I.

Il capitano Bonifazio e il maestro Zecchini erano sempre insieme, ma non

andavano mai d'accordo. Il primo era un uomo d'azione e non da ciarle;

ligio alla disciplina militare si era abituato ad obbedire ciecamente;

il secondo avvezzo alla cattedra voleva sempre ragionare a diritto o a

torto, come faceva alla scuola. Egli la pretendeva a filosofo, e amava

la discussione; l'altro si schermiva girando la posizione con tattica;

come nelle evoluzioni militari.

Ogni giorno alla stessa ora andavano a fare la passeggiata per le strade

più remote e tortuose dei campi. Il capitano serio e silenzioso, il

maestro col sorriso sarcastico sulle labbra, coll'idea fissa nel

principio fondamentale d'una sua particolare filosofia, che soleva

riassumere in queste poche parole:--l'uomo è un asino. Egli difendeva

questa teoria a spada tratta ad ogni occasione, e colla storia alla

mano, cominciando a citare la condotta di Adamo nel paradiso terrestre,

e proseguendo coll'esame di tutte le vicende umane, dalla più remota

antichità fino ai nostri giorni.--Leggete la storia, egli ripeteva

sovente, non troverete che sommissioni di popoli intieri alle violenze

d'un solo individuo, o di pochi; non vedrete che guerre, stragi,

menzogne, utopie delle quali gli uomini furono vittime. I selvaggi hanno

un capo che li comanda; in tutte le antiche nazioni si trova la

schiavitù, questa degradazione dello stato umano; e perfino i popoli

moderni, i cittadini che si credono liberi, portano sulle spalle un tal

peso di obblighi e di tasse, che supera di gran lunga la soma del grano

portata dall'asino del mugnaio.

I potenti, i padroni, quelli che mettono il basto e la cavezza agli

altri, hanno mandato alla tortura la scienza, hanno arsa sul rogo la

ragione, hanno condannata al patibolo la giustizia e la verità. E quegli

stessi che si credono superiori e indipendenti dalle potenze della terra

sono schiavi delle loro passioni, sono vittime dell'amore e dell'odio,

dell'avidità o dell'orgoglio. L'uomo è un asino! nessuno eccettuato, e

non vi sarà mai possibile di provarmi il contrario.

Il capitano crollava le spalle, e gli rispondeva in francese:--_Mauvaise

plaisanterie!_... e poi traduceva:--Scherzi senza sugo! e rivolto al

maestro gli faceva le osservazioni seguenti:

--Voi avete sempre vissuto in questo villaggio, come un ragno nel buco;

io ho girato il mondo a tappe militari, ho vissuto nelle grandi

capitali, ho ammirato le meraviglie del genio umano, e la vostra assurda

teoria mi fa ridere di compassione.

--Voi mi parlate di eccezioni, le quali non fanno che confermare la

regola, gli rispondeva il maestro. L'uomo di genio è tanto raro quanto

l'uomo felice. Conoscete la storiella della camicia dell'uomo felice? Si

voleva trovare questa camicia, e pagarla a qualunque prezzo. Si andò a

cercarla in tutti i paesi della terra, la difficoltà pareva

insormontabile, quando finalmente si è trovato l'uomo felice.... ma era

senza camicia!...

--Voi uscite dall'argomento. Ritorniamo alla vostra assurda teoria. Io

non avrei che a snocciolarvi una lunga filza di genii per vedere se

avreste il coraggio di trattarli da asini; ma mi basterà citarvene uno

solo;--e così dicendo, il capitano Bonifazio si tolse la pipa dalla

bocca, si levò il cappello, alzò la testa, e sfolgorando il compagno

cogli occhi scintillanti, esclamò imperiosamente:--Ditemi se Napoleone

il grande fu un asino?...

Il maestro pareva esitante, il capitano alzò il bastone in atto di

minaccia, l'altro ebbe paura di quell'argomento perentorio e rispose in

fretta:

--È un'eccezione!... un'eccezione!

Il capitano si calmò, fecero qualche passo in silenzio, poi il maestro

tirandosi alquanto in disparte, soggiunse:

--Napoleone è un'eccezione!... tuttavia....

--Tuttavia?...

--Ma sì, tuttavia, dopo d'aver conquistata quasi intieramente l'Europa,

ha tutto perduto, ed è andato a morire prigioniero, sopra uno scoglio in

mezzo dell'oceano!

La bomba era slanciata, e andò a colpire la lingua del capitano che

restò morta sul colpo. Per salvare il resto dovette raccogliere tutte le

sue forze disperse, e quel giorno non parlarono più della teoria

prediletta del maestro.

Il capitano Bonifazio aveva militato sotto Napoleone, ed era uno dei

pochi reduci della catastrofe della Beresina. Testimonio dell'eroismo

degli Italiani nelle guerre del primo regno d'Italia non poteva

rassegnarsi alla dominazione austriaca, e viveva ritirato in campagna,

per non vedere i Tedeschi, ed anche per incontrare il meno che fosse

possibile i suoi compatriotti che disprezzava per la pecoraggine colla

quale subivano il giogo straniero.

Il maestro Zecchini era figlio d'un ricco signore, il quale dopo di aver

consumato quasi tutto l'avito censo, era morto lasciandolo povero, e con

una educazione incompleta, per cui fu costretto di fare il maestro

comunale per vivere. Dallo sfacello della sostanza paterna si era

salvata una fattoria, con pochi campi annessi, che divennero il

domicilio stabile del maestro, della cui modica rendita viveva, colla

giunta d'un misero stipendio.

Il capitano aveva ereditato dalla sua famiglia parecchie buone terre ed

una bella villa signorile, nello stesso villaggio del maestro, vicino a

Treviso, nella pianura lodata fino dai tempi antichi che ha per

orizzonte le cime nevose delle Alpi, e una verde cintura di colline

sparse di castelli, d'abazie a di villaggi.

Erano diventati entrambi agricoltori per forza; uno avrebbe preferito il

mestiere delle armi l'altro i piaceri della città, ma i casi della vita

li avevano costretti a rinunziare ai loro gusti e a ritirarsi in

campagna. L'amore dei campi venne più tardi, dopo la lunga consuetudine,

dopo le attrattive della natura e la necessità del lavoro. Il suolo

coltivato attira il coltivatore il quale vi si fissa, come l'albero

colle radici.

Il capitano visse i primi anni nella solitudine; dopo lo sbalordimento

delle guerre napoleoniche, dopo le prove ardimentose de' suoi

commilitoni, dopo i gloriosi fatti d'armi che onorarono gl'Italiani in

varie parti d'Europa, egli si trovava sorpreso ed umiliato di dover

sopportare la dipendenza d'un popolo che giudicava inferiore, per meriti

militari e civili, ai suoi compatriotti; ridotti in schiavitù da

trattati diplomatici, non contratti da essi anzi contrari alla loro

volontà, e pur troppo tollerati, con colpevole indifferenza ed inerzia

nei momenti decisivi.

L'antica repubblica veneta degenerata nel lungo ozio e nella vita molle

e gaudente, aveva lasciato i caratteri fiacchi, e dopo le rapide prove

dei vari governi succeduti al suo dominio, i nobili e i preti

preferivano l'Austria: il grosso della popolazione restava indifferente,

mancava d'educazione politica e di energia. I pochi avanzi degli

eserciti napoleonici sentivano troppo tardi il dolore della patria

perduta, ed il bisogno dell'indipendenza nazionale.

Il governo austriaco entrato come liberatore, si era fissato

stabilmente, passando dalle promesse alle minaccie, perseguitando e

condannando come un delitto di Stato l'amore di patria, ispirato dalla

natura e dalla storia.

Agli ufficiali delle guerre europee, lasciati in disparte, non rimaneva

altro partito che quello di consolarsi della schiavitù colla memoria dei

fatti compiuti, e colla lontana speranza di ritornare in campo, a tempo

propizio.

Erano rari superstiti di grandi avventure, ma bastavano a tener viva la

scintilla del patriottismo, a spargere le idee, ad apparecchiare le

forze necessarie a rivendicare i diritti conculcati della patria. E

intanto raccontavano quella storia di rapide e meravigliose conquiste,

così precipitosamente perdute, e ne raccoglievano le immagini con

religiosa devozione.

Tutte le pareti della casa del capitano Bonifazio, erano ornate di

gloriosi ricordi. Statue, busti, ritratti di Napoleone, in tutti i

costumi, dal costume adamitico scolpito da Canova, fino a quello col

manto e la corona; ce n'erano a piedi, a cavallo, e sul trono. Ma la

preferita era la statuetta di gesso, colla semplice divisa dei

cacciatori della guardia, col piccolo cappello senza galloni, cogli

stivali alla scudiera, le braccia incrociate sul petto, in atto

d'osservazione.

C'erano grandi e piccoli quadri delle battaglie più gloriose.

Montenotte, Lodi, Arcole, Rivoli, Marengo, Cairo, Austerlitz, Jena,

Wagram, Moskowa.

C'era una camera coi ritratti dei generali francesi che ebbero titoli

italiani. Massena duca di Rivoli, Augeran duca di Castiglione, Victor

duca di Belluno, Moncey duca di Conegliano, Savary duca di Rovigo,

Mortier duca di Treviso.

Pochi ritratti di generali italiani, perchè molti erano entrati

nell'esercito austriaco.

In apposita stanza aveva raccolto le tremende memorie della Russia. Un

quadro rappresentava l'incendio di Mosca; un altro una marcia di feriti

sulla neve, inseguiti dai Cosacchi; nel terzo si vedeva la presa di

Malo-Jeroslawetz eseguita dalla divisione Pino, sostenuta dai cacciatori

della Guardia reale italiana. Il quarto era il passaggio della Beresina.

Fra le vedute c'erano i ritratti, dei generali che più si distinsero in

Russia, Davout, Murat, Ney, il principe Eugenio, e qualche altro.

Nelle lunghe ore delle giornate piovose, il capitano Bonifazio faceva il

giro delle stanze, si arrestava davanti ai suoi quadri, riviveva in quel

passato, e nelle rare volte che era costretto di recarsi a Treviso pe'

suoi affari, si fermava per le strade dove passavano i soldati

austriaci, e guardava con pietà quei poveri Croati negri e segaligni, e

le faccie bonarie dei Boemi, e alzava le spalle pensando che Massena con

50,000 Francesi non esitava ad attaccare 80,000 Austriaci, comandati

dall'arciduca Carlo, e li vinceva a Caldiero; e nutriva un fastidioso

disprezzo pei suoi concittadini, che non si accorgevano nemmeno di

appartenere ad una nazione eroica, nella quale gli pareva che un uomo

con uno spiedo avrebbe infilzato come tanti polli quattro o cinque di

quei poveri diavolacci, ma invece bastavano due uomini e un caporale per

scortare a Vienna i furgoni delle svanziche, colle quali gli Italiani

del regno Lombardo-Veneto pagavano all'Austria il diritto di possedere i

propri campi e le case dove erano nati.

E il capitano Bonifazio tornava alla sua villa fosco annuvolato, e guai

a chi gli capitava fra i piedi.

Per soddisfare, almeno in parte, a quel bisogno che sentiva di attività

e di lavoro, vangava e potava, piantava alberi e arbusti, vigneti e

frutteti, disegnava viali, sconvolgeva la terra, seminava, trapiantava e

mieteva.

A poco a poco si avvide d'aver fatto un parco magnifico, troppo

superiore alla sua modesta condizione, ma davanti allo stupendo

spettacolo della natura, dimenticava le umane miserie. E talvolta

combatteva la umiliante teorica del maestro Zecchini, per semplice

impulso della propria dignità; ma pensando al doloroso destino della

patria, non poteva in tutto dar torto al suo vicino di campagna, almeno

nel fondo dell'anima.

Allora diventava più indulgente pel povero maestro, sturava una

bottiglia di vino vecchio, e lo invitava a bere alla salute della

patria. Zecchini correva a chiudere l'uscio e le finestre, perchè

nessuno potesse udire la loro imprudenza. Il capitano si accorgeva della

paura del compagno, stralunava gli occhi, atteggiava tutti i suoi

lineamenti al più profondo disprezzo, ritornava bisbetico e dispettoso e

pensava fra sè: «tacere le proprie opinioni, nascondere come un delitto

i più naturali sentimenti, è una delle tristi necessità di chi è

costretto di vivere sotto il giogo» e tracannando in fretta il suo

bicchiere di vino, suonava il campanello.

Poco dopo compariva Mosè per fare la solita partita a terziglio col

padrone, e il vicino. Mosè fu uno degli ultimi coscritti di Napoleone,

aveva servito il capitano al reggimento, e continuava a servirlo

fedelmente dal tempo che deposte le armi, si erano ritirati in campagna.

Era il vero amico, e il più fido compagno del padrone, gli faceva da

segretario e da castaldo, da giardiniere e da cuoco. Passavano la sera

colle carte in mano per evitare le questioni estranee al giuoco; il

capitano diffidava del maestro, il maestro aveva paura del capitano; si

guardavano in cagnesco, e Mosè collocato fra loro rappresentava il

terreno neutro, e teneva in riguardo i due amici.... nemici.

Del resto non era possibile di indovinare il maestro Zecchini; nessuno

poteva dire con certezza se fosse buono o cattivo; nessuno aveva potuto

leggere nel fondo della sua anima. I furbi sono un prodotto della

schiavitù. Colle autorità superiori non mostrava che umiltà e riverenza,

cogli uomini indipendenti si lasciava sfuggire delle espressioni

liberali, col parroco era religioso, cogli increduli scettico, chi lo

diceva sciocco e chi sapiente: il fatto sta che non aveva mai fatto male

a nessuno, ed anzi in varie occasioni si era mostrato utile ai suoi

scolari e ai loro parenti, col consiglio e coll'opera.

Il capitano lo trovava nullo in politica, astuto in società, utile in

famiglia, pericoloso negli affari delicati, indispensabile per giocare

alle carte; e sapeva servirsene secondo i casi, perchè egli aveva una

tattica magistrale per utilizzare le varie attitudini, senza

compromettersi con nessuno.

Il maestro si prestava con premura a rendergli parecchi servigi, andava

a pagargli le prediali, lo rappresentava negli affari di ufficio,

chiamava alla Pretura gli affittuali che non pagavano il fitto, gli

faceva ottenere il passaporto quando ne aveva bisogno.

Ottenere il passaporto sotto il governo austriaco non era impresa troppo

facile. Nessuno aveva il diritto di viaggiare, nemmeno all'interno dello

Stato, senza che il governo ne conoscesse il motivo, e lo trovasse

plausibile. Per raggiungere l'intento giovava molto la prestazione d'un

amico che fosse in buona vista della polizia. In simili casi, e in varie

occasioni, l'amicizia di Zecchini riuscì utilissima al capitano, il

quale vivendo incognito, ed essendo rappresentato sovente da un

individuo giudicato come suddito sommesso e fedele, passava presso le

autorità per uomo inoffensivo, dal quale il governo nulla aveva a

temere.

E così il capitano Bonifazio congiurava senza pericoli, e senza

suscitare il minimo sospetto faceva parte d'una vendita di carbonari. La

sua corrispondenza politica non era mai affidata alla posta, e gli

arrivava sempre per mezzo di amici, o di messi speciali. Nel mese di

maggio del 1820 il capitano Bonifazio dovette recarsi in Polesine per

intelligenze con quei Carbonari, e poi a Milano per riferire ai capi

della setta lombarda. Domandò il passaporto pel regno Lombardo-Veneto

col pretesto di fare un viaggio agricolo, nel quale si proponeva lo

studio di alcune colture speciali, che facevano difetto nella provincia

di Treviso, come quelle del canape e dei prati a marcita. Il maestro

Zecchini fu chiamato alla Polizia per le necessarie informazioni. Egli

assicurò il commissario che il signor Bonifazio era un appassionato

agricoltore, che aveva già introdotto nella sua campagna delle

eccellenti migliorie, e che si disponeva a fare delle altre riforme, le

quali avrebbero senza dubbio aumentato il prodotto delle terre, e

servito di esempio ai vicini.

Il commissario assentiva col capo, e pensava: «migliorando le terre si

potranno accrescere le imposte! questo è un uomo utile all'Impero!» Poi

domandava conto del carattere, delle abitudini, delle relazioni del

petente; e il maestro rispondeva:

--È un po' bisbetico, si occupa tutto il giorno della coltura dei campi,

del giardino, dell'orto; vive solo con un domestico, non riceve mai

nessuno, ha dell'ottimo vino, e fa un eccellente cucina; io solo come

vicino di campagna ho l'onore di frequentarlo, e di profittare de' suoi

cortesi inviti.

«Chi mangia bene e beve meglio non fa l'umanitario, e non si occupa di

politica, pensava il commissario; un uomo civile che vive ritirato in

campagna non può essere che un misantropo.»

--Andate pure, egli disse al maestro, non occorre altro.

Il maestro curvò la schiena, che quasi toccava col naso lo scrittoio,

presentò all'impiegato superiore i più rispettosi ossequi, uscì dalla

stanza con ripetuti inchini, salutò gentilmente anche l'usciere, che

aveva un'aria da sbirro, poi scese le scale lentamente, col collo torto,

e un beato sorriso sulle labbra, pensando fra sè stesso: «l'uomo è un

asino, è un asino, è un asino!...»

E questo suo pensiero non proveniva dal benchè minimo sospetto sulle

intenzioni e la condotta del capitano, che anzi teneva per vero quanto

aveva asserito; ma vedendo che occorrevano tante cerimonie per ottenere

il permesso di circolare a proprie spese nel proprio paese, e che tali

cerimonie erano vane, perchè generalmente la polizia veniva ingannata

dalle domande, dai pretesti, e dalle informazioni, la sua teoria

prediletta gli tornava alla mente, e si compiaceva di poter dare

dell'asino al commissario nell'intimità del suo cuore.

Pochi giorni dopo, il capitano Bonifazio, col suo passaporto in piena

regola, partiva pel Polesine, visitava alcune fattorie rinomate,

procurando che l'I. R. Delegato Provinciale di Rovigo venisse a saperlo,

e poi senza che nessuno l'avesse visto entrava in una casa colonica,

nella campagna deserta, e s'intratteneva per un paio d'ore coi Carbonari

venuti apposta da Ferrara, per intendersi con lui sulle armi e le

munizioni da introdursi, per distruggere i governi dispotici, dare

all'Italia un governo costituzionale, o almeno unire in vincolo

federativo i varii governi italiani, tutti però aventi per basi

costituzione, libertà di stampa e di culto, parità di leggi, monete e

misure.

Predisposta accuratamente la prossima rivolta del Polesine, passava in

Lombardia, visitava i corsi d'acqua, i prati irrigatori e le marcite,

facendo parlare di lui come d'un veneto appassionato agricoltore; poi

scompariva per qualche ora, si abboccava coi patriotti malcontenti,

stringeva la mano ai Carbonari lombardi, comunicava le disposizioni

delle vendite del Veneto, e veniva informato degli accordi presi coi

fratelli del Piemonte.

Dopo quei ritrovi della setta, scriveva qualche lettera al maestro

Zecchini e la gettava alla posta colla certezza che sarebbe aperta dalla

Polizia la quale violava tutti i segreti. Egli si godeva a corbellare i

commissari e il governo, parlando di prati e di vacche svizzere, di

canape e di bachi da seta. Raccomandava all'amico le zucche e le patate,

e gli prometteva al ritorno le più utili informazioni sulla coltura

delle rape.

Dagli amici di Milano ebbe lettere di raccomandazione per qualche

coltivatore, e per qualche possidente austriacante della Brianza, sempre

collo scopo d'ingannare la vigilanza della polizia; e si recò a

visitarli, occupandosi di vigneti e di stalle, benedicendo i benefizii

della pace, che si godevano a merito del regime paterno dei buoni

Tedeschi. Prese alloggio in un grande albergo, assunse delle

informazioni che lo fecero conoscere per esperto agricoltore.

Poi lasciando gran parte del suo bagaglio all'albergo, e raccomandando

all'albergatore le sue preziose sementi di bietole, cavoli e carote,

annunziò una gita nei dintorni per visitare le colture, e partì solo e

pedestre, munito d'una semplice valigietta alla mano. Prese la direzione

opposta a quella che intendeva di seguire, e girando per certi viottoli

deserti, assicurandosi che nessuno lo vedeva, trovò la sua strada, che

lo condusse in un angolo romito delle colline, ove sorgeva una modesta

casa di campagna quasi nascosta dai tigli, dai platani, e dalle robinie.

Abitava in quella dimora un suo antico commilitone, un valoroso

colonnello degli eserciti napoleonici, un fiero soldato, un ardente

patriotta, che non aveva mai potuto comprendere come gl'Italiani si

fossero rassegnati a subire l'umiliazione d'un governo straniero.

Acerrimo nemico dell'Austria, egli congiurava come capo carbonaro contro

l'aborrito governo, ma sapeva operare con tale avvedutezza che non

comprometteva mai nessuno, apparecchiava le riunioni, dirigeva la

congiura con sommo accorgimento, e metteva tanta astuzia nel gabbare i

sospetti del governo, nello sviare le ricerche della polizia,

nell'abbindolare le commissioni speciali, che il suo grande maestro, il

generale Napoleone, non avrebbe impiegata tanta avvedutezza

nell'apparecchiare il piano d'una battaglia.

Odone Palanzo era un antico cospiratore, ancora giovinetto si era acceso

di entusiasmo al primo raggio della nascente libertà. La portentosa

discesa del San Bernardo, compiuta dall'esercito francese condotto dal

generale Buonaparte, la sua improvvisa comparsa in Italia, la battaglia

di Marengo che liberava il Piemonte e la Lombardia dagli Austriaci,

esaltarono lo spirito liberale del giovane italiano, il quale detestava

il regime debilitante del governo straniero che conservava sotto il

giogo una popolazione rassegnata, e non curante della sua sorte nè

dell'onore del paese.

Egli non rifiniva di ammirare e celebrare l'eroica difesa di Genova, il

carattere e le prodezze dei vincitori dei Tedeschi, l'impassibilità di

Massena durante l'assedio, la fermezza di Lannes sul campo di battaglia,

la carica di cavalleria di Kellermann, la risoluzione fortunata di

Desaix. E quando tre giorni dopo di quella famosa battaglia Buonaparte

entrava in Milano sul far della sera, il giovane lombardo si trovava fra

quella folla plaudente che gettava fiori nella carrozza del primo

Console, che procedeva lentamente nelle strade accalcate e illuminate a

giorno.

Allora si arruolò come semplice soldato, quantunque avesse moglie e una

bambina, fece il giro d'Europa, guadagnò i suoi gradi ad uno ad uno, da

caporale a colonnello, fu ferito in varie battaglie, e non depose le

armi che dopo l'ultima campagna di Russia, dove ridotto all'estrema

miseria, lacero, esausto dalla fame, e quasi cieco, sarebbe morto sulla

neve se non avesse incontrato il capitano Bonifazio che lo sostenne, lo

guidò, lo nutrì di crusca bollita e di carne di cavallo; e attraverso a

mille pericoli poterono entrambi ripassare la Beresina, dopo le più

strane venture. Giunti in Polonia come due fantasmi da far paura a

vederli, fecero una lunga dimora negli ospitali, fino che ristabiliti in

salute, ritornarono a Parigi, e ripresero servigio fino alla caduta di

Napoleone.

Rimandati in patria, il capitano Bonifazio accompagnò l'amico alla

casetta di Brianza, dove il colonnello lo presentò alla famiglia come il

suo salvatore.

La moglie era un'ottima donna; e la figlia Maddalena, una bella ragazza,

con due grandi occhi che ne rivelavano la bontà, era stata allevata

dalla madre alle cure domestiche e rurali. Entrambe vivevano

modestamente colle rendite di alcune terre che stavano intorno

all'abitazione. Vedevano poca gente, e assai di rado il loro capo di

casa, il quale di tratto in tratto compariva all'improvviso, si fermava

alquanti giorni, e spariva. Scriveva poche lettere e laconiche, sempre

da nuovi paesi, da varie parti d'Europa. Il colonnello aveva un fratello

più giovane, che si fece parimenti soldato, e questi alla caduta di

Napoleone prese servizio nel piccolo esercito piemontese.

Quando furono di ritorno dalla Francia invasa dagli stranieri di varie

regioni, il colonnello volle che il capitano si riposasse alcuni giorni

nella sua casa, dove si godeva una pace serena, in quel paradiso della

Brianza. Quel silenzio, quella solitudine sotto gli alberi, producevano

l'effetto d'un delizioso calmante negli animi ardenti di quei soldati

avezzi a tanti frastuoni e a tante stragi. A poco a poco il loro spirito

esaltato dalle lotte si raddolciva, il loro sangue rallentava il suo

corso, il loro cuore si apriva a nuove aspirazioni verso la tranquilla

felicità della pace domestica. Finalmente il colonnello sentiva il

bisogno di riposo, in quel nido fortunato, fra il sorriso sereno d'una

buona moglie, e la fiorente gioventù d'una diletta figliuola.

Il capitano Bonifazio che aveva perduto tutti i suoi parenti, si

arrestava ben volentieri in quel ridente soggiorno, prima di rientrare

nella solitudine e nell'isolamento che lo attendevano nella sua casa

deserta.

Gli occhi profondi di Maddalena lo colpivano vivamente, la sua voce gli

penetrava nell'animo, i suoi lineamenti gli lasciavano nel cuore una

indelebile impressione, ma egli non osava guardarla che di soppiatto,

quando era sicuro di non esser veduto da lei; quella soave fanciulla gli

pareva cosa divina, e si giudicava troppo ruvido soldato per credersi

degno di meritare il suo affetto.

I due commilitoni passavano alcune ore seduti sopra un banco rustico del

giardino, colla pipa in bocca, rammentando le loro geste, e quando

passava Maddalena, Bonifazio si alzava in piedi, ritirava in fretta la

pipa, e faceva il saluto militare come davanti un generale.

Alla sera quando si ritirava nella sua camera, invece di andare a letto

a dormire si sdraiava sul canapè, pensava lungamente alla Maddalena, ne

faceva il paragone colle altre donne che aveva incontrate nei vari stati

d'Europa, e la trovava più bella, più interessante e più adorabile di

tutte. Era stato piuttosto libertino, intraprendente, audacissimo col

bel sesso, e poteva vantarsi di ardite conquiste tanto sui campi di

battaglia che nelle alcove; ma quelle erano donne, e questa era un

angelo, ed egli si trovava ospite da un amico, del quale gli era sacra

ogni cosa, e più di tutto la famiglia.

Così passavano i giorni, e Bonifazio si lasciava vivere in pace, in una

specie di allucinazione, e di ebbrezza felice, e chi sa quando avrebbe

pensato di andarsene allorchè la lettera d'un avvocato di Treviso lo

chiamò al suo paese per affari urgenti.

Il colonnello non voleva lasciarlo partire, le signore lo pregavano di

non abbandonarle, e gli parve perfino di scorgere una lagrima che

brillava come un diamante nei grandi occhi di Maddalena; ma la lettera

era pressante, e poi sentiva anche il bisogno di fuggire da quell'amore

soffocato che quasi quasi gli pareva un insulto alla casa dell'ospite e

dell'amico; e partì.

L'ultima parola del colonnello fu questa:--Siamo intesi, _facite

judicium et justitiam_.... e l'altro rispose:

--_Pubblice felicitatis incrementum_....

Erano parole del diploma guelfo dei Carbonari.

Pochi giorni prima si erano abboccati coi fratelli della setta, in un

sito deserto, e avevano giurato nuovamente di liberare la patria dal

giogo straniero, o di morire.

Nel viaggio di ritorno si arrestò a Brescia, Verona, Vicenza, Padova;

fece una scappata a Rovigo e a Venezia, e in tutte queste provincie

s'incontrava coi federati, faceva dei proseliti, formava nuovi centri

carbonari, allargava le diramazioni nei principali villaggi, e stringeva

i nodi d'un'ampia rete che doveva serrare nelle sue maglie l'aquila a

due teste.

Poi rientrò tranquillamente nella casa paterna, solo e disarmato, ma

profondamente convinto che presto o tardi ma di certo, l'Italia sarebbe

unita, libera e indipendente.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 2 / 25 题