§ 1.
Reggenza di Amalasunta. — Genio di lei: protezione accordata alla
Scienza. — Mite dominazione di lei. — Il Vescovo romano ottiene
reverenza sempre maggiore.
La prospera condizione dei Romani durò alcuni anni ancora dopo la morte
di Teodorico: e precisamente finchè Amalasunta, figlia di lui, tenne la
tutela del suo giovane figlio Atalarico. Procopio e Cassiodoro hanno
celebrato le peregrine virtù di questa donna d’intendimenti virili,
lodandone l’indole dell’animo, la saggezza della mente, la eccellenza
della cultura[315]. Laddove i Romani s’erano beffati di Teodorico, il
quale, imperito nell’arte della scrittura, segnava le quattro prime
lettere del suo nome scorrendo collo stilo intorno al disegno tracciato
sopra una lamina di metallo, or li commoveva invece a meraviglia
il genio d’una femmina la quale ai Greci volgeva discorso in greca
favella, coi Latini parlava nella lingua del Lazio e cogli eruditi
ragionava dottamente intorno ai filosofi ed ai poeti dell’antichità. E
dovevano pur confessare che i Goti meritavano lode di aver conservata
la civiltà[316].
Sotto il reggimento di Amalasunta coltivavansi nella città di Roma
le scienze con maggiore ardore di quello onde lo erano ai tempi
di Teodorico: i professori di arti liberali, di grammatica (che
onoravasi quale «maestra della lingua che è splendido ornamento
all’umanità»), i maestri di eloquenza e di diritto erano remunerati
con generoso onorario[317]. Roma tornava ad essere sede nobilissima
degli studî e dell’eloquenza, per la qual cosa Cassiodoro poteva dire
a ragione: «Altri paesi sono fecondi di vino, di aromi, di balsami,
ma Roma produce il grato profumo dell’eloquenza, che scende con somma
dolcezza al core»[318]. Ai Romani con saggio intendimento lasciavasi
il godimento dei miti studî di pace, laddove invece i Goti nutrivano
il sentimento orgoglioso della loro potenza virile nelle belliche
arti. Gl’Italiani erano esclusi dall’onore della milizia, poichè
già da tempo lunghissimo avevano perduto l’amore alle armi e avevano
dimenticato il modo di maneggiarle: di Goti era composto il presidio
delle città, all’infuori di Roma; e la loro signoria sull’Italia era
quella di un imperio guerriero che si ergeva isolato e senza appoggio
conservando le leggi e gl’istituti di Roma e mantenendo ancora in
vita i municipî antichi per i Latini. Ma molti anche fra i Goti ivano
prendendo vaghezza dei costumi romani, e l’amore degli studî rendeva
loro desiderate le arti di pace, laddove per converso parecchi Romani,
fosse per adulare ai loro signori stranieri, fosse per desio di novità,
accoglievano fogge di Gezia; e sulle sponde del Po e su quelle del
Tevere in bocca a Romani erano uditi i suoni energici della lingua di
Ulfila[319].
La prima opera del governo di Amalasunta fu di conciliarsi l’animo del
Senato e del popolo di Roma che dal padre di lei erano stati gravemente
offesi. Alcune lettere scritte da Cassiodoro, il quale continuò
nelle sue funzioni di ministro anche sotto il nepote di Teodorico,
annunciavano con forma reverente il mutamento avvenuto nel soglio:
ed il giovine Re, a mezzo di un suo legato, prestava al popolo ed al
Senato solenne giuramento che non sarebbe mai per ledere ai diritti ed
alle leggi di Roma. E per porgere coll’opera dimostrazione della ferma
volontà di pace ond’era mosso l’animo suo, Amalasunta restituì tosto
ai figli di Boezio e di Simmaco il retaggio paterno, del quale erano
stati spogliati. Deplorando gli ultimi fatti crudeli del padre suo,
volle cancellarne la ricordanza col suo reggimento, durante il quale
non tolse la vita e gli averi ad alcun Romano. Come già ai tempi di
Teodorico, l’assemblea dei Padri era reverita quale ornamento sacro
della Città e riceveva dimostrazioni di onoranza: parecchi uomini
illustri dei Goti vi erano ascritti, ed i nepoti degeneri di Mario non
sentivano onta quando lor si diceva, star bene che ai discendenti di
Romolo s’associassero i figli di Marte[320]. E da quelli il partito
goto riceveva fortezza in Senato.
Se gli onori resi alla Curia romana erano di mera apparenza pomposa,
la cosa era affatto differente per i diritti che lo Stato andava via
via concedendo al romano Pontefice. La potenza di questo Vescovo (che
allora era riverito anche in Oriente quale primate della Cristianità)
cresceva più e più. Era un evento fortunato per lui che i Principi
goti continuassero a sedere in Ravenna, e più ancora che, seguaci di
Ario, eglino fossero fuori della Chiesa cattolica. Il Papa, quale capo
della Religione cristiana cattolica, si elevava sopra i Re d’Italia
eretici: e stando tra loro e l’Imperatore d’Oriente di fede ortodossa
(il quale, per la potenza delle sue armi, era onorato dai Re goti con
ossequio tradizionale quale signore supremo[321]) egli era soggetto di
diffidenza ai Re: ma egli ne guadagnava influenza sempre maggiore negli
affari interni della Città, i quali in varia maniera s’intrecciavano
alla vita della Chiesa. Fra i Rescritti del tempo di Atalarico che
leggonsi in Cassiodoro, havvene uno il quale dimostra l’altezza cui
era giunto il Pontefice romano: imperocchè in quello sia dato formale
riconoscimento al suo diritto di giudicare nelle controversie di
diritto civile dei chierici[322]. Chi avesse una lite con un prete di
Roma, doveva anzi tutto assoggettarsi alla sentenza del «beatissimo»
Pontefice, e soltanto nel caso in cui il Papa non volesse udirne,
il negozio poteva essere trattato innanzi al tribunale laicale: e
colui che al responso del Pontefice non obbedisse, era punito con una
multa di dieci libbre d’oro. Sembra essere stato Felice IV quegli che
otteneva un privilegio sì utile all’accrescimento dell’influenza del
Vescovo.
§ 2.
Felice IV edifica nel Foro una chiesa dedicata ai santi Cosma e
Damiano. — Musaici di quella chiesa. — Ragione della venerazione
tributata a que’ due Santi.
La Cronica della Città non può far menzione del breve reggimento di
questo Pontefice (dall’anno 526 al 530) senza che s’indugi a parlare
di una chiesa illustre, che fu la prima la quale si edificasse
ai confini del Foro romano in vicinanza della Via Sacra. Vogliamo
dire della chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano, che furono due
fratelli gemelli nativi dell’Arabia e dotti nelle mediche discipline,
i quali morirono fra i tormenti ai tempi dell’imperatore Diocleziano.
Narra il Libro Pontificale che Felice IV ergesse a loro onoranza
una basilica nella Via Sacra in prossimità del tempio sacrato alla
città di Roma[323]: e poichè a questa chiesa, come è dato di vedere
oggidì ancora, è annesso un edificio antico di forma rotonda, quasi
a vestibolo, per il quale si penetra nella basilica formata ad una
sola navata, così parecchi Archeologi affermano, che questo monumento
rotondo sia quello cui il Libro dei Papi dà nome di tempio sacro alla
città di Roma, oppure che fosse un delubro dedicato agli Dei penati,
o a Romolo, o, con opinione più simile al vero, ai due fratelli
gemelli Romolo e Remo, il quale poi sia stato dal Papa consecrato
similmente a due gemelli, Cosma e Damiano. Questa loro opinione tentano
di convalidare colla testimonianza tratta da alcuni versi del poeta
Prudenzio, ma egli è un errore, avvegnachè quel passo si riferisca
manifestamente al celebre tempio dedicato da Adriano al duplice culto
di Venere e di Roma[324]. Non è possibile di determinare a quale scopo
sia stato eretto quel piccolo edificio antico di figura rotonda la
cui costruzione di muratura non è assai bella: egli è probabile che
fosse una cappella pagana sacra ai fratelli Romolo e Remo, e di cui
Felice si giovasse innalzandovi accanto la sua basilica. Ad ogni modo
noi vediamo verosimilmente in questa basilica la prima chiesa di Roma
la quale adoperasse un antico edificio, che era ancora in condizione
perfetta, a formarsene il vestibolo, nel tempo stesso in cui nella sua
parte posteriore si appoggiava ad un altro edificio antico di grandi
dimensioni[325]. Oggidì pure si eccita in noi curiosità non lieve
allorchè s’investighi la origine, ancora avvolta in qualche oscurità,
di questa chiesa che s’alzava in vicinanza alla Via Sacra, in mezzo
alle ruine del Foro, fra ruderi di cui ignoriamo la storia, e nella
quale due medici d’Arabia, insigni per portenti, hanno posto sede alla
loro operosità spirituale. Le colonne di porfido dell’atrio, vicino al
quale s’innalzavano altre di cipollino, e le antiche porte di bronzo
sono monumenti splendidissimi dell’antichità.
Felice rese adorna questa sua chiesa di musaici, i quali, quantunque
sieno stati sottoposti parecchie fiate a restauro, sono annoverati, in
grazia del loro stile e della loro antichità, fra i più illustri di
Roma; per la qual cosa meritano che se ne dia una breve descrizione.
L’arco di trionfo è ornato di disegni di bello stile antico i quali
rappresentano imagini allegoriche tratte dal libro dell’Apocalisse, che
diede temi fecondi ai concepimenti della pittura. Cristo in figura di
agnello posa sopra uno splendido soglio, innanzi al quale sta aperto il
volume coi sette suggelli. Ai lati sono i sette doppieri, dalle svelte
forme, simili a quelle degli antichi candelabri, quantunque il disegno
non sia il più corretto. Presso ad essi sono due Angeli alati dalla
figura soave, e finalmente ad ognuna delle due estremità dell’arco sono
rappresentati due Evangelisti coi loro simboli. Inferiormente a questi
musaici papa Felice aveva fatto collocare le imagini dei ventiquattro
Seniori in atto di porgere corone al Cristo[326].
In maniera differente sono trattati i disegni che adornano la tribuna.
Le figure che poggiano sopra campo d’oro con dimensioni maggiori
del vero, sono disegnate in parte con istile robusto e con bei
concepimenti, e vi si pare manifestamente la tendenza al misticismo.
La grande figura del Redentore, che si erge nel mezzo, è una delle
più belle tra tutte le imagini del Cristo che si mirino in Roma: egli
sta in atteggiamento energico e con posa da re; la testa adorna di
barba e ricca di chioma che scende in lunghe anella è circondata di
aureola; il suo paludamento del colore dell’oro, con bei panneggiamenti
s’avvolge sul braccio; la mano sinistra tiene il ruotolo di papiri;
la destra s’alza a benedire. Anticamente disegnavasi una mano che,
tenendo un serto d’alloro, si protendeva sul capo del Salvatore ad
esprimere la forza operosa del divin padre, il quale, anche nel tempo
di cui parliamo, rappresentavasi sotto questo simbolo e non ancora
nella figura visibile di uomo antico d’anni[327]. Alla destra ed alla
sinistra del Redentore sono i santi Cosma e Damiano, i quali adducono
alla presenza di lui san Pietro da un lato e dall’altro san Paolo
che s’alzano con dimensioni maggiori ed imponenti. I due Santi, e più
vivamente quello che sta a destra del Cristo, hanno lineamenti senili,
i cui tratti energici e severi danno loro sembianza quasi di maghi con
loro grandi occhi che splendono di uno sguardo fiero: hanno impressi
nel volto segni di terrore reverente della presenza del Cristo, e nel
tempo stesso vi hanno scolpito l’ardore dello amore di religione:
per la qual cosa si può ben mirare in essi un simbolo dell’antica
signoria della Chiesa sull’orbe. La loro posa, mentre s’appressano con
passo incerto, è mirabile per la vita che ne spira; e nell’insieme
bene rappresentano due indomiti campioni della Religione cristiana,
imperocchè non isplendano in loro tratti che esprimano mitezza d’animo.
La robustezza della loro figura è modellata sull’esemplare energico dei
tempi barbarici, ond’è che rassomiglino a maghi o ad uomini di tempi
epici, e che ben s’addicano all’età eroica e sanguinosa di Odoacre,
di Teodorico e del bisantino Belisario. Roma non possiede alcun altro
musaico condotto in istile sì energico secondo la verità storica; e
quest’opera sola d’arte basta a far conoscere l’indole robusta del
secolo sesto.
Presso a quelle due coppie di Santi, vedesi da un lato il canuto
pontefice Felice IV, la cui figura fu quasi per intiero rinnovellata
nei ritocchi, e dall’altro Teodoro il santo guerriero: ambidue tengono
in mano corone. Il Papa avvolto in un paludamento del colore dell’oro
che si stende sopra una tonaca azzurra è adorno di stola e solleva
verso il Redentore il modello della sua chiesa, che è un edificio
fornito di atrio e senza torre[328]. Nessuna di queste figure,
eccetto quella del Cristo, è cinta dell’aureola, locchè dimostra che
in sull’incominciamento del secolo sesto non era ancor costume di
circondare la testa dei Santi dell’emblema della gloria[329].
Due palme s’innalzano dall’un lato e dall’altro dei Santi, e fanno,
con mistico senso, bel contorno al quadro, chinando le loro fronde
sul capo delle figure, nel tempo stesso in cui alla destra del Cristo
posa sopra un ramo il favoloso uccello d’Arabia, la fenice, sulla
cui testa splende una stella: gentile e mirabile emblema della vita
eterna che sempre ringiovanisce, bellissimo tra i simboli che l’arte
cristiana tolse a prestanza dai Pagani; imperocchè la fenice stellata
si miri già sulle monete imperiali coniate al tempo di Costantino[330].
Nella parte inferiore, il contorno è formato dalla dipintura del
fiume Giordano. Più in giù nell’ultimo scompartimento del quadro sono
rappresentati dodici agnelli che simboleggiano gli Apostoli, i quali,
uscendo di Gerusalemme da un lato e di Betelemme dall’altro, traggono
al Salvatore, che, sotto forma di agnello, posa sopra uno splendido
seggio colla testa cinta di aureola. Una iscrizione a grandi caratteri,
e adorna di arabeschi in musaico d’oro, gira tutto intorno del quadro
racchiudendolo quasi a mo’ di cornice[331].
In quella chiesa situata presso la Via Sacra avevano altari due Arabi
del remoto Oriente: ed eglino avevano ottenuta un’onoranza che fino a
quel tempo Roma aveva tributata a Martiri romani oppure a Santi nati
nelle contrade d’Occidente. Conciossiachè il culto dei Santi nella
Città fosse, come abbiamo già veduto, primamente nazionale: tuttavia
ai Martiri romani altri s’aggiungevano delle province dell’Impero
occidentale, finchè l’idea di universalità, che la Chiesa di Roma
sosteneva, operava sì che in seguito nella Città si estendesse il
culto anche a Santi orientali. Soltanto più tardi l’inimicizia e
finalmente la separazione di Roma da Bisanzio valse a rendere minore
la venerazione ai Santi greci. Egli è prezzo dell’opera che si dia un
breve pensiero al motivo che indusse Felice IV a tributare reverenza
ai due Orientali. Può essere che il Pontefice volesse avvincersi più
strettamente la corte di Bisanzio per timore dei Goti: ma anche fuor
di questo è mestieri considerare che i due fratelli gemelli erano
allora famosi per sopranaturali portenti, e che forse Roma sarà stata
desolata da qualche contagio; imperocchè l’iscrizione che leggesi nel
musaico tributi onore ai due Martiri come a «medici nei quali il popolo
ripone speme di salute». Si eleggeva poi di innalzare loro una chiesa
in quel luogo, perchè ivi già in tempi antichi riunivansi medici,
e si affermava che ivi il celebre Galeno dimorasse. Ed ai tempi di
Giustiniano i due fratelli erano venerati quali Esculapii novelli in
Ciro sull’Eufrate ov’erano seppelliti, ed avevano onore di chiese che
loro si dedicavano in Pamfilia ed in Bisanzio. In Oriente tributavasi
culto a molti Santi medici; e Ciro, Giovanni, Pantaleone, Ermolao,
Sansone, Diomede, Fozio ed altri, dopo di avere ridonata la sanità a
vivi ed a morti, dopo di avere prestate cure a uomini e ad animali,
erano, a somiglianza di Empedocle, posti in cielo.
§ 3.
Bonifacio II è eletto Papa nell’anno 530. — Giovanni II. —
Senatoconsulto in argomento di simonia. — Educazione di Atalarico: sua
morte. — Teodato è fatto compartecipe al trono. — Sorte della regina
Amalasunta. — Disegni e mire di Giustiniano. — Il consolato d’Occidente
cessa nell’anno 535.
Papa Felice moriva nell’autunno dell’anno 530, e, dopo breve scisma,
gli succedeva Bonifacio II, figlio di Sigismondo, che, nato in Roma,
era d’origine goto. A impedire le lotte che s’agitavano in occasione
delle elezioni dei Pontefici, o piuttosto per desiderio di togliere
ai Re ogni influenza nelle elezioni, il novello Papa fu indotto ad un
ardito tentativo. Nel primo Sinodo ch’egli congregò in Roma, designò
a suo succeditore Vigilio diacono, e ne eresse un suo chirografo, il
quale, munito della sottoscrizione di alcuni cherici imprevidenti,
fu deposto da lui in san Pietro innanzi alla Confessione. Ma nè
Amalasunta, nè il clero approvarono quest’opera sua ch’era contraria
ai dettami dei Canoni; laonde Bonifacio dovè nel Sinodo seguente
cassare solennemente il suo decreto. Poco dopo, nell’anno 532, gli
succedeva Giovanni II Mercurio, figlio di Projetto, romano del monte
Celio: il suo pontificato è memorabile principalmente per un Editto
che fu emanato affine di dare ordinamento all’elezione dei Papi.
Erasi introdotto il gravissimo abuso, che, alla vacanza della cattedra
di san Pietro, quei cherici che agognavano a vestire il gran manto,
cercassero di ottenerlo con arti simoniache e con turpe corruzione:
eglino tentavano con donativi di ottenere il favore dei più potenti
Senatori e dei maggiorenti della corte; e la moneta necessaria traevano
vendendo patrimonî delle loro chiese e persino arredi sacri degli
altari. A mettere impedimento a quel sozzo costume, il Senato romano,
ai tempi ancora di Felice IV, aveva promulgato un senatoconsulto che
severamente vietava che la dignità pontificia si mercanteggiasse; e
quel Decreto senatorio, che è l’ultimo di cui abbiamo contezza, era
stato confermato, dopo l’avvenimento al soglio di Giovanni II, da re
Atalarico, il quale comandava che lo si incidesse sopra una tavola
di marmo, e che alla vista di tutti nell’atrio del san Pietro si
collocasse[332]. E da quel Decreto si pare quale parte importante il
Senato esercitasse nell’elezione dei Pontefici: e in quei negozî quel
corpo anticamente tanto glorioso e da cui pendeva il reggimento del
mondo, continuava ad operare con un’ultima e meschina sembianza di vita
politica, prima che si spegnesse del tutto.
Lo stesso popolo di Roma era immerso in letargo profondo. Lontano dallo
sguardo del Principe, continuava a ricevere alimento dalle province,
ma più scarsamente di un tempo; per la qual cosa parecchie fiate
lo scoteva dal suo torpore il rincarimento delle vettovaglie, e lo
eccitava a tumulti, i quali erano causa a sospetto che allignassero in
esso sentimenti di ribellione. Sembra che tali ne fossero le condizioni
durante il reggimento di Atalarico; e già papa Giovanni deplorava che
Romani per semplice sospetto fossero sostenuti a lungo in carcere[333].
Ma in breve tempo la Città da uno stato di felicità tranquilla sì
ma scevra di gloria, ch’essa godeva sotto la signoria dei Goti, era
balzata fra gli orrori più terribili della guerra; ed un avvenimento
fecondo di gravi torbidi doveva colpirla per cacciarla in una tenebra
lunga e profonda. Ma per narrarne, fa duopo descrivere con breve
discorso le sorti della casa di Teodorico alle quali anche i destini di
Roma erano annodati.
La stirpe di Teodorico soggiacque all’abborrimento onde la tempra
nazionale dei Goti era animata contro la civiltà dell’antichità,
malgrado degli sforzi per indurre ad una conciliazione pacifica tra i
due elementi avversi, che Amalasunta aveva presa a suo cómpito. Ella
educava il giovane figliuol suo Atalarico nelle arti liberali dei
Romani: per la qual cosa eccitava contro di sè lo sprezzo dei rozzi
guerrieri goti che odiavano, non forse a torto, la civiltà romana quale
nemica dell’energia virile e della loro propria schiatta dominatrice.
Non v’ha forse problema che abbia sciolto la Storia intorno alla
educazione dell’uomo, importante al pari di quello che ebbe occasione
dall’educazione di Atalarico fanciullo straniero; e pochi avvenimenti
furono come quello fecondi di gravi risultamenti. I Goti strapparonlo
alle mani vilissime, com’eglino dicevano, dei pedagoghi, ed affidaronlo
alla istruzione della libera ed energica natura. Non volevano già a re
un uomo dotto nelle grammatiche, ma un eroe simile ai suoi antenati
scesi dalla gloriosa razza degli Amalî. Cedette la madre con dolore;
e vide con grave cordoglio il giovinetto, dall’indole ardente sortita
dal clima meridionale sotto il quale era nato, gettarsi in piena
balia dei piaceri che traevanlo a fine precoce. Ma i maggiorenti
goti sprezzavano i miseri Romani, ed odiavano il reggimento di una
femmina la quale s’opponeva ai loro disegni: e già avevano deliberato
di infrangere il suo giogo, per la qual cosa Amalasunta dotata di
energia virile era costretta a chiedere secretamente alla corte di
Bisanzio che le si concedesse ricovero, ove necessità la spingesse
a fuga. Ma intanto la uccisione di tre fra i più pericolosi Goti,
avvenuta per comandamento di lei, ispirava novello coraggio al suo
animo, laonde ella continuava a tenere con salda mano l’imperio dal suo
palazzo di Ravenna. La saggezza di lei già divinava che il regno dei
Goti sarebbe inevitabilmente crollato, e che il popolo guerriero del
settentrione non avrebbe mai posto ferme radici in Italia. Allorchè
ella conobbe che il figliuol suo intristiva ogni dì più, si volse
di nuovo all’imperatore Giustiniano, trattando, se si voglia prestar
fede a Procopio, della cessione d’Italia, oppure, ed è più probabile,
affinchè le venisse in caso di bisogno dato ricetto nell’Impero greco.
Atalarico moriva in Ravenna nell’anno 534, diciottesimo dell’età sua ed
ottavo di suo regno, lasciando il trono di Teodorico senza succeditori.
In quelle difficoltà non cadeva d’animo l’accorta donna, ma sceglieva
a compagno nel governo il cugino suo, dandogli titolo di Re, ma a sè
serbando il potere. Teodato, figlio di Amalafrida sorella di Teodorico,
era acerrimo nemico di Amalasunta; ma questa accoglieva speranza di
formarsene di tal guisa un amico, in maniera da render sicuri a sè
stessa trono e vita, e da acchetare i Goti malcontenti.
L’influenza d’Italia, da cui già parecchi Goti erano resi domi,
aveva operato potentemente sull’animo di quest’uomo. Egli rifuggiva
dalle arti di guerra, era irresoluto e avaro, ma, cultore delle buone
lettere, nello studio di Platone era profondamente versato. Abbandonata
la corte per la quiete dolcissima della villa, ei viveva nei suoi
ricchi possedimenti di Toscana; e là sotto le ombre amene dei toschi
oliveti ei sarebbe stato degno d’invidia, ove non lo avesse travagliato
insaziata smania di ricchezza sempre maggiore. Tutta Toscana malediceva
alla sua avidità; ed Amalasunta aveva già dovuto costringere il cugino
a restituire beni usurpati, onde egli ne mantenne sempre rancore contro
di lei. Or veniva egli a Ravenna e cingeva la corona che poi doveva sì
vilmente bruttare[334]. E appena ne era in possedimento, egli faceva
sazia sua vendetta contro quella donna che lo aveva elevato al potere
e la dava in balia ai nemici di lei. Esigliatala in un’isola solitaria
del lago di Bolsena, Teodato la costringeva di qui a scrivere lettere
all’imperatore Giustiniano amico di lei, nelle quali ella protestava
di essere contenta alla propria sorte: e nel tempo medesimo spacciava
alla corte di Bisanzio due Senatori, Liberio ed Opilio, affinchè
placassero la collera dell’Imperatore. Ma prima che i due redissero in
patria, la figlia sventurata di Teodorico era morta. Alcuni congiunti
di quei tre principali Goti che ella aveva nei tempi antecedenti fatto
uccidere, indotti da desio di torne vendetta, entrarono un giorno nella
carcere di lei, e, non senza saputa di Teodato, la trucidarono[335].
Ciò avveniva nell’anno 535: e nel tempo stesso Belisario distruggeva
il regno dei Vandali in Africa e traeva in trionfo a Costantinopoli
Gelimero loro re, laonde era adesso agevole cosa muovere alla conquista
d’Italia cui da lungo tempo si agognava.
Alla notizia dell’assassinio di Amalasunta, Giustiniano fingeva di
commuoversi a nobile sdegno, ma nell’intimo animo gioiva dell’accordo
propizio di parecchi avvenimenti che gli aprivano la via alla signoria
d’Italia. Intanto che il suo legato Pietro trattava con Teodato della
cessione del Lilibeo di Sicilia, che un tempo aveva appartenuto ai
Vandali, e di altri negozî, Giustiniano affidava al suo generale
Mundo il governo supremo di Dalmazia, donde egli doveva muovere
contro i Goti, ed a Belisario dava la capitananza della flotta perchè
conquistasse Sicilia. Quest’isola cadde in potere dei Greci alla fine
dell’anno 535, in cui il solo Belisario tenne il consolato. E quello
è anno memorando anche per Roma, imperocchè da quel momento fino alla
estinzione suprema del consolato di uomini privati, avvenuta nell’anno
541, non si faccia più menzione nei fasti della Città di alcun Console
d’Occidente. L’ultimo Console di Roma, nell’anno 534, fu Decio Teodoro
Paolino il giovane, figlio di Venanzio, della stirpe dei Decii, il
quale ebbe per tal modo l’onore di essere l’estremo nella lunga serie
dei Consoli romani. Dopo di Costantino era stato costume che uno dei
due Consoli annui fosse eletto per l’antica Roma, e l’altro per la
novella ossia per Costantinopoli. E finchè i Re goti tennero Roma sotto
la loro dominazione, eglino elessero il Console d’Occidente, il quale
sembra che poi venisse dall’Imperatore confermato. Posteriormente al
534 fu in Oriente un solo Console, fino all’anno 541, in cui, dopo
il consolato di Flavio Basilio il giovane, Giustiniano abolì quella
magistratura, perchè, narra Procopio, l’Imperatore non volle più
fornire la moneta necessaria alle consuete largizioni. Imperocchè,
allorquando il Console ingrediva nella sua carica, si spendessero più
che duemila libbre d’oro in largizioni ai poverelli ed in giuochi, e di
questa somma di denaro la massima parte pagasse il tesoro imperiale. Di
tal maniera estinguevasi quell’illustre istituto; e poichè l’imperatore
Giustino nell’anno 566 assunse di bel nuovo il titolo di Console, da
quel tempo in poi caddero sempre insieme l’incominciamento del regno
degl’Imperatori e la designazione del consolato[336].
§ 4.
Negoziati di Teodato con Giustiniano. — Lettere del Senato a
Giustiniano. — Agitazioni in Roma. — I Romani rifiutano di accogliere
soldatesca gota entro la Città. — Papa Agapito va ambasciatore a
Bisanzio. — Morte di lui. — Rottura delle trattative di pace.
Appena all’atterrito Teodato giungeva notizia che Sicilia era caduta
sotto la signoria greca, cadeva di animo e ne smarriva la mente per
paura. Egli accoglieva tosto le condizioni vergognose che Pietro
gl’indiceva a nome dell’Imperatore: e per quelle doveva rinunciare
a Sicilia, pagare un annuo tributo di 300 libbre d’oro, e, ove gli
fosse chiesto, fornire un esercito ausiliario di 3000 Goti. Oltracciò
il Re d’Italia prometteva di non eleggere senatori nè patrizî, e di
non punire nella vita o colla confisca chierici e senatori senza
l’assenso dell’Imperatore: acconsentiva che nei giuochi del Circo
dovesse acclamarsi prima al nome di Giustiniano, indi a quello di
Teodato; e che se a lui una statua si alzasse, a destra di quella una
ad onore di Giustiniano si dovesse erigere. Il Bisantino, conchiuso il
trattato, partiva; ma corrieri spacciatigli dietro di gran furia, lo
raggiungevano in Albano[337], e facevano ch’egli ritornasse al Re. «Se
mai l’Imperatore», chiedeva questi angosciato, «se mai l’Imperatore
ricusasse pace, che ne avverrebbe?» «Preclarissimo signore»,
rispondevagli l’astuto avvocato, «ei ti converrà muovere guerra». E gli
dimostrava che ad un discepolo di Platone non era lecito di spargere
il sangue del suo popolo, ma che all’Imperatore nulla divietava di far
valere i suoi dritti su Italia[338]. Teodato, preso da paura maggiore,
scendeva ad una novella proposta ancor più vigliacca, protestando di
starsi contento ad una pensione annua di 1200 libbre d’oro, per la
quale egli prometteva di cedere i suoi diritti al trono dei Goti e
dei Romani. Il terrore gli toglieva il senno, in maniera che chiedeva
scioccamente da Pietro giuramento ch’egli non avrebbe proposta la
seconda convenzione all’Imperatore, se non se nel caso in cui questi
avesse rifiutata la prima.
Insieme con Pietro partiva alla volta di Bisanzio anche Rustico, prete
romano, quale ambasciatore di Teodato: e il Senato nel tempo medesimo,
oppure poco tempo prima, spediva lettere a Giustiniano pregandolo di
pace. In quell’epistola compilata da Cassiodoro[339], che è altamente
preziosa come una delle ultime opere del Senato romano, i Padri
con forma oratoria fanno che l’eterna Città parli con linguaggio di
cordoglio: «Ove le preghiere nostre non valgano a commuoverti», eglino
dicono, «or porgi orecchio alla patria nostra che si raccomanda con
questo pietoso discorso: Se mai ti calga dell’affetto ond’io ti fui
cara un giorno, deh! ama, o piissimo tra i Principi, i miei difensori.
Quelli che mi tengono in loro signoria devono vivere teco in buona
pace, affinchè non operino verso di me in maniera che dia cruccio al
tuo animo. Or tu non puoi esser causa di crudele fine a mia vita, cui
tu sempre facesti lieta di beni. Vedi! sotto l’usbergo della tua pace
si raddoppiò il numero dei miei figli, ed io brillo nello splendore
dei miei cittadini. Se tu soffra che mi colga malanno, meriti forse
nome di pio? E che ti rimane a fare di più per me, se fiorente è la mia
Religione ch’è pure la tua? Il mio Senato continua a crescere in onore
ed in ricchezza, per la qual cosa tu non dèi disperdere con discordia
ciò che anzi dovresti coll’arme proteggere. Parecchi Principi io ebbi,
ma nessuno fu mai nella scienza come questi preclaro[340]; molti uomini
saggi, ma niuno che fosse più erudito e più pio. Io amo quest’uomo
sceso della stirpe Amalia; io lo nutrii al mio seno. Egli è valoroso,
educato alla mia civiltà, ai Romani diletto per la prudenza dell’animo,
dai Barbari per virtù chiara venerato. Deh! unisci i tuoi desiderî ai
suoi, il tuo consiglio al suo, affinchè, crescendo la mia felicità,
la tua gloria istessa ne cresca. No, non iscendere in cerca di me, chè
forse non mi troveresti più. E poichè nondimeno son tua nell’amore, non
voler deh! che alcuno faccia oltraggio a mie membra misere. Se Libia
ottenne che tu le ridonassi libertà, oh ben sarebbe crudele il tuo
animo, se io perdessi ciò che sempre possedetti. Illustre trionfatore,
non lasciarti muovere da ira: la voce universale che ti supplica è più
potente che il sentimento di collera onde il tuo cuore è tocco per
qualche atto d’ingratitudine che forse hai ricevuto. Di tal maniera
ti parla Roma, e ti volge preghiere per bocca dei tuoi Senatori. Che
se nulla di lei pietà ti muove, parli al cuor tuo il santo spirito dei
beati apostoli Pietro e Paolo. Imperocchè qual cosa potrai tu negar mai
ai meriti di loro che spesso protessero Roma dai suoi nemici?»
Da parecchi passi di questa epistola, i cui sensi sono meritevoli di
sprezzo, si pare che il Senato (al quale in unione al popolo romano il
Re, dopo la morte di Atalarico, aveva prestato giuramento di conservare
la costituzione dello Stato) operasse per minacce ch’erangli state
fatte: nè è priva di fondamento la notizia offertaci da uno scrittore
di quel tempo che il Re avesse minacciato i Senatori romani di mandarli
a morte insieme alle mogli ed ai figli, se eglino non avessero dato
opera colla loro influenza affinchè l’Imperatore non movesse alla
conquista d’Italia[341]. E dalle lettere che leggonsi in Cassiodoro è
posto in aperto che, all’avvenimento al trono di Teodato, il Senato
ed il popolo di Roma fossero commossi a grave agitazione. Leggendo
quegli scritti si vede che i Goti erano separati dai Romani per un
abisso profondo e incolmabile, il quale, velato fino a quel momento
dall’arte politica di Teodorico e di Amalasunta, or d’un tratto si
spalancava innanzi gli occhi di tutti, tremendamente. Non ci è dato
di conoscere i maneggi secreti di Giustiniano coi Romani: Roma era in
preda ad angoscia febbrile; e gli animi, scossi dal presentimento di
qualche grave avvenimento che si reputava inevitabile, erano presi da
terrore simile a quello onde già ai tempi di Onorio erano stati colti
i loro avi al nome di Alarico. Dicevasi che il Re volesse sterminare
il Senato, imperocchè egli lo avesse citato a comparire dinanzi a sè
in Ravenna[342]. Si formavano crocchi di gente nelle vie; si narrava
con terrore che Teodato avesse in animo di distruggere la Città e di
trucidarne gli abitatori e che già un esercito goto movesse contro di
Roma. Ed invero Teodato aveva comandato che un presidio goto ponesse
quartiere entro la Città, senza dubbio affine di padroneggiarla in caso
di sollevazione, e di difenderla da un assalto improvviso che i Greci
movessero dal lato di mare. Ma i Romani, per mezzo di Vescovi spediti
con ambasceria, protestarono vivamente, e ne lo dimostrano i Rescritti
indiritti da Teodato al Senato ed al popolo: laonde dobbiamo trarre
a conseguenza che Teodorico avesse posto a fondamento di costituzione
che nella Città non sarebbe mai posta a presidio soldatesca straniera
o gota. Ed ora il popolo romano, preso da panico terrore, sollevavasi
rifiutando che i soldati goti entrassero nella Città a porvi stanza;
per la qual cosa Teodato dava opera a restituirle pace, scrivendo
lettere ai Romani per dissipare «le ombre di terrore» e per acchetare
«i pazzi tumulti». E diceva loro: «Contro i nemici vostri, non già
contro i vostri difensori dovete opporre resistenza con saldo petto:
l’esercito ausiliario dovevate invitare, piuttosto che respingere. Vi è
dunque così straniera la faccia dei Goti che ne siate atterriti?[343]
Perchè tremate di coloro che fino ad ora congiunti chiamaste? Eglino,
che per correre a voi abbandonavano le loro famiglie, erano mossi
soltanto da sollecitudine per la sicurezza vostra. E qual fama si
spargerebbe del Principe, se noi (tolgalo Iddio!) alla vostra ruina
avessimo congiurato? Non vogliate deh supporre cosa che noi non abbiamo
mai accolta nella nostra mente».
Nel tempo medesimo Teodato indirizzava al Senato lettere di
conciliazione. E ne aveva già resa cheta la paura allorchè aveva
comandato che alcuni Senatori soltanto andassero a Ravenna, non già
per aiutarlo dei loro consigli, ma piuttosto, ed eglino ben lo dovevano
supporre, per servirgli di ostaggio[344]. Nella sua epistola ei diceva
che i Goti non erano animati da altro desiderio fuor di quello di
difendere Roma, città che non aveva sua pari nell’orbe; e affermava che
alla difesa di lei nessun male andrebbe congiunto, perocchè l’esercito
di presidio avrebbe provveduto da sè al suo provvigionamento: ma
finalmente egli acconsentiva che quello ponesse sue tende fuori della
Città in alcune posizioni della Campania[345].
Queste dissensioni tra i Goti e la città di Roma agitavansi nel
tempo stesso in cui il Re trattava di pace con Giustiniano ed in cui
Belisario già scioglieva le vele partendo di Sicilia. E più tardi Roma
doveva ricevere presidio, e già vedremo ch’esso vi poneva stanza sotto
il comando supremo di Vitige.
Anche il Pontefice era costretto ad andare ambasciatore a Bisanzio per
farsi mediatore di pace[346]. Era egli Agapito, di nazione romana,
che, per volere di Teodato eletto a succeditore di Giovanni, era
asceso, addì 3 di Giugno dell’anno 525, alla cattedra di san Pietro.
Con dolore egli obbedì al comando del Re, e partendo in fretta di
Roma, nè possedendo la moneta necessaria alle spese del viaggio, diè
a pegno gli arredi preziosi del san Pietro agli officiali del regio
tesoro per averne alcuna somma di denaro[347]. Il Libro Pontificale con
ingenuo racconto dice che a Costantinopoli egli cominciasse anzi tutto
a tenere dispute con Giustiniano intorno a controversie religiose: e
sembra ch’egli si comportasse nella sua ambasceria in maniera ostile ai
Goti. Morte il coglieva in Bisanzio nel dì 22 di Aprile dell’anno 536,
e lo preservava così dalla fine di Giovanni I della quale egli doveva
paventare.
Frattanto Giustiniano accoglieva i legati Pietro e Rustico. Dopo di
avere rifiutate con sorriso di sprezzo le pattuizioni della prima
convenzione, accettava la seconda per la quale il vile Goto cedeva
con obbrobrio l’Italia e deponeva la corona. L’Imperatore spacciava in
fretta Pietro ed Atanasio a Teodato con lettere nelle quali accoglieva
l’offerto trattato[348]. Ma alto stupore prendeva i due legati
allorchè, giunti a Ravenna con precipitoso viaggio, videro che il Re li
riceveva con parole di scherno. Una piccola vittoria ottenuta dalle sue
soldatesche in Dalmazia aveva di repente mutato i propositi e la fede
del disonesto Principe cui già sembrava di afferrare la corona della
prodezza: per la qual cosa, cacciati in carcere i legati, volle guerra.
Nè dovette attendere lunga pezza.
§ 5.
Belisario viene in Italia. — Prende Napoli. — I Goti acclamano Vitige
a re. — Fine di Teodato. — I Goti si ritirano in Ravenna. — Belisario
entra in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536.
Nell’estate dell’anno 536 Belisario scioglieva le vele partendo di
Sicilia per muovere alla conquista d’Italia. Il tradimento del goto
Ebrimuto, genero di Teodato, gli apriva con prospero successo, che
superava la sua aspettazione, le porte di Reggio, fortezza importante
situata al di qua dello stretto di Messina: ed il vincitore dei Vandali
vedeva con gioia che i popoli e le città d’Italia meridionale gli
spedivano ambasciadori plaudenti alla sua impresa, e la agevolavano
con offerte di provvigioni. Il suo esercito procedeva lunghesso la
costa, e di pari tempo lo seguiva la flotta: ma tutt’a un tratto la
sua mossa era arrestata dalla coraggiosa difesa opposta da Napoli.
La antica città diletta di Virgilio non era allora assai ampia[349],
ma fortemente munita del pari che la prossima Cuma, era animata da
fiorenti commerci che vi facevano i suoi abitatori greci ed i molti
Ebrei che vi avevano stanza. Questi ultimi erano ostili all’imperatore
Giustiniano che perseguitava i loro correligionarî, laddove invece
la tolleranza dei Goti li rendeva loro amici, per la qual cosa
combattevano a difesa delle mura non meno prodi che i soldati goti
medesimi. L’assedio durava da venti giorni allorchè riusciva finalmente
a Belisario di impadronirsi di Napoli penetrandovi per un acquedotto:
la città fu saccheggiata, e gli abitanti, a punizione crudele di loro
resistenza, furono messi a fil di spada. Possessore di quel fortissimo
baluardo eretto sul mare, Belisario prendeva tosto dopo anche il
castello di Cuma, e posto presidio nelle due fortezze affine di avere
saldo fondamento alle sue opere di guerra nell’Italia meridionale
moveva rapidamente per la Campania e per il Lazio a cacciare di Roma i
Goti.
Nella Città, o poco discosto, era Teodato stesso. Le soldatesche
gote non avevano posto campo entro le mura, ma nel territorio
circostante[350]: una parte di esse probabilmente alzava le tende
presso il porto del Tevere, un’altra a capo dei due ponti dell’Anio,
altri stuoli scaglionavansi lungo la Via Appia. Nè il pigro Teodato
aveva saputo raccogliere altro esercito; e la soldatesca riunita
intorno a Roma era scarsa di numero, avvegnachè le più forti schiere
dei Goti fossero nelle Gallie e nelle Venezie attendendo a guerreggiare
contro i Franchi. I prodi raccolti intorno a Roma si struggevano di
rabbia di loro quiete inoperosa, e vedendo che il loro Re debole e
imbelle tosto o tardi sarebbe sceso a vile pattuizione di pace con
Belisario, un bel giorno partirono del loro campo movendo per la
Via Appia. Questa celebre «regina delle lunghe vie»[351] da più che
nove secoli era stata percorsa dalle moltitudini dei popoli; eppure
il movimento continuo onde giorno e notte era calpestata non era mai
stato potente a recare danneggiamento alla interezza ed alla saldezza
di commettitura delle grandi lamine poligonali di basalto, delle quali
era formato il suo lastrico; ed eccitava ancora la meraviglia dello
storico Procopio il quale, nell’anno 536, la vide, la misurò e la
descrisse[352]. Quella Via partendo di porta Capena, dinanzi alla quale
essa si distaccava dalla Via Latina, saliva con suo corso diritto i bei
poggi di Alba, e scorrendo tra i monti Volsci ed il mare, attraversando
simile ad alto argine le paludi Pontine e Decemnoviche, entrava al
di sotto di Terracina nella Campania beata, e finiva a Capua[353].
Dall’un lato e dall’altro della strada, sepolcri senza numero, antichi
e belli, ombreggiati da cipressi o adorni dei fiori del melogranato, si
elevavano tristi compagni al viandante che di tratto in tratto posava
ad alcune stazioni ove trovava ristoro e riposo del cammino[354].
Lungo questa Via or movevano i Goti fino a Regeta ove ponevano campo.
Ed eleggevano di piantare le tende in quel luogo situato nelle paludi
Pontine tra la stazione di _Forum Appii_ e la città di Terracina,
perchè ivi pingui paschi erano offerti ai loro corsieri dalle ampie
pianure irrigate dal Decemnovio. Così Procopio appella un fiume che
gettavasi in mare presso a Terracina, dicendo che traeva nome dal suo
corso di diecinove miglia. Ed era quel canale Decemnovio che scorreva
a diritta della Via Appia, sul quale i viaggiatori, ai tempi dello
Impero, solevano imbarcarsi presso _Forum Appii_ affine di percorrere
alcune miglia entro a navicelli, imperocchè la via che scorreva in
mezzo a paludi rimanesse per lunghi anni inaccessibile, fino al momento
in cui, sotto il regno di Teodorico, le paludi Decemnoviche erano
rasciugate[355]. Nel campo di Regeta i guerrieri goti si raccolsero
a consiglio, e nella pienezza del potere che compete ad una nazione
offesa da grave oltraggio e cui alto pericolo minaccia, elessero un
prode soldato a succeditore di Teodato ch’eglino proclamarono privo
di onore e decaduto dalla corona. Nella regione erma e selvaggia delle
paludi Pontine, sotto l’aperto cielo, di prospetto al capo di Circe che
dalle onde del mare sorge simile ad azzurra isoletta, quei guerrieri
che ricadevano nelle tristi condizioni di genti nomadi senza patria,
elevarono sullo scudo Vitige, e collo squillo delle trombe e con grida
di plauso lo salutarono re dei Goti e dei Romani. Eglino onoravano in
lui il prode che già ai tempi di Teodorico s’era coperto di gloria
nelle guerre contro i Gepidi, e che non aveva mai cambiato la spada
dell’eroe collo stilo del pedante.
Dopo che il novello Re ebbe arringato ai suoi guerrieri e dopo che
ebbe determinato insieme coi principali capitani il disegno secondo il
quale conveniva tosto operare, l’esercito goto ricalcando le proprie
orme tornava per la Via Appia a Roma. Al suo avvicinarsi fuggiva per
la Via Flaminia, colto da alto spavento, Teodato che nel suo palagio
di Roma aveva ricevuto la notizia della ribellione dei suoi guerrieri.
Ma il goto Ottari, nemico suo personale, correvagli dietro, e, prima
che lo sventurato potesse ricoverare a Ravenna, sitibondo di vendetta
raggiungevalo per via, e cacciatolo a terra, e tenendolo supino, e
premendogli il petto col ginocchio, come vittima, lo scannava[356].
Rientrato Vitige coi suoi in Roma, promulgava un bando al popolo dei
Goti: annunciava loro il suo avvenimento al trono e, facendo appello
al loro animo marziale, diceva che non le voci di cortigiani adulatori
ma lo squillo delle trombe lui aveva salutato re[357]. Egli congregava
i guerrieri goti intorno a sè in Roma e loro diceva: la condizione
delle cose imporre necessità di abbandonare la Città e di ritirarsi
tosto a Ravenna: di là voler egli por fine alla guerra che s’agitava
contro i Franchi per riunire intorno a sè la soldatesca sparsa e per
opporre poi salda resistenza al greco Belisario: non dovere eglino
offendersi al pensiero che nel frattempo Roma cadesse in mano al
Bisantino, avvegnachè, o i Romani coll’ajuto di un presidio goto si
difenderebbero da valorosi, fedeli ai loro signori, oppure romperebbero
fede, ed allora sarebbe meglio conoscerli nemici aperti, piuttosto che
averli nemici celati. Plaudivano i Goti; e Vitige, adunato il Senato,
rammentava ad esso, al popolo romano ed al Pontefice i beneficî che
la Città aveva ricevuti dal generoso Teodorico; esortava affinchè
si mantenesse fede al reggimento goto; e voleva che la loro antica
promessa di sudditanza si rinnovellasse con un giuramento solenne.
Indi, lasciati quattromila dei suoi più prodi guerrieri a presidio
di Roma, e datone il comando ai vecchio e valente Leuderi, moveva
a Ravenna per la Via Flaminia col rimanente del suo esercito, seco
traendo parecchi Senatori quali ostaggi.
Nelle stanze del palazzo regale, Matasunta, figlia ad Amalasunta,
viveva immersa in duolo profondo della distruzione di sua nobile
famiglia. Vitige costringeva la giovane principessa, repugnante,
a sposarlo: avvegnachè da quel connubio, che trasfondeva in lui il
diritto di successione al trono della stirpe degli Amalî, egli sperasse
di ottenere riconoscimento del suo potere da tutta la nazione gota e
di rendere più propenso a conciliazione l’imperatore Giustiniano, a cui
egli spediva tosto suoi legati[358]. Per concludere pace coi Re franchi
egli era costretto, nelle estreme difficoltà da cui era circondato, di
cedere a quei Principi avidi di potenza le belle province della Gallia
meridionale, e ne riceveva in cambio promesse di pace eterna e di
soccorsi. Di tal maniera riusciva fatto a Vitige di raccogliere le sue
soldatesche intorno a sè.
Nel tempo stesso in cui il novello Re dava in Ravenna provvedimenti
guerreschi, Belisario moveva per la Via Latina alla volta di Roma[359]:
e appena i Romani avevano contezza ch’egli s’avvicinava, deliberavano
di spedirgli un messaggio di pace e di porgergli le chiavi della
Città. A ciò spingevali il Pontefice, il quale sperava che i Greci
riponessero in onoranza la fede ortodossa (sulla cattedra di san Pietro
sedeva allora Silverio, figlio di Ormisda, che i Romani erano stati
da re Teodato costretti ad eleggere dopo la morte di Agapito). Il
capitano bisantino accoglieva con gioia il legato Fidelio e chiunque
dei Senatori e del clero usciva ad incontrarlo; indi con rapida mossa
si spingeva per la valle del Trero, ossia di Sacco, contro Roma.
Nel tempo stesso in cui egli s’avvicinava, Leuderi conoscendo che
gli era impossibile di difendere coi suoi quattromila soldati una
città vastissima, il cui popolo era animato da senso ostile contro
il presidio, fè che i suoi Goti partissero tutti per Ravenna: nè i
Romani se ne crucciarono. Egli solo, trattenuto da sentimento generoso
d’onore, rimase. Intanto che i Goti uscivano di porta Flaminia,
entravano i Greci da porta Asinaria[360]: ed i Romani ascoltavano con
istolta gioia mista a stupore lo squillo dei corni dell’esercito greco
onde risuonavano novellamente le loro mura, e miravano la cavalleria
degli Schiavoni e degli asiatici Unni, splendida delle fogge dai
vivaci colori, che a bandiere spiegate scendendo dal Laterano, per
l’arco trionfale di Tito entrava nella Via Sacra. Alcuni gioivano
al pensiero che la Religione ariana or ne sarebbe umiliata; altri
accoglievano speranza della restaurazione dell’Impero romano antico;
tutti desideravano una mutazione di reggimento: ma nè gli uni, nè gli
altri erano agitati da alcun presentimento degli avvenimenti terribili
onde sarebbero stati funestati in breve ora; ed il clero ed il popolo
di Roma non comprendevano che eglino stavano per cambiare una libertà
moderata ed il mite reggimento dei Goti con un vero giogo di schiavitù
sotto la dominazione dei Bisantini.
Belisario entrava in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536: erano
ormai trascorsi sessant’anni dacchè l’Impero romano era caduto sotto la
signoria dei Germani[361].