CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

Scendono in Italia le orde di Bucelino e di Leutari e sono disfatte.

— Ingresso trionfale di Narsete in Roma. — I Goti in Compsa scendono a

patti. — Condizioni di Roma e d’Italia dopo la guerra.

La vittoria di Narsete non era completa. Terribili torme di Barbari si

riversavano nell’anno 553 sopra Italia, minacciando ruina alla città

di Roma. Già Teja aveva cercato con promesse e coi tesori di Totila

di muovere i Franchi ad invadere Italia; e con istanza più pressante

ancora, i Goti dell’Italia superiore gli avevano appellati a soccorso.

Il paese indebolito dalla guerra lunga e terribile, ed esanime per

piaghe d’ogni maniera ond’era il suo corpo straziato, poteva opporre

fiacca difesa e presentava facile la conquista. Alemanni e Franchi

in numero maggiore di settantamila uomini, condotti da due fratelli,

Leutari e Bucelino, scendevano dalle Alpi e si gettavano sulle province

dell’alta Italia, desolandole con guasto orrendo. La poca soldatesca

di Narsete vi opponeva debole resistenza. Lo stesso Generale, partendo

di Ravenna, correva a Roma, e vi si fermava durante l’inverno, tra

l’anno 553 ed il 554, in attitudine minacciosa sì, che ratteneva i

Barbari dal lanciarvisi sopra. Ed anzi, allontanandosi della Città e

del suo territorio, eglino entravano nel Samnio, ed ivi si dividevano

in due schiere. La prima, condotta da Leutari, scendeva lungo la costa

dell’Adriatico fino ad Otranto, e l’altra, capitanata da Bucelino,

moveva dall’altro lato e poneva a devastazione le province della

Campania, della Lucania e degli Abbruzzi fino al mare di Sicilia.

Non trovando resistenza, quelle orde terribili di predoni disertavano

l’Italia meridionale colla rapidità e colla forza devastatrice degli

elementi della natura sbrigliati nel loro furore: e la ricordanza di

quell’invasione mette orrore in chi ne legge la storia, nel tempo

medesimo in cui abbatte dalla sua altezza il concetto della nobile

natura dell’uomo. Ed infatti quell’avvenimento, che è uno dei più

terribili negli annali d’Italia, è simile ai fenomeni della storia

naturale dei bruti; perocchè il riversarsi di quelle torme barbariche

e il loro annientamento, che non ne lasciava vestigio alcuno, siano

simiglianti alle peregrinazioni degli sciami di locuste e degli stuoli

di scojattoli nelle torride regioni. Leutari, verso la fine dell’estate

dell’anno 554, rediva sulle sponde del Po colle sue schiere cariche di

bottino; ma ivi una pestilenza terribile distruggeva lui e le sue orde.

Bucelino invece da Reggio si volgeva verso Capua, ma giunto presso al

fiume Casilino o Volturno trovava innanzi a sè Narsete, che partito

di Roma aveva posto campo in un luogo detto Tanneto. In una terribile

battaglia i numerosi stuoli degli Alemanni e dei Franchi seminudi

soggiacevano al valore ed alla perizia dei greci veterani, e vi

perivano tutti come un armento al macello, all’infuori di cinque soli

ai quali riuscì di fuggire[457].

Carico dello immenso bottino dei vinti che componevasi delle ricchezze

rapite a tutta Italia, l’esercito di Narsete tornava a Roma; e le vie

della Città erano liete dello strepito dell’ultima pompa trionfale

della cui vista godessero i Romani. I guerrieri vincitori or davansi

in braccio al piacere, e alleggerita la fronte dell’elmo, e deposto

lo scudo pesante, gioivano fra le tazze e i suoni della lira. Ma

il pio capitano, che soleva ascrivere tutti i suoi trionfi alle

fervide preci ch’egli volgeva alla madre di Dio, raccoglieva le sue

soldatesche e loro indirizzava un discorso nel quale le esortava a

vita di temperanza e di pietà, e le eccitava a vincere le tendenze,

che in quella opportunità gli invitavano alla crapula, colla fatica

degli armeggiamenti non mai interrotti[458]. Ed ancora gli attendeva

l’ultima pugna; chè settemila Goti, i quali s’erano già uniti agli

Alemanni fuggiti alla strage, gettatisi entro il castello ben munito

di Compsa o Campsa, sotto la capitananza dell’unno Ragnari vi duravano

acre resistenza fino all’anno 555 in cui finalmente abbassavano le armi

innanzi a Narsete[459].

Dopo di avere narrati così gli avvenimenti della guerra lunga e

terribile che fu combattuta per il possedimento d’Italia, è a dirsi

quali fossero le condizioni di Roma in quel tempo. E già si può di

leggieri formarsene il concetto, allorchè si ricavino le conseguenze

di quanto fu per noi discorso fin qui. La Città, che in breve spazio

di tempo era stata presa cinque volte d’assalto, aveva sofferto

estremamente. La distretta della fame, la strage della guerra,

e il morbo contagioso avevano distrutta a copiosi stuoli la sua

cittadinanza. Cacciati tutti a un tempo gli abitatori della Città dai

Goti, eglino vi erano tornati ma in numero bene minore, per essere

di nuovo flagellati dalle crudeli sorti della guerra. Non ci è dato

di determinare con precisione il numero degli abitanti di Roma alla

fine della lotta; ma, fatto computo secondo verosimiglianza, sembra

che il numero di cinquantamila persone sia piuttosto eccedente che

inferiore alla realtà. Imperocchè il decadimento di Roma in nessun

tempo mai, neppure durante il periodo della così detta cattività dei

Papi in Avignone, abbia mai superato le condizioni miserrime in cui

essa trovavasi alla fine della guerra dei Goti. Non oro, non argento

era più nella Città, e neppure nelle chiese: ogni cosa preziosa che,

reliquia dell’arte antica, era sfuggita alle ugne dei Vandali e dei

Goti di Totila, era stata spesa dai posseditori durante le difficoltà

dell’assedio o rapita dalle angherie degli avidi Greci: e i Romani

sopravissuti non ritenevano del retaggio dei loro maggiori che magioni

spoglie e diroccate oppure diritti alla proprietà di poderi remoti o di

terreni nella vicina Campagna, che già dal secolo terzo incolti, erano

ora tramutati in regione deserta che la guerra aveva privata persino

dell’ultimo colono fugato od ucciso.

Le tristi condizioni di Roma a quel tempo hanno il loro specchio

nelle condizioni generali d’Italia dopo la guerra gotica, nè ci

basta l’animo di darne la dipintura: e reputiamo vero quanto dice un

profondo e calmo scrittore della storia di quell’età, che a pingere

tanti avvenimenti, e sì grandi mutazioni di fortuna, e la distruzione

di tante città, e le fughe degli uomini, e tanta strage di popoli,

l’animo umano non abbia forza sufficiente di pensiero, nonchè potenza

di esprimere a parole[460]. Italia devastata era dall’Alpe a Taranto

coperta di cadaveri e di rovine: la fame e la peste correndo sulle

orme della guerra avevano ridotte a deserto borgate intere; ed il nome

di Giustiniano imperatore sarà sempre annoverato tra i primi di quei

monarchi i quali al desio di dominazione e all’avida sete di ricchezze

non ebbero raccapriccio di sacrificare i popoli. Procopio imprendeva a

contare il numero degli uomini periti nelle guerre mosse in quel tempo

dai Greci, ma disperava dell’opera sua, dicendola simile a quella di

numerare i granelli d’arena del mare. Nelle guerre d’Africa ei computa

cinque milioni; e siccome Italia era tre volte maggiore delle province

soggette ai Vandali nei tempi antichi, così egli reputa che la perdita

secondo proporzione sia stata assai più considerevole. Benchè ella sia

esagerazione, per il fatto che Italia allora difficilmente contava una

popolazione maggiore di cinque milioni, è tuttavia certo, che per lo

meno un terzo della cittadinanza ne era perita di guerra, di morbo e di

fame[461].

§ 2.

Sanzione Prammatica di Giustiniano. — Il Vescovo romano sale ad alta

onoranza. — Il Senato. — Provvedimenti dati per la protezione alle

lettere e per la conservazione dei monumenti publici. — Relazioni di

Bisanzio colla Chiesa di Roma. — Papa Vigilio muore tornando in patria.

— Pelagio è eletto papa nell’anno 555. — Egli presta giuramento di

purgazione.

A dare ordinamento alle cose d’Italia, Giustiniano, sollecitato dalle

preghiere di papa Vigilio, emanava, addì 13 di Agosto dell’anno 554,

la sua Prammatica Sanzione, celebre Editto composto di ventisette

articoli[462]. Unendo di nuovo Italia all’Impero d’Oriente, ei

confermava tutte le ordinanze di Atalarico e di Amalasunta madre di

lui, manteneva in vigore anche i decreti di Teodato, ma annullava

tutte le leggi di Totila. L’Imperatore colla sua Sanzione tentava di

restituire l’ordine ai rapporti della proprietà, tutelando i diritti

dei cittadini ch’erano stati turbati nella confusione avvenuta durante

la guerra e duranti gli assedî di Roma, dando forza al diritto dei

fuggiaschi contro le pretese dei nuovi possessori subentrati, e

deliberando che i contratti conchiusi al tempo dell’assedio avessero

validità obligatoria. Nel capitolo decimonono della Sanzione, comandava

che il Pontefice ed il Senato dessero opera a determinare i pesi e

le misure che sarebbero da assumersi ad unità in tutte le province

d’Italia; e quest’è argomento che dimostra l’alta estimazione in che

era tenuto il Vescovo, ed è prova che il Senato esisteva ancora in

Roma[463]. Da questo tempo in poi il beatissimo Pontefice cominciava ad

esercitare influenza sulla giurisdizione e sull’amministrazione della

cosa publica in Roma; chè la legislazione di Giustiniano accordava

potenza nei publici negozî ai Vescovi delle città. Eglino non soltanto

possedettero per il tempo avvenire la giurisdizione civile sui cherici,

ma ebbero anche la soprintendenza su tutti gli officiali imperiali

e sullo stesso giudice della provincia: e cominciarono ad aver parte

al reggimento municipale, perocchè l’elezione dei _Defensores_ e dei

_Patres Civitatis_ dipendesse piuttosto dalla loro volontà che non

da quella dei primati delle città[464]. Giustiniano investì i Vescovi

italiani di legale autorità; e la grande potenza che ne ricavarono in

tutte le materie dell’amministrazione civile, fu cagione del fondamento

successivo della potenza dei Pontefici nella città di Roma.

Per quello che concerne il Senato, nulla sappiamo intorno alla sua

forma; ma per nessun modo può credersi che l’Imperatore restituisse a

vita quel corpo dello Stato, alla perdita dei suoi membri più illustri

riparando coll’elezione di novelli Senatori tolti da famiglie plebee:

e questa opinione accolgono quegli scrittori i quali s’industriano

di dimostrare che il Senato romano continuò ad esistere nei secoli

susseguenti[465]. Nella Città rimase la reliquia e l’ombra dell’antico

collegio dello Stato, che, perduta ogni influenza politica, continuò a

dare opera all’amministrazione ed alla giurisdizione municipale sotto

il governo del Prefetto della Città, finchè, puranco come curia ossia

_ordo_, si estinse facendo luogo a magistrati imperiali. Giustiniano

accordò a tutti i Senatori libertà piena di andarsene e di porre

dimora ove loro più talentasse, di recarsi nei loro possedimenti delle

province d’Italia per darvi opera alla cultura delle terre, o di sedere

alla corte di Costantinopoli: e ciò molti di loro fecero per buoni

motivi[466].

E nella Prammatica Sanzione medesima trovansi alcuni provvedimenti

a beneficio di Roma, i quali probabilmente non saranno stati che

frasi di benevolenza. Nel capitolo vigesimosecondo è statuito, che

le largizioni publiche (annona), onde Teodorico aveva fatto lieto

il popolo (e che Giustiniano pretende di avere a somiglianza di lui

distribuite, quantunque Procopio ne lo accusi del contrario), devano

essere nel tempo avvenire continuate: e vi si prefigge che i grammatici

e gli oratori, i medici ed i giureconsulti debbano ricevere i consueti

onorarî, «affinchè la gioventù dell’Impero romano che appara le arti

liberali abbia a salire ad altezza nella scienza».

La Sanzione dà finalmente in un suo articolo ordinamenti per la

conservazione dei monumenti publici di Roma. «Comandiamo», vi è detto,

«che le solite provvisioni e che i consueti privilegi della città di

Roma, in quello che riguarda alla restaurazione degli edificî publici,

o alla conservazione dell’alveo del Tevere, od al mercato, od al porto

di Roma[467], continuino, in modo però che si volgano a quegli scopi

medesimi pei quali vennero destinati».

Come Giustiniano ebbe dato di tal maniera provvedimento alle

cose politiche, ei rivolse le sue cure ai negozî ecclesiastici. E

quest’argomento fu d’ora in poi il più importante nelle relazioni

dell’Oriente coll’Occidente ossia di Bisanzio con Roma. Il Vescovo

romano ricavava grande vantaggio dalla caduta della signoria gota.

La Chiesa ne otteneva vittoria in Italia della eresia ariana. Spento

lo Stato romano, la potenza di lei per gli ordinamenti di Giustiniano

otteneva accrescimento nella Città: e la ruina quasi totale dell’antico

patriziato romano lasciava in Roma libero il campo all’influenza

del chericato. La Chiesa s’elevava sublime in mezzo ai ruderi del

crollato edificio dell’Impero antico: essa sola stava vigorosa or che

tutto intorno a lei era deserto. Soltanto per un momento essa ebbe a

deplorare la perdita di quella independenza onde aveva goduto sotto

il reggimento mite o prudente degli stranieri ariani. Il Vescovo di

Roma or più non vedeva sopra di sè un Re d’Italia il quale, di origine

germanica e di credenza scismatica, sedeva sopra un trono mal sicuro

perchè non sostenuto dall’amore della nazione; ma vedeva sorgere il

Principe ortodosso dell’Impero romano novellamente riunito, il quale,

forte di tutti i diritti dell’imperio, consideravalo patriarca suddito

del suo reame. Il Pontefice, durante la guerra gotica, aveva compreso

per esperienza quale attitudine l’Imperatore avesse deliberato di

prendere di fronte a lui: e tosto che fu cessato lo strepito delle armi

e che Roma decadde alla condizione di città di provincia sotto il giogo

militare di Bisanzio, il Papato andò incontro ad un avvenire difficile

per lotte di due maniere. Le une erano d’indole teologica, perocchè

gli inquieti ingegni degli Orientali, compiacendosi di controversie

sofistiche, non fossero mai stanchi di muover guerra ai dogmi religiosi

esistenti e di creare novelle dottrine filosofiche: le altre lotte

s’agitavano intorno allo Stato assoluto. Avvegnachè gli Imperatori di

Bisanzio non entrassero già nei negozî teologici perchè li prendesse

vaghezza di quelle dispute, ma perchè immischiandovisi era loro offerta

opportunità di sottomettere la Chiesa allo Stato. Eglino ricordavano

che i loro antichi predecessori all’Impero avevano tenuto la dignità

di Pontefice Massimo, per la qual cosa tentavano con isforzo sempre

continuato di abbassare la Chiesa universale a Chiesa particolare

dello Stato, della quale eglino si sarebbero posti a capo. Sotto di

Giustiniano, la cui sola grandezza sta in ciò ch’egli diede compimento

alla legislazione romana, il civismo, che il Cristianesimo aveva nei

primi tempi combattuto, s’alzò novellamente a terribile altezza: e dopo

di quell’Imperatore, nei secoli seguenti, si presenta lo spettacolo

meraviglioso della Chiesa libera, rappresentata da Roma, pugnante

contro l’assolutismo dello Stato. Spettacolo altamente meraviglioso

per fermo, che noi avremo occasione parecchie fiate di seguire col

nostro sguardo; perocchè in quella lotta sia stato il procedimento

più importante con cui si compiè l’elaborazione degli elementi della

civiltà nel medio evo: ed infatti quella grande pugna ond’ebbe origine

l’operosità della vita di Europa, dopo l’estinzione dell’Impero

bisantino continuò ad agitarsi fra i più violenti rivolgimenti in

Occidente; e da lei conviene prendere il vero punto visivo nella storia

dell’Impero romano trasfuso nel popolo tedesco.

Giustiniano aveva relegato papa Vigilio (il quale vedemmo essere

stato costretto a recarsi a Costantinopoli) ed i preti che lo

avevano accompagnato, in un’isola della Propontide: ma ora, mosso

a conciliazione, egli cedette alle preghiere del clero romano che

presso di Narsete s’era adoperato ad ottenere la liberazione del

Pontefice, e permise, dopo che Vigilio ebbe approvato i decreti del

quinto sinodo di Costantinopoli, che quei prigionieri tornassero in

patria. Ma Vigilio, affranto dai patimenti, moriva per via in Siracusa

in sull’incominciamento dell’anno 555[468]. Alcuni mesi dopo saliva

alla cattedra di san Pietro il diacono Pelagio, l’uomo più illustre di

tutti i cherici Romani, e che già abbiamo veduto operoso ai tempi di

Totila. La sua elezione era imposta da Giustiniano, ed i Romani vi si

sottomettevano nel silenzio obbedienti. Molti sacerdoti e molti nobili

bene pensanti (il Libro Pontificale non fa più cenno di Senato[469]),

non vollero fargli omaggio perocchè si sospettasse ch’egli avesse

cooperato alla morte di papa Vigilio. A purgarsi di quel sospetto, il

novello Papa ordinò una solenne litania, e movendo, a fianco di Narsete

patrizio, dalla chiesa di san Pancrazio fuor di porta Aureliana sul

Gianicolo fino al san Pietro, fra i cantici sacri salì nell’ambone, e

tenendo l’Evangelio nella mano e la croce di Cristo sul capo, prestò

innanzi al popolo congregato giuramento di sua innocenza.

§ 3.

Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei santi Apostoli

nella Regione _Via Lata_. — Decadimento della città di Roma. — Due

iscrizioni, monumenti di ricordanza di Narsete.

Dalla narrazione del Libro Pontificale si pare che Pelagio avesse

incominciato ad edificare la bella chiesa degli apostoli Filippo e

Jacopo, e che nel tempo in cui vi dava opera, nell’anno 560, morisse,

lasciando al suo succeditore, che fu Giovanni III romano, il merito

di compiere quella meravigliosa basilica. È il tempio medesimo che

oggidì è dedicato ai dodici Apostoli, o meglio è quello nel cui luogo

venne da Clemente XI nell’anno 1702 elevata una novella chiesa; chè

di quella antica, ch’era a tre navate, non rimangano che sei sole

colonne. Era di grande ampiezza (come ne dà notizia papa Adriano I in

un trattato indiritto a Carlo Magno in difesa del culto delle imagini)

e adorna di disegni di storie in musaico ed in pittura[470]. E poichè

era stata edificata nella Via Lata, al di là delle terme di Costantino,

fu accolta l’erronea opinione che l’Imperatore la avesse in origine

fondata, e che papa Pelagio la avesse ricostruita[471]. Ella è cosa

probabile che a edificarla si adoperassero materiali tolti alle terme

di Costantino, che allora dovevano essere in decadimento; nè Narsete

avrà negato che si usasse dei loro marmi poichè quei bagni erano usciti

d’uso. Una basilica di tale grandezza e sì magnifica non poteva allora

essere eretta senza che a quell’uopo si raccogliessero marmi e colonne

di antichi edificî; e di tal maniera soltanto può comprendersi come in

tempo di decadimento sì profondo quella chiesa si edificasse. Ma ella è

una favola scipita quella che divulgavasi in tempi posteriori, che per

la costruzione di quella chiesa Narsete desse colonne e marmi tolti al

foro di Trajano, e ch’egli donasse in proprietà della novella basilica

la colonna di Trajano col territorio attiguo[472]. La vicinanza

immediata del foro diede origine a quella leggenda; ma donazioni

a chiese di monumenti illustri dell’antichità non erano allora in

costumanza, chè soltanto nell’anno 955 si trova che papa Agapito II

confermasse in proprietà del convento di _san Silvestro in Capite_ la

colonna di Marco Aurelio nel campo di Marte. E la colonna di Trajano,

già prima dell’anno 1162, era possedimento della piccola chiesa _s.

Nicolai ad Columpnam Trajanam_, che era stata edificata in vicinanza a

quel bel monumento antico, dopo che il magnifico foro tutt’intorno era

caduto in ruina[473]. E quella chiesa era una fra le otto soggette alla

basilica.

La basilica dei santi Apostoli di Roma deve dunque considerarsi quale

monumento eretto sotto gli auspicî di Narsete a ricordanza della

liberazione d’Italia dai Goti, e del trionfo riportato sulla loro

eresia ariana. Giovanni III la elevò forse a titolo cardinalizio, come

è riconosciuta ai tempi di Gregorio I: ed a quell’antico Pontefice

si attribuisce una bolla che determinava i limiti della giurisdizione

della chiesa e che fu poi confermata da Onorio II nell’anno 1127. Però

quel monumento reca tutti gl’indicî che appartenga al secolo duodecimo

od al decimoterzo, ond’è impossibile che risalga ai tempi di Giovanni

III; per la qual cosa noi non potremo giovarcene che nei tempi più

tardi del medio evo[474].

Di tal maniera Roma, quantunque decaduta nella estrema miseria dopo

la guerra gotica, aveva potenza di erigere una novella basilica

magnifica. L’energia della vita della Chiesa ci commuove a stupore:

e a buon dritto si può levare le meraviglie dello zelo istancabile

con cui si dava opera alla costruzione di chiese in quella Roma

nella quale le magioni degli uomini crollavano e tutte le fonti

della civile prosperità si disseccavano, nel tempo stesso in cui

le case dei Santi ricche d’oro crescevano sempre più di numero. Ne

era conservata l’operosità artistica; e se anche si abbandonavano

le antiche tradizioni dell’arte, la quale vergeva più e più alla

barbarie, tuttavia l’ingegno degli artisti e degli operai, coperti

del sajo monastico o del povero vestimento cittadino, si perfezionava,

tramandando così attraverso quelle età involte nella tenebra più fitta,

i monumenti dell’architettura e della scultura cristiana, e i disegni

di musaico, e la pittura a fresco. Ma l’antica Roma con rapidità

spaventosa profondava alla massima ruina. Perduta ogni potenza nei

publici negozî, la sua cittadinanza era scarsa di numero e misera;

il Senato dei suoi patrizî antichi era distrutto. La sollecitudine

pietosa per i monumenti dell’antichità s’era estinta in Oriente;

ed anzi l’Imperatore nulla cura più volgeva a Roma, il cui Vescovo

eccitava la gelosia e l’odio della Chiesa orientale. Noi cerchiamo

indarno di rinvenire indicio che si fosse compiuto ciò che Giustiniano

aveva promesso alla Città colla sua Sanzione Prammatica. Affinchè si

rendesse più facile la restaurazione dei monumenti, egli aveva concessa

facoltà alle persone private di restituire a loro spese i monumenti

dalla rovina in cui erano caduti[475]. Ma chi era che avesse potenza

di provvedere alla conservazione di templi, di terme, di teatri? e

dov’erano quelle corporazioni, le quali, come ai tempi di Maioriano,

vigilassero con sollecitudine, affinchè i privati non recassero

oltraggio ai monumenti dell’antichità usandone come di miniere di

materiali da costruzione? La storia della città di Roma dopo la fine

della guerra gotica e durante tutto il tempo in cui stette sotto

il governo di Narsete è involta in una oscurità impenetrabile, nè

ricorda di alcun edificio che a lui andasse debitore di restaurazione.

Rimangono due sole iscrizioni a monumento del reggimento di Narsete e

della liberazione di Roma. Ambedue trovansi sopra quel ponte Salaro che

traghetta l’Anio e che Totila aveva distrutto: e dicono che Narsete

dopo la vittoria ottenuta sui Goti e dopo la liberazione di Roma

e d’Italia, nell’anno 565 lo riedificò. L’ampollosa gonfiezza, che

mal s’addice alla pochezza dell’opera di un piccolo ponte edificato

sopra un piccolo fiume, muove a sorriso, ma giova a mettere in mostra

l’indole di quell’età. Ecco la prima:

«Sotto l’impero del signor nostro piissimo e sempre vittorioso,

Giustiniano, padre della patria ed augusto, nell’anno trigesimo nono

di suo regno: Narsete uomo gloriosissimo, antico preposto del sacro

Palazzo, antico console e patrizio, disfatti i Goti, dopo di averne

con rapidità meravigliosa in campo aperto atterrati i Re, restituita

libertà alla Città e a Italia tutta, questo ponte della Via Salara,

che Totila tiranno abbominevole fino alla superficie delle acque aveva

distrutto, nettato l’alveo del fiume, restituì a migliore condizione e

rinnovellò»[476].

Alcuni distici, ai quali era ispirato qualche Poeta romano di

quell’età, posti su quel ponte sclamavano al viandante:

_Quam bene curvati directa est semita pontis_

_Atque interruptum continuatur iter._

_Calcamus rapidas subiecti gurgitis undas_

_Et lubet iratae cernere murmur aquae,_

_Ite igitur faciles per gaudia vestra Quirites._

_Et Narsim resonans, plausus ubique canat._

_Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes_

_Hic docuit durum flumina ferre jugum_[477].

§ 4.

Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è indi ricondotto a Roma da

papa Giovanni. — Muore nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di

una calata dei Longobardi in Italia.

Narsete negli ultimi anni di sua vita tenne dimora in Roma, dove pose

sua residenza nel palagio antico dei Cesari. Ma gli annali del tempo in

cui egli stette in Italia sono involti in oscura incertezza, e porgono

poche notizie soltanto delle sue guerre contro i Franchi e contro gli

ultimi avanzi dei Goti, e delle pestilenze, che desolando le terre

d’Europa dal Giugno dell’anno 542 in poi, mettono fuori continuamente

la schifosa loro testa. E l’oscurità deserta in cui giacciono sepolti

alcuni decenni scorsi dopo la caduta dei Goti, è resa ancor più triste

per gli orrori di cataclismi della natura. Roma e Italia tutta di

quando in quando furono afflitte da contagi e da terremoti, da uragani

e da inondazioni di fiumi e da insorgimento dei mari. E la fine stessa

del glorioso vincitore dei Goti si avvolge nella incerta penombra della

Storia; e Narsete, come già Belisario, sparisce nella tenebra della

favola.

Sembra che il conquistatore di Roma e d’Italia durante la pace si

abbandonasse di troppo a quell’odiosa passione di cumulare tesori che

accompagna sovente la vecchiezza. Dicevasi ch’egli avesse ammassato

montagne d’oro; e dopo la morte di lui narravasi ch’egli avesse

nascosto in una città italiana, entro un pozzo, ricchezze preziose in

copia sì grande, che, allorquando furono scoperte, si richiedessero

parecchi giorni a trarnele fuori[478]. E si raccontava che quella

sua ricchezza sterminata avesse eccitata l’invidia dei Romani

immiseriti[479]: egli è però probabile assai più che non già cupidigia

li movesse, ben piuttosto gli irritasse la pressura del suo despotismo

militare, il quale loro faceva rimpiangere amaramente i tempi passati

del regno dei Goti. Eglino non ebbero potenza di rovesciare Narsete

finchè visse Giustiniano, ma ne cercarono la perdita tosto che Giustino

il giovine fu salito al trono nell’anno 565. Volgendosi allora

all’Imperatore ed alla sposa di lui Sofia, i Romani mossero accusa

contro le angherie di lui, inviando lettere nelle quali con ardito

animo dicevano: «Ben meglio era per noi servire ai Goti piuttosto

che ai Greci, se doveva governarci l’eunuco Narsete opprimendoci col

giogo della servitù. Il Principe piissimo ne ignora le arti malvage:

ch’egli ci liberi dunque dalla mano di costui; se no daremo noi stessi

e la città di Roma in mano dei Barbari»[480]. L’imperatore Giustino,

nell’anno 567, terzo di suo regno, richiamava Narsete dal governo

d’Italia che l’Eunuco aveva tenuto per lo spazio di sedici anni[481].

Tale è il racconto di Agnello, biografo dei Vescovi ravennati, che

viveva nel secolo nono. Ma Paolo Diacono narra che Narsete fuggisse di

Roma nella Campania all’annunzio che Longino era già stato mandato in

Italia a prenderne il governo in sua vece. Nè egli fu oso di tornare

a Costantinopoli, nè obbedì al comando, perocchè fossegli detto che

l’imperatrice Sofia avesse espresso vanto ch’ella saprebbe costringere

l’Eunuco a filare lana colle donne del gineceo. La leggenda racconta

che il vecchio rispondesse: «ben volere egli tessere tal tela che ella

non potrebbesene di sua vita disimpacciare mai più»: ed aggiunge che

di Napoli l’Eunuco mandasse ai Longobardi di Pannonia legati i quali

gli eccitassero a scendere in Italia, e che a porgere un saggio della

ubertà del bel paese, oltre a parecchi doni preziosi, loro mandasse

delle frutta squisite[482].

Partito Narsete per Napoli, da grave trepidazione erano presi i Romani,

paurosi della vendetta di quell’uomo, che forse avrà minacciato di

dare in balìa ai terribili Longobardi quella Roma medesima ch’egli

aveva liberata dai Goti. Eglino pertanto mandarono in tutta fretta

papa Giovanni a supplicarlo che fra loro ritornasse. «Che male feci

io mai ai Romani, santissimo padre?» esclamava cruciato Narsete. «Io

voglio andarmene e gettarmi ai piedi di lui che mi mandò; e Italia

tutta conoscerà come io con ogni mia possa mi sia adoperato a pro del

paese.» Il Pontefice riusciva ad acchetare la collera del vecchio

governatore, e, ricondottolo con sè a Roma, prendeva dimora in una

casa situata entro il cimitero dei santi Tiburzio e Valeriano[483],

dove rimaneva lungo tempo attendendo alla consecrazione di Vescovi.

E Narsete sedette nuovamente in Roma, ma per breve tempo, chè, roso

da dolore e da dispetto, morte il rapiva: la salma chiusa entro una

cassa di piombo era trasportata coi suoi tesori a Costantinopoli[484].

Così narrano il Libro Pontificale e Paolo Diacono, ma Agnello dice:

«Narsete patrizio moriva in Roma dopo avere riportate molte vittorie

in Italia, e dopo di avere colle sue depredazioni messo a nudo i

Romani: egli spirava nel palazzo d’Italia nel novantesimo quinto anno

di età»[485]. La notizia ch’egli fosse pervenuto a sì tarda vecchiezza

è certo esagerata, perocchè non si possa credere sì di leggieri che

un vecchiardo ottantenne abbia conquistato Italia con tanto ardore

di guerra: e perciò egli è duopo fissare al 567 l’anno di sua morte.

Difatti, quantunque il Libro Pontificale affermi che uscissero di vita

contemporaneamente Narsete e papa Giovanni nell’anno 573, e quantunque

anche Agnello convenga in quest’opinione, ella non è cosa probabile

che Narsete rimosso dal governo di Roma ivi sedesse tranquillamente

per altri sei anni, nè che i Romani già premuti dai Longobardi si

opponessero ai comandamenti dell’Imperatore e del novello Esarca, nel

tempo stesso in cui tenevano fra sè lui e i suoi tesori[486].

La verità della narrazione dei Cronisti latini che Narsete abbia

appellati i Longobardi, può venire per alcuni motivi posta in dubbio,

come fu dal cardinale Baronio, benchè non possa venire decisamente

negata. Per certo le più propizie opportunità da sè sole invitavano

Alboino a scendere in Italia. Ma non è il primo caso di un tradimento

simile, chè già lo dimostra la storia di quel Bonifacio il quale in

simili condizioni aveva chiamati i Vandali in Africa: e ben facilmente

poteva Narsete dare ascolto alle voci della vendetta, vedendo in

sull’ultima sera della vita compensato il suo valore coll’odio dei

Romani e coll’ingratitudine della corte di Costantinopoli. Egli era in

relazioni d’amicizia coi Longobardi i quali gli avevano prestato ajuto

a vincere Totila: nè al suo disegno di torre vendetta chiamandoli in

Italia, opponeva forte contrasto nel petto del Bisantino il sentimento

dell’amore di patria. Ben maggiormente piuttosto dovevano rattenerlo

l’orgoglio di conquistatore di Italia e quel sentimento di amore alla

Religione cattolica che tutti gli scrittori dicono lo animasse con

sommo fervore[487]. Ed era manifestamente quel sentimento di pietà

che lo moveva a cedere alle pressanti istanze di papa Giovanni e a

tornare a Roma, anche se forse avesse realmente appellati i Longobardi,

oppure se avesse voluto soltanto atterrire i Romani nemici suoi, colla

minaccia di prenderne vendetta. Che se egli lo aveva fatto, ei non

poteva già più impedire quello che s’era compiuto; e moriva corrucciato

seco stesso e dolente dell’opera sua, perocchè già i Longobardi

movessero dalle contrade di Pannonia, seguendo il cammino che la forza

delle leggi della Storia indiceva ai popoli, traendoli dall’interne

contrade del continente verso il mare Mediterraneo, verso la sede della

civiltà.

§ 5.

I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. — Erezione dell’Esarcato

di Ravenna sotto Longino. — Province d’Italia. — Mutamenti

amministrativi. — Governo di Roma.

Addì 1 di Aprile dell’anno 568, Alboino re dei Longobardi, traendosi

dietro il suo popolo numeroso accresciuto di moltitudini di Gepidi, di

Sassoni, di Svevi e di Bulgari, entrava in Italia dove Longino patrizio

era giunto a prenderne il governo quale Esarca di Ravenna. Ma prima di

continuare a discorrere della storia della Città durante il tempo in

cui i Longobardi conquistavano Italia e nell’età successiva, fa duopo

che chiudiamo questo libro, gettando un rapido sguardo sulle condizioni

che l’erezione dell’Esarcato induceva in Roma.

Longino prendeva le redini del reggimento d’Italia e riceveva titolo di

Esarca dal nome che in tempi anteriori era dato al governatore della

provincia di Africa. Fu detto ch’egli mutasse interamente il sistema

amministrativo d’Italia, e si affermò ch’egli vi desse una forma

novella del tutto, abolendo i consolari, i correttori ed i presidi

delle province che duravano fino dai tempi di Costantino[488]. Ma la

nostra scienza intorno all’ordinamento d’Italia in quel tempo è involta

in densa tenebra. Questa contrada, dopo l’età del grande Costantino,

era stata divisa in sedici province delle quali ecco i nomi che ci

furono tramandati dalla _Notitia_: Venezia, Emilia, Liguria, Flaminia

e Piceno Annonario, Tuscia e Umbria, Piceno Suburbicario, Campania,

Sicilia, Apulia e Calabria, Lucania e Abbruzzo, Alpi Cozie, Rezia

Prima, Rezia Seconda, Sannio, Valerio, Sardegna, Corsica[489].

Queste province erano amministrate da consolari, da correttori

e da presidi: le sette province settentrionali stavano sotto la

giurisdizione del Vicario d’Italia, le dieci meridionali invece erano

governate dal Vicario della città di Roma; tutte erano soggette

al Prefetto del Pretorio d’Italia. I Re goti non avevano alterato

l’ordinamento delle province; e Longino non poteva distruggerlo,

poichè, se anche sparivano sotto di lui i titoli dei governatori,

rimaneva l’organamento delle province. E devesi andar cauti nel

discorrere delle riforme amministrative da lui introdotte, chè i

mutamenti ebbero importanza soltanto sotto il dominio dei Longobardi.

Imperocchè questi nuovi venuti, spingendo qua e là le loro conquiste

nell’Italia sottoposta ai Greci, distruggessero per sempre il nesso

delle province e rompessero l’unità d’Italia; ed ai possedimenti

dell’Imperatore dessero decisamente la forma di ducati disgiunti gli

uni dagli altri, come divennero più tardi le Venezie, l’Esarcato nello

stretto senso, Roma e Napoli.

Subentrato nella carica del Prefetto d’Italia, l’Esarca aveva il potere

supremo in tutti i negozî militari e politici. La separazione della

potestà civile dalla militare, ch’era stata introdotta da Costantino

e che i Goti avevano conservata, fu da lui mantenuta in vigore[490].

Alle province egli prepose giudici provinciali che erano soggetti ad

una certa ispezione dei Vescovi, e comandanti militari che nelle città

maggiori erano detti _Duces_ o _Magistri militum_, e che nei luoghi

minori avevano nome di _Tribuni_. Non si può però dimostrare che

Longino distruggesse per intiero l’accentramento provinciale, o che

egli dividesse le province in tanti Ducati, ossia in grandi e piccole

città coi loro territori che dal nome dei comandanti militari (_duces_)

ricevessero appellazione[491]. Soltanto può accogliersi con sicurezza,

che principalmente dall’indebolimento della potestà centrale e dalle

conquiste longobardiche le quali frastagliarono le province, le città

s’isolassero e si ristringessero a vita politica tutta speciale nella

quale cominciava a crescere l’autorità dei loro Vescovi[492].

In quanto poi riguarda alla città di Roma, della cui condizione

soltanto qui dobbiamo occuparci, egli è per lo meno certo che Longino

nulla mutasse dell’antichissime magistrature civili supreme. Rimaneva

come prima il Prefetto della Città. L’opinione del Giannone che Longino

togliesse interamente i Consoli ed il Senato i cui nomi s’erano fino a

quel tempo conservati, è una affermazione cui nullo argomento sussidia

a darne dimostrazione. Infatti gli antichi consoli dell’Impero si erano

già estinti, ma il titolo di ex-console in tutto il secolo sesto si era

fatto volgare in Roma ed in Ravenna, e persino[493] si comperava: ed il

nome senza autorità del Senato esisteva ancora nell’anno 579, in cui

è fatta menzione di una legazione di Senatori di Roma antica che andò

all’imperatore Tiberio a chiederlo di ajuto contro i Longobardi[494].

È accolta opinione che la città di Roma fosse retta politicamente da un

Duce posto dall’Esarca, e che ne ricevesse nome di Ducato romano[495].

Il fatto che di regola l’Esarca e talfiata l’Imperatore stesso

eleggesse per Roma un supremo magistrato, che aveva anche l’imperio

militare nella Città, non può essere messo in dubbio. L’estensione

però della giurisdizione di questo officiale non conosciamo: soltanto

supponiamo dall’estensione del titolo usato nelle città e nelle

province, che anche in Roma quel magistrato avesse dapprincipio nome di

Duce.

Ma durante tutto il secolo settimo non è mai fatta menzione del Duce

di Roma, quantunque si parli spesso di Duci di Sardegna, di Napoli,

di Rimini, di Narni, di Nepi e di altre città: e persino là dove

dovrebbesi trovare quel titolo, nel Libro Diurno ossia nel celebre

formulario del Pontefice romano compilato in sulla fine del settimo

secolo, non si fa menzione di lui[496]; ma soltanto dopo l’anno

708 il Libro dei Papi parla tutt’a un tratto del Duce e del Ducato

romano[497]. Quel Libro però già prima di quest’anno fa cenno dei

_Judices_ ossia degli officiali che l’Esarca di Ravenna soleva preporre

all’amministrazione della Città: avvegnachè nella vita di papa Conone

(686-687) si narri che il suo arcidiacono, giovandosi dell’influenza

dei giudici che il nuovo esarca Giovanni aveva mandato a Roma, sperasse

di ascendere alla sedia pontificia[498]. E se ne tragge a conseguenza

che l’Esarca, forse ad ogni anno, eleggesse per Roma più di un

officiale, e che questi giudici imperiali, fra i quali si può supporre

che fosse anche il Duce o _Magister militum_, tenessero il governo nei

negozî militari e fiscali. Il tempo poi in cui sia veramente sorto il

concetto di un Ducato romano è affatto incerto.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 27 / 38 题