CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Belisario in Ravenna. — Egli rigetta le offerte dei Goti. — Totila è

eletto re verso la fine dell’anno 541. — Sue rapide vittorie. — Sua

spedizione in Italia meridionale. — Conquista Napoli.

Noi dobbiamo restringerci alla storia della Città, per la qual cosa

non ci è dato di seguire i passi dei Goti che si ritirano per la Via

Flaminia, nè di descrivere le acri battaglie che si combatterono

in Toscana, nell’Emilia e nelle Venezie, nelle quali Belisario

coll’illustre suo genio di guerra uscì trionfatore dei nemici

che pugnavano coll’ardore della disperazione, e vinse la caparbia

disobbedienza dei generali imperiali. Ventidue mesi dopo che i Goti

erano partiti di Roma, sulla fine dell’anno 539[398], il gran capitano

entrava nella forte Ravenna. Affine di conservare la signoria d’Italia

all’Imperatore, Belisario faceva mostra di accettarne la corona che

gli avevano offerta i Goti; ma imbarcandosi tosto per Bisanzio vi

recava i tesori del palazzo di Teodorico e vi conduceva prigione re

Vitige ch’era caduto tra le mani del prode Giovanni. Ciò che si narra

di Vitige, ch’egli fuggisse di Ravenna a Roma, che penetrando nella

basilica di Giulio nel Transtevere vi abbracciasse un altare, e che si

ponesse in balia dei nemici, avutone giuramento che avrebbe salva la

vita, sembra essere una semplice leggenda[399].

Ma il regno del gran Teodorico non era ancora annientato. Se ci muove

a sorpresa la rapida fine del reame dei Vandali in Africa, di cui non

rimase più traccia alcuna, a ben maggior diritto eccita in noi alta

meraviglia lo splendido risorgimento dei Goti da caduta sì profonda.

Il destino aveva per un momento abbattuto questo popolo prode, il

quale nello scoramento aveva posato le armi innanzi ad un eroe, nella

speranza che questi tosto guiderebbe le loro sorti e quelle d’Italia.

Delusi in quel loro voto, i Goti si sollevavano novellamente, e

quantunque di duecentomila forti guerrieri fossero stati stremati a due

sole migliaia, correvano di bel nuovo all’armi e rialzavano l’onore di

loro nazione e la loro signoria con rapide pugne, grandi sì da sembrare

incredibili, che spargevano splendore di gloria imperitura sulla loro

presta caduta. Imperocchè nessun popolo mai si sia rialzato dalla

disgrazia con pari fortezza, nessuno sia stato mai, che, compiuto il

corso cui era da fortuna appellato, abbia avuto fine più eroica.

Belisario non aveva ancora sciolte le vele, che i Goti di Pavia

offrivano la corona ad Uraia, nipote di Vitige: ma quegli deponevala

sul capo del prode Ildibado ch’ei faceva appellare in fretta di

Verona. Il novello Re goto spediva tosto ambasciatori a Ravenna,

perchè protestassero a Belisario ch’egli medesimo andrebbe a deporre

la porpora ai suoi piedi, appena fosse per adempiere la promessa data

di cingere la corona d’Italia. Ma il saggio Belisario rifiutava un

onore cui sarebbe andato congiunto il titolo di ribelle, e imbarcandosi

tranquillamente alla volta di Bisanzio, per prendere il comando

dell’esercito greco nella guerra di Persia, affidava a Bessa, a

Giovanni e ad altri capitani la direzione delle cose d’Italia. Appena

egli aveva sciolto le vele, le sorti volgevansi avverse ai Greci; e

breve tempo dopo la rapida morte d’Ildibado e del succeditore di lui

Erarico, rugio di nascita, s’elevava a terrore di Giustiniano e di

Belisario stesso un eroe, che Omero con senso di ammirazione avrebbe

posto a fianco di Ettore e di Achille, e a cui la storia giustamente

decretò l’immortalità a lato di Annibale.

Totila, nipote d’Ildibado, in ancor giovane età era illustre per

quelle virtù che sono retaggio degli uomini grandi: egli era già chiaro

per animo forte, prudente, generoso, moderato. Ei guidava uno stuolo

di guerrieri goti accampato nella città di Treviso, allorquando gli

perveniva l’annuncio che suo zio era caduto sotto il pugnale del gepido

Vila. A quella nuova atterrito, il giovane credette ogni cosa perduta,

per la qual cosa, non consapevole di sua propria virtù, egli trattava

con Costanziano, che comandava in Ravenna, della cessione della

città di Treviso. E già allo scopo di negoziare, egli aveva accolti

ambasciadori greci, allorquando di furia giungevano alcuni corrieri

i quali gli annunciavano che il popolo congregato nel campo di Pavia

lo aveva acclamato re. Il giovane guerriero accettava la corona; ed

i Goti, verso la fine dell’anno 541, avevano di pari tempo la notizia

della morte dell’usurpatore Erarico e della elezione di Totila[400].

Noi oltrepassiamo in silenzio le prime battaglie ed i primi trionfi

del novello Re goto, per accompagnarlo a Roma. Avvegnachè nello spazio

di un anno, assoggettate parecchie città di qua e di là del Po, egli

si fosse reso terribile, e ne avesse tratto potenza a muovere contro

Toscana: e vi entrava in sull’incominciamento della primavera dell’anno

542, colla quale stagione Procopio, che conta a primavere, dà principio

all’ottavo anno della guerra gotica. Totila guadava il Tevere, ma

rimettendo ad altro tempo di vendicare contro le mura di Roma bagnate

di sangue le stragi sofferte dal suo popolo, volgeva per l’agro

Sannitico e per la Campania alla conquista delle più importanti città

per averne fortezza nelle sue opere di guerra. E nel muovere a quella

spedizione, cui prudenza comandava d’imprendere, visitava nel convento

di Monte Cassino il santo monaco Benedetto, e ne aveva ammonizioni e

profezie: «Molte opere malvage tu fai», dicevagli il Santo, «molte ne

facesti; oh desisti dall’iniquità! Passerai il mare, entrerai in Roma e

vi avrai impero nove anni: nel decimo morrai»[401].

Assalita Benevento prima d’ogni altra città, la prese: abbattutene le

mura, procedè innanzi fino a Napoli, e al suono delle trombe vi pose

campo. Nel tempo stesso in cui cingevala d’assedio, Totila mandava

alcuni stuoli di cavalleria leggiera in Lucania, nelle Puglie e nelle

Calabrie. Tutte queste belle province assoggettavansi di buona volontà

alla sua signoria; e i tesori raccolti dagli Imperiali nelle gabelle

cadevano in mano ai Goti, il cui giovane Re era pietoso ai paesani,

laddove invece gli officiali greci da Ravenna ad Otranto con loro avide

requisizioni suggevano il sangue ai cittadini ed agli abitanti delle

campagne, e mostravano agl’Italiani ch’eglino erano usciti di senno

allorchè avevano preferito alla giusta signoria dei Goti l’insaziabile

despotismo dei Bisantini. Al governo delle finanze d’Italia sedeva

allora in Ravenna Alessandro, vampiro senza coscienza, che, a cagione

della sua destrezza a tosare monete d’oro, i Greci faceti appellavano

col nome di Psalidione, che in loro favella significa forbice: e gli

altri duci delle città principali (fra i quali l’avaro Bessa comandava

a Roma) non gli erano inferiori nello angariare il popolo. Procopio

dice espressamente che tutte le largizioni di grano che Teodorico

distribuiva ai cittadini ed ai poverelli di Roma erano interamente

cessate, e che Giustiniano aveva acconsentito che Alessandro le

togliesse[402]. E siccome ciurmavansi anche i soldati del loro soldo,

avveniva che affamati e senza mercede abbandonassero i loro vessilli

e a frotte passassero tra le file dei Goti dove avevano nutrimento

abbondante e buono stipendio.

Napoli, domata dalla fame, apriva finalmente nella primavera dell’anno

543[403] le porte, e offriva opportunità a Totila di muovere il mondo

ad ammirazione per le virtù del suo animo umano, come la sua bravura in

guerra gli aveva già meritata bella nominanza. Coll’affetto di padre

e colla prudenza di buon medico ebbe cura dei Napoletani: a poco a

poco restituì con parco nutrimento le forze ai morenti di fame, per

non recare morte saziandone tosto l’avidità rabbiosa. Fè rispettare

le proprietà, l’onore delle donne, e con grandezza d’animo diè carri,

cavalli e vettovaglie al greco Conone ed ai suoi soldati, i quali per

il patto di resa della città dovevano partire su navi, ma ne erano

impediti dai venti contrarî; e permise che eglino, i quali benedicevano

alla sua bontà, movessero sotto guardia gota a Roma. Indi, come soleva

fare di tutte le città conquistate, fè smantellare le mura di Napoli;

imperocchè sembri che, memore di Roma sotto i cui baluardi inespugnati

il popolo goto era stato colpito da terribili calamità, egli avesse

giurato la distruzione delle fortificazioni di tutte le città. E

facendole abbattere, diceva ai Goti operare di tal maniera affinchè

il nemico non vi si munisse; ai terrazzani poi diceva volere così

liberarli per sempre dagli orrori degli assedî.

§ 2.

Lettere di Totila al Senato romano. — Effetto di quelle in Roma. — Egli

muove contro Roma. — Prende Tivoli. — Secondo assedio dei Goti nella

estate dell’anno 545. — Belisario ritorna in Italia. — Porto. — Campo

dei Goti.

Di Napoli Totila spediva lettere al Senato di Roma. Egli già se n’era

acquistata la benevolenza, facendo condurre a Roma con cortesia alcune

patrizie donne fatte prigioniere in Cuma. Ed or diceva ai Padri di

Roma:

«Coloro i quali, per ignoranza o per obblivione, oltraggiano i

loro simili, hanno diritto all’indulgenza delle genti oltraggiate:

imperocchè la ragione del loro fallo gli scusi. Ma se qualcuno

scientemente dà offesa, a lui non giova alcun argomento che mitighi

la gravezza del fallo, avvegnachè non sia sola la reità dell’opera,

ma vi si accoppii la colpa del mal talento. Poichè la è così, vedete

quale giustificazione possiate trovare nel modo con cui operaste verso

i Goti. Che potete infatti addurre a discolpa? la ignoranza forse dei

beneficî di Teodorico e di Amalasunta, oppure la dimenticanza indotta

dal tempo che vi corse sopra? Nè una cosa nè l’altra è possibile.

Perocchè eglino non di leggieri o mediocri beni in tempi antichissimi

vi sieno stati cortesi, ma sì di beneficî altissimi e in tempi recenti

vi abbiano ricolmi, o diletti Romani. La maniera onde i Greci operarono

verso i loro soggetti voi conoscete o per fama o per propria vostra

esperienza, nel tempo stesso in cui già sapete di qual guisa i Goti

trattino gl’Italiani. Eppure quelli, mi cred’io, con ospitalità

cortese voi accoglieste: quali ospiti poi vi abbiate accolti, ben

sapete se vi soccorra memoria delle male arti di Alessandro. Non vo’

parlare della soldatesca e dei suoi condottieri della cui benevolenza

e della cui grandezza d’animo aveste ampie prove. Nè alcuno di voi

creda che vituperi ad essi mosso da giovanile orgoglio, o che io

come re dei barbari parli magnificando le cose. Chè io non dico, la

vittoria su quelle genti riportata essere opera di nostra prodezza,

ma affermo piuttosto avere coloro pagato il fio delle malvagità onde

vi oppressero. E non sarebbe la più dissennata cosa del mondo, se

voi stessi, or che Dio li flagella, voleste sopportare volonterosi i

loro cattivi trattamenti invece di sottrarvi a quei mali? Or ecco il

momento di purgarvi dell’onta dei vostri brutti comportamenti verso i

Goti, e di dare a noi ragione di concedervi venia. E la avrete se, non

ispingendo noi alle ultime estremità della guerra, e non ostinandovi

affidati ad una fallace speranza che poco durerebbe, vorrete scegliere

il vostro meglio, riparando ai torti onde foste rei verso di noi»[404].

Totila faceva pervenire queste lettere ai Senatori per mezzo di alcuni

prigioni: e poichè il generale Giovanni aveva vietato loro di darvi

risposta, altre ne mandò a Roma con sensi di conciliazione; ed il

popolo ne aveva contezza leggendone con animo agitato copie nei luoghi

più frequentati, imperocchè fossero stati alcuni che in tempo di notte

le avevano affisse. I governatori greci venuti in sospetto che i preti

ariani di Roma tenessero accordi secreti coi Goti, ne li cacciarono; e

poco stante mandavano in esilio a Centumcella il patrizio Cetego cui

Procopio dà il titolo di principe del Senato di cui ci è dubbio il

valore.

Sulla fine del verno, tra l’anno 543 ed il 544, Totila dalla Campania

soggiogata moveva contro Roma. La notizia che l’imperatore Giustiniano

atterrito dalla mala piega che prendevano le cose d’Italia, aveva

chiamato di Persia Belisario affinchè prendesse il comando nella

seconda guerra gotica, nol trattenne: poichè da capitano sapiente

aveva posti fondamenti eccellenti nel settentrione e nel mezzogiorno

della penisola alle sue opere di guerra: e già sapeva che le forze di

Belisario erano assai scarse.

Belisario giungeva, e intanto ch’egli sprecava tempo a raccogliere

milizie sulle coste del mare Adriatico, il Re goto con mossa rapida

s’avanzava nelle vicinanze di Roma. Ma il suo occhio non perdeva

di vista la forte città di Tivoli, la quale domina la Campania nel

corso superiore del fiume, e la otteneva per tradimento. Erano colà

a presidio Isauri i quali per caso vennero a dissidio colla milizia

cittadina: alcune guardie di questa aprivano in tempo di notte le porte

ai Goti; ma ne avevano mala ricompensa, chè la soldatesca, irritata

contro quei di Tivoli, nè sappiamo perchè, trucidava gli abitanti

e lo stesso Vescovo: e Procopio, il quale sembra non volere per

sentimento di umanità descrivere la strage, deplora la morte di Catello

cittadino di Tivoli, il quale fra gl’Italiani di quel tempo aveva bella

nominanza[405]. Scendendo di Tivoli dove posero presidio, i Goti si

resero padroni del corso superiore del Tevere e tagliarono ai Romani la

via di Toscana.

Ma neppure adesso Totila dava opera all’assedio di Roma: il suo genio

lo premuniva da ogni movimento affrettato suggerito dall’impeto della

passione, ond’è che, guidato dalla saggezza, imprendeva con energia

la conquista di parecchie città importanti di Toscana, del Piceno e

dell’Emilia, ed in quelle imprese consumava l’anno 544 ed una parte

dell’anno successivo. E dopo di avere munita la sua impresa di ogni

saldezza, raccolti da tutte le parti i suoi Goti, li guidava contro

Roma a vendetta, per assediarla, per prenderla, per punirla. Era

l’estate dell’anno 545[406].

La Città era presidiata da tremila uomini capitanati da Bessa, generale

d’ingegno mediocre, ad ajuto del quale Belisario, alcuni anni prima,

aveva aggiunto due prodi capitani, Artasire persiano e Barbazio trace

di nascita, vietando loro severamente di tentare mai sortite contro

il nemico. Ma non sì tosto i Goti s’erano avvicinati alle mura, che

quei due duci, desiosi di gloria, non obbedirono al suo comando, nè

alle ammonizioni di Bessa ed uscirono contro l’oste che si avvicinava.

I loro soldati furono fatti a pezzi, ed eglino medesimi scamparono a

stento, con pochi ricoverando entro la Città, donde non furono più mai

arditi di tentare alcuna sortita.

Questo secondo assedio onde i Goti cinsero Roma, fu condotto in modo

affatto differente dal loro primo, e fu invece simile a quello di

Alarico. Laddove l’imprudente Vitige aveva ordinato il grande suo

esercito in sette campi muniti ed aveva assalito con ardore incessante

la Città cui difendeva uno dei più grandi capitani di tutte le età,

Totila al contrario assediava Roma con calma sapiente; ed anzi toglieva

agio a uscire del suo campo per condurre opere di guerra nell’Emilia.

Egli si restringeva a impedire che in Roma entrassero vettovaglie,

avvegnachè fosse padrone del corso superiore del fiume, e sul mare

avesse una flotta che, signora delle acque di Napoli, rendeva per

lo meno difficile che da quel lato la Città ricevesse soccorsi. E

finalmente egli aveva argomento di sprezzare gli uomini che comandavano

in Roma: la loro imperizia e la negligenza usata nella difesa si

mostrarono in siffatta guisa dipoi, che Totila avrebbe potuto prendere

la Città malamente munita se avesse voluto esporre al cimento i

suoi guerrieri. Ma sembra che la ricordanza terribile della sorte di

Vitige rattenesse i Goti dal muovere contro le venerande mura; chè già

qualunque perdita sarebbe stata gravemente pericolosa al loro esercito

poco numeroso.

Frattanto Belisario stavasi in Ravenna inoperoso. Con lettere in

cui dipingeva la triste condizione delle cose, egli aveva chiesto a

Giustiniano che rapidamente gli mandasse soldati: e mentre questi con

inconcepibile lentezza venivano, l’eroe sventurato malediceva al suo

destino che lo costringeva a veder da lontano che il frutto della sua

gloria conquistata con sì aspra fatica andasse disperso colla perdita

di quella città medesima dove aveva raccolta la sua bella corona.

Egli accusava sè stesso d’imprevidenza per essere rimasto a Ravenna

invece di gettarsi coi suoi pochi soldati in Roma: e Procopio, il

quale sembra convenire egli pure a deplorarlo, scusa quel fatto con una

meditazione filosofica sulla forza del destino, il quale talvolta volge

a risultamenti avversi i più savi proponimenti degli uomini, perocchè

il fato crudele voglia compiere i tenebrosi suoi disegni. Belisario con

rapida mossa andava di Ravenna ad Epidamno ad incontrare le soldatesche

guidate da Giovanni e da Isacco: e dopo di essersi congiunto ad esse,

spediva Valentino e Foca con uno stuolo di guerrieri all’imboccatura

del Tevere, per accrescere fortezza al presidio di Porto. Imperocchè

il porto romano fosse ancora in potere dei Greci, e Totila non avesse

ancora potuto muovere alcun tentativo per istrappare loro quel baluardo

importante: e ciò valeva a prolungare l’assedio di Roma. Allorchè però

quei duci furono giunti a Porto, dove comandava il generale Innocenzo,

trovarono innanzi a sè i Goti signori del corso inferiore del fiume,

avvegnachè tra la Città ed il porto, Totila avesse posto il suo campo

bene munito alla distanza di otto miglia dalla Città, in un luogo che

aveva nome di _Campus Meruli_, ossia di campo del merlo[407]. Il campo

così situato, minacciato di fronte e da tergo, poteva essere esposto

a qualche pericolo; ma tuttavia quella posizione era stata saviamente

scelta, perocchè ivi riuscissero ad incontrarsi tutte le vie che

venivano della marina: e poichè i Goti dominavano le Vie Appia, Latina

e Flaminia, i Greci potevano tentare di muovere a soccorso di Roma

soltanto dal lato della foce del Tevere.

Valentino e Foca annunciarono tosto ai Romani la loro venuta, ed

ammonirono il general Bessa che in un giorno determinato sortisse

contro il campo dei Goti, nel tempo stesso in cui le soldatesche di

Porto moverebbero ad assalirlo da tergo. Ma Bessa non si arrischiò di

farlo, e l’assalimento condotto da un solo lato fu rigettato dai Goti

con piena sconfitta dei loro nemici che si ritirarono in fuga.

§ 3.

Papa Vigilio è chiamato a Bisanzio. — I Goti prendono un naviglio

carico di grani di Sicilia. — La fame desola Roma. — Ambasceria del

diacono Pelagio nel campo dei Goti. — Discorso che i Romani al colmo

della disperazione volgono a Bessa. — Condizioni miserrime della Città.

Papa Vigilio non era in quel tempo nella Città. Dopochè Silverio

suo antecessore, alla cui deposizione ed al cui esilio egli aveva

operato con influenza potente, fu morto nell’anno 538 oppure nel 540,

nell’isola Palmaria, per fame ovvero per violenza di genti spedite da

Antonina[408], la Chiesa riconobbe Vigilio a pontefice legittimo. Egli

eccitava contro di sè la collera di Teodora imperatrice a cagione del

suo rifiuto di annullare la sentenza che papa Agapito aveva pronunciata

contro Antimo e contro la setta degli Acefali, ed a cagione della

condanna ch’egli aveva data contro alcuni insegnamenti di Origene

sulla preesistenza dell’anima, sulla trinità e sulla natura dell’anima

di Cristo, dottrine che Giustiniano, mosso da ragione di Stato e da

smania di entrare in disputazioni teologiche, aveva fatto insegnare,

dando così origine alla controversia dei tre Capitoli[409]. Al suo

energico rifiuto di accogliere i tre Capitoli, Vigilio era chiamato

a Costantinopoli dove un Sinodo avrebbe giudicato della controversia:

e dopo incerta tardanza, partiva a quella volta, addì 22 di Novembre

dell’anno 544[410]. Gli avvenimenti occorsi nel suo viaggio sono

involti nell’oscurità; e ciò che narra il Libro dei Papi che Vigilio,

preso nella chiesa di santa Cecilia nel Transtevere, per ordine di

Teodora fosse fatto imbarcare sul fiume in una nave, e che i Romani

la accompagnassero delle loro maledizioni, tempestandola con pietre,

con rottami di legno e con frammenti di stoviglie, se non possa essere

dichiarato falso del tutto, eccita almeno qualche dubbio della sua

verità[411].

Vigilio andava primamente in Sicilia, e vi si fermava a lungo, fino al

tempo in cui Totila cingeva Roma di assedio. Informato delle necessità

ond’erano stretti i Romani, dai ricchi patrimonî che la Chiesa romana

possedeva nell’isola, raccolse gran copia di grano, e cariconne

vascelli che infatti giunsero felicemente ai lidi di Porto. Ma i Goti,

avutane contezza, si avanzarono fino all’imboccatura del Tevere, ed ivi

si ascosero presso il molo con loro navicelli. I Greci del castello

di Porto scopersero l’intendimento dei nemici; e nel momento in cui

il naviglio carico di vettovaglie stava per entrare nel fiume per

salire fino a Porto, dall’alto dei merli agitando panni cercarono di

far intendere ai naviganti di tornare indietro: ma quelli, credendo

anzi che fosse un segno con cui gli invitassero, si avanzarono, ed il

convoglio di grano cadde fra le ugne dei Goti che ne alzarono grida

festose. In quel naviglio erano anche parecchi Romani, fra i quali

Valentino, che il Papa in Sicilia aveva eletto vescovo di Silva Candida

e che ora egli spediva quale vicario suo a Roma. Condotto alla presenza

di Totila, fu interrogato di parecchie cose, e, accusato di menzogna,

quello sventurato ebbe crudelmente mozze ambe le mani. Ciò accadde,

secondo le notizie dateci da Procopio, verso la fine dell’anno undecimo

della guerra gotica, cioè nella primavera del 546.

Tosto che fu conosciuta la perdita di quel convoglio di vettovaglie, si

dileguò ogni speranza nella Città travagliata; e gli orrori della fame

si resero vieppiù insopportabili. Commossi a disperazione, i Romani

ricorsero al diacono Pelagio, uomo altamente reverito, il quale, di

fresco tornato di Bisanzio dov’era andato nunzio della Chiesa romana,

aveva distribuito il suo ricco patrimonio a lenire la miseria del

popolo della Città, nella quale, durante l’assenza del Papa, ne fungeva

egli senza dubbio le veci. Di buona voglia egli si sobbarcò al carico

di andare ambasciatore al campo di Totila, affine di implorare dal Re

una tregua, scorso il tempo della quale senza che di Bisanzio fosse

porto ajuto, la Città si sarebbe resa. Il Re accoglieva il venerando

ambasciatore dei Romani con segni di onoranza; ma tagliando corto

ogni discorso di negoziati, gli diceva con fermezza, essere suo animo

di concedere qualunque cosa gli chiedessero, fuori di tre: chè non

voleva udire loro preghiere a ciò che perdonasse ai Siciliani, o che

conservasse le mura di Roma, o che restituisse gli schiavi fuggiti.

Perchè Sicilia aveva fellonescamente accolti i Greci, perchè le mura

di Roma impedivano di deciderne in una battaglia in campo aperto e

costringevano i Goti a far sofferire ai Romani gli orrori dell’assedio;

perchè finalmente la fede data agli schiavi non poteva essere rotta.

Pelagio com’ebbe inteso ciò, tornava atterrito, abbandonando la sorte

della Città nelle mani di Dio.

Allorchè cadde infruttuosa l’opera di quell’uomo nella cui dignità e

nella cui eloquenza i Romani avevano riposta l’ultima loro speranza,

confidenti ch’egli sarebbe un secondo Leone, i miseri cittadini

angosciati dalla fame piombavano nel profondo della disperazione.

S’adunavano con grida di guajo, e deliberavano di spedire alcuni uomini

al palazzo: ivi quei tapini senza forza volsero ai duci un breve

discorso, cui l’ambascia della fame dava una insolita energia ed il

cui tenore fu presso a poco il seguente. «I Romani vi supplicano di

essere trattati se non come amici scesi della stessa stirpe, o come

concittadini dello stesso Stato, almeno come nemici vinti, come schiavi

di guerra. Date ai prigioni vostri alcun poco di pane! Non diciamo, no,

nutrimento da bene vivere, ma il tozzo necessario affinchè possiamo

trascinare la vita al servigio vostro, come a’ servi si conviene.

Che se vi sembra soverchio il dimando nostro, permetteteci almeno di

uscire liberamente della Città, affinchè vi risparmiamo la fatica di

dare agli schiavi vostri sepoltura. Che se pur questo desiderio nostro

vi sembri troppo grave, ebbene! Date morte a noi tutti; chè ella sarà

pietosa cosa!» Rispondeva Bessa: «Cibo per loro non avere; lasciarli

partire essere cosa pericolosa; ucciderli empia; Belisario esser vicino

ad ajutarli». E con queste parole congedava gli affranti ambasciadori

che tornavano alla moltitudine affamata che gli attendeva ansiosa e

istupidita.

Neppur una mano si levava tra i Romani a punire gli infami. Bessa e

Conone, spinti dalla più turpe avarizia, traevano in lungo l’assedio

per trafficare sulla fame del popolo e per cavarne denaro. Eglino

incettavano le vettovaglie, e, fatti mercanti, le ammassavano nei

granai: e gli stessi soldati greci toglievansi di bocca la loro

porzione di cibo per averne denaro e denaro. Imperocchè i Romani ricchi

pagassero un medimno, ossia un piccolo moggio di grano, a sette monete

d’oro, ed i meno agiati reputassero buona ventura quando potevano

avere una misura eguale di crusca pagandola a monete d’oro 1-3/4.

Cinquanta monete d’oro pagavasi con gioia un bue, se fortuna dava che

se ne trovasse. Nella Città non era che avarizia da un lato la quale

vendeva, e fame dall’altro che senza ridire sul prezzo, comperava e

divorava. E come fu esausto il denaro contante, si videro i Romani

trarre sul mercato una dopo l’altra le suppellettili dalle loro case

permutandole con grano, nel tempo stesso in cui i cittadini poveri

si trascinavano carponi alle mura e fra i ruderi dei portici (dove

un tempo gl’Imperatori avevano fatte ai loro pigri avi largizioni di

olio, di pane, di grasce), per cogliervi erbe selvatiche e per saziarne

le brame del ventre. Ma anche il grano consumavasi fino alla scarsa

porzione che Bessa aveva conservato per sè stesso; laonde la rabbiosa

fame costringeva ricchi e poveri del paro a ricorrere alle ortiche

che cotte trangugiavano. Vedevansi i Romani simili a spettri dalle

occhiaie incavate errare per le piazze deserte, schiacciare co’ denti

le ortiche, e tutt’a un tratto cadere inanimati. E la natura stessa

che sotto quel cielo disserra estesa vegetazione di piante selvatiche,

da ultimo non aveva più erbe che coi loro amari succhi porgessero

miserando alimento. Molti ponevano fine a loro martòri dandosi morte:

e fra gli spaventosi orrori di quei giorni Procopio narra di un fatto

che non è terribile meno del lacrimevole destino del conte Ugolino.

Era un padre di cinque figli: attorniato da quelle sue creature che

gli si stringevano alle vesti a piagnere e a domandar del pane, senza

far motto accennava che lo seguissero. E come erano venuti al ponte

del Tevere, da vero Romano copertosi il volto col lembo della sua

veste, gettavasi del capo in giù nell’onda, dinanzi ai figli ed ai

concittadini che non piangevano, sì dentro erano impietrati.

Alla fine i duci davano licenza che partisse chi voleva, tolto ancora

perciò qualche po’ di denaro. Roma vuotavasi d’abitatori; ma dei miseri

fuggiaschi che ivano a cercar alimento di fuori, molti cadevano per

via di fame, e, se si presti fede alla narrazione dei Greci, anche di

ferro del nemico: sennonchè noi abbiamo argomento di scolpare i Goti da

questa crudeltà. In sì profonda miseria, esclama Procopio con istupore,

la fortuna aveva precipitato il Senato ed il popolo di Roma!

§ 4.

Belisario giunge a Porto. — Il Tevere è chiuso per mezzo di uno

steccato di legno. — Belisario tenta di superarlo e di liberare

Roma. — Sospensione delle pugne. — Totila entra in Roma addì 17 di

Dicembre dell’anno 546. — Aspetto della Città deserta. — Saccheggio. —

Rusticiana. — Mitezza d’animo di Totila.

Sembrava che l’arrivo di Belisario nel porto del Tevere dovesse

finalmente decidere delle sorti. Partendo di Otranto egli conduceva

seco la soldatesca di Isacco, e comandava al «sanguinario» Giovanni

di muovere per le Calabrie e di incamminarsi per la Via Appia. Egli

poi deliberava di fermarsi a Porto per vedere se potesse con pochi

soldati liberare Roma: e ne era ben tempo. Approdato a Porto, trovò che

i Goti avevano posto tra lui e Roma un impedimento cui era necessario

di superare, ma che opponeva grave difficoltà. Novanta stadî al di

sotto della Città, là dove il fiume era più stretto, Totila aveva teso

dall’una all’altra sponda una chiusa di fortissimi fusti di alberi:

sull’una e sull’altra riva aveva eretto due torri di legno munite di

mangani e difese dai giavellotti dei loro guardiani. Nessun vascello

poteva oltrepassare quel forte serraglio, e neppure vi si poteva

avvicinare se non dopo di avere spezzato una catena di ferro, tesa sul

fiume a qualche distanza dalla chiusa.

Belisario doveva distruggere quell’ostacolo se voleva portare soccorso

di soldati e di vettovaglie alla Città. Egli attendeva perciò alcun

tempo che giungesse Giovanni, ma indarno, chè i Goti avevano a Capua

impedita la via a quell’ardito capitano. Per la qual cosa Belisario

eccitava parecchie fiate Bessa affinchè da parte sua movesse contro

il campo, nel tempo istesso in cui egli dall’altro lato vi darebbe

assalto. Ma il duce di Roma non si moveva, ed il presidio colle armi al

braccio stavasi noncurante e neghittoso entro le mura. Allora Belisario

deliberava di non aspettare più a lungo, e confidava nel proprio genio

di guerra. Ad ogni modo voleva egli prima tentare di introdurre viveri

nella Città; ed il suo disegno era splendido, ardito e degno di alta

lode. Egli caricava le vettovaglie sopra duecento dromone o navi da

trasporto dal corpo lungo e snello: e nel tempo stesso faceva di ognuna

di esse una piccola cittadella natante, munendola all’intorno di un

parapetto formato di forti panconi, con feritoje pei balestrieri.

Ordinate le navi in ischiera sul fiume, vi faceva precedere una

gigantesca macchina incendiaria natante. Era essa formata di una torre

di legno che, posando sopra due zattere congiunte insieme, superava in

altezza le torri nemiche erette a difesa dello steccato, e recava al

suo vertice una barca mobile piena di pece, di zolfo e di altre materie

incendiarie.

Allorchè fu giunto il giorno determinato all’impresa, Belisario

affidava la difesa del castello di Porto e la custodia della sua donna

al generale Isacco, dandogli comando che non abbandonasse mai la città

anche se gli giungesse novella che il generale supremo fosse stretto da

grave pericolo e che anche fosse stato sconfitto. Nel tempo medesimo,

presso le foci del fiume ordinava soldatesche dietro a trinceramenti,

e comandava ai suoi fantaccini di seguire lungo le sponde del Tevere il

movimento del naviglio.

Egli stesso saliva sulla prima dromona e dava il segnale della

partenza. Precedevano venti navi spinte con grave sforzo dai remiganti

a ritroso della corrente del fiume, nel tempo medesimo in cui la

macchina incendiaria trascinata lungo la sponda lentamente s’avanzava.

I Goti miravano con istupore quel movimento e rimanevano alcun tratto

inoperosi nel loro campo. Coloro che stavano a guardia della catena

erano presto sconfitti; la catena era spezzata; e con lena raddoppiata

i Greci facevano forza di remi verso la chiusa. La macchina incendiaria

si posava con buon successo sopra la torre volta al lato di Porto, e

scagliandovi dall’alto il barchetto ardente, poneva tosto in fiamme la

torre. Il presidio di questa, composto di duecento Goti capitanati dal

prode Osda, vi periva miseramente. Una pugna accanita si combatteva

intorno alla chiusa, contro la quale facevano pressa le dromone, nel

tempo medesimo in cui i fanti dalla banda di terra s’azzuffavano contro

i Goti, che dal campo erano accorsi a difenderlo. Le sorti di Roma

erano per essere decise in brevi istanti, e forse la vittoria sarebbesi

in poco tempo ottenuta, se Bessa fosse mosso della Città ad assalire

dal suo lato.

Intanto che ferveva la battaglia sopra una sponda del fiume ed intorno

alla chiusa, un corriere recava a Porto la novella che la catena

era stata infranta e che il ponte era preso. Isacco, trascinato da

desiderio di aver parte alla gloria della vittoria e dimentico del

comandamento di Belisario, correva ad Ostia, vi raccozzava uno stuolo

di cavalieri, e stoltamente, quasi fuor di sè, aggrediva il campo

nemico da quella banda. Nel suo impeto primo passò oltre ai Goti,

entrò nei loro trinceramenti e cominciò a darvi saccheggio. Ma i Goti

rinvennero tosto del loro sgomento, tornarono indietro, e serrando la

via ai nemici entrati nel campo fecero prigione il temerario capitano.

La notizia che Isacco era stato preso giunse sciaguratamente colla

rapidità del folgore ad orecchio di Belisario intanto che pugnava

intorno al serraglio. Atterrito a quell’annunzio, non comprese il

vero dell’avvenimento, ma reputò che Porto fosse stato preso, che il

castello, il tesoro, la sua donna, i materiali di guerra fossero caduti

in mano del nemico; e per la prima volta la mente dell’eroe presa

da agitazione si smarrì. Fè cessare dalla battaglia, fè chiamare a

raccolta, e voltate le navi e la soldatesca, mosse in furia verso Porto

per riprendere il castello. Ma come giungeva, stupiva di non trovarvi

faccia di nemico, ma di rivedervi le proprie scolte che attente

vigilavano dai merli del castello: allora comprendeva il suo errore,

ed era colto da angoscia sì grave che lo assaliva una febbre violenta,

la quale togliendogli ogni sentimento lo teneva a lungo sospeso tra la

vita e la morte.

Così falliva il tentativo di liberare la Città, nè era questa volta

conceduto a Belisario di accrescere la gloria della sua prima difesa

di Roma con una seconda. Una sospensione inerte ne derivò: in Porto

dove Belisario giaceva infermo tutto era silenzio; nel campo dei Goti

non facevasi alcun movimento; la città di Roma era simile a chiuso

sepolcro. Le mura antiche di Aureliano che cingevano la immensa Città

deserta dalla quale era fuggito il popolo tutto, sembravano sole

guatare vigilando. Sui baluardi vedevasi appena qualche scolta: di

rado qua e colà appariva un drappello di guardie: chi voleva dormire,

dormiva; nè alcun duce ne lo sturbava. Nelle vie vedevansi pochi uomini

vacillanti per fame: Bessa era nel suo palagio a guardia del denaro

guadagnato sui dolori dei cittadini; e Totila stava irresoluto nei suoi

trinceramenti mirando l’antica Roma dalle cui alte mura sembrava che

le ombre sanguinose del suo popolo lo ricacciassero con terrore. La

descrizione che dà Procopio delle condizioni della Città assediata è

così terribile e straordinaria da far credere all’esagerazione; ma pure

non sembra ch’essa sia mendace.

Quattro Isauri, che facevano parte di un drappello posto a guardia di

porta Asinaria diedero finalmente Roma in mano al nemico. Senza che se

ne accorgessero i loro duci, duranti parecchie notti calarono dalle

mura sospesi a funi, e introdotti nel campo nemico annunciarono al

Re ch’egli potrebbe spedire soldati a impadronirsi della porta, con

che egli avrebbe preso la Città quando avesse voluto. Le loro offerte

ripetute e le assicurazioni di alcuni Goti che s’erano resi certi della

veracità della proposta, tolsero ogni dubbiezza in Totila. Quattro

valenti Goti aiutati dai traditori scalarono una notte la muraglia,

e, scesi in Città, aprirono la porta per la quale l’esercito goto

entrò quietamente. Ciò avvenne, dicesi, nella notte dei 17 di Dicembre

dell’anno 546[412].

Totila, guidato da prudenza, non volle tosto penetrare durante l’oscura

notte nel cuore della Città, ma fè sostare i suoi guerrieri nel

quartiere Laterano. Ma la Città agitavasi tosto a grave tumulto; ed

il Re ordinava che tutta la notte squillassero le trombe, affinchè i

Romani avessero avviso di trovare scampo fuor delle porte oppure nelle

chiese[413]. Il presidio di Roma al primo clamore fuggiva coi suoi

duci Bessa e Conone: tutti i Senatori che ancora avevano un cavallo,

scappavano; e fra quelli era Decio e forse anche Basilio ultimo

console di Roma, laddove Massimo, Olibrio, Oreste ed altri patricî si

ricoveravano nella chiesa di san Pietro[414]. Chiunque aveva forza di

trascinarsi fino alle chiese vi si rifuggiva; ed allorquando al sorgere

della luce i Goti mossero per le vie di Roma, gli accolse il silenzio

d’un deserto privo d’abitatori. Narra Procopio che in tutta la Città

fossero rimasti soli cinquecento uomini che a fatica riuscirono a

scampo nei santuarî, imperocchè tutti gli altri fossero usciti di Roma,

oppure per fame fossero morti[415]. Ciò può sembrare meraviglioso anzi

impossibile, ed il numero di cinquecento sarà forse da ripetersi dieci

volte: ma la notizia offertaci dall’illustre Storico di quel tempo, se

anche sia esagerata, dimostra in quale profondo decadimento ed in quale

estrema miseria Roma fosse precipitata.

Allorquando i Goti finalmente corsero le vie della Città conquistata,

intorno alla quale alzavansi ancora i cumuli che coprivano i cadaveri

dei loro connazionali, fu porta loro opportunità di ottenerne ampia

vendetta: ma Roma era sì deserta, che il loro odio non trovava oggetto

sul quale si sfogasse, ed era sì miseranda nello aspetto, che la

passione di vendetta si sarebbe anche nel petto dei Barbari tramutata

in sentimento di compassione. La rabbia dei Goti rimaneva paga

dell’uccisione di ventisei soldati greci e di sessanta Romani colti

nelle vie: e Totila, preso nell’animo meditabondo da sensi di pietà,

moveva in sul mattino alla tomba dell’apostolo Pietro a sciorvi sue

preci mattutine. Al prode vincitore si presentava sulla soglia della

basilica il diacono Pelagio tenendo in mano il libro degli Evangeli, ed

esclamava con voce interrotta da sospiri: «Signore, perdona ai tuoi!»

Totila gli diceva: «Supplice tu vieni or dunque, o Pelagio?» E questi

rispondevagli: «Iddio mi rese tuo servo, e tu perdona, o signore, ai

servi tuoi». Il giovane eroe consolava l’animo triste del sacerdote,

promettendogli che i Goti risparmierebbero le vite dei Romani: ma

ai suoi prodi guerrieri concedeva, come già aveva fatto Alarico, che

dessero saccheggio alla Città, purchè non toccassero quelle ricchezze

più preziose che egli, quale parte del bottino, a sè riservava.

Roma fu saccheggiata ma senza spargimento di sangue e senza crudeltà;

chè nelle case deserte i Goti non trovavano chi resistesse per

difendere le robe. La Città non possedeva più le ricchezze onde era

ornata ai tempi di Alarico, di Genserico ed anche di Ricimero: i

palazzi delle antiche famiglie erano già da gran tempo deserti in parte

e decaduti; e pochi soltanto erano ancora splendidi di capolavori di

marmo e ricchi d’ornamenti d’oro e di preziose biblioteche. Tuttavia

trovavasi ancora di che depredare nelle case dei Patrizî; e nel palazzo

di Bessa il Re goto raccolse tutti quei cumuli d’oro che l’avarizia

del Greco vi aveva ammassati. Tutti quegli sventurati Patrizî che

erano rimasti nelle loro case, furono risparmiati; ed in fatti eglino

avevano diritto a pietà, chè, ravvolti entro vesti servili cenciose,

vedevansi errare di casa in casa tendendo la mano ai loro nemici stessi

e accattando per Dio un tozzo di pane. In quella miseranda condizione

videro i Goti anche una donna illustre che sopra ogni altro era

meritevole di compassione. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di

Boezio, durante l’assedio aveva distribuito ogni suo avere a lenire la

miseria generale; e la nobile matrona non aveva ora causa di arrossire,

se, obbietto di compassione, errava mendicando sua vita a frusto a

frusto per campare ancor breve tempo. I Goti la mostravano a dito, e

dicevano con amarezza che quella femmina a torre vendetta della morte

del padre e dello sposo aveva fatto distruggere in Roma le effigie di

re Teodorico: e chiedevano che la nobile vedova fosse messa a morte.

Ma Totila onorava la sventura di lei, figlia e moglie a due Romani sì

illustri, e proibiva che a nessuna vedova, nè ad alcuna orfana venisse

fatto oltraggio. E fu tanta la sua mitezza d’animo verso tutti senza

differenza, che egli meritò l’ammirazione e l’amore dei suoi nemici

medesimi, a tale che di lui fosse detto, essere vissuto coi Romani,

dopo la presa della Città, come un padre coi figliuoli[416].

§ 5.

Discorsi di Totila ai Goti ed al Senato. — Egli minaccia Roma della

distruzione. — Lettere di Belisario a lui indiritte. — Assurdità

delle narrazioni che Totila abbia distrutta Roma. — Vaticinio di

san Benedetto sopra Roma. — Totila parte di Roma. — La Città rimane

deserta.

Nel dì seguente Totila congregava i suoi Goti, forse nel Foro del

popolo romano già da gran tempo deserto, e loro volgeva un discorso

degno della grandezza e della moderazione dell’animo suo. Egli

comparava il numero e la potenza presente dei Goti alla loro grandezza

passata; e con nobile sentimento ispirato dalla vittoria, ricordava che

se il loro superbo esercito di duecentomila uomini valenti era stato

sotto Vitige vinto da settemila miserabili Greci e ridotto ad un debole

stuolo di guerrieri nudi e malperiti nell’arme, eglino avevano pure

saputo sconfiggere ventimila nemici, e riconquistare il regno perduto.

Egli disse esservi una secreta e irresistibile potenza che punisce

i delitti dei Re e dei popoli; per la qual cosa piamente ammoniva i

suoi di ottenere il favore di Dio operando con giustizia verso i loro

soggetti.

Indi egli si presentava con irato sembiante alle reliquie del Senato

romano; e fu quella forse l’ultima volta che i Padri di Roma si

congregassero nel palazzo senatorio. I Patrizî a capo chino si tennero

indietro, quasi celandosi sotto l’abito sacerdotale del diacono

Pelagio; e tremanti e silenti ascoltarono le parole severe dell’eroe,

il quale rimprocciando la ingratitudine loro ai beneficî di Teodorico

e di Atalarico, lo spergiuro, la fellonia, la stoltezza, disse volere

quindi innanzi trattarli quai servi. Eglino non fecero motto, e solo

Pelagio pregò a favore «dei miserandi peccatori», finchè il Re promise

che li tratterrebbe pietoso piuttosto che giusto[417].

Totila poi mostrava intendimenti oscuri e nunci di disgrazia alla parte

materiale della Città. In questo tempo stesso i Goti avevano sofferta

una lieve perdita in Lucania, ed a quella notizia il Re era commosso a

violenta collera: ei voleva spianare al suolo tutta Roma; e, lasciando

indietro la maggior parte del suo esercito, voleva muovere in fretta in

Lucania contro il cane sanguinario, contro il feroce Giovanni. Ei dava

tosto comandamento che si abbattessero le mura, e ciò fu eseguito in

parecchi luoghi, di maniera che una terza parte di quelle fu infatti

demolita[418]. Ed anzi ei faceva sacramento che darebbe alle fiamme

i più belli, i più splendidi monumenti di Roma, e: «tutta la Città»,

sclamava, «voglio tramutare in vastità deserta ove pasca l’armento!»

Il Re nello accendimento dell’ira usciva con questi proponimenti, ma

difficilmente un uomo di genio pari al suo poteva operare in maniera

da deturpare il proprio nome immortale con una macchia di simil

fatta[419]. Spargevasi fama intanto che i Goti fossero per distruggere

Roma; e Belisario, che stavasi inoperoso chiuso nel vicino Porto, nei

suoi vaneggiamenti febbrili vedeva Roma, la città della sua gloria,

posta a ruba e a fuoco. Egli spediva al Re lettere recanti la vera

impronta di un’anima grande, le quali avrebbero meritato che dai grati

Romani si incidessero in tavole di bronzo e si esponessero in una

piazza publica della loro Città, affinchè servissero di ammonizione non

già ai Barbari, ma sì a quei Baroni ed a quei Papi del medio evo che

tanti monumenti di Roma distrussero. E quell’epistola sonava così:

«Gli uomini savii e che bene apprezzano le leggi del vivere civile

sogliono rendere adorne di belle opere d’arte le città che non ne

possedono: è costume invece degli uomini stolti di derubarle dei loro

ornamenti, tramandando così senza rossore alla posterità la ricordanza

di loro indole prava. Or di tutte le città su cui splende la luce del

sole, Roma è la più grande e la più mirabile. Imperocchè essa non dalla

potenza di un solo uomo sia stata edificata, nè in breve tempo a tanta

grandezza ed a tanta bellezza sia pervenuta; ma la lunga serie degli

Imperatori, l’associazione dell’opera degli uomini più illustri, usando

in lungo ordine d’anni di ricchezze infinite, la abbiano resa splendida

dei capolavori degli artefici raccoltivi da tutto l’orbe. E questa

Città, che, quale tu vedi, fu poco a poco edificata, quegli uomini

lasciarono ai loro posteri a monumento della virtù del mondo; per la

qual cosa chi facesse oltraggio a tanta grandezza si renderebbe reo di

grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi che verranno. Avvegnachè

egli rapirebbe gli avi del monumento del loro valore, ed ai nepoti

torrebbe di godere della vista delle opere eccelse degli antenati.

Poichè ella è dunque così, tu devi confessare che di necessità

delle due cose l’una deve accadere. O tu in questa guerra sei vinto

dall’Imperatore, oppure, se fia possibile, lo vinci. Se tu trionfi,

distruggendo Roma non perdi già una città altrui, bensì la tua propria,

o chiarissimo uomo: serbandola invece, tu puoi reputarti arricchito

a buon prezzo del più splendido possedimento della terra. Se ti fia

avversa fortuna, la conservazione di Roma sarà argomento acciocchè

tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua

ti torrebbe speranza di esserne accolto con mitezza e di averne alcun

vantaggio. Adeguata all’opera scenderà la sentenza del mondo, che in

ogni caso ti giudicherà; imperocchè la bella o brutta nominanza dei

Principi dipenda per necessità dalle loro geste»[420].

Totila ricevette lo scritto del suo grande avversario dalle mani di

coloro ch’egli aveva spediti a recarglielo; e nel tempo in cui lo

leggeva attentamente, il suo animo era preso da duolo, pensando che

Belisario avesse potuto crederlo capace di un’opera sì stolta ed

infame. Egli gli rescriveva in risposta; e noi deploriamo che la Storia

non ci abbia conservato le sue lettere a monumento degli alti sensi di

quell’anima eroica.

I monumenti di Roma furono rispettati: soltanto alcune case della

Città furono date al saccheggio ed alle fiamme, e quella sorte toccò

segnatamente alla Regione del Transtevere, dove per buona ventura erano

di pochi edificî splendidi[421]. Forse Totila vi faceva incendiare

alcuni fabbricati, come se realmente volesse porre ad esecuzione la sua

minaccia; e quelle fiamme facevano sì che Belisario prestasse fede alla

fama sparsa del brutto proponimento di lui. Le lettere del duce greco

al Re goto, ed alcuni passi di Procopio e di Giornande frantesi, oppure

a bello studio travolti nel loro senso, fecero accogliere opinione

che Totila abbia realmente eseguita sua opera di demolizione in Roma.

Alcuni Storici del medio evo ed anche di tempi recenti lo affermano

solennemente: e laddove avrebbero dovuto discolpare Alarico, Genserico

e Ricimero delle brutte colpe loro attribuite, eglino accusarono Totila

della ruina di Roma. Leonardo Aretino coi colori di Virgilio dà persino

una dipintura terribile dell’incendio di Roma operato da Totila: egli

fè prima di tutto, così narra quello Storico, abbattere le mura; indi

diè fuoco al Campidoglio e fè mettere in fiamme tutti gli edificî che

s’alzano intorno al Foro, alla Suburra ed alla Via Sacra: ne arsero

i monumenti del monte Quirinale; e l’Aventino splendeva del chiarore

dell’incendio, e sonava per l’aere il crepitio delle fiamme e il rumore

delle case crollanti. Altri retori italiani sulle sue orme spacciarono

di simili narrazioni fantastiche; nè soltanto narrarono che i Goti,

simili a «sciame di vespe in furore» si lanciassero contro il Colosseo,

e dall’alto al basso vi compiessero opera di disfacimento, ma seppero

dire persino ch’eglino mossero acerba guerra segnatamente contro gli

obelischi di Roma. Perocchè, avendo eglino pure nella loro patria di

quei marmi alti da venti a trenta piedi, sieno stati presi da invidia

degli obelischi della Città più belli di gran lunga, e gli abbiano

perciò tutti, all’infuori di quello soltanto del san Pietro, distrutti

con fuoco, o abbattuti con picconi, o strappati con corde. E tali fole

diffondevansi ancora nel secolo decimottavo[422].

Del resto compievasi la mirabile profezia che santo Benedetto aveva

pronunciata su Roma, e che il grande pontefice Gregorio narrava nei

suoi dialoghi soltanto quarantasette anni più tardi. Sembra che,

allorquando Totila entrava in Roma, si narrasse con terrore universale

che i Goti, a vendicare i loro fratelli caduti con Vitige, volessero

distruggere la veneranda Città: e questa è dimostrazione ch’essa non

ebbe mai cessato di essere obbietto di amore a tutto il genere umano.

Il Vescovo di Canusio nelle Puglie, andato un dì a Monte Cassino,

svelava le paure ond’era combattuto il suo animo a san Benedetto: ma

l’uomo del Signore confortava lo spirito angosciato di lui, dicendogli

con calma: «Roma non sarà distrutta dai Barbari; ma, travagliata

da nembi e da folgori, da procelle e da terremoti, di per sè stessa

decadrà putrefacendosi»[423].

Dopochè Totila ebbe distrutta la terza parte delle mura, con una

risoluzione di cui non sappiamo giustificare la cagione, forse spinto

da irrequietezza d’animo, partiva di Roma. Egli non lasciava alcun

presidio nella Città, ma alla distanza di 120 stadî poneva un campo

in un luogo chiamato Algido[424], affine di impedire che Belisario

uscisse di Porto. Egli poteva a buon dritto reputarsi per sacro titolo

signore di Roma, e ben poteva partirne; ma ci riesce a sorpresa ch’egli

non movesse tutte le forze sue contro Porto per soffocarvi il germe

di una novella guerra. Indi andava in Lucania, dietro a sè traendo,

quali ostaggi o quali prigionieri, tutti i Senatori; e Roma, donde

egli aveva nella sua collera cacciato il popolo tutto nella Campania,

era tramutata in uno squallido deserto che metteva terrore[425]. La

fantasia nega quasi di credere a quell’avvenimento straordinario ed

unico nella Storia: nè di quella immensa capitale del mondo, che il

nostro pensiero suole mostrarci animata della vita delle nazioni,

la fantasia vale a dipingere a sè stessa neppure per brevi istanti

l’imagine desolata, che la rende simile a luogo maledetto ed a tomba

spalancata, muta, deserta di abitatori. Ma la narrazione di Procopio è

chiara e precisa, ed è sorretta dalla testimonianza d’un altro Storico

che dice: «Totila condusse i Romani in cattività nella Campania; e Roma

ne rimase più che quaranta giorni deserta, in modo che vi si aggiravano

per le vie animali, senza che uomo ivi entro movesse»[426].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 25 / 38 题