Durante l'estate venne apparecchiata la stanza nuziale, e furono
acquistati tutti gli arredi necessari per abbellire la casa, e renderla
degna di accogliere una donna gentile. La corrispondenza correva
regolare fra gli sposi, e il capitano seguitava ad occuparsi di
agricoltura, e faceva delle gite a Venezia e altrove, per completare i
mobili della casa, mascherando con studiate apparenze le trame della
congiura, e i ritrovi dei Carbonari.
Non riceveva mai nessuno, e solamente in una sera di settembre,
sull'imbrunire, un signore smilzo, in occhiali, si presentò al cancello
della villa, e chiese del capitano. Gli fu aperto da Mosè che lo
introdusse nel salotto, e corse a chiamare il padrone.
Il capitano parve sorpreso assai di quella visita. Rimasero un'ora in
conferenza; poi, fatto attaccare il cavallo, partirono insieme col legno
di casa. Il padrone prendendo in mano le redini e la sferza, avvisò Mosè
che non sarebbe tornato che dopo la mezzanotte, e dicesse al maestro che
era andato a ricondurre un amico, venuto a fargli visita.
Un mese dopo questo fatto, insignificante in apparenza, successero dei
casi che impressionarono fortemente il Bonifazio. Il maestro capitava
ogni sera colle novità del giorno: arresti di persone stimate ed
illustri di Milano, e in altre parti di Lombardia, e del Polesine.
Si parlava dovunque di società segrete scoperte, di Carbonari fuggiti o
messi in prigione. Il capitano crollava le spalle, tentennava la testa,
brontolava, voleva mostrarsi indifferente, ma poi domandava le più
minute informazioni. Quando suonavano il campanello stava sopra pensiero
fino che non sapeva chi fosse; sbagliava le carte e ne dava la causa al
maestro, il quale sbalordito dall'accusa fissava tanto d'occhi in faccia
del capitano, che lo rimbrottava di guardarlo in quel modo, con quello
sguardo da inquisitore. E si bisticciavano più del solito.
Il giorno dopo, il capitano si chiudeva in camera, lo si sentiva aprire
degli armadi, scartabellare delle carte, nelle ore che era solito di
stare in giardino.
Quella sera, il maestro che veniva come il solito a fare la partita,
fiutava l'aria della stanza, guardando intorno con inquietudine.
--Che cosa avete, che torcete il naso? gli chiedeva il capitano.
--Sento un odore di bruciaticcio, gli rispondeva, e guardo se c'è
qualche cosa che prenda fuoco.
--Sono delle vostre solite idee!... io non sento niente.... non c'è
niente.
--Eppure c'è qualche cosa di bruciato! insisteva l'altro, andiamo a
vedere.
Il capitano s'impazientava, montava in collera, lo accusava d'essere un
visionario, lo sgridava e lo consigliava a desistere dalle sue
inquietudini, e l'obbligava a sedere in quiete, colle carte in mano.
Ma la partita era turbata dalle insistenti aspirazioni nasali del
maestro, che continuava a dimenarsi sulla seggiola, e a mostrarsi
pauroso del fuoco. Il capitano fremente lo tacciava d'uomo ostinato,
fino alla cocciutaggine.
Ma quando il maestro partì fece spalancare tutte le finestre e le porte,
affinchè uscisse ogni odore sospetto, e volle che Mosè tirasse fuori
dalla stufa delle carte bruciate incompletamente, e che le riducesse in
cenere, ma persisteva nel sostenere che non ci poteva essere nessun
odore da fumo.
--Ma quel benedetto uomo, egli ripeteva, vuol mettere il suo naso da per
tutto!
Mosè, come al solito, dava ragione al padrone, e vuotando la stufa delle
carte bruciate, continuava a dire che non c'era il minimo odore di fumo.
Poi il capitano diede degli ordini precisi e segretissimi, per delle
possibili contingenze. «Che il cancello del giardino sia sempre chiuso a
chiave, anche di giorno, in modo che se qualche persona vi si
presentasse per entrare, sia costretta ad aspettare che si vada a
prender la chiave, da lui stesso tenuta in saccoccia. La porticina in
fondo del brolo, che mette ai campi, sia sempre aperta di giorno e di
notte.»
Il matrimonio che doveva aver luogo in novembre fu rimandato di comune
accordo a tempo più opportuno.
C'era pericolo imminente da ogni parte. Furono prese infinite
precauzioni per non entrare nelle trappole tese dai nemici, ma non tutti
i sorci hanno gli accorgimenti necessari per evitare le insidie, e
burlarsi degli insidiosi; molti furono accalappiati, ed era
indispensabile di non muoversi, di non dar segno di vita, per non
eccitare sospetti.
Il maestro che ignorava la dilazione del matrimonio aveva apparecchiato
il suo bravo sonetto per le nozze dell'amico, nel quale non mancò di
rammentare le prodezze guerriere dello sposo, e la bellezza della sposa
(che non aveva mai veduta) per tirar fuori il solito paragone di Venere
e Marte. Gli pareva di aver fatto un lavoretto abbastanza degno
dell'occasione, e portò il manoscritto alla I. R. Censura per ottenere
il permesso di stamparlo.
Non lo avesse mai fatto! il censore lo fece chiamare in ufficio, gli
diede una solenne lavata di testa, e gli osservò:
--Anche senza badare all'indole sovversiva di tutto il sonetto non
potrei lasciar passare alcune parole proibite, come Italia, patria,
libertà; e poi che diavolo si è messo in mente di parlare di Buonaparte
e di chiamare l'Italia una nazione? dove vede la nazione?... mi dica....
Il maestro tutto confuso gli rispose:
--Sono stato trascinato dalle rime: Marte Buonaparte; Napoleone-Nazione.
Sapeva di far piacere allo sposo che fu soldato di Napoleone.
--Peggio che peggio! Ella ignora dunque che Napoleone Buonaparte fu
nemico dell'Austria?...
--Fu genero del nostro venerato Sovrano, di Sua Maestà l'Imperatore!...
--Senta, le dò un consiglio da padre, lasci la politica agli uomini di
Stato.... e a chi ha voglia di andare in prigione; e se vuol fare il
poeta, quantunque io non ne veda la necessità, lasci stare i cavalli di
battaglia, e salga al Parnaso col modesto ronzino che serve al suo
pievano per andare alla congrega, e cavalchi tranquillamente nella
pacifica Arcadia, che non ha mai fatto male a nessuno.
E così dicendo lacerò il sonetto incriminato, lo gettò nel cesto, e
congedò il poeta con uno sguardo severo accompagnato da queste poche
parole:
--Si tenga per avvertito!
Il maestro Zecchini uscì dall'ufficio di Censura annichilato.
Gli tremavano le gambe, si riteneva fortemente compromesso, vedeva già
il commissario di polizia e gli sbirri che picchiavano alla sua porta,
che lo perquisivano, lo arrestavano, lo conducevano in prigione.
Corse difilato dal capitano a confessargli la sua imprudenza, e a
domandargli consiglio.
--Che cosa vi è passato per la mente? gli domandò il Bonifazio, in
collera. Ignorate dunque che senza patria non si ha il diritto nè di
scrivere, nè di pensare? Avete commesso una vigliaccheria degnandovi di
sottomettere i vostri concetti alla censura, avete commesso una
asinaggine gettandovi volontariamente in bocca al lupo. Non sapete che a
Milano hanno soppresso il _Conciliatore_? che hanno chiuso le scuole di
mutuo insegnamento?... Vi siete cacciato in un vespaio.... potreste
essere arrestato.
--Ma io non ho fatto niente!...
--Appunto per questo siete in pericolo. Tutti quelli che furono
arrestati in questi giorni non hanno fatto niente.... qualche
leggerezza, qualche imprudenza, qualche fanciullaggine come la vostra;
ma saranno condannati, perchè coloro che agiscono seriamente, sanno
farlo colle dovute precauzioni, e l'Austria ne prenderà pochi. I
generali muoiono raramente in battaglia, sono i semplici gregari che
pagano per tutti. Ma pazienza che voi andiate in prigione, il peggio si
è che compromettete gli amici con la pazzia dei sonetti, che non servono
a niente. Non siete uomo da esporvi alle conseguenze d'un atto
coraggioso, la vostra tempra frolla non vi permette di sfidare le
crudeltà del dispotismo. Guai se vi manca ogni mattina il vostro caffè
nero, e i calzerotti di lana l'inverno, il pancotto la sera, guai se vi
togliessero l'aria e il sole dei campi, e vi chiudessero in un
camerotto, colle balze agli stinchi per finire i giorni sul tavolaccio
del carcere duro!...
Il povero Zecchini si coricò colla febbre, e battendo i denti andava
borbottando la sua massima prediletta, come una giaculatoria in
_articulo mortis_, e questa volta intendeva parlare di sè stesso, quando
ripeteva con compunzione:--l'uomo è un asino, un asino, un asino!...
Gli volle molto tempo prima di ricuperare una discreta salute; e quando
leggeva sulla _Gazzetta di Venezia_ dei nuovi arresti, sentiva un
brivido fra carne e pelle, gli pareva di vedersi in mezzo ai Carbonari,
e se li figurava tutti neri, le vesti, il viso, e le mani, e faceva il
più solenne giuramento di mai più esporsi a simili pericoli, e per
evitare ogni occasione di compromettersi, non voleva più vedere nessuno,
e non frequentava che una sola casa, quella del suo vicino, il capitano
Bonifazio.
Intanto i processi di Milano e di Venezia continuavano le inchieste, e
sempre nuove vittime cadevano in mano dell'Austria.
Il capitano Bonifazio e il colonnello Palanzo erano costretti di
protrarre continuamente il matrimonio nell'interesse di Maddalena,
perchè nè un fidanzato nè un padre potevano condannare una giovane sposa
a vincolarsi per la vita con un uomo minacciato dalla prigione o
dall'esilio. E attendevano silenziosi e cauti che fosse cessato il
pericolo, cercando di giustificare il ritardo con facili pretesti,
ammessi facilmente da chi non vedeva altri motivi.
Ma tutto non isfuggiva alla perspicace penetrazione delle donne; alcune
parole colte a volo, alcuni fatti sospetti che coincidevano coi dolorosi
avvenimenti del giorno le illuminavano abbastanza, da renderle
rassegnate al destino, come ad una necessità ineluttabile.
Il più difficile per Bonifazio consisteva nel giustificare il ritardo
delle sue nozze presso il maestro Zecchini, il quale s'interessava
vivamente alla sorte dell'amico, trovava opportunissimo il matrimonio,
si riprometteva dal medesimo una conversazione più geniale, e non poteva
credere nè rassegnarsi ai pretesti che gli venivano presentati dal
capitano come i veri motivi della prolungata dilazione.
E questo era nuovo argomento di dissenzione fra i due vicini, per le
osservazioni noiose da una parte, e le risposte bisbetiche dall'altra.
Così passavano i mesi dolorosi pei fidanzati, pieni di angoscie per le
famiglie, con maneggi segreti dei congiurati per stornare le minacce, e
per disperdere tutte le prove compromettenti per coloro che erano
liberi.
Tutto il 1821 trascorse nella caccia accanita degli inquisitori in cerca
di congiurati, e nella somma destrezza dei capi della setta per
sottrarre nuove vittime alla vendetta degli usurpatori, e alla insidiosa
procedura di giudici arrabbiati per non poter cogliere nei loro tranelli
che un numero assai limitato di Carbonari.
In febbraio 1822 il lungo processo degli arrestati era finalmente
finito, e interessava ai capi di assistere alla lettura delle sentenze
delle povere vittime, che si faceva sulla pubblica piazza.
A tale scopo il capitano Bonifazio partì per Venezia col suo domestico,
potendo aver bisogno d'un uomo fidato, in quella dolorosa circostanza.
Era il 22 febbraio, una bella giornata serena, il sole rallegrava la
laguna e illuminava le case e le botteghe in assetto di festa.
Mosè che ignorava il motivo del viaggio del padrone, essendo libero fino
a mezzogiorno, chè a quell'ora doveva trovarsi in piazza, girovagò tutta
la mattina intorno a Rialto.
Passeggiando per la pescheria si fermava davanti i banchi ad ammirare i
pesci di tutte le dimensioni e di tutti i colori, dal roseo al verde,
dal bianco al bruno, tutti brillanti di squamme metalliche; e passando
per l'erberia stava colla bocca aperta davanti le botteghe rigurgitanti
di commestibili d'ogni genere, ornati di verdi fronde, e contemplava
estatico i cestoni di frutta e di erbaggi, le piramidi di aranci e di
limoni, le valanghe di bietole e patate, i mucchi di polli e di
selvaggina, i monti di carubbe, i barili d'uva calabrese e di fichi
secchi.
I mercanti vantavano ad alta voce le loro merci ad eccessivo buon
mercato, e invitavano i passanti a non lasciarsi sfuggire la bella
occasione; chi cantava e chi urlava i nomi degli oggetti messi in
vendita, chi alzava in aria i campioni, chi metteva il cesto sotto il
naso dei passanti. E una folla allegra e ciarlona di curiosi e di
acquirenti andava e veniva per la via fra quella babilonia di gente e di
prodotti di tutti i colori e di tutti gli odori. Quando fu vicina l'ora
fissata dal padrone, Mosè dovette allontanarsi da quel bizzarro e
rumoroso spettacolo, e si avviò verso la piazza.
Percorrendo le Mercerie si trovò fra gente affatto diversa, che
camminava in fretta, colla testa bassa, verso un altro spettacolo.
Sotto l'arco dell'orologio si stentava a passare, tutti andavano verso
la piazzetta dove sorgeva la berlina, un palco alto, con una colonna
tronca nel centro intorno alla quale girava una panca. Una folla immensa
si stipava al sole in mezzo ai magnifici edifizi, davanti lo specchio
della laguna. Tutta la guarnigione austriaca era sotto le armi, non si
vedevano che teste e baionette.
Comparvero fra gli sbirri, alcuni Italiani ammanettati, salirono sul
palco, e rivolti verso il palazzo dei Dogi si udirono condannare a
morte, e al carcere duro per aver osato sognare l'indipendenza della
patria dallo straniero; e questa sentenza veniva letta da un curiale
austriaco da quel palazzo, in quella piazza eretti da un popolo libero,
ove tutto attestava quattordici secoli di indipendenza, contro un
dominio usurpato da circa nove anni senza l'assenso dei veri padroni.
Il terrore dominava quella folla, che assisteva in silenzio all'orribile
spettacolo. Alle parole «condannati a morte» un fremito di sorpresa, di
pietà, di sdegno sorse dalla folla, ma subito dopo ritornò il silenzio
della paura.
Mosè non potendo trovare il padrone in quella calca ritornò all'albergo,
e quando vide il capitano gli andò incontro con aria misteriosa e gli
domandò:
--Ha veduto sulla berlina quel signore magrolino cogli occhiali che è
venuto a farle visita una sera d'autunno, or son quasi due anni?!
--Non dirlo nemmeno all'aria, se un giorno non vuoi vedermi al suo
posto. Tutti quei condannati sono veri galantuomini, vittime d'una
imprudenza. Volevano fare il bene, ma non sapevano farlo colla finezza
indispensabile nella lotta del diritto inerme contro la forza armata.
Mosè restò sbalordito, e pensava agli ordini ricevuti dal padrone poco
dopo la visita di quel signore: il cancello del parco sempre chiuso, il
cancello del brolo sempre aperto! e cominciava a capire qualche cosa, ma
il capitano poteva essere sicuro che il segreto delicato starebbe
sepolto per sempre in fondo al cuore dell'onesto e fedele domestico.
Abortite le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte e terminato l'infame
processo dei Carbonari colle barbare condanne, il paese, seminato di
spie, scoraggiato per le prove fallite, parve immerso in un silenzio di
morte. I vecchi patriotti rimasero prostrati, scoraggiati di tentare
nuove imprese; i giovani si gettarono negli stravizi, nella vita molle
effeminata, che il governo straniero incoraggiava in molte maniere per
facilitarsi il dominio d'uomini fiacchi e di anime corrotte.
Quella fu l'epoca fortunata dei teatri, delle ballerine e delle mime,
dei veglioni mascherati, dei carnevali rumorosi, degli intrighi galanti,
della vita allegra e spensierata.
Duravano tuttavia le proteste contro il dominio straniero, ma si
limitavano a maledire o beffare il governo, eludere le leggi, burlarsi
della dabbenaggine di qualche Tedesco, degli spropositi italiani dei
Croati, a canzonare la ingenua semplicità d'un soldato, a guardare in
aria sprezzante gli ufficiali dell'esercito austriaco.
Poi sorsero nuove sétte, ma coi capi cospiratori viventi all'estero,
pieni d'illusioni sulle condizioni locali del paese, con forze
immaginarie, e con tentativi arrischiati che esponevano le vite dei
cittadini, moltiplicando le piccole sollevazioni impotenti, e producendo
nuove vittime.
Che cosa potevano fare i prodi soldati degli eserciti napoleonici
lasciati in disparte? i patriotti intelligenti rimasti senza patria?
Crearsi una famiglia, educarla coi sani principii della giustizia,
vivere ritirati, apparecchiare i figli per l'avvenire, attendere e
sperare.
E così fece il capitano Bonifazio.
Andò in Brianza a sposare la sua Maddalena. Le nozze ebbero luogo in
primavera del 1822, con semplicità patriarcale, senza feste, senza
chiassi, e senza sonetti, come conveniva in tempi tristi, dopo dolorosi
avvenimenti.
La sposa che aveva sempre vissuto in campagna si trovò benissimo nella
sua nuova dimora nei dintorni di Treviso. La casa era più grande, il
possesso più esteso e più ricco; l'aspetto della pianura era meno
pittoresco delle colline di Brianza, ma l'orizzonte più ampio ed aperto,
la campagna bagnata da acque correnti, e l'aria pura ed elastica che
viene dalle Alpi e passa per l'immenso letto del Piave apporta la
salute, esilara lo spirito, ed eccita l'appetito.
Il capitano riprese i suoi lavori agricoli e di giardinaggio, la
Maddalena assistita da Mosè e da una fantesca, ordinò la casa; e così
ebbe origine la nuova famiglia Bonifazio, della quale abbiamo raccolto
la semplice istoria in queste povere pagine.