreta con suo fratello
Aristide, che annodava le relazioni della setta di Lombardia colle
società segrete di Torino.
La rivoluzione piemontese doveva scoppiare nei primi mesi del 1821,
d'accordo coi Napoletani e i Lombardi.
Esauriti gli argomenti da trattarsi i congiurati fissavano la notte pel
successivo ritrovo, poi uscivano dal nascondiglio alla spicciolata.
Il colonnello e il capitano ritornavano a casa fumando la pipa, parlando
delle glorie passate, delle presenti vergogne, e dell'immensa sventura
di vivere senza patria.
All'alba il capitano era alla finestra a respirare l'aria mattutina e le
soavi esalazioni dei campi. Poi passava delle ore deliziose conversando
colla promessa sposa, e ammirando la perizia che dimostrava nel
disimpegno delle faccende domestiche.
L'amore e l'amicizia gli avrebbero fatto dimenticare la sua casa, e i
suoi affari, se la politica non lo avesse costretto alla partenza, per
apportare nel Veneto le decisioni prese dalle assemblee dei Carbonari, e
provvedere con ogni sollecitudine ai prossimi avvenimenti.
Furono presto d'accordo nel fissare il tempo delle nozze. Le donne
chiesero sei mesi per apparecchiare il corredo, gli uomini assentirono
volontieri, colla tacita speranza che fra sei mesi l'Italia sarebbe
libera dal dominio straniero, e che per allora, la nuova famiglia
italiana avrebbe una patria.
La separazione fu dolorosa, abbracci e lagrime da ambe le parti, ma
l'addio fu raddolcito dalla promessa d'una assidua corrispondenza
epistolare, e dal ritorno nel novembre per celebrare le nozze.
Il viaggiatore non distolse gli occhi da quella casa diletta che
all'ultima svolta lontana della strada, e vide ancora un fazzoletto
bianco che sventolava fra quel gruppo d'alberi, dove aveva lasciato il
suo cuore. Rientrò all'albergo di Brianza raccontando le meraviglie
vedute nelle sue gite agricole, nominò tutti i paesi, meno quello dove
aveva soggiornato, e partì per Milano carico di sementi. Di là colle
solite fermatine perfettamente dissimulate, e colle relative conferenze
segrete coi principali centri carbonari, si diresse a piccole giornate
verso il Veneto.
Il maestro Zecchini e il fedele Mosè lo aspettavano con curiosa ansietà.
Forse ritornava colla sposa! Era vero che non aveva dato alcuna
disposizione in proposito, ma la casa era in ordine, e il parco era
degno di ricevere qualunque signora. Mosè non voleva credere a questo
precipizio, ma il maestro Zecchini non si sorprendeva di niente, anzi si
aspettava ogni bizzarria da quell'originale, che gli aveva annunziato il
suo matrimonio con tanto laconismo.
Finalmente giunse una lettera che fissava il giorno preciso del ritorno,
e siccome il capitano era esatto come un cronometro, così il domestico e
l'amico stavano ad aspettarlo sulla porta quando si udirono i sonagli
della vettura che riconduceva il pellegrino.
Le disposizioni da prendersi per il prossimo matrimonio furono nuovo
argomento di conversazioni e di diverbi fra il maestro e il capitano.
Zecchini metteva fuori degli utili consigli per gli arredi, Bonifazio lo
canzonava; Mosè dava sempre ragione al padrone, il quale dopo di aver
ripetutamente disapprovato i piani dell'amico finiva qualche volta
coll'adottare quei consigli che aveva respinti con ironia e
indignazione. Ma si conchiudeva sempre la pace al tavolo del terziglio,
ovvero si cambiava argomento di discussione raccogliendo le diatribe
sulle carte da giuoco.