§ 1.
Belisario entra nella Città. — Ne restaura le mura. — Seconda difesa di
Roma sostenuta da Belisario nell’anno 541. — Totila si ritira a Tivoli.
— Giovanni conduce seco i Senatori romani ch’erano in Capua. — Totila
muove rapidamente nell’Italia meridionale. — Belisario parte di Roma. —
Suoi monumenti nella Città.
Tosto che Totila era partito per le Puglie e per la Lucania, Belisario
tentava di rendersi signore della Città non presidiata. Egli usciva
di Porto a tal uopo con mille guerrieri, ma assalito dalla cavalleria
gota che veniva con rapida mossa di Algido, era costretto a ritirarsi
dopo una pugna accanita. Sembrava che il Re dei Goti per dileggio
avesse abbandonata Roma, collo stesso sprezzo con cui uomo gitta da sè
la buccia senza midollo delle frutta, e che ancora volesse impedire
a Belisario di raccoglierla. Ma il duce greco attendeva con calma
una opportunità migliore, e finalmente moveva per la seconda fiata
all’impresa. Lasciando un piccolo stuolo di soldati a presidio del
castello e ingannando la vigilanza dei Goti, di repente, con movimento
rapido e senza contrasto, egli si gettava colla rimanente soldatesca
entro la deserta Città, traendo per porta Ostiense, intorno alla quale
s’alzavano i cumuli di pietre delle mura diroccate in parte. Volgeva la
primavera dell’anno 547, quando Belisario entrava la seconda volta in
Roma: e appena egli era dentro alla Città, ch’era stata già teatro alla
sua gloria, sembrava che il suo genio rivivesse con duplice vigoria.
Sua prima cura fu di restaurare il muro. Ma siccome ei difettava
del numero di operai necessario a quel lavoro, e non possedeva
materiali da costruzione sufficienti, nè aveva il tempo occorrente per
riedificare saldamente la muraglia nel lungo giro in cui era stata
demolita, ei la racconciò nel modo migliore che per lui si potè.
Restituilla accumulando i ruderi dell’antica; nè v’ha dubbio che
si saranno adoperati a quello scopo anche molti bei pezzi di nobile
marmo e di pietra travertina strappati ai monumenti che s’elevavano
nelle vicinanze. Non si congiunsero le pietre per mezzo di calce o di
altro cemento; soltanto nella parte esterna si sostennero per mezzo
di una palizzata; e il fosso scavato già ai tempi del primo assedio,
liberato dalle materie che lo riempivano e reso più profondo, servì
a ottimo mezzo di difesa. Dopo venticinque giorni di operoso lavoro,
Belisario poteva muovere intorno alle mura rinnovellate e persuadersi
che per lo meno esse avrebbero giovato alla stessa guisa di uno
scenario appariscente da teatro. Dalla Campania frattanto traevano di
nuovo entro la Città i Romani dispersi qua e colà, e le davano ancora
sembianza di paese popolato[427].
Se la difesa di Roma sostenuta da Belisario contro il primo assedio
condotto con tanta energia ci muove ad ammirazione, sorpresa ancor
maggiore deve eccitare in noi la seconda in cui egli respinse l’oste
nemica malgrado della debolezza delle opere necessarie alla resistenza.
Non appena ebbe Totila l’annuncio che il nemico era di nuovo rientrato
in Roma, che senza indugio, rapido e ardito come Annibale, veniva di
Apulia contro la Città. Potrebbe sembrare che i suoi movimenti sieno
stati condotti senza saggio disegno perchè ebbero esito sventurato:
ed infatti quel prode capitano abbandonando Roma senza prima prendere
Porto e senza distruggere la fortezza di Belisario, può dare ai
censori fondamento di rimproverarlo di precipitata sconsideratezza.
Egli trovava i Greci che davano opera in fretta a restituire a
saldezza le porte: chè le loro aperture non erano munite, perocchè
Totila, partendo, avesse trasportate con sè, oppure avesse distrutte
le imposte; e i falegnami di Belisario non le avessero peranco
ricostruite. In mancanza di barre, i disperati guerrieri greci ne
chiusero il varco coi loro petti protetti dagli scudi e dalle aste che
spingevano a mo’ di siepe all’infuori. I Goti rimasero durante la notte
nel loro campo presso il Tevere, e al sorger del giorno si lanciarono
con furore contro le porte e contro le muraglie, che il più lieve urto
delle macchine di guerra di Vitige avrebbe facilmente abbattute. Ma
dopo un combattimento che durò tutto quel giorno fino a notte avanzata,
i Goti respinti con grave perdita tornavano al loro campo, confessando
con istupore, che innanzi a Roma aperta avevano ricevuto una sconfitta.
All’albeggiare del dì successivo redivano all’assalto: ma le mura erano
ben difese da balestrieri, e fuori, innanzi alle porte, s’alzavano
parecchie macchine di legno che erano formate di pali congiunti fra
loro ad angolo retto, uno dei quali, spingendosi fuori diritto a
punta, volgevasi a volontà di chi lo maneggiava d’ogni parte contro
le ordinanze nemiche, senza che mutasse la forma o l’intento[428]. Il
genio di Belisario sembrava creato apposta per difendere Roma, e in
tale bisogna sembrava invincibile, laddove invece i Goti nelle arti
degli assedî imperiti, respinti quasi da un fato, affievolivano la loro
potenza urtando contro le mura di Roma. La notte poneva fine anche al
secondo assalto; nè meno infelice riuscita aveva un terzo che Totila
imprendeva parecchi giorni dopo. Il suo vessillo regale istesso era
con grave pena strappato alle mani degl’inimici; e dopo un’aspra pugna
combattuta intorno al corpo dell’alfiere, i Goti si ritiravano, lieti
di aver potuto troncare all’estinto la mano sinistra, per non lasciare
ai Greci l’aureo braccialetto a trofeo di loro vittoria.
Ma come ripararono nel campo, quei guerrieri, presi da dispetto di loro
onta, colmarono Totila di rimbrotti: e quegli uomini stessi i quali
avevano fatto plauso al disegno di lui di abbattere tutti o in parte i
baluardi delle città conquistate, or lo biasimavano amaramente di non
essersi munito validamente entro le mura di Roma, oppure, se lo avesse
reputato poco saggio consiglio, di non averla tutta rasa al suolo.
Quindi si spandeva anche da lontano la fama dei rovesci sofferti dai
Goti innanzi a Roma semiaperta; ed alta meraviglia levava la resistenza
senza pari di Belisario. E qualche tempo dopo Totila ne riceveva beffa
da Teodeberto re dei Franchi; chè avendo il Goto chiesta la figlia
di lui in isposa, il Franco davagli a pungente risposta: non potere
creder mai che fosse re d’Italia, nè che sarebbe mai per divenirlo un
uomo, che non poteva conservarsi nel possedimento di Roma conquistata
e che era costretto a vedere ripresa dai suoi nemici la Città mezzo
distrutta[429].
Totila poteva sprezzare le ingiurie, ma non poteva impedire che gli
si volgessero contro. Egli perdette sotto le mura fatali di Roma
una parte della sua bella nominanza di grande guerriero, ed una
parte ancor maggiore di sua fortuna; e senza cimentarsi in novelli
assalimenti, tagliando dietro a sè i ponti dell’Anio, moveva con tutta
la soldatesca a Tivoli, ch’egli rendeva fortemente munita[430]. Di
tal maniera Belisario aveva agio ad asserragliare le porte di Roma
con imposte coperte di ferro; e per la seconda volta gli era concesso
di spedire con senso di orgoglio le chiavi di Roma all’Imperatore in
Costantinopoli. A quest’epoca Procopio pone fine all’inverno, ed al
duodecimo anno della guerra gotica. Doveva essere quindi in sul torno
della primavera dell’anno 548 allorchè Totila levava il campo: egli
sembra però che lo Storico greco affretti di troppo il corso del tempo.
L’assedio durava forse un sol mese; e gli avvenimenti erano rapidi sì
come le deliberazioni e le opere del Goto, il quale pareva che nello
stesso tempo fosse d’ogni dove.
Durante l’assedio poi, Totila soffriva un’altra grave perdita che
aggravava vieppiù il peso morale dello smacco ricevuto sotto le mura
di Roma. Il feroce Giovanni, continuando instancabilmente a combattere
una piccola guerra nell’Italia meridionale, compieva felicemente con
uno stuolo di cavalleria un’ardita impresa nella Campania. Quivi,
forse in Capua, erano tenuti in cattività i Senatori di Roma colle loro
donne e coi figli. I Goti avevanli costretti a scrivere lettere agli
abitatori delle province colle quali gli eccitavano all’obbedienza ai
loro signori: e questi tenevano il patriziato romano in obbrobrioso
servaggio a somiglianza di un armento, pronti a spingerselo innanzi
d’uno in altro luogo, ma tenendolo sempre sotto buona guardia a propria
sicurezza. Giovanni all’impensata assaliva Capua, faceva strage del
presidio goto, gettava i Padri venerandi colle loro famiglie sopra
alcuni carri, indi con quel suo bottino di nuovo genere riparava in
fretta nelle Calabrie. Egli traeva seco pochi patrizî, perocchè la
maggior parte di quelli, dopo la presa di Roma, si fossero dispersi
in fuga; ma molte donne di ordine senatorio egli vi trovava, e quelle
ei faceva condurre in Sicilia sotto pretesto di loro sicurezza, e
veramente allo scopo di averne importanti ostaggi della fede di Roma.
Alla notizia del buon esito della spedizione di Giovanni, Totila
partiva di Perugia ch’egli teneva stretta d’assedio e moveva contro
Italia meridionale rapidamente sì che sembrava avere il suo esercito
poste le ali. Valicati gli scoscesi monti di Lucania, piombava sul
campo di Giovanni, lo rompeva e ne disperdeva i soldati, che con
vergognosa fuga cercavano salvamento nei monti e nei boschi. Indi
correndo a Brindisi colla sua cavalleria, vi sorprendeva uno stuolo di
soldati greci approdato in quello, e lo distruggeva. Trasportata così
la guerra nelle province della bassa Italia, Totila colla previdenza
del suo genio sperava che Belisario abbandonerebbe Roma; ed infatti il
Generale preso da sollecitudine della piega delle cose, era costretto a
recarsi in persona sul nuovo campo della guerra. Alle lettere pressanti
con cui egli chiedeva soccorsi, aveva risposto l’Imperatore ch’erano
già state mandate truppe nelle Calabrie, per lo che egli stesso andasse
a prenderne la capitananza. Belisario obbediva; e imbarcatosi con
soli settecento cavalli e con duecento fanti, lasciava il rimanente
della soldatesca a presidio della Città sotto il comando di Conone,
e verso l’inverno dell’anno 547 partiva per sempre di quella Roma che
era monumento e sepolcro di sua gloria immortale, per andare errando
senza splendore di costa in costa nell’Italia meridionale simile ad un
fuggiasco.
A testimonianza eloquente delle geste di Belisario in Roma s’elevano
ancora le mura della Città, le quali ricorderanno eternamente il
nome di lui a chi le mira. Ignoriamo di quali altri monumenti a lui
vada debitrice Roma; e dobbiamo dubitare che gli avanzassero tempo
od opportunità di pensare ad altro che non fosse utile al presidio
della Città. Per la qual cosa non è probabile ch’egli ristorasse
gli acquedotti distrutti dai Goti e che egli restituisse a Roma il
godimento dei bagni. La sola _Aqua Trajana_ va debitrice a lui di una
restaurazione, perocchè fosse necessario il corso delle sue acque a
muovere le macine dei molini: e di questo fa fede un passo del Libro
Pontificale[431]. Mancava allora ricchezza che bastasse alle gravi
spese necessarie a racconciare gli acquedotti: e, se si tolgano le
ristorazioni dell’_Aqua Trajana_ ed alcuni altri meschini lavori, dopo
il tempo di Vitige e precisamente dall’anno 537 al 775, gli acquedotti
cessarono di spandere in Roma la letizia delle acque; e quella città
che fra tutte del mondo ne possedeva copia maggiore, fu per lo spazio
di più che due secoli fornita delle acque dei soli pozzi e delle
cisterne, come nei tempi suoi primi.
Il Libro Pontificale narra con una specie di orgoglio che Belisario
fondasse in Via Lata un ospizio per i pellegrini, e che molte ricchezze
spendesse a beneficio dei poverelli: e racconta che, oltre a due
grandi candelabri dorati, egli donasse all’apostolo Pietro una croce
d’oro del peso di cento libbre e seminata di gemme, sulla quale erano
incisioni commemorative delle sue vittorie. Egli è probabile che
quell’opera d’arte fosse adorna di imagini condotte a cesello, per
la qual cosa dobbiamo deplorarne la perdita[432]. Immense erano le
ricchezze che Belisario aveva raccolte nel bottino fatto sui Vandali:
ben è facile dunque che una piccola parte di quelle egli volgesse
a pia testimonianza di gratitudine alla Divinità; e poichè il Libro
Pontificale narra ch’egli abbia deposto quei suoi doni votivi fra le
mani di papa Vigilio, così non vi ha dubbio che gli offrisse dopo la
vittoria riportata su Vitige. La restaurazione di qualche monumento
antico, del palazzo dei Cesari, ad esempio, avrebbe reso per fermo più
reverito presso ai posteri il nome del difensore di Roma.
§ 2.
Belisario va errando senza disegno nell’Italia meridionale, indi parte
per Costantinopoli. — Totila ritorna per la terza volta davanti le mura
di Roma nell’anno 549. — Condizioni della Città. — Vi entrano i Goti. —
I Greci si ritirano nel sepolcro di Adriano. — Roma ridiviene popolata.
— Ultimi giuochi circensi. — Totila abbandona la Città. — I Goti sul
mare.
Belisario salpava di Porto movendo alla volta dell’antico Taranto; ma
una burrasca lo gettava a Crotona. E in quella città, non protetta
da mura, egli rimaneva colla sua donna e colla fanteria, nel tempo
medesimo in cui comandava ai suoi cavalleggieri che corressero il paese
lunghesso la bella marina del golfo, le cui colonie greche, anticamente
fiorenti, già incominciavano a decadere nella rozza selvatichezza
della vita prima di natura. Ma Totila celeremente sorprendeva quella
cavalleria nelle vicinanze dell’antico porto dei Turî, presso a Ruscia
(ch’è l’odierno Rossano) e la sbaragliava completamente: e ne avveniva
che Belisario stesso in fretta ponevasi in mare e si ricoverava a
Messina in Sicilia. Era, secondo la notizia offertaci da Procopio,
verso la fine del decimoterzo anno della guerra gotica, intorno alla
primavera dell’anno 548.
L’intero anno successivo occupavasi in battaglie combattute nella bassa
Italia, le quali tutte avevano infausto risultamento pei Greci. Lo
sventurato Belisario ne sentiva acre dolore; le poche soldatesche che
l’Imperatore spediva erano disfatte tosto che approdate, per la qual
cosa ei poteva reputarsi fortunato che Giustiniano lo richiamasse in
Oriente. Egli ingrediva in Costantinopoli senza onore di trionfo, dopo
di avere spesi con cattivo successo cinque anni in Italia, ch’egli
lasciava in balia del nemico vittorioso: e quello fu il massimo
dei dolori della sua vita. Alla partita di lui Totila trionfava
vie maggiormente: dopo di aver conquistate felicemente parecchie
città della Calabria, e dopo di avere presa la bene munita Perugia,
quell’eroe instancabile moveva per la terza volta col suo esercito
contro Roma, in sull’incominciamento dell’anno 549.
Al comando del presidio della Città non era più preposto Conone: chè
i soldati, irritati contro l’avidità sua, ammutinatisi lo avevano
trucidato; e Giustiniano era stato costretto a perdonare loro quel
delitto, atterrito alla minaccia che alcuni preti romani, spediti
ambasciatori, gli avevano fatta, protestando che, ove non avesse dato
perdono, il presidio sarebbe passato dalla banda dei Goti. Ora aveva
Diogene il comando della Città con tremila uomini di presidio; e il
coraggio ed il valore di quello sperimentato capitano bene prometteva
della difesa. Nè egli fu negligente di provvedimento alcuno che
giovasse a respingere l’oste nemica: fornì i granai e fè seminare a
grano tutti gli spazi deserti che si trovavano entro la cerchia delle
mura[433]: ed i Romani avranno mirato (doloroso spettacolo!) intorno
alle ruine della loro grandezza antica, nel Circo stesso forse,
biondeggiare le spiche. Già Totila stava innanzi a Roma, e già dal
loro campo (che probabilmente sarà stato situato ove era l’antico,
al di sotto di porta san Paolo, presso il fiume[434]) i Goti movevano
ripetuti assalti contro le mura, ma ne erano respinti con energia: e
la stessa presa di Porto, baluardo potente la cui perdita riescì alla
Città di grave danneggiamento, non avrebbe affrettata la conquista di
Roma, se anche questa volta alcuni traditori non l’avessero aperta
a Totila. A guardia della porta san Paolo stavano Isauri. Irritati
che si ritardasse loro da gran tempo il pagamento del loro soldo,
e invaghiti d’altra parte della ricca ricompensa ottenuta dai loro
connazionali i quali avevano altra volta messo dentro della porta il
Re goto, deliberarono di imitarli e offersero a Totila i loro servigi.
Una notte il Re s’avvicinava col suo esercito a quella porta, nel tempo
istesso in cui mandava suoi trombettieri su due barchetti attraverso il
Tevere, affinchè con alti squilli volgessero l’attenzione dei difensori
verso un luogo remoto. Quelli della Città, atterriti a quel segno di
battaglia, accorrevano là dove credevano che si movesse l’assalto: e
in quello gl’Isauri aprivano porta san Paolo per la quale ingredivano i
Goti. Uccidevano senza pietà quanti incontravano; ed i Greci, fuggendo
per la Via Aurelia a Centumcella, cadevano in un agguato donde si
salvavano a stento pochissimi, fra i quali anche Diogene ferito.
Roma per la seconda volta cadeva in balia di Totila, all’infuori
soltanto della tomba di Adriano. In mezzo allo sbigottimento
universale, Paolo cilicese, prode capitano, si ricoverava con
quattrocento cavalieri entro quel baluardo. In sul mattino i Goti lo
assalivano, ma egli ne li ricacciava vittorioso con grave loro perdita.
I nemici deliberavano perciò di prendere quel pugno di valorosi per
fame: due giorni duravano eglino senza cibo, non volendo nutrirsi delle
carni dei loro cavalli; e finalmente determinavano di morire da eroi.
Abbracciatisi l’un l’altro, dicevansi l’estremo addio; indi prendevano
l’arme per iscagliarsi in mezzo all’oste nemica risoluti di vender cara
la propria vita. Totila, conosciuto il loro proponimento, ebbe paura
dell’urto di quel gruppo di prodi ai quali la disperazione rendeva
desiderata la morte, e loro fè sapere che darebbe permissione a ciò
che, posate le armi, liberi si ritirassero. Ma quei valorosi guerrieri
elessero di servire indi innanzi colle armi alla mano sotto la bandiera
di un eroe liberale, piuttosto che di tornarsene con povertà e con onta
a Bisanzio: per la qual cosa tutti, ad eccezione di Paolo e di un altro
officiale, s’arrolarono nello esercito Goto.
Dopochè Totila si fu impadronito intieramente di Roma, non fu
più indotto al consiglio di abbandonare la Città e molto meno di
distruggerla: ed è a tale proposito che lo storico Procopio narra
che un tale mutamento avessero operato nell’animo suo i beffardi
rimproveri del Re dei Franchi. Egli trovava Roma ridotta a deserto,
abitata da pochi e miseri cittadini, povera sì come una meschina città
di provincia. A renderla novellamente popolata ei vi chiamava dai
dintorni e dalla Campania Goti e Romani ed anche Senatori: e nel tempo
medesimo in cui dava opera a provvederla di vettovaglie, comandava che
si restaurasse tutto ciò che dopo la prima sua conquista, nella Città
era stato distrutto. Indi con regale liberalità richiamava il popolo
a letizia dando spettacoli nel Circo massimo: e gli ultimi giuochi di
corse che i Romani vedessero, erano loro offerti da un Re goto, quasi
che ne prendesse di tal maniera congedo. E allorquando i radi stuoli
di cittadini ed i pochi Senatori, a godere lo spettacolo delle corse,
avranno preso seggio nel Circo smisurato, sui gradini anneriti per la
vecchiezza, Roma mirando quell’adunanza di ombre e quei giuochi, sarà
stata commossa a terrore come alla vista di uno spettro beffardo.
Ma le necessità della guerra non concedevano che Totila dimorasse
a lungo nella Città. Vanamente sperava il Re che la presa di Roma e
le tante sue vittorie nelle province sarebbero per muovere l’animo
caparbio di Giustiniano: il Romano da lui spacciato ambasciatore
per far noto all’Imperatore il suo vivissimo desiderio che Italia
tornasse a ordinamento di pace, non era accolto entro Bisanzio; chè
anzi le istanze pressanti di papa Vigilio, il quale era allora in
Costantinopoli, unite ai consigli del patrizio Cetego (e questi due
uomini, il primo Vescovo di Roma, il secondo presidente del Senato,
erano i rappresentanti dei Romani devoti all’Impero), facevano sì che
l’Imperatore deliberasse di tentare uno sforzo supremo a riconquistare
Italia, e di porre alla testa dell’esercito uomini di somma virtù
militare.
Totila incrollabile ed instancabile nella sua energia, colla mente
feconda di disegni, partiva novellamente di Roma nell’anno 549, nel
tempo stesso in cui teneva stretta d’assedio con una parte della sua
soldatesca la prossima Centumcella. Con quattrocento navi, che egli
aveva saputo raccogliere predando o in altra guisa, egli s’ergeva ora
a dominatore dei mari; e salpando dalle coste del Lazio scioglieva le
vele alla volta del mare inferiore per punire la colpevole Sicilia e
per distruggere i nemici che avevano posto stazione in quelle acque.
Ma qui ci è tolto di poter seguire Totila nelle splendide e grandi sue
imprese; nè possiamo narrare della conquista di Corsica, di Sardegna
e delle ardite spedizioni che i Goti, fatti marinari e precursori dei
Normanni, impresero contro Grecia stessa; chè ci caccia il lungo tema
della nostra Storia della città di Roma.
§ 3.
Narsete prende il comando dell’esercito nella guerra d’Italia. —
Presagio romano intorno a lui. — Notizie dei monumenti di Roma tratte
da narrazioni di quel tempo. — Foro della Pace. — Vacca di Mirone.
— Statua di Domiziano. — Nave di Enea. — Narsete s’avanza fino alle
falde dell’Apennino. — Totila combatte la sua ultima battaglia, e muore
presso Tagina nell’estate dell’anno 552.
Volgeva il decimosettimo anno di guerra, verso la fine del 551 o in
sull’incominciamento del 552, allorquando Narsete veniva al campo della
guerra. E mutava tosto la piega delle cose. Strano spettacolo per fermo
è la pugna tra un eroe ed un eunuco: ma la fortuna, che abbandonando
di repente Totila lasciavalo cadere, rendeva meno obbrobriosa la sua
sconfitta dandogli a emulo un uomo d’alto valore, e opprimendolo per
quelle grandi leggi del fato che condannano alla rovina anche gli
uomini illustri dopo una serie di trionfi gloriosi.
La vittoria dell’Eunuco era stata annunciata al mondo da un presagio
compiutosi in Roma. Un Senatore narrava allo storico Procopio
quest’aneddoto: al tempo di re Atalarico passando un armento di buoi
per il foro della Pace, uno di quegli animali evirati, di repente
scagliandosi, s’era sovrapposto al simulacro di bronzo d’un toro il
quale stava ad ornamento d’una fontana del foro: e un contadino toscano
il quale a caso passava di là aveva esclamato esser quello presagio che
un eunuco un dì vincerebbe il dominatore di Roma[435]. Noi non avremmo
fatta menzione di questa fola, se non fossero stati alcuni cenni che
lo Storico dà a quel proposito intorno ai monumenti ancora esistenti in
Roma.
Procopio stesso vide ancora il foro della Pace ed il tempio conquassato
dalla folgore che indi non fu più restaurato e di cui sparve in seguito
ogni traccia; vide ancora le fontane ed il toro di bronzo ch’egli
reputò opera di Fidia o di Lisippo. E lo Storico narra che ai suoi
tempi esistevano ancora in Roma parecchie statue di quei due sommi
maestri; e, senza darcene il nome, ei parla di un’altra statua di
Fidia che portava scritto il nome di quel suo artefice. Ivi, dic’egli,
esiste ancora la vacca di Mirone. Forse quel celebre capolavoro sarà
stato da Augusto trasportato di Atene a Roma; forse anche il Bisantino
avrà scambiata quell’opera di Mirone, già veduta un tempo da Cicerone
in Atene, con altri simulacri in bronzo di buoi, dei quali era in
Roma gran copia. I Romani si dilettavano di simulacri d’animali; e la
statua più preziosa di Roma era quella di bronzo che rappresentava un
cane che lambiva la sua ferita, e che era conservata, miracolo d’arte,
nel tempio Capitolino. Il foro boario riceveva nome dal simulacro
di un bue; e con quattro figure di tori, opere di Mirone, Augusto
aveva reso adorno il cortile del tempio di Apollo Palatino[436]. Nel
Foro romano e nelle sue vicinanze stavano ancora altri simulacri di
animali; e l’_Elephans Herbarius_ si ergeva dal lato del Campidoglio
volto verso il Tevere, e Procopio vedeva ancora nella Via Sacra gli
elefanti di bronzo che ad opera di Teodato in tempi recenti vi erano
stati restituiti[437]. Egli fa menzione anche di una statua di bronzo
dell’imperatore Domiziano ch’ei vide presso il Clivo capitolino a mano
destra di chi usciva del Foro: e poichè dice ch’essa era la sola statua
di Domiziano che esistesse, egli è chiaro non potere reputarsi che
fosse la celebre statua equestre di quello Imperatore, che il poeta
Stazio descrive esattamente nel primo canto delle sue Selve. Questo
grande ed illustre monumento dell’arte dopo i tempi di Stazio s’ergeva
nel Foro stesso, più in là del luogo ove in tempi posteriori s’innalzò
la colonna di Foca; ma non esisteva più all’età di Procopio. La statua
di bronzo di cui parla lo scrittore greco si sarà elevata a mano destra
dell’arco di Severo, o meglio, innanzi al palazzo senatorio edificato
da Domiziano[438].
Se lo Storico della guerra gotica ci avesse lasciata la descrizione di
altri monumenti d’arte esistenti in Roma al suo tempo, egli ci avrebbe
recato servigio non lieve. I Romani vergendo a barbarico decadimento,
senza fondamento reputavano opera di illustri artefici greci parecchie
statue; e forse sui piedestalli dei due colossi posti innanzi le terme
di Costantino leggevansi i nomi di Prassitele e di Fidia. Procopio
parla per minuto di un monumento di Roma che credevasi assai antico, e
ne trae argomento a lodare l’amore che i Romani portavano alle opere
dell’antichità, e che avevano serbato fervidissimo malgrado della
lunga dominazione barbarica[439]. Lo moveva a meraviglia la vista
della nave favolosa di Enea, che ancora conservavasi nell’arsenale
presso la sponda del Tevere[440], e che egli descrive lunga centoventi
piedi, larga venticinque: dice che era ad un solo ordine di remi,
che gli assi erano uniti con arte senza arpioni, che la chiglia era
formata di uno smisurato tronco di albero lievemente curvato, e che
i fianchi costruiti di un solo pezzo di legno piegavano uniformemente
dall’uno e dall’altro lato della nave. Il credulo Procopio esprime con
vivace discorso la sua ammirazione per quell’opera che «avanza ogni
concepimento», ed assicura che quella nave favolosa sembrava costruita
di recente, senza che si scorgesse vestigio di corruzione recata dalla
vecchiezza[441].
Gettato così uno sguardo fugace sui monumenti di Roma decaduta,
torniamo tosto a Totila ed a Narsete. Il novello Generale fornito di
pieno potere ad usare del tesoro imperiale, di animo liberale, pronto
ad operare, chiaro per eloquenza, raccoglieva in Dalmazia un grande
esercito in cui si riunivano genti d’ogni nazione, che con loro varie
fogge presentavano uno spettacolo simile a quello degli eserciti
crociati di tempi più tardi. Unni, Longobardi, Eruli, Greci, Gepidi
e persino Persiani, differenti di forme, di linguaggio, di armi, di
costume, ma animati tutti da pari desiderio d’impadronirsi dei tesori
dei Goti, o meglio d’Italia, si schieravano a Salona sotto la bandiera
di Narsete. Con bella mossa ei guidava quelle soldatesche terribili
lungo le spiagge paludose del mare Adriatico a Ravenna; e Totila era
agitato a terrore dall’improvvisa notizia che già il Greco s’avanzava
verso l’Apennino.
Il Re goto era in Roma. Tosto ch’egli aveva abbandonata Sicilia,
ei ritornava nella Città ad attendervi che giungesse Narsete. Ei vi
richiamava alcuni Senatori, e loro affidava la cura della restaurazione
della Città, nel tempo stesso che gli altri teneva sotto buona guardia
nella Campania. Ma i Padri ch’erano in Roma difettavano degli agî
necessarî a provvedere alle publiche bisogne ed alle proprie loro
necessità; e dai sospettosi Goti eglino stessi erano trattati quali
schiavi di guerra. Sembra che Totila facesse lunga dimora nella Città,
e che di qui egli possa già prima aver dato ordinamento alla spedizione
contro le coste di Grecia. Per lo meno egli era in Roma allorquando
Narsete mosse di Ravenna: e vi rimaneva attendendo che i Goti di Verona
guidati dal valoroso Teja, si fossero avanzati in modo da impedire che
i nemici guadassero il Po. Tostochè eglino, ad eccezione di duemila
cavalli, furono giunti, Totila partiva di Roma, attraversava Toscana e
poneva suo campo presso l’Apennino in un luogo appellato Tagina. Poco
tempo dopo vi giungeva Narsete e accampava di fronte ai Goti, a cento
soli stadî di distanza, in un piano cinto di tumuli chiamati tombe dei
Galli (_busta Gallorum_).
E qui per l’ultima volta fu veduto Totila nello splendore della sua
eroica prodezza. Procopio ce lo descrive innanzi all’incominciamento
della pugna, sul campo fra i due eserciti schierati in battaglia. Ei
ci sembra di vedere la imagine di un cavaliero del medio evo. Vestito
di una armatura sfavillante d’oro, coll’elmo e colla lancia adorni
di banderuole porporine, quel mattino egli cavalcava un bellissimo
destriero di battaglia e faceva mirare ai due eserciti la sua destrezza
nell’armeggiare. Spronava pel campo il cavallo, piegandolo a cerchio,
nel tempo stesso in cui egli or piegavasi supino sull’arcione, or
con giovanile agilità si gettava sopra un fianco e sull’altro, ed or
lanciava in aria la lancia per ripigliarla poi correndo di carriera.
A notte era morto. Il suo esercito era disfatto e fugato: egli stesso
ferito mortalmente da un dardo volgeva in fuga, quando un Gepido lo
trafiggeva da tergo coll’asta. I suoi compagni a fatica traevanlo
agonizzante fino ad un luogo detto Capra, dove spirava e dove era in
fretta seppellito. Volgeva l’estate dell’anno 552.
Bella lode si merita lo Storico greco, che si stende in alcune
considerazioni filosofiche sopra la sorte lacrimevole di quel glorioso
nemico: ed il Muratori con caldo elogio lo annovera tra gli eroi
dell’antichità. Se la grandezza dell’uomo sia proporzionata alle
difficoltà ch’ei deve superare ed alla avversità del destino che deve
vincere, Totila è meritevole dell’immortalità del nome ben a maggior
diritto che Teodorico. Imperocchè egli in giovanile età abbia con
energia, con prestezza e con saggezza non soltanto restaurato il regno
crollato di lui, ma lo abbia anche per un periodo di undici anni difeso
contro Belisario. Che se poi l’eccellenza di un uomo si riconosca
alle alte virtù che ne adornano l’animo, pochi sono fra gli eroi
dell’antichità e dei secoli successivi che per grandezza d’animo, per
giustizia, per continenza possano reputarsi pari all’illustre Goto.
§ 4.
Teja ultimo re dei Goti. — Narsete prende Roma. — I Goti cedono la mole
d’Adriano. — Ruina del Senato romano. — I Greci prendono le castella
dei Goti. — Narsete invade la Campania. — Eroica morte di Teja nella
primavera dell’anno 553. — I Goti dopo una battaglia data alle falde
del Vesuvio scendono a patti. — Mille Goti partono guidati da Indulfo.
Seimila Goti erano caduti sul campo di battaglia a Tagina, gli altri
erano dispersi. Il maggior numero di quei fuggiaschi si raccolse sulle
sponde del Po, ed in Pavia elesse a re il più prode dei guerrieri
goti, Teja. Narsete, partendo dal campo della sua vittoria, congedava
i feroci suoi ausiliarî longobardi con ricchi donativi e moveva alla
volta di Toscana. Ei prendeva rapidamente Narni, Spoleto e Perugia,
indi compariva innanzi a Roma.
Il debole presidio goto della Città al suo avvicinarsi s’apparava ad
energica resistenza, ma rinunciava al disegno di difendere l’intera
cerchia estesissima delle mura, e si restringeva a bene munirsi
nel sepolcro di Adriano, che Totila aveva reso forte baluardo che
proteggesse Roma, circondandolo di una piccola muraglia, e questa
riunendo alle mura della Città per mezzo del ponte di Adriano[442].
Ed ivi i Goti avevano deposto i loro più preziosi tesori. Anche
Narsete d’altro canto riconosceva l’impossibilità di cingere d’assedio
tutta la Città, per la qual cosa egli divideva il suo esercito in
parecchi stuoli che assalissero in punti differenti le mura. E i Goti
raccogliendosi or qua, or là sui punti minacciati, erano costretti
a lasciare le altre parti indifese. Dopo parecchi assalti in cui
furono respinti, i Greci guidati da Giovanni, da Narsete e dall’erulo
Filemuto, movevano da tre lati contro le mura, nel tempo medesimo in
cui un quarto stuolo guidato da Dagisteo dava la scalata ad uno di
quei tratti vuoti di difensori, e, gettandosi nella Città, ne apriva le
porte. Era troppo tardi per respingere l’oste che irrompeva. Fuggivano
i Goti, alcuni verso Porto, altri alla mole di Adriano. Ma Narsete non
concedeva loro un momento di sosta, chè si lanciava con tutta la sua
soldatesca contro il castello, e dai Goti mossi a disperazione lo aveva
a patti, permettendo loro che liberi partissero.
Di tal guisa Roma cadeva nelle mani dei Bisantini nell’anno 552,
vigesimo sesto di regno dell’imperatore Giustiniano, sotto il cui
reggimento, come osserva meravigliando Procopio, la Città era stata
conquistata non meno di cinque volte. Il fortunato vincitore ora
spediva le chiavi di Roma a Bisanzio, all’Imperatore, il quale le
riceveva con gioia pari a quella con cui aveva poco tempo innanzi
accolto il manto insanguinato e il cimiero regale di Totila.
Lo Storico di questo periodo getta a quest’occasione un timido sguardo
sulle contraddizioni del destino, il quale volge a conseguenze di
triste ruina gli avvenimenti che sembrano i più fortunati. Egli narra
con breve discorso la fine del Senato, dell’illustre ed antichissimo
monumento della costituzione politica di Roma, senza però mostrare
duolo alla ricordanza della sua grandezza passata. Al popolo romano,
dic’egli, di pari guisa che al Senato, questa vittoria doveva essere
cagione di ruina ancor maggiore. I Goti fuggenti, disperando omai
di poter conservare il possedimento d’Italia, davano ora libero
corso al sentimento di odio e alla foga di vendetta: trucidavano
senza pietà tutti i Romani, nei quali eglino s’avvenivano: e il loro
esempio seguivano anche i Barbari che militavano sotto le bandiere
di Narsete, facendo strage di molti Romani i quali, mossi da ansioso
desiderio della cara patria, alla notizia della liberazione della
Città, vi facevano ritorno. Parecchi Senatori, già condotti da
Totila in cattività, erano nella Campania[443]; chè pochi di loro
soltanto Giovanni aveva potuto prendere e trarre in Sicilia. Or eglino
s’accingevano a tornarsene a Roma, ma i Goti com’ebbero contezza
della fuga di pochi e del proponimento di tutti, posero a morte quanti
tenevano prigioni nelle castella della Campania. Di quelli Procopio
cita a nome soltanto un Massimo. E la distruzione delle nobili famiglie
romane compievasi nel tempo medesimo colla uccisione di trecento
giovinetti ch’erano discendenti di quelle. Avvegnachè Totila, prima di
muovere contro Narsete, avesse tratto da parecchie città altrettanti
fanciulli delle più illustri famiglie, e gli avesse fatti condurre al
di là del Po quali ostaggi. Ed ivi Teja facevali tutti uccidere per
mano del carnefice[444].
Di tal modo le antiche famiglie senatorie s’estinguevano, all’infuori
di pochi dei loro membri, i quali in tempi anteriori erano fuggiti a
Costantinopoli od in Sicilia, o erano rimasti in Roma. Quelli ed altri
fuggitivi tornavano forse, dopo la fine della guerra, nella Città; e
quelle miserande reliquie del patriziato di Roma continuavano alcun
tempo ancora a presentare un fantasima del Senato antico, finchè anche
questo, in sull’incominciamento del secolo settimo, si estingueva del
tutto, in maniera che i nomi di Senatore e di Console, gloriosi tanto
e onorati un tempo, non erano nei tempi posteriori che titoli vani di
uomini ricchi e ragguardevoli[445].
Narsete frattanto toglieva ai Goti Porto; e, presi Nepi e Petra
Pertusa, cacciavali anche dalle ultime castella che possedessero
nella Campania tusca di Roma, e fino a Centumcella ch’ei faceva
assediare[446]. Egli poi rimaneva a Roma e vi dava opera alla
restaurazione ed all’ordinamento delle cose cittadine[447]: spediva
frattanto una parte del suo esercito ad assediare Cuma, terra ben
munita della Campania, dove Aligerno, prode fratello di Teja, stava
a guardia del tesoro dei Goti; ed un altro grosso stuolo capitanato
da Giovanni mandava in Toscana a tagliarvi la via a Teja. Imperocchè
l’ultimo Re dei Goti, deluso nella sua speranza di avere ajuto
dai Franchi, movesse verso la Campania per liberare dall’assedio
l’importante baluardo di Cuma. Per vie remote e disastrose Teja
scendeva lunghesso la spiaggia dell’Adriatico, e compariva di repente
nella Campania. All’annuncio di sua venuta, Narsete, raccolto il
rimanente dell’esercito, partiva di Roma; e per la Via Appia oppure per
la Via Latina moveva a Napoli.
Per lo spazio di due mesi, Greci e Goti stettero di fronte gli uni
agli altri nelle bellissime pianure che si stendono appiè del Vesuvio,
separati dal fiume Dracone, ch’è forse il Sarno, in quel punto dove
si gitta in mare nelle vicinanze di Nocera. Un tradimento dava in
mano ai Greci la flotta dei Goti, per la qual cosa Teja era costretto
ad uscire di quel campo. I Goti, costernati a quell’avvenimento, si
raccoglievano sul pendio di monte Lattario; ma ridotti in breve allo
stento della fame, dovevano scenderne, risoluti di non indugiare più a
lungo e di tentare l’estremo sforzo. La gloriosa battaglia che quegli
ultimi Goti diedero in uno dei più bei campi del mondo, che, ridente
della splendida veduta dell’azzurro golfo di Napoli, si stende alle
falde del Vesuvio antico, sopra il suolo che è tomba a cadute città,
chiude la storia di quell’immortale popolo di origine germanica, la
cui fine oggidì ancora muove l’animo nostro a dolore, temperato però
dalla ricordanza della grandezza tragica con cui cadde. I guerrieri
goti pugnarono con bravura senza pari, e Procopio stesso sclama che
nessun eroe fu mai nell’antichità il quale superasse la prodezza
di Teja. Deboli di numero eglino combattevano in ordinanze serrate
senza indietreggiare dai primi albori del dì fino al tramonto; ed il
Re circondato da pochi amici pugnava innanzi a tutti. In mezzo alla
pressa della mischia, egli resisteva alla moltitudine dei nemici che
si scagliavano impetuosi contro di lui: e coprendosi col largo scudo, e
raccogliendo su quello un nembo di frecce e di aste, egli respingeva i
suoi assalitori. Come il palvese era coperto dei dardi conficcativi, ne
prendeva un altro dalle mani dei suoi scudieri e di nuovo pugnava. Così
durava incrollabile nella battaglia fino a mezzogiorno; allorquando,
non potendo più sostenere lo scudo pesante per dodici lance che vi
si erano confitte, chiamava con potente voce il suo scudiero: nè
indietreggiava di un sol passo, nè cessava di rotare a cerchio la
spada, ai nemici tremenda, ma appellava ripetutamente lo scudiero, il
quale accorreva recandogli un novello palvese. Ma nel momento in cui
il Re lo prendeva e gettava l’altro, il petto rimaneva d’un attimo
indifeso, e una saetta di repente colpivalo, onde ei cadeva esanime al
suolo.
I Greci, mozzato il capo a quell’ultimo Re dei Goti, lo elevavano
sopra una lancia e recavanlo in trionfo alla vista dei due eserciti.
Sgomentati per un momento i prodi Goti, riprendevano tosto animo,
e continuavano a combattere con novella forza, finchè la notte,
involgendo nelle tenebre loro ed il nemico, poneva fine alla lotta.
Dopo una notte di riposo breve e angosciato, quei prodi ripigliavano
ai primi albori le armi, e pugnavano con fortezza che non venne mai
meno e senza cedere terreno, fino a che scendeva colla sua oscurità
la seconda notte a separarli. Allora sedevano a riposo, e numerate
le loro rade schiere, venivano a consiglio di ciò che fosse a fare.
Quella stessa notte spedivano a Narsete alcuni dei loro capitani i
quali dicevano: «Ben avvedersi i Goti che vana cosa sarebbe pugnare
contro i voleri d’Iddio: sdegnare eglino la fuga, chiedere che loro si
concedesse libera dipartita, affinchè, abbandonata Italia, non servi
dell’Imperatore, ma uomini liberi potessero trarre loro vita sotto
quel cielo ch’eglino scegliessero: chiedere che loro si concedesse di
recare con sè i loro averi che avevano deposti in parecchie città».
Narsete ondeggiava nell’incertezza, ma il generale Giovanni, che
per l’esperienza di cento battaglie conosceva il valore dei Goti,
lo consigliava di accogliere le offerte di eroi decisi a morire.
Intanto che si conchiudeva il trattato, mille Goti, disdegnando ogni
pattuizione come disonorevole, sguainavano le loro spade, ed uscivano
del campo, e partivano non molestati dai Greci che concedevano loro
libero passaggio, temendo gli effetti del loro coraggio disperato.
Guidati dal prode Indulfo, eglino giungevano salvi a Pavia. I rimanenti
prestavano solenne giuramento di adempiere quanto avevano promesso
nella convenzione, e di partire d’Italia. Ciò avveniva nel Marzo
del 553, verso la fine dell’anno decimottavo della tremenda guerra
gota[448].
Ignoriamo a qual luogo movessero gli ultimi mille Goti dopo la
battaglia del Vesuvio. Il modo con cui eglino partirono del bel
paese, che i loro padri avevano conquistato e nel quale mille luoghi
conservavano ricordanza delle geste più gloriose, è involto per noi
nella notte del mistero.
§ 5.
Uno sguardo all’indole della dominazione gota in Italia. — Fole
spacciate dai Romani intorno ai Goti, e loro ignoranza della storia
delle rovine della Città.
Sessant’anni aveva durato il regno fondato da Teodorico. Nell’ultimo
periodo del decadimento, quando s’apriva per Roma una êra novella che
dall’antica aver doveva svolgimento, i Goti, benchè fossero nelle
arti della civiltà inferiori ai Latini (per la dissoluzione degli
ordinamenti antichi profondamente decaduti), erano d’altra parte
nelle virili virtù politiche per robusta energia e per animo eroico
superiori. E i Goti s’alzano splendidi di gloria in un’epoca oscura
della storia d’Italia; nè alcuno potrà mai contestare loro il sommo
merito che abbiano preservata dalla barbarie la civiltà antica dei
Romani tramandandola ai posteri. Rispettando con soverchia venerazione
le tradizioni politiche dello Impero, in un’età nella quale era
impossibile di concepire la costituzione dello Stato in modo differente
dagli ordinamenti romani antichi, eglino entrarono per loro ruina in
lotta contro le decrepite forme politiche dell’antichità, contro il
sentimento nazionale e religioso degli Italiani, e perirono perchè non
ebbero potenza di inspirare nelle membra antiche la forza di una vita
novella. Fra tutti i popoli stranieri ch’ebbero dominio sull’Italia
(perocchè questo bel paese, ch’è il paradiso dell’Europa, sia stato
colpito sempre da una maledizione che lo getta sotto la tirannia degli
estrani, colpa della sua natura e di eventi fatali) eglino furono i più
illustri e gloriosi. Forniti di tutte le incorrotte virtù delle quali
la originale natura è prodiga ai popoli nel primo incominciamento di
loro vita, eglino rappresentavano nelle forme del corpo, nel costume
e nella lingua quel popolo di Zamolxi o di Ulfila, di cui (come narra
Giornande) Dione anticamente aveva scritto in quella sua Istoria
dei Geti che andò perduta, essere il più sapiente tra tutti i popoli
barbari, e per la natura dell’ingegno pressochè simile al greco[449].
Alla elevata indole capace di accogliere le arti della civiltà, eglino
accoppiavano la mitezza d’animo germanica: e basta che si paragoni
il periodo della dominazione gota in Italia con quelli della signoria
greca e della spagnuola venute più tardi, perchè ne balzino all’occhio
le gravi differenze senza che sia mestieri di soverchio discorso.
Egli è tuttavia opportuno che si oda il giudizio che dei Goti reca
il maggiore Storico degli Italiani, affinchè non si creda che tutti
sieno stati acciecati da eguale ignoranza. «Al nominarsi ora i Goti
in Italia», dice il Muratori, «si raccapricciano alcuni del volgo
ed anche i mezzo letterati, quasi che si parli di barbari inumani
e privi affatto di legge e di gusto. Così le fabbriche antiche mal
fatte si chiamano d’architettura gotica, e gotici i caratteri rozzi di
molte stampe fatte sul fine del secolo quintodecimo o sul principio
del susseguente. Tutti giudizî figliuoli dell’ignoranza. Teodorico
e Totila, amendue re di quella nazione, certo non andarono esenti
da molti nei; tuttavia tanto fu in essi l’amore della giustizia, la
temperanza, l’attenzione nella scelta dei ministri e degli uffiziali,
la continenza, la fede nei contratti, con altre virtù, che potrebbero
servire d’esemplare pel buon governo dei popoli anche oggidì. Basta
leggere le lettere di Cassiodoro, e in fine le Storie di Procopio,
nemico peraltro dei Goti. Nè quei regnanti variarono punto i
magistrati, le leggi o i costumi dei Romani; ed è una fanciullaggine
ciò che taluno imagina del loro pessimo gusto. Lo stesso Giustiniano
Augusto ebbe bensì più fortuna che i re Goti; ma se è vero, almeno
per metà, quanto di lui lasciò scritto Procopio, fu di gran lunga
superato da essi Goti nelle virtù»[450]. — «I Romani», dice più oltre
il Muratori, «bramavano di mutar padrone. Lo mutarono in fatti, ma con
pagare ben caro l’adempimento dei loro desideri per gli immensi danni
che seco portò una guerra di tanti anni; e quel ch’è peggio, perchè
questa mutazione si tirò dietro la total ruina dell’Italia di lì a
pochi anni, con precipitarla in un abisso di miserie»[451].
Durante tutto il medio evo, e fino ai tempi più recenti, molto tempo
ancora dopo che erano riposte in fiore le scienze, tenevasi in Roma
la dissennata credenza che i Goti avessero recata la distruzione ai
monumenti della Città. Quali fole meschine si andassero diffondendo,
ci fanno conoscere alcune memorie dell’anno 1594, lasciate da Flaminio
Vacca, scultore romano: e la Storia della Città deve tener conto
di alquante di quelle, come di monumenti della ignoranza dei Romani
intorno alla storia dei loro monumenti[452]. Mirando le tristi ruine
dell’antica Città, nè sapendo che, più ancora dell’opera devastatrice
del tempo, i rozzi Baroni del medio evo ed anche alcuni Pontefici
avevano demolito monumenti dell’antichità, i Romani ricordavano
soltanto la tradizione la quale narrava che i Goti avevano per lunghi
anni tenuta Roma sotto la loro signoria, che la avevano assediata
parecchie volte, che la avevano conquistata e saccheggiata. Eglino
vedevano la maggior parte degli edificî antichi, gli archi di trionfo,
e le stesse smisurate mura del Colosseo, quali oggidì ancora miriamo,
danneggiate per forami innumerevoli; nè potendosene render ragione,
reputavano che quella rovina avessero recata i Goti per desiderio di
spezzarne i marmi, oppure, che sarebbe stata cosa più assennata, per
rapirne gli arpioni di bronzo[453]. Ed al tempo del Vacca mostravansi
in Roma alcune picozze di certa foggia, colle quali i Goti avrebbero
demolito le statue; imperocchè l’ingenuo scultore ci narri, che un
giorno, scavandosi nel suolo di una vigna, là dove è il così detto
tempio di Cajo e di Lucio cui il volgo dà nome di Galluzzi, vi si
erano trovate due picozze. Dall’un lato avevano una mazza, dall’altro
un ferro di alabarda; ed io credo, dice il Vacca, che quelle fossero
armi dei Goti, i quali del ferro si servivano a spezzare in battaglia
gli scudi dei nemici, e la mazza adoperavano a recare il guasto ai
monumenti[454].
La fantasia dei Romani di quel tempo imaginava persino di aver
trovate le urne che chiudevano le ossa di quei Goti i quali durante
l’assedio di Vitige erano caduti sotto le mura. Essendo stati un giorno
dissotterrati presso porta san Lorenzo molti sarcofaghi di granito e
di marmo, si reputò dalla bruttezza del lavoro che fossero di origine
gotica: ed io penso, dice lo stesso Vacca, che appartengano al tempo
in cui l’infelice Italia era dominata dai Goti; chè mi ricorda d’aver
letto che coloro ebbero sofferta presso a quella porta una grave
sconfitta. E forse erano le urne di capitani, che, morti nell’assalto,
vollero aver tomba presso il luogo in cui caddero.
Ella è curiosa la credenza diffusa in Roma fino da quel tempo
remoto tanto, che i Goti avessero non solo deposti tesori qua e
colà nella Città, ma che avessero anche segnati i luoghi ove gli
avevano seppelliti, affine di lasciarne ricordanza ai loro nepoti.
E la ignoranza era sì grande, che ancora in sulla fine del secolo
decimosesto si reputava che ancor vivessero uomini del popolo goto in
qualche paese del mondo, e ch’eglino venissero di soppiatto a Roma per
dissotterrarvi tesori dei loro antenati con quell’ardore con cui lo
facevano già parecchi Cardinali. E Flaminio Vacca narra con pregevole
ingenuità quanto segue:
«Molti anni or sono io usciva un dì a vedere alcuni monumenti antichi.
Giunto a porta san Bastiano presso a Capo di Bove (ch’è il sepolcro
di Cecilia Metella), e colto dalla pioggia, entrai in un alberghetto.
E mentre stava attendendo che l’acqua cessasse, presi a chiaccherare
coll’oste. Egli mi narrava che pochi mesi prima era venuto da lui
un uomo chiedendolo di un pò di fuoco. Verso sera lo stesso uomo
tornava con altri tre, e dopo di aver cenato partivano senza che
i tre compagni facessero mai parola. Ripetutosi ciò per tre sere
consecutive, l’albergatore entrava in sospetto che venissero a fin di
male, e deliberava di darne denuncia al magistrato. Per la qual cosa,
quando uscivano una sera dopochè avevano come al solito mangiato,
egli seguiva da lontano le loro orme al chiarore della luna, finchè li
vedeva entrare in alcune grotte del circo di Caracalla (di Massenzio).
Al mattino vegnente egli narrava quanto era accaduto al magistrato.
E questi, fatto cercare nelle grotte suddette, vi trovò il terreno
smosso ed una buca profonda, in cui erano alcuni frammenti di vasi di
creta di recente spezzati: e poco lontano, entro il cumulo di terra,
si rinvennero celati alcuni stromenti di ferro, coll’ajuto dei quali
avevano mosso il suolo. Volendo accertarmene, poichè il luogo era poco
distante, vi andai, e vidi la buca ed i frammenti dei vasi ch’erano
cilindrici a somiglianza di tubi. Sembra che fossero Goti che, messi
sulle tracce da certe notizie antiche, vi avessero dissotterrato un
tesoro»[455].
Eccone un altro racconto:
«Mi ricorda che ai tempi di Papa Pio IV, venne a Roma un Goto il
quale possedeva alcune carte antichissime, che parlavano di un tesoro
che sarebbe a trovarsi coll’indizio di una figura in bassorilievo
che rappresentava un serpente, e che dall’un lato aveva il corno
dell’abbondanza e dall’altro la figura della terra. Il predetto
Goto cercò tanto, finchè trovò il segno sopra un lato dell’Arco:
e presentatosi al Papa, pregollo che gli desse licenza di scavare
per trovarvi il tesoro che apparteneva, diceva egli, ai Romani. E
ricevutane permissione, cominciò a lavorare collo scalpello su quel
lato dell’Arco, e, profondato alquanto, vi aprì una specie di porta. Ma
mentre stava per procedere nell’opera sua, i Romani entrarono in timore
ch’ei rovesciasse l’Arco, perocchè eglino fossero agitati da sospetto
contro la malevolenza dei Goti e temessero che ancora durasse in quel
popolo il mal talento di distruggere i monumenti di Roma. Per la qual
cosa scagliatisi contro di lui, il Goto ebbe a ringraziare Iddio di
fuggirne illeso: e così il suo proponimento andò fallito»[456].
A queste e ad altre favole di simil fatta si restringeva la ricordanza
che i Romani serbavano della gloriosa dominazione dei Goti e della
sollecitudine colla quale eglino avevano data opera alla conservazione
dei monumenti di Roma: e noi vedremo che durante il medio evo la
barbarica ignoranza doveva salire nella Città a tale grado, che persino
la memoria di Cesare, di Augusto e di Virgilio si presentava ai nepoti
di quei grandi Romani confusa nella tenebra della favola.