§ 1.
Ezio cade in disgrazia e muore in Roma. — Episodî da romanzo. —
Valentiniano III cade assassinato nell’anno 455. — Massimo è eletto
imperatore. — Eudossia chiama Genserico re dei Vandali.
Gli avvenimenti che seguono a quelli che abbiamo narrato finora e che
or dobbiamo descrivere, ci mostrano l’Impero occidentale giunto a sua
ultima sera innanzi la fine estrema. Gravi avvenimenti la precedettero:
la disgrazia e l’uccisione di Ezio, la morte di due Imperatori, e
finalmente un nuovo e più terribile saccheggio della Città, il quale,
simile al saccheggio primo, per una strana accordanza di tragici
avvenimenti, seguir tosto doveva alla morte fatale di un eroe.
La caduta dell’illustre guerriero Ezio, come quella del suo
predecessore Stilicone, è a metà involta nella oscurità di intrighi
cortigianeschi; e, a produrre quella orrenda sciagura, si associa
novellamente l’azione di due belle e sventurate donne. Il vincitore
degli Unni, sotto la protezione della cui spada tremenda il popolo
acchetava a tranquillità l’animo pauroso, era temuto e odiato
dai cortigiani che la immensa ricchezza e l’alta potenza di lui
invidiavano. Ammaestrato all’esempio di Stilicone, Ezio aveva creduto
di evitarne la disgrazia tentando di avvincere a sè la famiglia
imperiale con legami di parentela. Egli aveva due figli, Carpilione
e Gaudenzio, e Valentiniano aveva due figlie Eudocia e Placidia.
L’Imperatore aveva fatto giuro solenne al suo generale, che avrebbe
dato una delle due principesse in isposa all’uno od all’altro dei due
giovani. Ma i cortigiani, tra i quali l’eunuco Eraclio (e persino il
nome di costui richiama alla mente quello dell’assassino di Stilicone),
impedivano quella unione, e suscitavano sospetti nell’animo debole del
Principe, al quale, rammentando l’inganno con cui Ezio aveva perduto
Bonifacio, lo dipingevano come un ambizioso che lo tradiva, e gli
bisbigliavano all’orecchio che secrete intelligenze egli tenesse cogli
Unni, i quali, fin dal tempo del tiranno Giovanni, erano divenuti suoi
amici dichiarati, e coll’ajuto dei quali egli confidava di impadronirsi
dell’Impero per sè o per il figlio.
Era l’anno 454. Valentiniano trovavasi nel suo palazzo imperiale
di Roma, il cui soggiorno, a differenza dei suoi antecessori, egli
prediligeva, forse perchè quella città meglio che Ravenna gli offrisse
piaceri più graditi e più secreti. Un giorno entrava Ezio nelle sue
stanze, ed ivi, con piglio ardito, ricordandogli sua gloria, sue
vittorie, sua potenza, mostrandogli quanto debole fosse la maestà
imperiale senza il suo appoggio, chiedeva che desse adempimento alla
promessa. Sembra che questa scena violenta fosse stata suscitata con
previdente astuzia dai nemici del generale, affine di spingerlo alla
sua perdita. Ezio il quale credeva l’animo imbelle di un Valentiniano
di null’altro capace che di opere muliebri, vede l’Imperatore cacciare
tutt’a un tratto la spada, e tosto sente il ferro entrargli nelle
viscere. Cadeva il meschino sul pavimento, e una torma di eunuchi e
di cortigiani vilissimi con pugnali e con spade gli si scagliavano
addosso a finirlo. Strillando di gioia feroce crivellavano di ferite il
cadavere dell’ultimo grande capitano di Roma, e forse nel tempo stesso
Valentiniano «frenetico eunuco», per il terrore del fatto atroce,
sveniva fra le braccia di uno dei suoi servitori evirati[161].
La caduta di Ezio trasse con sè anche quella di molti dei suoi amici,
fra i quali Boezio prefetto del Pretorio, che discendeva dalla nobile
famiglia Anicia; e poichè l’infame assassinio da molto tempo era stato
deliberato, non è inverosimile la narrazione che in quello stesso
giorno succedesse un massacro di quanti uomini devoti al generale in
palazzo si trovavano[162].
Quest’è la semplice ed essenziale narrazione della caduta di Ezio e
ben anche la più veritiera. Ed infatti ella è cosa più conforme al
corso naturale degli avvenimenti che quell’uomo potente, come molti
altri dei suoi pari che alla fortuna ed al favore associavano merito
vero, sia caduto vittima dell’invida gelosia dei cortigiani e forse
anche dei suoi smoderati desiderî, piuttosto che egli cadesse in mezzo
ad avvenimenti romanzeschi onde in quel tempo fu teatro il palazzo
imperiale, e che la fantasia popolare associò alla fine dell’eroe. I
quali essendo però in istretta relazione colla storia della Città, non
dobbiamo qui ommettere di parlarne.
Valentiniano aveva condotta in moglie Eudossia, ch’era figlia di
Teodosio il giovane e della greca Atenaide. Venutigli a noja i vezzi
della sua sposa, nell’ozio molle di Roma aveva vôlto lo sguardo
desioso sulla moglie di Petronio Massimo, senatore ragguardevole, la
quale, accoppiando beltà splendida a onestà purissima, era destinata
ad essere l’ultima Lucrezia di Roma. I suoi omaggi aveva rigettati la
nobile donna, per la qual cosa gli osceni paraninfi degli amori di lui
ricorsero ad inganno. Massimo un dì, giocando coll’Imperatore, perdeva
grossa somma di denaro e gliene dava in pegno il suo anello. Un eunuco
andava con quello alla casa del Senatore, e, mostrando alla donna il
giojello, dicevale essere spedito con una lettiga dal consorte di lei,
che le imponeva di gire al palazzo a prestare omaggio all’Imperatrice.
Andava la sciagurata senza conoscere il destino che l’aspettava; e,
condotta in un quartiere remoto del palazzo, soggiaceva alla violenza
brutale di Valentiniano.
Ritornava Massimo alle sue case, e trovava la moglie la quale
scioglievasi in lagrime di vergogna e di rabbia che ella reprimeva di
tratto in tratto per iscagliare imprecazioni contro di lui, ch’ella
accusava d’infame mercato della propria onestà. L’innocente marito
indovinava quanto era accaduto, e, chiudendo il furore entro l’animo,
volgeva la mente a disegni di vendetta. Egli deliberava di lavare la
macchia fatta all’onor suo col sangue del miserabile; ed è qui dove
Procopio, da cui togliamo il racconto, confondendo i tempi, narra
che Massimo, affine di giungere alla meta propostasi, con intrighi
spazzasse del suo sentiero Ezio ch’egli considerava essere impedimento
massimo al compimento di sua vendetta[163].
Egli è indizio meraviglioso dell’acciecamento d’un animo affievolito
dal despotismo il fatto, che Valentiniano dopo la uccisione di Ezio
prendesse ai suoi stipendî molti dei servitori della sua vittima.
Dopo di essersi reso odioso ad essi, amantissimi del loro signore
antico, egli gli aveva inacerbiti con questa sua opera, la quale
dimostrava che non sarebbe mai per fidare in loro, oppure ch’egli
non credesse che quegli uomini d’origine barbarica fossero capaci di
accogliere sentimenti di umano affetto. Senza dubbio egli presentò loro
opportunità di trarre vendetta di sangue; e fu forse Massimo stesso
il quale introdusse nella famiglia di Valentiniano i clienti di Ezio
per giovarsi dei loro pugnali e per nascondere sotto il loro manto la
propria mano. E così avvenne che l’Imperatore cadde ucciso nel dì 27 di
Marzo dell’anno 455. Assisteva egli agli armeggiamenti dei suoi soldati
nel campo di Marte, allorquando d’un tratto i congiurati, tra i quali
erano Optila e Traustila, Unni di nazione o Goti, gli furono sopra e lo
pugnalarono. Neppure una spada uscì della vagina in sua difesa[164].
Con Valentiniano III si spense la stirpe di Teodosio il grande, e fu
novella sciagura per Roma.
Massimo si fece tosto gridare imperatore; e, dopo di aver dato
sepoltura al suo antecessore presso la basilica di san Pietro, poichè
eragli già morta di dolore sua donna sventurata, tentò d’indurre la
moglie di Valentiniano a dimenticare tra le sue braccia la morte di
uno sposo indegno di lei. Ma l’orgoglio della figlia di Teodosio il
Giovane non ebbe ceduto che all’impero della violenza, e però essa
ignorava che Massimo fosse l’occulto assassino del suo sposo. Poichè
il novello Imperatore ebbe costretta la vedova dell’offensore di sua
moglie, pochi dì dopo l’uccisione di lui, a salire il suo talamo, egli
non credette averne cavata vendetta pari al suo odio; chè, per averla
piena e atroce, quel dì stesso narrò ad Eudossia quanto aveva fatto.
La protesta ch’egli aggiunse di esservi stato spinto da amore onde
ardeva per lei, era un sarcasmo amaro che ferì nel profondo dell’animo
la donna, la quale da canto suo nascose nell’intimo suo pensiero il
disegno di pigliare vendetta tremenda di colui che aveva usurpato il
trono del suo sposo e che a lei aveva rapito l’onore.
Volgeva ella il suo pensiero, così narrano gli Storici bizantini, a
questo disegno e a quello, ma comprendeva che di Costantinopoli nessun
ajuto trarre poteva; imperocchè Eudocia, madre di lei esiliata della
corte, vivesse in Gerusalemme, ed il padre Teodosio e Pulcheria zia
di lei fossero già morti. Per la qual cosa, nell’odio suo ardente,
ricorse al partito d’invocare a sua liberazione e a vendetta re
Genserico: e invitollo per mezzo di messi spacciati a lui, che coi
suoi Vandali venisse d’Africa a sorprendere Roma con un assalimento
improvviso[165]. Sono però alcuni e gravi argomenti i quali fanno
dubitare della veracità di questi fatti, e già il Muratori ne fa cenno.
Egli è possibile che la fantasia degli Orientali abbia creata intorno
alla seconda caduta della Città questa leggenda, su cui è impresso il
marchio dell’indole del tempo, ma che però non può dirsi destituita
di fondamento. E poichè non abbiamo validi argomenti per poterne dare
giudizio certo, basti quanto abbiamo detto; chè lo Storico può seguire
l’esempio d’un Cronista, il quale, dopo di aver narrato dell’uccisione
di Valentiniano, dell’usurpazione di Massimo, della violenza che
costui esercitò sopra Eudossia, si restringe a dire semplicemente che
l’usurpatore scontò ben presto le sue colpe, imperocchè due soli mesi
dacchè era salito al trono gli giungesse tremenda la notizia che re
Genserico approdava[166].
§ 2.
I Vandali arrivano a Porto. — Uccisione di Massimo. — Leone si presenta
a Genserico. — I Vandali entrano in Roma nel Giugno dell’anno 455. — Vi
danno il saccheggio per quattordici giorni. — Depredazione del Palazzo
e del tempio di Giove. — Spoglie antiche del tempio di Gerusalemme. —
Loro sorte. — Leggende del medio evo.
Appena dai lidi di Porto si potevano vedere le vele dell’armata del
Re, seco recante schiere di Vandali bellicosi e di pagani Mauri, orde
feroci di Barberia, Roma suonava di gemiti di disperazione. Massimo
aveva unito in maritaggio il proprio figlio Palladio con una figlia
di Eudossia ed avevalo eletto a Cesare, unica opera del suo governo.
Non fece alcun apparato di difesa, ma, impedito nei suoi sensi e
simigliante ad uomo che vede in sogno agitarsi il fantasima di gravi
avvenimenti, congedò la sua famiglia, diè licenza a tutti di andare ove
più loro talentasse, e vacillante uscì del palazzo per cercare scampo,
che già il popolo e la nobiltà di Roma muovevano a tumulto. Sorpreso
nella via, cittadini e servitori di palazzo lo uccisero a colpi di
pietra, e, fatto a brani il suo corpo, lo gettarono in Tevere. Così
moriva Massimo nel Giugno dell’anno 455, dopo un brevissimo regno di
soli settantasette giorni.
La morte di lui precedette l’entrata dei Vandali; e Procopio erra
allorquando dice che Massimo fosse ucciso dopo che Genserico si era
impadronito del palazzo imperiale. Le soldatesche di questo terribile
conquistatore, il quale (se anche non fosse stata la chiamata di
Eudossia), alla notizia della morte di Valentiniano e del rivolgimento
di palazzo, sarebbe venuto spontaneamente, erano frattanto sbarcate
e si avanzavano lungo la via di Porto contro la Città, senza badare
ch’essa fosse munita o indifesa. Non trovarono impedimento in loro
mossa, tranne il venerabile vescovo Leone, che intrepido s’era
presentato in tempi anteriori innanzi al più terribile Attila. Seguito
dal suo clero egli trattenne i Vandali in loro cammino, e volse al
re Genserico eloquenti parole, simili a quelle che aveva indiritte,
anni prima, al Re degli Unni. Genserico diè ascolto con calma al
discorso dell’uomo di Dio, ma questa volta non apparve l’ombra
irata dell’Apostolo che colla spada sguainata minacciasse la testa
dell’invasore: però egli promise a Leone che non porrebbe a ferro e
a fuoco la Città, che risparmierebbe da strage gli abitanti e che si
restringerebbe a dare il saccheggio ai tesori della Città[167].
Il terzo giorno dopo l’uccisione dell’imperatore Massimo i Vandali
entravano nella Città indifesa dalla via di Porto[168]. Gettando grida
di gioia feroce, quelle masnade si sparsero per le piazze e per le
vie deserte: ed i Romani, quarantacinque anni dopo che avevano veduto
irrompere nei loro palazzi i figli selvaggi delle steppe di Pannonia e
del Don anelanti saccheggio, miravano ora nel cuore della loro Città
gli abitatori dei deserti d’Africa, i figli della terra di Giugurta,
mescolati ai Vandali di stirpe germanica. Eglino si lanciavano al
saccheggio senza che alcuno si levasse ad opporre loro resistenza, non
accoppiando, come già i Visigoti di Alarico, al desio di preda furore
di vendetta; ma, avventurieri felicissimi, inebbriavansi con tutta la
calma nelle voluttà che avevano conquistate senza battaglia. Spettacolo
turpemente obbrobrioso per Roma! Laddove i Goti avevano dato saccheggio
alla Città per soli tre giorni rubando frettolosi quanto veniva loro
sotto le mani, laddove eglino, sbigottiti della grandezza della loro
impresa non mai tentata prima di essi, non s’affidavano quasi agli
stessi loro sensi, i Vandali invece depredavano senza ritegno e a loro
bell’agio, imperocchè Genserico avesse loro concessa una fermata di
quattordici giorni.
La fantasia deve qui pure supplire al difetto di narrazioni di
scrittori contemporanei, e deve pingerci la condizione della Città
durante devastazione così lunga, nella quale è facile imaginare
che si commettessero crudeltà d’ogni guisa. Ciò che i Goti avevano
risparmiato, o ciò che i Romani posteriormente avevano restaurato
nei palazzi, nelle chiese, nei publici edificî, cadde presto in mano
dei predoni, nel saccheggio che veniva condotto dietro una regola
determinata. Mettevasi a ruba contemporaneamente ciascun quartiere
della Città, e centinaia di carri caricavansi di bottino e facevansi
uscire per porta san Paolo per recarlo alle navi che solcavano il
Tevere. Per mala sorte possediamo scarse notizie che descrivano il
saccheggio, ma sono memorande abbastanza. I Vandali, prima d’ogni
altro edifizio, depredarono il palazzo imperiale (nelle cui stanze
forse Eudossia piangeva fra i ceppi il suo errore) e lo spogliarono
in modo che non ne lasciarono neppure un vase di rame. E nel vicino
Campidoglio saccheggiarono il tempio di Giove che ancora conservavasi
in piedi, e non solo ne strapparono le statue, che ancora rimanevano
intatte e colle quali Genserico voleva ornare il suo palazzo d’Africa,
ma scoprirono a metà anche il tetto per isvellerne le lamine di bronzo
dorato ond’era coperto[169].
Un argomento che sveglia in sommo grado la nostra attenzione è la
notizia che le spoglie portate di Gerusalemme dai Romani cadessero in
mano dei Vandali. Oggidì ancora alta meraviglia commuove lo spettatore
il quale osserva gl’incompiuti disegni dei vasi sacri del tempio di
Gerusalemme, che miransi negli avanzi delle sculture dell’arco di Tito.
Vi vede il disegno del grande candelabro dalle sette braccia, della
mensa sacra sulla quale sono deposti due turiboli, di due lunghe trombe
e di un’arca[170], e gli vien detto che quei disegni rappresentano
le spoglie del santo tempio, che Tito dopo la presa di Gerusalemme
trasse a Roma, come scrive l’ebreo Giuseppe Flavio testimone oculare.
Di quelle spoglie, Vespasiano aveva deposte nel palazzo dei Cesari
le cortine ricamate del tempio ed i libri delle leggi ebraiche; e il
candelabro d’oro ed i vasi preziosi aveva offerti in dono al tempio
da lui consecrato alla Pace[171]. Sotto lo impero di Commodo un grande
incendio aveva distrutto quel magnifico edificio, ma avevasi avuto agio
di salvarne i tesori d’Israello che vennero deposti in altro luogo a
noi sconosciuto, dove rimasero per il corso di qualche secolo. Quello
che sappiamo si è che fra le ricchezze che Alarico aveva deposte in
Carcassona trovavansi alcuni vasi di splendido lavoro adorni di gemme,
che avevano appartenuto al tempio di Gerusalemme e ch’egli aveva rapiti
in Roma[172]. Molti arredi preziosi di quelle antiche spoglie ebraiche
erano sfuggiti alle depredazioni dei Goti, imperocchè si narri che
Genserico, fra le ricchezze preziose strappate alle chiese di Roma,
trasportasse a Cartagine alcuni vasi di pregevole lavoro che Tito aveva
rapiti nel tempio di Gerusalemme[173].
Le strane vicende di fortuna che dovevano subire quei tesori
dell’antico tempio d’Israello disperdendosi qua e colà, c’invitano a
dirne qualche cosa, poichè già non avremo più opportunità di farne
menzione. Ottanta anni dopo il saccheggio di Roma, Belisario se ne
impadroniva in Cartagine e, insieme al bottino fatto sui Vandali,
trasportavali colla pompa del trionfatore a Costantinopoli. Alla
vista di quei sacri vasi del loro tempio antico, gli Ebrei di Bisanzio
furono commossi da dolore profondo, e sembra che spedissero con ardito
consiglio loro legati all’Imperatore reclamando quegli arredi come
loro proprietà. Così almeno narra Procopio[174], il quale pone in
bocca ad un Israelita, che faceva parte della famiglia dell’imperatore
Giustiniano, animose parole colle quali lo esortava a non permettere
che quei mistici vasi fossero deposti nel palazzo di Bisanzio;
imperocchè, sclamava egli, non possano trovar quiete se non nel luogo
in cui re Salomone aveva deliberato che posassero: la loro assenza
dal tempio antico essere stata causa che Genserico la città dei
Cesari prendesse, e che più tardi l’esercito romano del palazzo dei
Vandali, ove quei vasi erano conservati, s’impadronisse. E Procopio
racconta, che Giustiniano, mosso da religioso terrore, comandasse
che gli arredi del tempio antico fossero deposti in una delle chiese
cristiane di Gerusalemme. Se anche questo aneddoto degno di nota,
narrato da un contemporaneo di Belisario, non sia vero che in parte,
esso dimostra tuttavia, che dopo un periodo di quasi cinque secoli dal
trionfo di Tito s’era conservata fra gli uomini la ricordanza di quei
sacri arredi; e noi dobbiamo credere che durante tutti quei secoli i
figli d’Israello, di padre in figlio, non avessero mai tralasciato
di seguire con occhio sollecito la sorte di quelle insegne di loro
Religione nazionale. Però dopo quel tempo ne sparve ogni traccia,
e, dopo tante avventure, quelle reliquie del tempio di Salomone, se
realmente giunsero di nuovo a Gerusalemme, cadute tra le ugne degli
Arabi andarono perdute, simili al santo Graal, nel mistico Oriente.
L’armeno Zacaria, quel Vescovo medesimo che compilò una descrizione dei
monumenti publici di Roma, lasciava notizia che al tempo di Giustiniano
vedevansi nella Città venticinque statue di bronzo rappresentanti
Abramo, Sara ed i Re della stirpe di Davide, che Vespasiano aveva fatto
trasportare a Roma colle porte e con altri monumenti di Gerusalemme. E
una leggenda, che narravasi in Roma nel medio evo, pretendeva che nella
basilica lateranense, insieme all’arca dell’alleanza, si conservassero
le tavole della legge, il candelabro d’oro, il tabernacolo e le stesse
vestimenta sacerdotali di Aronne[175].
Forse nella stessa squadra di navi sulle quali i Vandali trasportavano
il bottino in Africa, sopra vascelli naviganti di conserva, saranno
stati il candelabro del tempio di Salomone e la statua del Giove
capitolino, simboli delle due Religioni antichissime d’Oriente e
d’Occidente. E Procopio con precisione fa cenno di una nave carica di
statue preziose, la quale avesse la sorte di profondare nel mare, unica
fra tutte le altre che salve entrarono nel porto di Cartagine.
§ 3.
I Vandali partono di Roma. — Avventure dell’imperatrice Eudossia e
delle sue figlie. — Basilica di san Pietro _ad Vincula_. — Leggenda
delle catene di san Pietro. — I Vandali non ebbero distrutti i
monumenti della Città. — Conseguenze del saccheggio.
Fra parecchie migliaia di prigionieri d’ogni ceto e d’ogni età che
Genserico traeva dietro a sè in Libia, era anche Eudossia. Figlia ad
un Imperatore bisantino, moglie a due Imperatori romani, la sventurata
donna pagava la pena di suo tradimento contro di Roma, se pure ella
veramente lo commise, non soltanto colla vista della Città disertata
dal saccheggio e dei patimenti indicibili del popolo tratto in catene,
ma lo scontava anche colla prigionia obbrobriosa di sè e delle sue due
figlie. Di queste l’una, Eudocia, costretta a dare la mano di sposa
ad Unnerico figlio di Genserico, dopo di essere vissuta sedici anni
in Cartagine in quell’unione conjugale ch’ella aveva ad abborrimento,
riuscì a fuggire, e dopo parecchie avventure si pose in salvo a
Gerusalemme, dov’ella presto morì e dove ebbe sepoltura accanto alla
illustre avola sua di egual nome[176]. L’altra figlia Placidia, posta
in libertà in tempi posteriori dopo la morte dell’imperatore Marciano,
trovò lo sposo suo Olibrio che s’era ricoverato in Costantinopoli, dove
ella aveva potuto accompagnare la madre Eudossia. Tali furono i destini
di quelle donne infelici, ultime discendenti della stirpe del grande
Teodosio.
La città di Roma, che al nome di Eudossia associa la ricordanza del
saccheggio dei Vandali, conserva anche oggidì una chiesa che richiama
la memoria di quella celebre donna. Sotto il pontificato di Leone I,
poco tempo innanzi all’assedio di Genserico, ella aveva edificato una
basilica ad onore di san Pietro. Questa chiesa, eretta in vicinanza
delle terme di Tito, sulle Carine, ebbe da lei nome di _Titulus
Eudoxiae_; e fu più tardi appellata _san Pietro ad Vincula_ oppure _in
Vincoli_. Imperocchè la fondazione di lei si accoppii ad una leggenda,
che qui con breve discorso narreremo. Eudocia, madre dell’Imperatrice,
avendo trovate in Gerusalemme le catene di san Pietro, una parte di
quelle fè condurre in Costantinopoli, e il rimanente spedì in dono
alla figlia in Roma. Qui conservavansi le catene delle quali era stato
caricato l’Apostolo prima della sua morte; ed allorquando papa Leone
depose presso di esse quelle venute di Gerusalemme, i due pezzi di
catena si congiunsero indissolubilmente fra loro formandone una sola
di trentotto anella. Commossa a sensi di pietà da questo portento,
Eudossia, ch’era allora moglie a Valentiniano, eresse una chiesa ove
quelle catene furono deposte, e in quella esse ricevettero tributo
di venerazione durante tutto il medio evo. Ed oggidì ancora ricevono
onoranza, perocchè la festa pagana che celebravasi in Agosto (nel dì
primo di Agosto) si trasformasse nella festività delle catene di san
Pietro[177]. Vedremo appresso che la polvere di limatura di quelle
catene, tramutata in amuleto, ebbe a sostenere una parte importante nel
mondo.
Il saccheggio era stato esteso a tutti i quartieri anche remoti di
Roma, di maniera che non fu alcun oggetto prezioso che nella Città
si trovasse, il quale non cadesse tra le ugne degli Africani. Egli
è difficile a credersi che Vandali e Mori rattenuti da venerazione
agli Apostoli rispettassero le chiese, fossero anche soltanto le tre
maggiori. Un tale fatto afferma il cardinal Baronio desumendolo da un
passo del Libro Pontificale, dicendo che Genserico non ponesse mano
ai tesori conservati nel san Pietro, nel san Paolo e nella basilica
di Costantino, ma ch’egli desse saccheggio alle sole chiese titolari
ossia alle chiese parrocchiali; imperocchè in quel frammento del
Libro dei Papi si narri che Leone, dopo il saccheggio dei Vandali,
facesse fondere sei grandi idrie d’argento, che Costantino aveva
offerte in dono a quelle tre basiliche, e che coll’argento ricavatone
restituisse tutti i vasi sacri derubati alle chiese parrocchiali[178].
Del rimanente, se anche non avessimo notizie precise della estensione
del saccheggio dei Vandali (ed è pur poco ciò che ne dicono gli
scrittori dei tempi posteriori), l’espressione divenuta proverbiale di
«vandalismo» varrebbe a persuaderci che l’idea terribile che ci siamo
formati del saccheggio dei Vandali ha buon fondamento. Imperocchè
i Visigoti, quantunque non lasciassero buona ricordanza di sè tra
i Romani, non abbiano tuttavia accusa di avere posto a fuoco la
Città, laddove invece la credenza popolare ne scagli la taccia contro
i Vandali: e questa è dimostrazione, che la ricordanza di questo
secondo avvenimento restò scritta con caratteri incancellabili nella
memoria della Città. Ma la pacata e tranquilla investigazione dello
Storico rigetta quella fola popolare che i Vandali abbiano distrutti i
monumenti di Roma. Neppure uno Storico, che narri di quell’avvenimento,
parla di un solo edificio che i Vandali abbiano atterrato. Procopio,
che non dimenticò di parlare della rovina dei palazzi sallustiani
incendiati dai Goti, dice soltanto che i Vandali saccheggiassero il
Campidoglio ed il palazzo dei Cesari; ed i soli Storici bisantini,
sôrti più tardi e che scrissero l’uno sulla fede dell’altro, con
dizioni generali, ed eguali tutte, e simili a quelle di cui usarono
all’occasione del saccheggio dei Goti, discorrono di un incendio
della Città, e dei suoi splendidi monumenti inceneriti[179]. Eppure
questi stessi monumenti venivano descritti e celebrati più tardi da
Cassiodoro: e vedremo in seguito che il goto Teodorico dava opera
sollecita alla loro conservazione. Per la qual cosa noi porremo fine
a questo argomento usando delle parole di un Romano: «Per quanto mi
è dato conoscere, non so che Genserico distruggesse i monumenti e le
statue di Roma»[180].
Ma i danneggiamenti, che i Vandali portarono a Roma, furono immensi.
Dopo di essersi impadroniti dei latifondi dei patrizî Romani e dei
patrimonî della Chiesa situati nelle ricche province dell’Africa, che
alla Città fungevano le veci di arterie per le quali ad essa come a
cuore fluiva la vita, avevano disertata col saccheggio Roma stessa,
avevano cacciate nella mendicità quasi tutte le famiglie senatorie, e
la Città avevano decimata di parecchie migliaia de’ suoi abitatori, in
parte caduti per inopia, ed in parte vôlti a fuga o tratti in ceppi.
E ben può affermarsi che nei quarantacinque anni che corsero dopo la
conquista di Roma fatta da Alarico, la Città fu depauperata di più che
centomila dei suoi abitatori. Molte antiche famiglie, potenti un tempo,
s’erano estinte; molte traevano una vita infelice, cadenti in rovina
come le superbe mura dei templi deserti di Roma. Parecchi palazzi
erano vuoti d’abitatori, ed i Romani muovevano, simili a spettri, per
le vie della Città deserta, troppo vasta perchè fosse di nuovo animata
dal lieto movimento dell’operosità cittadina. La mente è commossa a
meraviglia allorchè mira la vasta estensione di Roma, la quale con
suoi templi, con sue basiliche, con edificî destinati ai sollazzi
publici, negli stessi splendidi tempi dell’Impero non era animata da
una popolazione proporzionata alla ampiezza sua. E dopo la metà del
secolo quinto la calma che aveva dato un aspetto solenne alla città
di Trajano, nelle cui vie e nelle cui piazze maestose era cessato lo
agitarsi romoroso del popolo, cominciava a tramutarsi nel silenzio
desolato del sepolcro.