CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Belisario munisce Roma per la difesa. — Vitige muove con tutto

l’esercito goto contro la Città. — Primo combattimento. — Apparecchi

degli assedianti. — Soldatesca gota. — Apparecchi di Belisario.

— Vitige taglia gli acquedotti. — Molini natanti del Tevere. —

Disperazione dei Romani. — I Goti impongono a Roma la resa. —

S’apparecchiano all’assalto.

Belisario spediva a Bisanzio in segno di sua vittoria le chiavi

delle porte di Roma e Leuderi prigioniero: ma egli stesso conosceva

la difficoltà di mantenersi padrone di un’ampia città che egli non

isperava di poter difendere a lungo dall’assedio onde prevedeva che

tosto sarebbe cinta. Malgrado della cura con cui Teodorico aveva atteso

a restaurarle, le mura di Aureliano erano in parecchi punti danneggiate

ed in parte anche diroccate: egli diè opera tosto a munirle cingendole

di larga fossa ed ergendo un saldo spalleggiamento di merli angolari.

Ammiravano i Romani questi lavori e ad un tempo si affliggevano al

pensiero dell’assedio al quale Belisario s’apparecchiava con tanta

sollecitudine. Il Bisantino riempiva i granai publici di cereali tratti

di Sicilia e di grani raccolti dalla Campania, ai cui coloni egli aveva

imposto che d’ogni parte somministrassero provvigioni. Nè egli errava

nelle sue aspettazioni.

Vitige durante l’inverno raccoglieva l’intiero esercito goto, e dopo

che lo ebbe fornito come meglio potè di armi, di abiti e di cavalli,

affrettato dalla notizia della caduta di quasi tutte le città di

Toscana e del Sannio, mosse di Ravenna contro Roma. Per via, alcuni

Romani dicevangli che i Greci erano ormai abborriti nella Città, per

la qual cosa i suoi spirti guerrieri ne erano accesi ognor più. Senza

indugiare alla conquista di Perugia, di Spoleto e di Narni, con mossa

affrettata, abbandonata la Via Sabina, scendeva da Via Casperia e da

Via Salara. In sull’incominciamento del Marzo 537, dall’alto delle

mura della Città, i Bisantini ed i Romani miravano l’oste gota che con

aspetto terribile s’avvicinava. Innumerevoli erano le schiere dei Goti

(i quali, secondo notizia forse esagerata del secretario di Belisario,

sarebbero ascesi a 150,000 uomini): e quella moltitudine di fanti e di

cavalieri dai destrieri coperti di ferrea maglia, moveva per Via Salara

alla volta di Roma. Il Tevere, serpeggiando con dolce curva intorno a

colline di tufo vulcanico, accoglie dalla sua sponda sinistra le acque

del fiume Anio, il quale, scorrendo attraverso vallate coperte di bei

tappeti d’erba sempre verdeggianti, termina a mescere le sue colle onde

del maggior fiume presso al terzo stadio migliare.

Allorchè i Goti videro le mura di Roma elevarsi dirimpetto, si

lanciarono all’Anio che li separava dalla Città, mossi da desiderio

ardente di traghettarlo. Durante la primavera, il bel fiume accoglie

gran copia di acque che ne rendono difficile il guado, per la qual

cosa eglino correvano tosto al ponte su cui conviene passare per

giungere alla Città, ma lo trovavano munito di una forte torre e ben

guardato[362]. Sennonchè il presidio, colto da paura, di nottetempo

fuggiva nella Campania; laonde i Goti non durarono altra fatica che

quella di spezzare la porta del ponte, varcato il quale, essi mossero

contro porta Salara. Ma per via s’imbatterono in Belisario il quale era

uscito della Città con mille cavalli per ispiare la mossa del nemico e

per trattenerlo dal passare. Procopio tinse il suo pennello nei colori

onde splende l’Iliade per dare una energica descrizione della prima

pugna che si combattè sotto le mura di Roma. Egli ci dipinge Belisario

che montando un generoso cavallo sauro stellato in fronte[363], simile

ad un eroe omerico, abbatte nemici sopra nemici, combattendo sotto un

nembo di frecce e urtando contro una selva di lance: imperocchè i Goti

volgessero il loro studio a colpire il duce il cui destriero lo faceva

conoscere da lunge. E poichè speravano di prendere Roma ad un primo

assalto, morto il generale, lo stringevano con furore da tutti i lati.

Ma la sua sola spada fulminea lo proteggeva da tutti i colpi, e gli

scudi delle sue guardie ne coprivano il petto, nel tempo stesso che

Goti e Greci formavano coi cumuli dei loro cadaveri un alto baluardo

intorno a lui.

Dopo una zuffa violenta di dubbio successo, i Greci sopraffatti

dalla forza maggiore dovettero ripiegare: e si ritirarono rapidamente

verso il colle, separato per una gola profonda dal monte dei Giardini

che s’eleva innanzi a porta Pinciana[364]. Ma l’eroico valore di un

Valentino, ch’era maestro delle stalle di Fozio figlio di Antonina,

rattenne la foga dei cavalieri Goti che si scagliavano impetuosi contro

i fuggitivi, finchè questi si furono ritirati sotto la protezione

delle mura della Città. I Goti gli inseguirono con ardore fino alla

porta ch’ebbe nome di «Belisaria», e che probabilmente sarà stata

porta Pinciana. Le scolte che stavano a guardia delle torri e delle

mura della Città, temendo che insieme ai Greci non irrompessero

alla rinfusa anche i nemici, non badavano al grave pericolo dei loro

compagni fuggiaschi; nè davano retta al comando di Belisario che con

voce potente gridava che aprissero, perchè, tutto polvere e sudore non

era riconoscibile al lume del sole cadente: ed anzi, reputando che

il capitano fosse morto, il presidio teneva con maggior ostinatezza

asserragliate le porte. Ma già i Goti s’apprestavano a colmare il fosso

per poter superarlo, affine di fare strage dei Greci che stringevansi

fra il fosso ed il muro. Allora Belisario confortava i suoi ad un

ultimo sforzo, con urto terribile ed improvviso assalendoli, ricacciava

i Goti disordinati nel loro campo presso il fiume; indi entrava coi

suoi guerrieri in città. I Romani avevano dalle mura contemplato con

isguardo di meraviglia quel combattimento simile alle pugne che in

tempi antichi avevano combattute i loro padri: ma eglino, che, nepoti

di eroi, erano caduti nel profondo della viltà, avevano mirato alla

zuffa neghittosi e tremanti di paura. Sembrava che fossero tornati

i tempi dell’assedio di Troja, e nel mattino seguente dai baluardi

vedevasi il campo della battaglia coperto di migliaia di cadaveri

dei Goti e dei Greci. Fra i caduti, lo stesso nemico dovè con lode

imparziale celebrare il valore di un Goto: fu questi il prode Visando

vessilifero[365]. Combattè fra i più accaniti nella mischia appiccatasi

intorno a Belisario, e, caduto con tredici ferite, fu trovato tre dì

dopo che ancora alitava dai suoi Goti, che lo trasportarono al campo,

ove fu salutato col nome di eroe.

Vitige, deluso nella sua speranza di prendere la Città ad un primo

assalto, deliberò di cingerla d’assedio regolare. I Germani, ch’erano

abituati a pugnare in campo aperto, ignoravano l’arte degli assedî; ed

il Re, mal consigliato, pose con incredibile cecità a giuoco pericoloso

il regno gotico dinanzi alle mura di Roma, contro le quali doveva

infrangersi la bravura di un popolo guerriero. Il giro estesissimo

delle mura di Aureliano non gli permise di circondarle interamente;

per la qual cosa egli si restrinse a cingerne la parte più debole che

si stende da porta Flaminia a porta Prenestina: e questo è argomento

che vale a sollevare dubbio non lieve sulla notizia dataci da Procopio

che l’oste gota comprendesse centocinquantamille combattenti. Narra

lo Storico che lungo quella linea di mura s’aprissero cinque delle

porte principali, ma non ne dà i nomi. Noi sappiamo, per vero dire,

che ivi dovevano esistere le porte Flaminia, Pinciana, Salare,

Nomentana, Tiburtina, Clausa e Prenestina: per la qual cosa si pare

che lo Storico non abbia tenuto conto della penultima, nè, sembra, di

porta Pinciana[366]. I Goti posero sei campi fortificati dirimpetto a

quelle porte, a manca del fiume; un settimo collocarono a destra del

Tevere nel campo di Nerone, ossia in quel piano che si stende dal monte

Vaticano a ponte Milvio, situato sotto il colle che oggidì ha nome

di monte Mario. Imperocchè loro tardasse di tenere ben custodito quel

ponte donde potevano vegliare all’altro di Adriano, da cui s’entrava

in città per la porta interna Aureliana. E questa porta, che aveva

anche allora nome di san Pietro, era al di qua del ponte di Adriano, e

s’apriva in quella parte delle mura che, staccandosi da porta Flaminia

e seguendo la sponda interna del fiume, cingeva il campo di Marte.

E da quel settimo accampamento i Goti vigilavano anche sopra porta

Transteverina, la quale non era differente dalla porta di san Pancrazio

presso il Gianicolo[367].

Frattanto Belisario dava opera nella Città a porre in migliore

assetto di difesa le porte. Egli faceva murare porta Flaminia, che

era troppo vicina al campo nemico, e ne affidava la custodia al

valoroso Costantino; alla porta di Preneste preponeva Bessa; ed egli

stesso poi stabiliva il suo alloggiamento fra porta Pinciana e porta

Salara, ch’erano poste nella linea meno valida delle mura e ch’erano

acconce a sortite. Ad ogni altra porta poneva a guardia un capitano;

ed a tutti quei suoi luogotenenti comandava che non abbandonassero

mai i luoghi affidati alla loro vigilanza per cosa che vedessero o

che udissero. I Goti che di quando in quando si scagliavano contro le

porte ne trovavano i guardiani sempre parati a difenderle; e silenzio

profondo era opposto ai discorsi che eglino dal basso volgevano a quei

di dentro, dicendo che i Romani erano traditori e dissennati poichè

avevano anteposto alla potenza dei Goti il giogo dei Bisantini, dai

quali (dicevano con verità incontestabile) Italia non aveva ricevuto

altro profitto che quello di averne tragedi, istrioni e pirati[368].

Nel tempo medesimo in cui gli assedianti cingevano Roma, eglino

tagliavano i quattordici acquedotti della Campania che conservavansi

ancora in integra condizione: e Belisario (memore dell’assedio di

Napoli in cui il suo esercito era entrato di nottetempo per un canale

sotterraneo) fè murare con diligente cura le imboccature di tutti i

canali della Città. Di tal maniera i bellissimi acquedotti di Roma,

meraviglia di tanti secoli, andavano spezzati e distrutti a mezzo, e

dopo tempo immemorabile cessarono di spandere la letizia delle loro

onde alla Città. Ma i Romani per difetto di acqua non soffrivano tanto

di sete, quanto dell’impossibilità di muovere le macine dei loro

molini. Questi erano, secondo narra Procopio, e sono anche oggidì,

nella Regione Transteverina, sul pendio del Gianicolo, dirimpetto al

ponte che oggi ha nome di ponte Sisto, dove le onde dell’acquedotto

di Trajano scendendo con impeto, simile a quello di un fiume, poneva

in movimento i congegni. La inoperosità di quei molini era causa che

si avesse penuria di farine e di pane, per la qual cosa il genio di

Belisario ricorreva ad un’espediente del quale i Romani dei nostri

giorni, che ancora ne usano, a lui debbono grazie. Egli fè collocare

innanzi al ponte sunnominato due barche rattenute da gomone, e pose

su quelle la macina in maniera che i congegni ne fossero posti in

movimento dalla forza delle acque che con impeto si rovesciavano fra

i pilastri del ponte[369]. I Goti tentarono di rompere o guastare quei

molini natanti abbandonando alla corrente del fiume tronchi d’albero e

cadaveri di Romani, ma Belisario facendo tendere una catena a traverso

delle acque rendeva nullo l’intento degli inimici.

Frattanto gli assedianti devastavano la Campania, e impedivano per

quanto potevano che s’introducessero vettovaglie entro la Città. Il

popolo romano era agitato da grave malcontento via via che crescevano

le strettezze dell’assedio: la plebe con alti clamori diceva che non

bastavano le forze della Città a sostenere l’assedio, e beffeggiava

i Bisantini e Belisario il quale follemente pretendeva di voler

difendere con cinquemila soli guerrieri una città malamente munita

contro un’oste potente: il Senato mormorava in secreto. Alcuni

trafuggitori narravano a Vitige dei torbidi interni, per la qual cosa

egli cercava di accenderli vieppiù. E a tal uopo spediva a Belisario

un legato il quale, in presenza dei Senatori e dei duci, lo ammoniva

che cessasse di aggravare dei mali d’un assedio quei Romani che

Teodorico aveva colmati di gioie e resi lieti di libertà: diceva che

dovesse persuadersi essere la sua resistenza una pazza impresa: e lo

esortava a cedere, promettendo che a lui sarebbe concesso di partirsi

liberamente, ed ai Romani sarebbe dato obblio del passato. Ed a

questi ultimi l’ambasciatore goto chiedeva, di quali opere malvage gli

avessero oppressi i Goti, perchè questi, loro signori, avessero avuto

a tradire insieme a sè medesimi: chè invece dopo di avere resi loro

beneficî memorandi, ora eglino, loro antichi proteggitori, comparivano

novellamente innanzi le mura a liberarli. Gli udivano i Romani

tremanti e taciti, chè non erano osi di dare risposta al rimprovero di

tradimento. Ma Belisario calmo e imperterrito protestava al legato che

egli terrebbe fermo in Roma finchè avesse un sol fiato di vita.

Come l’ambasciatore fu ritornato al campo recando questa risposta,

e come Vitige ebbe compreso che Belisario non cederebbe, il Re

continuò con maggior ardore nelle opere dell’assedio, e attese a dare

apprestamenti all’assalto. Fabbricò alcune torri smisurate di legno

la cui altezza superava quella delle mura, le quali con pesanti ruote

sopposte agli angoli, dovevano essere trascinate da buoi, ed alle

quali erano attaccati con catene alcuni arieti dal ferreo capo, che

cinquanta uomini dovevano spingere a percuotere la muraglia. E fè pure

costruire lunghe scale e salde che dovevansi appoggiare ai merli tosto

che il fosso fosse stato colmato con fascine. A quei goffi apparecchi

(e l’arte dei moderni assedî ride di loro rozza semplicità) opponeva

Belisario altri provvedimenti. Ei collocava sulle mura alcune balestre

congegnate con arte, e grandi frombe da gittar sassi, alle quali davasi

nome di asini selvatici (_onagri_), ch’erano atte a scagliare una

freccia con tale impeto da configgere ad un albero un uomo armato di

corazza. A difesa delle porte egli eresse alcune macchine dette lupi,

che erano saracinesche formate di pesanti travi armate di punte di

ferro, le quali d’improvviso facevansi piombare con grande impeto sopra

gli assalitori.

§ 2.

Assalimento generale. — Combattimento di porta Prenestina. — Il _Murus

ruptus_. — Assalto del mausoleo di Adriano. — I Greci ne mettono in

pezzi le statue. — Gli assalitori sono ributtati d’ogni parte.

Come sorse il giorno decimottavo da che aveva avuto incominciamento

l’assedio, Vitige mosse con assalimento generale contro la Città. Dai

sei campi posti al di qua del fiume, e dal settimo collocato sulla

destra sponda uscirono le spesse schiere dei Goti con loro torri e

con iscale. La vista di quelle moli gigantesche che, simili a montagne

crollanti, lentamente s’avvicinavano alle mura incuteva alto spavento

ai Romani. Ma Belisario ne rideva, e da un merlo di porta Salara,

impugnato l’arco, trafiggeva con una prima freccia il condottiero

del drappello assalitore; un secondo ne stendeva tosto dopo al suolo

e comandava ai suoi arcieri di far segno ai loro colpi i buoi che

trascinavano la torre. I Goti videro delusa la loro speranza di

avvicinare le loro macchine alle mura: le torri rimanevano immobili ed

eglino stessi cadevano invece trafitti nella fossa della Città.

Nel tempo stesso in cui si dava l’assalto a tutte le porte innanzi

alle quali i Goti avevano posti i loro campi, una violenta mischia

s’era appiccata in due luoghi pei quali gli assalitori speravano di

aprirsi un varco: a porta Prenestina e al mausoleo di Adriano. Presso

alla porta di Preneste le mura erano assai deboli, particolarmente

là dove vi si addossava un antico Vivario, ossia recinto ove

custodivansi belve. Questo Vivario, il quale sembra che fosse situato

in prossimità di porta san Lorenzo, che allora doveva essere chiamata

Prenestina[370], non era munito di torri e di merli e solo celava la

fragilità del muro che dietro s’alzava, senza accrescervi saldezza.

Vitige stesso guidava la schiera assalitrice, e Belisario avvisato

il pericolo, lasciava porta Salara e correva a porsi alla testa dei

difensori. I Goti erano già penetrati nel Vivario, e s’apprestavano con

ardore a superare la muraglia, allorchè i Greci scagliandosi con impeto

gli sgominavano in quell’angusto recinto, indi li volgevano a fuga

disordinata verso il loro campo che era assai discosto, e ne ponevano

in fiamme le macchine.

Gli assediati con energica sortita respingevano i Goti da porta Salara:

porta Flaminia in causa della sua erta posizione non era assalita;

ed il così detto _Murus ruptus_, che stava fra quella porta e l’altra

Pinciana, era difeso dall’apostolo Pietro che aveva serrati gli occhi

dei Goti. Questa strana leggenda, creata in quel tempo in cui san

Pietro era venerato quale patrono di Roma, in cui il suo corpo otteneva

l’onoranza del Palladio antico, ci è narrata da Procopio, il quale

aggiunge che i Romani prestavano omaggio a quell’Apostolo sopra ogni

altro. Una parte della muraglia che si addossa a monte Pincio, di

salda e bella costruzione, sostenuta da barbacani contigui gli uni agli

altri e coperta di una bella rete di pietre, s’era fin da tempo antico

naturalmente infranta, non dal basso ma dal mezzo in su: e rimasta

in quella condizione, senza cadere stava con obbliquo pendio. Narra

Procopio che fin da tempi antichi i Romani vi dessero nome di Muro

Rotto, e noi aggiungiamo che oggidì ancora la appellano Muro Torto.

Allorquando Belisario in sull’incominciamento dell’assedio volle munire

quel luogo, troppo debole a respingere un assalto, ne lo impedirono i

Romani, protestando con fermezza che il santo Apostolo aveva promesso

loro di difendere in persona quel muro. E nel giorno dell’assalto e più

tardi, i Goti non si scagliarono mai contro il Muro Rotto; per la qual

cosa Procopio aveva argomento di meravigliarsi che il nemico, il quale

aveva tentato di dare la scalata alle mura di giorno colla forza, di

notte coll’astuzia, fosse stato sì negligente da non aprirsi un varco

in quel luogo propizio che sembrava invitarlo[371].

Dal lato del Transtevere, i Goti tentarono con infausto successo di

impadronirsi della porta del Gianicolo detta anche di san Pancrazio,

cui proteggeva il luogo ripido su cui s’ergeva[372]. Ma con maggiore

energia e con pugna accanita eglino mossero all’assalimento del

mausoleo di Adriano. Procopio ci lasciò la narrazione di questo

memorando episodio dell’assedio goto, ed a lui andiamo debitori a

quest’occasione della prima ed unica descrizione del celebre mausoleo,

quantunque abbiasi a deplorare ch’essa sia imperfetta assai. Gli

scrittori che lo precedettero, con grave negligenza, appena badarono

a quel monumento; e dalle parole di Procopio non si ricava perfetta

notizia della forma e della condizione sua a quel tempo. Egli dice

soltanto: «Il sepolcro di Adriano imperatore romano s’alza fuori

di porta Aurelia distante un trar di sasso dalle mura. È edificio

splendidissimo, imperocchè sia rivestito di marmo pario e le pietre

sieno saldamente aderenti le une alle altre, senza che all’interno

sieno di maniera alcuna congiunte. Uguali i suoi quattro lati e larghi

ciascuno un trar di sasso: la sua altezza supera quella delle mura. Al

sommo lo adornano statue bellissime di uomini e di cavalli dell’istesso

marmo». A queste notizie si restringe la descrizione di Procopio, e

da quelle sembrerebbe che il mausoleo fosse stato una torre adorna di

statue di marmo che poggiava sopra un’alta base quadrangolare: se poi

l’edificio rotondo andasse via via rastremandosi a parecchi ripiani, se

sovra questi si ergessero statue, se finalmente l’edificio terminasse

in vertice appuntito coronato di una palla di bronzo, lo Storico greco

non dice[373].

La solidità, la grandezza di quella mole simile a una rocca, la sua

vicinanza alla Città dalle cui mura vi si riusciva direttamente per

il ponte di Adriano, avevano consigliato ai Romani, molto prima del

tempo di Belisario, di giovarsi di quel mausoleo a baluardo della

Città, comprendendolo entro il circuito delle sue fortificazioni.

«Gli Antichi», dice Procopio, «tramutarono quel sepolcro (il quale

sembra essere una fortezza eretta a prima difesa della Città) in

uno dei suoi baluardi, congiungendolo al muro della Città per mezzo

di due muraglie»[374]. Fra gli Antichi però lo Storico non può aver

compreso Teodorico, quantunque il Re goto abbia forse restaurato il

sepolcro di Adriano oppure ne abbia usato a cittadella ed a prigione

dei rei di Stato; chè già fino al secolo decimo il popolo vi dava nome

di «carcere di Teodorico», e soltanto posteriormente lo appellava

«torre di Crescenzio»[375]. Egli è probabile che Onorio, se non sia

stato Aureliano, lo congiungesse alle mura. Per poter comprendere il

modo, ei fa duopo che si pensi, che la muraglia di Aureliano sorgendo

sulla sponda sinistra del Tevere, partiva di porta Flaminia, e che,

interrotta innanzi al ponte di Adriano dalla porta Aurelia, procedeva

fino al ponte Gianicolo anzi fino al ponte dell’isola del Tevere, e

finiva là dove la muraglia di Aureliano esterna al Gianicolo, toccava

le onde del fiume. Disgiunto dal sepolcro per il corso del Tevere, il

muro della Città non poteva esservi riunito se non per mezzo di quel

ponte; e due muraglie, che se ne staccavano, ponevano in congiunzione

il sepolcro e il ponte colla muraglia interna della Città e colla

porta Aurelia. Di tal maniera quell’adito importantissimo di Roma era

protetto da un baluardo che sorgeva a guardia del ponte; ed al suo

presidio era dato di unirsi quando volesse con quello della porta[376].

E poichè le muraglie condotte dal sepolcro al ponte precludevano la

via che guidava al san Pietro, ne derivava necessità che vi si aprisse

una porta: ed è quella che nei secoli ottavo e nono ebbe nome di _porta

sancti Petri in Hadrianeo_[377].

Belisario aveva affidata la guardia del mausoleo al più valente dei

suoi luogotenenti, a Costantino; ed avevagli dato comando che vigilasse

anche alla difesa del muro vicino: imperocchè colà, forse a sinistra

di porta Aurelia, fossero collocati pochi drappelli; chè il fiume col

suo corso giovava a render munito il muro. Frattanto i Goti, conoscendo

che quel tratto era difeso da pochi soldati, tentavano di guadare il

Tevere sopra barchetti; e Costantino era costretto a correre in persona

sul luogo minacciato, lasciando il nerbo dei suoi guerrieri a difendere

porta Aurelia ed il sepolcro. I Goti s’avanzavano contro il mausoleo,

e cominciavano da quello l’assalto, perocchè sperassero d’impadronirsi

della porta tosto che quello fosse caduto in loro potere. Senza trar

seco loro macchine di guerra, protetti dai loro larghi scudi, eglino

recavano scale. Un portico, o viale coperto, dal tetto sostenuto

da colonne, s’alzava in vicinanza del sepolcro e si stendeva fino

alla basilica Vaticana[378]. In quello riparavano gli assalitori dai

colpi che con loro baliste lanciavano i Greci del castello; indi

avvicinavansi destramente alla rocca per le strette vie che erano

presso al distrutto circo di Nerone, in maniera che gli assediati non

avevano più agio ad usare di loro macchine. Di repente movendo con

impeto, scagliavano un nembo di dardi contro i merli della rocca ed

appoggiavano le scale, ed avanzandosi da tutti i lati erano già per

cingere d’ogni parte il mausoleo e per azzuffarsi coi difensori. In

quella strettezza, la disperazione suggeriva ai Greci di giovarsi a

guisa di proietti delle grandi e belle statue che ornavano il mausoleo:

e messa in pezzi la maggior parte di quei marmi di mole considerevole,

come narra Procopio, con ambe le mani ne scagliavano i rottami sui

Goti. E ne veniva che il sepolcro di Adriano era per sempre spoglio

del suo più splendido ornamento. Precipitava una gragnola tremenda

di frammenti di tanti capolavori, di statue d’Imperatori deificati,

di Numi, di Fauni, di eroi: gli assalitori Goti cadevano scacciati

sotto i bei simulacri degli idoli, i quali, lavori di Policleto o

di Prassitele, avevano forse un giorno abbellito i templi di Atene,

oppure, quattrocento anni prima, da artisti greci erano stati scolpiti

nelle officine di Roma[379]. I Goti non poterono resistere a quella

tempesta di marmi, ma costernati dierono indietro; e gli assediati

mettendo grida di gioia raddoppiarono i loro sforzi e respinsero

pienamente l’assalimento. Con quella zuffa terribile e strana che s’era

combattuta intorno alla tomba d’un Imperatore, e che sembrava ricordare

la lotta dei Giganti del mito, davasi dappertutto fine all’assalto,

e dalla banda di porta Aurelia prima di ogni altra. Costantino,

tornando dalla muraglia donde egli aveva impedito facilmente che i

nemici scendessero sulla sponda sinistra del fiume, trovava che i Goti

già ritiravansi del mausoleo, ai cui piedi ammucchiavansi cadaveri

schiacciati e frammenti di statue sozze di sangue.

Vitige, ributtato in quell’assalto mosso contro tutte le porte di

Roma, vi perdette il fiore della sua milizia; e forse vi perirono non

meno di trentamila guerrieri, chè a tanti li fa ascendere Procopio per

notizie avute da duci goti: e ancor maggiore, dic’egli, fu il numero

dei feriti, perchè i colpi delle macchine degli assediati menavano

grave danno alle ordinanze profonde dei Goti, e perchè i Greci nelle

loro sortite avevano fatta grande strage fra i nemici che fuggivano

disordinati. Come venne la notte, Roma echeggiava di lieti cantici di

vittoria e di lode a Belisario, ed i campi dei Goti risonavano di inni

melanconici nei quali piangevasi la sorte dei fratelli caduti[380].

§ 3.

Prosecuzione dell’assedio. — Predizioni dell’esito della guerra. —

Rimembranze del Paganesimo. — Il tempio di Giano. — I _Tria Fata_. —

Due inni latini di quel tempo. — Vigilanza di Belisario alla difesa di

Roma.

Il rovescio che i Goti avevano tocco nell’assalto mutava la condizione

delle cose: ristavano i Goti dai loro apprestamenti; ne divenivano più

baldi i Romani, Belisario più operoso. Gli assedianti stavano muniti

nei loro accampamenti, nè si avvicinavano troppo alle mura per paura di

sortite repentine dei loro nemici, nè scorazzavano più come prima senza

precauzioni nella Campania, perchè la cavalleria leggiera dei Mauri di

Belisario li molestava dì e notte. La Campagna di Roma è, in tutto il

mondo, il territorio più opportuno ai volteggiamenti di cavalleria. Ivi

si stendono vastissimi piani che possono corrersi a briglia sciolta:

gli interrompono tratto tratto alcuni torrentelli che i cavalli guadano

facilmente e con piacere; vi si alzano qua e colà alcune collinette

d’origine vulcanica verdeggianti di erbe e sparse di fiori, che il

cavaliere sale e scende senza rattenere la foga del suo corridore. I

Mauri di Numidia, saettatori terribili, scorrevano in questa classica

regione deserta come solevano nelle patrie loro pianure che si stendono

a’ piedi dell’Atlante; gli Unni venuti dall’Istro e i Sarmati nati

sul Tanai, rinvenivano qui ancora le loro steppe coperte di erbe: e

nessuna età vide mai zuffe di cavalleria più terribili di quelle che si

combatterono intorno a Roma nel tempo di questo memorabile assedio.

Poichè i Goti non avevano potuto cingere Roma per intiero, era rimasta

alla Città libera uscita e aperta la via dal lato di Napoli e del mare,

chè Vitige era stato sì imprevidente da non impadronirsi di Albano e

di Porto. I Romani or cessavano di schernire all’ardire di Belisario,

ed anzi fidenti nel suo genio attendevano con zelo ai piccoli servigî

di guardia ch’egli affidava loro. Le loro speranze erano confortate da

buoni augurî; imperocchè, malgrado del loro culto ai santi Apostoli

ed ai Martiri, eglino non avessero cessato di prestar fede agli

auspicî pagani. E Procopio ne racconta alcuni fatti degni di nota

del tempo dell’assedio. Nella Campania alcuni fanciulli conduttori

di pecore, attendendo fra loro a lottare, avevano posto nome a due

dei combattenti Belisario e Vitige. Cadeva il Vitige, ed in pena i

furfantelli scherzando lo appendevano ad un albero: ma giunto frattanto

un lupo, fuggivano abbandonando il miserello Vitige che, soffocato

nella sua giacitura, ne moriva. I pastori ebbero quel fatto a presagio

non mendace della vittoria di Belisario, e non ne punirono i colpevoli

fuggitivi. Ciò accadeva nei monti Sanniti, ma in Napoli compievasi un

portento ancor più eloquente. Nel foro di quella città era un musaico

che rappresentava l’imagine del grande Teodorico: lui vivente ancora,

era caduto il capo di quella figura e tosto dopo il Re moriva: otto

anni appresso cadutone il busto, moriva Atalarico: poco tempo dipoi

ne rovinavano le anche, e moriva Amalasunta. Or finalmente durante

l’assedio cadevano i piedi, e distruggevasi ogni vestigio di tutta

la figura, laonde i Romani traevano ad indicio sicuro che Belisario

vincerebbe. Un simile presagio era stato già ottenuto da un Ebreo

indovino a’ tempi di Teodato; chè, chiusi in tre stalle trenta majali,

dieci in ognuna, e a ciascun gruppo messo nome di Goti, di Greci e di

Romani, e tenutili senza cibo, come si apersero le porte, fu trovato

che i Goti erano tutti morti, i Greci vivi tutti fuor di due, e i

Romani mezzi morti e mezzi pelati.

E nel tempo stesso anche nella Città alcuni patrizî diffondevano un

oracolo tratto dai libri sibillini, il quale diceva: che nel mese

quintile, ossia nel Luglio, Roma non avrebbe più nulla a temere dai

Goti[381]. La rimembranza delle superstizioni pagane riviveva ancora

di repente fra i Romani; ed un mattino il Papa era commosso a duolo

alla notizia credibile appena, che fra i Romani fossero ancora secreti

aderenti del Paganesimo, imperocchè si fosse tentato in quella notte

di aprire violentemente le porte del tempio di Giano, e quantunque

non vi si riuscisse appieno, fossero però tratte fuori dei gangheri.

Si sa che nell’antica Roma spalancavansi le porte del tempio di

Giano all’incominciamento di una guerra: quella costumanza era

stata distrutta dal Cristianesimo, dopo il cui trionfo, come osserva

Procopio, i Romani, cristiani fervidissimi fra tutti, non avevano più

aperte le porte di Giano in tempo di guerra. Ma l’antichissimo tempio

del Nume s’ergeva ancora appiè del Campidoglio, presso il Foro romano,

innanzi al palazzo del Senato, con sue porte chiuse; ed i Romani con

pavido rispetto veneravano ancora in quel delubro «l’edificio fatale»

della loro Storia. Era, dice Procopio, un piccolo tempio di bronzo, di

figura quadrangolare, alto quanto bastava a capire il simulacro del

mitico Giano. Anch’esso era di bronzo, alto cinque braccia, di umano

aspetto, ma con due facce, l’una volta ad oriente, l’altra ad occaso:

le due porte di bronzo s’aprivano innanzi le due fronti del simulacro

del Nume.

Dalla menzione che è fatta in questa età del tempio e del simulacro

di Giano ricavasi a sicura conseguenza che nè i Goti, nè i Vandali

avessero recato oltraggio a quel santuario antico di Roma. E dallo

stesso passo meritevole di nota dello Storico che fu testimonio oculare

degli avvenimenti, ci è fatto conoscere che in sull’incominciamento del

secolo sesto era nel Foro un luogo cui si dava nome di _Tria Fata_.

Infatti Procopio dice: «Il tempio di Giano s’eleva nel Foro innanzi

al palazzo del Senato, pochi passi oltre i _Tria Fata_, il qual nome

sogliono i Romani dare alle Parche»[382]. Quella appellazione di

_Tria Fata_ dev’essere derivata da tre simulacri antichi delle Sibille

ch’erano allora in vicinanza dei Rostri[383]. Nel secolo quinto quel

nome tribuivasi anche alle Parche[384], e vedremo in appresso che

nel secolo ottavo se ne chiamava un luogo del Foro antico: e vedremo

pure che il tempio di bronzo di Giano anche nel secolo duodecimo era

appellato _Tempio Fatale_.

Quest’ultimo alito di vita del Paganesimo, che si agita in Roma a

proposito del tempio di Giano, opera una possente attrattiva sulla

nostra fantasia: e perciò a quest’occasione non possiamo fare a meno

d’inserire nella nostra Cronica un antico inno latino, che è una delle

ultime reliquie del culto pagano. Eccone le strofe intraducibili:

_O admirabile Veneris idolum_

_Cujus materiae nihil est frivolum;_

_Archos te protegat, qui stellas et polum_

_Fecit, et maria condidit et solum;_

_Furis ingenio non sentias dolum,_

_Clotho te diligat, quae baiulat colum._

_Saluto puerum, non per hypothesim,_

_Sed serio pectore deprecor Lachesim,_

_Sororum Atropos ne curet haeresim (?)_

_Neptunum comitem habeas (perpetim ?)_

_Cum vectus fueris per fluvium Athesim._

_Quo fugis, amabo, cum te dilexerim!_

_Miser, quid faciam, cum te non viderim?_

_Dura materies ex matris ossibus_

_Creavit homines iactis lapidibus;_

_Ex quibus unus est iste puerulus,_

_Qui lacrimabiles non curat gemitus._

_Cum tristis fuero, gaudebit aemulus._

_Ut cerva fugio, cum fugit hinnulus._

Se l’autore di quell’inno dal senso enigmatico, in cui Venere e Amore

sono congiunti con legame misterioso alle tre Parche o alle tre Fate,

ebbe cantati quei versi, possiamo rispondergli con quest’altro inno ad

onore dei santi Pietro e Paolo:

_O Roma nobilis, orbis et domina_

_Cunctarum urbium excellentissima_

_Roseo martyrum sanguine rubea_

_Albis et virginum liliis candida:_

_Salutem dicimus tibi per omnia,_

_Te benedicimus, salve per saecula._

_Petre, tu praepotens coelorum claviger_

_Vota precantium exaudi iugiter!_

_Cum bis sex tribuum sederis arbiter,_

_Factus placabilis iudica leniter,_

_Teque precantibus nunc temporaliter_

_Ferto suffragia misericorditer!_

_O Paule suscipe nostra peccamina!_

_Cujus philosophos vicit industria._

_Factus oeconomus in domo regia_

_Divini muneris appone fercula;_

_Ut, quae repleverit te sapientia,_

_Ipsa nos repleat tua per dogmata[385]._

Ma Belisario aveva bisogno di più valido ajuto che non gli prestassero

i vaticinî e le acclamazioni dei Romani. Egli mandava lettere

all’imperatore Giustiniano, nelle quali narrava dell’assalimento

felicemente respinto, ma non celava la condizione difficile in cui

egli si trovava: e chiedevagli con calda istanza rinforzi di milizia.

La sua soldatesca, scemata per i presidî lasciati nella Campania e

nelle Sicilie, ascendeva a 5000 uomini, e di questi una parte aveva

perduta durante l’assedio. Di milizia cittadina non è fatta menzione;

e sembra che Roma, antica signora del mondo, fosse divenuta impotente

ed indegna di porre in arme i suoi cittadini. Procopio narra soltanto

che Belisario avesse accolto nel suo esercito alcuni artigiani senza

lavoro, e che se ne servisse di scolte, dando loro stipendio[386].

Ordinati in drappelli, forti di quasi sessanta uomini, dovevano

quei Romani a vicenda vegliare alla guardia notturna. E siccome

agitavalo sospetto di tradimento e di corruzione, Belisario, con

grande previdenza, cambiava due volte ad ogni mese le guardie delle

mura di stazione e di comandante; e nell’istesso tempo mutava chiavi

alle porte. I comandanti avevano dovere di muovere in giro durante la

notte, di chiamare per nome le scolte e di dare al mattino notizia

al Generale di coloro che fossero stati negligenti. Alcuni sonatori

con loro armonie, di nottetempo tenevano desti i dormigliosi[387]; ed

i soldati mauri, che serenavano fuor delle porte e presso il fosso,

tenevano presso di sè i loro cani di Mauritania dal lungo pelo, che

coll’acutezza dell’udito giovavano a porre in guardia i loro padroni.

§ 4.

Papa Silverio è cacciato in esilio. — La fame desola Roma. — Umanità

dei Goti. — Vitige s’impadronisce del porto romano. — Porto ed Ostia.

— Soldati di rinforzo entrano in Roma. — I Goti respingono una sortita

degli assediati. — Tristi condizioni della Città. — Trinceramenti dei

Goti e degli Unni.

Belisario senza dubbio aveva argomento di sospettare della fede di

parecchi Senatori; e niuno poteva accusare l’animo suo di durezza

allorchè egli faceva cacciare della Città alcuni patrizî. Ma il

suo comportamento contro papa Silverio non può ottenere discolpa

nell’accusa di secreti accordi coi Goti, che si moveva contro quel

Pontefice; imperocchè egli fosse quel desso che aveva pur dianzi

confortato i Romani ad accogliere tostamente Belisario entro la Città.

Procopio narra di questo triste avvenimento con brevi e moderate

parole dicendo: poichè si nutriva sospetto che Silverio, primo prete

della Città, ordisse tradimento a favore dei Goti, lo si mandò tosto

nell’Ellade, e poco tempo dopo fu eletto a novello vescovo uno di

nome Vigilio. Ma la Cronica dei Papi narra che la caduta di Silverio

fosse cagionata da intrighi dell’imperatrice Teodora, la quale da un

novello pontefice sperava di ottenere che fossero revocati i decreti

del Concilio di Calcedonia e che fosse restituito alla sua sede il

patriarca Antimo già deposto per sue dottrine riprovate. Profittando

della condizione delle cose di Roma, colei si intendeva col diacono

Vigilio (romano ambizioso che apparteneva ad una delle più illustri

famiglie patrizie della Città e che era allora a Costantinopoli quale

apocrisario o legato della Chiesa), e con sue lettere dava carico a

Belisario di rimuovere con acconci pretesti papa Silverio e d’innalzare

Vigilio al soglio di Pietro.

Belisario, quantunque fosse uomo illustre, era pur sempre un eroe

bisantino; e le donne sapevano ben cogliere l’Achille al tallone

vulnerabile. Benchè in sua coscienza ne arrossasse, egli obbediva

all’impero di due invereconde femmine, della potente Teodora e

dell’astuta Antonina, moglie di lui: le quali amendue, per bassa

nascita e per abbominevole corruzione eguali, erano socie al male,

e fra le lusinghe reciproche temevano l’una l’altra, e si odiavano.

Mancava a Belisario il cuore di eccitar contro sè la collera di quelle

due, laonde egli sottomettevasi all’abbiezione di farsi esecutore dei

loro voleri. Antonina e Vigilio presentarono falsi testimonî i quali

giuravano aver più volte papa Silverio scritto lettere a Vitige nelle

quali diceva: «fa di venire a porta Asinaria presso il Laterano, che io

ti darò in mano la Città e Belisario patrizio». Il Libro Pontificale,

indotto forse da ingenua credenza oppure da consiglio di prudenza,

narra che quantunque il Generale non prestasse fede a quelle accuse,

tuttavia ne lo ponesse in grave timore la moltitudine dei testimonî.

Per la qual cosa faceva trarre a sè dinanzi, nel palazzo Pinciano ove

aveva posta dimora durante l’assedio, il Pontefice, il quale mosso da

paura s’era ricoverato nella chiesa di santa Sabina sul monte Aventino.

Il clero che lo aveva accompagnato, rimaneva nella prima e nella

seconda sala, e Silverio solo con Vigilio era introdotto nelle stanze

riposte, dove il pro’ Belisario sedeva a piedi di Antonina che giaceva

in atto voluttuoso sopra un lettuccio[388]. E appena lo vedeva, colei

da attrice valente diceva: «Dinne, signor papa Silverio, che abbiamo

noi fatto a te ed ai Romani, che tu ne voglia dare in mano dei Goti?»

E mentre ancora coprivalo di villanie, entrava Giovanni suddiacono

della prima Regione, e, tolto il pallio di collo al tremante prelato,

lo conduceva in una stanza vicina, ove, spogliatolo dei vestimenti

vescovili, facevagli indossare un saio di monaco: indi usciva, e al

clero che attendeva angosciato con brevi parole annunciava, che il Papa

era stato deposto e fatto monaco. A quella notizia fuggivano i cherici:

e poco tempo dopo da che Silverio era stato tratto in esilio a Patara

città di Licia, Vigilio, il quale aveva promesso all’Imperatrice una

remunerazione di duecento libbre d’oro, era eletto papa dal Senato e

dal clero, i quali, quantunque repugnanti, eranvi astretti dal terrore

della potenza greca. La violenta deposizione di Silverio era avvenuta

nel Marzo del 537, e probabilmente addì 29 dello stesso mese ordinavasi

Vigilio[389]. Quest’opera di despotismo esercitata contro il loro

sacerdozio, doveva mostrare chiaramente ai Romani che la signoria dei

Goti era ben leggiera; che invece il giogo dei Bisantini pesava assai,

e che di pondo sempre maggiore loro graverebbe le spalle.

Ma ora il flagello tremendo della fame (che desolava tutta Italia,

in maniera che a Milano madri avevano mangiato delle carni dei

loro pargoli lattanti) cominciava ad attristare Roma. La penuria di

vettovaglie aveva costretto già Belisario a far partire della Città

le donne, i fanciulli e gli schiavi che non erano buoni a difendere

le mura. Quegli sventurati uscendo a torme fuor di porta Appia e fuor

di quella di Porto, movevano per la Campania oppure s’imbarcavano sul

Tevere per irne a Napoli e in Sicilia a cercarvi ricovero ospitale: chè

da quei due lati era aperta la via. Allorquando i Goti s’avvenivano nei

fuggiaschi, rispettavano pietosi quei tapini e li lasciavano procedere

senza molestarli nel loro cammino. Durante l’assedio, la loro umanità

fu degna dell’esempio del gran Teodorico; e i loro stessi nemici

dovettero confessarlo a loro gloria, chè eglino non fecero oltraggio nè

alla basilica di san Pietro, nè a quella di san Paolo, quantunque tutte

e due quelle chiese fossero situate fuor delle mura, nel territorio

ch’era in loro potere. E quegli Ariani rispettavano le proprietà degli

Apostoli, nè turbavano il culto al cui esercizio attendevano i preti

cattolici che dimoravano presso quelle chiese senza che ricevessero

molestia dagli assedianti.

Ad una sola opera di sangue Vitige fu tratto dalla forza dell’ira.

Egli spediva suoi messi a Ravenna con ordine crudele che si dessero

in mano al carnefice quei Senatori ch’egli aveva tratto con seco di

Roma ad ostaggio. A quell’ingiustizia egli fu tratto dalla rabbia

del tradimento dei Romani e dal dispetto del cattivo successo del suo

assalimento. Indi cercava di stringere sempre più l’assedio di Roma

e d’impedire da ogni lato che s’introducessero vettovaglie entro la

Città. A tal uopo egli s’impadroniva di Porto, celebre luogo di approdo

della Città sul Tevere. Il fiume si riversa nel mare per due braccia

le quali cingono l’isola sacra che ora raggiunge una superficie di

dieci miglia. Il porto antico di Ostia, situato sulla sponda sinistra

dell’imboccatura del Tevere a due miglia di distanza dal luogo in cui

le acque del fiume si mescono a quelle del mare, era divenuto da molto

tempo per le sabbie deposte dalle alluvioni inopportuno; per la qual

cosa l’imperatore Claudio aveva scavato un porto ed un canale sulla

destra riva, edificando un molo che si protendeva nel mare. E questa

fu l’origine del _Portus Romanus_ ossia _Urbis Romae_. Trajano lo

aveva ampliato colla costruzione di un novello porto interno di figura

esagona cui egli circondava di splendidi edificî. Egli faceva scavare

nel tempo medesimo un novello canale, la _Fossa Trajana_, che oggi si

crede di ravvisare nel braccio destro del Tevere detto di Fiumicino. E

Porto cresceva così ad importante Città e già fin dai primi secoli del

Cristianesimo aveva sede episcopale, ed era reso illustre pel martirio

del vescovo Ippolito morto intorno all’anno 229[390]. Negli ultimi

tempi dei Paganesimo solevano i Romani andare con festa all’isola

situata tra Porto ed Ostia, avendo a capo il prefetto della Città

o il console, per offrirvi sacrificî a Castore e a Polluce, e per

bearsi nell’amenità dei suoi prati sempre verdeggianti. Avvegnachè

nè gli ardori dell’estate, nè i rigori dell’inverno valessero ivi

a distruggere la vegetazione dei fiori: e al fiato delle tepide

aurette primaverili le piagge dell’isola s’inghirlandavano di rose

e spandevano l’olezzo di balsamiche piante, di maniera che i Romani

vi davano nome di Libano della dea Venere[391]. Alla conservazione

ed all’allargamento del porto aveva più tardi dato opera anche

Teodorico, affidando l’officio importante della vigilanza di quello

ad un officiale detto comite ossia conte. Ed ai tempi di Procopio,

era pur sempre Porto una città considerevole e cinta di salde mura,

laddove l’antica Ostia situata sulla sponda sinistra fosse già deserta

e senza mura: e quantunque allora fossero puranco navigabili le due

braccia del fiume, le barche seguivano la via di Porto. Una bella

strada conduceva da porta Portuense a Porto; ed il fiume, cui quella

via segue in linea parallela, era animato dal movimento delle barche

che spinte non da vele o da remi, ma per mezzo di gomone trascinate

da buoi, trasportavano a Roma le derrate di Sicilia e le mercanzie

dell’Oriente[392].

Poichè Vitige, senza che trovasse resistenza, si fu impadronito di

Porto e vi ebbe posto un presidio di mille uomini, potè tagliare

ai Romani la via che conduceva al mare: e siccome il porto di Ostia

non serviva più, le salmerie dovevano essere condotte per la strada

difficile e mal sicura di Anzio.

A rialzare l’animo degli assediati commosso a tristezza per quella

perdita giovava il rinforzo di milleseicento cavalli unni e slavoni,

che venti giorni dopo ingredivano in Roma, e coi quali Belisario poteva

molestare i Goti con piccole zuffe combattute innanzi le porte, nelle

quali la destrezza dei saettatori sarmati riportava vittoria sulla

cavalleria gota armata di lancia. Alcuni leggieri trionfi accendevano

il coraggio degli assediati i quali chiedevano al Generale repugnante

che li conducesse a combattere il nemico con una sortita universale.

Belisario profittava del loro accendimento ed ordinava l’impresa in

questa maniera: il nerbo della soldatesca doveva uscire della piccola

porta Pinciana, e della grande porta Salara; un altro stuolo minore

sortendo di porta Aurelia doveva avanzarsi nel campo di Nerone ed

affrontare i Goti in modo da precludere loro il varco di ponte Milvio

e da vietare così che recassero soccorso ai loro compagni attendati di

qua del fiume: un quarto drappello doveva schierarsi all’istesso uopo

fuori di porta Pancraziana. I Romani vegliavano agli ingegni delle

mura, e Belisario nutriva sì grande sprezzo per la milizia cittadina,

che in quel popolo imbelle egli aveva dovuto comporre di artigiani, che

la escluse dalle file delle milizie le quali uscivano a combattere, per

tema che la sua imperizia e la sua viltà non vi ponesse scompiglio.

Ma i Goti per mezzo di trafuggitori ebbero notizia della sortita che

si preparava e si posero in guardia: essi uscirono ad incontrare i

Greci in bell’ordine di battaglia, i fanti nel mezzo, la cavalleria

ai fianchi. Dopo una pugna di parecchie ore la loro prodezza otteneva

una segnalata vittoria: nè ai Greci riusciva di insignorirsi di ponte

Milvio, con che essi avrebbero tagliata ai Goti la via del loro campo

posto al di là del fiume; nè era dato loro di vincere le schiere

nemiche al di qua del Tevere, ma respinti d’ogni parte con grande

strage erano cacciati tra il fosso ed il muro. E siccome quei di dentro

avevano asserragliate in fretta le porte, eglino andarono debitori

di loro salvamento all’effetto potente dei mangani che operavano

dai merli. I vincitori si scostarono delle mura, e gettando grida di

sprezzo sui vinti tornarono agli accampamenti.

Dopo quella sortita d’esito sfortunato, gli assediati non uscirono più

che a piccole zuffe[393], laddove i Goti cercavano di domare la Città

colla fame serrandola sempre più strettamente. Fra la Via Appia e la

Via Latina, alla distanza di cinquanta stadî dalla Città, era un luogo

dove un crocicchio di due acquedotti formava uno spazio atto a porvi

un campo forte[394]. Murate le alte arcate dei due canali, i Goti vi

posero un accampamento capace di settemila uomini, che impediva il

transito di vettovaglie dalla via di Napoli. Ne cresceva la miseria

di quei di dentro: le erbe che germogliavano sugli argini delle mura

di Roma non bastavano a pascere i cavalli: di nottetempo escivano

cavalieri a cogliere biade nei campi (era già trascorso il solstizio

di estate), che saziavano per qualche momento la fame dei ricchi.

Cibavansi di misere carni; e certe nauseanti salsicce, che i soldati

facevano delle carni di muli morti, erano comperate a caro prezzo dai

Senatori. Alla fame s’aggiungevano le febbri prodotte dall’ardore

dell’estate; e i cadaveri insepolti sparsi per le vie di Roma

aumentavano per contagio le morti.

Non potendo più resistere a tanti mali, tumultuava il popolo, e

mandando suoi legati a Belisario chiedeva che lo conducesse ad una

seconda pugna che sarebbe combattuta coll’ardore della disperazione. Ma

il saggio Generale acchetava i clamori colla sua calma incrollabile,

e dava loro speranza di rinforzi che tosto sarebbero giunti e di una

flotta che veleggiava carica di vettovaglie onde avrebbero ristoro alle

loro necessità. E Belisario mandava Procopio lo storico ed Antonina

a Napoli, a levarvi soldati accampati colà e nelle vicinanze, e

loro commetteva di caricare di vettovaglie quanti vascelli potessero

trovare. Finalmente sbarcavano sulle coste d’Italia meridionale soldati

venuti di Bisanzio; ed Eutalio giunto a Terracina recando il soldo

della milizia, protetto da una guardia di cento cavalli, penetrava

felicemente di notte in città, non veduto dai Goti i quali volgevano

la loro attenzione al campo di Nerone ed a porta Pinciana, dove

combattevansi acri pugne. Ed ora per proteggere dall’assalto dei Goti

le salmerie che si stavano attendendo, Belisario muniva di presidio

la città di Albano e il castello di Tivoli già diroccato, che gli

assedianti con negligenza inconcepibile non avevano tenuto in loro

guardia. Affine di molestare il nemico nei suoi trinceramenti della

Via Appia, Belisario faceva uscire la cavalleria unna, e ordinava

che mettesse campo in vicinanza del san Paolo. Già da quel tempo, un

portico che si distaccava da porta Ostiense, seguendo il corso dei

Tevere si stendeva fino a questa basilica, ed alzandosi presso un

sobborgo, offriva saldo appoggio ad un accampamento militare[395].

Di qui e da Tivoli e da Albano, gli Unni molestavano continuamente

con loro scorridori il campo goto posto nella Via Appia; ed i cavalli

leggieri di Belisario impedivano ai Goti che andassero per foraggio

nella Campania. Ma quei terreni bassi erano afflitti dalle febbri,

per la qual cosa i soldati d’ambe le parti non potevano rimanere in

quei trinceramenti: la morìa ne faceva strage, laonde i pochi che

sopravvissero nei due campi, dovettero partirne. Gli Unni furono

richiamati, e il presidio goto dell’accampamento posto fra gli

acquedotti, si ritirava negli altri trinceramenti.

§ 5.

Tristi condizioni dei Goti. — Loro ambasceria a Belisario. — Negoziati.

— Roma riceve soccorsi di uomini e di vettovaglie. — Armistizio. —

Ripigliansi le ostilità. — Scoramento dei Goti. — Eglino partono di

Roma nel mese di Marzo del 538.

I Goti, sparsi nella insalubre Campania che nella state è tribolata

dalla mal’aria letale, erano mietuti ogni giorno dalle febbri che

spargevano morte. E le loro schiere riunite erano desolate non meno

dalla fame in quel deserto che, arso dal sole e non rallegrato da

verzura, si stendeva simile ad un cimitero senza confini. L’avvicinarsi

di soldatesche bisantine toglieva agli assedianti ogni speranza di

giungere al fine di loro impresa. Imperocchè tremila Isauri sotto Paolo

e Conone fossero approdati a Napoli, milleottocento cavalli di Tracia

condotti dal feroce e sanguinario Giovanni fossero sbarcati a Otranto,

e un terzo stuolo di cavalleggieri guidato da Zenone movesse per la Via

Latina. Dicevasi che Giovanni lungo la marina s’avanzasse, conducendo

un grande convoglio di vettovaglie su carra trascinate da buoi di

Calabria, e che già le salmerie fossero giunte presso ad Ostia sotto

la guardia di parecchie migliaia di cavalieri, nel tempo stesso che la

flotta che portava gli Isauri era per entrare nelle acque del Tevere,

dove aveva ad unirsi coll’altro convoglio. Disperando dunque del buon

esito del loro assedio, i Goti già pensavano a levarlo, e spedivano

un Romano e due dei loro capitani a Roma, per trattare con Belisario.

Procopio riferisce esattamente quel negoziato memorando nel quale

fu osservato tutto il decoro delle forme parlamentari. I legati Goti

parlarono bellamente così:

«Voi, o uomini romani,» dissero, «male operaste con noi, poichè

volgeste le armi contro amici e commilitoni vostri, locchè non avreste

dovuto fare. Or noi vi parleremo il vero, di cui, crediamo, ognuno di

voi deve avere fermo convincimento. I Goti non conquistarono Italia

strappandola colla violenza ai Romani; chè già questo suolo era stato

tolto all’Imperatore da Odoacre che avealo tenuto in tirannico regno.

Zenone, ch’era allora imperatore d’Oriente, volle vendicare il suo

socio all’Impero punendo il tiranno, e volle liberarne il paese; ma

mal potendo da sè vincere Odoacre, fece appello a Teodorico re nostro,

che si apprestava a combattere contro Bisanzio, affinchè, dismessa

l’inimicizia, volesse ricever l’onore di patrizio e di console dei

Romani, e si volgesse a punire Odoacre della sua mala opera contro

Augustolo, promettendo che poscia i Goti sarebbero investiti della

signoria del paese in tutte le forme richieste dal diritto. Di tal

maniera noi avemmo il regno d’Italia: nè meno degli antichi signori

noi ne abbiamo rispettate le leggi e la forma di governo; chè nè

Teodorico, nè alcun altro che gli succedette nella signoria, diede

a questa contrada leggi scritte o non iscritte[396]. Religione e

culto noi abbiamo conservati ai Romani di maniera che niuno degli

Italiani mai volontariamente o contro volontà ne mutò, e niuno dei

Goti fu mai punito perchè fosse passato all’altra fede. E la più alta

venerazione fu da noi tributata ai templi dei Romani, nè alcuno fu

oso mai di molestare a colui che in quelli cercava ricovero. Tutte

le alte magistrature furono sempre dei Romani; dei Goti non mai.

Sorga pure chi voglia e provi, se può, che noi diciamo menzogna. Chè

anzi i Goti permisero ai Romani di ricevere ogni anno i loro consoli

dall’Imperatore di Oriente. E nondimeno voi che non foste capaci di

strappare al barbaro Odoacre quest’Italia vostra che, non per breve

tempo ma per ben dieci anni ne ebbe strazio, voi moveste ingiusta

guerra ai suoi giusti signori. Or via dunque sgomberate della terra

ch’è nostra, recando pure con voi ciò che possedete di proprietà vostra

o di bottino!»

A quel calmo e chiaro discorso dava Belisario risposta quale già

doveva prevedersi: ben aver Zenone dato carico a Teodorico di

guerreggiare contro Odoacre, non già avergli dato il regno d’Italia:

al signore antico appartenerne il dominio che i Goti dovevano perdere.

Gli ambasciatori goti offrivano allora di cedere all’Imperatore il

possedimento della bella Sicilia, ma Belisario deridendoli rispondeva,

ch’egli voleva conceder loro piuttosto a dono l’isola di Bretagna assai

più estesa. Respingeva egli le loro proposte di cedere la Campania

e quel di Napoli: e sdegnando l’offerta di un tributo annuo, diceva

essere necessario che rinunciassero senza condizioni di sorte alcuna al

regno d’Italia. Si conveniva infine ad una tregua che durerebbe quanto

tempo fosse necessario a spedire un’ambasceria a Bisanzio per trattarvi

di pace coll’Imperatore.

Nel tempo istesso in cui conchiudevasi la tregua, la Città era commossa

ad alta gioia all’annuncio che il generale Giovanni era giunto col

convoglio delle vettovaglie in Ostia, e che la flotta isaurica aveva

approdato a Porto. E poco dopo la soldatesca entrava in città, e vi

giungevano le vettovaglie che, sopra barche spinte faticosamente a

forza di remi, erano salite a ritroso del Tevere passando innanzi

a Porto e a vista dei Goti che vi erano a presidio. I Goti nelle

pattuizioni della tregua avevano dimenticato di convenire intorno a

un argomento di sì grande importanza, per la qual cosa dovettero con

loro grave corruccio permettere che le salmerie passassero, per non

infrangere la convenzione conchiusa. Determinavasi che l’armistizio

durasse tre mesi, consegnavansi d’ambe le parti alcuni ostaggi; e

legati goti partivano indi, accompagnati da Greci, alla volta di

Bisanzio. Era allora il solstizio d’inverno.

Infiacchiti dalla lotta, impediti di procacciarsi vettovaglie dalla

via di mare, or maggiormente dalla flotta greca, i Goti non poterono

più tenere in loro signoria i luoghi forti che circondano Roma. Appena

eglino avevano sgomberato Porto, gli Isauri di Ostia vi entravano;

e appena erano partiti dell’importante Centumcella (ch’è l’odierna

Civitavecchia), Belisario vi mandava soldati a presidio. Lo stesso

avveniva in Albano che Vitige alcuni mesi prima aveva strappato

ai Greci. Belisario rispondeva con discorso beffardo ai lamenti

che levavano i Goti di quei movimenti, coi quali, dicevano, erasi

infranta la tregua. E nel tempo stesso egli mandava il «sanguinario»

Giovanni con un grosso stuolo di cavalleria ad Alba nell’agro Piceno,

imponendogli che corresse la campagna e che facesse prigioni le donne e

i fanciulli dei Goti e che ne rapisse le ricchezze, tosto che i nemici

avessero ceduto al desiderio di rompere la tregua.

I Goti spinti da disperazione erano mossi da parecchi e gravi motivi a

ricominciare le ostilità: e per fermo da parte loro era la giustizia,

quantunque il greco Procopio taccia il vero. La notizia di un grave

avvenimento accaduto entro la Città animavali ad operare. Belisario

aveva fatto mettere a morte il più valente dei suoi luogotenenti,

Costantino, il quale (offeso da una sentenza che il Generale mosso da

sentimento di giustizia ma con forme troppo rigide aveva pronunciata

contro di lui in un negozio privato) lo aveva minacciato col pugnale.

La morte di Costantino aveva irritati i soldati che avevano combattuto

sotto le gloriose insegne di lui, e acquistava odio a Belisario: ne

giungeva notizia ampliata oltre il vero al campo dei Goti i quali

accoglievano speranza di annodare accordi coi faziosi della Città.

Eglino tentarono di penetrare per un acquedotto in città. L’_Aqua

virgo_, i cui canali si stendevano appiè di monte Pincio sotto il

palazzo di Belisario, sembrava acconcia al loro disegno, ed alcuni

guerrieri scendevano celatamente per i suoi ampi e oscuri sotterranei.

I soldati ignoranti o superstiziosi che stavano a guardia di porta

Pinciana non si sarebbero accorti del loro tentativo, benchè un raggio

dell’incerto lume delle loro lampade si svelasse da una fessura. Ma

dopo lunghi e tortuosi giri sotterra, i Goti ne trovavano murata la

uscita, per la qual cosa redivano in fretta sulle loro orme portando

ai loro capitani un mattone che desse prova della esistenza di quella

chiusa. Vitige or gettava la maschera e apertamente moveva un mattino

colle sue schiere munite di scale e di fiaccole ad assalire porta

Pinciana. Il tumulto della pugna, che si combatteva alla porta,

svegliava i cittadini; i difensori correvano al loro posto, e dopo

breve mischia i Goti scorati erano costretti a ritirarsi. Nè meglio

riusciva il tentativo d’impadronirsi di porta Aurelia, di dove Vitige

coll’aiuto di due Romani che dimoravano nel quartiere di san Pietro,

a sè venduti, sperava di penetrare in città. Il disegno fu tradito e

perciò fallì.

Finalmente notizie sempre più tristi inducevano lo scoramento

nell’animo del Re. Giovanni rapidamente e senza pietà aveva adempiuta

la missione ond’era stato incaricato: battuto e ucciso Uliteo zio del

Re, aveva preso Rimini, e già moveva contro le mura di Ravenna, dove

Matasunta, mal sofferendo il maritaggio a cui Vitige l’aveva costretta,

nel suo desio di vendetta dava speranza al nemico di prendere col

favore di lei Ravenna e di ottenerne la mano. A quell’annuncio Vitige

cedeva alle istanze del suo popolo stanco della lotta, che, assediato

ora esso medesimo, era minacciato dell’estremo esizio dalla fame,

dal contagio e dalla spada del nemico. Già entravasi in primavera e

i tre mesi dell’armistizio compievansi, nè nuncio alcuno rediva di

Bisanzio. Un agitarsi, un muoversi nella Campagna di Roma mostrava

tutt’a un tratto ai Romani che qualche grave avvenimento si compieva:

nella notte vedevano gli accampamenti dei Goti in fiamme, e all’alba

vegnente miravano le schiere nemiche che movevano per Via Flaminia.

I Goti partivano. La metà dell’esercito aveva già valicato il ponte

Milvio, allorchè di porta Pinciana si scagliavano fanti e cavalieri

contro l’oste che si ritirava. Dopo breve e accanita battaglia i Goti

s’addensavano in disordine al ponte per gettarsi sull’altra sponda del

fiume; i loro drappelli affollandosi al varco, si urtavano; e sotto

una tempesta di dardi e sotto i colpi delle spade dei Greci, con gravi

perdite e dopochè molti di loro erano precipitati nelle onde del fiume,

eglino giungevano alla destra riva. Colà riordinatisi movevano per

Via Flaminia alla volta di Ravenna, scorati e tristi del presentimento

della distruzione del loro eroico popolo, il fiore dei cui valorosi era

caduto bagnando del suo sangue il terreno che si stendeva intorno alle

antiche mura di Roma. Di tal guisa, i Goti pagavano il fio dell’opera

dissennata di Teodato, il quale, invece di restringere la guerra nel

territorio di Napoli, aveva permesso che Belisario fino a Roma si

avanzasse. Ed errori aggiungevansi a errori; chè Vitige sciupava le

forze di tutto il suo grande esercito raccolto nella insalubre Campagna

di Roma, e negligendo di intraprendere nel tempo medesimo opere di

guerra nella regione meridionale e nella settentrionale, nè intendendo

a dominare il mare romano con una flotta, recava la distruzione al suo

popolo di prodi in un assedio mal guidato.

Erano trascorsi omai un anno e dieci giorni dacchè i Goti avevano

cinto la Città: e in sull’incominciamento del Marzo dell’anno 538,

respinti dalla sorte e vinti dal genio di Belisario, eglino levavano

quell’assedio memorando, nel quale avevano combattute sessantanove

pugne con esito infelice ma con eroica bravura[397].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 24 / 38 题