CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Alarico prende Roma il giorno 24 di Agosto 410. — Saccheggio della

Città. — Una vittoria del Cristianesimo. — Mitezza d’animo dei Goti. —

Alarico dopo tre giorni lascia Roma.

I Goti cinsero la Città ponendo campo di fronte a tutte le porte,

come già avevano fatto nel primo assedio. Alarico volgeva tutta la

sua operosità contro porta Salara prossima a monte Pincio, dinanzi

a cui, forse perchè le mura erano colà più deboli, aveva fin

dall’incominciamento dell’assedio eretta la sua tenda. Non giunse

fino a noi chiara ricordanza nè dei meschini mezzi di difesa usati

dai Romani, nè della durata dell’assedio. Sembra però che Alarico non

movesse all’assalto, ma che l’esito della sua impresa tranquillamente

attendesse dall’alleanza degli Ariani e dei Pagani della Città coi

quali teneva segreti accordi, e dall’alleanza più terribile della fame

che desolava di nuovo la misera Roma, quantunque una grande moltitudine

di schiavi fossero fuggiti ai Goti. Egli poteva finalmente penetrare di

soppiatto entro le mura; e già cento anni dopo, s’era cancellata dalla

memoria degli uomini la ricordanza del modo con cui egli aveva preso

Roma, di maniera che lo Storico greco Procopio ne spacciava le più

inverosimili fole. Egli narra che Alarico, quasi fosse stanco del lungo

assedio, facesse mostra di levare il suo campo, ed ai Senatori spedisse

trecento ragguardevoli giovani Goti quali donzelli, pregando che li

ricevessero come pegno di quella venerazione, che in lui non verrebbe

mai meno, per la loro virtù e per la loro fedeltà all’Imperatore.

E racconta che a quei giovani segretamente commettesse, che nel

pomeriggio d’un determinato giorno si scagliassero contro le schiere

che stavano a guardia di porta Salara, e di quella s’impadronissero; e

afferma che anche avvenisse[108]. Nel tempo stesso poi scrive Procopio

di un’altra versione che correva intorno la presa di Roma: secondo la

quale, la nobile Proba (vedova dello illustre Petronio Probo) tocca

di dolore alla miseria estrema delle plebi, che la fame cominciava a

tramutare in cannibali, avrebbe fatto cessare il flagello, mettendo

entro le porte i Goti: ma non è che una favola la quale i Cristiani

avranno forse appresa in Africa.

Neppure l’anno della presa di Roma conosciamo con esattezza, imperocchè

gli Storici ondeggino tra il 409 ed il 410. La notizia ne andò perduta

fra le rovine dello Impero. Da una cronica compilata in tempi meno

remoti è determinato fermamente che i Goti entrassero in Roma il giorno

24 di Agosto dell’anno 410, e noi pure abbiamo argomento di accogliere

con certezza quell’anno 410[109].

Era notte allorquando i Goti penetrarono per porta Salara[110].

Appena i primi drappelli s’erano messi dentro la Città, che tosto

appiccavano fuoco alle case vicine alla porta. L’incendio con rapidità

diffondendosi lungo quelle vie strette e immonde[111], giungeva a

cogliere le prime fabbriche dei palazzi Sallustiani che in quelle

vicinanze s’elevavano. Le belle case dello Storico della guerra

Giugurtina e della congiura di Catilina, nelle quali nei tempi andati

era morto l’imperatore Nerva, furono la prima fiaccola che illuminò

il sacco di Roma. La caduta di Cartagine e di Siracusa era stata una

fine degna della vita di quelle città valorose. La loro eroica virtù

commuove ad ammirazione, e il dolore nell’animo s’accheta allorchè si

pensi ai sentimenti generosi ed alle grandi opere la cui ricordanza

sopravvive alle genti cadute. Ma Roma la grande, che cade a quel modo

sotto il ferro di Alarico, eccita nell’animo un senso di disgusto al

pensiero che tanta viltà allignasse in quel popolo, che altre fiate

era stato il più valoroso della terra. Non ci conforta il ricordo di

una resistenza generosa: Roma non vide in quel dì che fuga, strage,

saccheggio, tumulto spaventevole: spettacolo che a nessun testimone

oculare bastò l’animo di descrivere.

Colla celerità con cui il turbine si rovescia, i Barbari si spinsero in

tutti i quartieri di Roma cacciando dinanzi di sè torme di cittadini

fuggenti e imploranti mercè ad alte grida, e facendone massacro. E

poi si lanciarono a dare il saccheggio all’immensa Città. Agitati da

istinto di depredare, scorrevano di palazzo in palazzo, irrompevano

nelle terme, nelle chiese, nei templi: tutto rovesciavano in cerca di

oro, e, strappato quanto ne trovavano, ne rapivano Roma in meno che si

dica, e con l’ansia del ladro, caricati di bottino cavalli e carri, lo

traevano fuori della Città. L’Unno ebbro del vino bevuto nelle case

saccheggiate, non era tenuto in rispetto dalla bellezza artistica

che i maestri alessandrini avevano profuso nelle suppellettili e

nelle minuterie che ornavano le stanze riposte delle matrone romane;

nè comprendeva a che servissero tanti capolavori inestimabili che,

tramandati in retaggio nelle famiglie, rimontavano forse ai tempi

dello splendore di Grecia; ed ignorava il valore di tanti oggetti

preziosi, che gli avi dei vinti avevano rubato con simile rabbia di

depredazione nella remota Palmira, in Assiria ed in Persia. I Barbari

s’impadronivano di quei tesori dopo di avere ucciso il molle Fabunio e

l’imbelle Reburro tremanti di paura, o dopo di aver soffocato nei loro

abbracciamenti brutali la signora del palazzo. Molti Romani avevano

senza dubbio nascoste durante l’assedio le loro ricchezze: per la qual

cosa nei tempi posteriori narravansi in Roma molte leggende di tesori

occulti. Ma la maggior parte, o per paura della morte, o denunciati

dai loro schiavi fuggiti, o sottoposti a tormenti, avevano abbandonate

le loro ricchezze agli invasori[112]. In nessuna altra città del mondo

l’oste barbarica avrebbe potuto raccogliere più ricco bottino. Nè

alcuno, dice Olimpiodoro che viveva in quel tempo[113], può imaginare

quanto grande, quanto smisurato, oltre ogni credenza, esso fosse: e

quattro anni dopo il sacco di Roma, Placidia doveva tingere la fronte

di rossore, allorquando cinquanta giovinetti goti vestiti di tonache

di seta, le porsero sorridendo, quale presente delle nozze di lei con

Ataulfo, cento coppe ricolme di minuterie d’oro e di giojelli, che

tutti, senza eccezione, i Goti avevano raccolti nel saccheggio della

patria di lei.

Alarico aveva conceduta ampia licenza di depredare alla sua soldatesca,

ma aveva imposto che si risparmiassero le vite degli abitanti, ed aveva

comandato che le chiese, e sopra tutte le basiliche degli apostoli

Pietro e Paolo, si rispettassero, quali asili in cui i cittadini

fuggenti, di qualunque ceto e di qualunque origine, non dovevano essere

molestati[114]. Obbedirono i Goti per quanto lo concedeva la loro cieca

rabbia di preda. Irrompevano nelle case in cerca di oro; e i vestimenti

poverili degli abitatori tremebondi ad ira li muovevano, reputandoli

una maschera sotto cui si occultasse la ricchezza. San Gerolamo narra

con dolore che Marcella, pia amica di lui, fu aspramente battuta: ella

era nella sua casa situata sull’Aventino, allorquando una turba feroce

di Barbari vi irruppe. Quella donna, che fu la prima monaca di Roma

che nascesse di nobile stirpe, mostrò loro l’umile suo vestimento di

penitenza, e caduta sotto le percosse di quei furibondi ne abbracciò

le ginocchia supplicando che rispettassero la virtù della sua allieva

Principia. Si commossero i duri petti di quei guerrieri, e rispettosi

condussero a salvamento le due pie donne nell’asilo di san Paolo[115].

Ma alcuni di quei Barbari, pagani o ariani fanatici, non ebbero

rispetto neppure ai chiostri di donne, chè con loro violenza feroce

fecero onta alle sciagurate monache ed a stento soffrirono freno a non

depredare gli arredi sacri delle chiese cattoliche. Ed anzi uno Storico

ecclesiastico afferma, che se avessero avuto contezza dei tesori del

san Pietro, vi avrebbero senza dubbio dato saccheggio[116]. Il vescovo

Innocenzo, che allora era a Ravenna, aveva lasciato carico al Principe

degli Apostoli della difesa delle sue basiliche: e ciò che era opera

del nobile animo di Alarico e della venerazione di lui per la religione

di Cristo, non dubitava di definire dal suo asilo remoto e sicuro,

essere stato manifestamente miracolo dei Martiri.

In mezzo a quegli avvenimenti di orrore tanto più splendido appare un

atto di umanità straordinaria, alla ricordanza del quale gli Storici,

sia per il singolare contrasto che offre con quegli spettacoli di

sangue, sia per sentimento di religione, si dilungano più che nella

descrizione del saccheggio di Roma. Un Goto penetrava nella casa di una

pia donzella, che sola, senza difesa, tremante, stava a guardia di un

grande cumulo di magnifici arredi sacri. Già egli stava per iscagliarsi

su quel ricco bottino, ma lo rattennero le parole che quella pia gli

volse con maestosa calma: facesse ei pure ciò che più gli talentasse:

di quei tesori il padrone era l’apostolo Pietro, ed il Santo saprebbe

cogliere il profanatore. Ne fu talmente scosso il Barbaro che avrebbe

voluto piuttosto porre la mano su un ardente braciere che su quegli

ori: egli si ritrasse e corse a re Alarico, e narratogli quanto gli era

occorso, n’ebbe comando di trasportare i tesori sacri dell’Apostolo

al san Pietro, e di accompagnarvi la loro pia custode con buona

guardia. Quella schiera di predoni feroci procedeva per le vie verso

la basilica, trasportando con senso di devozione i calici, le patene,

le lampade, le croci su cui scintillavano smeraldi e giacinti: e tutto

a un tratto mutavasi in una processione solenne. Cristiani fuggenti,

donne sul cui volto era il pallore della paura, traenti a mano i loro

fanciulletti, vecchi imbelli, e uomini tremanti, e pagani atterriti,

andavano frammisti ai Barbari dalle armi e dalle vestimenta sozze

di sangue, e sulle cui oscure facce leggevasi una lotta ardente tra

la passione bestiale di depredare e il sentimento religioso. Tutti

muovevano insieme al san Pietro lungo le vie di Roma piene di tumulto,

ed interrompevano l’orrendo strepito del saccheggio colle note

lunghe, solenni, maestose di un inno sacro, presentando un quadro che

all’inspirato pennello di Raffaello sarebbe stato tema più bello, che

quello del suo affresco dell’incendio di Borgo[117].

Quell’avvenimento celebrarono i Padri della Chiesa quale vittoria che

la Religione cristiana aveva ottenuto in Roma funestata dalle stragi;

nè quello fu il solo esempio della mitezza dei Barbari. I Goti,

inacerbiti contro i Romani che gli abborrivano per la loro eresia

ariana, incrudivano contro la Città; e inaspriti per la ricordanza

delle antiche sconfitte delle quali volevano vendicare l’onta, davano

libero corso alla loro rabbia contro quel popolo miserabile che

sprezzavano. Migliaja di uomini perirono in Roma e fuori delle mura

sotto il loro ferro e sotto la spada degli Unni, degli Scirri, degli

Alani seguaci del Paganesimo, e delle turbe sfrenate degli schiavi

liberati, di maniera che santo Agostino deplorava che mancassero

braccia a dar sepoltura ai cadaveri[118]. Tuttavolta i Romani erano

tanto caduti di animo, che, attendendo una distruzione universale

simile a quella che aveva colpito Gerusalemme e Ninive, ebbero

argomento a lodare la mitezza del nemico. Ed alcuni di quegli Storici

stessi che deplorano tanto sangue versato in quella strage, narrano

pure con gioja che dell’ordine senatorio pochi furono gli uccisi; ed a

mitigare l’orrore del quadro ricordano che la Città era stata condotta

a condizione di gran lunga peggiore, allorquando cadde sotto i Galli

feroci, condotti da Brenno[119].

La sorprendente brevità di tempo, che Alarico aveva conceduta al

furore dei suoi, diminuì anche gli orrori di quel sacco, facendo sì

che le soldatesche profittassero del termine loro conceduto unicamente

a raccogliere bottino. Alarico era forse commosso da venerazione per

la grandezza di quella sacra Roma, la quale, se un dì aveva scosso di

tanta ammirazione l’animo del persiano Ormisda, più potente mille volte

ora doveva scuotere la grande anima sua. Al mirare quella capitale

del mondo che giacevagli prostesa ai piedi avvilita, al pensare che

dall’alto delle sue colonne le severe figure di tanti eroi antichi,

di cui conosceva in parte le geste ed i nomi, stavano guardandolo,

Alarico sarà stato preso da una specie di terrore, ed avrà certamente

pensato a Stilicone, vivente il quale non avrebbe mai tocco il suolo

di Roma. Alarico non poteva trattenersi più a lungo nella Città

donde non gli era possibile di trarre sussidî, e che non gli offriva

un accampamento sicuro. L’Impero romano non era ancora ridotto a

tale grado di disfacimento che gli fosse dato di farsi gridare Re

d’Italia; e la presa di Roma, quantunque fosse un primo grado per

giungere a quell’altezza, e benchè di quel grande avvenimento non

potessero prevedersi le conseguenze, aveva soltanto le sembianze di

una scorreria barbarica non avente altra mira che di porre a ruba il

paese. Conoscendo giustamente che gli era impossibile di sostenersi in

quella condizione, e preso quasi da terrore panico che la grandezza

della sua stessa vittoria inspirava nel suo animo, Alarico dopo

tre giorni abbandonò la Città saccheggiata, e mosse per la Campania

traendosi dietro una grande moltitudine di prigioni, e conducendo con

sè la stessa Placidia, sorella di Onorio, cui egli tributava onore

conveniente all’altezza dei suoi natali[120].

§ 2.

I Goti non distrussero i monumenti della Città. — Opinioni degli

Scrittori su questo argomento.

Dopochè i Goti furono partiti della Città, quantunque non esercito

nemico li cacciasse, nè paura li prendesse di oste che s’avvicinasse,

i Romani ebbero agio di considerare la gravezza della loro miseria.

L’avvenimento terribile del saccheggio fu accompagnato da una serie

di circostanze tali, che non è facile trovare il somigliante negli

annali delle altre città del mondo. Quell’avvenimento non lasciava

dietro di sè, nè l’occupazione militare del conquistatore, nè alcuno

di quei mutamenti politici che sogliono in simili casi avvenire; ma se

la Città non vedeva più la faccia del nemico entro le sue mura, vedeva

però tutte le tracce spaventose del nemico; e sembrava che non gli

uomini l’avessero funestata col flagello della guerra, ma che piuttosto

un cataclisma tremendo di natura repentinamente l’avesse colpita e

devastata. Possiamo ben di leggieri immaginare quale orrore dovesse

presentare l’aspetto di Roma nel giorno in cui i Goti ne uscirono: e

non vi fu Storico che abbia avuta la forza di darne la descrizione,

nessuno fu che desse ragguaglio particolare delle rovine che i Goti

lasciarono dietro di sè. Ma qui si presenta una ricerca sull’estensione

di quel danneggiamento, ed è quesito di non lieve importanza,

imperocchè la storia dei ruderi di Roma, che in parte è nostro tema,

incominci veramente da quel saccheggio dell’anno 410, il quale è

avvenimento che determina un’epoca, sebbene già il disfacimento abbia

principiato al tempo di Costantino.

Il sentimento di odio nazionale indusse per lunga pezza gl’Italiani

a cercar di vendicare sulla memoria dei Goti la caduta di Roma che

l’imperatore Onorio aveva sì vilmente abbandonata in loro balia, e

che i Romani con somma vergogna non avevano saputo difendere. Le loro

voci scagliarono contro il nome dei Goti l’onta eterna che i più bei

monumenti dell’antichità abbiano distrutti. Ma studî più profondi, e

di Italiani stessi, imposero silenzio a quelle voci: che se alcuna ben

rada s’innalza, è prova soltanto di crassa ignoranza. Lo Storico può

oggimai risparmiarsi la briga di dimostrare che la è pur folle cosa e

ridicola di pingere sempre alla propria fantasia Goti, Vandali e quali

altri Germani, che con rabbia strana e come per istinto, si scagliano

contro i templi e contro le statue: quasi che nel breve tempo in cui

tennero Roma, invece di mettere a ruba la Città, si fossero aggirati

per le vie col martello alla mano abbattendo le statue, e con leve nei

teatri fossero penetrati per l’unico scopo di provare le loro forze

nell’inutile fatica di spezzarne i marmi.

I Goti lasciarono dietro di sè tutta quella rovina che è inseparabile

da un saccheggio. Essi danneggiarono gli edifizî di Roma per quanto

danneggia una soldatesca feroce che si lancia su una città a depredare,

e che, impadronitasi delle robe mobili, non bada alla distruzione

delle cose immobili che non può trar seco. Irrompendo nei templi, nelle

terme, nei palazzi, ne strapparono tutti gli oggetti d’arte e tutte le

cose preziose, e sotto le loro mani rozzissime, forse anche spinti da

malo animo, molte statue bellissime di marmo saranno state distrutte

per le vie e per le piazze. E una estesa devastazione avrà portato

l’incendio, e già abbiamo detto che all’incominciamento del saccheggio

i palazzi sallustiani furono messi in fiamme. Le loro ruine annerite

dal fumo e fra le quali oggidì ancora miransi sorgere sul terreno

poche vôlte arcuate ed alcuni corridoi, sono i vestigi dai quali lo

storico Procopio, cento e quaranta anni più tardi, trae argomento

a parlare della devastazione di Roma operata dai Visigoti[121]. Ma

quello è il solo grande edifizio di Roma che si sappia aver trovata

la distruzione in quella conquista, ed alle notizie date da quegli

Storici che con esagerazione da retori parlano della Città conquisa

dal fuoco, altre narrazioni si contrappongono che le prime attenuano

e moderano. Il bizantino Socrate racconta, che la più gran parte delle

opere mirabili di Roma fu distrutta dal fuoco; e Filostorgio narra che

Alarico ritirandosi in Campania lasciò dietro di sè in rovine la Città,

la cui celebre grandezza il ferro, il fuoco e le catene barbariche

avevano annientata. E Gerolamo esclama enfatico: «Ahimè! perisce il

mondo, ma delle peccata non ci mondiamo: la Città illustre ch’era

a capo dell’Impero romano un solo incendio consunse». Ed Agostino

in parecchi passi delle sue opere ricorda similmente l’incendio di

Roma[122]. Per la qual cosa dobbiamo credere che alcuni edificî di

Roma fossero danneggiati da incendî, quantunque lo storico Jornande

dica: per comando di Alarico si restrinsero i Goti a depredare, e non

appiccarono il fuoco come sogliono fare i Barbari[123]. Ma Orosio,

scrittore contemporaneo, narra che Iddio era passato nel suo furore su

Roma e l’avea colpita più tremendamente che gli uomini non avessero

potuto fare: imperocchè una forza sovraumana avesse messo in fiamme

le travi di bronzo, e avesse fatto precipitare la mole poderosa di

grandi edificî, e il folgore cadendo nel foro avesse atterrati i

falsi idoli, e un fuoco mandato dal cielo avesse divorato tutte le

nefandità della superstizione antica, che le fiamme lanciate dal

nemico non avevano potuto consumare[124]. Questa narrazione è degna

di nota, non solo perchè sembra che ricordi una totale devastazione

prodotta dall’incendio, ma perchè ci rammenta una leggenda sparsa fra

i Cristiani, i quali, stando alla predizione delle Sibille, attendevano

un incendio che doveva conquidere Roma. Ed allorchè ebbero udito della

presa della Città credettero che quella profezia si fosse avverata, e

che Roma, al pari di Sodoma, giacesse consumata dalle fiamme. Tuttavia,

Orosio stesso, il quale giustamente celebra la mitezza di animo dei

Goti, era finalmente costretto a narrare, che tre giorni dopo la presa

di Roma, i Goti volontariamente ne uscivano, e che il fuoco aveva bensì

recato alcuni danneggiamenti alle case, ma non sì grandi quali aveva

prodotto l’incendio appiccatosi per accidente in Roma, nell’anno 700

dalla costruzione della Città. Ed anzi quello Storico afferma che i

Romani avessero detto che dei mali sofferti nel saccheggio avrebbero

messo tosto in pace il proprio animo, se loro si restituisse il

sollazzo dei giuochi circensi[125].

Tutte queste narrazioni di scrittori contemporanei devono dunque

persuaderci che quanto narrano gli Storici posteriori intorno alla

devastazione di Roma contiene grandi esagerazioni: e perciò dobbiamo

accogliere che la Città fosse data al saccheggio, ma che la breve

durata di soli tre giorni, e l’ampiezza smisurata di Roma, ed il

numero grande dei suoi edificî avessero resi quei danneggiamenti

poco considerevoli[126]. Intorno ai grandi monumenti di Roma le

torme barbariche si saranno scagliate durante quei tre giorni con

grave tumulto, ma non gli atterrarono; chè i Barbari miravano quegli

obelischi e quegli archi di trionfo con meraviglia fugace, senza

che loro balenasse in mente il ridicolo pensiero di distruggerli.

Allorquando trovavano statue d’oro e di argento, spezzavanle per

cavarne bottino.; ma nè le statue equestri gigantesche di bronzo

dorato, nè quelle di marmo gli allettavano a preda: ed essi lasciarono

che stessero finchè venisse a rubarle un Imperatore bisantino del

secolo settimo, nel tempo in cui Roma era ridotta all’estrema miseria e

in cui la sua ricchezza consisteva negli arredi delle chiese. Due soli

anni dopo la conquista di Alarico, uno Storico ed un Poeta venivano a

Roma. E Roma desolata dal saccheggio era tanto lontana dall’aver le

sembianze d’una Città caduta in rovina, e sì poco oltraggio avevale

recato il fuoco, checchè dir possa santo Gerolamo, che ambidue con

fervida ammirazione ne celebrarono la bellezza e la maestà senza

pari. E infatti Olimpiodoro dà quella descrizione, che già conosciamo,

delle terme e dei palazzi i quali s’ergevano ancora in tutto il loro

splendore antico; ed il prefetto Rutilio di Numanzia, in quel suo inno

di addio che volge a Roma partendo, non dice parola su devastazioni,

ma anzi allorquando dalla barca su cui naviga il Tevere si volge per

l’ultima volta a cercar dello sguardo la Città, egli si delizia allo

spettacolo «della regina bellissima del mondo, i cui templi scagliano

loro vertici al cielo»[127].

§ 3.

Lamentazioni sulla caduta di Roma. — San Gerolamo. — Santo Agostino. —

Conseguenze della presa di Roma.

Allorquando le mille voci della fama ebbero annunciato al mondo civile

la notizia che la capitale dell’orbe era caduta, grida di dolore e

di paura s’elevarono d’ogni parte. Le province dell’Impero, che da

secoli avevano imparato a venerare Roma quale acropoli invitta della

cultura, quale maestra delle leggi del vivere civile, videro tutt’a

un tratto quel loro santuario cadere, vilmente bruttandosi; e nel

tempo stesso in cui la fede nella durata degli umani ordinamenti

era in loro potentemente scrollata, pensavano che la fine del mondo

incominciasse, secondo il vaticinio dei Profeti e delle Sibille. Le

voci di alto lamento perderonsi nella vastità deserta dei tempi, e

soltanto negli scritti di alcuni Padri della Chiesa, viventi in quel

tempo, troviamo vestigi, quantunque modificati dalla morale cristiana

e dalle forme rettoriche, dello sconvolgimento tristissimo che allora

aveva colpito il mondo. La caduta di Roma distaccò l’attenzione dello

stesso san Gerolamo dalle meditazioni solitarie sulle profezie di Isaia

e di Ezechiello, nelle quali egli raccoglievasi allora nella remota

Betelemme. Scosso da dolore profondo scriveva alla vergine Eustochia:

«Io aveva condotto a compimento diciotto libri di chiose sulle profezie

di Isaia, e già proponevami d’incominciare miei studî su Ezechiello,

che spesse fiate ho promesso a te, o vergine cristiana Eustochia, ed

alla pia madre tua Paola, ed io voleva porre, a dir così, l’ultima mano

alla mia opera dei Profeti, quando, ahimè! odo la notizia della morte

di Pammachio, di Marcella, e della presa della Città, e della uccisione

di tanti fratelli e di tante sorelle. Ne smarrii il sentimento e la

voce, così che notte e dì non ebbi altro pensiere se non se del modo

di portar loro soccorso, e parevami di essere caduto io stesso nella

schiavitù. Ma poichè ora il lume splendidissimo della terra s’è spento,

poichè il capo del romano Impero fu svelto dal tronco, e, a dir meglio,

poichè con quella sola città il mondo tutto perì, muto io divenni; e mi

prese uno scoramento tale che mi tolse l’operosità nel bene; e il mio

dolore si rinnovava senza interruzione; e il mio cuore batteva forte; e

mi pareva che la mia mente fosse messa in fiamme»[128].

Più oltre egli dice: «Chi avrebbe creduto che Roma, la quale venne

edificata delle spoglie di tutto il mondo, cader dovesse, e che la

Città sarebbe stata culla e insieme tomba ai suoi popoli? che nelle

terre d’Asia, d’Egitto, d’Africa sarebbero tratte in ischiavitù le

figlie di Roma, della signora antica? che in Betelemme la santa, ogni

giorno entrerebbero, mendicando la vita, uomini e donne, che un tempo

brillavano per alti natali, e nuotavano nel soverchio della ricchezza?»

Son pur belli in bocca dell’illustre Gerolamo questi lamenti sulle

sorti dell’antica Roma; ed allorquando leggiamo quel passo in

cui nel suo cruccio egli esclama: «mi manca la voce, e scoppio in

singulti allorquando sto per dire: fu doma la Città che aveva domo

il mondo!»[129] l’animo nostro oggidì ancora si empie di tristezza

perocchè sia indotto a pensare all’inanità delle cose umane. Tacciono

invece le voci virili dei Romani; ed è ancor più sorprendente di udire

sensi di duolo sulla caduta di Roma dalla bocca di un vecchio Padre

della Chiesa, che siede solitario in Betelemme e che ne scrive ad

una debole donzella, ad una pia monacella, e che paragona il destino

della illustre e grande Città a quello che narrano le sacre pagine di

Moab, di Sodoma e di Ninive. E, senza neppure volerlo, ci occorre alla

mente ricordanza dei sospiri di quello illustre Scipione, che assiso

sulle rovine di Cartagine, deplorava la caduta futura di Roma sua.

E cerchiamo dello sguardo qualche Romano illustre in mezzo a tanta

desolazione della Città caduta, e non lo trovando ci sembra che Roma

non abbia avuto più nè voce, nè lacrime dopo di quelle del grande

Scipione. La storia, o forse la leggenda romana, invece di un eroe

immerso nel dolore, ci presenta il quadro disgustoso dell’Imperatore

circondato dei suoi eunuchi, il quale, chiuso nelle paludi di Ravenna,

confonde la perdita di Roma colla morte di un suo pollo favorito, cui

egli aveva dato il nome della capitale del mondo, di Roma[130].

Il vecchio Gerolamo (che in Roma era vissuto lungo tempo) nella

sincerità del suo dolore si eleva al di sopra del suo contemporaneo

Agostino. Nelle espressioni di duolo del primo parlano alto il

sentimento dell’uomo romano e la consapevolezza istorica della

grandezza politica di Roma antica, a cui la Città andava debitrice

del venerando suo aspetto. Al cuore di Agostino non avevano invece

alcuna potenza tali considerazioni. Quel teologo, che per la vastità

del suo genio si eleva su tutti gli altri della Chiesa latina, era

inebbriato di gioia per la vittoria del Cristianesimo; nè abbiamo

alcun argomento che c’induca a darne un giudizio di biasimo perchè

egli mirasse con occhio d’indifferenza la caduta di Roma. Egli vedeva

in quell’avvenimento la distruzione della Babilonia, dell’ultimo

propugnacolo del Paganesimo; nè egli trovava da deplorare in

quell’obbrobriosa caduta che il disordine esterno ond’era stata colpita

la Chiesa, e la fuga e la morte dei suoi fratelli e delle sorelle in

Cristo diletti. Egli scrisse a loro consolazione un trattato in cui

egli esclamava: «E che dunque? se Iddio non volle risparmiare la Città,

non eranvi neppure cinquanta Giusti fra tanti Fedeli, fra tanti monaci,

fra tanti che fecero voti di continenza, in tanta moltitudine di servi

e di serve di Dio?» E paragonando Roma a Sodoma, egli si rallegra,

che Iddio, il quale la prima dalle fondamenta aveva distrutta, Roma

abbia soltanto umiliata col suo castigo; e che, se in Sodoma nessuno

aveva potuto uscir salvo, in Roma invece molti avessero potuto fuggire,

per ritornarvi di nuovo, e molti, rimanendovi, nelle chiese avessero

trovato un asilo inviolato. Ed anzi egli conforta i Romani avviliti,

sciagurati nepoti degli Scipioni, richiamando alla loro memoria i mali

ben maggiori sofferti da Giobbe: e rammentando loro, che ogni dolore

terreno è temporaneo, cerca di consolare l’amarezza della loro doglia

col pensiero dei tormenti onde saranno crucciati i dannati alla Gehenna

per tutta l’eternità[131].

Egli scrisse il suo trattato «della caduta della Città» e l’opera sua

illustre «della Città di Dio» in apologia del Cristianesimo contro

le accuse ripetute mai sempre dagl’inacerbiti Pagani: i quali, se

a torto rimprocciavano alla Religione cristiana la catastrofe che

inevitabilmente colpir doveva la Città, tuttavia nelle declamazioni

di vescovi fervidi di zelo, che con aperto compiacimento parlavano

della rovina soprastante a Roma, trovavano ragione di confermarsi in

quella loro credenza. E infatti l’odio di que’ Vescovi contro questa

Sodoma, contro questa Babilonia era tale, che Orosio deplorava con

sincerità che i Barbari di Radagaiso non avessero preso Roma. Colla

distruzione dei Numi antichi, colla caduta della Vittoria e della

dea Virtù, dicevano quei Pagani, anche la virtù romana s’era spenta,

e la croce di Cristo s’era alleata alla spada dei Barbari per la

distruzione della Città e dell’Impero. Per ispuntare gli strali di

quelle accuse, Agostino scriveva quelle opere nelle quali la caduta

di Roma gli offeriva acconci argomenti a enfatiche prediche e ad alte

speculazioni morali intorno al reggimento di Dio sul genere umano: ed

egli diceva ai Pagani che fra coloro che arditamente e senza rossore

calunniavano i servi di Cristo, trovavansi di quelli che alla morte

non sarebbero sfuggiti se non si fossero celati sotto le sembianze di

confessori di Cristo; imperocchè ciò che in Roma rimase illeso fosse

beneficio di Cristo, e tutto quello che durante il saccheggio era stato

commesso di devastazione, di strage, di ruberia, d’incendio, di male

di ogni maniera, fosse stato soltanto l’ordinario risultamento degli

avvenimenti di guerra[132].

Deplorevole era la sorte dei Romani; tutte le famiglie erano cadute

nell’estrema rovina, e loro era tolta speranza di restituirsi nel

lustro primiero. Se si scorrano le Storie, sarà difficile trovare un

altro avvenimento che a questo si possa paragonare per la gravezza

delle sue conseguenze vuoi morali, vuoi materiali. L’aureola

dell’antica ed aurea città s’era estinta. E secondo le leggi di

natura, questa prima caduta doveva essere causa che essa ancor più

profondamente precipitasse: e già il filosofo di quel tempo poteva

scorgere le tempeste che si sarebbero riversate su di lei nei secoli

venturi in cui Roma, accasciata sulle sue rovine, non sarebbe più

stata che un morto nome, o un sepolcreto misterioso su cui, in mezzo ai

simulacri caduti dei Cesari antichi, invece del trono dell’Imperatore

si sarebbe elevato il seggio di un Vescovo. L’aristocrazia ch’era

stata arbitra della vita politica nella costituzione antica, sostegno

tradizionale della Città e dello Stato, era stata travolta e dispersa

nel mondo. Di repente, dal possedimento di ricchezze immense, da

eleganza splendidissima di costume era stata sbalzata nella mendicità;

ed i rampolli delle più illustri ed antiche famiglie di Roma facevano

meravigliare gli abitatori delle province più remote dell’Impero allo

spettacolo della sciagura, non però immeritata del tutto, che gli aveva

gettati nell’estremo della miseria.

Non v’ha luogo, scrive san Gerolamo, che non accolga genti fuggite di

Roma. Molti cercavano di là dei mari, nell’Oriente remoto, un incerto

asilo; molti s’imbarcavano per l’Africa dove le loro famiglie avevano

possedimenti; e il conte Eracliano governatore di quel paese, e ch’era

stato il carnefice di Stilicone, riceveva le nobili donzelle di Roma

per poi venderle ad Assiri che ne facevano traffico. Più felici di

questi Romani e degli Italiani erranti in lontane regioni, erano quei

fuggitivi che avevano trovato asilo nella solitudine delle isole del

mare Tirreno, in Sardegna, in Corsica e nel piccolo Igilium, che è

l’odierna isoletta di Giglio, cui Rutilio di Numanzia dalla sua nave

volgeva un saluto di gratitudine, perocchè avesse prestato rifugio

ai Romani, che così trovavansi «a Roma tanto vicini, e sì lungi dai

Goti»[133].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 16 / 38 题