§ 1.
Avito è eletto imperatore nell’anno 455. — Apollinare Sidonio indirizza
un panegirico a quell’Imperatore: gli è eretta una statua di onore.
— Avito è cacciato del trono per opera di Ricimero. — Majoriano è
acclamato imperatore nell’anno 457. — Egli promulga un editto per la
conservazione dei monumenti di Roma. — I Romani cominciano a rendersi
rei di vandalismo. — Majoriano muore nell’anno 461.
Neppure la conquista di Roma fatta da Genserico operò mutamenti
politici di grave momento. Quella invasione, simigliante ad una razzia
africana, come oggi suol dirsi, non fu che una impresa di arditi
predoni di mare, coronata di buon successo, della stessa maniera di
quelle spedizioni che, in secoli posteriori, Saraceni venuti di quelle
regioni medesime tentarono parecchie fiate di ripetere.
Subito dopo la morte di Massimo, il trono d’Occidente fu occupato
da un patrizio di Gallia ch’era uomo di squisita cultura e d’animo
proclive ai piaceri. Appoggiato alla potenza del suo paese natale ed
all’amicizia interessata di Teodorico II re dei Visigoti, Avito si
fè eleggere alla somma dignità d’imperatore in Tolosa; ed in Arles,
nel dì 10 di Luglio del 455, vestì la porpora imperiale alla presenza
dell’esercito e del popolo della provincia che innalzavano grida di
plauso. Quantunque il Senato romano custodisse con gelosa sollecitudine
il suo diritto alla elezione degl’Imperatori, pure esso fu costretto a
sancire con rassegnazione quel fatto compiuto, e dovette anche con bel
garbo invitare Avito affinchè di Arles si recasse a Roma. Il novello
Imperatore fu ivi formalmente riconosciuto e confermato; e Apollinare
Sidonio genero di lui, nel giorno primo dell’anno 456, recitò dinanzi
ai Padri congregati un panegirico al novello Cesare, e ricevette a
premio, non adeguato alla tenue fatica, una statua di bronzo elevata
nel foro di Trajano. Il fortunato Poeta ci narra in alcuni suoi versi
che i Quiriti vestiti di porpora, cioè a dire il Senato, con sentenza
unanime gli tributarono quell’onore, il quale gli faceva accogliere la
orgogliosa speranza che Trajano stesso vedesse che ad onoranza del suo
ingegno poetico gli era innalzato un monumento imperituro fra quelli
degli autori illustri nelle lettere greche e nelle latine[181]. Un
tale fatto ne insegna che allora, tosto dopo il saccheggio, i Romani
proseguivano a imitare le gloriose consuetudini dei loro maggiori; e
dalle espressioni di quel frammento del Poeta raccogliamo che i Vandali
non avessero distrutta la biblioteca Ulpia, nè avessero atterrate le
statue che continuavano ad ornarne le sale.
Ma il Senato romano, mosso da grave corruccio di aver prestato omaggio
ad un Imperatore che coll’ajuto delle province e di Barbari aveva
usurpato il trono, entrò in segreti accordi col conte Ricimero, ch’era
di nascita svevo e che dal lato di madre scendeva da Vallia re dei
Goti[182]. Ricimero era il più valente generale dell’Impero, e aveva
ottenuto l’onore della corona per sue vittorie riportate nel mare di
Corsica sui Vandali; laonde gli riuscì di balzare Avito del trono con
facilità sorprendente. L’Imperatore atterrito evadeva di Roma tosto che
il Senato lo dichiarava decaduto[183], e non trovandosi in sicurezza
neppure in Piacenza, dove s’era recato per mutare la porpora dei Cesari
nel sacro paludamento vescovile e donde era stato esiliato dal Senato,
fuggiva verso Alvernia sua terra natale, ma trovava la morte per via.
L’estinzione della stirpe imperiale del grande Teodosio e il disordine
grave ed universale in cui era caduto lo Stato, avevano dunque infuso
nel Senato una novella energia. Ed infatti noi vediamo quel corpo
politico, pur sempre illustre, svegliarsi spesse fiate dal suo letargo,
dando di tratto in tratto qualche indicio di vita. E vediamo la città
di Roma, in cui dopo di Valentiniano III gl’Imperatori tengono loro
sede per tempo più lungo, essere di nuovo animata dalla consapevolezza
di essere la capitale dell’Impero. Egli è vero però che la potenza
era in mano del solo Ricimero di nascita straniero. Ed infatti, nella
primavera dell’anno 457, su quel trono, che era stato per un periodo di
dieci mesi vacante, egli collocò Majoriano, da lui favorito, col plauso
di tutti i Romani concordi.
In quest’uomo straordinario, che già sotto di Ezio aveva raccolto
i suoi primi allori, si riunivano tutti quei pregi che lo rendevano
bene amato al popolo, all’esercito, al Senato, e persino a Leone I
imperatore di Oriente[184]. Illustre per peregrine doti e per virtù
rara, fece rivivere le ricordanze dei migliori Imperatori di Roma, nei
tempi dei quali egli sarebbe stato ben meritevole di tenere lo scettro;
ed è con sensi d’ammirazione che la posterità contempla in Majoriano
il profilo dell’ultimo virtuoso Imperatore di Roma. Nel Rescritto del
novello Augusto, dato da Ravenna subito dopo la sua elezione, sembra
di udire la dolce voce di un Trajano in quel passo ove prega i Padri
di prestare il loro favore al Principe ch’eglino stessi elessero. Le
idee manifestate dall’Imperatore, per le quali si proponeva di reggere
lo Stato seguendo le leggi e le tradizioni antiche, empirono Roma di
gioia; e tutti gli Editti promulgati dipoi da Majoriano commuovevano
il popolo ad ammirazione per la saggezza che gli ispirava, nel tempo
stesso che ne comandavano gratitudine i sensi d’umanità.
Fra queste nuove leggi noi dobbiamo volgere la nostra attenzione ad una
che riguarda la città di Roma. Il grande Imperatore nel tempo stesso
che dava opera a rimettere in fiore lo Stato d’ogni lato crollante,
a restituire le finanze decadute, a inspirare energia di novella vita
nelle curie delle città divenute tristamente servili, volgeva sollecita
cura alla città di Roma. La tristezza che ispirava lo squallore di lei,
il decadimento sempre crescente dei suoi monumenti, alla conservazione
dei quali nessuna sollecitudine più si volgeva, e finalmente il rovinio
che ad antichi edificî recava l’avidità e la negligenza dei Romani
stessi, accendevano il suo grande animo romano del desiderio di porre
rimedio a quei mali. Laonde egli promulgava il seguente Editto:
«Noi reggitori dello Impero vogliamo porre un termine a quei disordini,
i quali già da lungo tempo eccitano il malcontento nostro, perocchè
bruttino la faccia veneranda della Città. Noi sappiamo che qua e
colà si demoliscono edificî publici che sono ornamento alla Città,
e che i magistrati cittadini con negligenza degna di punizione non
reprimono questi turpi fatti. Si adduce a motivo che v’ha necessità di
materiali per la costruzione di opere publiche, e perciò si deturpa
la splendida architettura di antichi edificî; e opere grandiose in
un luogo si demoliscono per compiere altrove qualche sconciatura
pigmea. Di qui deriva l’abuso che colui il quale vuole innalzare una
casa privata, per favore degli officiali cittadini preposti, tragge
i materiali occorrentigli da publici monumenti, laddove invece alla
conservazione di quegli edificî che sono di tanto lustro alla città,
dovrebbe l’amore patrio dei cittadini provvidamente attendere. Per
la qual cosa colle presenti leggi universali ordiniamo, che a tutti
quei monumenti che gli avi nostri a publica utilità o ad ornamento
innalzarono, sieno templi oppure edificî di altro genere, niuno
sia ardito di portare demolizione o di recarvi guasto per ricavarne
vantaggio. Ogni magistrato che ne desse licenza sarà punito della
multa di cinquanta libbre d’oro; ogni officiale subalterno ed ogni
_Numerario_ che gli prestasse obbedienza in opere di demolizione e
non gli si opponesse, dopo di esser stato sottoposto alla fustigazione
avrà mozze le mani, perchè, invece di vegliare alla conservazione dei
monumenti degli Antichi, ajutò a profanarli. Quanto ai fabbricati
publici, dei quali alcuni invalidamente si arrogarono proprietà,
nulla potrà esser alienato di quanto contengono; ma comandiamo invece
che tutto allo Stato sia restituito, vogliamo che sia restaurato
nella condizione primitiva quanto venne distrutto, e aboliamo per lo
avvenire la _licentia competendi_. Tuttavia, se talvolta sarà resa
necessaria la costruzione di qualche novello edificio publico, e se
sarà impossibile la ristorazione di un antico, di tali casi dovrà darsi
contezza allo illustre e venerabile Senato, affinchè questo, se dopo
diligente studio ne comprenda la necessità, li sottoponga alla sovrana
nostra deliberazione. Imperocchè ogni monumento, che non possa essere
restituito alla condizione antica, sia utile almeno a fornire materiali
che servano adornare qualche altro edificio publico»[185].
Dal tenore severo di questo Editto ci è dato di conoscere di quale
origine fossero i barbari che ardivano di porre loro mani sui bei
monumenti di Roma. I nepoti di Trajano caduti nell’estremo della
miseria miravano con senso d’indifferenza i monumenti deserti; e
quantunque alcuni cittadini animati da generosa carità del natio
loco usassero grande zelo a conservare le opere dell’arte antica, le
necessità materiali erano tuttavia più stringenti; e gli officiali
preposti, molti dei quali dovevano adoperare fatica a cercare i propri
avi tra gli abitatori del Don e del Danubio, restavano indifferenti
a tutto fuorchè a ciò onde potessero cavare denaro. Splendidi archi,
basiliche, templi e forse anche qua e colà un teatro ed un circo
eccitavano desiderio a usare di materiali di bellissimo lavoro in
essi contenuti; imperocchè sembrasse più ragionevole che gli splendidi
marmi, sui quali serpeggiavano le lucerte a godere del calore del sole,
fossero adoperati ad uso dei privati cittadini, piuttosto che fossero
esposti al mal governo degli elementi. Non si osava di porre mano
sugli edificî maggiori, ma si depredavano i marmi dei minori situati
in luoghi remoti: e parecchie persone private s’erano impadronite
persino dei ruderi e della superficie di templi deserti. Il primo mal
esempio di depredare gli edificî antichi era stato dato fin dai tempi
di Costantino nell’edificazione di chiese cristiane, e così era venuto
tempo in cui ai monumenti di Roma attingevasi come a grandi bacini di
calce ed a grandi miniere di marmi: e ciò durava nella Città per ben
mille anni, durante i quali sè stessa distruggendo, da quell’ammasso di
ruderi costruiva novellamente sè stessa.
Quantunque Majoriano promulgasse quelle leggi sagge, tuttavolta egli
non poteva impedire la rovina della Città e dello Impero; chè anzi la
grave soma schiacciò lui stesso che a reggerla s’era sobbarcato. Gli
armamenti che con grande ardore egli apparecchiava contro Genserico,
sul quale egli s’era proposto di trarre vendetta del saccheggio
di Roma, riconquistando le province d’Africa, non ebbero prospero
successo; e breve tempo dopo che una parte della sua flotta era perita
nel porto di Cartagena, egli stesso di repente cadeva. Il patrizio
Ricimero in Tortona di Liguria costrinse il generoso ed energico
Imperatore a deporre la porpora. Impossente a sostenersi di fronte
ad una cospirazione irrefrenabile, Majoriano fè quanto gli era stato
chiesto: discese del trono, e tosto dopo, addì 7 di Agosto dell’anno
461, perdette la vita, nè il modo si conosce. Se stiamo a Procopio
sarebbe morto di dissenteria, ma il Muratori invece accoglie opinione
ch’egli perisse di una morte più spedita. Fu uomo, dice lo Storico
greco, giusto ai soggetti, ai nemici terribile; fu di tutti i principi
che regnarono prima di lui sui Romani ottimo, e, per eccellenza
dell’animo e per ogni virtù, superiore[186].
§ 2.
Papa Leone I muore nel 461. — Sua indole. — Sue fondazioni in Roma.
— Primo monastero eretto presso al san Pietro. — Basilica di santo
Stefano in Via Latina e suo discoprimento verso la fine del 1857. —
Ilario papa, Severo imperatore. — Antemio imperatore. — Suo ingresso in
Roma. — Doni offerti da Ilario alle chiese.
In quello stesso anno 461 moriva, addì 4 di Novembre, papa Leone
dopo un reggimento di ventun anni, di un mese e di tredici giorni,
che quel grande Pontefice in mezzo a tanta tristezza di tempi
sostenne mirabilmente. Fu il primo di tutti i Pontefici che ricevesse
sepoltura nell’atrio del san Pietro: uomo generoso, anzi grande,
la cui ricordanza è a buon diritto santa ai Romani. Salvò la Città
dalla crudeltà di Attila, ne sollevò le miserie durante il saccheggio
di Genserico feroce, ebbe energia di volontà, prudenza e fermezza
d’animo, fu eloquente ed erudito, fu qual dev’essere un vero Vescovo.
Egli combattè e vinse i Manichei, i Priscilliani ed i Pelagiani; e
nel Sinodo di Calcedonia pugnò contro l’eresia di Eutichete abate
bisantino. Egli costrinse i Vescovi dissidenti d’Illiria e di Gallia
a riconoscere la primazia di Roma, che fu sancita da un Editto
imperiale. Ed il suo senno politico gli valse, presso coloro che
pregiano la preminenza del Pontificato, la lode ch’egli sia stato il
primo pontefice della Chiesa che incominciasse a far valere il primato
di Roma ecclesiastica. Nelle sue opere (la collezione dei Sermoni e
delle Lettere è voluminosa) s’ammira ancora lo splendore dell’eloquenza
onde vanno chiari Gerolamo, Agostino, Paolino, e che nelle opere dei
succeditori di lui più non ravvisiamo.
Appena di un solo monumento da lui eretto si conserva ricordanza in
Roma. Dopo il saccheggio dei Vandali diede opera alla reintegrazione
delle chiese danneggiate e depredate; ed il Libro Pontificale narra
ch’egli restituisse o adornasse le tribune della basilica lateranense,
del san Pietro e del san Paolo, e che in vicinanza al san Pietro
fondasse un monastero dedicato ad onore dei santi Giovanni e Paolo, e
che fu il primo dei quattro conventi eretti nella Regione vaticana. Ma
quantunque sembri che il pio Vescovo ampliasse in Roma il monachismo,
tuttavolta egli represse il celibato, dannoso tanto alla Città quasi
spopolata, con una legge che vietava alle vergini di prendere il
velo se non avessero vissuti quarant’anni di casta vita. Ad onore di
Cornelio vescovo, innalzò nel cimitero di Calisto in Via Appia una
basilica; e Demetria, pia donna sua amica, lo donò di un bel podere
situato presso la Via Latina, a tre miglia di distanza dalla porta,
perchè ivi edificasse una chiesa a santo Stefano. Questa basilica, di
cui si fa menzione parecchie volte negli scritti di tempi posteriori,
disparve durante il medio evo; e fu soltanto ai dì nostri, in sulla
fine dell’anno 1857, che facendo alcuni scavi in un podere situato
a tre miglia dalla porta della Città, presso l’antica Via Latina, si
rinvennero vestigi d’una basilica. Ed in quella trovossi una iscrizione
in marmo col nome del protomartire Stefano, la quale ci fa certi che
colà esistesse la basilica di Leone da tanto tempo scomparsa[187].
Addì 12 di Novembre del 461, Ilario, di nazione sardo, saliva la
cattedra di san Pietro nel tempo stesso che al trono dei Cesari
ascendeva Severo, di patria lucano, ch’era creatura di Ricimero. Il
regno di quest’Imperatore, durante il quale nulla avvenne di grande
che meriti nota, finiva nel dì 15 d’Agosto dell’anno 465, in cui egli
passava di questa vita, non sappiamo se per forza di natura o per
violenza del ministro. Quest’uomo avido d’impero, forte dell’esercito
composto di uomini da lui stesso assoldati e perciò a lui ligi, potente
per immense ricchezze, circondato da uno stuolo di creature a lui
ossequienti, temuto ed odiato dagli altri, non osava peraltro di salire
quel gradino cui l’ambizione eccitavalo, nè s’attentava a distruggere
con un rivolgimento violento l’Impero romano, mutando il suo titolo
di Patrizio in quello più grande di Re. In mezzo a queste ultime lotte
dell’Impero morente, ci rallegra il vedere che il Senato desse ancora
saggi di coraggio e di amore patrio. In esso era l’unico sostegno dello
Stato; esso era pur sempre chiaro per uomini ragguardevoli per virtù
e per senno quali Gennadio Avieno e Cecina Basilio, i quali «nello
illustre collegio dei Senatori dopo il Principe porporato, principi
ben potevano essere appellati». così dice Sinodio, ma però tosto
aggiunge: «se si tolga la potenza delle armi»[188]. Ricimero combattè
un’aspra lotta contro il Senato, ma non potè vincerla, anche per ciò
che i Senatori avevano ritrovato un valido ajuto in Leone I imperatore
d’Oriente.
Dopo la morte di Severo, il trono rimaneva vacante per lo spazio di un
anno, e Ricimero era costretto a tollerare che il Senato s’accordasse
con Leone sull’elezione del novello Imperatore; nè ciò soltanto,
ma era costretto ad accogliere un Principe di nascita greco. Ma era
alleviamento al suo corruccio l’onorifica promessa che menerebbe in
moglie la figlia del novello Augusto. Il Principe eletto fu Antemio,
che era uno tra i primi Senatori dell’Impero orientale e che aveva in
moglie Eufemia figlia di Marciano imperadore. Con tutta la magnificenza
delle pompe imperiali, seguito da una corte sì numerosa che sembrava
un esercito, il favorito di Leone venne di Costantinopoli a Roma.
A tre miglia fuori della Città, presso un luogo detto Brontotas,
di cui ignoriamo la situazione, fu ricevuto dal Senato, dal popolo
e dall’esercito festanti; e colà, addì 12 di Aprile dell’anno 467,
ricevette le insegne della imperiale dignità[189]. Dopo di che, a
mo’ di trionfatore, entrò in città, che accolse curiosa e superba
un Principe di greca origine, già sperandone letizia di giuochi e di
banchetti. Ricimero, poco tempo dopo che l’Imperatore era ingresso in
città, celebrava i suoi sponsali colla principessa greca, ai quali fu
presente anche il poeta Sidonio ch’era allora in Roma venuto ad orare
per Gallia[190]. La Città nuotava in un mare di gioie, come direbbe
un Poeta di corte dei giorni nostri; e nei teatri, nelle piazze dei
mercati, nei pretorî, nei fori, nei templi, nei ginnasî declamavansi
epitalamii fescenii. Non si trattava di negozî; i tribunali erano in
ferie; di faccende importanti non era discorso in quella baldoria
universale. Roma apparve al Poeta di Gallia nella sua grandezza di
capitale del mondo; e ancora al suo secolo osò chiamarla sacrario delle
leggi, ginnasio della scienza, curia degli onori, sovrana dell’orbe,
patria della libertà, città mondiale, entro la quale i soli Barbari e
gli schiavi sono reputati stranieri[191]. Addì 1 di Gennaro, Sidonio
recitò il suo panegirico alla presenza di Antemio. Adulatore scipito,
continuò malamente nelle funzioni di Claudiano, ma più fortunato di
lui, a premio dei gonfi suoi versi, fu creato prefetto di Roma. Tre
anni dopo era eletto vescovo di Clermont.
Fra le feste celebrate in Roma dopo l’assunzione al trono di Antemio,
gli Storici ricordano le feste pagane lupercali, e ne fanno le
meraviglie perocchè venissero solennizzate, sotto gli occhi stessi
dell’Imperatore e del Papa, dai Cristiani di Roma nel mese di Febbraro,
com’era la costumanza antica. Noi però non vogliamo parlarne, chè
già vent’anni più tardi ci occorrerà di vedere altre reliquie di
Paganesimo alzare in modo mirabile il loro capo e poi appiattarsi sotto
vestimento cristiano. Del resto il clero romano ebbe tosto occasione
di dubitare della purità della fede cattolica del novello Imperatore:
chè in Antemio stesso scoperse allignare alcune tendenze al Paganesimo
ed all’eresia. E nella sua corte era un Filoteo eresiarca, il quale,
insegnando dottrine ingiuriose allo Spirito Santo e diffondendole
in Roma, fu da papa Ilario in chiesa di san Pietro denunciato
all’Imperatore affinchè volesse torre lo scandalo.
Nel tempo stesso in cui Roma esauriva sue ricchezze negli approntamenti
di guerra contro i Vandali, papa Ilario (il quale moriva già nel
Febbraro dell’anno 468) spendeva grossa moneta ad abbellire le chiese
della Città; e, se dovessimo prestare piena fede a quanto ne narra
il Libro Pontificale, la Chiesa arricchita dei doni degl’Imperatori
e dei privati sarebbe ben presto ritornata al possedimento d’immensi
tesori. Imperocchè, se stiamo a quel racconto, il Pontefice avrebbe
adornato la basilica Lateranense e le chiese di san Pietro, di san
Paolo e di san Lorenzo con isquisite opere d’arte, le quali avrebbero
fatto ben dimenticare il disastro delle depredazioni vandaliche.
E la nostra fantasia commossa a meraviglia alla descrizione di
quei lavori splendidissimi, ammira il valore degli artisti di Roma
cadente. Coll’estinzione del culto dei numi antichi era venuto anche
il decadimento dell’arte scultoria, la quale nel secolo quinto aveva
trovato rifugio nelle officine degli orefici, dei cesellatori e dei
lavoratori di musaici. Gettavansi in metallo massiccio e con ricchezza
di gusto barbarico vasi di parecchie fogge, lampade e doppieri,
colombe d’oro e croci seminate di gemme scintillanti; e negli altari
profondevansi gli ornamenti d’oro e d’argento; e i battisterî ornavansi
con figure di cervi d’argento; e sopra le Confessioni alzavansi archi
dorati, i quali, poggiando sopra colonne di onice, portavano sul
vertice la figura di un agnello in oro.
Nel tempo stesso dunque in cui la città di Roma impoveriva e decadeva,
nelle sue chiese s’ammassavano tesori; ed il popolo, impotente
ad armare un esercito ed una flotta per muovere guerra contro i
Vandali, offriva ricchi donativi alle basiliche degli Apostoli. E per
fermo spunta sulle nostre labbra un sorriso di compassione allorchè
leggiamo quelle descrizioni di arredi d’oro e di giojelli preziosi
che porgevansi in dono alle chiese di Roma; ed in tempo di decadimento
sì profondo della Città dobbiamo tenere quelle narrazioni in conto di
splendide novelle di fate.
§ 3.
Condanna di Arvando. — Spedizioni contro Africa riuscite a vuoto.
— Ricimero si rivolta contro Antemio. — Assedio di Roma. — Terzo
saccheggio nell’anno 472.
Il reggimento di Antemio non fu illustre per isplendore di fortunate
imprese o per energia d’impero, ma sotto di esso la Città fu
spettatrice di un avvenimento che risveglia l’attenzione nostra,
ed è la condanna di Arvando prefetto delle Gallie. Quest’uomo
arrogante avendo con angherie oppressa nel suo governo quella grande
provincia, n’ebbe accusa dai patrizî d’indomiti spiriti di quella
contrada. Chiamato a Roma dal Senato, questo si costituì tosto in
tribunale supremo, ed all’accusato indisse il Campidoglio a confino.
L’ultimo giudizio di Stato tenuto in Roma secondo la processura
della Republica romana eccita in alto grado la nostra curiosità: e
di esso ci fu lasciata descrizione da Sidonio, il quale all’accusato
prefetto ebbe amicizia sincera che nella disgrazia non venne manco.
Arvando, affidato alla custodia di Flavio Asello conte del tesoro,
e tenuto con quegli onorevoli modi che l’illustre condizione di lui
richiedeva[192], aveva libertà di muovere nel Campidoglio. Vestita
la bianca toga di candidato, stringeva la mano ai patrizî che lo
visitavano, e volgendo amari sarcasmi contro il governo non rifuggiva
dal biasimare il Senato e l’Imperatore. Occultando le gravi cure
del suo animo sotto una maschera di fredda alterezza, passeggiava
nella piazza del Campidoglio ed entrava nelle botteghe a mirare le
manifatture di seta e gli arredi e le gemme che i mercatanti ivi
esponevano a mostra[193]. Allorchè il procedimento fu condotto al suo
fine, comparvero quattro Galli a sostenere l’imputazione. Vestiti degli
umili abiti di chi implora giustizia, si alzarono con nobile calma
ad accusare il superbo patrizio, il quale con baldanza sprezzatrice
riconobbe per sua una lettera in cui erano posti in aperto i suoi
disegni di tradire l’Imperatore ed era svelata l’intenzione di lui
di aprire le Gallie ai Visigoti ed ai Burgundi. Tornavano i tempi
di Verre e di Catilina, ed i Senatori si elevavano ancora una volta
nella dignitosa maestà di un tempo e concordi dichiaravano Arvando
reo di alto tradimento. Il Prefetto di Gallia, espulso dal ceto
patrizio fu ricacciato tra i plebei e condannato a morire per mano
del carnefice. Egli stava attendendone l’esecuzione, durante i trenta
giorni stabiliti dalla legge, in un carcere dell’Isola tiberina
d’Esculapio[194], quando all’amico di lui Sidonio e ad altri uomini
che godevano grande autorità, riuscì di far tramutare la pena di
morte in quella dell’esilio. Il giudizio reso in questo argomento fu
decoro agli ultimi giorni del decrepito Senato, ma alla Gallia non fu
fecondo di utilità quantunque alto rumore se ne levasse; imperocchè
i governatori di quella contrada continuassero nelle vessazioni che
l’avidità loro suggeriva, e nei loro disegni di aprirla ai Visigoti. E
già l’immediato succeditore di Arvando, Seronato, cui Sidonio dà nome
di Catilina novello, accusato di gravi delitti dagli oppressi abitatori
della provincia, fu condannato dal Senato, e ne perdette la testa sul
palco[195].
Gl’Imperi di Oriente e di Occidente con loro forze riunite
s’accingevano alla guerra contro i Vandali, i quali, con loro piraterie
infestando audacemente tutte le coste del Mediterraneo, minacciavano
rovina alla contrada. Fu uno dei più potenti apparati d’armi che mai
levasse l’Impero, ed esaurì le forze di Roma e di Bisanzio; eppure la
guerra condotta in Africa da Basilisco e da Marcellino nell’anno 468
ebbe esito infausto alle armi imperiali. Roma aveva accolta speranza
che Antemio, possedendo l’amicizia dell’Imperatore bisantino, la
libererebbe da Genserico e riporrebbe Africa sotto la sua signoria.
Laonde quei rovesci recarono una grave scossa all’autorità di Antemio,
e nella stessa misura che la potenza dell’Imperatore s’indeboliva,
cresceva l’oltracotanza di Ricimero. L’Imperatore d’Oriente aveva
saputo liberarsi di Aspare, che era uomo potente nel regno alla stessa
guisa di Ricimero, ma Antemio nol seppe imitare a scuotere il giogo
del ministro onnipossente e genero suo. La dissensione sommessa scoppiò
finalmente in aperta lotta, e Ricimero, abbandonata Roma, pose sede in
Milano. Alla notizia che egli avesse stretto accordo coi Barbari che
abitavano al di là delle Alpi, di alto spavento fu commossa Roma. Il
vescovo Epifanio di Ticinum, ossia di Pavia, si fè mediatore di pace
tra lui e l’Imperatore. Ma la conciliazione fu soltanto apparente[196];
chè Ricimero coi suoi Barbari partì di Milano, giunse celeremente
a Roma, e cinsela d’assedio, ponendo il suo campo presso il ponte
dell’Anio innanzi a porta Salara[197]. Era l’anno 472.
Spingeva Ricimero con grande alacrità l’assedio, allorchè di Bisanzio
venne al suo campo Olibrio con cui aveva già da lungo tempo stretto
accordi. Questo Senatore che aveva condotta in isposa Placidia, figlia
di Eudossia, e al quale perciò scendevano in retaggio i diritti della
stirpe di Teodosio il grande, a lui sembrava essere uomo opportuno ad
abbattere il greco Antemio e a destare la simpatia dei Romani. Egli si
pare che Antemio durasse una lunga e animosa resistenza, quantunque
deboli fossero sue forze e la Città minacciassero all’interno molti
partigiani di Ricimero ed i molti Ariani che vi avevano dimora.
Impedita di procacciarsi vettovaglie, stremata dalla fame, flagellata
dalla peste, Roma fu ridotta alla estrema miseria[198]. Tuttavia uno
straniero la trattenne ancora dallo abbassarsi alla resa: Bilimero,
Goto o Vandalo di nascita, che comandava un esercito nelle Gallie,
tostochè ebbe contezza degli avvenimenti d’Italia scese con rapida
mossa e si gettò in Roma. Ma i quartieri della Regione transteverina
della Città erano già caduti in potere di Ricimero, e già questi,
avanzando dalla Regione vaticana e oltrepassando il sepolcro di
Adriano, il quale sembra che non fosse ancora tramutato in fortezza,
tentava di impadronirsi del ponte e della porta Aureliana per cui
s’entrava in città. Dopo una battaglia sanguinosa, nella quale il
prode Bilimero perdette la vita, Ricimero conquistò la porta entro la
quale le sue soldatesche, inasprite dalla lunga resistenza e composte
di Germani d’ogni schiatta e ariani di religione, si scagliarono
nell’infelice Città anelanti strage e ruba. Era l’undici di Luglio
dell’anno 472 e Roma cadeva per la terza volta.
Anche di questo saccheggio mancano notizie determinate che ci facciano
certi se la Città ne andasse devastata: gli Storici non dicono
che vi si appiccasse incendio, nè fanno menzione di alcun edificio
distrutto[199]. L’avidità di quei soldati eretici fu satollata colle
depredazioni proseguite per parecchi giorni, finchè Ricimero ebbe
imposto che cessassero. In tal modo i preziosi arredi di papa Ilario
non dovettero attendere a lungo chi li strappasse alla quiete dei
templi. Stando ad un’antica narrazione, sarebbero state risparmiate
quelle due sole Regioni che prima erano cadute in balìa di Ricimero,
cioè la Vaticana (dove già a quel tempo erano sôrti in gran numero
conventi, chiese, ospitali) ed i quartieri del Gianicolo che formano
l’odierno Transtevere e che con quelli del Vaticano componevano una
sola Regione. Ne viene di conseguenza che il san Pietro fosse immune
da saccheggio, ma che la vera città di Roma fosse tutta abbandonata in
balia della soldatesca[200].
§ 4.
Olibrio sale al trono. — Morte di Ricimero. — Suo monumento: chiesa
odierna diaconale di s. Agata in Suburra. — Glicerio e Giulio Nepote,
imperatori. — Oreste acclama imperatore suo figlio Romolo Augustolo.
— Odoacre s’impadronisce d’Italia nell’anno 476. — Caduta dell’Impero
romano occidentale.
Nella Città desolata dalla fame, dalla peste, dalla strage e dal
sacco entrava Olibrio a strappare dal capo di Antemio, ch’era caduto
trucidato, quel diadema cui da lunghi anni agognava. Già prima che Roma
fosse presa, Olibrio era stato, coll’assentimento di Leone, acclamato
Imperatore; ed ora entrava a porre stanza nel palazzo cesareo e si
faceva confermare dal Senato nella sua dignità sovrana. Tosto dopo, il
conquistatore di Roma, colui che era stato terribile tiranno di tanti
Imperatori era preso dal contagio.
Ricimero moriva nella Città, addì 18 di Agosto del 472. Ricordanza di
quest’uomo straordinario è conservata da una chiesa che egli edificò
o restaurò in Roma sul pendio del monte Quirinale. È l’odierna chiesa
diaconale che ha nome: _S. Agatha super Suburram_ o _in Suburra_ e
che in origine apparteneva al culto dei Goti ariani. Ricimero ne aveva
adorna la tribuna di musaici, dei quali non ci rimase sciaguratamente
che una brutta copia. In essa è rappresentato il Cristo sedente fra gli
Apostoli sopra un globo: ha il mento coperto di barba; le chiome gli
scendono in lunghe anella; la mano destra alza in dolce atteggiamento;
nella sinistra tiene un volume. Al lato sinistro è san Pietro, il
quale, cosa degna di nota, porta una sola chiave. In questa chiesa ebbe
senza dubbio sepoltura Ricimero[201].
Alla dignità di generale degli eserciti, Olibrio elesse Gondebaldo,
borgognone di nascita e nipote di Ricimero. Poco dopo, nel giorno 23 di
Ottobre dello stesso anno, anche Olibrio moriva lasciando il trono in
balìa dei Barbari.
La irreparabile caduta dell’Impero di Occidente attendevano in silenzio
i popoli del mondo presi da quella stupidità che coglie chi si aspetta
ad un avvenimento terribile. Nella deplorevole confusione di quegli
ultimi anni si presentano ancora agli occhi dello Storico alcuni
fantocci miserabili d’Imperatori. Gondebaldo aveva dato lo scettro
imperiale a Glicerio, che fu uomo giusto ma di cui non conosciamo
l’origine[202]. Nell’anno 474 Glicerio era balzato del trono da Giulio
Nepote, figlio di Nepoziano e dalmata di nascita, che l’imperatore
Leone aveva a malincuore mandato di Bisanzio a Ravenna con un esercito.
Il novello Augusto mosse contro Roma, e, sorpreso Glicerio nel
porto del Tevere, lo costrinse a deporre la porpora e a ritirarsi in
Dalmazia, a Salona di cui fu eletto vescovo[203]. Dopo di essere stato
acclamato imperatore a Roma, addì 24 di Giugno, Nepote andò a Ravenna;
e intanto che qui trattava con Enrico re dei Visigoti della cessione
dell’Alvernia provincia di Gallia, Oreste, che di recente egli aveva
eletto patrizio e generale degli eserciti di Gallia, mosse contro di
lui le soldatesche: laonde Nepote dovè fuggirsi per mare di Ravenna che
i ribelli stringevano d’assedio, e cercò asilo in quella stessa Salona
dove poco prima aveva condannato a confino Glicerio.
Oreste, romano nato in Pannonia, era stato nei suoi primi anni scrivano
di Attila: lui morto aveva trascorsa una vita avventurosa comandando
milizie di Barbari sotto le bandiere degl’Imperatori di Roma. Egli
presenta in sè l’indole dei condottieri di ventura che desolarono
Italia nell’età di mezzo. Le sue soldatesche, genti raccogliticce di
Sarmazia e di Germania che patria non avevano, in vece di muovere in
Gallia, vollero dare al loro capitano la corona d’Italia. Ma Oreste
preferendo che la porpora imperiale toccasse al suo giovane figlio,
addì 31 di Ottobre dell’anno 475 fece acclamare imperatore d’Occidente
Romolo Mondilo Augustolo od Augusto. Quest’ultimo imperatore di Roma,
bizzarro accidente e forse ischerno di fortuna, riuniva in sè i due
nomi del fondatore di Roma e del suo primo Imperatore[204].
Ma poco durava. Narra Procopio che la caduta di lui e dell’Impero
fosse cagionata dalle soldatesche barbariche[205]; imperocchè, dopo i
tempi di Alarico e di Attila, i Romani avessero accolto nell’esercito
quali confederati Scirri, Alani ed altre torme di stranieri, i quali,
insaziabili nelle loro pretensioni, or chiedevano ad Oreste la terza
parte delle terre d’Italia. Condottiero di quelle masnade fu Odoacre
figlio di Edecone, il quale, di nascita Scirro, aveva combattuto
con Attila, ed era uomo piuttosto temerario che coraggioso. A lui
giovinetto era stato profetato che un dì sarebbe re d’Italia. «Va
in Italia,» aveagli detto un giorno un santo Monaco, «vanne vestito
in umili panni, che presto, allorquando vi ritornerai, tu avrai
potenza di arricchire molte genti»[206]. Aveva combattuto da prode
in cento battaglie e finalmente conduceva uno stuolo considerevole
di soldati alle guerre di Gallia. A’ guerrieri senza patria, Rugi,
Eruli, Scirri, Turcilingi e d’altre schiatte, aveva fatto comprendere
che loro tornerebbe meglio sedere signori del bel paese, avere quello
che possedeva il Romano degenere, piuttosto che vivere erranti agli
stipendî di miserabili condottieri. I soldati germani accorsero tosto
d’ogni lato sotto le sue insegne, lo acclamarono Re e mossero impetuosi
contro Pavia, dove Oreste s’era rinchiuso col giovane figliuol suo. La
città fu espugnata, lo sciagurato Oreste decapitato, e Romolo Augustolo
ultimo imperatore di Roma cadde in mano del primo Re d’Italia di
schiatta tedesca.
Odoacre assunse arditamente il titolo di Re, senza far uso però di
porpora e di diadema[207], e ciò accadde nel terzo anno di regno
dell’imperatore d’Occidente Zenone l’Isaurico, nel nono anno di
pontificato di Simplicio, sotto il secondo consolato di Basilisco e nel
primo di Armato, nell’anno 476 dell’êra cristiana[208].
Dopochè il novello Re, addì 22 di Agosto, si ebbe reso padrone di fatto
d’Italia, volle per prudenza ottenere il riconoscimento legale del suo
dominio. Egli costrinse Augustolo a fare una rinunzia formale del suo
potere innanzi al Senato, e a questo impose che dichiarasse estinto
l’Impero occidentale, e che perciò Italia e Roma erano decadute alla
condizione di province. La ultima opera politica del Senato romano
costituito secondo la forma antica, risveglia un senso di tristezza
profonda: esso spediva legati a Bisanzio all’imperatore Zenone, i
quali deponendo nelle mani di lui la corona d’Occidente, protestavano
a nome del Senato e del popolo: Roma non aver più duopo di un
Imperatore independente; bastare un monarca che solo reggesse Oriente
ed Occidente; aver eglino eletto a proteggitore d’Italia Odoacre
uomo nelle arti di pace e di guerra illustre; implorare che Zenone
lo investisse della dignità di patrizio e al suo governo affidasse il
regno d’Italia.
Nel tempo stesso in cui i legati si presentavano al barbaro isaurico
Zenone, questi riceveva pressanti istanze del detronizzato Nepote
affinchè volesse soccorrerlo. Al discorso dei Senatori rispondeva
Zenone con collera che due Imperatori egli aveva dato a Roma, e che
eglino uno avevano cacciato, l’altro ucciso: or dunque quello che
ancor viveva, dover essi richiamare: il solo Nepote avere podestà di
eleggere Odoacre al patriziato. Ma questa incomprensibile risposta non
era che un pretesto a coprire per un momento l’onta di Roma. Chè tosto,
mutato consiglio, Zenone riceveva il diadema e le insegne imperiali
e custodivale nel suo palazzo. E con lettere indiritte a Odoacre
concedeva a lui, come a suo governatore, il titolo di patrizio dei
Romani, e, abbandonata la causa di Nepote, Roma e Italia, che ancora
formalmente portavano nome d’Impero romano, lasciava in balia della
fortuna[209].
Così Italia per la prima volta diventava reame dominato dai Germani
sotto l’autorità di nome dell’Impero romano orientale: così l’Imperio
occidentale di Roma si spegneva. Il despotismo sotto cui lo avevano
per lunghi anni tenuto Imperatori più barbarici dei Barbari, lo aveva
trascinato ad una condizione di decadimento morale e di schiavitù
infelicissima: il Cristianesimo non vi aveva infuso nessuna forza
di vita, ed i Romani, incapaci di svegliare le forze dell’animo ad
operosità, avevano dovuto cadere sotto l’energia dei Germani, non
conservando che l’istituto della Chiesa, la quale frattanto nell’ombra
cresceva più e più. Il nome politico di «Romano», la qualità di
cittadino romano, erano divenuti, come scrive un Vescovo di quel tempo
cui prestar dobbiamo piena fede, cagione di disprezzo profondo[210].
L’Impero romano soggiacque alle leggi di natura. Dopo di avere per
lunghi secoli ridotto in ischiavitù i popoli, impedendo lo svolgimento
independente dell’indole di nazione, crollante sempre più per opera
del Cristianesimo, scosso dagli assalti dei Germani, finalmente cadeva
distrutto. La rovina sua potè forse presentarsi alla mente degli uomini
di quell’età come un male tremendo, eppure in realità fu invece uno dei
più grandi beneficî di cui godesse l’umanità, imperocchè soltanto da
quel momento cominci la illustre di tutte le regioni del mondo, Europa,
a commuoversi a vita, e ad elaborare quel lungo svolgimento della sua
civiltà svariata, ricca, altissima. La fine del romano Impero, che già
da lungo tempo prevedevasi, non iscosse il mondo assopito in letargo
profondo; la caduta di un governo despotico non eccita compianto.
Ma ora la veneranda Città risveglia in noi sollecitudine ancor più
grave, perocchè essa, vedovata di quello splendore che ancora le aveva
conservato la apparenza di maestà dello Impero, dovesse decadere coi
suoi monumenti a ruina sempre più profonda.