§ 1.
Regno di Odoacre. — Simplicio papa (468-483). — Costruzione di novelle
chiese in Roma. — San Stefano Rotondo sul monte Celio, santa Bibiana.
— Felice III è eletto papa per violenza di Odoacre. — Teodorico scende
cogli Ostrogoti in Italia. — Caduta del regno di Odoacre. — Teodorico
diventa re d’Italia nell’anno 493.
Italia era dominata da Odoacre. Non di animo rozzo alla foggia dei
Barbari, ma capace di accogliere le costumanze romane, il novello
Re scelse a sua sede non Roma ma Ravenna. Sotto il suo energico
reggimento rimasero immutate le forme politiche. La Città, governata
da un prefetto come nei tempi anteriori, non s’avvide della caduta
dello Impero, perocchè sussistessero gli antichi suoi ordinamenti.
Odoacre, a cominciare dall’anno 480, elesse i consoli d’Occidente,
che, seguendo l’uso tradizionale, rinnovellavansi ad ogni anno, e
che entrando nel loro officio continuavano a spargere allegrezza tra
la plebaglia, scemata di numero, con distribuzioni di denaro e con
giuochi nel circo[211]. La Curia dei Senatori, che vi erano chiamati
per eredità, era tenuta ancor sempre nell’alta onoranza che le
procacciava la tradizione di venerazione antica: in quel Consiglio di
Stato che rappresentava Roma, raccoglievansi i discendenti di famiglie
antichissime, e tra quelli hanno rinomanza i nomi di un Basilio, di un
Simmaco, di un Boezio, di un Fausto, di un Venanzio, di un Severino,
di un Probino e di altri uomini consolari. Non ci fu conservata però
alcuna notizia nè sul numero, nè sulla costituzione di quel corpo a
questi tempi.
Duranti i tredici anni della benefica dominazione di Odoacre ammutisce
la storia interna della Città. Anche nel Libro Pontificale non
isplendono più, come nei tempi antichi, nomi di Vescovi di Roma
illustri per donativi magnifici largiti alle chiese. Tuttavolta
Simplicio di Tivoli, sotto il cui pontificato che si estese dall’anno
468 al 483 si estinse l’Impero occidentale, eresse parecchie novelle
basiliche. Ci è lecito però di dubitare di un tal fatto, allorchè
consideriamo che la costruzione di chiese novelle sarebbe avvenuta nel
tempo in cui Roma decadeva in condizioni tristissime e in cui diminuiva
il numero dei suoi abitatori. Ma occorre d’altronde por mente che i
Pontefici non volevano partire della scena del mondo senza lasciare
a loro ricordanza qualche chiesa da essi eretta, tanto più che ogni
novella basilica che in Roma sorgesse era quasi un novello propugnacolo
della Chiesa apostolica e nuova radice di sua autorità. Il regno
dei Santi si ampliava sempre più, e lo stuolo degli Apostoli e dei
Martiri esigeva dai fedeli culto ognor più esteso. La spenta Religione
mitologica dei Pagani otteneva vendetta del Cristianesimo mediante un
novello politeismo, il quale trovava suo fondamento nelle idee che
avevano posto radici profonde nelle menti degli uomini. Nè i popoli
ond’era composto l’Impero romano avevano potuto cancellarle del tutto.
Discesa da quei Pagani che erano avvezzi a sacrificare in mille templi
ai loro mille Numi, la novella generazione che in nome del Cristo aveva
ricevuto il battesimo, chiedeva che in luogo dei delubri e degli Dei
antichi, mille chiese s’ergessero ove mille Santi avessero altari;
ed in tal modo la Religione purissima, spirituale, nemica di ogni
forma materiale, era tramutata nuovamente nel culto di alcuni patroni
nazionali, speciali ad ogni provincia, ad ogni città, e nel quale il
nome inconcepito di un Dio sommo ed uno, appena otteneva menzione.
Simplicio dedicò al protomartire Stefano, ch’era il Santo a cui in
quell’epoca tributavasi venerazione massima, una basilica edificata
sul monte Celio, che è la odierna chiesa di santo Stefano Rotondo, e
che gli Archeologi reputarono essere stato un tempio che l’antichità
aveva sacrato al dio Fauno oppure al deificato imperatore Claudio. Se
ciò sia, questa chiesa illustre ed antica sarebbe la prima di Roma
che di tempio pagano fosse stata tramutata in tempio cristiano. Ad
accogliere quest’opinione induce la bella forma rotonda che il santo
Stefano ha comune con poche altre chiese di Roma di origine pagana.
Ed infatti erano rarissime le chiese di forma circolare in quel tempo
in cui il gusto dell’architettura preferiva di erigere templi dalle
lunghe navate. Tuttavia siccome nella muratura l’edificio è di lavoro
difettoso, questa basilica di belle proporzioni e di dimensioni
maestose, ben può essere stata opera di architetti e di muratori
cristiani, i quali però non riuscirono ad eguagliare nel lavoro tecnico
gli edificî della antichità ch’eglino avevano preso ad imitare nella
forma[212].
Un’altra chiesa consecrò Simplicio ad onoranza dello stesso
Protomartire in vicinanza della basilica di san Lorenzo fuor delle
porte; e ciò dimostra quanta venerazione tributasse Roma a quel Santo.
In vicinanza di santa Maria (Maggiore) egli edificò una basilica ad
onore dell’apostolo Andrea; e finalmente a santa Bibiana dedicò una
chiesa, innalzata presso al palazzo Liciniano. Il luogo, ossia il
_vicus_, ove fu eretta la piccola chiesa di questa Martire romana,
non molto lunge della porta di san Lorenzo sull’Esquilino, era detto
_Ursus pileatus_, probabilmente da qualche imagine rappresentante un
orso colla testa coperta di cappello; e il palazzo può essere stato
appellato dall’imperatore Licinio o da qualche altro Romano di quel
nome[213].
Moriva Simplicio addì 2 di Marzo del 483, e Odoacre, quale Re dei
Romani, moveva pretesa al diritto di confermare il novello Papa.
A tal fine egli spediva a Roma Basilio primo officiale del regno,
il quale con titolo di _Sublimis_ e di _Eminentissimus_ teneva la
carica di prefetto del pretorio e di patrizio, ed era ora deputato
a rappresentare in quel negozio Odoacre. Si convenne nell’elezione
di Felice III romano, dovendo il clero acconciarsi alla volontà
del Re ariano cui Roma obbediva, e il cui animo era mosso da sensi
di giustizia e di umanità verso gli Ariani similmente che verso i
Cattolici. Del resto, se o quali altre relazioni si stringessero
tra Odoacre e la città di Roma e gli abitatori di lei, non ci è dato
conoscere.
Ma la sorte non concedeva al valoroso Erulo di raffermare su valide
fondamenta il suo reame d’Italia e di tramandarlo ai suoi nepoti. A
tale opera erano trascelti un uomo di genio assai più elevato, ed un
popolo eroico, che venendo delle selvagge regioni dell’Emo, doveva
impadronirsi d’Italia, e che colla sua robustezza doveva per più
che mezzo secolo farsi sostegno all’edificio crollante della civiltà
romana. Teodorico, re degli Ostrogoti, console e patrizio dei Romani,
era alla testa d’un popolo di animo ardito e amante di libertà, il
quale aveva posto stanza nelle regioni cui nel suo corso inferiore
Danubio bagna. L’imperatore Zenone atterrito dagli assalimenti che
spesse fiate avevano mossi gli Ostrogoti contro le sue province di
Grecia, strinse con Teodorico un trattato di pace, istigandolo a
muovere col suo popolo irrequieto contro le regioni d’Occidente assai
più ricche delle orientali, ed a cacciare il _tiranno_ Odoacre dalla
terra d’Italia, del cui dominio egli tosto lo investirebbe a guiderdone
del suo servigio. Teodorico, nell’anno 488, guidava verso Italia tutta
la moltitudine del suo popolo; e traendo con cavalli, con carri e con
un numero infinito di pedoni, si apriva colla spada un varco attraverso
le orde selvagge dei Gepidi e dei Sarmati, e giungeva nei piani
d’Italia superiore.
Il grande e bello spettacolo di due eroi germani pugnanti per l’impero
d’Italia, non possiamo descrivere noi che trattiamo della storia della
Città. Battuto sulle rive dell’Isonzo, indi a poco presso a Ravenna,
nell’anno 489, Odoacre si gettò entro le mura di Ravenna: imperocchè
la narrazione di un solo Cronista, cui non sussidia alcun’altra
testimonianza, che dopo la perdita di Ravenna Odoacre corresse subito
a Roma per munirvisi, che ne trovasse chiuse le porte e che per trarre
vendetta dei Romani ponesse il guasto alla Campagna, riesca troppo
inverosimile perchè possiamo prestarvi fede: la condotta di lui sarebbe
stata infatti priva di ragionevole scopo di utilità[214]. Ma ella è
però cosa più che probabile, che il Senato romano, cui l’Imperatore
bisantino avrà spacciati secretamente messaggi, abbia stretto con
Teodorico accordi dapprima secreti, e che dipoi, allorquando la potenza
di Odoacre fu fiaccata e ristretta nell’angusta cerchia delle mura di
Ravenna, si sia dichiarato apertamente in favore di lui. Ed infatti
Teodorico nell’anno 490 inviò il patrizio Festo, presidente del Senato,
all’imperatore Zenone a chiedere il manto regale[215].
Odoacre, dopo di essersi difeso in Ravenna con eroica bravura per tre
lunghi anni, dovette finalmente cedere alla necessità stringente, e,
conchiuso un trattato, addì 5 di Marzo del 493, aprì a Teodorico le
porte della città, che questi non poteva vantarsi di aver conquistata
col valore del suo braccio. Ma, pochi giorni dopo, con doppiezza
appresa alla scuola dei Bisantini, il vincitore violò il trattato, e fè
trucidare il suo nobile competitore ed i soldati e i partigiani di lui.
Senza pretendere al titolo di Imperatore romano, egli assunse il nome
e le insegne di Re d’Italia, nè si curò di ottenerne conferma dallo
imperatore greco Anastasio, che, nell’anno 491, era succeduto a Zenone
sul trono di Bisanzio. Alcuni anni dopo però, a mezzo del senatore
Festo, egli ne ricevette il riconoscimento; e l’Imperatore anzi fè
rimettere al novello Re d’Italia tutti gli arredi preziosi del Palazzo
imperiale di Roma, che Odoacre, alla caduta dell’Impero occidentale,
aveva spedito a Costantinopoli[216]. La corte di Bisanzio che gli aveva
commesso di strappare alla dominazione di colui ch’essa appellava
_tiranno_, questa prefettura o provincia d’Italia, lo considerava
secondo sue idee suo patrizio o governatore: ma il felice conquistatore
poteva ben ridersi di ogni apparenza di dependenza or ch’egli s’ergeva
dominatore di tutta la contrada, del cui territorio aveva data una
terza parte in proprietà ai suoi terribili guerrieri. Egli pose, come
aveva fatto Odoacre, suo seggio in Ravenna: e nel suo animo deliberò di
reggere da Ravenna Roma e l’Italia colla possanza della sua signoria,
simile nella forza e nella pompa esterna a quella di un Imperatore
occidentale, col suo genio emulatore di quello dei grandi Romani.
§ 2.
Contese in Roma per le feste pagane dei Lupercali, e quel che ne sia
derivato. — Scisma sorto in occasione dell’elezione di Simmaco o di
Lorenzo. — Sinodo di Simmaco nell’anno 499.
Nel tempo stesso in cui nel settentrione d’Italia si decidevano le
sorti della penisola, nel tempo medesimo in cui Toscana, Emilia ed
altre province agitate dal flagello della guerra terribile rimanevano
quasi deserte d’abitatori[217], Roma quantunque fosse caduta nello
estremo della miseria, stremata dagli orrori della fame, della peste
e dell’inopia massima, era almeno illesa dagli orrori della guerra.
Inoperoso e incurante della grande pugna che si stava combattendo, il
popolo occupavasi di negozi teologici, di condanne di Manichei e di
altri eretici, attendeva alla celebrazione di sinodi, e si abituava
a trovare compenso dell’estinta vita politica nell’operosità delle
bisogne religiose. In questo tempo accadde che Roma fosse commossa
da una strana contesa eccitata dalle ultime reliquie delle costumanze
della Religione pagana che ancora fossero publicamente tollerate. E fu
la lotta che si agitò tra i Cristiani e papa Gelasio dall’un lato, ed
il senatore Andromaco dall’altro, a cagione delle feste lupercali.
Il Lupercale, ossia santuario di Pane vincitore del lupo, era una
oscura caverna situata appiedi del monte Palatino. Secondo la leggenda,
l’arcade Evandro la aveva consecrata al Nume delle campagne, e la
lupa del mito anticamente aveva colà prestato il nutrimento a Romolo
ed a Remo. I Romani, a magnificare la ricordanza dei fondatori della
Città, avevano eretto ivi un gruppo in bronzo che rappresentava la
lupa in atto di prestare le mamme ai due bambini, e che è forse lo
stesso capolavoro della antichità che oggidì si mira nel palazzo dei
Conservatori posto nel Campidoglio[218]. Delle antichissime feste
lupercali era centro tradizionale quel santuario: si celebravano ogni
anno nel giorno 15 di Febbraio, e vi seguiva nel giorno 18 di quel
mese la _Februatio_, ossia la ceremonia con cui si purificava la
Città dai mali influssi dei rei demonî. In quel giorno i sacerdoti
ed i più nobili giovani di Roma, senza che rossore li rattenesse,
si spogliavano, dinanzi gli occhi del popolo, di loro vestimenta, e
coperti soltanto di perizonî di pelli tolte agli animali offerti in
sacrificio, partivano dal Lupercale, e nudi correvano lungo le vie
della Città, agitando in mano coregge di cuojo colle quali percotevano
lievemente sulla destra mano le donne che incontravano, affine di
prodigare loro la benedizione della fecondità. Il celebre Marco
Antonio stesso era stato veduto anticamente a prender parte fra gli
attori della festa. Tutte le festività antiche (molte erano la cosa
più scipita che dar si potesse) avevano soggiaciuto all’influenza del
Cristianesimo: le feste lupercali invece avevano durato in vigore, e
già abbiamo osservato che si celebravano ancora dopo l’avvenimento
di Antemio al trono; chè era sì grande la venerazione che i Romani
tributavano a questa antichissima costumanza nazionale, che, quantunque
convertiti al Cristianesimo, non aveano voluto smetterne l’osservanza.
Ed ogni anno commuovevano il Vescovo ad orrore del loro contegno con
quelle feste: ed ora che il mutato costume e il sentimento dell’onestà
impediva ai cittadini ragguardevoli di prendervi parte, quella
festività scipita e simile ad un bagordo carnascialesco, era celebrata
da schiavi e dalla plebaglia vile.
Ed ai Vescovi, che avevano fatto prova di sopprimere quell’avanzo
del culto antico, rispondevano questi Cristiani, che la peste e la
sterilità gli avevano colpiti coi loro flagelli, che Roma era stata
devastata dai Barbari e che l’Impero romano era caduto, perchè al
dio Februo non s’era più reso onore di sacrificî. E poichè le loro
opinioni trovavano appoggio fra i Senatori, davano motivo a papa
Gelasio di scrivere un Trattato formale contro le festività lupercali.
Questo scritto, che non può non eccitare grave meraviglia, e che il
Baronio diede alla luce traendolo da un codice che si conserva nella
Biblioteca Vaticana, fu dal Pontefice indiritto ad Andromaco, il quale
era probabilmente presidente del Senato e sarà stato apologista della
festa pagana: e forse al Senato principalmente appartenevano ancor
sempre, alla fine del secolo quinto, aderenti secreti del Paganesimo.
Imperocchè l’aristocrazia di Roma fosse ancora attaccata con tanta
caparbietà alle tradizioni dell’antichità, che si rimproverasse ai
Consoli, in quel tempo ancora, di nutrire polli sacri a fantastica
ricordanza dei tempi scorsi, ed oltre agli auspicî, di osservare altre
costumanze che la Religione pagana aveva anticamente congiunte al loro
officio[219]. Nel suo Trattato papa Gelasio diceva ai Romani con ira,
che non si può nel tempo stesso assidersi al banchetto del Signore e
mangiare alla mensa dei demonî; nè bere all’istessa volta nel calice
di Dio e nella coppa del diavolo: non già l’inosservanza delle feste
lupercali, sclamava, fu causa che Roma nell’estremo cadesse, sibbene
ne furono cagione i vizî, lo spergiuro, la superbia, la crapula e il
culto di magici riti. Ed egli ritorceva contro Andromaco l’accusa,
affermando, che alla durata delle costumanze del Paganesimo era da
imputare la colpa che l’Impero romano fosse caduto, e che il nome
romano si fosse quasi estinto. E a quest’idea il cardinal Baronio con
fervore s’associa[220], e narra che al Pontefice riuscisse d’indurre
il Senato all’abolizione dei Lupercali. Quantunque nessuna notizia
di Storici antichi confermi questo fatto, tuttavia lo accogliamo,
osservando sovra ogni cosa che l’influenza del Senato sulla vita
publica di Roma era ancora ben grande, quantunque anche il Pontefice
attendesse alla censura del costume. Nei tempi posteriori a papa
Gelasio la Chiesa, acconciandosi con prudente accorgimento alle
tradizioni ostinate del Paganesimo, trasformava l’antica festa di
purificazione dei Lupercali nella festività ecclesiastica della
Purificazione della Vergine, nella quale la processione che si fa con
torce accese (_Candelora_) trae alla ricordanza dell’antica costumanza
pagana. E la festa celebravasi nel dì 2 di Febbraio, come celebrasi
anche al dì d’oggi pochi giorni prima che incominci il carnevale[221].
Del resto egli è facile, da quanto narrammo fin qui, dedurre quale
forma vestisse in Roma il Cristianesimo in sulla fine del secolo
quinto.
Pochi anni dipoi, una lotta ben più violenta e pericolosa agitava
la Città. Morto papa Anastasio, succeditore di Gelasio, la maggior
parte del clero romano conveniva nel giorno 22 Novembre del 498
nell’elezione di Simmaco, sardo di nascita. Ma il senatore Festo che
in quello ritornava da Costantinopoli, ove s’era recato ambasciadore
in occasione dell’Enotico (ch’era un Editto dell’anno 482) promulgato
dall’imperatore Zenone, potè subornare a forza di denaro alcuni
chierici ed indurli ad eleggere il romano Lorenzo, il quale, in
gratitudine della sua erezione al soglio pontificale, prometteva
di accettare ciò che l’Editto imponeva. Imperocchè Zenone avesse
dato quell’Editto nella speranza di acchetare le dispute acerrime
agitantisi intorno l’incarnazione e la natura di Cristo: e la credenza
ch’era diffusa in Oriente i Vescovi ortodossi di Roma avevano sempre
riprovata. Simmaco fu consecrato da un partito numeroso in san Pietro
nel giorno stesso in cui l’altro partito meno numeroso ordinava Lorenzo
nella basilica di santa Maria. Così il clero, il popolo, il Senato,
come già ai tempi di Bonifacio, era diviso in due fazioni nemiche. Il
partito di Lorenzo guidato da Festo e da Probino, uomini consolari e
capi del Senato, destreggiava manifestamente per ripristinare in Roma
l’influenza degl’Imperatori greci, laddove il partito men forte dei
Senatori guidato da Fausto, uomo consolare, cercava sostegno nella
dominazione dei Goti.
Affine di porre un termine al dissidio, Teodorico, come anticamente
aveva operato Onorio in un caso simile, citò dinanzi a sè a Ravenna
i capi delle due fazioni. Il Re ariano nella pienezza del suo potere
sentenziò, che colui il quale era stato eletto il primo con maggior
numero di voti dovesse essere riverito quale legittimo Pontefice.
Simmaco salì alla cattedra di san Pietro, e tosto che fu ristabilita
in Roma la quiete, egli celebrò nel san Pietro il primo sinodo romano
addì 1 di Marzo dell’anno 499. Quel Concilio attese principalmente a
dare ordinamenti intorno al modo di elezione del Pontefice: ma esso ha
speciale importanza per la storia ecclesiastica della città di Roma,
perocchè dalle sottoscrizioni dei cherici, preposti ai presbiteri
romani, che leggonsi negli atti del Sinodo, si ricavi notizia delle
basiliche titolari che allora esistevano in Roma[222].
§ 3.
Basiliche titolari della città di Roma, intorno all’anno 499.
Erano le seguenti chiese:
1. TITULUS PRAXIDAE. — Basilica d’origine antica, edificata sul _Clivus
Suburanus_ nelle Esquilie, e dedicata alla sorella di santa Pudenziana.
2. TITULUS VESTINAE. — Questa chiesa oggidì ha nome di san Vitale.
Innalzata nella vallata del Quirinale, per incarico che la pia Vestina
ne aveva lasciato nel suo testamento, Innocenzo I la ebbe dedicata, fra
l’anno 401 ed il 417, a san Vitale ed a Gervasio e a Protasio figli del
Santo.
3. TITULUS SANCTAE CAECILIAE. — Questa bella chiesa situata nel
Transtevere sarebbe stata eretta, secondo la leggenda, nel terzo secolo
dal vescovo Urbano là dove sorgeva la casa della Santa. Nel secolo nono
fu riedificata da papa Pasquale.
4. TITULUS PAMMACHII. — È una basilica dei santi Giovanni e Paolo
situata nel _Clivus Scauri_ sul monte Celio, dietro al Colosseo,
edificata sopra un antico _Vivarium_. Essa compare nel Concilio di
Simmaco per la prima volta appellata dal nome di Pammachio che la
costruiva e che era probabilmente Senatore romano, marito a quella
Paolina che fu sorella di Eustochia, ed al quale Gerolamo scriveva
un’epistola a consolarlo della morte della moglie[223]. Egli diede
sue ricchezze ai poverelli, e, fattosi monaco, fondò questa chiesa,
la quale, ai tempi di Gregorio Magno, ebbe appellazione dai santi
Giovanni e Paolo che furono due fratelli romani e dei quali narra la
leggenda che trovassero morte fra i martori cui condannavali l’apostata
Giuliano.
5. TITULUS SANCTI CLEMENTIS. — È la chiesa d’origine antica che si alza
tra il Colosseo ed il Laterano e che già conosciamo.
6. TITULUS JULII. — È la chiesa odierna di santa Maria in Transtevere
che portava anche il titolo di san Calisto.
7. TITULUS CHRYSOGONI. — Anche questa basilica si alza nel Transtevere
fra le chiese di santa Maria e di santa Cecilia, ed è dedicata ad un
Martire romano del tempo di Diocleziano. Chi la edificasse ignoriamo,
perocchè se ne faccia cenno per la prima volta nel Concilio di Simmaco.
8. TITULUS PUDENTIS. — Era la basilica di santa Pudenziana eretta sul
monte Esquilino, di cui abbiamo già parlato. Fu l’antichissima delle
basiliche titolari di Roma, e fu anche appellata di santo Pastore.
9. TITULUS SANCTAE SABINAE. — Le belle ed ampie dimensioni fanno sì che
questa sia la maggiore delle chiese erette sul monte Aventino. Eretta
nella prima metà del secolo quinto, fu dedicata a Sabina santa romana
che fu martoriata ai tempi di Adriano imperatore. Non sappiamo se fosse
consecrata da Celestino I oppure da Sisto III. La edificò il prete
Pietro d’Illiria, come narra la iscrizione che leggesi nel musaico che
sta sopra la porta maggiore[224].
10. TITULUS EQUITII. — È la chiesa mirabile detta _sancti Martini in
Montibus_ che sorge sulle antiche Carine in vicinanza delle terme di
Trajano. Fu edificata da papa Silvestro sopra un terreno posseduto
da un prete Equizio, e fu detto perciò dapprima _Titulus Silvestri_
coll’addiettivo _ad Orphea_, probabilmente a cagione di qualche
monumento antico onde avrà avuto nome quel luogo. Narra il Libro
Pontificale che fosse riedificata da papa Simmaco nell’anno 500 e
che fosse dedicata a san Silvestro ed a san Martino vescovo di Tours,
ond’è che nel Concilio dell’anno 499 apparisce ancora sotto titolo di
Equizio. Anche oggidì vedonsi alcuni ruderi della chiesa antica là dove
sorge la novella[225].
11. TITULUS DAMASI. — Questa basilica dedicata a san Lorenzo ed
edificata presso il teatro di Pompeo ci è già nota.
12. TITULUS MATTHAEI. — Era una chiesa situata tra santa Maria Maggiore
ed il Laterano, ed aveva nome da un palazzo detto Merulana. Oggidì non
esiste più[226].
13. TITULUS AEMILIANAE oppure SANCTAE AEMILIANAE, come è appellata
questa chiesa nella biografia di papa Leone III. — Non abbiamo
argomento che valga a determinare ove fosse situata.
14. TITULUS EUSEBII. — La piccola chiesa di santo Eusebio s’innalza
in prossimità dei così detti Trofei di Mario sul monte Esquilino. Fu
dedicata ad onore di un prete romano, il quale, al tempo di Costanzio
figlio di Costantino, sofferse il martirio per confessare il simbolo di
fede di Atanasio. S’ignora il nome di chi la edificasse.
15. TITULUS TIGRIDAE o TIGRIDIS. — È la chiesa di santo Sisto situata
in via Appia nello interno della Città, là dove si crede che fosse
l’antica _Piscina publica_. Non si possiede alcun argomento che valga a
determinare il tempo in cui fosse edificata, e l’avvenimento che desse
origine a quel Titolo. Fu dedicata ad onoranza del vescovo Sisto II, il
quale, sotto Decio o sotto Valeriano, fu decollato nella via Appia: suo
arcidiacono fu l’illustre san Lorenzo[227].
16. TITULUS CRESCENTIANAE. — Questa basilica dedicata ad una Santa
ignota, non esiste più. Il Libro Pontificale, alla biografia di
Anastasio I (396-401), parla di una basilica Crescenziana che sorgeva
nella seconda Regione, in via Mamertina situata ov’è la odierna Salita
di Marforio[228].
17. TITULUS NICOMEDIS. — È conservata ricordanza di una chiesa dedicata
a santo Nicomede che esisteva in via Nomentana: ma siccome fra le
basiliche che ora descriviamo non havvene alcuna situata fuor delle
mura di Roma, questo Titolo deve avere appartenuto ad una chiesa
situata in qualche altra parte della Città. Estintosi ben presto,
fu da Gregorio Magno attribuito alla chiesa _sanctae Crucis in
Hierusalem_[229].
18. TITULUS CYRIACI. — Era la chiesa _sancti Cyriaci in Thermis
Diocletiani_, il cui Titolo, quando cadde distrutta, fu da Sisto IV
attribuito alla chiesa dei santi Quirico e Giulitta situata presso
l’odierno Arco dei Pantani. Dalla dizione aggiunta, _in Thermis_, si
pare che l’antica chiesa, la quale era dedicata a san Ciriaco che fu
un Romano morto tra i martori al tempo dell’imperatore Diocleziano,
fosse costruita presso gli edificî che quell’Imperatore aveva eretti
ad uso di bagno. Siccome però nell’anno 466, ai tempi di Sidonio
Apollinare, queste terme erano ancora adoperate quali bagni publici,
così ci è duopo ammettere che quella chiesa fosse stata costruita sopra
una ristretta superficie di terreno tolta alle terme, oppure che fosse
edificata in vicinanza di quelle[230]. E poco lontano era un convento
di monache[231].
19. TITULUS SANCTAE SUSANNAE. — La chiesa di santa Susanna denotavasi
col nome addiettivo _ad duas domos_, ch’erano le case di Gabino
padre della Santa e del vescovo Caio zio di lei. La chiesa era stata
edificata sul monte Quirinale tra le terme di Diocleziano ed i giardini
di Sallustio; ed in quel luogo essa s’erge oggidì ancora, quantunque
mutata nella sua forma: ne faceva già menzione santo Ambrogio nell’anno
370. A santa Susanna i Romani tributavano onoranza come ad illustre
Martire di loro nazione. Narra la leggenda, ch’ella scendesse della
stirpe di Diocleziano: la beltà, la giovinezza, la squisita cultura di
lei avevano acceso d’amore il brutale animo di Massimiano. Ma tutti
quelli che costui aveva spedito a chiedere la mano di lei, erano
stati commossi all’incanto della sua voce, che gli aveva conversi al
Cristianesimo. Un angelo del cielo la aveva difesa da tutte le insidie
che l’Imperatore aveva teso alla sua onestà; e la statua d’oro del
Giove, dinanzi a cui voleva costringerla a sacrificare, fu atterrata
al lieve fiato della bocca della bella Susanna. Diocleziano finalmente
facevala decapitare, e Serena, moglie di lui, la quale secretamente era
adoratrice di Cristo, ne compose la salma in un sarcofago d’argento che
fu deposto nelle catacombe di san Calisto.
In vicinanza della santa Susanna era il _Titulus Gaii_ o _Caii_, che
sorgeva nelle case del vescovo Cajo: egli sembra però che i due Titoli
fossero insieme congiunti[232].
20. TITULUS ROMANI. — Non è facile cosa determinare ove sorgesse questa
chiesa ch’era dedicata ad un Martire romano, e che, a cagione anche del
nome di lui, essere doveva illustre. Credesi che una basilica dedicata
a questo Santo sorgesse fuor di porta Salara, nell’agro Verano, nelle
vicinanze di san Lorenzo[233].
21. TITULUS VIZANTII O BYZANTIS. — Siamo nella stessa ignoranza anche
circa questo Titolo[234].
22. TITULUS ANASTASIAE. — Alla basilica antica ed illustre di santa
Anastasia era aggiunta la dizione _sub Palatio_, perocchè essa fosse
edificata sotto il monte Palatino in direzione del Circo massimo.
Ignoriamo il nome di chi la erigesse. Anche Anastasia è Santa nazionale
dei Romani che aveva grande venerazione nella Città. La leggenda narra
ch’ella fosse figlia di santo Crisogono. Ella seguiva il padre ad
Aquileia; e, dopo ch’egli fu, ai tempi di Diocleziano, decollato, era
cacciata in esilio nell’isola Palmaria, e finalmente moriva in Roma sul
rogo[235].
23. TITULUS SANCTORUM APOSTOLORUM. — Siccome la chiesa odierna dedicata
agli Apostoli fu edificata nelle terme di Costantino, nell’antica
Regione _Via Lata_, soltanto da papa Pelagio I verso l’anno 560, così
egli è dubbio se il Titolo di cui è fatto cenno nel Concilio di Simmaco
sia da cercarsi là dove esiste oggidì la chiesa degli Apostoli oppure
in qualche altro luogo. La narrazione che Costantino edificasse in Roma
una chiesa ad onoranza degli Apostoli, è una fola[236].
24. TITULUS FASCIOLAE. — È una chiesa d’origine antica, situata nella
via Appia presso il santo Sisto. Dedicata oggidì a due santi eunuchi, a
Nereo e ad Achilleo, i quali furono, credesi, discepoli di san Pietro,
richiama col suo nome la ricordanza dell’estinta mitologia antica. Non
ci è dato di conoscere quale sia il significato del nome _Fasciola_ che
era imposto a questo Titolo[237].
25. TITULUS SANCTAE PRISCAE. — Questa chiesa esiste, mutata nella forma
dall’antica, sul monte Aventino. Essa era dedicata a santa Priscilla
ed a santo Aquila sposo di lei. Se si stia alla leggenda, sarebbe
stata edificata nel luogo ove aveva posto stanza san Pietro, e dove
l’Apostolo amministrava il battesimo nella fonte del Fauno. Ignoriamo
in qual tempo sia stata eretta. I due Santi erano israeliti conversi
al Cristianesimo, e, se si stia alla narrazione della leggenda, amici
del Principe degli Apostoli il quale gli aveva accolti nella sua casa
che fu poi tramutata in chiesa. Eglino apparterrebbero perciò alla
schiera dei Santi antichissimi di Roma; nè sarebbero stati martoriati.
Posteriormente, l’antico Titolo di santo Aquila e di santa Priscilla
fu trasformato in quello di santa Prisca, vergine romana che morì fra i
tormenti al tempo di Claudio imperatore.
26. TITULUS SANCTI MARCELLI. — Vuole tradizione che il vescovo Marcello
consecrasse questa chiesa situata in via Lata nelle case di una pia
donna romana di nome Lucina ai tempi di Massenzio, sotto il quale
Imperatore egli stesso morì sotto gli artigli degli animali feroci.
Egli è quello stesso Vescovo, a cui è attribuita la erezione di
venticinque Titoli in Roma.
27. TITULUS LUCINAE. — La chiesa illustre di santo Lorenzo in Lucina
edificata presso l’orologio solare di Augusto ci è già nota. Oltre
di lei troviamo nel Concilio di Simmaco ricordanza del Titolo di
san Lorenzo in Damaso. Una terza chiesa dedicata a santo Lorenzo era
appellata _in Panisperna_ ed anche _ad Formosam_ o _in Formoso_. Oggidì
ancora essa s’alza sul monte Viminale. Sembra che questa chiesa sia
stata edificata nelle terme di Olimpia, ma s’ignora in qual tempo.
Leone X pel primo la eresse a Titolo cardinalizio[238].
28. TITULUS MARCI. — La chiesa dedicata all’evangelista san Marco,
situata in via Lata, al di sotto del Campidoglio e in prossimità del
circo Flaminio, dev’essere stata edificata dal pontefice Marco intorno
l’anno 366. Ne abbiamo già fatto menzione più sopra.
§ 4.
Origine nazionale dei Santi ai quali erano dedicate le chiese titolari.
— Ripartizione territoriale di queste chiese. — Titoli esistenti al
tempo di Gregorio Magno verso l’anno 594. — Che cosa fossero i Titoli.
— I Cardinali. — Le _sette chiese_ di Roma.
Queste erano dunque le ventotto chiese parrocchiali antiche di Roma,
verso la fine del secolo quinto. Egli è prezzo dell’opera, affine
di formarsi un’idea giusta della estensione del culto religioso di
Roma in quel tempo, indugiare alquanto a considerare quali Santi in
quelle chiese ricevessero onoranza. E troviamo che dominava l’amore
di nazione, imperocchè, se si tolgano alcuni Apostoli, tutti quei
Santi fossero uomini e donne nati in Roma, oppure, in alcuni casi,
membri della Chiesa romana che di lei bene avevano meritato morendo
in Roma della morte dei Martiri. Nè un solo Santo greco in Roma aveva
altari. A ciascun Apostolo era dedicata una chiesa parrocchiale: degli
Evangelisti i soli Matteo e Marco avevano avuto l’onore di un tempio.
Dei Pontefici, il primo cui fosse eretta una chiesa fu Clemente, ed
accanto a lui probabilmente ne saranno state erette anche a omaggio
di Silvestro e di Marcello: laddove invece le basiliche di Giulio,
di Calisto e di Cajo ne portavano i Titoli unicamente perchè da loro
erano state edificate. Fra i Preti e i Diaconi, alcuni avevano onoranza
speciale, e sopra tutti Lorenzo, Crisogono, Eusebio, Nicomede. Riguardo
ai Senatori antichi, primeggia il Titolo di Pudente e di quel Pammachio
che fu il primo monaco romano di illustre progenie. Più numerosa era la
schiera dei Martiri dei quali più sopra abbiamo conosciuto i nomi ed ai
quali, senza che appartenessero ad ordine sacerdotale, erano dedicati
Titoli. E grande era il numero delle sante donne di Roma, fra le quali
vanno illustri Agnese, Prassede, Sabina, Cecilia, Susanna, Anastasia,
Prisca: e dai nomi delle pie matrone Lucina e Vestina s’intitolavano
due chiese, quantunque elleno non avessero onore d’altari. Il grande
numero di queste sante femmine ci fa accorti dell’amore che le donne di
Roma nutrivano all’esaltazione della Chiesa: ed erano esse infatti che,
come si ricava da una fugace osservazione di Ammiano, porgevano alle
chiese la maggior copia dei donativi.
Quanto poi alla ripartizione territoriale delle chiese, troviamo
che il maggior numero di parrocchie, cioè quattro, comprendevansi
nel territorio Esquilino ch’era assai esteso e dove aveva stanza
il popolo minuto. Ed erano: santa Prassede, santa Pudenziana, san
Matteo e sant’Eusebio. Sul monte Viminale, là dove esso si congiunge
al Quirinale, erano tre parrocchie: san Ciriaco, santa Susanna e san
Vitale. Sulle Carine era il Titolo di sant’Equizio (e già sappiamo che
ivi esisteva anche il san Pietro in Vincoli). Sul monte Celio erano san
Clemente e san Pammachio. In via Lata: san Marcello e san Marco; al di
sotto del Palatino: santa Anastasia; nel campo di Marte: le due chiese
di san Lorenzo; in via Appia: il _Titulus Tigridae_ ed il _Titulus
Fasciolae_; sul monte Aventino: le due chiese parrocchiali di san
Sabino e di santa Prisca; e finalmente nella Regione del Transtevere
erano le tre chiese parrocchiali di santa Maria conosciuta ancora quale
_Titulus Julii_, di san Crisogono e di santa Cecilia.
Uno Scrittore ecclesiastico dei tempi posteriori volle, come dice egli
stesso, restituire quei ventotto Titoli nell’ordine seguito nella serie
del Sinodo di Simmaco e nel Libro Pontificale[239]. Ma egli ommise di
citare il _Titulus sancti Romani_ ed il _Titulus Byzantis_, ed accolse,
a vece di quelli, il Titolo di Cajo e quello di Eudossia Augusta, ossia
di san Pietro in Vincoli, quantunque di queste chiese, quali Titoli,
non sia fatta menzione nè tra gli Atti del Concilio di Simmaco, nè in
quelli di Gregorio Magno[240]. Nel Sinodo romano, che fu celebrato da
Gregorio nell’anno 594, decimoterzo di regno dell’imperatore Maurizio,
sono sottoscritti i parrochi delle chiese titolari che seguono:
1. San Silvestro, 2. san Vitale, 3. santi Giovanni e Paolo, 4. san
Lorenzo, 5. santa Susanna, 6. san Marcello, 7. santi Giulio e Callisto,
8. san Marco, 9. santo Sisto, 10. santa Balbina, 11. santi Nereo ed
Achilleo, 12. san Damaso, 13. santa Prisca, 14. santa Cecilia, 15. san
Crisogono, 16. santa Prassede, 17. santi Apostoli, 18. santa Sabina,
19. sant’Eusebio, 20. san Pudente, 21. santi Marcellino e Pietro, 22.
san Quiriaco, 23. santi quattro Coronati[241].
Agli Atti del terzo Concilio romano celebrato dallo stesso Pontefice
apposero la loro sottoscrizione soltanto i Parrochi di san Silvestro,
di san Vitale, di san Clemente, di santa Prassede, dei santi Apostoli,
di san Lorenzo, dei santi Giovanni e Paolo, di santa Susanna, di santo
Marcello, dei santi Giulio e Calisto, di san Marco, di santo Sisto, di
santa Balbina, dei santi Nereo ed Achilleo e di san Damaso.
E da questa serie di chiese si pare che ai tempi di Gregorio Magno
non è fatta menzione di cinque delle chiese titolari che ai tempi
di Simmaco pure esistevano, e sono: la basilica _Aemiliana_, la
_Crescentiana_, le chiese di san Nicomede, di san Matteo e di santo
Caio[242]. All’invece troviamo che ai tempi di Gregorio erano stati
eretti i seguenti Titoli novelli: la chiesa di santa Balbina sul
monte Aventino, la chiesa dei santi Marcellino e Pietro, e il _Titulus
sanctorum Quatuor Coronatorum_ sul monte Celio[243].
I Titoli erano chiese privilegiate, edificate ad onoranza di Santi o
di Martiri, che traevano loro nome da coloro ai quali erano dedicate
oppure dai loro fondatori. Sembra che, primo, il vescovo Marcello,
nell’anno 304, ne costituisse venticinque, allo scopo che in esse
trovassero battesimo e asilo di penitenza i novelli convertiti al
Cristianesimo ed affinchè in esse si tributasse culto e venerazione
ai Martiri[244]. Esse corrispondevano alle Diocesi ossia alle
Parrocchie, ed erano veramente chiese parrocchiali di Roma, quantunque
i Cardinali stessi che vi avevano giurisdizione spirituale non possano
considerarsi quali loro parrochi. Differenti dalle dieciotto Diaconie
sorte più tardi, le quali provvedevano al sostentamento delle vedove,
degli orfani e dei poverelli, e distinte dalle molte chiese minori
(_Oratoria, oracula_), le chiese titolari soltanto avevano il diritto
di amministrare i Sacramenti. Ristretto dapprima ad un solo prete, il
numero dei presbiteri o parrochi andò successivamente aumentando, a
due, a tre, a parecchi, senza contare il clero di grado inferiore; ma
il primo prete e tra tutti ragguardevole, era designato col Titolo di
_Cardinalis_ ossia di Prete-cardinale[245].
Secondo l’opinione degli scrittori ecclesiastici, il numero dei
Cardinali preti della Chiesa romana, dopo di Giulio I, nell’anno
336, venne determinato a ventotto, nè per lungo ordine d’anni si
oltrepassò[246]; ma i loro Titoli subirono parecchie trasformazioni.
Il numero di essi, così almeno si dice, doveva essere ripartito
esattamente tra le quattro chiese patriarcali di san Pietro, di san
Paolo, di san Lorenzo fuor delle mura e di santa Maria (Maggiore); ed
in ognuna di queste chiese principali sette Cardinali preti dovevano
celebrare la messa un giorno almeno d’ogni settimana; laddove alla
chiesa madre della Cristianità, al san Giovanni in Laterano venivano
in tempi posteriori aggregati sette Vescovi delle vicinanze di Roma
(_suburbicarii_) quali Cardinali vescovi, ed erano i Vescovi di Ostia,
di Porto, di Silva Candida o di santa Rufina, di Sabina, di Preneste,
di Tusculo (Frascati) e di Albano[247]. Ma dopo il tempo di Onorio II,
dopo l’anno 1125, quegli antichi Titoli decaddero, e si eressero altre
chiese a Titoli novelli in numero di ventuno. Egli sembra tuttavia
che non devasi rigettare l’opinione di coloro che affermano, che fino
dall’antichità, oltre ai Titoli maggiori, alcuni minori alle tombe
dei Martiri si ergessero; e questo fatto può spiegare qual sia la
causa della confusione che domina nella storia degli antichi Titoli
cardinalizî[248].
Distinte da queste chiese parrocchiali, cinque basiliche, ch’erano
entro e fuori della Città, godevano già fin da quel tempo dei primi
onori quali chiese patriarcali; ed erano il san Giovanni in Laterano,
il san Pietro, il san Paolo, il san Lorenzo fuor delle mura e la santa
Maria (Maggiore). Esse non erano costituite a Titolo ossia non avevano
un Cardinale a preposto; ma, senza avere una delimitazione particolare
di diocesi, avevano a primicerio il Pontefice, ed a popolo soggetto la
comunanza di tutti i fedeli. Ad esse nel secolo quarto s’aggiungeva la
basilica di san Sebastiano, la quale, elevandosi in via Appia sopra le
più illustri catacombe di Roma, ne godeva massima venerazione, e più
tardi s’aggiungeva l’altra basilica di santa Croce in Gerusalemme. Sono
queste le così dette «sette chiese di Roma», che durante tutto il medio
evo ebbero venerazione dai pellegrini di tutto Occidente che vi si
recavano a sciogliere loro voti[249].