CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Ingresso dell’imperatore Onorio in Roma, verso la fine dell’anno 403.

— Egli pone residenza nel palazzo dei Cesari. — Ultimi giuochi di

gladiatori nell’anfiteatro. — Onorio ritorna a Ravenna. — Invasione dei

Barbari condotti da Radagaiso e loro disfatta. — Caduta di Stilicone.

Chi legge questa storia della città di Roma nel medio evo, ben conosce

le condizioni in cui trovavasi nel secolo quarto l’Impero romano.

Cadeva esso dell’estrema fiacchezza dopo la divisione delle province

d’Oriente e di Occidente, e dopo che il torrente impetuoso dei popoli

emigranti aveva incominciato a spezzare gli argini frali delle legioni

romane. Il leggitore sa che Roma non era più sede degl’Imperatori

d’Occidente, i quali avevano posta loro residenza in Ravenna, che,

situata sulla marina e protetta dalle paludi, offeriva maggior

sicurezza entro sue mura. Ed i Romani timorosi delle invasioni dei

Barbari di Sarmazia e di Germania, stancavano con preghiere i loro

deboli regnatori affinchè, abbandonata Ravenna, ritornassero alla Città

deserta: alla maniera stessa che, quasi mille anni più tardi, i loro

nepoti supplicavano ai Papi di lasciare Avignone, e di riprendere loro

seggio in Roma decaduta.

Il giovane Onorio s’arrese alla chiamata universale, e sullo scorcio

dell’anno 403 Roma celebrava con grandi feste il suo ingredire nella

Città, che per l’ultima volta mirava la pompa di un trionfo imperiale.

Dopochè Stilicone colle sue vittorie segnalate di Verona e di Pollenza

aveva reso sicuro l’imbelle Imperatore ed aveva salva Roma tremante

dall’invasione che le minacciavano gli Ostrogoti irrompenti in Italia,

veniva Onorio finalmente di Ravenna per la via Flaminia a festeggiare i

suoi decennali e il suo sesto consolato, ed a ricevere gli omaggi delle

vittorie che egli, o a miglior diritto Stilicone, aveva riportato sopra

i Barbari.

Dopo il trionfo di Diocleziano e di Massimiano dell’anno 303, la

Città non era mai stata animata da tanta gioja di feste. In quel tempo

antico, Roma, orgogliosa di sua signoria universale, aveva festeggiato

le vittorie riportate sui popoli di regioni remote, di Persia,

d’Africa, di Bretagna e di Germania: ora invece, con minore alterezza

ma con gioja più grande, celebrava la sua liberazione dal pericolo

sovrastante della invasione nemica. Il poeta Claudiano ha una bella

descrizione del viaggio di Onorio, della sua entrata in città e delle

festività che furono date a sua onoranza[82]. La cadente Roma aveva

l’apparenza di una fidanzata che si abbiglia per correre incontro allo

sposo cui attende da gran tempo: ma la fidanzata era antica d’anni e lo

sposo era un uomo imbelle.

Passava Onorio dal ponte Milvio e muoveva lentamente sotto gli archi

di trionfo eretti per la sua venuta. Sedeva sul carro trionfale, ed

aveva al suo fianco Stilicone suocero suo, ch’era ad un tempo ministro

ed eroico guerriero. Il popolo effeminato applaudiva a un capitano che

ben meritava l’alto onore di entrare trionfante in quella Città che

Mario, Cesare e Trajano avevano ornata delle spoglie di tanti popoli

vinti. Tutto il territorio che si stende dal ponte Milvio sino al

Campidoglio ed al Palatino era gremito di popolo. Persino sui tetti

delle case affollavasi gente d’ogni sesso e di ogni età, la quale

con gioja fervidissima mirava il corteo ed acclamava ora al giovine

Augusto ed ora al pro’ guerriero, e con plauso infantile accennava

alle schiere che seguivano l’Imperatore. La milizia era per la maggior

parte formata di Barbari; ed i vessilli che s’agitavano al vento, gli

arnesi guerreschi di acciaio, i cimieri scintillanti e ornati di penne

di pavone, i manti su cui erano profusi ricami d’oro, ed i cavalli

coperti di ferrea maglia eccitavano la meraviglia della moltitudine. Le

corporazioni della Città s’erano raccolte per ricevere l’Imperatore,

il quale non permise che il Senato precedesse a piedi il suo carro

in atto servile, come era consuetudine. Non pochi Senatori erano

ancora ostinati seguaci del Paganesimo; e ben di leggieri possiamo

imaginare con quanta tristezza rimembrassero il tempo passato in cui

gl’Imperatori muovevano al Campidoglio lungo la via trionfale, e con

quale rabbia mirassero il clero che, col vescovo Innocenzo alla testa,

s’era recato al ponte Milvio ad incontrarvi l’Imperatore.

Onorio mosse al palazzo dei Cesari, ove pose dimora; e gli stuoli degli

eunuchi di vario colore e le turbe di officiali della casa imperiale

empirono nuovamente di moto le marmoree sale del Palazzo già rimaste

deserte e mute. Imperocchè da cento anni il Palazzo fosse abbandonato,

e due sole volte durante questo periodo avesse servito di albergo

agl’Imperatori, venuti della loro sede a visitare Roma. Costantino

il grande avevalo rapito dei suoi ornamenti preziosi ch’egli aveva

trasportato a Bisanzio, laonde quell’immenso Palazzo sembrava una

magione signorile, di cui, morti gli abitatori, comincia a decadere

lo splendore. «Ma ora,» diceva con esagerata adulazione il poeta

Claudiano, «il patrio palazzo dei Cesari riacquistò sua pompa antica;

il monte Palatino sali ancora nell’onore d’un tempo; e, lieto che il

Nume vi abbia posto novellamente sua dimora, ai popoli che imploravano

prostrati, rese oracoli più sapienti di quelli che un giorno parlava

la divinità di Delfo; e intorno alle statue rinverdirono i lauri

rinnovellati di fronde novelle».

Durante il suo soggiorno in Roma nell’anno 404, Onorio diede al popolo

romano nel Circo massimo splendidi spettacoli di corse di carri, di

cacce di animali, di danze pirriche, che Claudiano descrisse con suoi

versi.

I Pagani però furono delusi nella loro aspettazione di vedere

restituiti i giuochi secolari nella loro forma antica: ed anzi ebbero

il dolore di veder soppressi i combattimenti di gladiatori. Questi

antichissimi e brutali spettacoli di sangue aveva già condannato

Costantino con suo Editto dell’anno 325, ma non aveva potuto che

imporre alcuni limiti a quella costumanza; imperocchè sotto i

succeditori di lui fossero sempre dati di quei ludi cruenti[83].

Secondo la testimonianza d’un antico Padre della Chiesa, riuscì

soltanto ad un monaco di ottenere col sacrificio di sè stesso che,

se pure non se ne togliesse il barbaro gusto dall’animo dei Romani,

quei giuochi fossero almeno aboliti per sempre. Fu un Telemaco il

quale lanciossi nell’arena dell’anfiteatro in mezzo dei gladiatori

che ferocemente stringevansi nel bollor della lotta: animato da nobile

fanatismo tentò di separarli e di impedire la pugna, ma pagò la pena

del suo tentativo colla vita, chè i Romani irritati a colpi di pietra

uccisero lo sciagurato. Ma il pio Onorio pacificò l’anima di quel

defunto, ordinando che si venerasse tra i santi Martiri, e vietando

per sempre i giuochi di gladiatori. La leggenda è bella e meriterebbe

di essere vera, imperocchè, di tutti i giuochi antichi ai quali il

Cristianesimo impose un fine, nessuno sia la cui abolizione torni a

maggior onore della umanità. Mancano tuttavolta notizie certe del tempo

in cui cessarono del tutto quei giuochi; ciò solo sappiamo, che la

lotta e i combattimenti d’uomini contro le belve continuavano ancora ai

tempi di Teodorico re dei Goti, il quale, benchè gli avesse ad orrore,

non fu potente ad abolirli: per la qual cosa ancora a quei tempi deve

aver suonato gradevolmente all’orecchio dei meschini Romani il ruggito

dei leoni e l’urlo delle tigri nell’anfiteatro di Tito[84].

Ma il soggiorno di Roma ad Onorio non riusciva gradito. La muta

pompa della Città gli era di noja; la grandezza dei monumenti di lei

opprimeva la sua anima gretta e meschina, e gli pesava l’influenza

che esercitava il Vescovo di Roma troppo vicino. E già, verso la fine

dell’anno 404, il terrore che lo prese alla notizia dell’appressarsi

di una nuova orda di Barbari, lo costrinse a partirsi e a ricoverarsi

a Ravenna, che sorge tra paludi, bello e forte arnese di guerra. Grave

corruccio si impossessava dell’animo dei Romani alla sua partita,

e bentosto, com’ebbero saputo del nemico irrompente, si mutava in

terrore febbrile e ancor più grande di quello che in essi si fosse

destato all’avvicinarsi del terribile Alarico. In sull’incominciamento

dell’anno 405 un torrente di Barbari si riversava dalle Alpi, ed erano

orde di Celti e di Germani in numero maggiore di 200,000 condotte da

Radagaiso che le traeva dietro ai suoi passi colla speranza del ricco

bottino dei palazzi dorati di Roma. Mentre que’ Barbari desolavano i

fiorenti paesi d’Italia superiore, Onorio tremante si nascondeva in

Ravenna, ed i patrizî romani intimoriti all’annunzio che i Barbari

erano già sopra Firenze, s’apparecchiavano alla fuga. Ma Stilicone ivi

sorprendeva il nemico, e lo sconfiggeva completamente e in tempo tanto

breve, da potersene fare il paragone con uno sciame di locuste, che un

turbine improvviso travolge e caccia nel mare.

Per la seconda volta Stilicone salvava l’Impero occidentale; e i

Romani riconoscenti gli erigevano appiè del Campidoglio una statua

di bronzo e di argento; nè mai alcun capitano aveva avuto maggior

diritto a un tale onore. Agl’imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio

alzavano un arco trionfale di brutta forma, l’ultimo che Roma vedesse

sorgere[85]. E quella statua era l’estrema dimostrazione di onoranza

cui Stilicone doveva ricevere nel corso di sua vita gloriosa; chè

già nell’Agosto del 408 egli cadeva vittima degli intrighi di corte

e dei suoi propri maneggi con Alarico re dei Visigoti, intorno alla

natura dei quali la Storia non ci dà che cenni dubbiosi. Alarico,

sceso di illustre lignaggio, era stato acclamato re dall’irrequieto

suo popolo poco prima della morte di Teodosio. Egli si spingeva poco

a poco in tutte le province orientali dell’Impero al di sotto del

Danubio, portandovi guasto e distruzione; e penetrava fino nell’Ellade

e nel Peloponneso; e la bella e sventurata Grecia tramutava in deserto

squallido. Sorpreso da Stilicone negli angusti passi d’Arcadia, poco

mancò che non vi fosse distrutto, ma il suo genio militare lo trasse

del pericolo. Poco dopo, la cabala dei nemici di Stilicone, potenti

alla corte di Bisanzio, fecero che questa lo richiedesse di alleanza e

lo creasse generale delle province d’Illiria. Finalmente egli guidava

il suo popolo contro Italia, ma, disfatto negli anni 402 e 403 presso

Pollenza e presso Verona, era ricacciato sulle sponde del Danubio.

Stilicone con secreti maneggi e con promesse aveva saputo staccarlo

dalla alleanza coll’Impero orientale e indurlo a entrare negli stipendî

di Roma. Il trattato era già stato conchiuso; e mentre sembrava intento

a preparativi di guerra in Illiria, che Stilicone voleva togliere

all’impero d’Oriente, egli entrò di repente in Italia. E fermatosi in

Emona, richiese alteramente Onorio che gli desse una remunerazione, e

che lo indennizzasse di quanto aveva perduto desistendo dalla guerra

d’Epiro. L’Imperatore era allora tornato a Roma, e Stilicone vi accorse

in fretta di Ravenna, per poter interporsi colla propria influenza in

quel difficile negozio. Il Senato, ch’egli aveva restituito ancora

in qualche autorità[86], forse per farne un valido sostegno a sè ed

ai suoi disegni, fu congregato nel Palazzo. Ad esso il generale fece

aperte le pretese del nemico, ed espose ragioni per cui egli reputava

che si dovessero accogliere: però soltanto dopo molti sforzi egli

potè ottenere che i venerandi Padri dessero ad Alarico la somma di

quattromila libbre d’oro. Ma Lampadio, l’uomo più illustre di quelli

che sedevano in senato, s’alzò; ed in nome delle anime dei Grandi di

Roma antica, che avrebbero velata la fronte per vergogna udendo quella

deliberazione, esclamò con ira generosa: «Non è pace questa, bensì

pattuizione di servitù!»[87] Appena ebbe detto, che, sbigottito del

suo ardire, corse nella chiesa cristiana più vicina a cercarvi asilo.

Fu scintilla che infiammava il sentimento patrio dei Romani; ed i

nemici di Stilicone ne trassero giovamento ai loro mali pensieri. Si

alzarono alte grida di tradimento; al debole Imperatore si fè credere

che Stilicone congiurasse con Alarico, suo alleato secreto, per

gettarlo del trono, e che meditasse di disfarsi di lui per cingere la

corona egli stesso o per darla al proprio suo figlio. La perdita del

grand’uomo fu giurata. Gli avvenimenti succeduti durante il viaggio

di Onorio al campo di Pavia, e che presentano uno spettacolo simile

alle condizioni dei paesi di Persia o d’India, oltrepassiamo qui in

silenzio, e solo arrestiamo con cordoglio lo sguardo nostro sull’ultimo

eroe di Roma, il quale, fuggendo in cerca d’un asilo, abbraccia

l’altare di una chiesa di Ravenna donde è fellonescamente strappato, e

che, calmo ed altiero, offre il suo collo alla scure del carnefice.

Ritorniamo alla città di Roma. Nello stesso anno 408, dopo la uccisione

di Stilicone, funestolla un terremoto di sette giorni[88]. La notizia

della morte dell’eroe fu accolta da alcuni coll’attonitaggine dello

stupore, da altri con letizia. I Pagani odiavano in lui il Cristiano

che aveva fatto ardere i libri sibillini, ed i Cristiani scagliavano

contro di lui e contro del figlio suo Eucherio la accusa di propensione

all’idolatria[89]. Le statue di Stilicone furono abbattute, e mentre

i Romani miravano il teschio sanguinoso del giovane Eucherio, loro

mostrato dagli eunuchi, scuoteva i loro petti un senso di angoscia

ch’era presagio di loro tristi destini.

§ 2.

Alarico s’avanza contro Roma nell’anno 408. — Suo demone. —

Presentimento della caduta di Roma. — Primo assedio. — Ambasceria

dei Romani. — Paganesimo tusco in Roma. — I Romani ricomprano la loro

liberazione dall’assedio.

Alla notizia della fine ignominiosa del suo antico emulo ch’egli

sperava amicarsi per dividere seco lui l’impero del mondo, Alarico

fu commosso di nobile dolore nel tempo stesso in cui s’allietava di

un avvenimento che, mettendo in aperto la debole mente di Onorio e la

viltà dei consiglieri di lui, poneva Roma in sua balìa. Ed egli scese

a vendetta e a conquista. Di quell’uomo straordinario narrasi che la

voce di un Genio incessantemente gli parlasse all’orecchio comando di

muovere su Roma. E raccontasi di un monaco che, angosciato delle sorti

della Città, si presentasse ad Alarico e lo scongiurasse a desistere

dall’impresa orrenda, a cui il Re rispondesse: non è mia volontà che mi

guida, ma havvi alcuno, che sempre mi cruccia, e mi caccia, e mi grida:

«Innanzi! innanzi! distruggi Roma!»[90] San Gerolamo, santo Agostino

ed il cardinale Baronio spiegano la natura del Genio di Alarico per un

impulso della Divinità, la quale voleva colpire di sua vendetta Roma

degenere, nella pienezza delle sue colpe. E già può vedersi che l’animo

del Re goto era dominato da una di quelle tendenze irresistibili

e quasi fatali, che spingono l’uomo a cercare impresa infinita.

Imperocchè il pensiero di vincere Roma apparisse alla mente umana come

qualche cosa d’infinito e quasi trascendente le forze dell’uomo, e

l’idea orgogliosa di porre il giogo alla capitale del mondo, dovesse

esercitare un’attrattiva irresistibile sullo spirito di un Barbaro.

Ed Alarico dalla conquista di Roma poteva sperare solo di porre in

maggior disordine le condizioni politiche d’Italia, non già di potersi

mantenere nella sua signoria; perocchè egli, il potente dell’oggi,

fosse senza alleati, nè lo favorissero quelle opportunità politiche che

altra volta erano state di giovamento ad Annibale ed a Pirro.

E già da cento anni s’addensavano su Roma quelle oscure nubi ch’erano

nuncio di sua rovina. La Città era il monumento di ogni cultura,

di ogni civiltà, il palladio della umanità. Quantunque poco a poco

con guerre ardite di cui non ha altri esempî la Storia, avesse

reso soggette le nazioni di mezzo mondo, e ne avesse distrutta

l’independenza, Roma non ne aveva eccitato l’odio; chè anzi era

venerata quale centro sacro della terra. I soli Cristiani potevano

avere Roma in abborrimento, come quella ch’era stata sede al culto

degl’idoli; e già quei libri sibillini ch’erano stati composti

in Alessandria al tempo degli Antonini, avevano predetto che la

Città sarebbe distrutta dopo la venuta dell’Anticristo, ch’era da

attendersi fra non molto tempo, e che dipingevasi nella figura del

matricida Nerone il quale farebbe ritorno dallo estremo confine della

terra. Le orde di popoli sarmati e germanici, che nel secolo quarto

s’avvicinavano alle frontiere dello Impero, sembravano confermare

quelle predizioni; e un terribile sbigottimento si spargeva tra il

popolo la cui mente paurosa già scorgeva l’antica Città caduta sotto

il ferro dei Barbari. E tra i Cristiani s’era sparsa la credenza

che i popoli conquistatori metterebbero Roma a ferro e a fuoco, non

lasciandone pietra, come anticamente era avvenuto di Ninive e di

Gerusalemme. Non è da stupire se già ai tempi di Costantino s’elevasse

una voce che, simile a quella che s’alzava dipoi nel secolo ottavo ai

tempi del monaco Beda, dichiarava che la caduta di Roma sarebbe indizio

e cagione della fine del mondo. «Allorchè questa dominatrice della

terra», diceva l’oratore Lattanzio, «sarà stata atterrata ed il fuoco

l’avrà distrutta, non c’è niuno il quale dubiti, che ogni cosa deva

perire, e che del mondo sia venuta la fine; imperocchè questa Città

sia ancora sostegno del mondo. Perlocchè fervide preci innalziamo al

Dio del cielo, affinchè, se il compimento dei suoi decreti possa essere

differito, egli voglia ritardare il tempo in cui apparirà l’abborrito

tiranno che funesterà la terra dell’empie sue opere, e che spegnerà

quella luce al cui estinguersi il mondo tutto cadrà nel nulla»[91].

Quelle ombre di terrore ricevettero una sostanza ed un ragionevole

motivo allo scendere dei primi Goti in Italia. E già i poemi di

Claudiano della guerra gotica, sono improntati di quel senso di

tristezza profonda, che il presentimento della caduta inevitabile

del colosso romano induceva nel cuore dell’uomo. «Alzati», sclama

il Poeta, «o madre venerabile: scuoti da te la tema vergognosa della

vecchiezza, o città coeva del mondo. Imperocchè la Parca porrà sopra

di te la ferrea mano allora soltanto che le acque del Don irrigheranno

Egitto, e allora che il Nilo si getterà nella palude Meotide». Ma sotto

queste apostrofi ardite si nascondevano gemiti di paura repressa. E

alla notizia che Alarico s’avanzava, un terrore febbrile s’impadroniva

dell’animo dei Romani, che lo stesso Claudiano ci descrive con tanta

evidenza di stile. Nell’anno 402 il Re dei Goti guadava il Po, e

già agli imbelli Romani pareva di udire il nitrito dei corridori dei

Barbari. E molti s’apprestavano alla fuga in Corsica, in Sardegna e

nelle isole di Grecia: e s’accresceva lo sbigottimento universale

con racconti della luna che s’era oscurata, e di apparizioni di

tetre comete, e di fantasimi vagolanti, e di portenti spaventosi: e

spargevasi tra il popolo la credenza che i dodici avoltoi apparsi in

antico a Romolo fossero presagio che la Città dovesse durare dodici

secoli e che ora si compiesse[92]. Altra volta Roma era salva da

Stilicone, ma ora egli non era più; ed i generali Turpilio, Varane e

Vigilanzio, ch’erano chiamati a surrogarlo, non ne avevano ereditato il

genio, nè potevano mettere riparo alla cecità profonda della corte di

Ravenna, la quale con caparbietà fanciullesca aveva rigettata la pace

offerta da Alarico e le sue requisizioni moderatissime.

Sprezzatore dei suoi nemici il Re goto non sostò lungo tempo: guadato

il Po presso Cremona, mettendo a ruba tutto il paese, e lasciando

dietro le sue orme incendio e strage, in breve era sopra Bologna e

Rimini; e, accelerando il suo cammino lungo la via Flaminia, giungeva

d’improvviso alle mura di Roma ch’egli faceva circondare dai densi

stuoli dei suoi agili cavalieri, che abbeveravano i loro corridori

nelle onde dell’Anio e del Tevere, e dalla moltitudine dei suoi

pedoni, che, avanzandosi fin sotto le mura gettando grida selvagge,

percuotevano colle loro lance le porte d’Aureliano.

Alarico non diede alcun assalto; egli cinse la Città ordinando le

sue soldatesche dinanzi le porte, e intercettando ogni via di terra

e del fiume alle vettovaglie, e attese la riuscita infallibile dei

suoi provvedimenti. Roma era immobile, quasi immersa in letargo;

e, tremanti dietro il riparo delle loro mura fortificate, i Romani

cercavano di atterrire il nemico collo spettacolo sanguinoso della

testa recisa della illustre Serena. Quell’altera e sciagurata sposa

di Stilicone viveva entro il suo palazzo di Roma immersa in amaro

cordoglio, divenuto ancor più grave allorchè gli eunuchi le ebbero

condotta la figlia Termanzia, che Onorio aveva cacciato del suo talamo;

imperocchè, morta la sorella di lei, Maria, l’Imperatore la avesse

disposata in secondo maritaggio, giovinetta ancora, appena uscita di

puerizia. Il Senato aveva accolto sospetto che Serena, per trarre

vendetta, avesse chiamati i Goti su Roma, e che con loro tenesse

segreti accordi; laonde precipitava al vile consiglio di darla in mano

al carnefice. La principessa Placidia, giovine di ventun anno, sorella

di Onorio e cugina di Serena per via di Teodosio, non ebbe ribrezzo

di acconsentire a quell’assassinio vituperevole. Ella aveva stanza

allora nel _Palatium_; ed in quel tempo passavano in Roma gli anni di

loro vedovanza altre donne regali: Leta, già moglie dello imperatore

Graziano, e la vecchia madre di lei, Pissamena. Ma il Senato s’ingannò

nella credenza che i Goti, perduta la speranza di penetrare in Roma

per tradimento, dopo la morte di Serena cedessero e ne partissero: chè

invece mossero il campo soltanto per istringere più vicino l’assedio.

Allora la Città incominciò ad affamare; e la carestia ed un feroce

morbo coprivano le vie di cadaveri: nè molto giovava che quelle nobili

donne tramutassero i loro monili in iscarso pane per alleviare i

bisogni del popolo.

Ridotti finalmente agli estremi, i Romani diedero incarico allo

spagnuolo Basilio, ed a Giovanni tribuno dei notai imperiali,

d’un’ambascieria, perchè trattassero della pace. E durante l’assedio,

avevano sì poco mirato in faccia il nemico, che accoglievano quasi

speranza che non il temuto Alarico, ma bensì un altro condottiero

avesse posto campo dinanzi alle loro mura. Condotti i legati innanzi al

Re, assunsero la dignitosa baldanza di cittadini romani, e parlarono

quei sensi arditi di cui il Senato gli aveva fatti messaggieri:

dissero, il popolo, destro nelle armi, approntarsi alla pugna se il Re

volesse spingerlo agli estremi colla durezza delle sue esigenze. Ai

quai detti il Re rispondeva con ischernevole sprezzo: «Il falciatore

sega le erbe del prato tanto più facilmente quanto più sono fitte»,

e con alto riso applaudivano tutti quelli che lo circondavano. Poi

chiedeva colla baldanza del vincitore a prezzo della sua partita che

gli si consegnasse tutto quanto la Città possedeva di oggetti preziosi

in oro ed in arredi, e che gli si dessero tutti gli schiavi di origine

barbarica. E avendo domandato uno degli ambasciatori atterriti, che

pensasse di lasciare a Roma: «le vite!», rispondeva. E accomiatatili, i

legati tornavano al Senato.

Mentre la Città stava in tanta trepidanza, un avvenimento strano

succedeva entro le sue mura. Uomini venuti di Toscana e dotti negli

antichi misteri degli auguri (arti coltivate nella loro patria), che

forse il pagano Pompejano, prefetto della Città, vi aveva chiamati,

promettevano di liberare Roma dal nemico incalzante con loro incanti,

se il Senato volesse offrire sacrificî solenni alle Divinità della

Religione antica. Zosimo storico pagano, che narra quest’avvenimento,

afferma che lo stesso vescovo Innocenzo, avrebbe permesso di operare

agli auguri, quantunque non approvasse. Egli è duopo però confessare

che il Paganesimo fosse affatto spento in Roma, imperocchè nessuno

volesse sacrificare. I Toscani furono cacciati e si pensò a mezzi più

efficaci per liberare da Alarico la Città[93].

Dopo una seconda ambasceria, più pressante della prima, il Re si

dichiarò soddisfatto ad una taglia di cinquemila libbre d’oro, e di

trentamila libbre d’argento. Egli voleva inoltre tremila pelli colorate

in porpora, quattromila tessuti di seta, tremila libbre di pepe, e

questa requisizione dimostra la raffinatezza del gusto e dei bisogni

dei Barbari al paro dei Romani. Per raccogliere la somma di denaro

contante del riscatto, non bastò un’imposizione forzata su tutti i

cittadini agiati; chè si dovette ricorrere agli ornamenti dei templi

chiusi, e si fusero statue d’oro e d’argento: e questa è dimostrazione

che in Roma ancora s’ergevano in piedi simulacri preziosi degli Dei

antichi. E fra quelle statue che perdettero le loro forme squisite

entro il crogiuolo, Zosimo deplora con isdegno la perdita del simulacro

nazionale della dea Virtù, col quale, dic’egli, perì in Roma anche

l’ultimo avanzo di valore e di virtù.

§ 3.

Alarico s’allontana da Roma. — Onorio rifiuta la pace. — Alarico

ritorna una seconda volta su Roma, prende il Porto nell’anno 409 e

acclama imperatore Attalo. — Questi muove contro Ravenna con Alarico. —

È deposto. — Alarico pone campo la terza volta contro Roma.

Dopochè furono numerate le somme imposte per il riscatto, il Re dei

Goti allentò la rigidezza dell’assedio lasciando libertà di uscita

per alcune porte, concedendo tre giorni di mercato e adito alle

vettovaglie per la via del fiume. Egli partiva finalmente di Roma

colle sue soldatesche, e poneva suo campo nel territorio di Toscana,

ove raccoglievansi ben quarantamila schiavi di origine barbarica, che

pochi a pochi fuggendo di Roma, erano corsi dietro alle orme di lui.

Ivi egli attendeva risposta dalla corte di Ravenna sulle proposizioni

di pace che in suo nome le offerivano i legati spediti dal Senato e

chiedenti che con Alarico si stringesse alleanza, resa sicura dalla

tradizione di nobili ostaggi. Ma Onorio, o piuttosto Olimpio ministro

di lui, respinse quelle proposte con orgoglio tanto più condannevole

che l’Impero era debole e Roma sguernita, e che le richieste di

Alarico erano moderate. Imperocchè egli si dichiarasse pago ad una

contribuzione annua d’oro e di grano, alla cessione del Norico, della

Dalmazia e delle due Venezie, ed al titolo di generale dell’esercito

imperiale.

Fra i legati che Roma mandò parecchie volte all’irresoluto Imperatore,

fu anche il vescovo Innocenzo: ma nè le sue esortazioni, nè le

energiche istanze degli altri ambasciadori che dipinsero con foschi

colori le calamità sofferte e i nuovi pericoli che minacciavano

Roma, valsero a smuoverlo; ed Alarico ebbe l’onta che Giovio, novello

ministro, gli desse convegno in Rimini per dichiarargli sprezzantemente

che Onorio gli rifiutava il titolo di generale imperiale. Rodendosi

del dispetto, il Re goto partiva di Rimini e muoveva la seconda

volta contro Roma; eppure faceva cheta ancora una fiata la voce del

suo Genio, sia che lo ritenesse venerazione della Città, oppure lo

muovesse ragione politica. Raccolti i Vescovi di molte città d’Italia,

mandavali ad Onorio, affinchè lo esortassero, che non volesse caricarsi

dell’orrenda colpa di abbandonare all’avidità dei Barbari quella

Città la quale da più che mille anni dominava il mondo e di darne gli

splendidi monumenti in preda alle fiamme. Anzi egli recedeva dalle

sue pretensioni; chè gli bastava una carica qualunque dell’Impero, il

solo Norico, qual si fosse quantità di grano, un trattato di alleanza

che gli permettesse di muover guerra ai nemici dell’Impero. Stupiva il

mondo alla moderazione di quel Re, eppure i ministri rispondevano aver

giurato pel sacro capo di Onorio, che non stringerebbero mai la pace

con Alarico; ed essere lecito mancare a Dio con uno spergiuro prima che

all’Imperatore[94].

Le temperate domande del Re dei Goti devono, a dir vero, sembrare

misteriose, e sarebbe male avvisato chi volesse darne ragioni morali.

Imperocchè un conquistatore sia rade volte rattenuto da senso di

venerazione verso un santuario dell’umanità, se non siano piuttosto

altri motivi di prudenza. Il valente Goto ben vedeva che, affidato al

solo suo esercito privo d’alleati e mal nutrito, non avrebbe potuto

tenere la Città in sua signoria per lungo tempo; laonde pensava ch’era

da prescegliersi il possedimento di una provincia dell’Impero più

ristretta, ma reso sicuro da un trattato publico. Giunto di nuovo

innanzi all’atterrita Roma, raffrenò l’ardore guerriero delle sue

soldatesche che si sarebbero altrimenti spinte alle mura, e spedito

ai Romani un messaggio di brevi ma superbe minacce, continuò con

mossa affrettata il suo cammino sino al porto della foce destra

del Tevere. Ivi gl’Imperatori avevano eretto come per incanto opere

gigantesche sulle paludi che stanno presso l’imboccatura: in questo

tempo s’alzavano splendidi ancora e animati di vita quegli edificî, che

oggidì invece, profondati nelle salse gore, mostrano soltanto poche

ruine tra le quali s’appiattano stuoli di uccelli palustri. Giunto,

superò la resistenza del presidio romano e prese il Porto. Padrone di

tutte le vie onde Roma poteva trarre vettovaglie, minacciò di nuovo la

Città degli orrori della fame e della peste se non fosse obbediente al

suo impero e se non disdicesse ossequio all’imbelle Onorio.

Il Senato, forse astrettovi dal popolo tumultuante, cedeva, e

chinavasi all’obbrobrio di ricevere dalle mani del Re goto una scimmia

d’Imperatori, e d’insediarlo nel palazzo dei Cesari. Quel fantoccio

fu Attalo, che Onorio aveva in tempi anteriori eletto prefetto della

Città. Involto nella porpora e cinto del diadema, circondato da un

corteggio di dignitarî fabbricato all’improvviso, fu condotto al

_Palatium_ ove, seduto sul trono imperiale, diede ordinamenti al suo

Stato che non aveva delimitazione, elesse Alarico a generale supremo

degli eserciti dell’Impero, Ataulfo cognato di lui a prefetto della

cavalleria, ed altri ad altre magistrature. Il giorno dopo congregò il

Senato, e con un discorso ampolloso promise che renderebbe l’universo

suddito a Roma.

Tuttavia i Romani erano lieti del mutamento, chè ormai li rallegrava

ogni novello spettacolo che interrompesse la loro quiete letargica.

E l’elezione del loro concittadino Tertullo a console faceva loro

accogliere grata speranza che sarebbero restituiti i giuochi del

circo e le altre gioie della vita cittadina di un tempo. La sola

famiglia ricchissima degli Anicî, chiusa nelle sue case, si teneva

orgogliosamente in disparte con grave dispetto del popolo. Gli Anicî

erano alla testa dell’aristocrazia cristiana di Roma; e nell’istesso

tempo in cui, rimembrando le geste dei loro maggiori, che avevano avuta

tanta potenza nel reggimento dello Stato, sentivano profonda vergogna

della Città avvilita, avevano gravi motivi di temere delle conseguenze

di quell’avvenimento. Attalo era pagano, e benchè, per amicarsi

l’animo dei Goti, si fosse fatto battezzare da uno dei loro Vescovi

ariani, tuttavia favoriva publicamente il Paganesimo; nè soltanto

dava licenza che i templi si riaprissero, ma faceva cancellare dalle

monete l’imagine del Labaro col monogramma di Cristo, e, invece del

segno di croce, vi faceva incidere la lancia e la figura della Vittoria

romana[95].

Il nuovo Imperatore partiva di Roma con Alarico e muoveva alla volta di

Ravenna per cacciare, come avevane espresso il vanto, Onorio di quella

fortezza. Alla vile proposta di quest’ultimo di associarlo al trono,

rispondeva: non soltanto il titolo volere strappargli, ma neppure

volere lasciargli integro il sacro corpo; chè, dopo di averlo mutilato,

lo condannerebbe a relegazione in qualche isola. Più di queste meschine

e ridicole minacce, la codardia del ministro Giovio metteva tale

paura in Onorio, che s’apprestava a fuggire a Costantinopoli, allorchè

l’ingredire improvviso di sei coorti nel porto di Ravenna rialzò il suo

animo. Poco tempo scorreva, ed Alarico, che si maneggiava continuamente

con Onorio per la pace, toglieva il favore alla sua creatura. Irritato

per gli stolti provvedimenti che Attalo aveva dati in Africa contro il

conte Eracliano governatore di quella provincia, trattolo un giorno

fuori delle mura di Rimini, gli fè strappare la porpora dalle spalle

e il diadema regale dalla fronte; e, spedite quelle insegne ad Onorio,

tenne Attalo e il figlio di lui Ampelio in condizione privata, sebbene

onorevole, presso di sè, affine di avere sempre pronta un’arma con cui

atterrire la corte di Ravenna quando gli talentasse.

Ma fallirono le speranze di uno scioglimento pacifico. L’arrivo di

Saro, valoroso condottiero goto che nutriva sanguinosa inimicizia

contro Alarico, l’attacco repentino con cui egli sorprese con

trecento scelti soldati le truppe di Ataulfo, finalmente il festevole

accoglimento ch’egli ebbe entro le mura di Ravenna, persuasero ad

Alarico che i negoziati della corte imperiale non erano che scaltre

finzioni diplomatiche; laonde, ardente di rabbia, levò il campo dalle

mura di Ravenna, ed a mossa forzata spinse l’esercito contro di Roma.

Dalle alture circostanti gli Unni ed i Goti gettavano gli avidi sguardi

su Roma; e alla loro impazienza febbrile il Re non poneva più freno,

ma anzi stimolava. Dinanzi ad essi la Città immensa si stendeva nella

triste Campagna, cui da lunge facevano splendido contorno le giogaie

del Sabino e di Preneste e i bei poggi d’Alba, dai quali in antichi

tempi Annibale aveva gettato il suo sguardo feroce sulla terra romana,

e donde l’occhio scorreva sulla linea retta formata dalla Via Appia,

fiancheggiata da sepolcri, in mezzo ai quali torreggiava sublime il

mausoleo di Cecilia Metella. Nel territorio vaticano, che si stendeva

ai loro piedi, quei guerrieri feroci vedevano la basilica del san

Pietro, e più in su, presso la sponda del Tevere, miravano la basilica

di san Paolo che sorgeva isolata. E i loro condottieri dicevano che

dovessero staccare gli avidi occhi da quei santuari degli Apostoli,

ricchissimi d’oro e d’argento; ma che le rimanenti ricchezze che si

accoglievano entro le mura di Aureliano, sarebbero loro, tostochè

avessero superati quei baluardi altissimi. Animati dal disio di

rapina già sembrava loro di toccare i monti d’oro che numeravano nella

fantasia. Dinanzi ai loro occhi si apriva lo spettacolo di monumenti

ch’erano veri miracoli d’arte: un mondo di case antiche di secoli,

al di sopra delle quali si ergevano qua e colà obelischi, e colonne

coronate di statue dorate, e templi che si alzavano maestosi in lunghe

serie sulle piazze, e teatri, e il circo che si lanciava al cielo con

ardite curve, e terme dagli ombrosi portici e dalle ampie cupole che

splendevano percosse dai raggi del sole, e giganteschi palazzi dei

cittadini ragguardevoli che avevano l’aspetto di tante ricche città nel

mezzo della Città, e che alla mente dei Barbari si dipingevano pieni

di tesori e abitati da belle Romane, cui nessuna difesa proteggeva.

E la loro imaginativa era alimentata dalle favolose narrazioni delle

ricchezze della Città, che da fanciulli avevano udite dalla bocca

dei loro padri sulle sponde dell’Istro o presso la palude Meotide.

Ignoravano che quella fosse la città degli Scipioni, di Catone, di

Cesare, di Trajano, che aveva diffuse tra gli uomini le leggi della

civiltà; e, se anche lo avessero saputo, mossi da impulso bestiale non

ne avrebbero ricavato alcuna idea elevata: ma ciò soltanto sapevano che

Roma aveva soggiogato il mondo colla forza dell’arme, e che accoglieva

in sè le ricchezze del mondo tutto, le quali nessun nemico aveva mai

tocche e che loro appartenevano come preda di guerra. E tra loro erano

molti i quali speravano d’impadronirsi di tanta quantità di perle

e di gemme, da contarle come il grano si misura, e di trasportare

a colme carra i vasi d’oro e gli arredi preziosi. Gl’irsuti Sarmati

dell’esercito d’Alarico, coperti di rozze pelli di animale, armati

di archi e di frecce, ed i robusti Goti coperti di corazze di rame,

rozzi figli della natura e della vita nomade guerriera, non potevano

avere cognizione delle lautezze del gusto e della perfezione delle

arti romane, chè la loro indole selvaggia racchiudeva entro angusta

cerchia i concepimenti della loro mente: sentivano soltanto oscuramente

che in Roma eglino s’immergerebbero entro un bagno di voluttà e ne

inebbrierebbero tutti i sensi, e già sapevano che i Romani erano

spregevoli crapuloni, oppure imbelli asceti.

§ 4.

Dipintura della nobiltà e del popolo di Roma di quel tempo, secondo

le testimonianze di Ammiano Marcellino e di san Gerolamo. — Pagani e

Cristiani di Roma. — Statistica della popolazione della Città.

A dare la descrizione della città e del popolo di Roma, su cui

già pendeva la spada dei Goti, non abbiamo altri colori da quelli

che lo storico Ammiano Marcellino usava a dipingere i costumi del

popolo romano del tempo suo. Il quadro offertone da lui appartiene,

per vero dire, all’epoca di Costantino e di Graziano; tuttavolta

rappresenta le condizioni della società romana nell’anno 410, perocchè

durante il periodo di trenta o di cinquanta anni, quelle tinte non

potessero impallidire, ma dovessero anzi farsi sempre più oscure[96].

Ammiano dà la dipintura del ceto patrizio e della plebe di Roma: e

nel suo quadro mette in risalto con colori luminosi le condizioni

sociali dell’aristocrazia, involgendo in una massa di ombre la vita

delle classi inferiori. Molti tocchi del suo pennello ricordano le

descrizioni dei satirici antichi: del resto la figura del patrizio

romano ci appare simile a quella ch’era ai tempi di Nerone e di

Domiziano, e soltanto ravvolta entro un paludamento di foggia bizantina

orientale. Ammiano ci dipinge i costumi del nobile romano quale era in

casa, al bagno, in cammino per la Città, oppure in viaggio per le sue

possessioni della Campania. Lo vediamo in sale splendide di sculture

e di preziosi musaici, sedere a mensa circondato da parassiti e da

giuocatori di professione, e pompeggiare in mezzo alle loro adulazioni

servili, lodando la magnificenza del palazzo e la bellezza dei suoi

quadri, e facendo ammirare la mole dei fagiani, dei pesci, dei ghiri

che comparivano sul desco, e del cui peso alcuni scrivani dall’aria

importante tenevano nota. Ammiano lo dipinge, come il Parini descrive

il gentiluomo milanese, sedente su molli cuscini di seta mentre sta

leggicchiando le satire di Giovenale, che col racconto delle avventure

galanti dei suoi avi ne solleticano i gusti pravi, oppure gli scritti

di Mario Massimo: imperocchè le biblioteche sieno come le tombe sempre

spalancate ove si depongono cadaveri l’uno appresso dell’altro, chè il

filosofo è cacciato dallo scribacchino di scurrili facezie e l’oratore

è messo in bando dal maestro di arti oscene. Allorchè il nobile

signore, che si è imposto i nomi bizzarri di Reburro o di Tarrasio

od altri simili, è sorpreso da noja, egli chiude gli occhi al sonno,

cullato da melodie di flauti oppure dal canto delizioso dei suoi

musici; e allorchè si risveglia, l’armonia di organi e di cetre (della

grandezza di un cocchio a due ruote), rianima gli spiriti di lui. Se

lo prende vaghezza di gire al teatro, sono pronte a rallegrare i suoi

sensi tremila cantatrici ed altrettante ballerine che rappresentano

le favole antiche, facendo mostra di tutte le grazie e delle pose più

voluttuose del loro corpo. Al teatro oppure alle terme egli va colla

pompa superba di un pascià facendosi trasportare in lettiga, oppure

facendosi trascinare in un cocchio sontuoso. Lo precede uno stuolo di

schiavi ordinati in ischiere, innanzi alle quali cammina l’ispettore

che tiene la verga: poi vengono i camerieri, indi i cuochi, ed ultima

una turba di schiavi e di oziosi plebei dimoranti nel quartiere ove ha

stanza il patrizio: chiude finalmente il corteggio una folla di eunuchi

d’ogni età, che, al colore terreo ed al contorcimento abituale del

volto, mettono schifo. Così Fabunio o Reburro, eccitando la meraviglia

di chi lo incontra, attraversa le vie di Roma, s’egli ha talento di

girsene alle terme di Caracalla, ov’egli tragge non già perchè il

bagno publico offra maggiore splendidezza di quello del suo palazzo, ma

perchè il magnifico signore vuole ivi far pompa della sua ricchezza, e

farsi baciare il ginocchio e la mano da coloro cui dona il suo favore.

E se colà gli viene presentato qualche straniero, egli lo alza al sommo

grado di felicità se degna di chiedergli ove prenda il suo bagno, di

quali acque medicinali faccia uso, in quale palazzo dimori.

Allorchè poi, dice Ammiano, quegli uomini ragguardevoli di Roma se ne

vanno alle loro possessioni, credono di andare a spedizioni simili

a quelle di Alessandro Magno e di Cesare; e nel cammino fanno pompa

di cacciagioni raccolte da altri, oppure varcano il lago di Averno

per girsene a Puteoli ed a Gaeta sopra gondole variopinte, entro le

quali hanno riparo dagli ardori del sole. E se una mosca entra sotto i

lembi di seta delle cortine dorate, o se il più sottile raggio di sole

penetra da una fessura dell’ampio baldacchino, si dolgono del destino

che non gli abbia fatti nascere fra i Cimmerî.

Non c’indugiamo a dare altre dipinture della vita corrotta di quei

patrizi di Roma, pagani o cristiani. Affine soltanto di dare un’idea

delle immense ricchezze dei Grandi romani riferiremo alcune notizie

che ne dà Olimpiodoro. A descrivere la magnificenza dei palazzi

romani, quello Storico, che ne parlava di veduta, dice ch’essi

potevano contenere entro le loro mura tutto ciò che una città di media

estensione in sè comprende, un ippodromo, piazze, templi, fontane e

terme, per la qual cosa poteva ben dirsi: «Una sola casa è una città, e

innumerevoli città la Città entro di sè contiene»[97].

Molte famiglie romane, dietro sua testimonianza, cavavano dai loro

possedimenti una rendita annua di quattromila libbre d’oro, senza

comprendervi i prodotti in natura che formavano la terza parte di

quella somma, se cambiavansi in denaro. Lo Storico narra che Probo,

figlio di Alipio, per celebrare la sua elezione a pretore spese

milleduecento libbre d’oro soltanto: e l’oratore Simmaco, ch’era un

senatore che possedeva mediocre ricchezza, nei tempi anteriori alla

caduta della Città consumò duemila libbre d’oro nelle feste date per

solennizzare la elezione di suo figlio alla pretura, e Massimo vi spese

l’enorme somma di quattromila libbre dando giuochi che durarono sette

giorni.

I giuochi del teatro e del circo, e il piacere del bagno erano

ancora di sollievo alla miseria della plebe, la quale godeva delle

distribuzioni che continuavano ad esserle fatte di pane, di grasce,

di olio, di vino[98]. Ammiano cita i nomi dei plebei più famosi

della Città al suo tempo, come quelli di Cimessore, di Statario, di

Semicupe, di Serapino, di Pordaca e di altri; e dice che loro vita

passavano tra il vino ed i dadi, nei bordelli e nelle taverne, e che

il Circo massimo era loro tempio, loro dimora, loro curia, luogo cui

rivolgevasi ogni loro speranza ed ogni loro desio. E ce li descrive che

formano capannelli nelle piazze, e a torme nei crocicchi delle strade

disputanti acremente, i vegliardi giurando per loro bianchi capelli

che Roma deve perire se nelle prossime corse questo o quel cavallo

non guadagna il premio, se la fazione di questo o di quel colore non

trionfa. Nel giorno delle corse tanto desiato, allo spuntar del sole

s’accalcano con commovimento febbrile alle porte del circo. E la

istessa mania li prende per ogni altro spettacolo, si rappresenti il

dramma o la pantomima, oppure si dieno cacce o corse di carri. Il genio

frenetico di sollazzi, già insito nell’indole dei Romani ed accresciuto

nell’ozio, sembrava ora formare una parte essenziale della loro

natura; e santo Agostino giungendo le mani deplora, che coloro i quali

dal sacco di Roma fuggivano a Cartagine e che nella miseria estrema

andavano accattando un pane, accorressero ogni giorno ai teatri per

assistere agli spettacoli, e vi formassero partiti che davano origine a

contese accanite[99].

Gli ultimi elementi della società pagana di Roma si trovavano in

una condizione di corrompimento universale; e d’altro canto il

Cristianesimo in questo periodo di decadimento operava con influenza

debolissima sul popolo romano, il quale, lasso di vecchiezza e privo

di vigore, non poteva accogliere nei costumi antichi di sua vita la

scintilla animatrice di quella energia giovanile. La religione di

Cristo, il cui codice non avevano già dettato ragioni politiche, nè

l’egoismo che regge le costituzioni dell’uomo, aveva eretto a principî

morali la libertà e l’eguaglianza nella società, entro il cui seno

gli uomini formare dovevano comunione di amore. Queste idee, le quali

minacciavano la rovina esiziale allo «Stato», cui facevano guerra

come ad un istituto pagano ed aristocratico eretto dal sospetto del

despotismo, non poterono però ottenere vittoria sul civismo romano. Il

quale si cacciò entro la società cristiana sotto forma di una Chiesa

visibile e gerarchica, la quale si eresse di fronte allo Stato pagano.

Il despotismo di questo, il suo corrompimento che toglieva speranza

di restituirlo in vigoria, la sua decrepitezza avida e schifosa,

disgustavano gli uomini, dinanzi ai cui occhi s’alzava la figura della

Chiesa, che, splendida e robusta di giovinezza, gli induceva a fuggire

la vita civile ed i doveri che quest’ultima imponeva. I Romani, che

anticamente avevano mostrata la più grande operosità politica e civile

di cui un popolo sia capace, entravano adesso in un’epoca durante la

quale dovevano immergersi in un letargo d’indifferenza assoluta per

tutto ciò che spettasse alla conservazione ed allo splendore dello

Stato: e questa era cagione suprema di rovina a Roma. La filosofia

stoica, che un tempo era stata rifugio ai migliori contro gli orrori

del despotismo imperiale, eccitava pure il cittadino all’operosità

nell’adempimento dei doveri politici, laddove invece la filosofia

cristiana lo induceva a rinunciare alla vita publica. Basta soltanto

paragonare gl’insegnamenti pratici di Epitteto e di Marco Aurelio

con quelli di san Gerolamo e di san Paolino di Nola perchè balzi

all’occhio la differenza. Come esemplare della perfezione umana

proponevasi l’ebbrezza mistica della vita claustrale, quantunque però

anche l’ascetismo ed il monachismo fossero un progredimento grande e

necessario per la civiltà interiore dell’umanità. L’uomo cui respingeva

un mondo corrotto ed odioso, fuggiva dalla torbida agitazione delle

cure publiche; e, chiudendosi entro la cerchia ristretta della propria

personalità, cercava quella libertà morale che il Paganesimo romano

aveva disconosciuta. Così sottraevasi al corrompimento universale,

elevandosi a contemplazioni di natura eterna. Ma il monachismo fu

d’altro lato ragione che si perdessero anche le ultime reliquie di

virtù civile e politica; e l’ultima virtù di Roma, che spingeva i

suoi cittadini a cingere il cilicio, fu causa del suo estremo esizio.

Nobili Senatori si chiudevano nei conventi; nepoti e figli di Consoli

non arrossivano più di mostrarsi fra i loro pari colla testa rasa

e ravvolta entro le lane del cappuccio. «Ai tempi nostri», esclama

san Gerolamo, «Roma presenta uno spettacolo non mai veduto dal mondo

in tempi anteriori. Altra volta pochi cristiani si contavano tra i

sapienti, tra i possenti e tra i patrizî; oggidì invece molti uomini

illustri per potenza, per sapienza, per nobiltà di sangue si numerano

tra i monaci»[100].

Nella Città di Roma prevaleva ormai in quel tempo con vaste proporzioni

il chericato: non si creda però che gli elementi di esso, sparsi tra

il popolo, fossero di natura purissima, chè anzi il Cristianesimo

aveva trovato in Roma il corrompimento in brevissimo tempo: nè è da

stupirne, perocchè il terreno in cui era stato gettato il seme dei suoi

insegnamenti fosse guasto, e meno di qualunque altro del mondo atto a

produrre buoni frutti.

In molte lettere di san Gerolamo troviamo una descrizione dei costumi

di Roma cristiana che è simile ad una satira. È bel riscontro al

quadro di Ammiano, nè perciò possiamo ommettere di farvi osservazione.

E Ammiano stesso, il quale è scrittore non avverso ai Cristiani, già

facevasi amaro censore del lusso e dell’ambizione dei Vescovi romani,

in quel celebre passo in cui parla delle lotte sanguinose avvenute tra

Damaso ed Ursicino che si disputavano il seggio vescovile di Roma. «Io

non nego», dice Ammiano, «allorquando considero lo splendore delle cose

mondane, che quegli uomini per ansioso desio di superarsi in potere

dovessero combattersi con tutta la rabbia dei partiti; imperocchè,

ove raggiungessero il loro scopo, sarebbero sicuri di arricchire

coi doni delle matrone, di pompeggiare in cocchi splendidi, di

vestire magnificamente, di tenere apparati di mense che sarebbero più

sontuose dei conviti principeschi. Eppure beati potrebbero appellarsi,

se, sprezzatori del lusso mondano col quale saziano i loro vizî,

imitassero la semplice vita di alcuni buoni preti delle campagne. La

temperanza nel cibo, la modestia nel vestimento, l’umiltà dello sguardo

costringono il vero adoratore dell’eterno Iddio a venerarli quali

uomini puri e santi»[101].

San Gerolamo che nei tempi suoi primi era stato secretario del vescovo

Damaso, narra di avvenimenti dei quali era stato testimonio oculare, e

descrive la vita dei preti e dei laici cristiani, degli uomini e delle

donne, e singolarmente delle donne che in ogni tempo sono maestre di

costume. Egli dipinge l’ipocrisia della pinzocchera, l’astuzia del

monaco che va a caccia di eredità, l’orgoglio delle monache, la stolta

superbia dei frati, il libertinaggio dei diaconi che fanno pompa del

Cristianesimo con aristocrazia romana.

Egli c’introduce nelle case di una matrona, della nipote di Decio

o di Massimo. La nobile donna veste gramaglia per la morte dello

sposo. Ha le guance coperte di belletto ed è sdrajata sopra un

sontuoso lettuccio, tenendo in mano il libro degli Evangeli legato

in porpora e carico di fregi dorati[102]. La stanza di lei è piena

di parassiti adulatori, che trattengono la nobile dama con narrazioni

di pettegolezzi ecclesiastici o mondani, e che le tessono la cronaca

degli scandaletti del giorno di laici e di preti. Ella è superba

d’intitolarsi patrona dei chierici. I quali accorrevano a visitare

la nobile signora e la baciavano in volto, e nella mano largamente

stesa (la alzavano senza dubbio per benedirla) ricevevano una pingue

elemosina. Eglino la mettevano in saccoccia con una certa ritrosia

gentile; laddove invece monaci scalzi e ravvolti in sucida tonaca,

ciuffavano avidamente la offerta che loro porgevano dalla soglia i

servitori. Ma gli eunuchi di varî colori s’affrettavano a spalancare

le porte tostochè scorgevano da lungi il sontuoso cocchio del diacono,

che, trascinato da focosi e bei cavalli, capitava a inchinare la dama,

splendido sì che lo avreste creduto fratello del Re di Tracia. Il

suo abito di seta olezzava di profumi, la sua chioma acconciata con

bell’arte aveva costata lunga cura al parrucchiere per arricciarla

coi ferri. Le sue dita cariche di gioielli sostenevano con arte di

vanitoso zerbino la sua veste per mettere in mostra piedi gentili,

calzati di scarpe eleganti di saffiano bianco e lucidissimo. «Chi

vede quest’uomo», dice Gerolamo, «lo crede un fidanzato piuttosto che

un prete». E noi aggiungiamo: chi oggi lo vedesse crederebbe ch’ei

fosse uno dei profumati Don Giovanni di Roma moderna. Tutta la Città

lo conosce sotto il nome di «cocchiere della Città», e i monelli gli

gridano dietro le spalle: Pippizo e Geranopepa[103]. Lo incontri

dappertutto e in nessun luogo: nulla accade ch’ei non sappia; nè

v’ha aneddoto in Città ch’ei non iscaturisca e che non divulghi colle

frange. In breve: fu scopo di sua vita essere prete per aver libera

entrata presso belle donne. In breve: è tenore di sua vita alzarsi la

mattina e pensare a chi farà visita, e tosto dopo mettersi in viaggio.

S’egli trova in una casa qualche cosa che gli piaccia, sia un bel

drappo, oppure un cuscino, o uno splendido arredo, lo loda tanto finchè

la signora ne lo presenta, perchè a tutte le donne mette a paura la

linguaccia atroce del «cocchiere della Città».

Se la nobile dama voleva fare qualche buona opera di cristiana carità,

la compieva con pompa romorosa. A somiglianza di Fabunio o di Reburro

cugino di lei (già si vede che è lo stesso esemplare dell’aristocrazia

romana descritto da Ammiano e coperto soltanto di manto cristiano),

ella va alla basilica di san Pietro in lettiga, seguita da un codazzo

di eunuchi. Ivi per fare mostra della sua pietà, ella dispensa di

propria mano offerte ai poverelli, e celebra quei banchetti d’amore

detti Agapi, che essa fa annunciare publicamente per mezzo di un

banditore.

Quelle due figure bastano a dare la idea precisa di ciò che fosse

il loro ceto. Gli antichissimi abusi che esistevano nella Chiesa

conosciamo da mille passi che leggiamo nelle opere dei Padri della

Chiesa. Nella gerarchia ecclesiastica s’era ficcata l’orgogliosa boria

dell’aristocrazia romana, e l’eguaglianza democratica dei preti s’era

ridotta una fola. L’indole dei Romani non era mutata dall’antica,

imperocchè il battesimo non trasformasse lo spirito del tempo: la

società cristiana di Roma aveva comuni colla società pagana tutti

gli elementi vitali della cultura, del gusto, dei bisogni publici. La

moltitudine non comprese in nessun tempo gl’insegnamenti di Cristo; e

se alcuni Romani, quali Pammachio, Marcella e Paola, rifuggendo dalla

vita mondana corrotta abbracciavano una vita monacale virtuosa, erano

d’altra banda migliaja di persone che avevano scambiato Apollo per

Cristo, solo per ottenerne vantaggi esteriori, oppure per andazzo di

moda, o per solletico di curiosità. Tutti i vizî s’univano nell’ordine

numeroso dei preti orgogliosi; e di rincontro al voto monacale di

castità trionfava il più licenzioso libertinaggio.

San Gerolamo narra di un caso di matrimonio avvenuto tra due Romani

che sembra quasi incredibile, e che dipinge le condizioni morali di

quell’epoca meglio che nol facciano narrazioni di grossi volumi.

«Parecchi anni or sono», egli dice, «quand’io era secretario del

vescovo romano Damaso, mi venne fatto di vedere nel ceto plebeo una

coppia la meglio appaiata che dar si possa: l’uomo aveva già messe in

sepoltura venti mogli, e la donna aveva già avuti ventidue mariti,

e finalmente s’erano congiunti in quel matrimonio, ch’essi stessi

credevano che sarebbe stato il loro ultimo. L’aspettazione di tutti,

degli uomini e delle donne era rivolta a vedere quale dei due, dopo

tanti trofei, cadrebbe il primo nel sepolcro. La vittoria fu dell’uomo,

il quale, in mezzo a una immensa tratta di gente, camminava innanzi

la bara di quella moglie valorosa, altiero, coronata la testa ed

agitando in mano una palma, fra le grida del popolo che di tratto in

tratto sclamava, meritare egli l’onore di un premio[104].» Terribile

è il fatto di quella beffa publica scagliata contro il matrimonio;

eppure quel connubio non era tanto pernicioso al buon costume, quanto

le parentele spirituali, sotto il manto delle quali matrone cristiane

stringevano turpi amicizie coi loro figli d’adozione, oppure quanto le

relazioni che si formavano in quelle riunioni di spirituale fratellanza

dei così detti _Agapeti_ e _Synisacti_, e il commercio serafico di

frati e di monache che vivevano in comunione d’anima e di corpo, e

dividevano insieme la mensa ed il letto.

Queste descrizioni della società di quel tempo ci sono fornite dagli

scritti di un illustre Padre della Chiesa[105]: affinchè poi il

leggitore di coscienza timorata accheti l’animo, noi lo assicuriamo

che di rincontro a quelle descrizioni mestissime di turpitudini, quegli

stessi Padri della Chiesa presentano alcuni quadri di onesto vivere che

rallegrano l’animo.

Di somma importanza riuscirebbero notizie statistiche della popolazione

di Roma al tempo in cui Alarico assediava la Città: manca però affatto

ogni elemento alle nostre investigazioni. La _Notitia_ numera, in tutte

le quattordici Regioni di Roma, circa 46602 _insulae_ o case, e 1797

palazzi[106]. Noi possiamo perciò determinare che Roma comprendesse

verso a 45000 case, e più di 1700 palazzi. Ma la popolazione di

lei, dopo la divisione dell’Impero e durante l’impoverimento sempre

crescente della Città e delle province, deve essere considerevolmente

diminuita, e difficilmente essa avrà superato il numero di 300,000

abitanti: forse anzi quella cifra è superiore di troppo alla effettiva

popolazione di Roma in quel tempo[107].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 15 / 38 题