CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Contegno di Teodorico verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno

500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. — Rescritti

tramandatici da Cassiodoro.

I torbidi suscitatisi per la successione alla cattedra di san Pietro si

erano già acchetati, e Simmaco era riverito quale pontefice, allorchè

Teodorico veniva per la prima volta a Roma, affine di restituire a

piena quiete la Città dopo tanta agitazione di lotta. Egli veniva,

e già possedeva l’estimazione universale e la simpatia dei Romani,

imperocchè la sua giustizia, la energia del suo animo, la sua

pieghevolezza ad accogliere nel reggimento dello Stato le forme romane

antiche di governo, gli avevano guadagnato l’affetto del popolo.

Il Re dei Goti e dei Romani non volse l’animo a distruggere alcuno

degli ordinamenti esistenti nella così detta Republica romana;

ma anzi volle allettare l’amor di nazione dei Romani col darvi un

riconoscimento pomposo. Egli rese onore al Senato come a corpo politico

del regno, quantunque però nessuna influenza più esercitassero di

fatto gl’illustri Padri nell’amministrazione politica. Il Senato era

una università di cui formavano parte tutti gli alti officiali del

regno; imperocchè quegli che occupasse le cariche somme dello Stato,

avesse perciò tosto seggio in Senato. Nei negozî politici i Senatori

fungevano l’officio di legati presso la corte di Costantinopoli; entro

la Città avevano una certa giurisdizione negli affari criminali,

avevano a sopravvedere a tutte le bisogne che si riferissero alla

utilità publica, e finalmente esercitavano una parte importante

nell’elezione del Papa. Fra le Epistole raccolte da Cassiodoro,

leggonsi diecisette lettere di Teodorico indiritte ai Padri Coscritti

con stile pomposo simile a quello degli Imperatori antichi: in quelle

il Re esprime l’alta estimazione in che tiene la maestà del Senato

e protesta essere suo intendimento di conservarne e di accrescerne

l’onoranza[250]. L’assemblea dei Padri di Roma vi appare come la rovina

più veneranda della Città, che la pietà di coloro che sono appellati

Barbari s’industria di mantenere in vita colla stessa sollecitudine con

cui dà opera alla conservazione del teatro di Pompeo oppure del Circo

massimo. Allorquando il Re voleva innalzare al consolato, al patriziato

o ad altre cariche elevate, alle quali erano aggiunti larghi stipendi,

uomini valenti suoi famigliari, oppure oriundi delle province, egli

raccomandava quei candidati al Senato con somma urbanità, pregandolo

di volere accoglierli quali colleghi nel suo seno. Gli officiali da

lui eletti avevano nome di _Magister Officiorum_ (direttore delle

cancellerie regie), di conte della guardia del palazzo, di prefetto

della Città, di questore, di conte del patrimonio (ossia dei beni

privati della corona), di _Magister Scrinii_ (direttore della

cancelleria di Stato), di _Comes Sacrarum Largitionum_ (ministro del

tesoro). E dai titoli attribuiti a queste dignità e principalmente da

quei due libri che ci tramandò Cassiodoro intorno alle forme usate nel

dare l’investitura di quegli officî, si pare che Teodorico conservasse

tutte le cariche e tutti i titoli, i quali, creati da Costantino, erano

stati mantenuti in vigore dai succeditori di lui, ed anzi cercasse

di rialzarli a lustro maggiore. Reputava Teodorico che la stabilità

della dominazione di sè, straniero in Italia, fosse riposta nell’arte

difficile di mascherare l’impero militare dei Goti sotto i titoli e

sotto le vesti della Republica romana, e nella conservazione delle

leggi antiche di Roma a beneficio dei Romani. Ma la condizione di

quel popolo germanico ch’era condannato ad isolamento in mezzo al

popolo d’Italia ed agl’istituti di Roma, doveva trascinarlo a rovina

inevitabile, imperocchè affine di porre la costituzione dello Stato

sopra salde fondamenta fosse impossibile ogni separazione: e nel tempo

stesso l’inanità di quelle larve politiche, le quali, sorrette collo

sforzo dell’arte, erano simili ai ruderi dei monumenti dell’antichità,

era esiziale anche al popolo di Roma, perchè rendeva impossibile ogni

restaurazione del suo organamento civile e non giovava che alla potenza

sempre crescente della Chiesa, la quale guadagnava del campo via via

che lo Stato decadeva.

Teodorico veniva a Roma nell’anno 500. Il suo ingresso nella Città

era simile al trionfo d’un Imperatore antico: ed ai Romani stessi

sembrava che non uno straniero venisse tra loro, ma che un Trajano od

un Valentiniano rivivesse. Fuor della Città (è incerto se presso il

ponte dell’Anio, oppure appiè di monte Mario) usciva ad incontrarlo

il Senato, il popolo ed il clero guidato dal Pontefice. Il Re, ariano

di religione, entrava nella basilica di san Pietro, ed ivi «con divoto

fervore e simile ad uno che professasse il Cattolicesimo» orava sulla

tomba dell’Apostolo: indi con grande pompa entrava dal ponte di Adriano

in città. A somma letizia erano commossi i Romani allo spettacolo di

cui s’era da gran tempo perduta la ricordanza, di vedere cioè il loro

Principe che entrava nella Curia ad arringarvi. Imperocchè Teodorico

muovesse al novello palazzo del Senato, che era stato edificato

dall’imperatore Domiziano a dritta dell’arco di Severo presso il tempio

di Giano Gemino, ed ivi volgesse discorso al popolo. Il luogo donde

egli pronunciò la sua orazione era conosciuto sotto il nome di _Palma

aurea_ oppure _ad Palmam_, e colà essere doveva una tribuna oppure un

portico in prossimità del palazzo del Senato[251]. Quantunque Teodorico

non possedesse l’eloquenza di Cicerone, tuttavia egli parlò con breve

ma energico discorso: disse che coll’aiuto di Dio egli manterrebbe in

vigore ed in onoranza tutti gli ordinamenti ch’erano stati dati dai

Principi che lo avevano preceduto, e che in fede di questa sua promessa

egli farebbe scolpire in tavole di bronzo le sue parole.

In mezzo alla moltitudine plaudente di Romani degeneri, i quali appiedi

del Campidoglio antico presso le statue dei loro grandi antenati

prestavano orecchio ad un uomo di Gezia che dall’alto dei rostri

pronunciava un’arringa politica, in mezzo a quella moltitudine dove

andavano mescolate le toghe superbe dei cittadini ai capucci di molti

monaci e di molti preti, trovavasi un cherico africano, Fulgenzio, il

quale, fuggendo alle persecuzioni dei Vandali d’Africa, giungeva in

quel momento di Sicilia a Roma. Lo antico Biografo di lui ci narra

che nella Città tutta, e nel Senato congregato, e nel popolo s’era

sparsa altissima gioja per la venuta dell’Imperatore. Lo stesso animo

dell’abate Fulgenzio, quantunque chiuso alle passioni terrene, ne

era stato grandemente commosso: dopo di aver venerato con religioso

fervore i sepolcri dei Martiri, e di aver prestato omaggio ai principi

della Chiesa di Roma, aveva udito il discorso del gran Teodorico.

Come poi (sono parole del Biografo) ebbe veduto i nobili sembianti e

lo splendore altissimo ond’erano adorni i Padri della Curia romana,

quando colle sue orecchie, cui nessun rumore profano aveva mai ferite,

ebbe udite le grida di plauso d’un popolo libero, allora comprese

chiaramente ciò che la pompa di questo mondo avesse di splendido. Il

povero fuggiasco però sollevava tosto i suoi sguardi al cielo lungi

dalla magnificenza della Città, e volgendo ansiosamente il pensiero

alla bellezza degli eterni regni, di repente esclamava a meraviglia

di alcuni cittadini che gli erano vicini: «Quanto bella deve essere

la Gerusalemme celeste se questa Roma terrena di tanto splendore sia

adorna!»[252] E questa ingenua espressione del commovimento d’animo

d’un fraticello, il quale dall’Africa sua sventurata si trovava di

repente balzato in mezzo a Roma festante, deve pur sempre dimostrarci

quale sentimento invincibile di meraviglia altissima Roma ancora a quei

tempi eccitar dovesse nell’animo di chi la mirava.

La collezione pregevolissima dei Rescritti di Teodorico, e dei quali

fu Cassiodoro autore, ci fa conoscere le condizioni in cui Roma in

quel tempo si trovava, e la sollecita cura che il Re prestava alla

preservazione dei monumenti della Città, a reggere la quale egli era

ben più degno che non fossero stati molti Imperatori che lo avevano

preceduto. Quegli Editti, con loro stile ampolloso, sono una mescolanza

di gonfie locuzioni di stile officioso e di vuote leziosaggini

pedantesche: e la ammirazione che in essi si esprime pei monumenti di

Roma, la smania d’introdurvi dissertazioni erudite sull’origine, sullo

scopo e sul modo con cui ognuno di quegli edificî era stato costruito,

quasi a velare l’avvenimento della dominazione straniera che pesava

su Roma, la ricordanza «dell’antichità» che spesse fiate si richiama,

dimostrano che il tempo della barbarie era giunto[253].

§ 2.

Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni di statue. — Sollecitudine

di Teodorico alla conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti.

— Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei Cesari. — Foro

di Trajano. — Il Campidoglio.

Dopo di avere indagato con animo scevro da errori popolari la storia

dei saccheggi onde Roma fino a questi tempi fu desolata, non deve

prenderci meraviglia, se troviamo che nell’anno 500 s’ergevano

ancora in piedi quegli illustri edificî della Città antica, che alta

ammirazione avevano già destata in Onorio nell’anno 403. Le statue di

marmo e di bronzo erano ancora in copia sì grande ad ornamento delle

piazze publiche, che ne siamo indotti a grave stupore. Ed infatti

Cassiodoro parla di una popolazione numerosissima di statue e di greggi

copiose di cavalli, ossia di statue equestri di bronzo[254], e descrive

con ammirazione quasi infantile la bellezza espressiva e la vita

ond’erano animate quelle figure umane, e l’atteggiamento dei cavalli

di bronzo che sembravano agitarsi di loro natura focosa e di loro

forza[255]. Nè l’odio dei Cristiani, nè le depredazioni di Costantino

il Grande, nè i saccheggi dei Visigoti, dei Vandali e delle soldatesche

di Ricimero, avevano avuto potenza di esaurire l’immenso tesoro di

capolavori dell’arte romana. Se anche il numero delle statue non sia

più stato allora in Roma sì grande da eguagliare quello degli uomini

che vi avevano stanza[256], tuttavia ne esistevano ancora in copia sì

grande, da potersi dir quasi innumerevoli. A guardia dei monumenti,

era costituita una magistratura appellata _Comitiva Romana_ o carica

di conte romano, che stava sotto il governo del prefetto della Città.

Imperocchè Teodorico e il suo ministro trovassero necessario, che

alla conservazione dello splendore artistico di Roma, poichè non vi

provvedeva più in quel tempo degenere il sentimento del bello, desse

opera una coorte di guardia cittadina. Era suo cómpito di scorrere di

notte tempo le vie per impedire i ladronecci di opere artistiche e per

coglierne i predoni, i quali, non più come ai tempi di Verre, davano

caccia ai monumenti allettati al pregio del lavoro, ma bensì al valore

del metallo. E si aveva fidanza che le statue di bronzo tradissero la

mala opera del ladro, risuonando sotto l’istromento con cui cercavasi

di svellerle. «Imperocchè le statue non sieno affatto mute, chiamando

a soccorso la guardia con loro sonito sonoro allorchè sieno percosse

dalla mano del predone»[257].

Teodorico imprese a proteggere il popolo di bronzo e di marmo, che

senza difesa era esposto agl’insulti del volgo: nè soltanto a Roma

ma altresì estendeva la sua cura alle province, come dimostra il suo

Editto promulgato in occasione del ladroneccio di una statua di bronzo

ch’era stato commesso in Como e per il quale prometteva un premio

di cento monete d’oro all’inventore della statua ed al delatore del

colpevole[258]. Ma l’indole dei Romani era sì imbarbarita, che gli

Editti del Re goto non furono potenti a raffrenarne l’avidità. Egli

si duole continuamente dell’oltraggio ch’eglino recavano alla memoria

dei loro avi, distruggendone le sublimi creazioni: ed i Romani erano

immersi in tanta miseria ed in corruttela sì grande, che se non era

dato loro di poter rapire intere le statue di bronzo, le mettevano

in pezzi per rapirne frammenti, e dalle commettiture dei quadri di

marmo dei teatri e delle terme svellevano gli arpioni di metallo. Ed i

tardi nepoti di quei predoni, osservando verso la fine del medio evo

con isdegnosa meraviglia i vacui che ne apparivano nelle rovine, con

ignoranza temeraria ne mossero accusa contro quei Goti medesimi, che

con tanto amore avevano dato opera a conservare lo splendore di loro

Città.

Da più che cento passi dei Rescritti del Re goto si pare l’ardenza

dell’amore suo per Roma, e la onoranza ch’ei tributava alla Città

«verso la quale niuno può nutrire mai nell’animo sensi d’indifferenza,

imperocchè a null’uomo essa sia straniera; essa, madre di eloquenza,

tempio immenso in cui tutte le virtù s’accolgono[259], in cui i

miracoli illustri dell’orbe si comprendono, di maniera che con verità

possa dirsi, tutta Roma essere un miracolo»[260]. A conservare le opere

sontuose dei Romani e ad accrescervi splendore con edificî novelli

degni di aggiungersi agli antichi, Teodorico volgeva il suo animo,

quantunque egli non deliberasse di porre stabile sede nella Città. Egli

eleggeva un architetto della Città[261], il quale, sotto il governo del

_Praefectus Urbis_, doveva dare opera alla preservazione dei monumenti

antichi: e dava comando severo che nella costruzione di novelli edificî

con attento studio si imitasse lo stile dell’antichità e che dagli

antichi esemplari barbaramente non si deviasse. E, ad esempio degli

antichi Imperatori, egli costituì sopra il suo patrimonio privato un

reddito annuo per la restaurazione dei monumenti: per i lavori della

ricostruzione delle mura della Città, statuì che le fabbriche erariali

fornissero 25000 mattoni ad ogni anno, e per sopperire alle spese di

quest’opera vi assegnò le rendite ricavate dalle dogane dei porti di

Lucrinia: e con somma severità invigilò che la moneta destinata fosse

effettivamente spesa secondo lo scopo prescritto. Un offiziale aveva

carico speciale di fare le provvisioni di calce necessarie ai lavori di

muratura; e nel tempo medesimo in cui era punito colui che spezzasse i

marmi dei monumenti per trarne calce per lavori di utilità privata, si

permetteva che nei lavori publici si usasse a tal uopo di quei massi di

marmo, che giacevano infranti ed erano rovine senza pregio[262].

Non minore sollecitudine volse Teodorico alla conservazione delle

cloache di Roma, di quegli antichi canali sotterranei di mirabile

costruzione, i quali «quasi fossero racchiusi entro caverne montane,

scorrono attraverso di stagni smisurati: per essi», sclama il ministro

di Teodorico, «soltanto per essi, o Roma, cui nessun’altra città può

eguagliare, è facile conoscere quale sia la grandezza tua. Imperocchè,

quale città può mai giungere alla tua altezza, se neppure la profondità

dei tuoi sotterranei abbia l’eguale?»[263]

Agli acquedotti giganteschi faceva d’uopo di cure per la loro

conservazione futura, piuttosto che di sterile ammirazione per la

loro grandezza antica. L’età e l’incuria avevano fatto sì che lungo

queste vie murate, per le quali scorrevano le chiare e fresche acque,

germogliassero cespugli e fratte, e qua e colà sopra le arcate

s’alzassero adulte piante di corbezzole, di lauri, di pini, e che

fra i crepacci delle muraglie serpeggiasse l’edera a portarvi rovina

sempre maggiore. Ma i quattordici acquedotti scorrendo lungo la deserta

Campania fornivano ancora di acque le terme e le fontane della Città. E

Cassiodoro colla sua magniloquenza ne dà la descrizione seguente:

«Gli acquedotti di Roma», dic’egli, «c’inducono ad alta ammirazione sì

per la costruzione grandiosa che per la bontà delle acque che scorrono

in essi. Sembra che sieno fiumi che si riversino fra montagne alzate

dall’arte, e saremmo indotti a credere che quei canali di pietra

fossero alvei naturali di fiume, tant’è la validità loro a sostenere

la violenza del corso delle acque dopo il corso di tanti secoli. Le

petraje delle montagne precipitano, gli alvei dei fiumi col tempo si

logorano; eppure queste opere degli antichi stanno inconcusse per poca

cura che vi si presti. Si pensi allo splendore che reca alla città

di Roma la copia delle acque: ed infatti di quale bellezza sarebbero

adorne le terme senza la benedizione delle acque? In grazia degli

acquedotti ci deliziamo delle linfe purissime dell’_Aqua Virgo_,

la cui mondezza le merita bene un tal nome. Imperocchè, laddove gli

altri acquedotti per violenza di pioggia sieno intorbidati da arene

che traggono nel loro corso, sembri che essa colla tersa sua onda

mentisca, facendoci credere a continua serenità di cielo non turbata

mai da nembi. E chi può dare una sufficiente esplicazione del modo con

cui l’_Aqua Claudia_ per mezzo del suo immenso acquedotto sia tratta

alla cima del monte Aventino, in maniera che precipitando dall’alto,

ne irrighi il vertice elevato quasi fosse valle profonda?»[264] E

Cassiodoro ne tragge ardita conclusione che l’acquedotto claudiano

di Roma superi le meraviglie del Nilo d’Egitto. Ancora ai tempi di

Teodorico la sopraintendenza degli acquedotti era affidata ad un

officiale che aveva titolo di _Comes Formarum urbis_, ossia di conte

degli acquedotti della Città, il quale teneva un corpo numeroso

d’ispettori e di guardiani sotto il suo reggimento[265].

Ma or parecchi edifizî cominciavano a crollare, soggiacendo alla

pressione della loro stessa pesantezza. E fra essi è fatta espressa

menzione del teatro di Pompeo, di quell’edifizio illustre e bello

che a cagione della sua grandezza era stato da gran tempo appellato

semplicemente _Theatrum_ oppure _Theatrum Romanum_. Teodorico diè

incarico della restaurazione di quell’edificio al patrizio Simmaco, il

quale era uno dei più illustri Senatori ed aveva eretto nei sobborghi

alcuni edificî novelli splendidissimi che gli avevano meritato la

buona grazia del Re. E ad occasione della rovina di quel teatro,

Cassiodoro sclama: «Qual cosa v’ha mai che tu non valga a distruggere,

o vecchiezza, se tu abbia potuto rendere crollante un edificio sì

saldo!»[266] Egli sembrava, dice egli fra’ sospiri, che fosse stato più

facile che montagne precipitassero, prima che cadesse questo ammasso

di marmi; imperocchè quel colosso fosse di marmi sì carico, che, senza

badare all’opera dell’arte, avesse sembianza di una catena di rocce

naturali. Cassiodoro celebra le arcuate gallerie, che riuscendo le une

nelle altre per mezzo di aperture quasi invisibili, avevano aspetto

di grotte di montagne: egli parla dell’origine del teatro, e prende

argomento a discorrere degli spettacoli drammatici come farebbe un

Archeologo odierno: e dopo di avere nel fervore del suo amore per

l’antichità esclamato, che la costruzione di quel teatro a maggior

ragione che le geste valorose abbiano meritato a Pompeo il nome di

grande, egli, per volere di Teodorico, dà carico al nobile Simmaco di

sostenere con impalcature le vôlte crollanti del teatro, e di operarvi

ogni restauro necessario, ammonendolo che la moneta occorrente ai

lavori gli sarebbe pôrta dal _Cubiculum_ regale.

Poche notizie ci offre Cassiodoro intorno alla condizione in cui si

trovavano al suo tempo altri monumenti di Roma antica: solo di alcuni

pochi ci viene fatto di trovare menzione nei Rescritti, e così una

volta del palazzo dei Pinci, il quale dev’essere stato in preda di

gravi danneggiamenti, perocchè Teodorico comandasse che si traessero

a Ravenna marmi e colonne tolti da esso[267]. Tuttavia vedremo più

tardi che Belisario ivi poneva sua dimora. Nel palazzo dei Cesari,

già saccheggiato dai Vandali, aveva invece posto residenza Teodorico;

ma pure dobbiamo riconoscere che la magione dei Cesari di ampiezza

smisurata, e già da molto tempo deserta in gran parte, cominciasse a

volgere a grave decadimento per effetto della sua stessa grandezza.

Per le spese necessarie alla restaurazione del palazzo ed alla

ricostruzione delle mura, Teodorico tribuiva un annuo reddito di

duecento libbre d’oro che si ricavava dalla imposta di dazio del

vino. In quel tempo ancora il foro di Trajano s’ergeva magnifico

fra tutti i monumenti di Roma, e laddove gli altri edificî poco a

poco andavano decadendo, esso s’alzava ancora nel medio evo nel suo

splendore antico. «Nel foro di Trajano», esclama Cassiodoro, «si mira

il miracolo dell’arte per quanto tempo uomo s’arresti a contemplarlo,

e chi salga all’elevato Campidoglio, vede un’opera che trascende la

potenza del genio umano»[268]. Egli tace però del tempio deserto di

Giove capitolino, il cui tetto avevano distrutto i Vandali per desio di

rapina, e in cui attraverso le travi scoperchiate penetravano i raggi

del sole a illuminarne le squallide mura.

§ 3.

Anfiteatro di Tito. — Spettacoli e mania dei Romani pei giuochi. —

Cacce di belve. — Giuochi e fazioni del circo.

Alta ammirazione destavano in Cassiodoro l’anfiteatro di Tito ed il

Circo massimo e gli porgevano tema fecondo alle sue dissertazioni

erudite. In questi splendidi edificî destinati ai giuochi tanto

cari ai Romani, il popolo continuava a raccogliersi, ancora ai tempi

della dominazione dei Goti, per godervi dello spettacolo della lotta,

delle cacce di belve, delle corse di carri. L’arte drammatica dei

Romani, la quale anche nel tempo splendido di loro vita politica era

stata impotente ad elevarsi alla nobiltà sublime dell’arte greca, in

questo tempo di decadimento non offriva che componimenti triviali

misti di oscenità e di pasquinate scipite. Gl’istrioni o comici,

tra i quali contavansi anche cocchieri del circo[269], allettavano i

gusti brutali del popolo con loro scherzi scurrili. Nell’_Odeum_ di

Domiziano, che conteneva più che diecimila seggi, e, forse ancora, nei

teatri di Balbo, di Marcello e di Pompeo, offrivano pascolo al senso

corrotto dei Romani le note dei cantori e dei suonatori d’organo e lo

spettacolo delle danzatrici: i turpi lazzi della comedia allettavano

le passioni prave del popolo; ed i balli pantomimi accompagnati da

canzoni libertine e da gesti inverecondi rappresentavano argomenti

nei quali erano messe in mostra le turpitudini più sconce. I lamenti

e le accuse che Salviano scaglia contro simiglianti spettacoli che

erano in voga in ogni città, non sono punto esagerate. «Nei teatri»,

dic’egli, «si rappresentano spettacoli sì abbominevoli, che il pudore

non permette di citarne nemmeno il nome: e, tacendone, diciamo soltanto

che l’anima è bruttata dalle attrattive della voluttà, e che l’occhio

dalle turpitudini che vede, l’orecchio dalle oscenità che ode nel tempo

istesso ricevono macchia; nè basta la parola a esprimere l’infamia di

quegli spettacoli, i vergognosi atteggiamenti ed i laidi gesti»[270].

Dobbiamo credere che fossero scene somiglianti a quelle che presentava

il vituperevole giuoco che aveva nome _Majuma_. Lunga lotta avevano

dovuto sostenere i Vescovi di Roma per ottenere l’abolizione delle

feste lupercali meritevoli di riso; eppure la loro influenza, ch’era

ancor grande sul publico costume dei Romani, era impotente a cacciare

in bando questi giuochi abbominevoli, contro i quali, i Padri della

Chiesa, già da trecent’anni, ivano alzando la voce, affermando ch’essi

fossero un trovato del demonio. E Teodorico stesso deplorava che gli

spettacoli mimici fossero decaduti in modo che la eleganza squisita,

onde gli antichi avevano adorni i loro sollazzi, fosse dai depravati

nepoti tramutata in sozzo compiacimento del vizio, e che il sollievo

dell’animo stanco fosse stato trasformato in eccitamento a voluttà

sensuali[271]. Ma il popolo di Roma non poteva vivere senza giuochi;

l’ultima sua passione erano i piaceri; voleva morire col riso sulle

labbra: e in Cassiodoro, fra le forme d’investitura dei magistrati,

ne troviamo anche una destinata al _Tribunus Voluptatum_, che era

ispettore dei sollazzi publici di Roma e che doveva invigilare ai

giuochi, sedere giudice degl’istrioni e vegliare alla polizia del

costume di quella gente[272].

Quantunque Teodorico fosse mosso a sdegno contro le turpitudini di quei

sollazzi, era pur costretto a tollerarli, imperocchè i Romani avrebbero

rinunciato all’ultimo avanzo di loro independenza nazionale piuttosto

che al piacere. In ogni avvenimento di solennità, allo ingredire in

carica del Console e di altri officiali ragguardevoli dello Stato,

tenevansi sempre giuochi publici; ed i pochi Istorici vissuti in

quell’età non ommettono mai di celebrare, quali avvenimenti importanti,

gli spettacoli che Teodorico, nel tempo in cui trovavasi a Roma, dava

al popolo nell’anfiteatro e nel circo. Imperocchè in questo tempo si

faccia menzione di questi due soli recinti che fossero ancora in uso,

laddove invece si taccia affatto del circo Flaminio e di quello di

Massenzio.

L’anfiteatro di Tito in quel tempo sorgeva ancora splendidissimo; ma

l’impoverimento dell’erario regio, il decadimento della ricchezza dei

Grandi e finalmente il sentimento morale che s’era diffuso in quel

tempo per opera del Cristianesimo, impedivano che si rimettessero

in voga i giuochi di Roma antica nella loro grandezza imponenti, ma

per loro cruento spettacolo ributtanti. Le pugne di gladiatori non

insanguinavano più l’arena, chè altrimenti Cassiodoro senza dubbio ne

avrebbe fatto menzione in quel suo Rescritto memorando, in cui parla

diffusamente degli spettacoli che celebravansi nell’anfiteatro[273].

Sennonchè, il desiderio pravo di spettacoli di sangue, che agitava i

Romani, era reso pago alla grata visione di uomini che si vendevano

turpemente per lasciarsi dilaniare le membra innanzi agli occhi del

popolo. Erano costoro i _Venatores_ o cacciatori di belve, che,

succedendo ai lottatori, combattevano nell’arena. Talvolta quei

giuochi di belve erano tenuti con tali apparati di pompa da gareggiare

con quelli dei tempi antichi. Così nell’anno 519, Eutarico, genero

di Teodorico, entrato con grande festa in Roma, vi celebrò la sua

elezione al consolato con ricche largizioni di denaro e con giuochi

dati nell’anfiteatro, pei quali s’erano fatti venire dall’Africa

animali feroci, le cui forme strane, dice Cassiodoro nella sua Cronica,

svegliavano somma meraviglia negli spettatori. E Cassiodoro descrive

le svariate arti dei cacciatori che mostrarono tale prodezza quale da

antichi tempi non s’era veduta: e narra dell’_Arenarius_, il quale

con una picca di legno si slancia contro orsi e contro leoni che

inferociscono entro l’arena, e lo mostra in atto di muovere contro

le belve strisciando sulle ginocchia e sul ventre, oppure librantesi

contro di esse da una macchina rotonda di legno, oppure finalmente

allorchè, chiuso entro una specie di sottile e flessibile corazza

di giunco, si presenta contro di esse simile ad istrice. A quelle

descrizioni Cassiodoro fa seguire alcune parole di lamento umanissimo

sul destino di quegli uomini, parole che in bocca di un ministro

antico dell’Impero romano sarebbero riuscite ridicole e incomprese.

«Se i lottatori dal corpo sparso di olio», dic’egli, «se i suonatori

d’organo oppure le cantatrici, hanno qualche diritto alla liberalità

dei Consoli, a quanto maggior merito non deve pretendervi il cacciatore

che mette a triste giuoco la sua vita per ottenere applauso dagli

spettatori! Egli alimenta il sollazzo popolare col suo sangue e tende a

spassare col suo miserando destino gli spettatori, i quali desiderano

ch’egli non isfugga a morte. È pure orribile quello spettacolo, e

abbominevole quella pugna, in cui egli lotta contro animali feroci,

che colla sua forza indarno egli spera di soggiogare!» E verso la

fine Cassiodoro esclama: «Ahi deplorevole errore degli uomini! se un

lieve lume splendesse di ciò che comandi giustizia, di tanta ricchezza

si userebbe nel rendere migliore la vita degli uomini, piuttosto che

gettarla a comprarne la morte!» Generosi pensamenti, i quali oggidì

ancora, come altra fiata a Cassiodoro, devono occorrere alla mente

di ogni ministro di quegli Imperî che hanno fondamento nella forza

dell’arme[274].

Meno odiosi all’animo mite di Teodorico erano i belli e splendidi

giuochi circensi d’antichissima origine, i quali però davano occasione

a lotte sanguinose che combattevansi con acerbità forsennata tra

le fazioni in cui dividevasi il popolo. Il Circo romano era opera

di parecchi secoli: Trajano, dopo l’incendio avvenuto ai tempi di

Nerone, lo aveva compiuto; Costantino lo aveva reso splendido del

suo ultimo adornamento, di quel grande obelisco egiziano il quale

superava di quaranta palmi l’altezza di quello che Augusto aveva

eretto in vicinanza. Il viaggiatore che mira quei due miracoli d’arte,

ammutisce per lo stupore: ma sorte volle che i due obelischi, i quali

ergevansi un tempo l’uno accosto dell’altro sulla spina del Circo,

sieno stati poi divisi di grande spazio; imperocchè l’uno si elevi

oggidì in piazza del Laterano e l’altro nella piazza del popolo. Viva

sollecitudine commuove l’animo nostro, allorchè udiamo per l’ultima

volta celebrare da Cassiodoro con adorno eloquio e con discorso

allegorico[275] lo splendore e la magnificenza di quel monumento

della grandezza romana. Il popolo stremato di Roma non bastava più

a riempiere tutti gli stalli che in quegli immensi ripiani elittici

salivano al numero di 150,000 od anche di 200,000, di maniera che

gli spettatori avranno avuto agio di sdrajarsi con comodità. Forse

anche parecchi seggi di marmo saranno caduti in rovina, alcune parti

del Portico saranno state malconce, le botteghe e le vôlte esterne al

Circo, nelle quali tenevasi mercato, saranno state già abbandonate,

molte di quelle statue che Settimio Severo vi aveva collocate saranno

state forse rubate dai Vandali, altre, rimaste nelle loro nicchie,

saranno state deformi per mutilazioni. Il tempo già cominciava sua

opera di disfacimento nel Circo; e su questo edificio gigantesco, che

aveva prestato il suo officio per lo spazio di parecchi secoli, in

quel tempo saranno stati impressi nel colore e nell’aspetto esterno

gl’indicî della vecchiezza, a somiglianza del vicino palazzo imperiale

che ne era diviso per mezzo d’una sola via. Tuttavia il Circo era

ancora adoperato nei giuochi: vi s’ingrediva ancora per le sue

dodici porte; esisteva ancora la sua spina adorna dei due obelischi;

ancora s’alzavano le sette piramidi, sulle quali, finita la corsa,

si mettevano le uova; erano ancora l’_Euripus_ o canale che scorreva

tutto intorno dell’arena, e la _Mappa_ ossia bandiera, al cui segnale

i cavallerizzi detti _desultores_ o _equi desultatorii_ si scagliavano

rapidi ad annunciare l’incominciamento delle corse. Cassiodoro parla di

tutto ciò che facesse duopo alla perfezione del Circo ed ai giuochi.

Quella pompa solenne, con cui anticamente muovevasi dal Campidoglio

al Circo traendo processionalmente i simulacri degli Dei e le vittime

destinate al sacrificio, era scomparsa; ed il popolo rendevasi pago a

sollazzi ornati di splendore assai minore. Ma i Consoli continuavano ad

assistere ai giuochi ed a tenerli sotto il loro reggimento, ed infatti

ci sono conservati alcuni distici di un Console nei quali egli celebra

i giuochi da lui diretti[276].

Sembra che alcuna volta venissero di Costantinopoli alcuni dei più

valorosi cocchieri di quell’ippodromo per dare alcune corse nel Circo,

oppure che fuggissero a Roma cacciati dalla rabbia delle fazioni.

Infatti in un Rescritto di Cassiodoro che tratta dei giuochi circensi,

è fatto cenno del cocchiere Tomaso, cui era assegnata una moneta

mensile, imperocchè, dice gravemente il Ministro, egli nell’arte sua

sia facilmente principe, ed abbia abbandonata la patria per ornare

di sè la capitale dello Impero occidentale[277]. Anche in Roma, a

somiglianza di Bisanzio, i giuochi del Circo davano occasione alla

esistenza di partiti che si combattevano acremente, ed erano le fazioni

dei Prasini ossia Verdi e dei Veneti ossia Azzurri. Al segno del colore

distinguevansi le fazioni, quantunque i colori usati nel Circo fossero

in origine quattro, che Cassiodoro afferma avere simboleggiato le

stagioni dell’anno: i Prasini rappresentavano la primavera ridente di

verzura, i Veneti l’inverno dal cielo triste di nubi, i Rossi l’estate

dal sole infocato, i Bianchi l’autunno beato della vendemmia. Dopochè

alcuni Imperatori di Roma s’ebbero degradato a scendere nella arena

guidando un cocchio, ed a prendere parte pei Verdi o per gli Azzurri,

il Circo fu cagione di una costante divisione di partiti. Ed il popolo,

perduta ogni partecipazione alla vita publica, ne cercava un compenso

in quelle fazioni, fra il tumulto delle quali esso trovava occasione

talvolta di porre in aperto le sue idee politiche. Quantunque in

Roma non si combattessero i partiti del Circo con rabbia sì grande

quale agitava le fazioni di Bisanzio, dove, nell’anno 501, in una

mischia avvenuta nell’ippodromo tra Azzurri e Verdi caddero morti

sulla arena più che tremila uomini, tuttavia anche Roma non mancava

di essere funestata da avvenimenti sanguinosi. «Ella è pur cosa che

eccita stupore», esclama Cassiodoro, «vedere il furore e la rabbia

onde sono agitati gli animi per questi giuochi più che per qualunque

altro spettacolo. Vince uno dei Verdi e una parte del popolo ne geme;

ottiene il premio un Azzurro e tosto ne mette lutto la maggior parte

della Città: se nulla guadagnano, crescono nei loro insulti, se nulla

perdono ne sentono profonda umiliazione; e di tal maniera quelle lotte

agitantisi sopra oggetti sì frivoli gli occupano in guisa come ne

dipendesse la salvezza della patria in periglio».

Nell’anno 509 le fazioni vennero a mischia nel Circo: due senatori,

Importuno e Teodorico, partigiani degli Azzurri, passarono tra le file

dei Verdi, e ne nacque grave tumulto in cui un uomo fu ucciso. «In

Bisanzio, il popolo dei Prasini» (così dice con energica espressione

il Rescritto) «mosso dall’impeto proprio alla nazione, avrebbe tosto

appiccato fuoco alla città, e ne avrebbe insanguinate le vie; ma nella

mite Roma invece, appellando ad ajuto la calma della ragione, ricorse

al magistrato». Teodorico ordinò che i due patrizî si presentassero

innanzi al tribunale ordinario, promulgò una legge severa che

prevenisse ogni lesione che i Senatori potessero recare a danno di un

uomo libero e che uomini di ceto inferiore potessero esercitare contro

di un Senatore, e cercò finalmente di guarentire in qualche modo la

sicurezza dei cocchieri che appartenevano al partito men forte[278].

E nel tempo stesso ammonì i Senatori, che con orgoglio aristocratico

s’erano offesi delle beffe del popolo, a non voler dimenticare in quale

luogo eglino si fossero, «imperocchè nel Circo non possano trovarsi

Catoni»[279]. E protestava Teodorico che nel fondo del cuor suo

sprezzava uno spettacolo che, ponendo in bando ogni sentimento grave

dell’animo, eccitava stupide dispute, bruttava il decoro cittadino,

tramutava una costumanza veneranda della antichità in uno spettacolo

grottesco; e affermava che manteneva l’usanza dei giuochi circensi

soltanto perchè non poteva resistere alla tendenza puerile del popolo e

perchè soventi volte la prudenza insegna a farla da pazzi[280].

Di tal maniera quel Re generoso dava opera alla conservazione dei

monumenti di Roma e delle costumanze popolari: di tal guisa erano le

idee che informavano il reggimento di lui, e che, degne dei secoli più

civili e precorrenti il tempo in cui viveva, onorano altamente e di

pari maniera il Re che poneva sua fede nel Ministro, ed il Ministro che

giovava al Principe, colla mente consigliandone l’opera e coll’ingegno

provvedendone all’adempimento.

§ 4.

Provvedimenti di Teodorico per il popolo di Roma. — _Roma Felix._ —

Tolleranza di Teodorico verso la Chiesa cattolica. — Israeliti di Roma.

— Loro sinagoga antichissima. — Il popolo si solleva contro di essi.

Con sollecitudine non minore Teodorico provvide anche alla prosperità

del popolo per quanto il permettevano i redditi esigui. Imperocchè

noi vogliamo guardarci dal concorrere nell’opinione di coloro i

quali con lode esagerata affermano che durante il regno di Teodorico

tornasse assolutamente l’età dell’oro. La Città era sfinita di forze

e le piaghe erano molte. Le largizioni di olio e di grasce furono

ripristinate, e gli officiali publici distribuivano ogni anno alla

plebe affamata della Città 120,000 moggia di grano (eppure erano

insufficienti al bisogno), che raccoglievasi dalle campagne delle

Calabrie e delle Puglie[281]. I poveri (se si creda a Procopio che ne

parla espressamente) ricevevano dagli ospitali di san Pietro un’annua

largizione particolare di 3000 medimni di grano[282]. L’officio di

prefetto dell’annona, che provvedere doveva alle publiche necessità,

era rialzato ad onore; ed almeno il ministro di Teodorico allettava

l’orgoglio di coloro ch’erano deputati a quell’officio, volgendo la

loro ricordanza al grande Pompeo che era stato loro predecessore in

quella carica, e magnificando l’onore che loro competeva di usare

del cocchio del prefetto della Città, e di sedere nel Circo presso al

seggio di lui alla vista del popolo tutto. Ma a quelle formule usate

nelle investiture deesi prestare poca fede, imperocchè Boezio dica: «il

carico di colui che anticamente provvedeva alla necessità del popolo

era altamente riverito; ma oggidì che havvi mai di più disprezzabile

che quest’officio di prefetto dell’annona?» E poco prima aveva

osservato: «Il prefetto della Città era anticamente assai potente,

ma al dì d’oggi quella magistratura non è che nome vuoto ed un carico

pesante del censo senatorio»[283]. Si volgevano grandi cure acciocchè

fossero sempre forniti i granai del monte Aventino ed i mercati di

majali (_forum suarium_) posti nella Regione detta _Via Lata_, e vi

era preposto fin dai tempi antichi un Tribuno. Il pane era di ottima

qualità e di buon peso, ed il prezzo era assai mite, perocchè al tempo

di Teodorico sessanta moggia di frumento costassero un _solidus_ e

con altrettanta moneta si comperassero trenta anfore di vino[284].

«Crescono», dice Ermodio nel suo Panegirico indiritto al Re, «crescono

le ricchezze publiche fra i guadagni delle persone private; e, poichè

la corte regale non è mossa da avidità, le sorgenti di prosperità

si diffondono dappertutto». Quantunque questa lode contenga grandi

esagerazioni, a meno che gli officiali della corte non fossero dotati

della eccellenza degli angeli o che i Goti sieno stati affatto scevri

di avidità di lucro, Roma tuttavia rialzandosi dalle gravi sventure in

cui era caduta rivedeva un’età di floridezza e di quiete. I Senatori

si deliziavano novellamente, come già ai tempi di Augusto e di Tito,

nelle loro ville situate sul golfo di Baja, o sui monti Sabini, o nelle

terre di Lucania, o sulle coste del mare Adriatico[285]: ed il popolo

stremato di numero ma non più angosciato di paura di devastazioni

barbariche, nutrito a spese publiche, sollazzato coi giuochi, protetto

dalle leggi romane, godente di una certa independenza nazionale, poteva

tollerare che l’antica e sventurata Roma ricevesse per l’ultima volta

il titolo di _Felix_[286].

Se questa condizione di pacifica prosperità (nè v’ha scrittore antico

latino o greco, d’animo favorevole oppure ostile, che non l’abbia

celebrata come opera mirabile di Teodorico), se questa pace della Città

fu turbata, non ne fu già causa il governo del Principe illustre, ma

sì il fanatismo ecclesiastico. La Chiesa di Roma, alla stessa guisa

del Circo massimo, era scissa in fazioni. Teodorico, quantunque fosse

ariano di religione, fino agli ultimi tempi del suo reggimento si

mostrò benevolo verso la Chiesa e la tenne in onoranza: e neppure

l’odio dei partiti osò di accusarlo di aver costretto un solo Cattolico

all’apostasia o di aver mosso persecuzione ad un solo Vescovo.

Allorchè entrò in Roma, orò presso la tomba dell’Apostolo «come

avesse professato il Cattolicesimo»: e, fra i Principi di quel tempo

che fecero donativi al san Pietro, troviamo ch’egli vi offerse due

candelabri d’argento del peso di settanta libbre. Essendo state trovate

nella chiesa di santa Martina posta sul foro ed anche sui tetti degli

edificî annessi al san Pietro alcune pietre che recavano l’iscrizione:

«_Regnante Theodorico Domino Nostro. Felix Roma_» si accolse l’opinione

che il Re abbia dato opera alla costruzione del tetto di quelle chiese:

ma ella è un errore, e noi riputiamo a più forte ragione, che quelle

pietre vi sieno state usate in tempi posteriori, tolte a qualche altro

edificio, oppure che quei mattoni sieno usciti da qualche fabbrica di

proprietà publica. Ed infatti la chiesa di santa Martina ai tempi di

Teodorico non era ancora edificata[287]. La tolleranza del Re di vero

precorreva al suo secolo, e nel suo consigliere Cassiodoro si ammirano

idee pressochè eguali a quelle che animerebbero un ministro di tempi

assai più tardi nei quali domini la dottrina dell’umanismo filosofico.

Ed egli provvide a scemare quel disprezzo ereditato dagli avi, che i

Romani, fossero pagani oppure cristiani, nutrivano contro gl’Israeliti;

e nei suoi Editti, benchè non vada immune da qualche pregiudizio, che è

però racchiuso sempre entro confini di moderazione, il Re parla con una

specie di compassione della Religione di Mosè[288].

Gl’Israeliti che avevano posto stanza in Italia fino dai tempi del

gran Pompeo, vi avevano sinagoghe in Genova, in Napoli, in Milano,

in Ravenna, e, anteriormente ad ogni altra città ebbero sinagoga in

Roma. L’avidità di lucro che gli spingeva ad esercitare basse usure,

e che ne acuiva l’ingegno a destrezza nei traffichi, procacciava

loro immense ricchezze ed insieme odio ardente: e l’abborrimento

dei Romani contro questo popolo singolare, il quale sopravviveva

alle ruine di tutti gl’Imperi della terra quasi che fosse fornito

di vitalità indestruttibile, era antico; chè già ne troviamo vestigi

nei poeti e nei prosatori che vissero dopo di Augusto. E Rutilio, in

quell’inno ch’egli poetava partendo di Roma, mosso da idea tutto pagana

(ed è l’ultima volta che comparisce) volgeva amare parole contro di

loro, lamentando che Pompeo avesse soggiogato la Giudea e che Tito

avesse distrutto Gerusalemme, imperocchè da quel tempo in poi si sia

diffusa nel mondo la peste del popolo ebreo, che dopo di essere stato

soggiogato vinse i suoi vincitori[289].

La sinagoga antichissima di Roma era situata nel quartiere

degl’Israeliti ch’era divenuto assai popoloso posteriormente al tempo

di Augusto, nel misero Transtevere, dove gli Israeliti all’età di

Marziale e di Stazio correvano le vie con loro botteghe ambulanti di

zolfanelli e strillando annunciavano la vendita delle loro bagatelle,

come oggidì vanno gridando _stracci ferracci!_ Durante tutto il

Medio Evo dimorarono colà, ed i Transteverini seppero mostrare a chi

scrive questa Cronica, nel piccolo _Vicolo delle palme_, il luogo ove

la sinagoga antichissima dev’essersi alzata. Non è probabile che il

quartiere ove eglino abitavano si stendesse di qui fino alla Regione

Vaticana, quantunque il nome che il ponte di Adriano portava durante

il Medio Evo sembri confermarlo; imperocchè il _Pons Aelius_ nel

secolo decimoterzo sia dai _Mirabilia_ appellato _Pons Judaeorum_.

Noi reputiamo piuttosto che quel ponte ne ricevesse nome perchè gli

Ebrei di Roma solevano uscire col Pentateuco ed attendere ivi il Papa

novellamente eletto affine di rendergli omaggio, allorchè, passando

dal ponte di Adriano, egli si recava in processione solenne a prender

possesso della basilica Lateranense[290]. Nella loro sinagoga, che

fu edificata ad opera di schiavi ebrei resi liberi dopo il tempo di

Pompeo e che avevano nome di libertini, i figli d’Israello, a triste

monumento di loro venerazione antica, avevano voluto restaurare

l’imagine del tempio di Salomone che Tito aveva distrutto: e qui si

radunavano nei giorni di sabbato e nelle loro festività al lume di un

doppiere dalle sette braccia foggiato ad imitazione dell’antico grande

candelabro, nel tempo stesso che questo, insieme agli arredi sacri

d’Israello, era custodito nel tempio della Pace, e verso del quale,

come a reliquia sacra onde erano stati rapiti, volgevano con cordoglio

il loro pensiero. Quel loro oratorio era di trecent’anni più antico del

san Pietro e della basilica Lateranense; e già Romani pagani, al tempo

di Orazio e dell’amico suo Fusco Aristio ed al tempo di Giovenale,

s’introducevano a render paga la loro curiosità della vista dei misteri

della Religione di Mosè, alla stessa guisa che talvolta alle festività

pasquali assistono oggidì ancora alcuni Romani con sorriso ischernevole

sulle labbra. Egli è certo che l’antico tempio giudaico situato nel

Transtevere era più bello assai della sinagoga del Ghetto odierno. Era

un tempio che poggiava sopra colonne, splendido di tappeti preziosi e

di begli ornati d’oreficeria nei quali brillavano fiori di melagrano.

Ma parecchie fiate il popolo di Roma irrompendo nella sinagoga la

aveva devastata, e negli ultimi tempi, sotto Teodosio, la aveva messa

in fiamme, e finalmente Goti e Vandali la avevano nei loro saccheggi

rapita di tutti i suoi arredi preziosi. Sotto la mite dominazione di

Teodorico gli Ebrei ebbero agio di rialzarsi dai mali sofferti, finchè

il fanatismo che di tratto in tratto trascinava i Cristiani ad opere di

violenza fu cagione che nell’anno 521 ricominciassero le persecuzioni

contro di essi. Un giorno il popolo commosso a furore appiccò il fuoco

alla sinagoga; e da una supplica che gli Ebrei presentarono ad Aligero,

ch’era legato di Teodorico in Roma, si pare che alcuni Cristiani che

appartenevano alla famiglia di ricchi Israeliti avessero ucciso i

loro padroni, e che avendo i rei scontata la pena del loro delitto, il

popolo ne togliesse vendetta abbruciando la sinagoga. In occasione di

quel tumulto, Teodorico indirizzò un Rescritto severo al Senato, a cui

imponeva che con ogni sollecitudine desse provvedimenti che valessero a

impedire quegli eccessi[291].

§ 5.

Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. — Fazioni entro la Città.

— Simmaco abbellisce la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella

rotonda di santo Andrea, la basilica di san Martino e la chiesa di san

Pancrazio. — Ormisda è eletto Pontefice nell’anno 514. — Giovanni I

papa. — Teodorico entra in lotta contro la Chiesa cattolica.

Alcuni avvenimenti assai più deplorevoli delle brevi sollevazioni

popolari e delle lotte tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri, ebbero

a turbare Roma per parecchi anni. Abbiamo veduto che Roma era stata già

agitata da un primo scisma avvenuto in occasione della elezione di papa

Simmaco. Dopochè Teodorico ebbe confermata l’elezione di quest’uomo

di energica mente, egli riuscì a restituire la calma e a metter

freno ai partiti durante quei sei mesi nei quali dimorò in Roma. Ma

nell’anno 503 la lotta scoppiò di nuovo e con maggiore acerbezza[292].

Simmaco dopo di aver ottenuto il riconoscimento della validità della

sua elezione, allontanato l’antipapa Lorenzo, gl’indisse a confino

il vescovato di Nocera di cui era stato investito: ma, quattro

anni dopo, sacerdoti e senatori ch’erano alla testa della fazione

favorevole a costui (e fra essi erano Festo e Probino), introdussero

Lorenzo secretamente in Roma, e, dando origine ad un secondo scisma

assai più terribile del primo, accusarono il Papa con un libello e

con rimostranze indiritte a Teodorico, e operarono di guisa che il Re

spediva Pietro vescovo di Altino a Roma quale visitatore. Il Pontefice

premuto da tante difficoltà, si oppose con resistenza al sindacato che

contro la legge canonica voleva operare il legato regale, imperocchè

un anno prima nel suo terzo sinodo egli avesse dichiarata invalida la

legge di Odoacre, il quale per mezzo del suo prefetto Basilio aveva

comandato che l’elezione del Pontefice dovesse essere confermata

dal Re d’Italia[293]. I Vescovi di Roma si giovarono destramente

del fatto che i Re d’Italia di origine germanica, professando la

credenza ariana, erano fuori della Chiesa, per acquistare la propria

independenza dallo Stato: ma ci occorrà in seguito di vedere che ciò

non riuscì loro pienamente neppure nel corso di parecchi secoli, ma

che anzi eglino, ad onta dell’alta onoranza che loro tributava il capo

dello Stato, dovettero continuare a ricevere da lui, quali sudditi

suoi, l’investitura, ed ebbero a tollerare l’intervento suo nei negozî

ecclesiastici generali ed importanti.

Teodorico non poteva immischiarsi di troppo negli affari ecclesiastici,

se non voleva rendere ancora più difficile la condizione sua già di per

sè circondata da gravi difficoltà. Egli comandò che si raccogliesse in

Roma un Concilio, raccomandando ai Vescovi congregati di restituire

la pace alla Città ed alla Cristianità cattolica[294]. Questo Sinodo

composto di centoquindici Vescovi, dal nome del portico del san Pietro

ove tenne le sue prime tornate, fu appellato _Palmare_. I Padri si

raccolsero dipoi nella basilica di Giulio; ma un tumulto scoppiato di

repente li costrinse a partirsene e a scegliere per le loro adunate la

basilica sessoriana di santa Croce in Gerusalemme. Ma il clero, mentre

era in cammino per recarvisi, fu assalito dalla fazione di Lorenzo che

furibonda aveva dato piglio alle armi: parecchi degli aderenti del

Pontefice furono trucidati, ed egli potè a stento sottrarsi a morte

fuggendo sotto una grandine di pietre. Il Concilio però riusciva a

dichiarare Simmaco innocente delle accuse scagliate contro di lui; e

per solennizzare la condanna di Lorenzo, che veniva cacciato in bando,

il Pontefice colla ceremonia consueta fu condotto nuovamente in san

Pietro e vi fu con pompa insediato. Ma non per questo era restituita la

pace, chè la divisione e la lotta non cessarono; e per lo spazio di tre

o quattro anni le vie di Roma furono bruttate giorno e notte del sangue

delle genti uccise. I Senatori che appartenevano ai partiti nemici

combattevano per le strade, e probabilmente gli Storici dimenticarono

di far menzione che i Verdi e gli Azzurri venissero fra loro a zuffa a

cagione di queste miserande discordie. Gli aderenti di Simmaco erano

tagliati a pezzi, parecchi preti e diaconi erano uccisi a colpi di

mazza davanti alle chiese, e persino le monache assalite nei loro

chiostri erano denudate e flagellate con verghe, e nel tempo stesso

alle crudeltà associavansi la depredazione ed il saccheggio[295].

La Città cominciò a riacquistare piena ed intiera quiete nell’anno

514, sotto il consolato del Senatore (con questo titolo d’onore era

designato Aurelio Cassiodoro). Ed infatti l’illustre Ministro scrive

con aperta gioia nella sua Cronica: «Allorquando io fui console (egli

scriveva a Teodorico), dopo che furono congregati insieme il clero ed

il popolo, la Chiesa romana, a gloria della vostra epoca, riebbe la

pace da molti anni lacrimata».

Negl’intervalli di queste aspre lotte e ad onta della discordia

che s’agitava fra lui e l’Imperatore greco Anastasio, nel quale noi

crediamo a ragione di vedere l’anima della fazione di Lorenzo, papa

Simmaco trovò agio di abbellire Roma con alcune opere artistiche. Egli

diede ai Romani il consueto spettacolo delle pire erette innanzi alle

porte del Laterano, sulle quali abbruciavansi volumi di opere scritte

in favore del Manicheismo; ma ancor più lieta egli rese Roma collo

splendore di parecchi monumenti e di chiese edificate. Le agitazioni

ond’era stato commosso il suo Pontificato, i pericoli che avevano

minacciata la sua vita, inspirarono a quel prete d’animo energico,

e che d’altronde non era forse affatto incolpevole, uno zelo ardente

d’operosità; laonde, a dimostrare la gratitudine del suo animo ai Santi

suoi proteggitori, ne abbellì le chiese, di novelle anche edificando.

Il numero degli edificî da lui eretti e la copia dei suoi doni votivi

non sono scarsi.

Sopra d’ogni altra cosa diede provvedimenti ad abbellire la basilica

di san Pietro. Egli fè lastricare l’atrio con lamine di marmo, ed

ornò il _Cantharus_ e le pareti del portico quadrangolare di musaici

che rappresentavano imagini di agnelli, di croci e di palme. Fornì

la piazza publica, che s’apre dinanzi alla basilica, di un pozzo che

servisse alle necessità del popolo: e quello fu il primo e modesto

precursore delle due magnifiche fontane, le quali sorgono oggidì a

rendere vieppiù splendida quella piazza che è bellissima del mondo,

animandone i silenzi col mormorio delle acque, i cui gettiti percossi

dai raggi del sole sfavillano dei colori dell’iride. Papa Simmaco

ampliò le scalee del primo cortile della basilica, e a quello aggiunse

due portici laterali a destra ed a sinistra. Sarebbe cosa importante

conoscere se i primi edificî aggiunti al palazzo Vaticano sieno stati

innalzati da quel Pontefice: si potrebbe crederlo, imperocchè il Libro

Pontificale dica ch’egli costruisse, a destra ed a sinistra delle

gradinate, edificî detti _Episcopia_ ossia case destinate a dimora

del Vescovo[296]. Finalmente egli eresse parecchi oratorî e parecchie

cappelle nel san Pietro: accanto alla cappella del battistero una ne

dedicò alla santa Croce deponendovi una croce d’oro sparsa di gemme,

e due oratorî consecrò a san Giovanni evangelista ed al Battista. In

prossimità del san Pietro fondò una basilica ad onoranza dell’apostolo

Andrea, fratello di san Pietro, al quale i Greci davano nome di

_Protocletos_, che significa primo appellato, e che era tenuto in

tutto il mondo cristiano in somma onoranza, prima ancora che in Roma

sotto il pontificato di papa Simplicio gli fosse eretto un tempio.

Simmaco consecrò dunque in venerazione di lui una seconda chiesa, di

forma rotonda e adorna di un cortile d’ingresso, donde ascendevasi alla

chiesa per una scalea e dentro il quale era il pozzo. Questo tempio era

allora il più grande edificio di Roma dopo il san Pietro, e lo rimase

fino al secolo ottavo in cui Stefano II e Paolo I innalzarono ad onore

di santa Petronilla figlia di san Pietro una cappella rotonda di forma

simigliante, ma più magnifica di gran lunga e da cui quel tempio fu

gettato nell’ombra. La cappella di santo Andrea si ergeva in vicinanza

dell’obelisco. La sua forma rotonda indusse alcuni nell’erronea

opinione che fosse anticamente il _Vestiarium_ di Nerone, ossia

l’edificio ove questo Imperatore tenesse il tesoro e la guardaroba.

In tempi posteriori ricevette da un’imagine della Vergine il nome

di _santa Maria Febrifuga_, e finalmente nel secolo sestodecimo fu

convertita ad uso di sacristia del san Pietro[297].

Verso la fine del secolo sesto dunque intorno alla basilica Vaticana

sorgevano parecchi edificî accessorî, parecchie cappelle, alcuni

mausolei, ed uno o due conventi, imperocchè non conosciamo con

precisione se non che esisteva in quel tempo il chiostro dei santi

Giovanni e Paolo, già eretto da papa Leone I. Simmaco fondava ospitali

per poverelli e per pellegrini in vicinanza del san Pietro, del san

Paolo, ed in prossimità della chiesa di san Lorenzo fuor delle mura.

E nella città di Porto erigeva un Xenodochio, ossia casa di ricovero

per pellegrini, locchè dimostra che la frequenza di viaggiatori che

venivano dalla via di mare era già grande.

Non c’indugiamo a parlare delle ristorazioni del san Paolo alle quali

lo stesso Pontefice diede opera: diciamo soltanto ch’egli edificò due

novelle chiese, una basilica dedicata ad onore di san Martino di Tours,

di cui abbiamo già fatto menzione, situata entro la città in prossimità

delle terme di Trajano, e la chiesa bellissima di san Pancrazio eretta

fuor delle mura, sul Gianicolo presso la Via Aurelia. Benchè mutata

nella forma dall’antica, essa sta oggidì ancora sopra le catacombe di

Callepodio martire romano.

Dopochè Simmaco ebbe innalzato questi edificî, monumenti del suo

pontificato turbato da agitazioni sì grandi, morte il colse addì 19

di Luglio dell’anno 514: e alla cattedra di san Pietro salì senza

contrasto Ormisda, ch’era nativo di Frusino nella Campania. Nessun

torbido funestò il reggimento di questo Pontefice; ed anzi, morto

repentinamente nell’anno 518 l’imperatore Anastasio, gli fu concessa

la gioia di poter comporre col succeditore di quello le discordie

e la lotta che s’agitava a cagione dell’eresia di Acacio vescovo di

Costantinopoli che aveva sposata la causa degli Eutichiani.

Ma sotto il succeditore di lui, Giovanni I (che resse il pontificato

dall’anno 523 al 526), mutarono le relazioni di Teodorico verso la

Chiesa cattolica, chè anzi il buon accordo il quale s’era fin qui

conservato si turbò in modo che si giunse ad una rottura completa.

E fu nell’anno 523, allorquando l’imperatore Giustino con fanatico

intendimento promulgò un Editto contro gli Ariani nel quale comandava

che tutte le loro chiese fossero restituite al culto cattolico. Egli

sembra che questo provvedimento improvviso avesse sua ragione nel

disegno politico di avvincere Teodorico in gravi difficoltà prodotte

dall’antagonismo delle credenze religiose: e forse Giustiniano nipote

al rustico Imperatore, e ch’era eletto succeditore al trono, e già

onnipossente, Giustiniano forse allora meditava la cacciata degli

stranieri Goti dell’Italia, ed intendeva alla restaurazione della

signoria greca in Occidente[298]. Nel Senato e tra il Clero di Roma

si agitava manifestamente un partito devoto ai Greci; e Teodorico

incominciò a sospettare che la Città ricambiasse ai beneficî suoi con

ingratitudine e con fellonia. Il dispetto che eccitò in lui l’Editto

di Giustino, fè che egli dimenticasse i sentimenti dell’umanità e

dell’ampia tolleranza ch’egli aveva usata verso i Cattolici. Nel furore

e nel duolo ond’era commosso l’animo suo, egli protestò ch’egli avrebbe

tratta vendetta delle persecuzioni ond’erano fatti segno in Oriente

gli Ariani, colla rappresaglia dell’interdizione del culto cattolico in

Italia. A dimostrazione della sua collera, o ad esempio della severità

che userebbe, oppure a pena meritata di qualche fatto avvenuto ad opera

del fanatismo di Roma, egli fè atterrare in Verona un oratorio dedicato

a santo Stefano: e nel tempo stesso tolse l’arme a tutti gl’Italiani,

non concedendo loro che l’uso del coltello[299]. Lo sventurato Re fu

costretto a ricorrere ai gretti provvedimenti che suggerisce paura,

e che in tutti i tempi sono inseparabili dall’odiata signoria degli

estrani. Dopo un reggimento di quasi trentatre anni, durante i quali

egli aveva ricolme di beneficî Italia e Roma ch’egli aveva sollevate

dal decadimento, egli di repente trovavasi novellamente balzato in

condizione di straniero in mezzo a stranieri.

§ 6.

Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. — Papa Giovanni ha

il carico di un’ambasceria a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico

impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore nell’anno 526. —

Leggende.

Egli è con grave dolore che or dobbiamo tenere discorso della triste

fine di due illustri Senatori romani, di Boezio e di Simmaco, i cui

spettri sanguinosi si erigono innanzi al tribunale della Storia ad

accusare il Re goto e ad oscurarne la splendida gloria. Nè ci basta

l’animo di tentar di mitigare la bruttura di quell’avvenimento, a

discolpa adducendo di quegli argomenti ai quali si dà nome di ragione

di Stato, come ha fatto un celebre Istorico di Napoli[300]. Un uomo

quale Boezio che si presenta tenendo in mano l’aureo libro «della

Consolazione della Filosofia» è un accusatore tremendo troppo; e il

modo in cui ebbe morte riesce ad obbrobrio dell’età sua, fosse pure

stata immersa nella caligine più oscura della barbarie[301].

Ambedue quegli uomini (Boezio fu giustiziato nell’anno 524, Simmaco

nell’anno posteriore) caddero vittime della diffidenza e del rancore,

che Teodorico con ragionevole fondamento nutriva contro il Senato. Nè

eglino erano per fermo incolpevoli innanzi gli occhi del loro Principe,

ma ben di sovente ciò che il tribunale dei Re punisce come delitto, è

dal giudizio dei Popoli celebrato quale virtù. Lieve gloria tribuiremmo

a Boezio senatore, nulla aggiungeremmo alla gloria di Boezio filosofo

ove anche potessimo dimostrare con evidenza storica ch’egli fosse

veramente autore di quella sconsigliata sedizione politica. Anicio

Manlio Torquato Severino Boezio riuniva in sè i nomi delle schiatte più

illustri di Roma. Quantunque non s’elevasse alla potenza del genio, era

fornito d’ingegno sì eletto e di cultura sì estesa, che gli riusciva di

far risplendere su Roma un crepuscolo di filosofia fra la densa tenebra

di quell’età in cui la Diva celeste (che allo sguardo di un Romano si

presentava per l’ultima volta sotto maestoso ammanto di foggia greca)

aveva spiccato suo volo dalla terra, mossa a fastidio delle aride

dispute che s’agitavano a ricercare se fosse eguaglianza di essenza o

somiglianza fra il Padre ed il Figlio, e se fosse avvenuta confusione

delle nature[302]. La lunga dimora che Boezio, dando opera ai suoi

studî, aveva fatta in Atene, in quella città che si elevava allora

tra Roma e Bisanzio splendida della tradizione della filosofia antica,

gl’insegnamenti ricavati dalle opere di Platone e di Aristotele le cui

dottrine avevano temprate a moderanza le sue idee religiose, avevano

elevato il suo animo congiungendolo alla cultura dei tempi antichi,

all’istessa guisa che l’origine di sua famiglia all’antichità annodava

il suo nome. Gli onori ch’egli aveva ottenuto nella vita publica, la

sua elezione a console nell’anno 510, il consolato che avevano tenuto

nel 522 i figli di lui Simmaco e Boezio ancora in giovinetta età, erano

cagione che l’animo suo ardente si riempiesse di dispetto dell’età

sua e si accendesse di fervidissimo desiderio della grandezza antica.

Ed egli stesso fa che la sua consolatrice Diva gli porga lo specchio

delle ricordanze, ed in quello egli gode di contemplare l’imagine

degli onori onde un tempo era stato ricolmo: ei vi mira il solenne

incedere dei Senatori e del popolo che accompagnano i suoi due figli

dal palazzo degli Anicî alla Curia dove eglino sono addotti alla sedia

curule, nel tempo stesso in cui egli volge al Re, com’era costumanza,

discorso di lode, cui interrompono voci di plauso. E lo allieta la

rimembranza del giorno più bello di sua vita in cui egli sedeva nel

Circo in mezzo ai due consoli suoi figli, e distribuiva al popolo i

doni trionfali[303]. Amor di patria vivissimo si accoglieva nel petto

del Senatore come in tutta la parte della nazione che l’invasione dei

Goti reputava obbrobrio di Roma, e che abborriva il giogo straniero.

Ma Boezio filosofo non possedeva energia che valesse a porlo alla

testa dei cittadini di nobili spiriti e a condurre l’impresa del

risorgimento. Non è dubbio ch’egli in cuor suo non avesse ad odio gli

stranieri dominatori, anche s’egli ammirasse la energia e la sapienza

del Re. Egli usa a disprezzo del nome di «Barbaro», là dove narra alla

Filosofia ciò che egli fece in servigio della patria, e dove ricorda

i nomi di quei Romani che egli liberò dalla violenza dei «cani di

Palazzo» e dall’impunita avidità dei «Barbari»[304]. Il suo orgoglio lo

indusse a disconoscere i grandi benefizî di Teodorico il quale nella

sua saggezza levava Roma in onoranza; e lo sprezzo ch’egli nutriva

contro calunniatori codardi lo trasse ad opere sconsigliate.

Allorchè il Re generoso nutrì sospetto che il Senato stesso, il quale

era stato da lui riposto in onore, tenesse colla corte di Bisanzio

accordi secreti per tradirlo, accolse desiderio che il sospetto

divenisse certezza per avere diritto a infliggere punizione. Non

mancarono delatori vituperevoli quali un Opilio, un Gaudenzio, un

Basilio, uomini, che il patrimonio distrutto induceva a bassezza

d’animo. Il Re udiva con amaro compiacimento che il Senato congiurasse,

e per lo meno egli voleva tenere colpevole di alto tradimento tutta

intiera la Curia perchè Albino, uomo consolare che in essa sedeva, era

stato accusato di avere indiritte certe lettere a Giustino imperatore.

Boezio, presidente del Senato, andava, senza che timore lo rattenesse,

a Verona, e quivi nel tempo stesso in cui difendeva dinanzi al Re la

causa di Albino ed in cui sosteneva l’innocenza del Senato, ebbe accusa

egli stesso di avere scritto lettere in cui parlava della «speranza»

che Roma risorgesse a libertà[305]. Nello sdegno ond’era commosso,

parlò con sensi animosi al Re, dicendo: «l’accusa di Cipriano è una

menzogna: se Albino operò quello di cui è accusato, io pure lo feci e

tutto il Senato con lui di animo concorde». Queste parole suonarono

aspramente all’orecchio del Re già inacerbito. Accusato di alto

tradimento, Boezio, la cui religione ortodossa lo rendeva già odioso al

Re ariano, fu cacciato in un carcere di Pavia, dov’egli non deplorava

se non che d’essere lontano della stanza del suo palazzo, ornata

di avorio e di variopinti cristalli dove sedeva fra i libri, cari

maestri dei suoi studî diletti. In quel carcere egli scrisse la sua

apologia, che andò perduta, e l’opera sua illustre «della Consolazione

della Filosofia». L’inquisizione dev’essere stata accompagnata da

tumulto oppure dev’essere stata condotta senza l’osservanza delle

forme legali, imperocchè all’accusato non si concedesse facoltà di

difendersi, ma venisse tosto giudicato dal Re e dall’atterrito Senato e

condannato a barbara morte. Quest’azione despotica impresse una macchia

sanguinosa su Teodorico, cui nulla vale a cancellare[306]. Poco tempo

dopo, il vecchio Simmaco, l’uomo più illustre fra tutti i Senatori,

divideva la sorte del genero suo, e periva per mano del carnefice

nel palazzo di Ravenna non gemendo tanto sul proprio fato quanto

sulla sorte di Boezio. La sentenza di tutti gli scrittori antichi è

concorde nell’affermare che le incolpazioni e le testimonianze che

s’aggravarono contro Boezio fossero false, e che Teodorico coprisse

sè stesso dell’obbrobrio di una violenza infame. Mancano gli atti dei

procedimento, ed intorno a questo argomento non ci è dato di trovare

in Cassiodoro neppure un Rescritto. Ma i sentimenti ond’era animato il

Senato contro di Teodorico si pajono nello scritto di Boezio, il quale

pone in aperto che tra i Senatori del partito romano antico s’agitava

ardente desio di scuotere il giogo della dominazione straniera. Nè la

natura delle cose contraddice alla supposizione che già da quel tempo

si stringessero realmente accordi secreti colla corte di Bisanzio.

Con quei due uomini scomparve per sempre di Roma cristiana la

Filosofia, la quale, giunta a sua ultima sera, aveva per loro fatto

ricordare i tempi di Cicerone e di Seneca. Essa si congedava con gloria

dai Romani, congiunta alla visione di un illustre Senatore, cui il

destino non umiliava certamente condannandolo a morire sacrificato

al fantasima del Senato, al quale era apparso per l’ultima fiata e da

lungi il miraggio della virtù antica di Roma.

Anche il Pontefice romano or doveva essere abbattuto dallo spiro della

collera regale. Giovanni era appellato di Roma a Ravenna, affinchè

in compagnia di alcuni Vescovi e di quattro Senatori, di Teodoro, di

Importunato e di due Agapiti s’imbarcasse per Bisanzio ed ivi chiedesse

all’Imperatore che cessasse dalla persecuzione degli Ariani di Oriente.

Quantunque a malincuore, dovette il Vescovo cattolico sobbarcarsi

alla difficile ambasceria: ma il popolo di Bisanzio e l’imperatore

Giustiniano usciti fuor delle mura, accolsero il primo Pontefice che

ponesse piede entro la capitale del greco Impero, non già quale legato

del Re goto, ma sì quale capo della Cristianità ortodossa, e con

solennità di pompa lo condussero trionfalmente alla chiesa di santa

Sofia dov’egli celebrò la pasqua dell’anno 525. Sembra che quanto allo

scopo della sua legazione egli ottenesse da Giustino alcune concessioni

di mera apparenza e che, quanto agli argomenti essenziali dei quali

dovesse trattare, non ricavasse alcun utile risultamento; imperocchè

altrimenti non sapremmo spiegare il motivo dell’ira con cui il Re

accolse i legati reduci di Grecia. Come eglino furono ritornati a

Ravenna, Teodorico furibondo fè cacciare i Senatori ed il Pontefice in

un carcere. Ed ivi Giovanni I, preso da grave angoscia del suo destino,

moriva addì 18 di Maggio dell’anno 526. La Chiesa con grato animo gli

tributava onoranza come a martire[307].

Dopo la morte di lui, Teodorico, avendo deliberato fermamente di

non concedere più alla Chiesa cattolica la libertà e l’onoranza che

nei tempi anteriori le aveva tributato, volle far valere l’influenza

della regale sua autorità nell’elezione del Pontefice. Per la qual

cosa egli designò al Senato, al clero ed al popolo di Roma, quale

candidato, Felice, figlio di Castorio e sannita di nascita. I Romani

tremarono, obbedirono ed elessero Felice IV che tosto fu consecrato.

Questo atto di potestà regia, che il Libro Pontificale oltrepassa

in silenzio assoluto e contro il quale il cardinale Baronio scaglia

parole di esecrazione chiamandolo opera di violenza iniqua, fu

fecondo di conseguenze gravissime; imperocchè da quel tempo in poi

i succeditori di Teodorico vantassero diritto a confermare con loro

autorità l’elezione di ogni Pontefice, e indi quel diritto stesso,

allo spegnersi della signoria dei Goti, trapassasse agli Imperatori di

Grecia[308].

Ma Teodorico non sopravviveva alla consecrazione del suo candidato

Simmaco: preso da un flusso micidiale di ventre egli moriva dopo

breve malattia in Ravenna, addì 30 di Agosto dell’anno 526. Il Libro

Pontificale afferma che il cielo lo abbia colpito di morte a punizione

di quella ch’egli aveva recato a papa Giovanni: ed un altro Storico

narra ch’egli spirasse in quel dì stesso in cui doveva eseguirsi il

Decreto scritto dall’ebreo Simmaco (ch’era un giureconsulto ai servigi

del Re), il quale comandava che i Cattolici fossero espulsi dalle

loro chiese che dovevano essere date agli Ariani[309]. In Procopio è

registrata una celebre leggenda, la quale narra che mentre un giorno

il Re sedeva a banchetto nel suo palazzo di Ravenna, essendogli

servita in sulla mensa una testa di pesce di grandezza smisurata e

dalle fauci spalancate, lo prendesse alto spavento, sembrandogli che

quella si tramutasse nel capo orribile di Simmaco che di recente era

stato giustiziato: e aggiunge che colto tutt’a un tratto da febbre,

pochi giorni dopo morisse lacerato dai rimorsi della uccisione dei

due illustri Senatori[310]. Egli è certo che dolorosi pensieri ed

acri rimordimenti dovevano rendere tormentosa la morte del grande

e sciagurato Principe: il goto Giornandes ne tace, e ci presenta

soltanto il maestoso quadro e bello del saggio Teodorico che muore.

Allorquando, dic’egli, il Re fu giunto a sua età senile e conobbe

che in breve dovrebbe partirsi del mondo, chiamò innanzi a sè i conti

goti e i principi del suo popolo; ed eleggendo a loro re Atalarico,

fanciullo decenne ch’era nato di Amalasunta figlia sua ed era

orfano di Eutarico, loro comandò, quasi li chiamasse ad udire il suo

testamento, che prestassero onore al Re, che amassero il Senato ed il

popolo di Roma e che conservassero accordo di pace cogli Imperatori di

Grecia[311]. Così scrivono gli Storici, ma i Santi invece narrano che

l’anima di Teodorico, nuda e scalza e colle mani cariche di catene,

fosse trascinata per l’etere dalle ombre irate di papa Giovanni e

del patrizio Simmaco che la scagliavano entro il cratere del vulcano

di Lipari: e dicono che ciò avesse veduto coi suoi propri occhi un

anacoreta che aveva stanza in quell’isola. Ed il grande Gregorio non

ebbe rossore di introdurre nei suoi dialoghi il racconto di quest’atto

di giustizia infernale[312].

Oggidì ancora si conserva in parecchie città ricordanza del Re goto,

dello straniero magnanimo che un dì tenne in sua signoria Roma e

Italia. In Ravenna si mira tuttora la sua tomba di figura rotonda e

dalla cupola formata di una sola pietra di smisurata grandezza: in

Pavia ed in Verona i Lombardi mostrano ancora le merlate mura delle

castella di Teodorico; nella meridionale Terracina le ruine di una

borgata recano il nome di lui, ed un’antica iscrizione che ivi si legge

ricorda ch’egli abbia restituita in buono stato la Via Appia e ch’egli

abbia asciugate le paludi Pontine. E per fermo un Principe goto nei

tempi del decadimento seppe acquistarsi una gloria che Cesare, impedito

da morte, non ebbe potenza di ottenere[313]. Soltanto in Roma, dove gli

erano state erette parecchie statue, non rimase alcun monumento che ci

parli di lui, non musaico, non statua, non parola; ma la ricordanza sua

è congiunta indissolubilmente alla storia della Città. E quei Romani

che dimenticano gl’insulti dei quali i loro antenati nella ferrea età

delle guerre civili del medio evo si resero rei contro i monumenti di

Roma, ben devono ricordare al nome dei Goti, che a colui il quale per

lo spazio di trentasette anni fu benefattore d’Italia li lega debito

di gratitudine per le cure ch’egli prestò ai monumenti di Roma, che

mercè di lui ebbero lunga vita. Il Tedesco ha argomento di orgoglio e

di gioia allorchè volga il suo pensiero ad uno degli eroi più illustri

della sua schiatta (imperocchè i Goti abbiano formato il midollo della

nazione germanica ed abbiano posto il germe della lingua), allorchè

pensi ad uno degli episodî più belli della sua storia patria svoltosi

in quella Città che destino volle avvinta per molti secoli a Germania.

E gli Storici italiani lasciarono agio ai Tedeschi di aggiungere ancora

qualche lode alle virtù del grande Goto[314].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 22 / 38 题