CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Alarico muore nell’anno 410. — Ataulfo è gridato re dai Visigoti. —

Egli parte d’Italia. — Spedizione impresa dal conte Eracliano contro

Roma. — Onorio viene a Roma nell’anno 417. — Restaurazione della Città.

— Versi di Rutilio a Roma.

Finchè i Visigoti rimasero in Italia, la Città doveva sempre temere che

d’improvviso ritornassero a darvi un secondo saccheggio; per la qual

cosa il commovimento continuo che l’agitava, al pensiero del pericolo

sovrastante, le toglieva calma e forza necessaria per riparare a

tante perdite fatte e per ripopolarsi. Alarico era morto tosto dopo il

saccheggio di Roma, nell’anno 410; quasi che tutta la sua forza vitale

lo avesse abbandonato dopo di aver compiuto quel grande fatto. Il

prode guerriero moriva colla gloria eterna di aver soggiogato Roma e di

averle risparmiata la distruzione. I suoi soldati gli diedero sepoltura

nell’alveo del fiume Busento, e indi scelsero a loro re Ataulfo,

cognato di lui. Se Alarico non aveva potuto elevarsi al di sopra della

condizione di nomade guerriero barbaro, Ataulfo invece, accorto di

mente e ardito di mano non meno di Alarico, sembrava avere ingegno

più acconcio a fondare un impero goto in Italia e ad assoggettare

l’Occidente allo scettro di valorosi Germani. Egli accarezzava nel

suo pensiero questo disegno, ma neppur egli poteva compierlo; e quasi

un secolo doveva trascorrere in rivolgimenti tumultuosi prima che

i Germani, condotte poco a poco a maturanza le loro idee politiche,

di truppe irregolari assoldate dall’Impero romano, si facessero veri

conquistatori e signori d’Italia.

Non sappiamo con esattezza fino a quando i Visigoti godessero dello

splendido cielo d’Italia, e si deliziassero sui poggi del mezzogiorno

per vendemmia festanti. Più felici dei guerrieri di Pirro e di Annibale

vivevano nel soggiorno beato della Campania, senza che ne li molestasse

suon di guerra nemico. Dalle ubertose sponde del Liri occupavano

il paese fino a Reggio, dove non la famosa statua incantata ma una

tempesta aveva impedito ad Alarico di passare in Sicilia: nè squillo

di tromba gli strappava dai molli letti ove stavano sdrajati fra le

braccia delle loro belle schiave a lautezza di mense.

Finalmente, Ataulfo stesso li chiamava all’arme, imperocchè, dopo

lunghi e difficili negoziati con Onorio, egli avesse deliberato di

partire dall’Italia desolata e di valicare le Alpi per girsene in

Gallia, ove, al soldo dell’Impero, voleva combattere Giovino che aveva

usurpata la dominazione di quella provincia. Nella loro ritirata,

che non possiamo determinare con certezza se avvenisse nell’anno 411

oppure nel 412, i Goti avranno forse incusso alto spavento a Roma:

ma per il trattato stretto con Onorio, la cui sorella Placidia il Re

dei Goti aveva condotta in isposa, i Barbari non devono avere recato

danneggiamento alla Città. E la narrazione d’uno Storico dei tempi

posteriori, che eglino in questa loro ritirata, simili a sciame di

locuste, si gettassero su Roma per la seconda volta ed esterminassero

tutto quanto avevano lasciato nella prima, non ha sembianza di verità,

non essendo sorretta da altre testimonianze[134].

Un altro flagello, quantunque ben meno terribile, colpiva Roma:

l’ambizioso conte Eracliano, nell’anno 413 in cui era stato eletto

console, s’era ribellato in Africa; e avendo impedito che ne partisse

la flotta ch’era andata a prendere vettovaglie per fornire la Città

affamata, mosse egli stesso con molti vascelli; e già s’apparecchiava

a entrare nelle acque del Tevere per impadronirsi della Città ch’egli

sapeva essere sguernita. Ma allora, Marino, capitano delle truppe

imperiali (che, come tali, tornano di nuovo in campo), gli diede

battaglia presso la costa; e, disfattolo pienamente, lo costrinse a

fuggire in Africa dove perdette il capo[135].

Liberata da questo pericolo, partiti i Goti, la corte di Ravenna

ebbe miglior agio di provvedere alla guarigione di tante piaghe

che desolavano Italia. Onorio concedette alle province devastate

l’esenzione da imposte, e, per la terza volta nell’anno 417, venne

a Roma avvilita. Fece uno splendido ingresso trionfale, e assiso

nel suo cocchio si pasceva con orgoglio puerile della vista del suo

emulo Attalo, il quale, coperto di vergogna, era tratto in catene

innanzi al suo carro[136]. Gli sciagurati abitatori di Roma accolsero

il loro Monarca con servili acclamazioni, quantunque nel loro animo

gli scagliassero muti rimproveri. Non eravi Stilicone dai cui allori

egli prendesse a prestito splendore, e taceva la musa che per bocca

di Claudiano gli aveva già tributate lodi adulatrici di trionfatore.

Stendendo la mano e supplicando colla voce, i Romani lo eccitavano

a far risorgere la Città dalle sue rovine. Se si presti fede agli

Scrittori, Roma si rimetteva in breve tempo dei mali sofferti

durante il saccheggio dei Goti, di maniera che sorgeva «più splendida

dell’antica»[137]. I cittadini fuggiti vi ritornavano da tutte le

province dell’Impero; ed erano in numero sì grande che Olimpiodoro

racconta che in un giorno solo ne arrivassero quattordicimila.

Tuttavia, bisogna andare cauti nell’accogliere le notizie date dagli

scrittori di quell’epoca. E lo stesso Storico racconta che Albino,

prefetto della Città nell’anno 414, aveva riferito all’Imperatore

che la popolazione di Roma s’era accresciuta di maniera che non

fosse più sufficiente la misura di grano ch’era costituita per le

somministrazioni al popolo[138].

La Città andava poco a poco risorgendo e ripopolavasi, quantunque non

si restituisse nel primitivo splendore come vorrebbero far credere

quelle narrazioni e le voci adulatrici di coloro che celebravano Onorio

col titolo di restauratore della Città. Ma che Roma, pochi anni dopo

della conquista dei Goti, fosse ancora la grande, la magnifica, ci

mostrò Olimpiodoro: ed anche Rutilio, che ne partiva nell’anno 417

per tornare in patria, poteva confortare il suo animo della caduta di

lei con quei versi inspirati, nei quali esorta la Città a rialzare

il suo capo venerando, ad ornarsi d’alloro ed a cingere il turrito

diadema, e ad alzare di nuovo il suo scudo brillante. I terribili mali

sofferti nel saccheggio, sclamava, potevano esser posti in obblio dalla

remissione dei tributi: elevando lo sguardo al cielo si allevia ogni

dolore, imperocchè anche gli astri tramontino per risorgere brillanti

sempre di luce novella. L’oltracotanza superba di Brenno aveva ricevuto

punizione, ed il Sannita la aveva espiata colla servitù: la fuga e la

disfatta di Pirro e di Annibale avevano vendicate le loro vittorie.

In simil guisa Roma risorgerà legislatrice dei secoli, essa sola non

temente il lavorio della Parca; tutte le contrade della terra di nuovo

le porgeranno tributi e il bottino fatto sui Barbari empirà i suoi

porti: i campi che il Reno bagna, saranno dissodati eternamente per

lei; per lei il Nilo riverserà fuor del suo letto le onde fecondatrici;

Africa a lei dispenserà la ubertà dei suoi prodotti: e flotte romane

solcheranno le onde del Tebro trionfatore, coronato di giunchi[139].

Questi augurii il Poeta ancora pagano volgeva a Roma, salutandola

con voce velata dal pianto. Ma non furono profetici. Abbattuta da

quel colpo tremendo, la Città non ebbe più forza di sollevarsi.

Per buona sorte dei popoli d’Occidente, Roma non raccolse più dalla

polvere la corona d’alloro cadutale di capo. E soltanto dalle ceneri

dell’antichità essa si elevò sotto forma novella dopo le pugne lunghe e

dolorose della sua seconda nascita, per reggere col pastorale durante

lunghi secoli il mondo morale, dopochè essa aveva dominato, per tempo

sì lungo, mezzo il mondo colla potenza della sua spada[140].

§ 2.

Svolgimento della Chiesa romana. — Scisma per la successione alla

cattedra vescovile. — Bonifacio è eletto papa. — Onorio muore nell’anno

423. — Valentiniano III diventa imperatore sotto tutela di Placidia. —

I Vandali invadono Africa.

Nel tempo in cui la vita politica di Roma si spegneva e le istituzioni

civili dell’antichità perivano, nel tempo stesso in cui l’Impero,

premuto sempre più dai Germani invasori, perdeva una provincia dopo

l’altra e minacciava finalmente di perire esso stesso, era in Roma

un solo istituto che non aveva mai vacillato e che sottometter doveva

alle leggi della civiltà quei Barbari medesimi, i quali più tardi ne

diventavano difensori ed ausiliarî a ottenergli la signoria della Città

e di parecchie province d’Italia. Quell’istituto era la Chiesa, era il

Papato. Durante i varî avvenimenti che s’erano succeduti nel periodo

di presso che quattro secoli di dominazione degl’Imperatori, sulla

cattedra vescovile di Roma sedeva una gerarchia di preti elettivi,

antica quasi quanto il Monarcato, la quale, dopo di Pietro che la

tradizione narra essere stato fondatore dell’Episcopato romano, già

contava una serie di quarantacinque Vescovi fino al tempo in cui i

Goti conquistarono la Città[141]. Alla storia di Roma e dell’Impero

era proceduta allato e di pari passo la storia della Chiesa: storia

arcana, dapprima, di un’associazione misteriosa d’amore e di libertà

morale; indi storia di martiri eroi a cui era succeduta storia di acri

pugne contro il Paganesimo, e del trionfo riportato dal Cristianesimo

sulla Religione degli idoli; storia finalmente di continue lotte

contro le eresie sorte in Oriente e nel Mezzogiorno. Nei tempi della

dominazione imperiale di Roma, la Chiesa aveva accolto in sè le più

elevate idee spirituali; e la libertà, bene sommo e felicità del

genere umano, otteneva consecrazione nella cerchia della vita morale,

poichè era stata soffocata nel mondo politico. L’energia che la

Chiesa aveva dimostrata contro il despotismo di Costantino e dei suoi

succeditori era stata salutare e gloriosa; ma quell’istituto troppo

presto cadeva dalla spirituale sua altezza, corrotto in generale da

quella tendenza egoistica che non si disgiunge mai da tutto ciò ch’è

dell’uomo, e avvelenato in particolare dall’avarizia e dall’ambizione.

Ricchezze d’ogni maniera, composte di offerte di mani liberali e di

beni stabili che chiamavansi patrimonii, fluivano a questa Chiesa, la

quale, nel tempo stesso in cui dava alla sua amministrazione esteriore

un ordinamento sapiente, poneva le basi ed innalzava il suo sistema

dogmatico che il genio dei suoi Padri e dei suoi Teologi difendeva e

raffermava. Il Vescovo di Roma, sedente in Laterano, volgeva la sua

operosità alla sola amministrazione ecclesiastica; e, quantunque non

avesse ancora potenza politica, tuttavia cominciava già nel secolo

quinto ad esercitare sulla Città una certa influenza che non era

unicamente d’indole spirituale e morale, ma che, nelle relazioni

innumerevoli della Chiesa sulla universa vita civile, assumeva anche

natura tutt’affatto materiale. La lontananza dell’Imperatore da Roma

accresceva venerazione alla persona del Vescovo cui la fede insegnava

a rendere ossequio come a persona sacra; e le necessità sempre più

stringenti e la miseria crescente nel popolo, lo facevano riverire

salvatore, difensore, padre della Città. E Roma amministrata nelle

bisogne civili da prefetti e dal Senato, nell’ordinamento spirituale

retta dal suo Vescovo, quasi separata dalla vita publica dello Impero

di cui aveva cessato di essere la capitale, cadeva più e più sempre

nella letargica condizione di municipio isolato; ed ora comprendeva

che soltanto in grazia del suo Vescovo le veniva ancor tributata

onoranza. Poco a poco però il popolo perdeva ogni partecipazione ai

negozî politici, nè più ormai doveva aver parte che alle faccende

ecclesiastiche e teologiche.

Già dopo l’anno 417, la Città era funestata dalle lotte contro la

setta dei Pelagiani e dei Celestini, e poco appresso dividevasi in

fazioni che acremente disputavansi per la successione al ricco seggio

vescovile. Il greco Zosimo, ch’era succeduto a Innocenzo, moriva

addì 26 di Dicembre dell’anno 418. Nel tempo in cui la parte maggiore

del clero e del popolo, nella chiesa di santo Marcello, eleggeva il

romano Bonifacio a succeditore del defunto, la fazione avversa nella

basilica lateranense acclamava vescovo l’arcidiacono Eulalio. Il popolo

parteggiava per Bonifacio, ma il prefetto Simmaco amico di Eulalio

spediva lettere ad Onorio in Ravenna, in cui egli si dichiarava contro

di Bonifacio. L’Imperatore comandava che s’insediasse il candidato del

prefetto. Nuovo scisma (era il terzo di questo genere nella Chiesa

romana) divideva il popolo; e l’ambizione sacerdotale minacciava di

funestare nuovamente la Città con avvenimenti sanguinosi, simili a

quelli che la avevano già rattristata ai tempi di Damaso e di Ursicino.

Eulalio aveva già preso possesso della basilica di san Pietro, e

Bonifacio s’era ritirato in san Paolo fuori delle mura. Il prefetto

gli spediva un tribuno a citarlo dinanzi a sè per udire il comando

dell’Imperatore, ma il popolo inasprito si sollevava tumultuando

e maltrattava il messo. Allora Simmaco publicò i decreti dello

Imperatore, e fè chiudere le porte della Città per impedire a Bonifacio

di entrarvi. Ma quelli che parteggiavano per il Vescovo escluso corsero

all’Imperatore, e gli fecero conoscere che nella elezione di Eulalio

erano state violate le leggi canoniche e che invece Bonifacio era stato

eletto a vescovo dalla grande maggioranza con ogni regola di forme.

Onorio, temendo di irritare i Romani, dichiarò essere sua voglia che

della scandalosa scissura pronunciasse sentenza un Concilio. Le due

fazioni comparvero innanzi a un Sinodo raccolto prima in Ravenna e

poi a Spoleto; e, finchè questo avesse pronunciato il suo decreto, fu

proibito ai due Candidati di entrare in Roma. Obbediva Bonifacio, e

prendeva dimora nel cimitero di santa Felicita presso la Via Salaria;

ma Eulalio, che aveva posta sua sede in Anzio presso la chiesa di

santo Ermete, con disprezzo insolente entrava in Città, e nel giorno

di Pasqua amministrava il battesimo e celebrava messa solenne in

Laterano, laddove il suo competitore stava contento a fare lo stesso

nella basilica di santa Agnese fuori delle mura. E ne seguiva che

Onorio irritato abbandonava Eulalio, il quale, cacciato della Città, fu

condannato a confino nella Campania, laddove Bonifacio, quale Vescovo

eletto, saliva alla cattedra di Pietro nell’anno 419[142].

Questi negozî ecclesiastici incominciavano ora a impadronirsi

intieramente dell’animo dei Romani, pei quali, perduta ogni operosità

di vita politica, l’elezione del loro Vescovo era un avvenimento

importante, imperocchè fosse il solo campo in cui potessero usare senza

inceppamento del loro volere. E che eglino fossero quasi messi fuori

dello Impero, vedevano da ciò, che tutto quanto deliberasse la corte di

Ravenna loro s’imponeva, sofferendolo essi come un fatto compiuto.

Addì 15 di Agosto del 423 moriva in Ravenna Onorio imperatore. La

sua salma fu trasportata a Roma ed ebbe sepoltura in vicinanza al san

Pietro. Tutt’a un tratto l’Impero occidentale mancò di un Principe che,

succedendogli, prendesse le redini dello Stato; perocchè la stirpe

del gran Teodosio in linea maschile si fosse estinta in Occidente,

e Placidia poco tempo prima della morte di suo fratello fosse stata

costretta da raggiri di corte a partirsi di Ravenna ed a ricoverarsi a

Bisanzio col suo figlio Valentiniano, che ella aveva avuto di Costanzio

suo secondo sposo e che era ancora in tenera età. L’imperatore greco

Teodosio ondeggiò qualche tempo nel pensiero se dovesse ricongiungere

all’Impero d’Oriente le province occidentali, o se dovesse porre sul

capo di un bambino che ancor non favellava la corona d’Occidente. Di

repente gli giunse, a suo terrore, la notizia che Giovanni primicerio

dei notai aveva alzato arditamente in Ravenna lo stendardo della

ribellione e s’era coperto della porpora imperiale. Quest’uomo di

potente ingegno s’era impadronito senza fatica d’Italia; e Roma stessa

avrebbe riconosciuto il suo impero se nell’anno 425 non avesse toccata

una grande sconfitta dall’armi di Ardaburio e di Aspare generali di

Teodosio, i quali, conducendo seco Placidia col figliuoletto, forti

di un potente esercito e di una flotta, s’impadronirono di Ravenna, e

l’usurpatore diedero in mano al carnefice.

Il fanciullo Valentiniano accompagnato dalla madre, di Ravenna

passava a Roma dove un plenipotenziario di Teodosio gli porgeva il

manto imperiale e il dichiarava Augusto sotto nome di Valentiniano

III in tutela di Placidia. Egli aveva allora soli sette anni[143]. Il

giovinetto Imperatore pose sua residenza nella forte Ravenna dove venne

educato in effeminata mollezza dalla madre che anelava ad impero, e

che, debole troppo per guidare lo Stato sconnesso da tanto disordine,

doveva cadere sciagurata vittima di raggiri astuti. Imperocchè quella

donna, la cui vita fortunosa risveglia grande allettamento in chi

studia la storia di quel tempo, non possedesse grande ingegno di

reggitrice di popoli; e, quantunque avesse potuto giovarsi del senno

di due uomini illustri, di Ezio e di Bonifacio, ella, per leggerezza

femminile e per passione d’intrigo, perdesse l’uno per l’altro.

Conseguenza dell’astuzia di Ezio e della debolezza di lei fu la perdita

della ricca provincia di Africa. Bonifacio, indotto al tradimento dalla

ignobile gelosia del suo rivale, nel bollore della collera chiamava i

Vandali di Spagna. Dopo soltanto che erano sbarcati in Africa nell’anno

429, conosceva l’error suo; ma l’eroico pentimento di lui era troppo

tardo, imperocchè Genserico in dieci anni si rendesse soggetta tutta

la contrada, e in quella ubertosa provincia, ch’era il grande granajo

di Roma, tenesse la chiave d’Italia. Quell’avvenimento recò un colpo

mortale a Roma e gettò la Città, sempre più indebolita, in balia del

più grave infortunio.

§ 3.

Sisto III è eletto papa nell’anno 432. — Egli edifica dalle fondamenta

la basilica di santa Maria (Maggiore). — Musaici di questa chiesa e

donativi a lei consecrati. — Splendore degli arredi ecclesiastici.

La storia interna di Roma di questo tempo è animata dall’operosità

del vescovo Sisto III, il quale, romano di nascita, addì 24 di Luglio

dell’anno 432, saliva alla cattedra di san Pietro. Egli fu illustre

per fervore nell’ornare Roma di chiese; e poichè fosse consuetudine

che i Vescovi romani, a monumento di qualche vittoria riportata sopra

perniciose eresie, edificassero novelle chiese, così fece egli pure.

Il suo predecessore Celestino I, nell’anno antecedente 431, aveva

tenuto il Concilio di Efeso per condannare la setta dei Nestoriani, i

quali negavano alla Vergine Maria il solenne predicato di «Deipara»,

e Sisto celebrava questo trionfo della fede cattolica erigendo a nuovo

una splendida chiesa là dove sorgeva la basilica antica di Liberio, e

ch’egli dedicava a Maria Vergine, madre di Dio[144]. Egli rese adorno

di musaici l’interno di questo tempio che probabilmente fu il primo che

in Roma si dedicasse alla Vergine. Molti di quei musaici si conservano

ancora; e la loro antichità ed il disegno li rende pregevoli come

antichissimi di tutte le chiese di Roma, se si eccettuino i musaici

in santa Pudenziana della cui origine è incerto il tempo e gli ornati

bacchici esistenti in santa Costanza di stile alquanto rozzo. Di

origine contemporanea possono essere soltanto gli avanzi di musaici

che vedonsi nella chiesa di santa Sabina posta sull’Aventino, bella

basilica che deve essere stata edificata dal vescovo Pietro sotto il

pontificato di Sisto III.

Lo stile dei musaici in santa Maria conserva ancora le forme

tradizionali dell’arte antica; nè vi si scorge traccia di quel gusto

così detto bisantino, il quale, poco tempo dopo, già comincia a

intravedersi nei musaici coi quali Leone Magno, succeditore di Sisto,

fece ornare, per incarico di Placidia, l’arco trionfale del san

Paolo[145].

Egli è prezzo dell’opera che c’indugiamo a parlare di questi musaici;

imperocchè sieno i soli in Roma che nei loro disegni rappresentino

lo svolgimento del Cristianesimo negli episodî principali di storia

dell’antico e del nuovo Testamento. Quantunque l’artefice ne sia

sconosciuto, e benchè parecchi soggetti non sieno trattati in pari

guisa, tuttavia la idea straordinaria di un ciclo di fatti di storia

biblica non poteva accogliersi che nella mente di un solo artista,

oppure non poteva essere condotta da parecchi che dietro l’ordinamento

di un solo. Le storie sono distribuite in maniera, che le pareti

della navata di mezzo sono coperte di disegni rappresentanti alcuni

avvenimenti del Testamento antico, i quali servono d’introduzione alla

storia della Vergine e del Cristo, di cui si mirano dipinture sull’arco

trionfale, all’istessa guisa che la promessa simbolica dell’êra antica

corrisponde e precede all’adempimento compiutosi nella nuova. Al di

sopra dell’architrave, in tutta la sua lunghezza, le istorie ornano le

due pareti di quella navata, in trentasei quadri tetragoni disposti

gli uni sopra gli altri in due serie. Ma la loro piccolezza rende

difficile all’occhio di comprenderli pienamente, per la qual cosa

operano allo sguardo dell’osservatore effetto meno vivo dei musaici

normanni di Monreale eseguiti in tempi più tardi. Oggidì se ne può

comprendere pienamente il valore soltanto da copie, e si conosce che

in generale erano mirabili per bellezza semplice e per il nobile stile

dell’arte antica. Essi cominciano la storia dell’antico Testamento da

Melchisedecco che rende onore ad Abramo; e rappresentano con tratti

espressivi la vita e le geste dei Patriarchi da Mosè e da Giosuè

fino all’ingredire nella terra promessa. I primi sono i più belli, e

presentano l’idillio della vita patriarcale colla gentilezza dell’arte

antica, e sembra che col loro stile siensi fatti precursori di quei

piccoli quadri splendidissimi onde Raffaello ornò le logge. In tutti i

quadri di battaglie e di guerre della storia di Giosuè, sembra invece

che l’artista abbia seguito la maniera fredda dei basso-rilievi della

colonna di Trajano goffamente e senza che comprendesse l’animatezza di

quel genere di dipinture[146].

Alcuni musaici rappresentanti la storia di Cristo adornano il grande

e splendido arco di trionfo che Sisto III ergeva sopra l’altar

maggiore a ricordanza della vittoria della Chiesa ortodossa. Il

Cristiano di quei tempi leggeva in quelle imagini con compiacimento

la storia delle battaglie di Roma religiosa; e se oggi l’osservatore

le contempla soltanto per il disegno, in quel tempo invece operavano

sulla moltitudine con quella forza per la quale è commosso l’animo

nostro alla ricordanza di gravi avvenimenti succeduti in tempo poco

remoto. I disegni che coprono tutta la parete al di sopra ed ai due

lati dell’arco, sono distribuiti in quadruplici compartimenti fra

loro corrispondenti. Nel punto di mezzo ossia nel capo dell’arco si

mira l’imagine del trono, dinanzi a cui sta il mistico libro coi

sette suggelli. Ai lati sono san Pietro e san Paolo e le figure

simboleggianti gli Evangelisti, il vitello e l’angelo, il leone e

l’aquila. Indi segue l’annunciazione: l’angelo si presenta alla

Vergine che siede in atto soave e dietro a lei sono due altri

angeli. In nessuna di queste dipinture Maria ha il capo circondato

dell’aureola, ed è cosa che per la storia delle idee di quei tempi

merita considerazione. Vi segue il quadro che mostra la presentazione

di Cristo al tempio, ossia Maria che tiene tra le sue braccia il

bambino cinto la testa dell’aureola di gloria. Nella seconda serie è

rappresentata l’adorazione dei Magi con concezione stravagante. Il

bambino siede solo sul trono: due Re, dalle svelte forme giovanili

e coperti il capo del berretto frigio sormontato da corona e simile

agli elmi ovali dei Dioscuri o al berretto dei prigionieri di Dacia

dei basso-rilievi dell’arco di Trajano, gli stanno dinanzi offrendogli

donativi. Dietro al soglio del Re bambino, vedonsi quattro angeli e

l’astro celeste[147]. A questo quadro corrisponde dal lato opposto

un secondo che rappresenta Cristo disputante nel tempio con due

angeli dietro di sè. Il terzo che succede tosto dopo, a destra

dell’osservatore rappresenta un episodio della vita di Erode di cui

non si comprende facilmente il significato, ed alla sinistra la strage

dei fanciulli. I pittori italiani dei tempi posteriori trattarono

quell’argomento doloroso con paurose fantasie; ma questo musaico antico

mostra un alto e bello concepimento dell’artista che si restrinse a

dipingere un gruppo di dolenti donne, le quali atterrite stringono loro

fanciulletti tra le braccia, e tre sgherri che con mossa animatissima

si scagliano a strapparli loro dal seno[148]. Finalmente alle estremità

dell’arco chiudono la serie dei quadri i soliti disegni delle due città

di Gerusalemme e di Betelemme verso le quali alzano gli occhi alcune

greggi di agnelli che sono simbolo dei fedeli. Sono questi i celebri

musaici in santa Maria Maggiore. Per altezza e per unità di concetto

essi superano tutti gli altri di Roma; e, prossimi per purezza di stile

agli antichi, sono un bel monumento dell’ultimo splendore dell’arte

romana del secolo quinto.

Il Libro Pontificale narra degli splendidi arredi onde papa Sisto fè

dono alla sua chiesa di santa Maria; e dalla descrizione che ne dà

si pare che, dopo il saccheggio dei Goti, l’oro fosse divenuto raro

nella Città. Imperocchè in esso sia fatto menzione di un solo calice

(_schyphus_) di puro oro che avrebbe pesato, se si possa crederlo,

cinquanta libbre. Gli altri doni offerti sono invece d’argento; e

fra essi è cenno di un altare coperto di lamine del peso complessivo

di trecento libbre, e di una figura di cervo che, posta sopra il

bacino del battistero, versava acqua dalla bocca, ed era pesante

di trenta libbre. Malgrado dello erario depauperato, Valentiniano

era cortese alle preghiere del Vescovo, chè la confessione del san

Pietro ornava di un basso-rilievo in oro seminato di pietre preziose

rappresentante la figura del Salvatore e dei dodici Apostoli, e nella

basilica lateranense poneva un tabernacolo (_fastigium_) d’argento in

sostituzione dello antico, che i Goti, ad onta del loro rispetto alle

chiese, avevano rapito[149]. Questo solo arredo pesava cinquecento

undici libbre, per la qual cosa si può di leggieri argomentare quale

ricchezza avranno raccolta gli Ariani nel bottino delle chiese. Onorio,

Placidia e Valentiniano ed i Vescovi di quel tempo davano con fervore

opera a restituire ciò che nel sacco era stato rapito. Le chiese si

riempivano di nuovo di ornamenti d’oro e di argento massiccio, nè

v’ha alcuno di quei Vescovi che il Libro Pontificale non celebri pei

donativi offerti a parecchie chiese in vasi, in doppieri, in altari

ed in arredi. Indarno innalzava la voce santo Gerolamo contro quella

eccessiva magnificenza. «Le pareti splendono di rilucenti marmi»,

esclamava, «i tetti brillano per l’oro, gli altari sfavillano di

gemme, ma i veri servi di Cristo dello splendore esterno non sono

vaghi. Potrà dirmi qualcuno che il tempio d’Israello ricco era, e che

la mensa, i doppieri, i turiboli, le patene, i calici, i bacini e gli

altri arredi erano d’oro. Ma poichè il Signore elesse la povertà a suo

tempio, alla croce dobbiamo pensare, e la ricchezza come fango vile

avere a disprezzo.» Così san Gerolamo[150]. Ma il clero zelante delle

chiese di Roma pensava altrimenti, e voleva che ognuna di esse fosse ad

imitazione del tempio di Salomone, e lo prendeva a modello nella pompa

orientale degli arredi sacri e degli abiti sacerdotali. Di maniera che

nel periodo di soli quaranta anni si ammassava in Roma una ricchezza

novella la quale avrebbe servito di bottino a quei Barbari, che la

sorte e l’indole di vita nomade dovevano spingere di bel nuovo sopra la

Città.

§ 4.

Leone I ascende alla cattedra di san Pietro nell’anno 440. — Roma

accoglie i fuggenti d’Africa. — Eresie. — Placidia muore in Roma nel

450. — Fortuna della sua vita. — Avventure di Onoria figlia di lei. —

Ella chiama in Italia Attila re degli Unni.

Moriva Sisto III addì 11 di Agosto dell’anno 440, ed i Romani ad

una voce eleggevano a suo succeditore il diacono Leone. Figlio di

Quintiano, era toscano di nascita; e la Città non aveva a dolersi

dell’elezione di quest’uomo illustre, che colla sua influenza salvare

doveva la Città dalla distruzione. Trent’anni prima, torme di uomini

fuggenti da Roma avevano cercato un asilo in Africa, ed ora invece

erano mutate le sorti con inversa vicenda. Una moltitudine di gente

fuggiva da Cartagine che allora cadeva in mano dei Vandali; e dalle

province devastate di Numidia e da Ippona, dove santo Agostino

nell’anno 430 era morto, riparavano a Roma: e forse fra coloro che

chiedevano ospitalità ai Romani, che dovevano essere memori del

beneficio simile che ne avevano ricevuto, saranno stati alcuni che

scampati di Roma al tempo del sacco di Alarico, avranno continuato a

dimorare in Africa finchè la novella sciagura ne li ricacciava. Tra i

fuggiaschi, molti erano che appartenevano alla setta panteistica dei

Manichei, e che continuarono a tenere loro congreghe in Roma finchè

le discopriva papa Leone. Costretti ad abiurare le loro credenze o ad

esulare, quegli sciagurati deserti di patria erano caduti di male in

male. Avevano veduto in Africa le loro case arse dai Vandali seguaci

di Ario, ed ora dovevano mirare ardere dinanzi le chiese di Roma i loro

scritti ereticali, ed era un gran numero di volumi che per buona sorte

dei posteri furono distrutti. Ed offrono prova mirabile di duplice

fanatismo religioso, dall’un lato genti le quali fuggendo trasportano

seco un grave peso non utile alla vita, e dall’altro i roghi sui quali

quei volumi sono arsi[151].

Leone volgeva tutta la sua operosità a conservar la purità della

dottrina ortodossa. Le forze dello intelletto umano, oziose adesso

che era loro precluso il campo dell’operosità politica e civile,

s’erano rivolte con ardore alle speculazioni teologiche. Manichei,

Priscilliani, Pelagiani ergevano arditamente il capo nelle province,

e la nuova eresia sôrta in Costantinopoli dagli insegnamenti di

Eutichio, il quale aumentava le sottili dispute agitantisi intorno

la natura di Cristo, affermando che Cristo era di due nature, non

in due nature, trascinava il Vescovo di Roma a violente ed ostinate

contese coll’Oriente. In tali cure trovava egli valido appoggio in

Placidia ed in Valentiniano che egli vedeva soventi volte in Roma, dove

traevano di Ravenna a pregare sulla tomba degli Apostoli. In quei loro

pellegrinaggi, offrivano donativi preziosi alle chiese; e già abbiamo

veduto che, ad opera di Placidia, ai tempi di Leone era stata ornata di

musaici la chiesa di san Paolo. Placidia moriva in Roma, ove ella si

era recata insieme col figlio, addì 27 di Novembre del 450, poco dopo

che Teodosio il Giovane era passato di vita in Bisanzio. Ella non ebbe

sepoltura nel mausoleo di san Pietro, ma fu trasportata a Ravenna; ed

il suo corpo collocato nella tomba sopra un trono di legno di cipresso,

si conservò in integro stato per secoli[152].

La morte di questa donna illustre precorse la caduta di Roma imperiale,

come già alla morte di Cleopatra era succeduta la caduta della

Republica romana. Egli è un fenomeno meraviglioso nella Storia, che

nei tempi di decadimento s’elevino alcune figure di donne, la cui

influenza sulla loro epoca è grande, e la cui vita è lo specchio in cui

si riflette l’imagine dei costumi del loro tempo. Durante il periodo

del decadimento di Roma, furono in Occidente ed in Oriente Placidia,

Pulcheria, Eudocia, Eudossia ed Onoria figlia di Placidia, donne le

quali colla storia dei loro affetti recano qualche lume nella deserta

oscurità di quel tempo e ne scemano l’orrore. E tra le storie della

vita di tutte quelle donne illustri, poche sono che abbiano maggiore

importanza storica, nessuna forse che risvegli tanta meraviglia per gli

avvenimenti sì vari e sì fortunosi, per l’attrattiva delle avventure e

dei luoghi ove si compirono, quanto la vita di Placidia, della quale

in poche parole tracceremo il profilo. Figlia a Teodosio il grande

e sorella ad Onorio, giovinetta di ventun anno, cadeva in mano di

Alarico che la traeva seco in Calabria. In Narbona diveniva sposa di

Ataulfo re dei Goti. Un figlio avuto di quel maritaggio le moriva in

Barcellona, e tosto dopo perdeva il marito trucidato in una congiura.

Strappata vilmente dal suo palazzo dall’assassino Singerico, caricata

di catene, era condannata a camminare lungo tratto dinanzi al cavallo

dell’usurpatore. Rimandata a Ravenna presso il fratello, era costretta,

ella, la vedova di Ataulfo, a dare contro sua voglia la mano di sposa

al generale Costanzio del quale aveva due figli, Valentiniano ed

Onoria. Costanzio moriva d’improvviso; e l’imperatore Onorio, il quale

poco tempo prima era accusato dalla fama di una passione colpevole

per la sorella, cacciava la sciagurata donna che coi suoi due figli

ricoverava a Bisanzio. E di qui ella faceva ritorno poco tempo dopo

con un’armata, e dopo molte traversie sofferte in viaggio, approdava

in Italia, collocava il figlio sul trono d’Occidente, e per lo spazio

di venticinque lunghi anni come tutrice o piuttosto come vera signora,

teneva sotto il suo potere l’Impero romano.

Tosto dopo la morte di Placidia e di Teodosio, s’eleva la figura di

Onoria figlia di lei, che sì triste influenza aver doveva sul destino

di Roma. La vita quasi claustrale cui era condannata alla corte di

Ravenna, era in abborrimento alla giovinetta sedicenne, la quale,

trascinata dal tumulto delle passioni ardenti nel primo periodo

della vita, faceva lieto di secreti abbracciamenti il suo maggiordomo

Eugenio. Ma ben presto gl’indicî della gravidanza tradivano il secreto

agli occhi di Placidia, la quale mandava la traviata donzella alla

corte di Costantinopoli, dove la spietata severità della vergine

Pulcheria la rinchiudeva in un carcere ad espiazione involontaria

del fallo. Colà sin dall’anno 434 nel languore della prigionia, la

bella desolata scontava i piaceri vietati dello amore, e sulle ali

della fantasia accesa dallo spiro ardente del cielo di Bisanzio,

s’abbandonava a pensieri romanzeschi, e balenavale alla mente l’idea

avventurosa d’invocare in suo ajuto il terribile guerriero del suo

tempo, l’unno Attila, e di chiamarlo di Pannonia, promettendogli in

premio la sua destra e i suoi diritti ad una parte dell’Impero. La

ricordanza delle avventure di Eudocia moglie di Teodosio, e della bella

greca Atenaide, l’esempio della vita errabonda della propria madre

che non aveva avuto a schivo di calcare il letto di un Re barbaro, del

conquistatore di Roma, valse a dissipare le sue dubbiezze se pure ne

accolse. Ella potè trovare opportunità di spedire ad Attila un eunuco

che gli recasse una sua lettera e l’anello di fidanzata. Ciò era

succeduto prima ancora della morte di Teodosio; ed appena il senatore

Marciano, che Pulcheria aveva scelto a sposo, era salito al trono

d’Oriente, Attila, sollevando a pretesto i suoi sponsali con Onoria,

a Marciano domandava tributi ed a Valentiniano chiedeva che gli fosse

data la sua sposa[153]. Ma l’una cosa e l’altra gli fu negata. La corte

di Costantinopoli s’affrettava a rimandare la sciagurata principessa a

Ravenna, affine di distogliere da sè l’ira di Attila. Appena arrivata

in Italia, Onoria era costretta a dare la sua mano ad un offiziale

della corte, imperocchè quel maritaggio dovesse togliere qualunque

titolo alle pretese del Re degli Unni. Appena compiuta la ceremonia, la

figlia di Placidia era cacciata in un carcere in cui era condannata a

languire per lungo tempo.

§ 5.

Invasione di Attila. — Battaglia data nei campi Catalaunici. — Attila

nel suo cammino devasta l’Italia superiore. — Valentiniano in Roma.

— Ambasceria dei Romani ad Attila. — Leone si presenta al Re unno. —

Leggenda celebre. — Ritirata e morte di Attila. — Festività in Roma. —

Statue di Giove capitolino e di san Pietro in Vaticano.

Sono questi gli avvenimenti che precedettero la terribile catastrofe

che ora minacciava la città di Roma della sua totale rovina. Molte

ragioni politiche consigliavano al Re degli Unni di spingere i suoi

popoli contro Occidente e contro le province di Gallia, anzichè sopra

Costantinopoli. Non seguiamo il cammino di quei Barbari che, seminando

sui loro passi strage e distruzione, desolano il centro d’Europa, ma

osserviamo con compiacimento quegli stessi Visigoti dinanzi ai quali

Roma un tempo aveva tremato, farsi ora difensori della civiltà romana

e congiungersi alle soldatesche di Ezio, e vediamo Romani e Germani,

quasi fossero conscî dei futuri legami che dovevano più tardi stringere

le due schiatte, combattere insieme da valorosi le orde sarmatiche

condotte da Attila. Una delle più grandi battaglie combattuta fra

popoli di cui serbi ricordanza la Storia d’Europa, fu l’ultimo fatto

eroico dell’Impero: e se essa orna di glorioso splendore la fine di

Roma, illustra anche il nome dei Goti; e, mondandolo della macchia del

saccheggio ch’eglino un tempo vi avevano dato, impone silenzio all’odio

che quell’avvenimento eccita contro di loro[154].

Il Re degli Unni sconfitto, raccozzati gli avanzi dispersi delle

sue soldatesche, tornava nella remota Pannonia, ma soltanto per

isvernarvi e per raccogliere nuove truppe. Nella primavera dell’anno

452, valicava le Alpi Giulie e scendeva in Italia a liberare la sua

fidanzata, a conquistare il retaggio del padre e della madre di lei, e

a prendervi il titolo che gli apparteneva quale suo sposo. Traversava

il Friuli e distruggeva le città infelici delle Venezie, d’Insubria e

dell’Emilia che incontrava nel suo cammino; quando tutt’a un tratto,

quasi rattenuto da incerto animo, faceva sosta là dove il Mincio sbocca

in Po. Tra lui e Roma non una fortezza s’alzava, nessun esercito

s’accampava che lo tenesse in rispetto, imperocchè Ezio si trovasse

ben lungi nelle Gallie dove a stento levava soldatesche, e le città

sguernite, che impedire non potevano ad Attila la prosecuzione del

suo cammino, non promettessero neppure di sostenere un assedio di tre

mesi, come aveva resistito l’infelice ed eroica Aquileja. L’imbelle

Valentiniano, non ardiva di chiudersi in Ravenna, ma fuggendone a

precipizio, riparava in Roma, dov’era esposto a maggiore pericolo

che non fosse stato Onorio ai tempi di Alarico, imperocchè lui non

difendessero mura bene munite, o rocca da natura fatta difficile ad

espugnarsi, o esercito agguerrito. La Città vedeva sè stessa esposta

alla balìa d’un inimico inumano; ed i Romani, ridotti alla disperazione

e incapaci persino del pensiero di armarsi e di difendere le proprie

mura, esclamavano atterriti che da Attila, le cui mani grondavano del

sangue sparso di fresco in Aquileja, e dalle orde barbariche di lui,

non poteva aspettarsi neppure quella mercè che il grande animo di

Alarico aveva loro concesso.

In tale difficoltà, il Senato deliberava di spedire al Re unno

un’ambasceria che lo pregasse di pace e di desistere dall’impresa.

Avieno presidente del Senato, uomo consolare e dei più ragguardevoli di

Roma, Trigezio, che altra volta era stato prefetto pretorio d’Italia,

e il vescovo Leone furono eletti a quel difficile messaggio. Leone era

aggiunto a quei due senatori, affinchè l’aureola della sua dignità

sacerdotale rendesse più onorata e più sacra la loro missione, e

perchè fosse di giovamento colla forza di sua eloquenza straordinaria,

e acciocchè finalmente si acchetasse l’animo del popolo di Roma, che

probabilmente ad alte grida lui avrà designato ad ambasciadore[155].

Rade volte un uomo della Chiesa fu eletto ad opera più gloriosa. La

figura di un pontefice, che, calmo e venerando, si presenta dinanzi ad

uno dei più terribili mostri dell’umanità, il quale è in procinto di

dare alla distruzione la capitale del mondo civile, torreggia sublime

nella Storia. E la missione di Leone gli assicurò l’immortalità, e deve

valergli la gratitudine dell’uman genere, imperocchè azioni simili

sieno rare come i grandi avvenimenti della Storia, e meritino una

gloria che mai non morrà a coloro che le compierono, anche se vi sieno

stati appellati dal caso.

I legati si recarono al campo che gli Unni avevano posto presso il

Mincio; e, introdotti nella tenda del Re, trovarono quel flagello

di Dio che nell’anima truce era combattuto da dubbiezze, le quali lo

rendevano meno inflessibile di quello che avrebbero potuto credere.

Egli sembra che la ricordanza della morte subitanea onde Alarico era

stato colto poco tempo dopo la presa di Roma, avesse scosso di terrore

profondo l’animo rozzo dell’Unno, sul quale erano potenti i presagi

della religione naturale. Si dice che i suoi amici, proponendogli

l’esempio del grande Re dei Goti, lo sconsigliassero di muovere

contro la Città santa[156]. Ma una leggenda, formatasi in tempi

molto posteriori, narra che re Attila, accanto al vescovo Leone che

lo ammoniva, vedesse elevarsi la figura sopranaturale di un estranio

vecchio dal venerabile aspetto, che, involto nell’ammanto sacerdotale,

ruotando una spada ignuda, gli minacciasse morte se non obbedisse

alle esortazioni del santo Vescovo. Questa celebre leggenda è bella e

poetica, ed onora il genio cristiano, e cattiva la nostra compassione

per Roma infelice, cui difende un’apparizione celeste or che venne meno

il valore tra suoi cittadini. L’arte tentò d’impadronirsi di questo

subbietto; tuttavolta nè il pennello di Raffaello in una stanza del

palazzo Vaticano, nè lo scalpello dello Algardi in una cappella del

san Pietro riuscirono ad esprimere la semplice bellezza della poesia.

Eglino rappresentarono Attila atterrito all’apparizione degli apostoli

Pietro e Paolo, che colle spade sguainate si librano minacciosi sulla

sua testa[157].

La pieghevolezza del Re unno è del resto un enigma come lo è la

pronta ritirata di Alarico. Quantunque gli Storici non facciano cenno

che forse la fame cominciasse a molestare l’esercito di Attila, e

quantunque non parlino che incertamente dei movimenti che Ezio operava

alle spalle di lui, non possiamo tuttavia affermare con sicurezza che

gli Unni si ritirassero disarmati dalla forza di quella magia che il

nome venerando di Roma esercitava pur sempre sulla fantasia del genere

umano. Imperocchè un uomo come Attila, in cui era potente il genio

della violenza e della dominazione, avrebbe preso la Città, se gli

fosse riescito. Che se anche vogliamo credere che egli non la avrebbe

condannata alla distruzione, tuttavia il furore sfrenato di genti

veramente barbare, quali erano gli Unni suoi, avrebbela facilmente

ridotta un cumulo di fumanti macerie. Ma quella rovina orribile fu

risparmiata al mondo, e per felice sorte i popoli d’Europa poterono

ancora mirare a Roma come ad un sacro monumento creato dai secoli, alla

sede della civiltà e delle idee politiche e religiose.

Attila si ritirava in Pannonia, nè sappiamo se i Romani gli pagassero

un riscatto e quale mai fosse. Gli Storici hanno conservato soltanto

ricordanza, che partendo egli minacciasse lo sterminio a Roma e ad

Italia, se non gli fosse stata data la sposa Onoria con una dote

conveniente. Ma per buona sorte gli mancò il tempo di porre ad effetto

quella sua minaccia, imperocchè nell’anno seguente, così come Alarico

dopo la presa di Roma, subita morte lo cogliesse tra le braccia di una

sua bella.

La liberazione di Roma dall’invasione di Attila diè origine più

tardi ad un’altra leggenda ch’è pur degna di ricordanza. Narrasi che

Leone reduce della sua gloriosa ambasceria, lieto dell’esito della

sua missione e grato all’ajuto ricevuto dal Principe degli Apostoli,

facesse fondere la statua di Giove Capitolino, e che con quel bronzo

facesse gettare quella figura di san Pietro, che, sedente sul trono,

oggidì mirasi nella basilica. Il celebre Giove del Campidoglio che

nella distruzione generale delle statue degli Dei avrà trovato una

fine inosservata, comparisce per l’ultima volta nella fola di questa

leggenda: ma questo è tuttavia un bel simbolo della trasformazione che

operavasi in Roma[158].

Egli si pare che la Città per un certo periodo di anni rendesse grazie

solenni per la sua liberazione; e ciò ricavasi da una predica di Leone.

Il grande Vescovo tenendo un sermone ai Romani nel giorno anniversario

di quell’avvenimento, rampogna il popolo che invece di offrire preci

di grazie sulla tomba degli Apostoli corresse in folla ai giuochi del

circo. «La festa religiosa», sclama egli, «o diletti fratelli, nella

quale la moltitudine dei fedeli, celebrando il giorno della nostra

afflizione e della liberazione nostra, rendeva a Dio azioni di grazie,

fu lasciata cadere quasi da tutti in obblio, come dimostra lo scarso

numero dei buoni qui raccolti: e di ciò il mio cuore si conturba e

geme. Ho rossore di dirlo, eppure tacere nol posso: hanno più seguaci

gli spiriti del male che gli Apostoli, e maggiore moltitudine tragge

agli osceni spettacoli che alle tombe dei Martiri santi. Eppure chi ha

salvata questa Città? Chi la liberò dalla schiavitù? Chi la sottrasse

alla strage? I giuochi del circo oppure il patrocinio dei Santi?»[159].

Quell’appassionato desiderio di giuochi circensi e di pantomine, che

ancora degenerava in una vera frenesia tra i Romani di quel tempo,

eccita la meraviglia nostra. Avevano ereditato dai loro padri il

genio dei piaceri; e nell’istesso tempo in cui un’indifferenza letale

estingueva nel popolo il sentimento di amore per la grandezza di Roma e

di sollecitudine per l’Impero cadente, era ancora un furibondo fervore

per le lotte ardenti tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri. Un

Vescovo di Gallia, contemporaneo a Leone, atterrito di quella mania

di piaceri ch’egli considerava condizione morbosa della società,

prorompeva in belle e terribili parole che ci dipingono la figura

di Roma sulla cui faccia è impressa la contrazione spaventosa della

morte: «Chi mai in prossimità della schiavitù può pensare al circo?

Chi può accorrere allo spettacolo di un’esecuzione e mostrare col riso

che vi prende diletto? Noi ci sollazziamo fra la paura della servitù,

noi ridiamo fra il terrore della morte. Potremmo credere che tutto

il popolo romano si sia cibato a sazietà di erbe sardoniche: muore e

ride»[160].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 17 / 38 题