NOTE:

[1] L’estremo monumento romano nelle regioni meridionali fu scoperto

dal dott. BARTH innanzi alla città di Murzuk. Vedi vol. I, pag. 164,

_Viaggi e scoperte nell’Africa settentrionale e centrale_ (1849-1855).

[2] CLAUDIANO, _Panegir. in VI Cons. Honor._, v. 39-52. Sulla grandezza

di Roma ha una pomposa apostrofe, _De cons. Stilich._ III, v. 130 e

seg.

[3] Voglio qui accennare al libro degno di nota: _Historiæ de Varietate

Fortunæ, libri II_ (Paris 1723), che POGGIO scrisse poco prima della

morte di Martino. Con quest’opera, che è una triste descrizione delle

rovine della città, incominciano gli studî archeologici su Roma.

[4] L’Autore publicò il primo volume della sua Storia nell’anno 1859

(_Nota dell’Editore_).

[5] Fu questi Ammone, che viveva nel tempo dell’assedio della città

fatto dai Visigoti. Così OLIMPIODORO in FOZIO, p. 198, dice: εἴκοσι

καὶ ἑνὸς μιλίου. Per la qual cosa è esagerata la notizia dataci da

Vopisco, che il circuito della città fosse di cinquanta miglia, oppure,

come afferma il Piale, fu errore degli amanuensi. Secondo il PIALE

(_Dissertazione delle mura Aureliane di Roma_), la circonferenza della

città sarebbe stata di tredici miglia al più. Si confronti il CANINA:

_Indicazione topografica di Roma antica_, p. 19 ec., e la descrizione

della città data dal PLATNER e dal BUNSEN, I, p. 646 ec. Della

riedificazione delle mura ai tempi di Arcadio e di Onorio, conservano

ricordanza le iscrizioni poste sulla porta di _s. Lorenzo_ e sopra la

_P. Maggiore_. Una terza iscrizione, collocata sulla _P. Portuensis_,

che ne parlava, andò perduta quando quell’antica porta fu fatta

abbattere da Urbano VIII.

[6] Queste porte antiche erano: _P. Flaminia, Pinciana, Salara,

Nomentana, Tiburtina, Praenestina, Labicana, Asinaria, Metronis_

o _Metronia, Latina, Appia, Ostiensis, Portuensis, Janiculensis

(Aurelia), Septimiana, Aurelia_ situata al ponte di Adriano. Di esse

oggi si trovano murate la porta _Metronia_ e la _Latina_, e cadde

distrutta l’_Aurelia_ situata al ponte dell’Angelo. Il _Breviarium_

numera trentasette porte, per la qual cosa il numero che eccede le

nominate dev’essere stato nelle mura serviane o aver formato altri fori

di uscita.

[7] Ai tempi di Belisario, Roma possedeva quattordici acquedotti

(così PROCOPIO, _De bello Goth._ I, 19). Ed erano i nove, di cui ci dà

notizia Frontino, ossia: _Appia, Anio vetus, Marcia, Tepula, Julia,

Alsietina, Virgo, Claudia, Anio novus_ e di più l’_Acqua Augusta_,

colla quale Augusto aveva fortificato la _Marcia_, la _Trajana_

aggiunta da Trajano, l’_Antoniniana_ di Caracalla, l’_Alexandrina_ di

Alessandro Severo, la _Iovia_ di Diocleziano. Il Sommario aggiunto

al _Curiosum_ ed alla _Notitia_ numera diecinove acquedotti, cinque

dei quali non possono essere stati che ramificazioni degli altri. Al

dì d’oggi Roma ha tre soli acquedotti: l’_Acqua di Trevi_, meschina

restaurazione dell’_A. Virgo_, l’_A. Felice_ che è in parte l’antica

_Marcia_, e l’_A. Paola_ che Paolo V edificò giovandosi delle acque

della _Trajana_.

[8] _Inclyta ac celebris Roma immensum est, atque omni oratione majus

pelagus pulchritudinis._ THEMIST., _Orat._ 13, _amat. in Gratian._, p.

177. Si veda la _Dissertaz. sulle rovine di Roma_ di CARLO FEA, che può

reputarsi il primo saggio formale di una storia delle rovine di Roma

fino ai tempi di Sisto V (nel III Vol. della traduzione da lui fatta

della _Storia dell’Arte_ del WINKELMANN, Roma, 1784). Di quanta utilità

riesca per la storia lo studio locale dei monumenti di Roma, cel mostrò

la _Histoire romaine à Rome_, che J. J. AMPÈRE, per una serie di anni

andò inserendo nella _Revue des deux Mondes_, e fu splendido ornamento

di quel giornale. Quella Storia si stenderà anche all’età di mezzo.

Mi è grato dovere il riconoscere che l’interessamento onde l’erudito

e spiritoso Francese confortò sempre l’opera da me impresa, mi è

vivissimo eccitamento alla prosecuzione del mio lavoro.

[9] Intorno al _Curiosum Urbis_ ed alla _Notitia_, ci furono di grande

giovamento i lavori del Sarti, del Bunsen e del Preller. Io ho seguito

il testo di quest’ultimo (_Die Regionen der Stadt Rom_, Jena, 1846),

che confrontai con quelli del Panciroli, del Labbe, del Bianchini e del

Muratori.

[10] S. GREGOR., _Ep. III_, 30, p. 568: _ad secundum urbis milliarium,

in loco qui dicitur ad Catacumbas_. Il De Rossi che alla gloria del

Bosio associò gl’illustri meriti suoi, ha sparso luce novella su

quelle catacombe di san Calisto, ed il suo grande lavoro intitolato

_Corpus Inscriptionum_, di cui s’è ora incominciata la publicazione,

deve salutarsi come un felice avvenimento per la storia della Città

nei tempi di mezzo. Le cognizioni del De Rossi intorno alla topografia

di Roma nel medio evo, sono le più fondate e le più vaste che erudito

possa avere, ed è mio ardente desiderio che l’illustre Romano voglia

presto diffondere quel suo tesoro in un’opera topografica.

[11] L’antica _Porta Capena_ vogliono i Topografi che fosse collocata

al di sotto dell’odierna _Villa Mattei_. Si vegga il CANINA, _R.

Antica_. Intorno ai limiti della prima Regione si agita controversia:

l’indicazione però del ruscello Almo (oggi Acquataccio), dimostra

che la Regione si stendesse al di là delle mura Aureliane. Intorno

all’antico tempio di Marte, onde era illustre questa Regione che non

comprendeva altri grandi monumenti, sappiamo di certo ch’era situato

_extra portam Capenam_.

[12] L’Anonimo di Einsiedeln del secolo ottavo enumera: _Arcus

Constantini, Meta Sudante, Caputo Africae, Quatuor Coronati_. Una

qualche statua avrà dato probabilmente il nome a questa via. Nella

_Notitia_ non è fatto cenno del _Clivus Scauri_ ch’era situato innanzi

al _M. Coelius_ e che si conservò nel corso dei tempi.

[13] Il gruppo del Laocoonte fu trovato nell’anno 1506, e l’inventore

Felice de Fredis n’ebbe argomento all’immortalità del nome. Ne parla

l’iscrizione della sua tomba posta in S. Maria in Araceli a poca

distanza dal coro. È monumento pregevole dell’epoca di Giulio II.

[14] Il _Templum Pacis_ era stato eretto da Vespasiano, dopo la guerra

contro gli Ebrei. Procopio ne vide ancora i ruderi in vicinanza della

basilica di Massenzio: la piazza vicina era chiamata _Forum Pacis_:

ἣν φόρον Εἰρήνης καλοῦσι Ῥωμαῖοι. ἐν ταῦθα γάρ πη ὁ τῆς Εἰρήνης

νεὸς κεραυνόβλητος γενόμενος ἐκ παλαιοῦ κεῖται. PROCOP., _De bello

Goth._, IV, 21, p. 570 (Ediz. di Bonna). L’ordine in cui è disposta la

descrizione della _Notitia_ è il seguente: _Aedem Jovis Statoris, Viam

Sacram, Basilicam Constantinianam, Templum Faustinae, Basilicam Pauli,

Forum Transitorium_.

[15] Dal _Nymphaeum Alexandri_, situato in vicinanza di santa Croce in

Gerusalemme, è forza distinguere il monumento _dei Trofei di Mario_,

che l’Anonimo di Einsiedeln chiama erroneamente _Nymphaeum_, ponendolo

in questa serie: _Sanctus Vitus, Nymphaeum, Sancta Biviana_. Il PIALE

(_Della subura antica_, verso la fine) dice, parlando dei Trofei di

Mario: _Ninfeo da non confondersi però col Nymphaeum Alexandri etc._ Le

rovine appartengono alla fontana dell’_Acqua Julia_.

[16] OLIMPIODORO (in FOZIO, p. 198) scrive che le terme di Antonino

comprendevano milleduecento bacini di bel marmo, e che quelle erette

da Diocleziano ne comprendevano un numero quasi doppio. Gli eruditi

sono discordi nel determinare la posizione di queste terme che

alcuni vogliono edificate sul Viminale ed altri sull’Esquilino o sul

Quirinale. Il vero si è che la direzione di tutti e tre questi poggi

si volge verso il punto ove stavano questi bagni. Fin dai primi tempi,

nel luogo ove si elevavano le terme fu eretta una chiesa ad onore

di san Ciriaco, che, unitamente a santo Sisinnio, si trovava fra i

Cristiani condannati a lavorarvi. La leggenda li farebbe ascendere a

quarantamila. (Vedasi POMPEO UGONIO, _Historia delle stationi di Roma_,

Roma, 1588, c. 197, e FLORAV. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_.

Quest’ultimo ai quarantamille Martiri aggiunge generosamente altri

centomille). Al tempo di Pio IV fu eretto nelle terme il convento

dei Certosini, e la chiesa magnifica di santa Maria degli Angeli è

racchiusa sotto le alte arcate di un’antica sala del bagno.

[17] Il FEA (_Sulle rovine di Roma_, p. 302), dice che questo tempio

era caduto in rovina già fin dal principio del secolo VI, imperocchè

una vedova che possedeva otto delle colonne di porfido le quali aveano

già ornato quel tempio, ne facesse dono all’imperatore Giustiniano

per la nuova chiesa di s. Sofia in Costantinopoli. Egli cita CODINUS,

_De orig. Const._, p. 65, e l’ANONYM., _De structura temp. magnæ Dei

Eccles. s. Sophiæ_ presso il COMBEFIS, _Origin. rerumque Constantin._,

p. 244, con cui io ebbi cura d’istituire confronti. Nel testo è detto

erroneamente Valeriano edificatore del tempio del Sole invece di

Aureliano.

[18] Scrive ZOSIMO, V, c. 38: allorquando Stilicone rubò le porte delle

lamine d’oro massiccio che le ricoprivano, apparve quest’iscrizione:

_misero regi servantur_, ed infatti quel profanatore miseramente perì.

Quel ladroneccio non può essersi consumato che dopo il trionfo di

Onorio, perchè in quel tempo ancora Claudiano parla dei bassi rilievi

delle porte:

_Juvat infra tecta Tonantis_

_Cernere Tarpeja pendentes rupe gigantes_

_Caelatasque fores_

(_de VI Cons. Hon., v. 44 sg._).

Stilicone deve aver fatto abbruciare i libri sibillini soltanto dopo

l’anno 403. Ciò appare chiaro da un passo di CLAUDIANO, _De bello

Goth._, v. 230, in cui parla di quei libri come se ancora esistessero:

_Quid carmine poscat_

_Fatidico custos Romani carbasus aevi._

[19] Scrive il FEA, p. 410 e seg., che la statua equestre di Marco

Aurelio era stata scambiata per quella di Costantino e che andava

debitrice a quest’errore della sua conservazione durante il medio evo.

Egli è possibile che quest’errore avvenisse ai tempi della barbarie;

non posso credere però che al momento in cui fu compilata la _Notitia_

non si sapesse distinguere la figura di Costantino da quella di Marco

Aurelio. La iscrizione posta sotto l’_Equus Constantini_, copiata e

tramandata dall’Anon. di Einsiedeln era: _D. N. Constantino maximo

pio felici ac triumphatori_, etc. etc. Io ammetto che la statua di

Costantino rovinasse dopo il secolo VIII e che quella di Marco Aurelio

passasse tosto sotto il nome di quella di Costantino, dando origine

al famoso _Caballus Constantini_ delle cui meraviglie sono piene

le cronache di Roma del secolo XII. Ne parlerò in uno dei volumi

successivi.

[20] _Salvis dominis nostris Honorio et Theodosio victoriosissimis

principibus Secretarium amplissimi senatus quod vir illustris Flavianus

instituerat et fatalis ignis absumpsit Flavius Annius Eucharius

Epifanius V. C. Praef. vice sacra. Jud. reparavit et ad pristinam

faciem reducit._ GRUTER, 170. CANINA, _R. ant._, p. 167. NARDINI,

II, p. 230. Sappiamo che la _Curia Hostilia_, che era l’antichissimo

Senatus, fu distrutta da un incendio ai funerali di Clodio. Essa non

venne più riedificata, ed il Senato congregavasi nella _Curia Julia_

compiuta sotto Augusto, dove anche doveva essere il celebre altare

della Vittoria.

[21] AMMIAN. MARCELL., XVI, p. 14 e seg. _Id tantum sibi placuisse,

aiebat, quod didicisset, ibi quoque homines mori._ Il Gibbon legge

_displicuisse_, ma la dizione _placuisse_ asconde un senso assai più

arguto, e riceve chiara spiegazione se si pensi all’animo con cui il Re

straniero parlava.

[22] CLAUDIANO parla della statua eretta a suo onore nella _Praef. de

bello Goth._:

_Sed prior effigiem tribuit successus ahenam,_

_Oraque patricius nostra dicavit honos._

VENANZIO FORTUNATO (morto nei primi anni del secolo VII) cantava,

_Carm._ III, _c._ 23:

_Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu_

_Audit Trajano Roma verenda foro._

E al lib. VIII, c. 8:

_Si sibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:_

_Aut Maro Trajano lectus in urbe foro._

[23] Quest’antica Corografia latina vide la luce per la prima volta ad

opera del cardinale ANGELO MAI, che la trasse da un Codice esistente

nel Convento della Cava, e che sotto titolo di: _Liber Junioris

Philosophi in quo continetur totius orbis descriptio_, la stampò nel

Tom. III _classicor. auctor. e vatican. Codicib. editor._, p. 387.

— _Super hoc maximum possidet bonum ROMAM splendoribus divinorum

aedificiorum ornatam_ etc.

[24] Il _Curiosum_ trasporta nella Regione undecima l’_Arcum

Constantini_: la _Notitia_ dice _Arcum Divi Constantini_. Il BUNSEN

(III, 1, pag. 663), opina che quest’arco fosse il noto _Janus

quadrifrons_ posto sul _Velabrum_, e che non potesse essere l’arco

trionfale di Costantino che le due Descrizioni avrebbero pur dovuto

porre entro la Regione decima. L’ordine della citazione seguito nel

_Curiosum_, cioè: _Herculem olivarium, Velabrum, Arcum Constantini_,

appoggia senza dubbio questa opinione.

[25] Il PIALE, _Degli antichi arsenali detti Navalia_ (_Pont. accad. di

Arch._, I, Aprile 1830), sostiene che l’_Emporium_ fosse situato sotto

il monte Aventino e che la posizione dei _Navalia_ fosse presso la Ripa

Grande. Questa ultima supposizione fu combattuta dal BECKER, il più

erudito tra gli Archeologi, che dice situati i _Navalia_ in un qualche

punto del campo di Marte (_Manuale_, I, p. 158, ec.).

[26] Sembra che timore rattenga gli Archeologi dal camminare sui ponti

di Roma, perchè le notizie che ne danno sono le più discordi. Vedasi il

PIALE, _Degli antichi Ponti di Roma al tempo del sec. V_, Roma 1834;

il PRELLER ed il BECKER I, p. 692, ec. Nelle due Descrizioni antiche

delle Regioni troviamo: _Pontes VIII, Aelius, Aemilius, Aurelius,

Mulvius, Sublicius, Fabricius, Cestius et Probi_. Il _Pons Milvius_,

già appellato da Livio con questo nome ed oggi detto _P. Molle_, nella

serie è collocato all’ottavo posto. Cadrà spesso occasione di far

menzione dei molti nomi e talvolta oscuri che nel medio evo davansi

a questo od a quel ponte: ci saranno allora a guida i _Mirabilia_, ai

quali ci riferiremo.

[27] Sui nomi dell’isola si veda il VISCONTI: _Città e famiglie nobili

e celebri dello Stato pontificio. Monumenti antichi, Sez. II_, p. 25.

CLAUDIANO (_In Prob. et Olyb. Cons., v. 226 sq._) dice:

_Est in Romuleo procumbens insula Tibri,_

_Qua medius geminas interfluit alveus urbes_

_Discretus subeunte freto, pariterque minantes_

_Ardua turrigerae surgunt in culmina ripae._

Da questo squarcio può trarsi notizia che le mura di Aureliano

procedessero lunghesso la sponda interna del fiume sino al ponte

Fabricio, e che al di là, nella regione trasteverina, sorgesse loro di

contro la muraglia di Settimio.

[28] Veggansi i Breviarî del _Curiosum urbis_ e della _Notitia_, e

il Breviario di Zaccaria di Armenia del sec. VI. Qua e colà vi hanno

discrepanze nelle notizie numeriche. Intorno agli obelischi di Roma

mi occorse la seguente osservazione. Al tempo in cui Sisto V restituì

in piedi gli obelischi, il MERCATI scrisse la sua opera erudita

intitolata: _Degli obelischi di Roma_, in cui dice che, degli antichi

obelischi, quarantotto fossero stati portati a Roma d’altri paesi. Le

Descrizioni delle Regioni da noi seguite parlano invece di sei soli,

che sono naturalmente i maggiori: _In Circo Max. duo, minor habet pedes

LXXXVIII, major vero pedes CCXXII. In Vaticano unus altus pedes LXXV.

In Campo Martio unus altus pedes LXXV. In Mausoleo Augusti duo, alti

singuli pedes XLII._ Tutti questi obelischi durano ancora, ornamento di

Roma odierna.

[29] S. AUGUSTIN., _Sermon. CV. de verb. evang. Luc. XI_, p. 13, T. V,

1, p. 546: _mementote fratres, mementote: non est longum, pauci anni

sunt, recordamini. Eversis in urbe Roma omnibus simulacris, Rhadagaysus

rex Gothorum cum ingenti exercitu etc._

[30] S. HIER., _Lib. II, adv. Jovinianum_ verso la fine: _Squalet

Capitolium, templa Jovis et caeremoniae conciderunt_. Il NARDINI

(_R. Ant., II_, p. 332) ne conclude con troppa precipitazione che il

tempio di Giove ai tempi di san Girolamo già fosse caduto in rovina,

e ne attribuisce la distruzione ai Goti. Il passo da lui citato non è

che rettoricume poetico, come usa lo stesso HIERONIM., _Ep. CVII ad

Laetam_ (dell’anno 403), (_Ed. Verona I_, p. 672): _auratum squalet

Capitolium_. In senso simile trovo usata la frase _squalere_ in

CLAUDIANO (_De VI cons. Honor._, v. 410), allorchè parla del _Palatium_

che gl’Imperatori avevano abbandonato:

_Cur mea quae cunctis tribuere Palatia nomen_

_Neglecto squalent senio?_

Anche nel Proemio del Libro II del _Commento alla lettera ai Galati_,

dice S. GIROLAMO: _vacua idolorum templa quatiuntur_.

[31] S. HIERONIM., _Ep. CVII, ad Laetam de institutione filiae_, T. I,

p. 642. In questa lettera rettorica sono dati precetti ad una pia dama

di Roma sul modo di educare una figlia.

[32] CLAUDIAN., _De VI cons. Honor., v. 42 sq._ Sotto il nome di

_Regia_, il Poeta significa il palazzo dei Cesari, e pei _Rostra_

intende il Foro, com’è voluto dal senso di tutta la descrizione presa

in generale. È _pars pro toto_.

[33] PROCOP., _De bello Goth._, IV, 22.

[34] GRUTER, p. 100-6. BEUGNOT, _Histoire de la destruction du

Paganisme en Occident_, I, p. 106.

[35] COD. THEODOS., _Lib. XV, tit. I, De operib. publicis. Tit. I, n.

11. — Impp. Valentinianus et Valens etc. etc. ad Symmachum P. U., n.

19. — Impp. Valens, Gratiannus et Valentinianus ad Senatum, n. 15. —

Impp. Valentinianus, Theodosius et Arcadius Proculo P. U. Constant._ —

Altri Editti promulgarono Onorio ed Arcadio. — Cod. JUSTIN., VIII, Tit.

X, _De aedif. privatis_. Tit. XII, _De operib. publicis_. Tit. XVII,

_De sepulchris violatis_.

[36] _De Paganis sacrificiis et templis_, Lib. XVI, Tit. X, n. 2. _Imp.

Constantinus etc. ad Catullium P. U._ I piaceri furono l’ultima molla

della potenza politica di Roma.

[37] MARANGONI, _Cose gentilesche ec._, p. 227 e seg.

[38] _Relatio Symmachi, L. X, ep. 54_. Il BEUGNOT ha un bel capitolo su

questo triste episodio di storia, _Liv. 8, chap. 6_. Si veda anche il

GIBBON, _Cap. 28_. In risposta alla relazione di Simmaco s. Ambrogio

scrisse la sua epistola a Valentiniano (ann. 384). I due documenti

veggonsi nel Tom. I di PRUDENZIO, (_Parma_ 1788). Ed anche Prudenzio

si fè, nell’anno 403, a confutare Simmaco con due libri di poesie

_adversus Symmachum_. Ben dice s. Ambrogio con sobrio discorso: _Quid

mihi veterum exempla proferitis? odi ritus Neronum. — Non annorum

canities est laudanda sed morum_.

[39] ZOSIMUS, V. c. 38.

[40] CLAUDIAN., _De Cons. Stilich._, III, _v. 201. sq._:

_O palma viridi gaudens et amicta tropaeis_

_Custos imperii virgo etc._

_De VI cons. Honor., v. 597, sq._:

_Adfuit ipsa suis ales victoria templis_

_Romanae tutela togae etc._

[41] PRUDENTIUS, _Advers. Symmach._, II, v. 443-446:

_Quamquam cur Genium Romae mihi fingitis unum?_ etc.

S. HIERON. _Comment., in Isaiam_, IV, p. 672. — BEUGNOT, II, p. 139:

«_on a donc raison de dire, que pendant le jour comme pendant la

nuit, l’aspect de Rome devait être celui d’une cité où l’ancien culte

dominait._» Oggidì è la costumanza di accendere lampade dinanzi le

imagini della Vergine come un tempo solevasi innanzi gli Dei Lari.

[42] Già nell’anno 399, Arcadio ed Onorio avevano promulgato per le

province d’Africa l’Editto: _Aedes inlicitis rebus vacuas nostrarum

beneficio sanctionum ne quis conetur evertere, decernimus enim, ut

aedificiorum quidem sit integer status. De Pagan. sacrif. et templis_,

Lib. XVII, Tit. X, n. 18. — Al n. 19, segue l’Editto degno di nota

di Onorio e di Teodosio II, dato nell’anno 408, sotto il consolato di

Basso e di Filippo: _Templorum detrahantur annonae_, etc.

[43] Si veda l’Editto: _Omnibus sceleratae mentis paganae exsecrandis_,

e i commenti di Gotofredo alla parola _destrui_.

[44] PRUDENT., _Cathemerinon Hymn._, XII, v. 201.

[45] La ragna (che in Roma era considerata ente portentoso), avrebbe

meritato l’onore di un tempio sotto Eliogabalo. Mi ricorda di aver

veduto nelle terme di Caracalla una bellissima testa di Apollo intorno

alla quale uno di quegli insetti aveva ordito la sua tela, in modo che

sembrava che vi si fosse gettato sopra un velo d’argento.

[46] _Incerti Tempor. demonstrationes, seu originum Constant._ in

COMBEFIS, _Orig._, p. 29. CODINUS, _De origin._, p. 51, narra che

Costantino tolse dal _Palatium_ di Roma la statua della Fortuna.

[47] PRUDENT., _Contra Symmachum_, I, v. 502 _sq._ Il FEA (_Sulle

rovine di Roma_, p. 279) cita S. AMBROS., _Epist._ 18, n. 31, T. III,

p. 886 B, ove quel Padre dice a Valentiniano: _non illis satis sunt

lavacra, non porticus, non plateae occupatae simulacris?_

[48] Zacharia scrisse in lingua siriaca un catalogo dei monumenti di

Roma, di cui Angelo Mai publicò la traduzione latina: _Script. vet._,

T. X, _praef._, p. XII-XIV. Zacharia attinse lumi da relazioni più

antiche, e dal catalogo aggiunto alle Descrizioni delle Regioni. La

notizia del numero delle statue merita fede se si paragoni con quanto

scrive Cassiodoro. Zacharia enumera: _Fontes aquam eructantes MCCCLII,

e signa aenea MMMDCCLXXXV imperatorum aliorumque ducum_. Di più parla

di XXV statue di bronzo, che, dice il cronista, riferivansi ai tempi

di Abramo e di Davide, e che erano state recate a Roma da Vespasiano.

Questa fola mi persuade che lo scrittore vivesse ai tempi di Belisario.

[49] ANASTASIUS BIBL. _in vita s. Clementis: hic fecit septem regiones

dividi notariis fidelibus ecclesiae, qui gesta martyrum sollicite, et

curiose unusquisque per regionem suam diligenter perquirerent. — Vita

s. Evaristi: hic titulos in urbe Roma divisit presbyteris, et septem

diaconos constituit, qui custodirent episcopum praedicantem propter

stylum veritatis_. Verso l’anno 238, Fabiano deve avere aggiunti

sette Suddiaconi, e dopochè, nei tempi posteriori al vescovo Cajo, fu

cresciuto il numero dei Diaconi, san Silvestro deve avervi preposti i

sette Cardinali diaconi. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, c. 4.

[50] Ciò è confermato da una iscrizione della _Roma Subterranea, II,

lib. IV, c. 25_.

[51] Il NARDINI (_Roma Ant._, I, p. 125, _sq._) tentò di determinare i

confini delle sette Regioni ecclesiastiche. Egli crede che ricevessero

l’organamento da san Silvestro. Il BIANCHINI nel II Vol. della sua

erudita edizione di ANASTAS. BIBL., _appendix de regionibus urbis

Romae_ (p. 137-140), tenta di trarre la notizia delle sette Regioni

principalmente da un passo importante della vita di san Simplicio

(intorno l’anno 464), dal quale traggo questo cenno: _Regionem III ad

s. Laurentium, Reg. I ad s. Paulum, Reg. VI et VII ad s. Petrum_.

[52] ANASTAS. BIBL., _vita s. Pii_. A torto le antiche _Vitae_ dei

Papi sono attribuite ad Anastasio, bibliotecario del tempo di Nicolò

I. Questo libro prezioso (_Liber Pontificalis_), composto delle notizie

desunte dagli antichi Archivî ecclesiastici, e dei _Gesta pontificum_,

si stendeva fino al secolo nono con differenti recensioni. Il _Liber

Pontific._ comprende i tempi da s. Pietro a Nicolò I (morto nell’anno

867): i _gesta_ di Adriano II e di Stefano VI vi furono aggiunti dal

Bibliotecario Guglielmo (vedi le osservazioni del PANVINIUS al PLATINA,

sulla fine della vita di Nicolò I). I più eruditi editori del _Liber

Pontific._ sono i veronesi FRANCESCO e GIUSEPPE BIANCHINI, che, dietro

le orme dell’HOLSTENIUS e dello SCHELESTRATE, lo trassero alla luce

compulsando parecchi cataloghi e recensioni. Le loro annotazioni sono

di alto pregio anche per la topografia di Roma (II ediz., Roma, 1731).

Non parlo dell’edizione di Magonza dell’anno 1602, nè di quella di

Parigi fatta dal FABROTTO nel 1647. L’edizione più corretta fu quella

curata da GIOVANNI VIGNOLI (Roma 1724, 3 Vol. in 4.º).

[53] Il DAVANZATI (_Notizie della basil. di s. Prassede_, Roma 1725),

sostiene fermamente che san Pietro ponesse sua prima dimora nella casa

di Pudente, che colà egli fondasse la chiesa del titolo _Pudentis_,

e che questa sia l’odierna chiesa di _santa Prassede_. — _Santa

Pudentiana_ sarebbe stata innalzata più tardi da Pio I, nelle terme

di Novato. Afferma invece il MARTINELLI (_Primo trofeo della Croce_),

che l’antichissima chiesa di Roma edificata da s. Pietro sia quella di

_santa Maria in via Lata_. Devo osservare con rammarico che una delle

difficoltà massime del mio lavoro consista nella fatica di leggere sì

grande numero di monografie, le quali nulla contengono di sodo in mezzo

a un viluppo di gonfie frasi e di vane ricerche che costringono lo

Storico a gettarle con dispetto da sè.

[54] In questa descrizione io seguii il _Liber Pontificalis_ messo a

paragone cogli scritti dell’UGONIO, del MARTINELLI, del MARANGONI, del

SEVERANO, del PANCIROLI, del PANVINIO ec.

[55] Nel 1595 si trovarono in prossimità del Laterano, due tubi di

piombo coll’iscrizione: _Sexti Laterani. — Sexti Laterani M. Torquati

et Laterani_. Vedasi MARANGONI, _Istoria della cappella Sancta Sanctor.

di Roma_, c. I, p. 2.

[56] Intorno alla storia della chiesa di s. Giovanni in Laterano

si veda ANASTAS., _vita s. Silvestri_. San Silvestro si dice avere

consecrato addì 9 di Novembre quella chiesa. Non è fatta descrizione

della sua forma nel _Liber Pontif._ Nel MABILLON, _Museum Ital._ T. II,

p. 560 sq., è data dal diacono Giovanni la descrizione della basilica,

ma qual era nell’anno 1260. Per la storia di tutti gli edificî eretti

da Costantino può consultarsi il CIAMPINI, _De sacris aedificiis_. Si

veda anche A. VALENTINI, _Basilica Lateranense descritta ed illustrata_

(Roma 1839).

[57] Alcune iscrizioni riferentisi a taurobolii ed a criobolii, che

usavansi pel culto di quella Divinità, furono trovate negli scavi

praticati nel secolo decimosettimo nei lavori della basilica. La

più recente di quelle iscrizioni è dell’anno 390. Vedi il BEUGNOT,

I, p. 159 e seg. — Prudenzio (nato verso il 348), in un suo inno a

san Romano, descrive gli orribili sacrificî di vittime umane, che

celebravansi ancora a quel tempo.

[58] La descrizione più antica del san Pietro si trova nel codice

vaticano 3627 del canonico PIETRO MALLIO (della seconda metà del secolo

duodecimo), intitolato: _Historia Basilicae antiq. s. Petri_; scritto

pregevolissimo per la storia di Roma nel medio evo, che l’autore

dedicava ad Alessandro III e che fu edito dal DE ANGELIS in Roma

nel 1646, e più correttamente nei Bollandisti, _Acta Sanctorum_, T.

VII, _Junii_, p. 37-56. Dopo quello scritto, è degno di nota l’altro

di MAFFEO VEGIO, che fu pur canonico in s. Pietro (morto nel 1457),

intitolato: _De rebus antiquis memorabil. Basil. s. Petri_, in quattro

libri, stampato nell’istesso volume dei Bollandisti, V. p. 61 e seg.

[59] Il piano e la misura dell’antica basilica sono dati dal

BONANNI, p. 12 e seg., dietro le notizie dell’Alfarano, del Severano,

dell’Oldini ec. La chiesa odierna è lunga ottocentoventinove palmi e

mezzo, e la sua altezza massima fino alla estremità della croce è di

cinquecentonovantatre palmi.

[60] _Antiquae vatican. Basil. a Constantino Max. fabrefactae facies

exterior, apsis, et muri extremi, ac illi super columnis surgentes,

qui tecta gravi pondere sustinebant e laterum, tophorumque fragmentis,

circo, adjacentibusque aedificiis eversis, celeri opera, rudique arte

aedificati fuerunt etc._ Compendio del GRIMALDI nel MARTINELLI, p.

345, e nel NARDINI, III, p. 355. Il SEVERANO riporta un’iscrizione

dei tempi di Trajano che deve essere stata sopra una delle grandi

colonne dell’arco trionfale, e il TORRIGIO (_Le sacre grotte Vat._, p.

111), narra, che sulla base di marmo della grande croce posta sulla

fronte del tempio, fosse scritto in greco il nome di Agrippina. Nel

secolo nono, Leone IV fece collocare a ornamento di una finestra della

torre una piccola colonna sulla quale era iscritto in lingua greca il

memorabile voto a Serapide, che il Torrigio trascrisse (pag. 110).

[61] Varianti dei testi: _regalem_ e _regalis_. La lezione _regalis_

è da preferirsi ad ogni modo all’altra _regali_. Si paragoni la

bellissima spiegazione del BUNSEN, _a. a. O._, pag. 88. _Domus_ è

l’arca oppure la cella mortuaria, e _aula_ è la basilica stessa.

[62] Egli è incerto se questo epigramma fosse sotto il musaico antico,

oppure sotto quello più recente, del tempo di Adriano I. ANDREA FULVIO

(III, p. 84, trad. ital. del ROSSI), lo trascrisse quando rovinava la

tribuna antica.

[63] PRUDENTIUS, _Peristeph. XII, Passio Beator. Apostolor. Petri et

Pauli_, v. 31-44.

[64] S. PAULIN., _Epist. XXXIII, ad Alethium_ (ediz. di Anversa, p.

289).

[65] AMMIAN. MARC., XXVII, c. 11, scrive di Probo: _Claritudine

generis et potentia et opum amplitudine cognitus orbi Romano, per quem

universum paene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicio

est nostri_ — E: _marcebat absque praefecturis_. Il sarcofago di G.

Basso è nelle grotte vaticane; quello di Probo presso la cappella della

Pietà nella chiesa odierna di san Pietro. MAFFEO VEGIO vide ancora il

_Templum Probi_, prima che Nicolò V ordinasse che fosse distrutto, e

potè conservare memoria delle iscrizioni di Probo e di Proba. Vedi la

sua _Histor. Bas. Ant. S. P. IV_, 109, 110.

[66] PRUDENT., _Hymn._ XII:

_Ibimus ulterius, qua fert via fontis Hadriani,_

_Laevam deinde fluminis petemus._

[67] BARON., _Annal. Eccl., a._ 386, riporta il rescritto, tratto da un

Codice vaticano.

[68] La iscrizione posta sul musaico dell’arco trionfale diceva:

_Theodosius cepit, perfecit Honorius aulam_

_Doctoris mundi sacratum, corpore Pauli._

[69] UGONIO, etc., p. 235.

[70] Sopra l’arco leggesi questo epigramma:

_Placidiae pia mens of eris decus Homn.... (omne paterni)_

_Gaudet Pontificis studio splendore Leonis._

[71] PRUDENT., _Peristephan., Hymn. XII, v._ 45-54. Per avere notizie

generali intorno la basilica si veda: N. M. NICOLAI, _Della basilica

di s. Paolo_, Roma 1815. La bella chiesa aveva conservato la sua forma

antica fino al 17 di Luglio 1823, in cui per incendio rovinò. Dopo di

Leone XII, si diè opera alla sua riparazione conservandosene il disegno

nella parte essenziale, ma variando sempre negli accessorî. Mentre io

scrivo, si attende ad ornare dei loro fregi i soffitti interni. Sono

di forma più elegante, ma non così elevata e ricca com’era la forma

di quelli celebrati da Prudenzio. Nel complesso tutto vi è freddo e

scipito come il nostro tempo.

[72] PRUDENT., _Peristephan., Hymn. XI, v._ 195, _sq._

[73] ANAST. BIBL. _in Damaso: Hic fecit basilicas duas: unam juxta

theatrum sancto Laurentio_. LORENZO FONSECA vescovo di Jesi, scrisse la

storia di questa mirabile chiesa: _De basilica s. Laur. in Dam. libri

tres_, Fani 1745. Durante il sacco di Roma (1527), le soldatesche del

Borbone misero a ruba l’antico archivio della chiesa, per la qual cosa

pochi libri ne rimasero. Non ne potei trarre che ben poco, all’infuori

della iscrizione per la consecrazione di Damaso.

[74] ANAST. _in vita Sixti III: Fecit autem basilicam beato Laurentio,

quam et Valentinianus Augustus concessit_.

[75] Questo fatto notabile scoperse il BOTTARI (Vedi BUNSEN _ec. III_,

2, _pag._ 452). — GIOVANNI CIAMPINI, _De sacris aedif. a Constant.

costructis., c._ 10, accoglie l’opinione che la Rotonda fosse un tempio

di Bacco che Costantino tramutò in cappella cristiana. Il LADERCHI

se ne fece oppositore nella sua _Storia della Basilica dei santi

Marcellino e Pietro_.

[76] Vedi l’annotazione del NIBBY al NARDINI, _R. A., II_, 12. — DON

RAIMONDO BESOZZI (_Storia della Basil. di s. Croce in Gerus._) sostiene

che il nome di Gerusalemme vi derivasse perchè s. Elena vi aveva fatto

trasportare alcuni cumuli di terra dal monte Calvario (p. 26). Questa

monografia è priva d’importanza.

[77] JACOBI LADERCHII, _De Sacris Basil. ss. Martyr. Marcellini Presb.

et Petri Exorcista Diss. Hist._ Rom., 1705.

[78] _Juxta Pallacinas_, è la lezione da preferirsi nel _Lib. Pontif.,

in Vita s. Marci_. Il PLATINA legge ad _Palatinas_, e l’UGONIO (p.

156 _sq._), crede che si accenni al portico del _Palatium_. Afferma

il VIGNOLI, che se n’abbia a trarre il nome dal circo Flaminio, che

nei primi tempi barbarici era detto erroneamente _Palatium_. Dalla

iscrizione 97 che trovasi nel DE ROSSI, ricavasi che in quella regione

fosse un luogo appellato _Pallacina_.

[79] ANASTAS., _Vita s. Liberii: hic fecit basilicam nomini suo juxta

macellum Liviae_. E nella _Vita s. Sixti III: hic fecit basilicam

s. Mariae, quae ab antiquis Liberii cognominabatur, juxta macellum

Liviae_.

[80] ANAST., _in vita s. Calixti: Hic fecit Basilicam trans Tiberim_.

Il nome addiettivo _s. Mariae_, che trovasi nel VIGNOLI, manca nei

codici migliori. Il MARTINELLI, _Roma ex ethn. sacr._, p. 247, nega

che la basilica fosse edificata da Calisto. Lo afferma invece senza

provarlo l’UGONIO, p. 136, e dice, che è la più antica delle chiese di

Roma dedicate alla Vergine. Potrà essere. Nella _Vita s. Julii_ dice

il _Liber. Pontif.: fecit basilicam Juliam, juxta forum divi Trajani,

basilicam Transtiberina regione XIV, juxta Callistum_. Dal _Titulus

Julii_ deve distinguersi la _Basilica Julia_, che troveremo più tardi

nel Laterano.

[81] HIERON., _De viris Illustr._, c. 15: _obiit tertio Trajani anno,

et nominis ejus memoriam usque hodie Roma extructa Ecclesia custodit_.

La storia di questa celebre basilica scrisse RONDININUS: _De s.

Clemente Papa et Martire, ejusque Basilica in urbe Roma, libri duo_.

Romae, 1706.

[82] CLAUDIAN., _De VI, Cons. Honor._

[83] Cod. THEODOS., _Lib. XV, Tit. 12, n. 1_. _Cruentia spectacula

in otio civili et domestica quiete non placent etc._ — La narrazione

del BARONIO che Onorio restituisse i giuochi di gladiatori con tutta

la pompa, fu contraddetta dal MURATORI e dal PAGI, _ad ann._ 404.

Del sacrificio di Telemaco e della proibizione dei giuochi parla

THEODORET., _Eccl. Hist., V_, c. 26.

[84] CASSIODOR., _Var., Lib. V_, 24.

[85] Il cippo della statua di Stilicone, fu rinvenuto negli scavi

fatti non lungi dal tempio della Concordia. LUCIUS FAUNUS, _De antiq.

urb. R._ cart. 40, ne riporta la iscrizione pomposa. La iscrizione

posta sull’arco trionfale trovasi nel GRUTER, p. 287, tratta dal Cod.

di Einsiedeln; e colle correzioni del DE ROSSI, leggesi nello scritto

di quest’ultimo intitolato: _Le prime raccolte d’antiche iscrizioni

compilate in Roma etc._ Roma, 1852, _p._ 121. È opinione del De Rossi,

che l’arco di trionfo fosse eretto non lungi del ponte di Adriano.

Nessuna notizia ci pervenne della sua posizione: è possibile però che

esso fosse colà, imperocchè ivi si trovasse anche un arco eretto ad

onore degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio. Era ormai

abbastanza ridicola la superba frase: _ad perenne indicium triumphorum

quib. Getarum nationem in omne aevum domuere extinctam._

[86] CLAUDIAN., _De laudib. Stilichonis, lib. III_, ne lo loda.

[87] _Non est ista pax, sed pactio servitutis._ ZOSIMUS, V, c. 29.

[88] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 69: τούτῳ τῷ ἔτει ἐν Ῥώμῃ ἐμυκήθη ἡ γῆ

ἐπὶ ἡμέρας ἐπτὰ. Il GIBBON racconta tutte le circostanze della caduta

di Stilicone coll’ingegno d’un tragedo, ma che toglie imparzialità allo

storico. All’eroe di guerra mancava il genio dell’uomo politico.

[89] Con acre livore dice RUTILIO poeta pagano (v. 41):

_Quo magis est facinus dire Stilichonis acerbum_

_Proditor arcani quod fuit imperii etc._

[90] CLAUDIAN., _De bello Getico, v. 549, sq._ SOZOMEN., _IX_, c. 6.

BARONIUS, _ad ann._ 409. SOCRATES, _Hist. Eccl., VII, c. 10_: ἄπιθι τὴν

ῥωμαίων πίρθησον πόλιν.

[91] LACTANTIUS, _Divinar. Institut._, VII, c. 25.

[92] CLAUDIAN., _De bello Get., v._ 265:

_Tunc reputant annos, interceptoque volatu_

_Vulturis, incidunt properatis saecula metis._

[93] ZOSIMUS, V. c. 41. SOZOMENUS (greco e novaziano), V. c. 7.

[94] ZOSIMUS, V, 50.

[95] Il VAILLANT, _Numismata_, III, p. 154, dà il disegno della grande

moneta d’argento di Attalo, colla iscrizione: _Invicta Roma Aeterna_.

Roma seduta sul leone tiene sulla destra mano la Vittoria, e colla

sinistra impugna la lancia. Anche nelle monete di Graziano è incisa

l’imagine di Roma senza il Labaro, colla Vittoria e colla lancia.

[96] AMMIAN. MARCELL., XIV, VI, 4, _sq. e_ XXVIII, IV, 6, _sq._

[97] Εἷς δόμος ἄστυ πέλει: πόλις ἄστεα μυρία τεύχει. Olimpiodoro

scriveva dopo che Alarico ebbe saccheggiata Roma. FOZIO diede un

compendio dei 22 libri delle sue _Storie_, che dal settimo consolato di

Onorio si stendono fino ai tempi di Valentiniano (p. 198, _sq._).

[98] Vedi GIBBON, c. 31.

[99] _De Civitate Dei_, I, c. 32.

[100] BARON., _Annal._ a quell’anno.

[101] AMMIAN. MARCELL., XXVII, c. 3. — _Sordidae vestes candidae

mentis indicia sunt_, dice SAN GEROLAMO animato da zelo monacale (_ad

Rusticum, ep._ 123, c. 7).

[102] Si legavano i libri della Sacra Scrittura in pelle babilonese,

ricca di bei fregi. Così HIERON., _Ad Laetam, ep._ 107, n. 17, dice:

_Codices amet, in quibus non auri et pellis Babylonicae vermiculata

pictura placeat_.

[103] _Veredarius urbis — et altili geranopepa, quae vulgo pippizo

nominatur. Ep. 22, ad Eustochium_, c. 28. I diaconi avevano in Roma

grande parte nelle faccende mondane perchè erano gli amministratori dei

beni ecclesiastici. Si legga il BARONIO, ad ann. 402, dov’è costretto a

mostrarne il lato cattivo.

[104] _Ep._ 123, c. 10, _ad Ageruchium_.

[105] Questi tratti ho ricavato da parecchie lettere di san Gerolamo,

quali _Ep. 22, ad Eustochium; Ep. 123, ad Ageruchium_, che è la più

importante; _Ep. 125, ad Rusticum; Ep. 147, ad Sabinianum_ (ch’era un

Don Giovanni tonsurato) ecc.

[106] Il breviario del _Curiosum Urbis_, dice: _Insulae per totam urbem

XLVIDCII, Domos MDCCXC_. Il breviario della _Notitia: Insulae XLVI

milia sexcentae duae_ e _domos mille septingentae nonaginta VII_. Il

breviario di Zacaria numera: _Dom. 46603, palat. 1797_.

[107] Il DUREAU DE LA MALLE da confronti con Atene, con Parigi e con

Roma, ha stabilito che la capitale del mondo sotto gl’Imperatori, fino

al tempo di Aureliano, comprendesse una popolazione di 576,738 anime

al massimo. Per la qual cosa le narrazioni del Vossio, del LEPSIUS,

del GIBBON, sono cacciate tra i racconti delle _Mille e una notti_.

Vedi _Économie politique des Romains_ (_Paris_, 1840), I, liv. 2, c. X,

_sq._

[108] PROCOP., _De bello Vandal._, I, 2. Da quel passo possiamo dedurre

che a’ tempi di Procopio i Senatori fossero trecento.

[109] La _Historia Miscella_ dice: _captaque est Roma IX Kal. Septemb.

anno MCLXIV conditionis suae_. — THEOPHAN., _Chronogr._, p. 70: Πρὸ

θ’, καλανδῶν Σεπτεμβρίου. — Il PAGI, che il MURATORI segue ciecamente,

tenta di dimostrare che la presa di Roma avvenisse nell’anno 409. Al

410 s’attengono il BARONIO, il GOTOFREDO, il SIGONIO, il TILLEMONT, il

GIBBON ed i più recenti. Al signor DE ROSSI vo debitore di un argomento

che mi fa accogliere come vero l’anno 410. Dai suoi materiali per una

raccolta d’iscrizioni cristiane abbiamo ricavato: che dai tempi di

Costantino fino al 409, si trovano ad ogni anno iscrizioni consolari,

e, ad esempio, all’anno 405 si trovano 18 iscrizioni; al 406, 11; al

407, 9; al 408, 7; al 409, 6. All’anno 410, neppur una; e ciò dimostra

che quello deve essere stato l’anno dei torbidi interni e della

caduta della Città, non avendosi saputo quali nomi di Consoli porre

nelle iscrizioni sepolcrali. La progressiva restaurazione dell’ordine

conosciamo mirabilmente dalle iscrizioni consolari che di nuovo si

rinvengono. Infatti all’anno 411, se ne trova 1; al 412, 1; al 413 ed

al 414, nessuna; al 415, 1; al 416, nessuna; al 417, forse una; al 418,

1; al 419, 3; al 420, 2; al 421, nessuna; al 422, 3; al 423, 4; al 424,

5; al 425, 4; al 426, 6; al 427, 4; al 428, 4.

[110] HIERONIM., _Ep. 127, ad Princip._, p. 953: _Nocte Moab capta est,

nocte cecidit murus ejus_.

[111] TACITUS, _Hist._, c. 82, dove descrive la pugna dei soldati

di Vespasiano coi Vitelliani: _qui in partem sinistram Urbis ad

Sallustianos hortos per angusta et lubrica viarum flexerant_.

[112] Una prima traccia di tali leggende troviamo già nel _Curiosum

Urbis, Regio XIV_, dove è detto: _Herculem cubantem sub quem plurimum

aurum positum est_.

[113] In FOZIO, pag. 180.

[114] OROSIUS, V, c. 39.

[115] HIERON., _Ad Principiam, Ep._ 127, n. 12: _caesam fustibus

flagellisque ajunt non sensisse tormenta: sed hoc lacrymis, hoc pedibus

eorum prostratam egisse, ne te a suo consortio separarent_. Marcella

morì pochi giorni dopo l’assedio. San Gerolamo esclama con Virgilio:

_Quis cladem illius noctis, quis funera fando_

_Explicet, aut posset lacrymis aequare dolorem?_

_Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos;_

_Plurima perque vias sparguntur inertia passim_

_Corpora, perque domos; et plurima mortis imago._

[116] NICEPHORUS, _Eccl., Hist._ XIII, c. 35.

[117] OROSIUS, V, c. 39. S. Agostino (_De Civitate Dei_, nel primo

Capitolo) tributa lodi ai Goti, e con gran fervore parla del trionfo

di Cristo di cui tiene discorso anche CASSIODOR., _Variar., Lib. XII,

ep. 20_. Il BARONIO difende il pio Onorio dell’accusa che per sua colpa

Roma cadesse, e si scaglia in quest’occasione contro gl’idolatri che

già da lungo tempo erano morti.

[118] PROCOP., I, 2, _De bello Vandal._: Ῥωμαίων τοὺς πλείστους

διαφθεῖραντες, locchè è troppo esagerato. ISIDORUS, _Chronic. Gothor.:

sicque Roma irruptione atque impetu magnae cladis eversa est_. —

PHILOSTORG., _Hist. Eccles._, XII, c. 3, dice che la Città fu messa

a ferro e a fuoco, e che i cittadini furono tratti in ischiavitù.

Similmente HIERONIM., _Ad Principiam_; AUGUST., _De Civit. Dei_, I, c.

3, 12, 13.

[119] AUGUST., _De Civit. Dei_, III, c. 29. OROSIUS, II, c. 19. Questo

scrittore fa allusione alla _Civitas Dei_, nello scritto in cui si

propone lo scopo istesso del libro di santo Agostino. Solo SOCRATE,

_Hist. Eccles._, VII, c. 10, parla di «molti» Senatori martoriati ed

uccisi, e la _Historia Miscella_ lo ripete sulla fede di lui.

[120] ISIDOR., _Chron. Gothor.: post tertium diem quo Romam ingressi

sunt, nullo hoste cogente, sponte discedunt_. OROSIUS, II, c. 19 e VII,

c. 39. _Histor. Misc._ Il solo MARCELLINUS, _Chronic. apud Sirmond._,

II, p. 356, parla di sei giorni, e questa versione segue BENEDETTO DA

SORATTE: _Alaricus trepidam urbem Romam invasit — sextoque die quam

ingressus fuerat depraedata urbe egressus est_. Che Alarico traesse con

sè prigioni romani, è dimostrato dall’iscrizione esistente sulla tomba

di Dionisio diacono e medico, che leggesi nel GRUTER, 1173, n. 3:

_Hic Levita jacet Dionysius artis honestae_

_Functus et officio quod medicina dedit_ ec. ec.

_Postquam romana captus discessit ab urbe_

_Mox sibi jam D[=n]s subdidit arte getas_ ec. ec.

[121] PROCOP., _De bello Vandal._, I, 2: ἔν αἶς ἧν καὶ ἡ Σαλουστίου —

ᾗς δὴ τὰ πλεῖστα ἠμίκαυτα καὶ ἔς ἑμὲ ἕστηκε.

[122] SOCRATES, _Hist. Eccles._, XII, c. 10: Τὰ μὲν πολλὰ τῶν θαυμαστῶν

ἐκεινῶν θεαμάτων κατέκαυσαν. Ciò è ripetuto anche nella _Histor.

Miscella_, e in CASSIODOR., _Hist. Eccles. tripart._, II, c. 9. (T. I,

p. 368, Opera). PHILOSTORG., _Hist. Eccl._, XII, C. 3: ἐν ἐρειπίοις

δὲ τῆς πόλεως κειμένης. S. HIERON., _Ep. XVIII, ad Gaudent._, p. 959

(ediz. di Verona): _Urbs inclyta, et Romani imperii caput, uno hausta

est incendio_. Questa lettera fu scritta nell’anno 413.

[123] JORNAND., _De reb. Get._, c. 30. _Alarico jubente spoliant

tantum: non autem, ut solent gentes, ignem supponunt_. Un passo

che trovasi in MARCELL., _Com. Sirmond._, T. II, p. 356, dice con

espressione più moderata e più giusta: _Alaricus trepidam urbem Romam

invasit, partemque ejus cremavit incendio_. Ancor più mite è l’opinione

di BATTISTA IGNAZIO, sulla fine della storia di ZOSIMO: _Intromissus

Gothus majori ignominia quam damno urbem omnem depopulatur_.

[124] OROSIUS, _Hist._, II, c. 19, p. 143.

[125] _Facto quidem aliquantarum aedium incendio, sed ne tantum quidem_

etc. OROSIUS, _ultimo lib._, c. 39. Si veda anche il SIGONIO, _De

occid. Imper._, X, verso la fine.

[126] PIETRO BARGA, nel 1656, publicava uno scritto intitolato: _De

Privatorum publicorumque aedificiorum urbis Romae evasoribus_, in cui

egli cercava di distruggere le accuse lanciate contro i Barbari. Egli

tributa grandi lodi ad Alarico (p. 15). In quello però che risguarda

l’arte, il Barga è più barbaro dei Vandali. Il TIRABOSCHI, _Storia

della Letteratura_, Tom. III, non è meno caldo difensore dei Barbari,

ed il FEA è più profondo dei due. _Può ben provarsi_, egli dice, _che

non s’abbiano portata quella devastazione che crede il volgo_ (p. 268).

[127] RUTILII CLAUDII NUMATIANI, _Itinerarium ad Venerium Rufium_. Il

Poeta abbandonava il carico di prefetto della Città nell’anno 417, e se

ne tornava nelle Gallie sua patria. Quell’inno sgorgando dal suo animo

commosso, è simile alla voce d’un cigno che lamentoso abbandona le

sponde del Tevere e batte le ali al suo viaggio di migrazione:

_Exaudi regina tui pulcherrima mundi_

_Inter sidereos Roma recepta polos._

_Exaudi genitrix hominum, genitrixque deorum,_

_Non procul a coelo per tua templa sumus._

[128] HIERON., T. V, _Op. ad Eustochiam_, che serve d’introduzione ai

suoi Commenti su Ezechiello.

[129] _Haeret vox et singultus intercipiunt verba dictantis.

Capitur Urbs quae totum cepit orbem_ — è rettoricume che non rende

bene la nostra lingua. _Ep. 127, ad Princip._, I, p. 953. — Nel

concitamento del suo discorso egli congiunge alcuni passi d’Isaia colla

descrizione di Virgilio della caduta di Troja. Vedi anche _Ep. 130, ad

Demetriadem_, p. 973, _sq._: _Urbs tua, quondam orbis caput, Romani

populi sepulchrum est_, ed a pag. 974 egli parla con amplificazione

da retore di _Romanae urbis cineres_. PROSPERO TIRO, contemporaneo,

dice nel _Chron._ che leggesi nel CANISIO, T. I: _Roma, orbis quondam

victrix, a Gothis, Halarico duce, capta_.

[130] PROCOPIO narra questo aneddoto caratteristico nella sua storia

_De bello Vand._, I, 2.

[131] AUGUSTIN., _De urbis excidio. Opera_, T. V, p. 622-628. Ediz. di

Venezia, 1731.

[132] S. AUGUST., _De Civitate Dei_, I, c. 7: _quidquid ergo

vastationis, trucidationis, depraedationis, concremationis,

afflictionis in ista recentissima Romana clade commissum est, fecit hoc

consuetudo bellorum_. E il _Serm. 107, de verb. Ev. Luc._, 10, n. 13;

11, n. 12.

[133]

_Unum, mira fides, vario discrimine portum_

_Tam prope Romanis, tam procul esse Getis_, v. 335.

[134] JORNAND., _De reb. Get._, c. 81. _Qui suscepto regno revertens

iterum ad Romam, si quid primum remanserat, more locustarum, erasit._

[135] Narrano con qualche esagerazione dello sbarco e della sconfitta

di Eracliano OROSIUS, VII, c. 42 e IDACIUS, _Chron. apud_ SIRMOND, ed

anche MARCELLINUS COMES.

[136] PROSPER AQUIT. _Chron.: Honorius triumphans Romam ingreditur,

praeeunte currum ejus Attalo, quem Lyparae vivere exulem jussit_. Degna

di lode è questa mitezza d’animo.

[137] Vi si riferisce la _Descriptio urbis Romae, quae aliquando

desolata nunc gloriosior piissimo Imperatore restaurata_, che trovasi

nel LABBE e nel PANCIROLI. — PHILOSTORG., XII, n. 5: Μετὰ ταῦτα δὲ καὶ

ἡ Ῥώμη τῶν πολλῶν κακῶν ἀνασχοῦσα συνοικίζεται καὶ. ὅ βασιλεὺς αὐτῇ

παραγεγονὼς, χειρὶ καὶ γλώττῃ τὸν συνοικισμὸν ἐπικρότει. — NICEPHORUS,

_Eccl. Hist._, XIII, c. 35. — OROSIUS, VII, c. 40, dice che la Città in

breve fu restituita in isplendore: _irruptio urbis per Alaricum facta

est: cujus rei quamvis recens memoria sit, tum si quis ipsius populi

Romani et multitudinem videat et vocem audiat, nihil factum, sicut

etiam ipsi fatentur, arbitrabitur, nisi aliquantis adhuc existentibus

ex incendio ruinis forte docentur_. È passo degno di nota.

[138] OLIMPIODORO in FOZIO, pag. 187.

[139] RUTILIUS, V, 115-165. Egli chiude quella calda apostrofe con

questi versi pieni d’affetto.

_His dictis iter arripimus, comitantur amici:_

_Non possum sicca dicere luce: vale!_

[140]

_Sedes Roma Petri: quae pastoralis honoris_

_Fucat caput mundo, quicquid non possidet armis,_

_Relligione tenet._

Versi di PROSPERO D’AQUIT., _Bibl. Max._, VIII, 106. _a_, nel BEUGNOT,

II, pag. 115 in nota.

[141] Secondo EUSEBIO, san Pietro sarebbe venuto in Roma nel secondo

anno di regno dell’imperator Claudio, ma gli Atti degli Apostoli

contraddicono a questa asserzione, e il _Liber Pontificalis_ e

LATTANZIO narrano ch’egli venisse nella Città ai tempi di Nerone. Si

crede che l’Apostolo abbia tenuto il seggio vescovile da lui fondato,

per un periodo di 25 anni, ma la sana critica rigetta questo fatto,

imperocchè essa attribuisca al primo pontefice di Roma 10 anni al

più, cioè il periodo dall’anno 55 al 65, nel quale, morto l’Apostolo,

succedette Lino. Vedasi FRANCESCO PAGI, _Breviar. Gestor. Pontif.

Roman._, dove parla di san Pietro.

[142] BARONIUS, _Annal._, MURATORI, _Annal._, e PAGI, _Critica_ a

quell’anno.

[143] MURATORI, _Annal._, ad ann. 425.

[144] Il GRUTER, 1170, n. 7, riporta l’antica iscrizione che leggevasi

sulla porta maggiore della Chiesa:

_Virgo Maria tibi Sixtus nova tecta dicavit_

_Digna salutifero munera ventre tuo._

_Tu genitrix ignara viri; te denique foeta_

_Visceribus salvis edita nostra salus._

_Ecce tui testes uteri sibi praevia portant_

_Sub pedibusque jacet passio cuique sua._

_Ferrum, flamma, ferae, fluvius, saevumque venenum_

_Tot tamen has mortes una corona manet._

La chiesa era, nel secolo sesto, chiamata _Basilica s. Dei Genitricis

ad Praesepe_, come apprendo da una narrazione degna di nota (di cui il

De Angelis non si giovò), che, scritta verso la metà del secolo sesto,

leggesi nel MARINI, _Papiri diplomatici_, n. XCI, p. 142. Il VALENTINI

(_La Patriarcale Bas. Liberiana descritta ed ill._, Roma, 1839) ne

trasse la notizia che essa ricevesse questo titolo soltanto allora

che vi venne deposta la mangiatoja del presepe dove nacque Cristo,

che fu trasportata di Gerusalemme dopo l’anno 642. La critica sdegna

occuparsene.

[145] Nella cronologia dei musaici delle chiese io seguo GIOVANNI

CIAMPINI: _Vetera Monumenta in quibus praecipue Musiva opera etc.,

Romae_, 1690. Che i musaici in _santa Maria M._ appartengano all’epoca

di Sisto III, dimostra l’iscrizione posta sull’arco trionfale: _Xystus

Episcopus Plebis Dei_. Non vi furono condotti restauri troppo rozzi.

[146] Si trovano le descrizioni di quei musaici nella _Dissertazione

II_ di FRANCESCO BIANCHINI, pag. 123 e seg., vol. I, della sua ediz.

di ANASTAS., e nella _Basilica Liberiana descr. ed illustr._, Roma,

1839. Nove quadri che andarono distrutti furono sostituiti nel secolo

decimosesto da pitture che imitano lo stile dei musaici.

[147] Alcune di queste figure subirono più tardi alcuni mutamenti, e

spetta alla storia dell’arte farne osservazione e spiegarne il fatto.

Nel _Manuale della Storia dell’Arte_ del KUGLER si osserva erroneamente

che i musaici dell’arco trionfale rappresentano «di preferenza

argomenti tratti dall’Apocalisse», pag. 380, della bella versione

italiana che ne ha publicato il valoroso Ab. PIETRO dott. MUGNA.

Venezia, 1852.

[148] Questo bel concepimento vidi espresso in un affresco della chiesa

del Convento di s. Benedetto in Subiaco con felice imitazione del

musaico. Sembra che appartenga al secolo duodecimo od al decimoterzo,

in quell’epoca in cui vi dipingevano Consolo ed altri artisti.

[149] ANASTAS., _in s. Sixto III. Fastigium argenteum in basilica

Constantiniana, quod a barbaris sublatum fuerat_.

[150] HIERON., _Epist. 52 ad Nepotianum_, c. 10. L’AGINCOURT nella sua

_Storia dell’arte_ si prese la cura di raccogliere un catalogo delle

opere artistiche donate alle chiese dai Papi e dagli Imperatori dal

quarto al nono secolo. Alla fine del Vol. I.

[151] PROSPER., _Chron._ ad ann. 443.

[152] GIBBON, c. 35. MURATORI, _Annal._ ad ann. 450.

[153] JORNAND., _De Regnor. success._, nel MURATORI, T. I, P. I, p.

239, e _De Reb. Get._, 42. PRISCO, scrittore contemporaneo (_Excerpta

de Legat._, p. 39, 40) e MARCELL. COM. narrano la storia di Onoria e

delle relazioni di lei con Attila.

[154] Negli Italiani moderni spira talvolta quell’odio puerile, ed

anche uomini illustri quali il RANIERI (_Storia d’Italia dal V al

IX secolo_, Brusselles, 1841), ed il NICOLINI non ne sono del tutto

scevri. Eglino avrebbero dovuto informarsi piuttosto all’imparziale

discernimento del MURATORI (V. _Annal._ ad ann. 482 verso la fine, ed

in altri luoghi).

[155] _Hist. Misc._, XV. In CASSIODOR., _Variar., Lib. I, ep. 4_, è

detto che fra i legati furono anche il padre di Cassiodoro e Carpilione

figlio di Ezio. JORNAND., _De reb. Get._, c. 42. PROSPER., _Chronic._

ed il _Liber Pontif._ parlano dell’ambasceria.

[156] JORNAND., _De reb. Getic._, c. 42.

[157] I Padri della Chiesa venerano gli Apostoli quali patroni di

Roma: ad esempio s. PAOLINUS, _Natal._ XIII, _Fragm. de Gothorum

exercitus cum suo Rege interitu_. Numi tutelari di Roma li chiama anche

CASSIODOR., _Varior._, XI, 13. — Quella leggenda è di origine assai più

recente. Gli editori delle opere di Leone (_Lugdun._, 1700) asseriscono

che la leggenda sia stata inserita nel Codice della _Hist. Misc._ edito

da GIANO GRUTER, perocchè i Codici più antichi non la contengano. Si

veda _Dissert. I, de vita et reb. gestis s. Leonis M._, p. 165 _sq._

nell’Appendice.

[158] MARANGONI, _Cose Gentilesche_, c. XX, p. 68. TORRIGIUS, _De

Cryptis Vat. etc._, p. 126, e _Sacri Trofei Romani_, p. 149. BONANNI,

_Templi Vaticani Historia_, p. 107. Della statua del san Pietro avrò

occasione di parlare nel Vol. II.

[159] S. LEO. M., _Sermon. in octava Apost. Petri et Pauli_ LXXXI.

Il MURATORI (ad ann. 455) afferma che s’incominciò a celebrare la

festività dopo la ritirata dei Vandali. Quantunque gli Editori delle

opere di san Leone asseriscano la stessa cosa, mi sembra più esatta

la opinione del Baronio, che quel sermone si riferisca ad Attila.

Io non credo che Leone dipingesse il terribile saccheggio dato dai

Vandali colle semplici parole: _qui corda furentium Barbarorum mitigare

dignatus est_, nè in quel caso egli avrebbe parlato di Roma salva dalla

servitù. Il PAPENCORDT (_Geschichte der Vandal. Herrsch. in Afrika_,

Berlin, 1837) opina persino che quella predica fosse stata tenuta

subito dopo la ritirata dei Vandali. Or come avrebbe potuto una città

caduta in tanto squallore pensare ai giuochi del circo?

[160] Questo Vescovo è SALVIANO di Marsiglia: _De vero Judicio et

provid. Dei_, VII, p. 78. Gli oratori sacri di quel tempo ricavavano

alti argomenti dalla storia politica. Ammiro l’ingegno del Gallo

dove parla del riso sardonico dei Romani in mezzo a quel decadimento

terribile: _Sardonicis quodammodo herbis omnem Romanum populum putes

saturatum. Moritur et ridet_. — PROCOP., _De bello Goth._, IV, 24, fa

alcune osservazioni sulle erbe sardoniche e sul riso. Salviano era di

cuore più romano che l’africano Agostino, e la sua eloquenza scorre

rapida e talvolta è anche elevata.

[161] Della uccisione di Ezio parlano VICTOR TUNUN. in CANISIUS, T. I;

PROSPER. TIRO; PROSPER., _Chron. Pithoean. ibid._; PROCOP., _De bello

Vand._, I, c. 4; IDATIUS, _Chron._, in SIRMOND., T. II.

[162] IDATIUS, _Chron._; CASSIODOR., _Chron._

[163] PROCOP., _De bello Vand._ I, 4; MARCELL. COM., _Chron._;

NICEPHOR. CALLIST., _Hist. Eccl._, XV, c. 11; EVAGRIUS, _Hist. Eccl._,

II, c. 7.

[164] CASSIODORO narra che l’assassinio fu commesso nel campo di Marte,

ma invece PROSPERO TIRONE afferma essere avvenuto nel luogo appellato

_ad duas Lauros_, ch’era situato innanzi a porta Nomentana. Oltre a

quei cronisti sta scritto nella _Hist. Misc._, XV, e in MARCELL. COM.

IDATIUS, _Chronic._: _occiditur in campo, circumstanti exercitu_ — e

similmente VITTORE TUNUN.: _in campo Martio_.

[165] Fonti dalle quali si trae la narrazione di questi fatti sono:

PROCOP., _De bello Vand._, I, c. 4; EVAGRIUS, II, c. 7. — NICEPHOR.,

XV, c. 11, segue EVAGRIO ch’egli trascrive. — MARCELL. COMES,

_Chronic._; JORNAND., _De Regni success._, p. 127.

[166] PROSPER., _Chron._, ad ann. 455.

[167] _Hist. Misc._, XV; PROSPER., _Chron._

[168] Secondo la cronaca di MARIANO SCOTO, fu nel _IV Idus Julii Feria

III_, ossia addì 12 di Luglio; e, seguendo questa opinione, il MURATORI

corregge il PAGI. Il PAPENCORDT raccolse con somma diligenza tutte le

varie opinioni degli Storici sul giorno in cui i Vandali presero Roma,

ed accoglie come epoca presso a poco esatta quella dei 2 di Giugno.

Vedi il supplemento IV della sua _Storia dei Vandali_.

[169] PROCOP., _De bello Vand._, I, 5.

[170] Che quei disegni esistenti sull’arco di Tito e principalmente

la figura del candelabro non sieno stati tratti esattamente dagli

originali, si pare da ciò che la prima e la settima asta del candelabro

sono disuguali e le braccia sono troppo grosse, e finalmente dal fatto

che sulla base sono disegni rappresentanti animali, mostri marini ed

aquile, simboli che il giudaismo non aveva accolti. Ciò è dimostrato

in una memoria di ADRIANO RELAND, _De spoliis Templi Hierosolim. in

arcu Titiano Romae conspicuis_. Nel cap. 13 narrasi la storia di quelle

spoglie.

[171] JOSEPHUS, _Lib._ VII, c. 24.

[172] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 12: ἔν τοῖς ἦν καὶ τὰ Σολόμωνος

τοῦ Ἑβραίων βασιλέως κειμήλια, ἀξιοθέατα ἔς ἄγαν ὄντα. πρασία γὰρ λίθος

αὐτῶν τὰ πολλὰ ἐκαλλώπιζεν, ἅπερ ἔξ Ἱεροσολύμων Ῥωμαῖοι τὸ παλαιὸν

εἷλον.

[173] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 93, e GIORGIO CEDRENO, _Histor.

Comp._, T. I, p. 346: ἔν οἷς ἦσαν κειμήλια ὁλόχρυσα καὶ διάλιθα

ἐκκλησιαστικὰ καὶ σκἐυη Ἑβραϊκὰ, ἅπερ ὄ Οὐεσπασιανοῦ Τῖτος ἔξ

Ἱεροσολύμων ἀφείλετο.

[174] PROCOP., _De bello Vandal._, II, c. 4.

[175] _Breviar._ ZACHAR.: _Similiter alia aenea XXV, referentia

Abrahamum, Saram regesque de stirpe Davidis, quae Vespasianus imperator

Romam detulit post deletam Hierosolymam cum ejusdem Urbis portis

aliisque monumentis_. Si vede che tali leggende furono create di

buon’ora. La compilazione dei _Mirabil. urbis Romae_, che si conosce

sotto il titolo: _Graphia aureae urbis Romae_ conservata nella

_Bibl. Laurent., Plut._ 89, cod. 41, e publicata da OZANAM, _Docum.

inédits_ etc., p. 160, aggiunge: _In templo Pacis juxta Lateranum_

(sic!) _a Vespasiano imperatore et Tito filio ejus recondita est

archa testamenti, virga anû_ (forse _Aaronis_), _urna aurea habens

manna, vestes et ornamenta Aaron, candelabrum aureum cum VII lucernis

tabernaculi, septem cath. argentee_, etc. Segue un catalogo di altre

reliquie conservate nella Basilica lateranense, tra le quali si celebra

l’_arca foederis_ e la _virga Aaronis_.

[176] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 102. Delle avventure della bella

Atenaide, ossia Eudocia, imperatrice di Bisanzio, narra NICEFORO, XIV,

c. 23.

[177] Questa leggenda è narrata dall’UGONIO, p. 58 e seg. Oggidì

ancora si celebrano in quel giorno le _Feriae Augusti_, e in linguaggio

popolare dicesi: _ferrare Agosto_.

[178] ANAST., _in Vita s. Leonis: Hic renovavit post cladem Vandalicam

omnia ministeria sacrata argentea per omnes titulos de confiatis

hydriis sex argenteis; basilicae Constantinianae duabus, basil. B.

Petri duabus, basil. B. Pauli duabus quas Constantinus Aug. obtulit,

quae pensabant singulae libras centum. Quae omnia vasa renovavit

sacrata_.

[179] EVAGRIUS, _Eccl. Hist._, II, C. 7: ἀλλὰ τὴν πόλιν πυρπολήσας,

πάντα τὲ μὲν ληϊσάμενος. NICEPHOR., _Eccl. Hist._, XV, C. 11: ἀλλὰ

τὰ μὲν πολιορκήσας (ciò manca affatto di senso), τὰ δὲ τῶν τῆς πόλεως

πυρπολήσας. Parlano però il vero: PROSPER, _Chronic.: per quatuordecim

igitur dies secura et libera scrutatione omnibus opibus suis Roma

vacuata est_. ISIDORUS, _Chronic.: direptisque opibus Romanorum

per quatuordecim dies_. JORNAND., _De rebus Get._, c. 45: _Romamque

ingressus cuncta devastat_, e _de Regni succ._, p. 127: _urbe rebus

omnibus exspoliata_.

[180] FEA, _Sulle rovine di Roma_, p. 270. E lo scritto del BARGEO.

[181]

_Sistimus portu, geminae potiti_

_Fronde coronae:_

_Quam mihi indulsit populus Quirini_

_Blattifer, vel quam tribuit Senatus:_

_Quam peritorum dedit ordo consors_

_Judiciorum:_

_Cum meis poni statuam perennem_

_Nerva Trajanus titulis videret_

_Inter auctores utriusque fixam_

_Bibliothecae._

APOLLIN. SIDON., _Ep._ XVI, _ad Firmianum, Lib._ IX, p. 284.

[182] _Nam patre Suevus, a genetrice Gethes_, dice SIDONIUS, _Panegir.

Anthemii_ (_carm._ II, v. 361). Con espressioni ancor più ampollose di

quelle usate da Claudiano, Sidonio tributa lodi a Ricimero che paragona

a Stilicone. Con panegirici succedentisi l’uno all’altro, Sidonio

lodò gl’imperatori Avito, Majoriano ed Antemio. Tutti quegli scritti

pervennero sino a noi.

[183] GREGOR. DI TOURS, _Hist. Franc._, II, c. 11.

[184] SIDON. APOLL., nel _Panegyr. Maioriani, Carmen_ V, 385 e seg.

_Postquam ordine vobis_

_Ordo omnis regnum dederat, plebs, curia, miles_

_Et collega simul._

Che il Senato concorresse a quest’elezione si ricava da quel passo

del Rescritto di Majoriano stesso ove dice: _favete nunc Principi,

quem fecistis. Novell. Maior._ nel _Cod. Theodos._ Ved. CURTIUS,

_Commentarii de Senatu Rom. post tempora Reipublicae_ etc., V, c. 1, p.

130.

[185] _Legum Novell. Liber_ alla fine del _Cod. Teodos., Tit._ VI, 1.

_De aedif. publ._ L’Editto è dato: _VI Idus Jul. Ravennae_, sotto il

consolato degl’imperatori Leone e Majoriano, ed è indiritto al _Praef.

Praet. Aemilianus_.

[186] PROCOP., _De bello Vand._, I, 7.

[187] La iscrizione di stile barbarico, che ha per oggetto la

costruzione del campanile e che dev’essere stata scritta tra l’anno

844 e l’847, fu da me trascritta da un avanzo delle balaustrate del

coro: _Canpaa Expensis mei feci temp. D[n=] Sergii ter beass[=i]m

et coangelico Junioris Pape Amen_. Dall’altro lato: _Stephani Primis

Martiri ego Lupo Gricarius_. La basilica fu edificata sopra un’antica

villa che sembra essere nei tempi antichi appartenuta a Domiziano,

e dopo di lui alla famiglia Sulpicia oppure alla famiglia Servilia.

Questa scoperta importante ci fa conoscere che allora nella Campania

si edificavano basiliche, trasformando alcuni palazzi di campagna. Ora

l’attenzione degli studiosi dell’antichità è risvegliata dalla scoperta

preziosa di due celle mortuarie pagane adorne di belle scritture e di

sarcofaghi. — Sembra che Demetria fosse quell’amica di santo Agostino

a cui Pelagio indirizzò la _Epistola ad Demetriadem_, che sta fra le

lettere di san Gerolamo.

[188] APOLL. SIDON., I, _Ep._ 9, p. 22: _seposita praerogativa partis

armatae, facile post purpuratum Principem, principes erant_.

[189] CASSIOD., _Chronic._ Sulla entrata di Antemio in Roma vedasi

IDATIUS, _Chron.: cum ingenti multitudine exercitus copiosi_.

[190] APOLL. SIDON., _Ep._ I, 5, p. 12: _vix per omnia theatra,

macella, praetoria, fora, templa, gymnasia, talassio fescennius

explicaretur. — Jam quidem virgo tradita est, jam corona sponsus, jam

palmata consularis, jam cyclade pronuba, jam toga senator honoratur,

jam penulam deponit inglorius_, etc. Nel _Carm._ II, _Panegyr. Anth._,

verso la fine finge che Roma, sotto aspetto di Dea, si volga alla

città di Costantinopoli, da lui dipinta sotto la figura dell’Aurora,

offerendo la corona imperiale ad Antemio. Quest’allegoria è la parte

più originale di quella apologia ampollosa.

[191] APOLL. SIDON., _Epist._ I, 6.

[192] _Qui adhuc in eo semifumantem praefecturae nuper extortae

dignitatem venerabatur._ SIDON., I, _Ep._ 7.

[193] _Reus noster aream Capitolinam percurrere albatus: — modo serica

et gemmas et pretiosa quaeque trapezitarum involucra rimari, et quasi

mercaturus inspicere._

[194] SIDONIO chiama quell’isola ancora: _Insula serpentis Epidaurii_.

[195] Una energica descrizione dei delitti di lui è data da SIDONIUS,

_Ep._ II, 1, V, 13. Della sua morte racconta nell’_Ep._ VII, 7.

[196] ENNODIUS, _Vita s. Epiphan. Ticin. Episcopi_, nel SIRMOND., II.

[197] _Hist. Misc._, XV. SIGONIUS, _De Occid. Imp._, XIV, p. 385.

[198] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 102.

[199] Anche di questo saccheggio dice il FEA: _Si contentò di darle

il sacco_ (p. 274). Ed il BARGEO. _Sic tamen, ut praeda contentus

aedificiis pepercerit._

[200] _Hist. Misc._, XV: _praeter famis denique, morbique penuriam,

quibus eo tempore Roma affligebatur, insuper etiam gravissime

depraedata est, et excepto duabus regionibus, in quibus Ricimirus cum

suis manebat, caetera omnia praedatorum sunt aviditate vastata_.

[201] BARON., _Annal._, ad ann. 472. MURATORI, _Annal._, ad ann. 472.

Il CIAMPINI, _Vet. Mon._, I, c. 38, dà un cattivo disegno del musaico

che nell’anno 1592 cadde intieramente. Vi era l’iscrizione: _Fl.

Ricimer V. J. Magister Utriusq. Militiae Patricius Et Exconsul Ord. Pro

Voto Adornavit_. Un’iscrizione sopra una lamina di bronzo con lettere

d’argento diceva: _Salvis DD. NN. Et Patricio Ricimere Eustatius VC

Urb. P. Fecit_: leggasi nel MURATORI, _Thesaur. Nov. Inscr._, p. 266,

e _Annal._, ad ann. 472. La memoria di Ricimero, di Giovanni Lascari,

che ivi ha sepoltura, e di O’ Connel, di cui fu colà deposto il cuore,

rende illustre quella chiesa la quale adesso è unita al Collegio degli

Irlandesi.

[202] CASSIODOR., _Chron._

[203] JORNAND., _De reb. Get._, c. 45. _Chronologus_ CUSPINIANI.

ANONYM. VALESII o _Excerpta_ alla fine di AMMIAN. MARC.

[204] ANON. VALES.: _Augustulus, qui ante regnum Romulus a parentibus

vocabatur, a patre Oreste patricio factus est imperator_.

[205] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1, nell’incominciamento.

[206] L’ANON. VALES. lo narra nella vita di san Severino.

[207] CASSIODOR., _Chron.: nomenque regis Odoacer adsumpsit, cum

tamen nec purpura, nec regalibus uteretur insignibus_. THEOPHAN.,

_Chronogr._, p. 102, 103.

[208] La fine dell’_Imperium Romanum_ pone anche il PAGI all’anno 476

e non al 479, come farebbe credere la notizia datane da JORNAND., _De

bello Goth._, c. 46.

[209] Dell’ambasceria del Senato è data narrazione negli _Excerp._

della smarrita Storia di _Malchus_ in FOZIO (_Corp. Scriptor. Hist.

Byz._, ed. BONN. P. I, p. 235, 236). Con poche parole n’è fatto cenno

negli _Excerp._ di CANDIDUS, _ibid._, p. 476. E queste sono le meschine

bricciole che possiamo raccogliere dalla tavola di FOZIO in argomento

sì importante. L’ANON. VALES. ne tace.

[210] SALVIAN., _De vero judicio et providentia Dei_, V, 32, p. 53:

_Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum,

sed magno emptum, nunc ultro repudiatur ac fugitur; nec vile tantum,

sed etiam abominabile pene habetur_. E ne alza lamento alla fine dei

Libro VI: _vendunt nobis hostes lucis usuram, tota admodum salus nostra

commercium est. O infelicitates nostrae, ad quid devenimus! — quid

potest esse nobis vel abjectius, vel miserius!_

[211] Il SIGONIO, _De occid. Imperio_, XV, dice di Odoacre senza alcun

fondamento: _Romani Senatus auctoritas, et consulum dignitas ad feroces

contundendos spiritus dempta_. Il VENDETTINI (_Del Senato Rom._, Roma,

1782, p. 10) accoglie senza lume di critica quest’opinione, ma la

combatte l’OLIVIERI nel suo libro: _Il Senato Romano nelle sette epoche

di svariato governo_ ec., Roma, 1840, p. 9.

[212] Il BUNSEN (III, 1, pag. 496), afferma che l’edificio sia stato

eretto nei tempi cristiani. Gli Archeologi italiani tengono l’opinione

opposta, e questa è anche sostenuta dall’AGINCOURT (_Storia dell’arte

ital._, Traduz. del TICOZZI, Vol. II, p. 120). Dopo il pontificato di

Gregorio XIII, le pareti di questa Rotonda furono bruttate da affreschi

del Tempesta e del Pomerancio, i quali rappresentano storie di Martiri,

e nei quali la musa della pittura non apparisce nella gentilezza della

vedova di Raffaello, ma piuttosto sotto laida figura di beccajo.

[213] Si veda la spiegazione dell’_Ursus Pileatus_, data dal NIEBUHR

nella _Descrizione della Città_, nel PLATNER e nel BUNSEN, III,

2 Parte, p. 332. DONATUS, _De urbe Roma_, III, p. 210. Ed intorno

all’ignoto palazzo si consulti il NARDINI, II, 23.

[214] SIGONIUS, _De occid. Imp._, al punto relativo.

[215] ANON. VALESII, 53: _Fausto et Longino Coss._, cioè nell’anno 490.

[216] ANON. VALESII, 64: _Facta pace cum Anastasio imperatore per

Festum de praesumptione regni, et omnia ornamenta palatii, quae

Odoacher Constantinopolim transmiserat, remittit_.

[217] _Quid Tuscia, quid Aemilia, caeteraeque provinciae, in quibus

hominum prope nullus existit._ Così, quantunque non devasi accogliere

litteralmente, si esprime PAPA GELASIO nella sua _Apologia adversus

Andromach._, nel BARONIO, _Annal._, ad ann. 496.

[218] Questa sentenza dava ANDREA FULVIO, _Antiq. Rom._, II, c. 51. Al

tempo suo, in sull’incominciamento del sec. XVI, quel gruppo ergevasi

innanzi al palazzo dei Conservatori, dov’era stato trasportato, tolto

al Laterano.

[219] SALVIAN., _De vero judicio_, VI, 49, p. 62: _Quid enim? numquid,

non consulibus, et pulli adhuc gentilium sacrilegiorum more pascuntur,

et volantis pennae auguria quaeruntur, ac paene omnia fiunt, quae etiam

quondam pagani veteres, frivola atque irridenda duxerunt?_

[220] GELASIUS PAPA, _Adv. Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos,

qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant,

apologeticus Liber_, nel BARON., _Ann._, ad ann. 996. Questo scritto

degno di nota appartiene alla serie delle opere apologetiche di

Agostino, di Orosio, di Salviano, ed in qualche parte continua a

svolgere le idee di quegli autori: _Numquid Lupercalia deerant, cum

urbem Alaricus evertit? Et nuper, cum Anthemii et Ricimeris civili

furore subversa est, ubi sunt Lupercalia, cur istis non profuerunt. —

Postremo, quod ad me pertinet, nullus baptizatus, nullus Christianus

hoc celebret, sed soli Pagani, quorum ritus est, exequantur.

Me pronunciare convenit, Christianis ista perniciosa et funesta

indubitanter existere_. E intorno alla causa della caduta dell’Impero,

egli dice: _Ideo haec ipsa Imperia defecerunt: ideo etiam nomen

Romanum, non remotis etiam Lupercalibus, usque ad extrema quaeque

pervenit._ — Dei Lupercali di Roma fa cenno una volta Prudenzio nel suo

inno a san Romano.

[221] MARANGONI, _Cose gent._, c. 26, p. 99 e seg. Intorno alla

trasformazione di alcune feste pagane in festività cristiane si veda il

c. 23 e seg., e il BARONIO, _Annal._, ad ann. 44: _Gentilicii ritus in

ecclesiam aliquando translati_.

[222] _Synodus Romanus I_, ann. 499, _de tollendo ambitu in comitiis

pontificiis_, nel Tom. V, _Concil._ del LABBÉ, secondo la correzione

del BALUZIO, p. 446. Le sottoscrizioni dei Prevosti sono date anche dal

PANVINIUS, _Epitome Pontif. Rom._, p. 19, _sq._, e nel MABILLON, _Mus.

It._, T. II, nel Comment. all’_Ordo. Roman._, p. XIII, _sq._, sennonchè

havvi errore nel numero dei Titoli dei quali si numerano trenta in vece

di ventotto.

[223] S. HIERON., _Ep. 66, ad Pammachium_.

[224]

_Culmen Apostolicum cum Coelestinus haberet,_

_Primus et in toto fulgeret episcopus orbe,_

_Haec quae miraris fundavit Presbyter urbis_

_Illyrica de gente Petrus, vir nomine tanto_

_Dignus, ab exortu Christi nutritus in aula,_

_Pauperibus locuples, sibi pauper, qui bona vitae_

_Praesentis fugiens meruit sperare futuram._

Sarebbe bellissimo argomento di studio l’indagine se sia da accogliere

l’opinione degli Archeologi che questa bella chiesa si edificasse là

dove anticamente s’ergeva il tempio di Diana, in cui entrò Cajo Gracco

a cercar qualche riposo mentre fuggiva.

[225] Si consulti il _Ristretto di tutto quello che appartiene

all’antichità e venerazione delle chiese dei santi Silvestro e Martino_

(Roma, 1639), ed il POUGARD, _Monumenti esistenti in san Martino_

(Roma, 1806).

[226] Secondo il NIEBUHR (_Descriz. della Città_ del PLATNER e del

BUNSEN, III, 2.ª parte, p. 304), l’antica chiesa parrocchiale di

san Matteo in Merulana sarebbe stata edificata intorno all’anno 600.

Tuttavolta il _Liber Pontif._, alla vita di Gregorio I, ne tace.

[227] SEVERANUS, _Memorie sacre delle sette chiese di Roma_, p.

473. L’UGONIO, cart. 167, dà a questa chiesa il nome di san Sisto in

Piscina. Egli si sforza di dimostrare che quivi sorgesse il tempio di

Marte.

[228] ANAST. BIBL., _In Anast.: Hic fecit basilicam, quae dicitur

Crescentiana in regione II via Mamertina_.

[229] San Nicomede fu prete romano. Dopo di essere stato ucciso a colpi

di mazza, il corpo di lui fu dall’alto del _Pons Sublicius_ gettato

nel fiume. Ved. _Emerologio sacro di Roma cristiana_ del PIAZZA, II, p.

161, ai 15 di Settembre.

[230] Al tempo di SIDONIO erano adoperate ad uso publico non soltanto

queste terme, ma anche quelle di Nerone e di Alessandro:

_Hinc ad balnea non Neroniana,_

_Nec quae Agrippe dedit, vel ille cujus_

_Bustum Dalmaticae vident Salonae:_

_Ad thermas tamen ire sed libebat_

_Privato bene praebitas pudori_

(_Carmen 23, ad Consentium_, scritto nell’anno 466).

Si consulti il FEA, p. 271.

[231] UGONIO, cart. 197, _sq._ Il NARDINI (_R. A._, II, p. 91), afferma

di aver veduto i ruderi della chiesa di san Ciriaco, della casa del

Santo e del battistero, che esistevano nella vigna del convento dei

Certosini, in prossimità del granaio di Urbano VIII. Lo stesso dice

degli avanzi della chiesa il MARTINELLI ec., p. 354. Io mi restringo

all’osservazione che Ciriaco, diacono della Chiesa romana, era stato

condannato a lavorare nella costruzione delle terme di Diocleziano. La

curiosa leggenda sta registrata nei Bollandisti al giorno 8 di Agosto.

[232] UGONIO, cart. 190, _sq._ Il PIAZZA (_La gerarchia cardinalizia.

— Titoli distrutti ovvero soppressi_), crede che i due Titoli sieno

stati disgiunti dopo di papa Gelasio I. Ma tutte le opinioni intorno a

questo argomento sono le più incerte, ed il PANVINIO, a cui tutti gli

scrittori ecclesiastici del secolo XVIII s’inchinano reverenti, non ha

pregio di opinioni sicure e fondate.

[233] MARTINELLI, p. 387. Il PIAZZA passa in silenzio su questo Titolo.

[234] Il SEVERANO, p. 443, riporta un’iscrizione esistente nella chiesa

di san Sebastiano, la quale dice: _Temporibus Innocentii Episcopi,

Proclinus et Ursus Presbyt. Tituli Byzantis s. Martyri ex voto

fecerunt_. Il PANVINIO accoglie opinione che questo Titolo appartenesse

alla chiesa di santa Sabina. Il BOSIO (_Roma subt._, III, c. 12) lo

attribuisce a quella di santa Susanna.

[235] Intorno alla storia di questa chiesa scrissero il CRESCIMBENI,

_Historia della Basil. di s. Anastasia_ (Roma, 1722) e FILIPPO

CAPPELLO, _Brevi notizie dell’antico e moderno stato della chiesa

Collegiata di santa Anastasia_ (1722).

[236] MARTINELLI, p. 65.

[237] Il SEVERANO (p. 470), riporta la leggenda triviale della fasciola

ossia della benda che Pietro aveva tenuto intorno ad una gamba ferita.

Allorchè l’Apostolo uscito di carcere s’apprestava a fuggire di Roma,

depose la benda sopra una siepe degli orti della via Appia. La leggenda

narra che si ergesse una chiesa a ricordanza dell’avvenimento. Affè

di Dio ne sarebbe stato ben degno! — Fasciola sarà piuttosto il nome

di una qualche dama romana: ed è forse il corrompimento del nome di

Fabiola ch’era amica di Gerolamo.

[238] Il nome _Palisperna_ o _Panisperna_ dev’essere derivato o da

quello del prefetto PERPERNA QUADRATUS, oppure dalle due voci _pane_

e _perna_, pane e prosciutto. Ella è cosa curiosa prestare attenzione

alla fantasia degli Archeologi romani, i quali affermano che nelle

festività di Giove Fagutale, che celebravansi sul monte Viminale, si

sacrificassero alcuni majali, dei quali distribuivansi i prosciutti a

eccitare la baldoria della plebaglia, come oggidì si suol fare nella

festa della Grotta Ferrata sul monte Latino. Io però rinvenni nel

giardino della chiesa, che è tutto coperto di ruderi di marmi, una

iscrizione sulla quale leggesi distintamente il nome PERPERNA.

[239] Il PANVINIO nella sua opera: _Le sette chiese di Roma_. Il

MABILLON cita trenta Titoli con erronea enumerazione.

[240] Io trovo che di questa chiesa si fa menzione quale Titolo per

la prima volta nella biografia di papa Leone III (795-816) del _Liber

Pontif._ Nè havvi argomento che sussidii l’opinione di alcuni scrittori

ecclesiastici che Leone I la elevasse a Titolo.

[241] LABBÉ, _Concil._, Tom. VI, p. 917. Tra le _Epistole_ di GREGORIO

(IX., 22) leggesi un documento, a cui è apposta la sottoscrizione dei

Parrochi di nove delle chiese su nominate.

[242] Opina il PANVINIO ch’esse sieno perite oppure che sieno state

soppresse: egli erra però allorchè asserisce che ai tempi di Gregorio

non esistesse più la _basilica Aemiliana_, se di questo Titolo faccia

ancor cenno ANASTAS. (_Vita Leonis III_, n. 403), il quale anzi ci fa

conoscere che quella chiesa si elevava tra s. Balbina e s. Ciriaco.

Anche il PIAZZA (_La gerarchia card._, p. 531) mancò di fare attenzione

a quel passo.

[243] Il PANVINIO afferma che Gregorio I istituisse in luogo degli

estinti questi cinque Titoli novelli: _S. Balbina, ss. Marcellinus et

Petrus, s. Crux in Hierusalem, s. Stephanus sul monte Celio_ e _ss.

Quatuor Coronatorum_. Non mi fu dato di trovare nè tra gli Atti dei

Sinodi, nè in Anastasio alcuna notizia intorno all’erezione a Titoli

del s. Stefano e della santa Croce. È argomento pieno d’incertezze e di

difficoltà.

[244] ANAST., _in Vita Marcelli: et XXV Titulos in urbe Romana

constituit, quasi Dioeceses, propter baptismum et poenitentiam

multorum, qui convertebantur ex paganis, et propter sepulturas

martyrum_.

[245] Intorno all’origine del Titolo cardinalizio si veda il PANVINIO,

_l. c._, c. 2. — _De presbyt. Cardinal. orig. et 28 ipsor. Titulis et

21 novis._ — Secondo l’opinione di lui, il Titolo di Cardinale compare

già prima del tempo di Silvestro. Il MACER nel _Hierolexicon_ afferma,

che esso compaia per la prima volta ai tempi di Stefano I (257). Il

nome _Cardinalis_ deriva da _incardinare_, che significa _addicere

alicui Ecclesiae_. Io rimetto il leggitore ai Lessici del DUCANGE e del

MACER, al PIAZZA (_La Gerarchia cardinal._, p. 351, _sq._), al CARDELLA

(_Delle memorie stor. dei Cardinali_, Roma, 1793, nell’Introd.), ed

alla Dissertaz. 61 del MURATORI. — In tempi posteriori ebbero titolo

di Cardinale anche i sette Vescovi del Laterano, i quattordici Diaconi

delle Regioni ecclesiastiche, i quattro Diaconi Palatini, e gli Abati

di san Paolo e di san Lorenzo. Sisto V pel primo fissò a 70 il numero

dei Cardinali, (_Const._ 50, _Bullar._ 2). Di questi sono 51 Cardinali

preti, imperocchè oltre ai 28 Titoli antichi egli ne confermasse 13 di

novelli e 10 ne creasse. Egli determinò a 14 il numero dei Diaconi,

e confermò i Cardinali vescovi lateranensi che di sette erano stati

ridotti a sei. Benchè tutti questi Cardinali sommino a 71, il numero

complessivo è pur di 70, perchè il Titolo _in Damaso_ fu sempre

congiunto alla dignità di Cardinale Vice-cancelliere. Oggidì sono 48

Titoli di Cardinali preti, 15 di Cardinali diaconi; ad essi si aggiunge

la Commenda di san Lorenzo in Damaso, ed i 6 Vescovati. Così è formato

il numero di 70 Cardinali componenti il _Sacrum Collegium_.

[246] In JOH. DIACON., _De eccl. Later._ (MABILLON, _Mus. Ital._, II,

560, _sq._), che viveva alla metà del secolo XIII, sta scritto: _Septem

episcopis cum XXVIII Cardinal. totidem in ecclesiis infra muros urb.

Romae praesidentibus_ (p. 567).

[247] Intorno a questi sette antichi Titoli cardinalizî si veda

l’UGHELLI, _Italia Sacra_, T. I. Intorno l’anno 1150, Ostia

congiungevasi a Velletri, e, intorno al 1120, Porto univasi a Silva

Candida, ossia a s. Rufina. La diocesi di Porto è resa infelice dalla

mal’aria: _Pecudibus potius quam hominibus pascendi apta_. Silva

Candida era un Vescovato antico: era altra volta appellata ad _Silvam

Nigram_, ed era situata sulla via Aurelia a dieci miglia di distanza da

Roma. Due sorelle, Rufina e Seconda morirono colà, verso l’anno 260,

della morte dei Martiri e per questo fatto vi fu eretto un Vescovato.

Un casale che ivi esiste oggidì ancora ha nome di santa Rufina.

I Saraceni nelle loro invasioni distrussero ogni traccia di quei

monumenti della Chiesa.

[248] MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. XVI.

[249] Si vedano gli scritti del PANVINIO e del SEVERANO, che ne

trattano diffusamente.

[250] Si legga il primo Rescritto indiritto al Senato di Roma, in

cui annuncia la elezione di Cassiodoro a patricio: _Var._ lib. I,

ep. 4, ed ep. 13: _quicquid enim humani generis floris est, habere

curiam decet; et sicut arx decus est urbium, ita illa ornamentum est

ordinum caeterorum_, e lib. III, ep. 6. Nel panegirico di ENNODIO è

detto: _Coronam curiae innumero flore velasti_, p. 28, in CASSIODORO,

_Op._, Paris, 1759. La maggior parte delle diciassette lettere sono a

raccomandazione di candidati.

[251] ANONIM. VALESII: _Venit ad Senatum et ad Palmam populo

alloquutus_. Fulgenzio o meglio il suo Biografo (_Vita B. Fulgentii_,

c. 13, T. IX, della _Max. Bibl. Veter. Patr._, Lugduni, 1677) dice:

_In loco, qui Palma aurea dicitur, memorato Theodorico rege concionem

faciente_. Il MURATORI avrebbe dovuto perciò persuadersi che il luogo

ricordato non fosse già una sala del _Palatium_, ma piuttosto dovesse

essere uno spazio aperto, dove ascoltassero, insieme uniti, Senato

e popolo. E CASSIODORO (_Var_., IV, _ep_. 30), dice espressamente:

_Curiae porticus, quae juxta domum Palmatam posita_. — Deve però

distinguersi dalla _porticus palmaria_ nel s. Pietro. ANASTAS., _Vita

Honorii: in Portica b. Petri Apos., quae adpellatur Palmata (al.

Palmaria)_. Nella biografia di Sisto III invece sta scritto: _Domum

Palmati intra urbem_. Il PRELLER, (_l. c._, p. 143, nella nota) riporta

un passo tolto dagli _Acta ss. Mai._, T. VII, p. 12, che dice: _Juxta

arcum triumphi ad Palmam_. L’_arcus triumphi_ non può essere se non se

l’arco di Trajano.

[252] _Vita B. Fulgentii, l. c._, e nel BARONIO, _Annal._, VI, p. 538,

ad ann. 500: _quam speciosa potest esse Hierusalem coelestis, si sic

fulget Roma terrestris_.

[253] L’appellazione di «Barbaro» era usata in quel tempo senza malo

intendimento. Leggonsi alcuni Rescritti di Teodorico indiritti ai

Romani ed ai Barbari, ossia a coloro che non erano d’origine romana.

Quel nome ci si presenta spesse fiate nei documenti del secolo VI; e

spesso dopo la caduta dei Goti, con ingenua dizione, si dà alla guerra

nome di _barbaricum tempus_ che si contrappone a pace (_pax_). Vedasi

il MARINI, _Papiri Diplom._, Annot. 7, p. 285, ed il _Glossario_

del DUCANGE. Così nel linguaggio del diritto civile sotto nome di

_Sors barbarica_ s’intende la terza parte del territorio conceduta in

proprietà ai Goti. Nel secolo VIII troviamo ancora usata l’espressione

_campus barbaricus_.

[254] CASSIOD., _Var._, Lib. VIII, 13: _nam quidam populus

copiosissimus statuarum, greges etiam abundantissimi equorum, tali sunt

cautela servandi_.

[255] _Var_., Lib. VII, 15.

[256] _Var_., Lib. VII, 15: _quas amplexa posteritas pene parem populum

urbi dedit quam natura procreavit_.

[257] _Var_., Lib. VII, 13: _statuae nec in toto mutae sunt: quando a

furibus percussae custodes videntur tinnitibus admonere_. Di qui mi è

dato di trarre l’origine di una leggenda meravigliosa, registrata nei

_Mirabilia_ di Roma, la quale narra che le statue che rappresentavano

le province e che s’ergevano in Campidoglio, mettessero un suono quale

di campana, tostochè scoppiava un rivolgimento in taluna di esse.

Il _Comes romanus_ ai tempi degl’Imperatori era appellato _Curator

statuarum_. Vedasi il PANCIROLI, _Notitia_ etc., c. 16, p. 122.

[258] _Var_., Lib. II, 35, 36.

[259] _Variar_., Lib. VI, 6.

[260] _Universa Roma — miraculum. Var_., lib. VII, 15.

[261] _Var._, Lib. VII, 15. Al tempo degl’Imperatori questo offiziale

aveva nome di _Curator operum publicorum_. Vedi il PANCIROLI, _Notit_.,

c. 14, 15, p. 122. Ai tempi imperiali eravi anche un _Tribunus rerum

nitentium_, che attendeva alla mondezza publica: di un offiziale simile

avrebbe somma necessità anche Roma odierna.

[262] _Ut ornent aliquid saxa jacentia post ruinas. Var._, Lib. II, 7.

Si riferiscono alla costruzione delle mura di Roma i passi seguenti:

I, 21, 25; II, 3, 4; VII, 17. CASSIOD., _Chron_., ANON. VAL., 67. In

quell’oscuro e barbarico Panegirico, che ENNODIO volgeva a Teodorico, è

detto delle opere di lui volte alla restaurazione dei monumenti: _date

veniam Lupercalis genii sacra rudimenta: plus est occasum repellere,

quam dedisse principia_. — Il MARANGONI (_Delle Memorie sacre e profane

dell’Anfiteatro romano_, p. 44) appunta FIORAV. MARTINELLI e FL. BLONDO

(_Roma instaur._ I, c. 3) di grave errore, allorquando, citando un

Editto di Teodorico, affermano che egli pel primo abbia usato delle

pietre del Colosseo per i lavori delle mura. Il Colosseo in quel tempo

era ancora illeso da ogni danneggiamento.

[263] _Variar_., Lib. III, 30: _Videas structis navibus per aquas

rapidas non minima sollecitudine navigari, ne praecipitato torrenti

marina possint naufragia sustinere._ L’esagerazione è spinta troppo

oltre.

[264] _Var._, Lib. VII, 6.

[265] Intorno al _Comes Formarum_, si veda la _Notitia_, c. 7, p. 121.

[266] _Var._, Lib. IV, 51: _quid non solvas, o senectus, quae tam

robusta quassasti?_

[267] _Marmora quae de domo Pinciniana constat esse deposita. Var._,

Lib. III, 10.

[268] _Trajani Forum vel sub assiduitate videre miraculum est.

Capitolia celsa conscendere, hoc est humana ingenia superata vidisse.

Var._ VII, 6.

[269] Ciò si pare dalle _Var._, III, 51.

[270] SALVIAN., _De vero jud._, VI, p. 62. Egli dice a somiglianza di

un teologo ginevrino: _Spectacula et pompae — opera diaboli_. Ciò che

sulle scene del secolo VI si osasse di rappresentare, narra PROCOPIO

(_Anecdot._, c. 9), allorchè descrive in qual maniera Teodora, futura

imperatrice, apparisse per la prima volta sul palco teatrale dinanzi al

popolo di Bisanzio. Il GIBBON non ardì di volgarizzare il testo greco

di quel passo. SALVIANO enumera le specie degli spettacoli abbominevoli

in tale maniera: _Est nunc dicere de omnibus, amphitheatris scilicet,

odeis, lusoriis, pompis, athletis, petaminariis, pantomimis etc. —

Petaminarii_ da πετάμενοι, _qui more avium sese ejaculantur in duras_,

uomini volanti. Vedi il _Glossarium_ del DUCANGE.

[271] _Var., Lib._ III, sulla fine: _ut aetas subsequens miscens

lubrica, priscorum inventa traxit ad vitia: et quod honestae causa

delectationis repertum est, ad voluptationes corporeas praecipitatis

mentibus impulerunt_.

[272] _Var._, Lib. VII, 10: _Teneat scenicos si non verus, vel

umbratilis ordo judicii. Temperentur et haec legum qualitate negocia,

quasi honestas imperet inhonestis_. Trovo un’iscrizione di un _Tribunus

Voluptatum_, dell’anno 523:

_FL. Maximo VC_

_Concessum locum Petro_

_Rome ex Trib. Volupt_

_Et conjugi ejus Johan_

_Papa Hormisda et Tra(nsmundo)_

_Praepst Basc. Beati Petr._

(Nelle cripte del Vaticano, nel DIONYSIUS, t. XXV).

[273] _Variar._, V. 42. Rescritto dato ad una supplica di un

cacciatore. I modi di questi combattimenti di animali erano sì varî che

Cassiodoro diceva, il loro numero essere tanto grande quanto quello dei

tormenti che Virgilio descrive nel suo inferno.

[274] Dopochè Europa si coperse dell’onta dell’ultima guerra di Crimea,

gli statisti ebbero agio di formare un computo, secondo il quale, la

moneta che ivi fu spesa a distruggere con ordine di scienza uomini e

città, sarebbe stata sufficiente a sanare la piaga del pauperismo in

Inghilterra ed in Francia: _Heu mundi error dolendus! si esset ullus

aequitatis intuitus, tantae divitiae pro vita mortalium deberent dari,

quantae in mortes hominum videntur effundi_.

[275] _Var._, Lib. III, 51.

[276] TURCIUS RUFIUS ASPRONIAN. ASTERIUS, console nell’anno 444,

scrisse nel suo celebre codice dei poemi di Virgilio (che si conserva

nella Laurenziana di Firenze) un epigramma che parla dei giuochi dati

sotto il suo reggimento, e che leggesi nel TIRABOSCHI, _Storia_ etc..

III, 1, c. 2, e nel MABILLON, _De Re Dipl._, p. 354, ed è il seguente:

_Tempore, quo penaces Circo subjunximus, atque_

_Scenam Euripo extulimus subitam,_

_Ut ludos currusque simul, variarumque ferarum_

_Certamina junctim Roma teneret ovans._

Da questi versi si pare che nel Circo nel tempo stesso si dessero

corse, danze pirriche, balli pantomimi e cacce di fiere.

[277] _Variar._, Lib. III, 51: _nostri sedes fovere delegit imperii_. E

_fovere_ è qui posto nel senso quasi di «rendere onore».

[278] _Var._, Lib. I, 27, 30, 31, 32, 33.

[279] È il celebre motto: _Ad Circum nesciunt convenire Catones.

— Var._, Lib. I, 27. Nel Circo godevasi di una libertà quasi

carnascialesca: _Locus est, qui defendit excessum_.

[280] _Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia

continere. Var._, Lib. III, 51.

[281] ANON. VAL., 67. Il GIBBON a questo proposito con suo computo

riduce le 120000 moggia a 4000 staia, e ne tragge a conseguenza che la

popolazione fosse diminuita.

[282] PROCOP., _Hist. Arcana_, 26: τοῖς τε προσαιτηταῖς οἳ παρὰ τὸν

Πέτρου τοῦ ἀποστόλου νεὼν διαιτὶαν εἶχον.

[283] La formula dell’investitura del prefetto dell’annona trovasi

nei _Var._, Lib. VI, 18. Il passo citato leggesi in BOETHIUS, _De

Consolat._, III, prosa 4.

[284] ANON. VALESII. — Il _solidus_ corrispondeva ad 1/72 di una

libbra d’oro. — Il _Liber Junioris Philos._, edito da ANGELO MAI, T.

III, _Class. Auctor. e Vatican. Cod._, n. 30, scrittura del secolo IV,

celebra i vini degli Abbruzzi, del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del

paese tusco, che ancora sono tenuti in alto pregio, e loda i prosciutti

e le grasce di Lucania: _Lucania regio optima, et omnibus bonis

habundans, lardum multum aliis provinciis mittit; quoniam montes escis

et variis habundant animalibus et pluribus pascuis_.

[285] Cassiodoro descrive con colori poetici le bellezze di alcuni

paesi della sua patria, il mercato di Leucotea in Lucania (_Var._,

VIII, 33), Baja (IX, 6), il _Mons Lactarius_ (XI, 10), e Squillace

(XII, 15). Genti di Lucania, delle Puglie, degli Abbruzzi, delle

Calabrie, traevano alla fonte di Leucotea a udirvi la messa, come oggi

accorrono a Nola: e in Cassiodoro si legge che i preti di quel tempo

vi chiamavano il popolo spargendo fama di portenti compiuti dall’acqua

miracolosa. Il sangue di santo Gennaro non era stato ancora trovato.

[286] _Felix Roma: Var._, Lib. VI, 18. FABRETTI, _Iscriz._, c. VII,

p. 521: _Regn. D. N. Theodorico Felix Roma_. Il signor Dott. HENZEN

dai materiali da lui raccolti per un novello _Corpus Inscr._, mi ha

favorito di copie delle iscrizioni appartenenti ai tempi di Teodorico.

Fra tutte sono dodici, delle quali sei portano il motto _Roma Felix_,

e cinque recano a motto: BONO ROMAE (n. 149-160, della sua raccolta).

Di Atalarico sono due sole iscrizioni, sulla prima delle quali (n. 161)

sta scritto: ROMA FIDA.

[287] Il fac-simile della iscrizione trovasi nel BONANNI, _Templi

Vatic. Hist._, p. 54. Di tali pietre si trovarono nel tempio di

Faustina, nella Via Labicana, sul tetto del san Pietro, sul tetto della

chiesa di santo Stefano degli Ungari, tra i ruderi del _Secretarium_

del Senato, nella chiesa di san Gregorio, in un acquedotto antico

situato presso il Collegio germanico, in san Giovanni e Paolo, sui

tetti delle chiese di san Paolo, di santa Costanza, di santa Martina,

di san Giorgio in Velabro, sul tetto della cappella di Giovanni VII in

chiesa di s. Pietro.

[288] Agli Israeliti di Genova scriveva: _Religionem imperare non

possumus, quia nemo cogitur, ut credat invitus. Var._, Lib. II, 27.

— _Var._, V, 97: _concedimus — sed quid Judaee supplicans temporalem

quietem quaeris, si aeternam requiem invenire non possis?_

[289] Probabilmente questo strale satirico è lanciato anche contro i

Cristiani, che avevano posta dimora permanente in Faleria:

_Namque loci quaerulus curam Judaeus agebat._

_Humanis animal dissociale cibis — —_

_Quae genitale caput propudiosa metit — —_

_Atque utinam numquam Judaea subacta fuisset_

_Pompeii bellis, imperioque Titi._

_Latius excisae pestis contagia serpunt,_

_Victoresque suos natio victa premit._

(_Itiner._, v. 383, _sq._)

Il BASNAGE (_Histoire des Juifs_, la Haye, 1716) si occupa, nel capit.

8 del Lib. VII, della storia del popolo israelita in Roma dai tempi di

Pompeo a quelli di Nerone; però è indotto spesse fiate in gravi errori.

Con maggiore ampiezza discorre intorno a questo argomento bellissimo

la _Roma subterranea_ del BOSIO e dell’ARINGHI. Tom. I, lib. II, c. 22

(23).

[290] Io non convengo nell’opinione del BASNAGE, che il quartiere dove

gli Ebrei avevano stanza si stendesse fino al ponte di Adriano. Egli

reputa erroneamente che avessero dimora anche nell’isola del Tevere,

poichè non pone mente alla situazione del Ghetto dei tempi posteriori.

Sappiamo che ai tempi di Domiziano gli Ebrei avevano elevate loro case

nella valle d’Egeria, ed a quel tempo rimonta la costruzione del loro

mirabile cimitero, il quale fu scoperto, or fanno alcuni anni, presso

la Via Appia. Gli Autori della _Roma subterranea_ hanno fatto conoscere

inoltre il cimitero antico degli Ebrei posto fuori di porta Portuense.

Seguendo la costumanza della loro età, gl’Israeliti ponevano iscrizioni

in lingua greca sulle tombe dei loro defunti.

[291] _Var._, Lib. IV, 43. Dall’espressione: _Ad eversiones pervenerint

fabricarum, ubi totum pulchre volumus esse compositum_, credo di poter

trarre a conseguenza che quell’edificio non fosse privo di bellezza

artistica. Intorno alle condizioni degl’israeliti di Roma in quel tempo

il BASNAGE (VIII, c. 7) non dà che notizie meschine.

[292] Il PAGI afferma che il secondo scisma scoppiasse nell’anno 503;

il BARONIO invece lo riferisce all’anno 502. Il _Synodus Palmaris_,

che fu il quarto dei Concilii tenuti da Simmaco, pare similmente che

avvenisse nell’anno 503. Il MURATORI è incerto fra queste notizie

cronologiche. Nulla di certo ricavasi dal _Liber Pontificalis_.

[293] FRANCESCO PAGI, _Breviar._, p. 131, X. — _Acta Syn. III Symmachi_

nel LABBÉ.

[294] Che Teodorico stesso, colla approvazione del Pontefice,

convocasse il Concilio, dimostra FRANCESCO PAGI (p. 131, XIII) con

notizie ricavate dagli Atti del Sinodo.

[295] ANASTAS., _Vita s. Symmachi_. — THEOD. LECTOR, _Hist. Eccles._,

II, c. 17. _Hist. Misc._, XV, ed il prezioso frammento della _Vita

Symmachi_ che leggesi nel MURATORI, _Script._, III, p. 2, in cui si

narra che Roma fosse funestata da terribili tumulti per lo spazio di

quattro anni. — THEOPH., _Chronogr._, p. 123: ἔνθεν λοιπὸν ἀταξίαι

πολλαὶ καὶ φόνοι καὶ ἁρπαγαὶ γεγόνασιν ἐπὶ τρία ἔτη. Egli è probabile

che questi torbidi sieno avvenuti nel secondo scisma piuttosto che nel

terzo.

[296] Il BUNSEN II, 1, p. 25, 65, afferma con certezza questo fatto.

Il passo che si legge in Anastasio: _Ut cum gloria apud beat. Petrum

sederet praesul_, sembrommi da principio che valesse a sostenere

quell’argomento, ma come v’ebbi per poco meditato, fui costretto a

rigettarlo. — PETRUS MALLIUS, c. 7, n. 127, narra la favola che Simmaco

ornasse il pozzo di quella palla di bronzo _quae fuit coopertorium cum

sinino aeneo et deaurato super statuam Cybelis matris deor. in foramine

Pantheon_ (!).

[297] Una descrizione completa di questa cappella è data dal

CANCELLIERI, _De secretariis novae Basil. Vatican._, Roma, 1786, Cap.

II, p. 1153, _sq_.

[298] MURATORI, _Annal_., ad ann. 524.

[299] _Item ut nullus Romanus arma usque ad cultellum uteretur vetuit_.

ANON. VALES., 83. Proibizione che nei tempi posteriori la tirannia

degli stranieri impose alla sventurata Lombardia.

[300] GIANNONE, _Storia Civile del Regno di Napoli_, Vol. I, III, § 6.

[301] _Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi

ejus creparent, sic ut tormenta ad ultimum cum fuste occiditur._

ANON. VALES. I soli filosofi dell’Antichità finirono con bella morte:

Giordano Bruno, seguace del platonismo come Boezio, morì della morte

della fenice, la quale ad un filosofo è sempre più accettabile di

quella che gli è data dalla scure del carnefice.

[302] L’abbigliamento di lei, dice il povero Platonico, era alquanto

dimesso ed era un po’ bruno per vecchiezza: _caligo quaedam neglectae

vetustatis obduxerat. De cons. phil._ Prosa I. L’allegoria intera è

toccante nella sua semplicità puerile.

[303] _De consolat. philos._, II, prosa 3.

[304] _De consolat._ I, prosa 4.

[305] _Quibus libertatem arguor sperasse Romanam. De consol._, I, prosa

4. E pure si svela l’animo ardente di libertà del Romano allorquando

esclama: _nam quae sperari reliqua libertas potest? atque utinam

posset ulla!_ — Il Gibbon gli pone in bocca le parole di Canio: _Si

ego scissem, tu nescisses_, ma è errore; imperocchè Boezio dica ciò

solo che avrebbe risposto come Giulio Canio, se egli avesse accolta una

qualche speranza.

[306] Le due testimonianze più valide sono date dall’ANON. VAL., p. 87:

_inaudito Boethio, protulit in eum sententiam_ e da PROCOP., _De bello

Goth._, I, 1, sulla fine: ἀδίκημα — ὅτι δὴ οὔ διερευνησάμενος, ὥσπερ

εἰώθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνῶσιν ἤνεγκε.

[307] ANAST., _Vita Johann._ I; ANON. VALES., _Histor. Misc._

[308] Il Rescritto di Atalarico al Senato (_Var._, lib. VIII, 15) dice:

_oportebat enim arbitrio boni principis obediri, qui quamvis in aliena

religione, talem visus est pontificem delegisse_. Anche il Muratori, il

quale timidamente condanna l’usurpazione di Teodorico, a quell’elezione

del Pontefice dà nome di _comandamento_. Più tardi, i Pontefici, come i

Vescovi tutti, dovevano pagare una certa somma per ottenere la conferma

della loro dignità: così si pare dai casi di elezioni controverse in

cui la causa era decisa dal Principe. Il Papa pagava 3000 solidi, altri

Patriarchi 2000, i Vescovi delle città minori 500 solidi. _Var._ lib.

IX, 15.

[309] ANON. VALES., verso la fine.

[310] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1.

[311] JORNAND., _De reb. Get._, verso la fine.

[312] S. GREGOR., _Dial._, IV, c. 30.

[313] Il patrizio Decio ai tempi di Teodorico, diè opera

all’asciugamento delle paludi Decemnoviche. Si vedano in tale proposito

i Rescritti, _Var._, lib. II, 32, 33. Ma i meriti di Teodorico furono

superati da Pio VI colla costruzione della _Linea Pia_. Le iscrizioni

furono rinvenute in due esemplari, nell’anno 1743, presso a Terracina

lungo la Via Appia. Leggonsi nel GRUTER a pag. 152. Le estensioni

sono indicate colle parole: _Decemnovii Viae Appiae id est a trib (sc.

tribus tabernis) usq. Terracinam_, etc., per la qual cosa ascendevano,

secondo il computo del CLUVER, a trenta miglia circa. Si consulti il

BERGIER, _Histoire des grands chemins_ etc., L. II, c. 26, p. 214.

Il CONTATORE (_de Histor. Terracinensi_, Roma, 1706), fa a pag. 11 un

cenno storico degli asciugamenti di quelle paludi Pontine.

[314] Il GIANNONE, nella sua _Storia di Napoli_, gli tributò lode più

alta che non abbiano fatto il Vescovo di Pavia e Cassiodoro. È degno di

nota ciò ch’egli dice al Lib. III, § 3: «Ai Goti e non già ai Romani

noi andiamo debitori della costituzione di alcune magistrature che

esistono ancora nel nostro reame, come della costumanza di spedire in

ogni città governatori e giudici». — Anche il BARONIO tributa lodi al

Re goto, dandogli nome di: _Saevus barbarus, dirus tyrannus, et impius

Arianus_. Per quello che si riferisce all’amore di Teodorico per le

arti, leggesi una dissertazione erudita nell’AGINCOURT, l. c., I, c. 8.

[315] PROCOP., _De bello Goth._, I, 2; CASSIOD., _Var._, XI, 1:

_Jungitur his rebus, quasi diadema eximium, impretiabilis notitia

litterarum_.

[316] _Gothorum laus est civilitas custodita. Var._, lib. IX, 14.

[317] _Var._, lib. IX, 21.

[318] _Var._, lib. X, 7.

[319] Teodorico diceva: _Romanus miser imitatur Gothum: et utilis

Gothus imitatur Romanum_, ANON. VAL., 61. L’illustre CESARE BALBO,

mosso da carità di patria, altera il senso chiarissimo di questo passo

traducendolo di questa guisa: _un Romano povero s’assomiglia ad un

Goto, ed un Goto ricco a un Romano. Storia d’Italia_, I, c. 11, p. 89.

[320] _Convenit gentem Romuleam Martios viros habere collegas. Var._,

VIII, 10.

[321] Ciò si pare manifestamente dalla lettera di Atalarico a Giustino,

in cui annuncia il suo avvenimento al trono (_Var._, lib. VIII, 1), e

lo confermano le monete di quell’epoca, avvegnachè quelle coniate sotto

di Atalarico, di Teodato, di Vitige e di Totila portino da un lato la

imagine di Giustiniano e dall’altro la sola scritta D. N. ATHALARICUS

REX, D. N. THEODATUS REX, ec. Si consulti il MURATORI, _Dissertaz._ 27.

[322] _Var._, VIII, 24. Il MURATORI pone questa legge all’anno 528.

Il SAINT MARC (_Abregé chronologique de l’histoire d’Italie_, p. 62)

dice a tale proposito: _c’est sur cette condescendance des grinces

pour un État infiniment respectable en lui même, que dans la suite les

Ecclésiastiques ont prétendu qu’ils étaient de Droit divin exemts de la

jurisdiction séculaire_.

[323] ANAST., _Vita s. Felicis IV: hic fecit basilicam SS. Cosmae et

Damiani martyrum in urbe Roma, in loco qui appellatur Via Sacra juxta

templum urbis Romae_ (e la lezione di un Codice aggiunge _vel Romuli_).

[324] PRUDENT., _In Symm._, I, 219. La storia di questa illustre chiesa

fu scritta da BERNARDINO MEZZARDI monaco francescano: _Disquisitio

historica de s. martyr. Cosma et Damian._ etc., Roma, 1747. Merita

di essere letta quantunque sprovveduta di lume di critica. L’autore

accoglie opinione che fosse tempio di Romolo e di Remo. Nei _Mirabilia_

è detto: _s. Cosmatis ecclesia, quae fuit templum Asyli_.

[325] Nel catalogo delle chiese di Roma che furono di templi pagani

volte a culto cristiano, dato dal MARANGONI (_Cose gentil._ ec., c.

52), la chiesa dei santi Cosma e Damiano è la seconda, laddove il primo

posto sia attribuito a quella di santo Stefano. La chiesa è contigua

alle ruine di un antico edificio, e posteriormente all’oratorio _della

Via Crucis_ trovasi una bellissima muraglia di marmo peperino. Ora

apparteneva questo muro ad un qualche tempio? oppure si stendeva

intorno al foro di Cesare? Sarebbe utile cosa che qui si facessero

degli escavi. Giova far cenno che nell’antico tempio rotondo una parete

era rivestita di un basso rilievo in marmo che rappresentava la pianta

antica della Città: oggidì quello è infitto nella parete della scala

del Museo capitolino.

[326] Dei Seniori non si vedono oggidì che due sole figure in parte

cancellate all’estremità dell’arco, e degli Evangelisti mancano le due

figure estreme. Se ne vede la copia nel CIAMPINI, _Vet. Mon._, II, 7.

[327] La mano che tiene la corona d’alloro oggidì è scomparsa.

[328] La figura di Felice IV appartiene ai tempi di Alessandro VII che

operò dei restauri in quei musaici: è probabile che si compiesse dietro

una copia della figura originale. All’antico disegno, cancellatosi ai

tempi di Gregorio XIII, erasi sostituita la imagine di Gregorio Magno,

finchè finalmente il cardinale Francesco Barberini ripose al suo posto

quella di Felice IV. Si consulti l’UGONIO, p. 178, e la _Descriz. della

Città_ del BUNSEN e del PLATNER, III, 1, p. 366.

[329] L’erudito GIOVANNI MARANGONI (canonico di Anagni, che viveva

verso la metà del secolo XVIII, e che insieme al BOLDETTI ha merito

di diligente illustratore delle catacombe di Roma) nella sua opera:

_Delle cose gentilesche_ etc., parla in un bel capitolo (nel XXXV)

dell’aureola dei Santi. Egli ci fa conoscere che quell’emblema di

gloria ch’era attribuito ad Apollo ed agli Imperatori deificati, era

dato nelle catacombe ai Martiri già prima dei tempi di Costantino.

[330] Nelle monete di Faustina _senior_ e di Faustina _junior_, è

rappresentata una figura di donna che nella destra tiene un globo su

cui posa la fenice coronata di una stella (VAILLANT, _Numismata_, II,

175 e III, 132). In una bella moneta, coniata sotto di Costantino,

mirasi Crispo, figlio di lui, che sta innanzi al padre seduto, e che

gli porge il globo colla fenice. Una moneta di Costantino il giovane

rappresenta l’Imperatore che tiene il globo colla fenice nella destra

mano, e il labaro col monogramma di Cristo nella sinistra (VAILLANT,

III, 247).

[331] La iscrizione suona così:

_Aula Dei claris radiat speciosa metalli_

_In qua plus fidei lux pretiosa micat._

_Martyribus medicis populo spes certa salutis_

_Venit, et ex sacro crevit honore locus._

_Obtulit hoc donum Felix antistite dignum_

_Munus ut aetherea sumat in arce poli._

[332] _Var._, Lib. IX, 16. Epistola di Atalarico a papa Giovanni, IX, 5.

[333] _Var._, Lib. IX, 17.

[334] Lettere di Amalasunta e di Teodato, che annunciano l’avvenimento

al trono: _Var._, Lib. X, 1, 2.

[335] PROCOPIO narra di tutti questi avvenimenti nell’incominciamento

della sua _Storia della guerra gotica_.

[336] MURATORI, _Annal._, ad ann. 534, 541, 566. — BARONIO e PAGI,

ad ann. 541. — PAGI, _Dissertatio Hypatica_, Lugdun., 1682, p. 301. —

PROCOP., _Hist. Arcan._, c. 26. — ONUPH. PANVINII, _Commentar. in_ lib.

III _fastor._, p. 310. — Dal 541 al 566, quei venticinque anni furono

designati dal loro numero _post consul. Basilii_.

[337] PROCOP., _De bello Goth._, I, 6: ἔν Ἀλβανοῖς. Siccome qui non può

essere altro che Albano, si pare che Teodato fosse allora in Roma, nè

già, come afferma il Muratori, in Ravenna: imperocchè la via che di qui

conduce a Bisanzio non passi per Albano. Anche il Gibbon cadde nello

stesso errore. — Dell’antica Alba Longa rimanevano ai tempi di Plinio

alcuni ruderi. In qual tempo Albano (che sorge là dov’era la villa di

Pompeo) fosse edificata, non sappiamo. Ebbe origine da una stazione

militare. I suoi Vescovi cardinali rimontano ad epoca remota. Vedi

l’UGHELLI, _Italia Sacra_, I, p. 248, _sq._

[338] La narrazione che dà Procopio di quella conferenza è così ingenua

che reca in sè l’impronta della verità.

[339] _Var._, Lib. XI, 13.

[340] _Habui multos Reges sed neminem hujusmodi litteratum._ Lode ben

meravigliosa, se si pensi che Roma la indirizza ad un barbaro!

[341] LIBERATO, diacono di Cartagine, nel _Breviar._, c. 21.

[342] Ciò desumo dalle _Var._, lib. X, 13: _quod praesentiam vestram

expetivimus, non vexationis injuriam.... tractavimus. Certe munus est,

videre principem_, etc.

[343] Così traduco, perocchè sieno da intendersi i Goti sotto nome

di _gentis_. — _Numquid vos nova gentis facies ulla deterruit? Cur

expavistis, quos parentes hactenus nominastis? Var._, lib. X, 14.

[344] _Var._, lib. X, 13. _Sed ne ipsa remedia in aliqua parte

viderentur austera, cum res poposcerit aliquos ad nos praecipimus

evocari: ut nec Roma suis civibus enudetur, et nostra concilia viris

prudentibus adjuventur._

[345] È il seguente passo importante che leggesi nelle _Var._, lib. X,

18: _quos tamen locis aptis praecipimus immorari: ut foris sit armata

defensio, intus vobis tranquilla civilitas_; e più in là: _defensio vos

obsidet, ne manus inimica circumdet_.

[346] ANAST., _Vita s. Agapeti_: e di questa ambasceria si trae

notizia anche dalle _Var._, lib. XII, 20. Gravi difficoltà si sollevano

soltanto intorno alla cronologia.

[347] _Var._, lib. XII, 20. Cassiodoro ordinava agli _arcarii_, Tommaso

e Pietro, di restituire al tesoro del san Pietro gli arredi avuti

in pegno, e ne dava lode alla liberalità del Re. Il Principe ariano

non reputava che fosse necessario di dare al Pontefice suo legato la

moneta necessaria alle spese di viaggio. — È prezzo dell’opera che

si leggano le lettere di pace che Teodato e Gudelinda, moglie di lui,

indirizzavano a Giustiniano ed a Teodora: la loro viltà muove schifo

oggidì ancora nell’animo del leggitore.

[348] PROCOPIO riporta le lettere di Teodato e di Giustiniano, le quali

sono ambidue degne di nota.

[349] πόλιν τὲ μικρὰν οἰκοῦμεν, diceva il napoletano Stefano a

Belisario. Procopio dà una bella descrizione del saccheggio e della

presa di Napoli, ma egli mitiga il racconto delle stragi avvenute dopo

la sua caduta.

[350] Γότθοις δὲ ὅσοις ἀμφί τὲ Ῥώμη καὶ τὰ ἐκείνη χωρία. PROCOP., _De

bello Goth._, I, 11.

[351]

_qua limite noto_

_Appia longarum teritur regina viarum._

STATIUS, _Silv._, II, 2, v. 11.

[352] _De bello Goth._, I, 44.

[353] Procopio dice chiaramente che la Via Appia si stendeva fino a

Capua; eppure quella strada continuava fino a Brindisi. Si consulti la

profonda dissertazione del NIBBY (_Delle vie degli antichi_) che forma

la maggior parte del volume IV dell’opera del NARDINI.

[354] L’_Itinerarium Antonini_ fa menzione delle seguenti Stazioni

della Via Appia: _Ariciam M. P. XVI. — Tres Tabernas M. P. XVII. —

Appi Forum M. P. XVIII. — Terracinam M. P. XVIII. — Fundos M. P. XVI.

— Formiam M. P. XIII. — Minturnas M. P. IX. — Capuam M. P. XXVI_. —

Ai tempi di Teodorico esistevano sulle strade principali le poste già

istituite dagli Imperatori, come si pare dalle _Var._, lib. I, 29; V,

5. Ed erano emanate leggi a vietare il malo trattamento ai cavalli, che

è pure onta degl’Italiani d’oggidì.

[355] Intorno a Regeta ed al canale, si consulti il Capo XII della

_Descrizione della Campagna romana_ del WESTPHAL, tedesco dei nostri

tempi erudito negli studî topografici, il quale, simile ad un guerriero

d’animo fervente nella sua missione, moriva sopra una strada di

Sicilia. — Procopio, parlando di Terracina fa menzione del capo di

Circe e della sua figura onde appare simile ad isola: io penso con

dolcissima ricordanza al momento in cui da Astura godei della vista di

quel promontorio.

[356] ἔς ἔδαφος τὲ ὕπτιον ἀνακλίνας ὥσπερ ἱερειόν τὶ ἔθυσεν. PROCOP.,

I, 11.

[357] _Universis Gothis Vitiges Rex. Var._, lib. X, 31.

[358] _Var._, lib. X, 32, 33, 34.

[359] La Via Latina, a cagione della contrada ch’essa percorreva tra i

monti Volsci e gli Abruzzesi, era la più bella strada della Campania.

Innanzi a porta Capena essa si staccava dalla Via Appia, e passando

da porta Latina, si stendeva al di sotto di Anagni, di Ferentino, di

Frosino, e, traghettato il Liri, giungeva a Capua dopo di avere riunite

a sè la Via Labicana e la Via Prenestina. Per uno spazio di nove miglia

dalla porta è oggidì affatto distrutta: più in là se ne scoprono alcuni

avanzi.

[360] Vedonsi oggidì ancora i begli avanzi della porta Asinaria, presso

porta san Giovanni. Una via laterale che si volgeva a diritta conduceva

dalla porta alla grande Via Latina.

[361] MARCELL. COMES dice che la Città fu presa dai Barbari sotto

il consolato di Basilisco e di Armato (anno 476): essa fu ripresa

nell’anno 536: se si creda ad EVAGRIO, addì 9 di Dicembre (Vedi Cardin.

NORIS, _Dissertatio Histor. de Synodo quinta_, p. 54. Patavii 1673).

[362] Il GIBBON fu indotto in errore da Procopio allorchè dice, che i

Goti passassero da ponte Milvio. Il Greco non iscambia in questo passo

soltanto (I, c. 17) il Tevere per l’Anio. Ma siccome Vitige, lasciato

Narni da un lato, passava da Sabina, egli si pare ch’egli movesse sulla

sponda sinistra del Tevere e lo traghettasse da ponte Salaro.

[363] PROCOP., _De bello Goth._, 18. I Greci, dic’egli, chiamavano il

cavallo Phalion, i Goti Balan.

[364] Così spiego la frase: ἔς τίνα γεώλυφον. È il territorio montuoso

su cui s’alzano oggi la Villa Borghese e la Villa Poniatowsky, e che si

stende fino all’_Aqua Acetosa_.

[365] Βανδαλάριος: ancora nel medio evo i Romani usavano del nome di

_Banderario_.

[366] Nessuna dubbiezza s’eleva sulle prime tre porte: la Nomentana

fu fatta abbattere da Pio IV che vi eresse invece la porta Pia. È

controverso se le porte Tiburtina e Prenestina, corrispondano alle

odierne porte di san Lorenzo e Maggiore: i Topografi hanno avviluppata

questa ricerca in un labirinto di ipotesi.

[367] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 19, dice: τήν τε Αὐρηλίαν

(ἤ νῦν Πέτρου ecc.) καὶ τὴν ὑπὲρ τὸν ποταμὸν Τίβεριν, donde si pare

manifestamente che porta Aurelia era al di qua del ponte. A c. 18,

egli aveva già fatta menzione della porta Transteverina: ἤ ὑπὲρ ποταμὸν

Τίβεριν Παγκρατίου ἀνδρὸς ἁγίου ἐπώνυμος οὖσα. Già prima del tempo di

Procopio la costumanza cristiana del popolo aveva private dell’antico

nome le porte di Roma, appellandole da quello delle basiliche erette

in vicinanza. Me ne persuade la _Cosmographia_ del così detto AETHICUS

(ed. GRONOV., _Lugdun._, 1696), che appartiene agli ultimi tempi dello

Impero. Egli chiama già: _divi Apostoli Petri portam_, e dice: _intra

Ostiensem portam quae est divi Pauli Apostoli_ (p. 40, 41).

[368] τραγῳδοὺς καὶ μίμους καὶ ναύτας λωποδύτας: bel rimprovero in

bocca d’un rozzo duce goto di nome Vacis. Leggesi in PROCOP., I, c. 18.

[369] Io numerava jeri cinque molini natanti sul Tevere tra ponte Sisto

e il ponte dell’isola Cestia. Il FABRETTI (_de aquis et aquaed._, diss.

III, p. 170) mosse un’acuta critica a Belisario ed a questi molini,

dimostrando le ragioni del danno che recano. Io posso narrare che nella

primavera dell’anno 1856, in una piena impetuosa del fiume, un molino

era trascinato contro il ponte Cestio e ne recava grave danneggiamento

al parapetto.

[370] Il NARDINI (II, p. 17) afferma che il luogo ove fu dato l’assalto

e dove era il Vivario fosse in vicinanza all’Anfiteatro castrense,

accosto a porta Maggiore. Il NIEBUHR invece (in BUNSEN, I, 658) difende

l’opinione del PIALE contro il NIBBY, sostenendo cioè che all’antica

porta Prenestina corrisponda oggidì porta san Lorenzo. Egli ne trae

argomento dal fatto, che FLAMINIO VACCA dà nome di Prenestina ad una

via che parte di porta san Lorenzo. Ed io trovo che FLAMINIO determini

porta san Lorenzo per l’antica Prenestina, avvegnachè egli narri (n.

15 delle _Memorie_), che presso a porta san Lorenzo furono rinvenute

parecchie urne sepolcrali gotiche, e dica di aver letto che in quel

luogo i Goti avevano tocca una grave sconfitta. Le notizie date dai

Romani di quei tempi che s’appoggiavano alla tradizione, mi sembrano

meritevoli di fede. Primo di tutti l’Anonimo di Einsiedeln determinò

che porta Maggiore fosse l’antica Prenestina.

[371] PROCOP., I, 23. A cagione di questa credenza, egli aggiunge,

quel muro è lasciato anche oggidì nella sua condizione antica senza

restauro. — Non v’ha dubbio che il Muro Torto corrisponda all’antico

_Murus ruptus:_ il Padre ESCHINARDI (_Dell’agro Romano_, p. 286)

accoglie la giusta opinione che fosse così malconcio per opera di un

terremoto. Pio IX fè restaurare bellamente le mura che s’alzano sotto

monte Pincio, ma il Muro Torto non fu tocco.

[372] La porta Janiculense è già da Procopio appellata Pancraziana,

ma nel secolo IX l’Anonimo di Einsiedeln la chiamava Aurelia dal nome

dell’antica via. Egli dice: _a Porta Aurelia usque Tiberim_, etc.

[373] Il BUNSEN dice che il diametro della torre fosse di 329 palmi,

e la periferia di 1033 palmi: la base deve essere stata alta 15. Dopo

la descrizione di Procopio è importante quella che ne dà, quantunque

si abbandoni a fantasticherie, il canonico PIETRO MALLIO nella sua

_Hist. Bas. s. Petri_, c. 7, n. 131, che trovasi nei Bollandisti,

_Acta ss. Junii_, T. VII, p. 50. — Il LABACCO, il PIRANESI, l’HIRT, il

CANINA, nelle loro investigazioni danno soltanto delle belle dipinture.

La storia del Castello fu scritta dal FEA, _Sulle rovine di Roma_;

dal DONATO, _Roma vetus ac recens_, IV, c. 7, e dal VISCONTI, _Città

e famiglie antiche_, Sec. II, p. 220, _sq._ — Quest’ultimo avrebbe

dovuto giustificare la sua asserzione priva di fondamento che Alarico

saccheggiasse il mausoleo e distruggesse l’urna sepolcrale di Adriano.

Avrò spesse volte occasione di tornare a discorrere di questo sepolcro,

della memoria di Adriano nel medio evo: e mi converrà annodare la

narrazione delle sorti di quell’edificio ai tempi che è mio cómpito di

descrivere.

[374] Ecco nell’originale questo passo importante di PROCOPIO, I,

22: τοῦτον δὴ τὸν τάφον οἴ παλαιοὶ ἄνθρωποι (ἐδόκει γὰρ τῇ πόλει

ἐπιτείχισμα εἶναι), τειχίσμασι δύο ἔς αὐτὸν ὑπὸ τοῦ περιβόλου διήκουσι

μέρος εἶναι τοῦ τείχους πεποίηνται.

[375] Il FEA (p. 385) accoglie senza fondamento opinione che Teodorico

comprendesse il sepolcro di Adriano entro le fortificazioni. TEODORICO

DI NIEM (_De Schism. Papistico_, lib. III, c. 10, p. 63) dice che a’

tempi di Ottone il grande, il Castello _carcer Theodorici vocabatur_. —

Esso è chiamato: _Domus Theodorici_ dall’Annalista SAXO, ad ann. 998.

[376] Il PANVINIO (_Resp. Rom._, C., p. 113, _sq._) afferma

erroneamente che s’alzassero mura nel Borgo, alle quali si unissero le

due muraglie di congiunzione. Anche l’ALVERI (_Roma in ogni stato_,

II, p. 114) pone la porta Aurelia presso il portico del san Pietro.

Il NARDINI, I, p. 90, ammette che esistesse la congiunzione delle mura

col sepolcro. Ma tutte queste cose sono involte in tanta oscurità nel

racconto di Procopio, che mettono a disperazione gli Archeologi. Cfr.

BECKER, I, p. 196, e NIBBY, _Mura di Roma_, c. VII.

[377] L’Anonimo di Einsiedeln appella tutt’insieme questa porta, la

mole di Adriano e la sua fortezza col nome di _porta sancti Petri in

Hadrianeo_, e ne enumera 6 torri, 164 _propugnacula_ ossia parapetti,

14 grandi feritoie e 19 feritoie minori. Procopio non fa cenno di

questa porta; ma egli s’è dimenticato di parlare del ponte, ed appena

è che si ricordi del fiume. Egli non parla neppure del ponte trionfale,

perchè esso era già distrutto.

[378] PROCOP., I, 22. Dovremo farne ancora menzione parlando di Adriano

I. Nel medio evo tutto il borgo aveva nome di _Porticus_ o _Portica s.

Petri_.

[379] Allorquando, a’ tempi di Alessandro VI e di Urbano VIII, si

tramutò interamente il mausoleo in castello, negli escavi delle fosse

si rinvenne il celebre Fauno dormente guasto da parecchie mutilazioni,

ed il busto colossale di Adriano. — Narra Tacito che Sabino, fratello

di Vespasiano, difese sè stesso sul Clivo Capitolino dai Vitelliani,

dietro un paratio formato di statue: _Sabinus — revulsas undique

statuas, decora Majorum, in ipso aditu vice muri objecisset_ (_Hist._,

III, 71). È questo il primo esempio di vandalismo di simil genere, e lo

compierono Romani antichi.

[380] Le canzoni che i Goti cantavano innanzi a Roma, morirono

sventuratamente col loro popolo. Una sola di quelle avrebbe ai dì

nostri inestimabile pregio.

[381] PROCOPIO (I, 24) esprime quella profezia colle parole: ἦν τὲ

υἴοιμεν ζὲ καὶ ιβένυω, καὶ κατένησι γῤ σοενιπιήυ ἔτι σὸ πιαπίετα. Egli

opina però che gli oracoli sibillini trovassero conferma e spiegazione

soltanto dall’esito degli avvenimenti. Non mi fu dato di ricavare

notizie dai frammenti degli oracoli sibillini dell’OPSOPEO, che a pag.

483 riporta il passo antedetto.

[382] PROCOP., I, 25: ἔχει δὲ τὸν τεὼν ἐν τῇ ἀγορᾷ πρὸ τοῦ βουλευτηρίου

ὀλίγον ὑπερβάντι τὰ τρία φᾶτα. οὖτω γὰρ Ῥωμαῖοι τὰς μοίρας νενομίκασι

καλεῖν.

[383] Tale spiegazione è data dietro un passo di Plinio (34, 5) da

CARLO SACHSE: _Gesch. und Beschr. der alten Stadt Rom._, Hann., 1824,

I, p. 700, n. 775. — Lo segue il BUNSEN, III, 2, p. 120. — Il NIBBY

(nelle sue annotazioni al NARDINI, II, p. 216, il quale ne dà una

spiegazione poco soddisfacente) determina giustamente che il tempio

di Giano fosse collocato presso il _Secretarium_ del Senato. Il Giano

Gemino era in origine la porta Januale che aprivasi nelle mura antiche

della Città. Se ne vede la figura sopra una moneta coniata ai tempi

di Nerone coll’iscrizione: _S. C. Pace Pr. Terra Mariq. Parta. Janum.

Clausit_. L’antica costumanza romana si svela sotto altra forma in Roma

cristiana, nell’usanza di aprire e di chiudere le porte sacre di alcune

basiliche in occasione del Giubileo.

[384] Ne trovo conferma in un antico litografo romano del secolo V

(Tom. III, _Classicor. Auctor. e Vat. Cod._, editi dal cardinal MAI,

_Mythographus_, I, p. 40). Dopo di aver dato spiegazione «_de tribus

furiis vel Eumenidibus_» prosegue:

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 36 / 38 题