110. _de tribus fatis_.

_Tria fata etiam Plutoni destinant. Haec quoque destinant. Haec

quoque Parcae dictae fer antiphrasin, quod nulli parcant. Clotho colum

bajulat, Lachesis trahit, Atropos occat. Clotho graece, latine dicitur

evocatio; Lachesis, sors; Atropos, sine ordine._

[385] I due inni furono letti dal NIEBUHR in un manoscritto della

biblioteca Vaticana, e furono da lui publicati nel _Rhein_. _Mus._,

III, p. 7, 8. Egli ne riferisce l’origine agli ultimi tempi dello

Impero. La glossa _de tribus fatis_ riportata di sopra si accorda

mirabilmente col primo inno. Essa contiene l’istessa frase: _Clotho

colum bajulat_, ed io credo che, se non ne sia autore lo stesso

Mitografo, sieno almeno ambedue scritture dello stesso tempo, del

secolo V. — L’inno mondano sembra che fosse indiritto ad una statua di

Venere: nel verso «_Furis ingenio non sentias dolum_» credo di vedere

espresso il timore di predoni di statue, ed imagino che fosse un inno

di duolo che un Romano volgesse ad un simulacro suo diletto. Assai

oscura è l’ultima strofa. Del resto eranvi Pagani ai tempi ancora di

Teodorico (_Edictum Theodorici Regis_ CVIII, nelle _Op_. CASSIODORI).

Nè havvi dubbio che fossero alcuni Pagani anche in Roma, quando pure

il tentativo di aprire le porte del tempio di Giano possa essere stata

opera di alcuni giovani, la cui fantasia fosse accesa di rimembranze

dalla pugna combattuta.

[386] στρατιώτας τε καὶ ἰδιώτας ξυνέμιξε. Egli è questo il titolo

onorevole accordato ai Romani. PROCOP., I, 24.

[387] Sonavansi alcuni organi sulle mura. Doveva essere uno spettacolo

meraviglioso. Nè saranno mancati inni con rimembranze antiche cantati

dalle genti di guardia. — Nell’anno 924 quando il popolo di Modena

vegliava in armi contro gli Ungheri assalitori, i cittadini cantavano

un loro bell’inno in buon latino:

_O tu, qui servas armis ista moenia_

_Noli dormire, moneo, sed vigila._

_Dum Hector vigil extitit in Troja_

_Non eam cepit fraudulenta Graecia_ ec.

MURATORI, _Dissert._ 40, e OZANAM, _Docum. inédits_ etc., p. 68, 69. La

purezza della lingua induce a credere che quell’inno sia assai antico,

e nel ritmo e nel suono è simile ai due canti del NIEBUHR.

[388] Il testo di ANASTAS., _Vita s. Silverii_ narra con ingenuo

discorso: _Et ingresso Silverio cum Vigilio solo in Manseolum, ubi

Antonina patricia jacebat in lecto, et Belisarius patricius sedebat ad

pedes ejus_ etc.

[389] LIBERATUS DIAC., nel _Breviar._, c. 22, narra distesamente la

storia di Silverio. Egli racconta che la morte di lui avvenisse in

Palmarola (secondo altri in Ponza) e che ne fosse reo Vigilio. Intorno

alla Cronologia si consulti il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, p. 75,

76.

[390] Il NIBBY (_della Via Portuense e dell’antica città di Porto_,

Roma, 1827) ha sul porto dei Romani un erudito lavoro che io ho

seguito. Si consulti anche il suo _Viaggio di Ostia_, e le ricerche del

FEA e del RASI, intorno al porto di Ostia e di Fiumicino.

[391] Così ne scrive l’appellato AETHICUS (ed. Gronov., p. 41): _Insula

vero, quae facit intra urbis portum et Ostiam civitatem, tantae

viriditatis amoenitatisque est, ut neque aestivis mensibus neque

hyemalibus pasturae admirabiles herbas dehabeat. Ita autem vernali

tempore rosa, vel caeteris floribus adimpletur, ut prae nimietate sui

odoris et floris insula ipsa Libanus almae Veneris nuncupetur_.

[392] Quest’importante descrizione di Ostia e di Porto è data da

PROCOPIO, I, c. 26. Giova consultare CASSIODORO, _Var._, lib. VII,

9. _La Tor’ Bovaccina_, che è una torre del medio evo la quale s’alza

sulla sponda del fiume, determina oggidì l’estremo confine dell’antica

Ostia. Tutto il territorio è una regione selvaggia e deserta, di stile

grandioso, che inondata dalle acque induce tristezza nell’animo. — Si

veda anche CLUVER, _Ital. Antiqua_, III, p. 870, _sq._

[393] Procopio narra che durante l’assedio si dessero sessantanove

combattimenti.

[394] I nomi di quegli acquedotti non ci furono conservati da Procopio.

Dalle carte del FABRETTI, _De Aquis et Aquaed._, Tav. I, si pare che

ivi potessero incontrarsi l’acquedotto Claudio ed il Marcio.

[395] Il san Paolo non era allora peranco difeso dalla fortezza che vi

fu eretta soltanto nel secolo IX. PROCOP., II, 4: ἐνταῦθα ὀχύρωμα μὲν

οὐδαμῆ ἔστι, στοά δέ τὶς ἄχρι ἔς τὸν νεὼν διήκουσα ἔκ τῆς πόλεως, ὄλλαι

τὲ πολλαὶ οἰκοδομίαι ἁπ’ αὐτῶν οὗσαι οὔκ ἒυφοδον ποιοῦσι τὸν χῶρον.

[396] Esiste un Editto di Teodorico in 154 articoli, che è un cattivo

riassunto degli ordinamenti legislativi romani, come narra il SAVIGNY.

[397] La Cronologia di Procopio è inesatta nella parte che riguarda

il secondo ed il terzo anno della guerra. Laddove secondo il suo

computo dovrebbe accogliersi il dato della primavera ossia dell’Aprile

dell’anno 535, è manifesto che Vitige partisse nella primavera del

538, ossia dopo la fine del terzo anno della guerra. Il cardinal NORIS

(_Dissert. hist. de Syn._ V, p. 54) rimprovera a Procopio di aver

confuso insieme il secondo col terzo anno di guerra: io trovo però che

dopo il terzo anno egli si restituisce nell’esattezza coi suoi computi.

[398] Il MURATORI sostiene con sana opinione contro il PAGI che questo

avvenimento succedesse verso la fine dell’anno 539. _Annal._, ad ann.

340. — _Dissert._ 32.

[399] ANASTAS., _Vita Vigilii_. — Il MABILLON (_Iter. Ital._, III, p.

77) vide nel Museo Landi in Roma, nell’anno 1685, uno scudo votivo in

bronzo di Belisario, _Vitigem regem supplicem exhibens_.

[400] Il cognome di Totila era Baduela, come si pare anche dalle

monete coll’iscrizione: D. N. BADUILA REX, e come lo chiamano anche la

_Histor. Misc._ e Giornande. — Anastasio scrive Badua o Badiulla.

[401] _Multa mala facis, multa fecisti, jam ab iniquitate compescere.

Equidem mare transiturus es, Romam ingressurus, novem annis regnabis,

decimo morieris. Hist. Misc._, XVI, p. 458, e _Annal. Benedict._, nel

MABILLON, ad ann. 541, T. I, p. 97.

[402] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 26.

[403] Gravi difficoltà s’incontrano nella cronologia, poichè il

continuatore della Cronica di MARCELL. COM., sembra accogliere l’anno

544 per la caduta di Napoli. Ma il MURATORI sostiene invece che

avvenisse nel 543, e anche il PAGI afferma che Totila in quest’anno

movesse contro Roma.

[404] PROCOP., III, 9.

[405] PROCOP., III, 10.

[406] Nella cronologia io seguo il MURATORI, il PAGI e PROCOPIO, nè

mi vi sconforta il cardinal NORIS (_Dissert. Hist. de Syn._ V, p. 54).

PROCOPIO narra che Roma fosse cinta d’assedio nell’undecimo anno della

guerra (quindi 545-546). Il GIBBON pone il Maggio dell’anno 546, ma

non riesce a dimostrare che avvenisse in quel mese. Il BARONIO, sulla

fede del continuatore di Marcellino, di Mario Aventic. e di Teofanio,

accoglie l’anno 547, ma il MURATORI ne combatte l’opinione.

[407] Ricavo questa notizia dal _Dial._ III, c. 5, di S. GREGORIO dove

dice di Totila: _Ad locum, qui ab octavo hujus urbis milliario Merulis

dicitur, ubi tunc ipse cum exercitu sedebat_. Oggidì ancora quel luogo

ha nome di _Campo di Merlo_. Narra Gregorio che Totila vi avesse fatto

venire Cerbonio vescovo di _Populonium_, il quale aveva celati alcuni

soldati greci, e che poi in uno spettacolo (probabilmente dopo la presa

di Roma) lo avesse dato in balia di un orso, il quale vi passò innanzi

sprezzandolo.

[408] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 1, e LIBERAT. DIACON., _Breviar._, c.

22.

[409] Dovevano essere condannati Teodoro di Mopsuestia, i libri di

Teodoreto di Ciro contro i XII Capitoli di san Cirillo, e una lettera

di Iba di Edessa.

[410] ANASTAS., _Vita Vigilii_.

[411] ANASTAS., _in Vigilio: videntes Romani, quod movisset navis, in

qua sedebat Vigilius, tunc populus coepit post eum jactare lapides,

fustes et cacabos, et dicere: fames tua tecum, mortalitas tua tecum:

male fecisti cum Romanis, male invenias ubicumque vadis_. Avvenimento

straordinario, a cui fu somigliante come copia a originale l’altro

succeduto ai tempi di Eugenio IV, novecento anni più tardi. Ne dubitano

il BARONIO, il PAGI, il MURATORI, non già il PLATINA. È impossibile al

Cronista di trovare notizie delle circostanze particolari del fatto.

Si paragoni anche la _Vita Vigilii ex_ AMALRICO AUGERIO (MURATORI,

_Script._, III, 2, p. 51).

[412] _Continuat. Marcell. Com._, ad ann. 547: _Totila dolo Isaurorum

ingreditur Romam die XVI Kal. Januarii_. — ANAST., _in Vigilio_,

afferma che i Goti penetrassero per porta san Paolo (tuttavia Procopio

è testimonio che merita fede maggiore): _Die autem tertiadecima

introivi in civitatem Romanam indict. 14 per portam s. Pauli_; e questo

deesi riferire alla seconda presa di Roma al tempo di Totila. — Gli

argomenti pei quali il cardinal NORIS, p. 54, afferma che Roma cadesse

nell’anno 547, sono a ragione rifiutati dal MURATORI e dal PAGI.

Le narrazioni dei Cronisti sono di molto discordi: così, secondo i

_Fragm._ CUSPINIANI, Totila avrebbe distrutte le mura di Roma soltanto

nell’anno 548.

[413] Questo tratto di umanità è narrato da ANAST., _in Vigilio: tota

enim nocte fecit buccina clangi, usque dum cunctus populus fugeret, aut

per ecclesias se celaret, ne gladio Romani vitam finirent._

[414] Anastasio ricorda i nomi di tre patrizi, Cetego, Albino e

Basilio, che altra fiata avevano tenuto il consolato. Flavio Basilio

juniore era stato l’ultimo console nell’anno 541. Gli anni seguenti

furono segnati dal loro numero _post consulatum Basilii_.

[415] PROCOP., III, 20.

[416] _Ingressus autem Rex habitavit cum Romanis quasi pater cum

filiis._ ANASTAS., _in Vigilio_. — E Procopio ne lo loda, III, 20,

verso la fine: μέγα τὲ κλέος ἐπὶ σωφροσύνῃ ἔκ τούτου τοῦ ἔργου Τωτίλας

ἔσχε.

[417] ὑπὲρ ἀνδρῶν ἐπταικότων τὲ καὶ δεδυστυχηκότων παραιτούμενος.

PROCOP., III, 21.

[418] PROCOP., III, 22. — Non può mettersi in dubbio che la parte

delle mura, che si stende fra porta Prenestina e porta Pinciana, non

sia stata allora demolita. In quel tratto le mura sono oggidì le più

deboli, e vi si vedono restaurazioni operate nell’età di mezzo.

[419] Il savio MURATORI, _Annal._, ad ann. 546, dice: _laonde gli passò

così barbara voglia, se pure mai l’ebbe_.

[420] PROCOP., III, 22.

[421] Il Continuatore di MARC. COM., ad ann. 547, dice: _ac evertit

muros, domus aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in

praedam accepit_. — PROCOP., IV, 22: ἐπεὶ ἐμπρήσας αὐτῆς πολλὰ ἔτυχεν,

ἄλλως τε καὶ ὑπὲρ Τίβεριν ποταμόν. — IV, 33: ἐτύγχανε δὲ Τωτίλας πολλὰς

μὲν ἐμπρησάμενος τῆς πόλεως οἰκοδομίας.

[422] LEONARDO ARETINO (morto nell’anno 1444) scrisse bellamente una

storia della guerra gotica sulle orme di Procopio, intitolata: _De

bello Italico adv. Gothos_, lib. IV, che trovasi in appendice al Zosimo

dell’edizione di Basilea. Quel passo degno di nota leggesi verso la

fine del libro III, p. 333. — Le favole intorno alla rovina di Roma, e

particolarmente sulla distruzione degli obelischi operata da Totila,

sono narrate da due scrittori che trattarono degli obelischi della

Città, dal MERCATI (_Degli obelischi di Roma_, 1589) e dal BANDINI

(_De Obelisco Caes. Aug._, 1750) che giura sulla fede del primo. Ecco

un esempio del loro senno critico: GIORNANDE (_De regni success._,

MURAT., _Script._, I, p. 242) dice: _omniumque urbium munimenta_

(baluardi) _destruens_, ed il MERCATI legge _monumenta_ (monumenti!).

Tuttavia ancor più degno di biasimo è il BANDINI, il quale scriveva nel

tempo in cui un discendente dei Goti, il WINCKELMANN, dava ai Romani

insegnamenti sull’arte dell’antichità, ed illustrava la storia dei loro

monumenti.

[423] S. GREGOR., _Dialog._ II, c. 15: _Roma a gentibus non

exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis, turbinibus ac terrae motu

fatigata, marcescet in semetipsa_. Questa profezia, dice il Pontefice,

si compiè alla lettera; e questo detto mentre da un lato discolpa i

Barbari dall’accusa, è prova del decadimento di Roma nel quale noi la

vedremo più tardi precipitare ogni dì più.

[424] Vuolsi che Algido fosse situato ov’è oggidì il castello

dell’Aglio, le cui rovine coronano la sommità di un monte in vicinanza

di Rocca Priora. Ma l’Algido di Procopio doveva essere posto altrove,

imperocchè come mai i Goti accampati sopra un monte della terra

d’Albano avrebbero potuto operare contro Porto? Il Nibby propone che

sia da leggere _Alsium_ ch’è l’odierno Palo. Vedasi la sua _Analisi

della Carta_ ec., I, p. 129.

[425] JORNAND. (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice

energicamente: _Cunctos Senatores nudatos, demolita Roma(!), Campaniae

terra transmutat_.

[426] Il Continuatore di MARCELL. COM., dice: _Post quam devastationem

XL aut amplius dies Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi

bestiae morarentur_. — PROCOP., III, 22: ἔν Ῥώμῃ ἅνθρωπον οὐδένα ἐάσας,

ἀλλ’ ἔρημον ἀυτὴν τὸ παράπαν ἀπολιπών.

[427] Per desiderio ardente di tornarsene alla città nativa, τῆς τὲ

ὲν Ῥώμῃ οἰκήσεως ἐπιθυμίᾳ dice PROCOPIO, III, 24: ed è passione, anzi

malattia antica degli uomini.

[428] A queste macchine dette τρίβολοι il GIBBON dà a torto descrizione

di trabocchetti: meglio il MURATORI le spiega per cavalli di Frisia.

Il DUCANGE nel suo _Glossar._, reputa che _tribulus_ sia lo stesso

che _trabuchetum_, macchina che scaglia sassi, locchè qui non può

accogliersi. Egli non cita il passo che si riferisce al punto di storia

di cui trattiamo, ma egli conosce la macchina da una descrizione di

VEGETIUS, 3, c. 24.

[429] PROCOP., III, 37.

[430] PROCOPIO (III, 24), per vero dire, parla soltanto dei ponti

del Tevere, e dice, che il solo ponte Milvio non sia stato distrutto,

perchè era vicino alla Città. Tuttavia possiamo persuaderci di leggieri

che fossero i ponti sull’Anio quelli che Totila distrusse, poichè

questo fiume interrompe la via che mena a Tivoli. Egli tagliò ponte

Salaro, ponte Nomentano, ed anche ponte Mammolo, ma naturalmente non

già ponte Lucano che stava al di sotto di Tivoli.

[431] ALBERTO CASSIO, il quale con somma diligenza compilò una storia

degli acquedotti di Roma, accoglie questa opinione. Vedi il suo

_Corso delle acque antiche_, Roma 1756, T. I, n. 28, p. 260. Infatti

un’iscrizione mutilata, di cui leggesi una parte che dice: _Belisarius.

Adquisivit. Anno. D_..., fu rinvenuta sopra un’arcata dell’acquedotto

presso il lago Sabbatino nelle vicinanze di Vicarello. Appresso mi

sarà data occasione di confortare quest’opinione colla testimonianza

ricavata da un passo del _Liber Pontif., Vita Honor._, che il Cassio

sembra non aver avuto sott’occhio.

[432] ANASTAS., _in Vigilio: in qua scripsit victorias suas_. E qui

è da prendersi nel significato del greco γράφειν, non già in quello

più comune di _scribere_. — Alcune iscrizioni sepolcrali del tempo

di Belisario che trovansi in Roma, sono preziose per la Storia. Il

MURATORI nel _Nov. Thes. Vet. Inscr._, p. 1852, n. 12, ne dà quella

di uno _Spatharius domini Patricii Belisar._; ed io mi feci mostrare

dai monaci di san Pancrazio in Via Aurelia i frammenti dell’iscrizione

funeraria di un tintore che il MARINI riporta nelle annotazioni ai suoi

_Pap. Dipl._, p. 251, n. 28.

[433] καὶ πανταχόθι τῆς πόλεως σῖτον ἐντὸς τοῦ περιβόλου σπείρας: passo

preziosissimo che vale a dipingerci le condizioni di Roma a quel tempo.

PROCOP., III, 36.

[434] La ricordanza del luogo ov’era situato questo campo deve essersi

conservata a lungo. Io credo di trovarne vestigio in un registro di

amministrazione ecclesiastica in cui vien fatto cenno di una _massa_

situata _juxta campum Barbaricum ex corpore patrimon. Appiae._

(_Collect._ DEUSDEDIT che trovasi nella _Breve Istor. del dom. Temp._

del BORGIA a pag. 12, nei documenti).

[435] PROCOP., IV, 21.

[436] Non v’ha alcun dubbio che il foro boario ne avesse nome; infatti

OVIDIO (_Fastor._, 6, v. 478) dice: _area quae posito de bove nomen

habet_. E vedansi TACIT., _Annal._, 12, c. 24; PLIN., II, 34, ai quali

richiamò la mia attenzione il NARDINI, _Roma Ant._, II, p. 257. — Dagli

undici epigrammi di Ausonio sulla vacca di Mirone traggo i due versi:

_Quid me, taure, paras, specie deceptus, inire?_

_Non sum ego Minoae machina Pasiphae._

L’Antologia greca contiene trentasei epigrammi. — Il WINCKELMANN

(_Gesch. der Kunst des Altert._, IV, vol. 9, c. 2, nota 372) è indotto

dal passo succitato di Procopio ad accogliere l’opinione che la vacca

di Mirone fosse allora in Roma: il FEA, che tradusse l’opera, si

associa all’opinione di lui.

[437] CASSIODORO (_Var._, lib. X, 30) ne prende argomento a parlare con

loquacità infantile intorno alla natura degli elefanti.

[438] PROCOP., _Histor. Arcana_, c. 8: ἐπὶ τῆς εἶς τὸ καπετώλιον

φερούσης ἀνόδου ἔν δεξιᾷ ἔκ τῆς ἀγορᾶς ἐνταῦθα ἱόντι. Dalla descrizione

di Stazio (_Silv._, I, v. 66) la statua equestre si sarebbe eretta

tra la basilica Giulia e la Emilia; avrebbe avuto a tergo il tempio di

Vespasiano e della Concordia, e di fronte il _Lacus Curtius_. È certo

dunque che si alzava nel luogo ove stava più tardi la colonna di Foca.

— Il NIBBY opina che al tempo in cui fu compilata la _Notitia_, alla

statua equestre di Domiziano si desse nome di _Caballus Constantini_

(Vedi _Roma Ant._, p. 138). Difficilmente essa sarebbe sfuggita allo

sguardo di Procopio se avesse ancora esistito.

[439] Ho già citato il passo di Procopio, IV, 22.

[440] Νεώσοικος significa _Navale_. Io ho già dichiarato ove fossero

probabilmente situati i _Navalia_, ma la espressione di Procopio ἔν

μέσῃ τῇ πόλει involge in gravi difficoltà.

[441] Procopio vide nell’isola di Corcira la nave di marmo in cui

Ulisse navigò ad Itaca, ma vi lesse l’iscrizione che diceva essere

essa un dono votivo offerto a Giove Casio. In Eubea egli vide la nave

offerta in dono votivo da Agamennone e ne reca la iscrizione mutilata

(_De bello Goth._, IV, 22). In Roma stessa egli avrà veduti parecchi

di quei vascelli votivi in marmo: ed oggidì uno ancora ne rimane, sul

monte Celio, innanzi alla chiesa di santa Maria in Navicella. Esso è

però la copia di uno antico, eseguita ai tempi di Leone X.

[442] PROCOP., IV, 33: τειχίσματι βραχεῖ ὀλίγην τινὰ τῆς πόλεως μοῖραν

ἀμφὶ τὸν Ἀδριανοῦ περιβαλὼν τάφον καὶ αὐτὸ τῷ προτέρῳ τείχει ἐνάψας

φρουρίου κετεστήσατο σχῆμα.

[443] πολλοὶ τῶν ἀπὸ τῆς ξυγκλήτου βουλῆς dice chiaramente Procopio

(IV, 34).

[444] Procopio (ibid.) parla di trecento giovinetti delle città

d’Italia: τῶν ἔκ πόλεως ἑκάστης δοκίμων Ῥωμαίων τοὺς παῖδας ἀγείρας.

Questo passo venne franteso dal CURTIUS (_De Senatu Rom._, p. 142), il

quale reputa che quei giovinetti condotti in ostaggio fossero figli

di Senatori romani. All’istesso errore fu indotto RUGGIERO WILLIAMS,

nel suo eccellente scritto intitolato: _Roma dal secolo V al secolo

VIII_, edito nella _Gazzetta delle Scienze istoriche_ dello SCHMIDT,

II, dispensa 2, pag. 141. Del pari egli erra allorchè narra che

Totila abbia formalmente soppresso il Senato, indi l’abbia riposto in

autorità: non ve n’ha il menomo cenno in Procopio. Totila condusse in

cattività i Senatori, e più tardi ne richiamò alcuni nella Città.

[445] Anche nei tempi successivi avrò sempre riguardo alla storia del

Senato. Dopo di aver consultati tutti gli scrittori di storia che io mi

conosca, intorno a questa curiosa ricerca, trovai che quell’opinione

è pienamente accolta e confermata da CARLO HEGEL nella profonda sua

opera intitolata: _Storia della costituzione delle città italiane_,

Vol. I, V. — E per dirla in breve, il Senato romano si estinse colla

distruzione del regno dei Goti: _Deinde paullatim Romanus defecit

Senatus, et post Romanorum libertas cum triumpho sublata est. A

Basilii namque tempore Consulatum agentis usque ad Narsetem Patricium

provinciales Romani usque ad nihilum redacti sunt_. Così AGNELLO,

biografo dei Vescovi di Ravenna, T. II, _Vita s. Petri Senior._, c. 3.

[446] L’antica colonia romana di Nepi o Nepet (Νὲπα in Procopio) è un

piccolo luogo posto presso a Civita Castellana. Più tardi ci avverrà di

trovarla seggio di _Duces_. WILLIAM GELL (_The Topography of Rome and

its Vicinity_) vuole riconoscervi alcuni avanzi di una fortezza gota;

e ciò richiede un occhio acuto assai. — Pietra Pertusa è situata sulla

Via Flaminia a dieci miglia di distanza da Roma. Dopochè i Longobardi

l’ebbero distrutta, ne rimase il nome ad un casale. Vedi il WESTPHAL,

p. 135. — Intorno ai nomi ed alle posizioni si consulti il CLUVER,

_Ital. ant._, II, p. 529.

[447] Αὐτὸς δὲ Ῥώμην διακοσμῶν αὐτοῦ ἔμεινε. PROCOP., IV, 34.

[448] Qui Procopio pone fine alla sua inestimabile storia della guerra

gotica, dopo di avere con pochi cenni detto che i Greci (ai quali egli

dà sempre nome di Ῥωμαῖοι) s’erano impadroniti di Cuma e di tutte le

altre fortezze. Aligerno con somma bravura difese per un intiero anno

Cuma e la grotta della Sibilla.

[449] JORNAND., _De reb. Get._, c. 5: _Unde et pene omnibus barbaris

Gothi sapientiores semper extiterunt, Graecisque pene consimiles_. È

prezzo dell’opera che si legga la celebre lettera di Sisebuto re dei

Visigoti ad Adelvaldo re de’ Longobardi in cui quegli celebra l’eroica

indole degli uomini germanici: _Genus inclitum, inclita forma, ingenita

virtus, naturalis prudentia, elegantia morum_. Trovasi nel TROYA, _Cod.

Dipl. Long._, I, p. 571, tratta dal FLOREZ, _España Sagrada_, VII,

321-328.

[450] Si legga la _Historia Arcana_, c. 6 e seg., nella quale Procopio

pone alla berlina Giustiniano, dipingendolo uomo malvagio, doppio,

ingannatore, avaro, sanguinario, tracciandone l’imagine sul modello del

ritratto di Domiziano. Procopio vi fa seguire (c. 9) la descrizione

infamante di Teodora, la quale potrebbe sembrare esagerata anche

al libertino più sperimentato. Si consultino le annotazioni erudite

dell’ALEMANNUS a quei passi.

[451] MURATORI, _Annal. d’Italia_, ad ann. 555. Si veda anche il sano

giudizio che ne reca il LA FARINA nella sua _Storia d’Italia_, I, p. 61

e seg.

[452] FLAMINIO VACCA vi narrava con fedele semplicità ciò ch’egli aveva

veduto trarre dagli escavi eseguiti al tempo suo. Egli raccoglieva

le sue pregevoli osservazioni intorno a parecchi monumenti antichi

per incarico di Anastasio Simonetti antiquario di Perugia. Quelle

memorie furono edite dal FEA nella _Miscellan._, Tom. I, e dal NIBBY in

appendice alla _Roma Antica_ del NARDINI, sotto il titolo: _Memorie di

varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, scritte

da_ FLAMINIO VACCA _nell’anno 1594_.

[453] Intorno ai forami dei monumenti di Roma scrissero parecchi

Archeologi. Il SUARES, vescovo di Vaisson, nell’anno 1651, dedicava

a queste ricerche un suo scritto intitolato: _Diatriba de foraminibus

lapidum in priscis aedificiis_, nel quale egli pone sette ipotesi senza

decidere quale meriti maggior fede. Egli propone: 1.º che i Barbari

nel loro furore, non potendo demolire da capo a fondo i monumenti, vi

recassero il guasto: 2.º che i monumenti ricevessero danneggiamento

dalle case costruitevi sopra, oppure: 3.º dai serragli fatti nei

rivolgimenti: 4.º dall’avidità di strapparne gli arpioni di metallo:

5.º dagli escavi fatti a ricercarvi tesori: 6.º dall’uso dei loro

materiali adoperati alla costruzione di fortezze: 7.º dalla erezione di

botteghe sovrapposte al Colosseo. — Si veda inoltre l’eccellente opera

del MARANGONI, _Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano_,

Roma 1747, p. 47 e seg. — Il FEA, _Sulle rovine di Roma antica_, p.

276, 277, parla con senno dell’impossibilità che i forami fossero

tutti fatti dai Barbari. Il VACCA con ingenuità dice: _tutti bucati

all’usanza de’ Goti, per rubarne le spranghe_ ecc. Io credo che forami

per la maggior parte avessero origine dallo strappamento degli arpioni

nei tempi di penuria di metallo.

[454] FLAMINIO VACCA, n. 17.

[455] FLAMINIO VACCA, n. 81.

[456] FLAMINIO VACCA, n. 103. Non è determinato quale fosse quest’arco:

forse sarà stato quello di Settimio Severo.

[457] AGATHIAS, ch’è lo scipito e prolisso continuatore di Procopio,

dà una compiuta descrizione di questa battaglia: _Historiar._, II, c.

4 e seg. (ed. Bonn.). Si legga anche PAUL. DIACON., _De gest. Longob._,

II, c. 2. — Reca stupore che la Cronica di MARIO AVENTIC. disgiunga di

sette anni i tempi di Bucelino da quelli di Leutari.

[458] SIGON., _De Occid. Imp._, p. 553.

[459] AGATHIAS, II, c. 13: ἔς Κάμψας τὸ φρούριον. Il MURATORI accoglie

opinione che fosse il castello di Compsa, ch’è l’odierno Consa, antico

borgo del territorio Arpinate di cui si può cercare notizia nel CLUVER,

_Ital. ant._, IV, p. 1204. — Colla presa di Compsa, cessa Agatia di

fare parola intorno ai Goti. Da parecchi scrittori si pare che Narsete

non cacciasse d’Italia gli ultimi Goti, ma ch’eglino continuassero

a dimorare presso le sponde del Po. Si fa ancor cenno di un goto

Guidino, il quale, coll’ajuto dei Franchi, si sollevava in Verona ed

in Brescia contro Narsete. Si consultino PAUL. DIAC., II, 2, THEOPHAN.,

_Chronogr._, p. 201, MENANDER, _Excerpta_, p. 133, (quest’ultimo parla

però soltanto di Franchi). — Il MURATORI s’industria a dimostrare che

questa sollevazione avvenisse nell’anno 563.

[460] SIGON., _De occid. Imp._, p. 556.

[461] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 18.

[462] _Pragmatica Sanctio Justiniani Imper._, nel _Corpus Juris

civ._ di GOTOFREDO, T. II, Parigi 1628, fra le _Novellae Constit._

nell’Appendice, p. 684 e seg. La Sanzione Prammatica fu emanata

nell’anno vigesimottavo di regno di Giustiniano, agli idi di Agosto, e

fu indiritta ad Antioco, prefetto d’Italia.

[463] _Quae beatissimo Papae vel amplissimo senatui nostro pietas in

praesenti contradidit._

[464] La _Pragm. Sanctio_ al § 12, dispone espressamente in riguardo

ai giudici della provincia: _Ab episcopis et primatibus uniuscujusque

regionis idoneos eligendos_. Di questi argomenti importanti tratta con

somma chiarezza CARLO HEGEL, pag. 126.

[465] Il passo di _Iohann. Lydus, de Magistr._, III, c. 55, che dice:

τῇ δὲ Ῥώμῃ τὰ Ῥώμης ἀπέσωσεν mi sembra un giuoco di frase.

[466] _Viros etiam gloriosissimos ac magnificos Senatores ad nostrum

accedere comitatum volentes_ etc. (_Sanct. Pragm._, c. 27).

[467] _Vel foro aut portui Romano._ — Che qui per foro non si abbia a

intendere che il mercato del pane e delle grasce, sembrami che si deva

ricavare dalla sua connessione con _portus_.

[468] ANASTAS., _in Vigilio_, ed il continuatore di MARCELL. COM.,

dicono che la morte del Papa avvenisse nell’anno 554. Il PAGI a miglior

ragione la pone all’anno 555.

[469] _Multitudo religiosorum et sapientium nobilium._ ANASTAS., _in

Pelagio_.

[470] La lettera di Adriano si legge tra gli Atti del secondo Concilio

di Nicea nel LABBÉ, Tom. VIII, p. 1591. Il Pontefice vi novera le

chiese di Roma che erano principalmente adorne di musaici, e, dopo di

aver tenuto discorso del san Silvestro, del san Marco, della basilica

di Giulio, del san Lorenzo in Damaso, della santa Maria (Maggiore)

e del san Paolo, dice della basilica dei santi Apostoli: _Mirae

magnitudinis ecclesiam apostolorum a solo aedificantes historias

diversam tam in musivo quam in variis coloribus cum sacris pingentes

imaginibus_.

[471] Si fa seguace di questa opinione anche ANDREA FULVIO, _Ant.

Rom._, V, là ove parla delle chiese cristiane. Il VOLATERRANO,

protonotario e vicario della basilica dei santi Apostoli, descrisse la

chiesa nell’anno 1454, ed il MARTINELLI (_Roma ex ethn. sacra_, p. 64 e

seg.), ne trasse lo scritto dal _Cod. Vat._, 5560. Il VOLATERRANO vide

la chiesa antica e lesse sull’abside i versi seguenti:

_Pelagius coepit, complevit Papa Ioannes_

_Unum opus amborum par micat et meritum._

[472] Il VOLATERRANO nel MARTINELLI.

[473] Il GALLETTI (_Del Primicerio_ ec., n. LXI, p. 323, nel FEA,

_Sulle rovine di Roma_, p. 355, nota D) dà il documento tratto

dall’Archivio di santa Maria in Via Lata dell’anno 1162. A quello io mi

riporto.

[474] Trovasene la copia stampata perfettamente nel MARINI,

_Papir. Diplom._, N. I. — Le appellazioni topografiche appartengono

indubbiamente al tempo dei _Mirabilia_ e dell’_Ordo Romanus Benedicti_.

[475] _Pragm. Sanctio_, c. 25.

[476] _Imperante D. N. Piissimo ac Triumphali semper Justiniano P.

P. Augusto Ann. XXXVIIII. Narses Vir gloriosissimus ex praepositus

Sacri palatii ex cons. atque patricius post victoriam Gothicam ipsis

eorum regibus celeritate mirabili conflictu publico superatis atque

prostratis libertate urbis Romae ac totius Italiae restituta pontem

viae Salariae usque ad aquam a nefandissimo Totila tyranno destructum

purgato fluminis alveo in meliorem statum quam quondam fuerat

renovavit._

[477] GRUTER, p 161. Vedi che rimanga delle opere dei mortali! Questi

unici monumenti di Narsete più non sono: caddero nell’Anio quando i

Napoletani, nella loro ritirata da Roma nell’anno 1798, distrussero

il ponte. — Il padre ESCHINARDI (_Dell’Agro romano_, p. 324) accoglie

opinione che Narsete riedificasse anche il ponte Nomentano sull’Anio.

La Cronica di MARIO AVENT. narra che Narsete restaurasse _Mediolanum_,

ed aggiunge _vel reliquas civitates, quas Gothi destruxerant,

laudabiliter reparatas_ etc.

[478] PAUL. DIACON., III, c. 12, e la _Histor. Miscell._, XVII, p. 112,

dicono che il tesoro fosse trovato a Costantinopoli. Ambedue attinsero

quella leggenda da GREGORIO DI TOURS, V, 20.

[479] PAUL. DIACON., II, c. 5.

[480] La fonte donde trae il suo racconto PAOLO DIACONO è ANASTAS., _in

Joh.: Tunc Romani invidia ducti suggesserunt Justino Augusto et Sophiae

Augustae, dicentes: Quia expedierat Romanis, Gothis potius servire

quam Graecis, ubi eunuchus nobis fortiter imperat, et servire male nos

subjicit_.

[481] Ciò si pare dagli scritti di AGNELLUS, _Lib. Pontif._ (_seu

vitae Pontif. ravennatium._ Ediz. di Modena, 1708), Tom. II, _Vita

s. Agnelli_, p. 127: _Tertio vero anno Justini minoris Imperatoris,

Narsis Patricius de Ravenna evocitatus, egressus est cum divitiis

omnibus Italiae, et fuit Rector XVI annis_ etc. E MARIO AVENTICENSE

denota quest’epoca: _ann. 2 cons. Justini Jun. August. Indict. I, che

corrisponde all’ann. I, post Cons._

[482] Narra il SISMONDI che aranci di Salerno (_multimoda pomorum

genera_) fossero mandati 500 anni più tardi dai primi avventurieri

Normandi ai loro fratelli di Normandia, per far loro conoscere la

beatitudine d’eliso della terra che era ferace di quelle frutta.

[483] Era una parte dei cimitero di Pretestato nella Via Appia. Vedi

la _Roma sotterranea_, III, c. 17, p. 190. Nei cimiteri delle chiese di

Roma, presso alle basiliche s’alzavano anche abitazioni pei cherici.

[484] ANASTAS., _in Johanne_, e PAUL. DIACON., II, c. 11.

[485] AGNELLUS, _Vita s. Petri Senioris_, II, p. 178; _Italiae in

palatio quievit:_ è il palazzo dei Cesari in Roma. — HORATIUS BLANCUS

nell’annotazione al lib. II, c. 11 di PAOLO DIACONO vuole che sia da

leggere Costantinopoli a vece di Italia.

[486] ANASTASIO dice che Narsete morisse nell’anno in cui usciva di

vita Giovanni, che, secondo i computi del PAGI e del MURATORI, sarebbe

il 573. Questa notizia non si associa a quello che fu per noi fin qui

detto. L’opinione del BARONIO che Narsete morisse in Costantinopoli,

ha origine per ciò che egli scambiò l’Eunuco con un altro Narsete di

cui cantò un cattivo Poeta CORIPPO (_De laudibus Justini_, II), come

dimostra il PAGI. Anche il CEDRENO ne fu indotto a confusione. Si

può consultare BENEDICT. BACCHINI, _Dissert. II, ad cap. III vitae s.

Agnelli_, che trovasi nell’AGNELLUS RAVENN., II, p. 146.

[487] Gli argomenti del BARONIO sono combattuti dal PAGI e dal

MURATORI. Quest’ultimo è il più assennato. Il tradimento di Narsete

è affermato chiaramente dal SIGONIO, _De Regno Ital._, I, p. 6. La

celebre Cronica anteriore all’Editto di re Rotari (c. 7), lo dice

a chiare note (_Edicta Reg. Longobard._, ed. BAUDI A VESME, Torino,

1855), e quel fatto è narrato similmente in HERM. CONTRACT., _Chron._,

ad ann. 567, in ADONIS, _Chron._, ad ann. 564. — Il SAINT MARC, I,

p. 157 e seg., rifiuta quella narrazione dicendola una leggenda, e vi

si associa lo ZANETTI, _Del regno dei Longobardi_, I, c. 12 e seg. Lo

SCHLOSSER, _Stor. univers._, I, 81, è incerto.

[488] GIANNONE, III, c. 5.

[489] PANCIROLI, _Comm. in Notit. Imper. Occid._, p. 116. — PAOLO

DIAC., II, c. 14 e seg., enumera dieciotto province e ne assegna i

confini: _Venetia, Liguria_, le due Rezie, _Alpes Cottiae, Tuscia,

Campania, Lucania_ o _Bruttia_. Come nona provincia descrive quella

dell’Apennino che egli separa dalle Alpi Cozie. Indi novera _Aemilia,

Flaminia, Picenum, Valeria_ e _Nursia, Samnium_. La decimaquinta

provincia compone di _Apulia, Calabria_ e _Salentum_; decimasesta è

_Sicilia_; decimasettima _Corsica_; decimottava _Sardinia_.

[490] Il SAVIGNY nella sua _Storia del diritto Romano nel medio evo_,

I, c. 6, p. 339, prende argomento da questa separazione a dimostrare

che «gli ordinamenti interni d’Italia continuano invariati anche al dì

d’oggi».

[491] Il GIANNONE con poca profondità di giudizio segue in

quest’opinione ciò che dice superficialmente il BLONDO, _Historiar.

Dec. I_, c. 8, p. 102.

[492] CESARE BALBO, _Stor. d’Italia_, I, c. 3, p. 18.

[493] A dimostrarlo giova S. GREGOR., _Epist._ 27, lib. XII, Ind. 7,

dove è discorso di Venanzio nipote di Opilio patrizio, il quale, non

possedendo titoli, voleva comperare per trenta libbre d’oro le _chartae

exconsolatus_, e instava affinchè il Pontefice lo raccomandasse alla

corte di Bisanzio.

[494] MENANDER, _Excerpt._, p. 126: διὸ δὴ καὶ ἔκ τῆς συγγκλήτου βουλῆς

τῆς πρεσβυτέρας Ῥώμης — πεμφθέντων τινῶν.

[495] BLOND., _Histor. ab inclinat. Rom._, Doc. I, lib. 8, p. 102:

_sed a Duce Graeculo homine, quem Exarchus ex Ravenna mittebat, res

Romana per multa tempora administrata est_. E si vedano le confutazioni

opposte dal saggio GIOVANNI BARRETTA, _Tabula chronogr. Medii aevi:

Ducatus Rom._, n. 105.

[496] _Liber Diurnus Rom. Pont._, ed. JOH. GARNER nella _Nova

Collectio_ dell’HOFFMANN, T. II. — Il compilatore di quel formulario,

di cui si servirono i Pontefici fino al sec. nono, è sconosciuto. Il

tempo in cui fu composto cade tra l’anno 685 ed il 752. Tra i formulari

delle lettere indiritte all’Imperatore, all’Imperatrice, al Patrizio,

all’Esarca, al Console, al Re, ai Patriarchi, non havvene alcuno per il

Duce di Roma. Ciò fu già notato da RUGGIERO WILLIAMS.

[497] Io feci studio diligente delle Biografie dei Papi di quei tempi,

ed esaminando parola per parola trovai, che il primo passo in cui

si parli del Duce è nella _Vita Constantini_, n. 176: _Petrus quidam

pro ducato Romanae urbis_. In tutto il sec. VII è taciuto affatto del

Senato e del titolo di Senatore.

[498] ANAST., _in Conone: quod et demandavit suis judicibus, quos Romae

ordinavit et direxit ad disponendam civitatem_. Il WILLIAMS è biasimato

da C. HEGEL (I, pag. 226), perchè non tenne conto di questo passo, onde

fu indotto a dire: che l’Esarca probabilmente non avrà reputato prezzo

dell’opera di mandare un officiale a Roma, città che era divenuta di

tanto lieve importanza.

[499] Alcune delle correzioni qui raccolte per tutti e tre i Volumi,

furono proposte dal chiarissimo Autore, che attese alla revisione di

questi registri. (N. del T.)

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 37 / 38 题