CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Esagerazioni dei Padri della Chiesa sulla rovina dei monumenti di Roma.

— Descrizione di Roma data da Claudiano. — Editti di preservazione

degl’imperatori. — Tentativi di Giuliano a restaurare il culto antico.

— Conseguenze.

Le due Descrizioni antiche di Roma ci danno un’idea della figura della

città in sul principio del secolo quinto, ma non ci parlano della

condizione in cui allora si trovavano tutti quei monumenti sontuosi,

che durante tanto tempo erano stati albergo al culto pagano. Erano

allora i templi deserti, e, chiusene le porte, le loro divinità

erano forse cacciate in bando nel silenzio dei loro altari? Oppure

i Cristiani or che alla fine trionfavano dopo persecuzione sì lunga,

dando sfogo all’odio, abbattuti i simulacri, i templi avevano forse

demoliti? Oppure finalmente la Religione novella, guidata dalla

prudenza, piegando a necessità di tempi, era forse entrata nei delubri

pagani, e resili puri colle aspersioni dell’acqua consecrata e colle

invocazioni della preghiera, gli aveva fatti suo albergo e vi aveva

alzata la Croce?

Se si leggano alcuni brani degli scritti dei Padri della Chiesa, nei

quali sembra ch’eglino abbiano ereditato l’odio antico degli Ebrei

contro Roma, cui danno nome di Babilonia e di Sodoma; se si voglia

prendere alla lettera tutto ciò ch’essi dicono quando parlano dei

Pagani della Città, che da loro vien posta a paragone con Gerusalemme,

e del numero delle monache e dei frati ch’erano in Roma, siamo indotti

a credere che, già prima dell’invasione di Alarico, i templi e i

simulacri degli Dei fossero stati atterrati. Dopo la invasione della

Città scriveva santo Agostino, che tutti gli Dei di Roma erano stati

rovesciati, e già da qualche tempo, dai loro troni. Egli tenne un

sermone sull’Evangelio di san Luca, in cui ritorceva ai Pagani il

rimprovero che questi scagliavano contro il Cristianesimo dicendo,

non già l’oste barbarica ma il Cristo aver distrutta Roma, perchè

gli Dei antichi e venerandi aveva cacciati e distrutti. «Non è vero»,

sclamava, «che subito dopo la caduta degli Dei, Roma sia stata presa

e nel fondo della miseria cacciata; perocchè già prima fossero stati

distrutti gl’idoli: eppure i Goti condotti da Radagaiso erano vinti.

Ricordatevene, o fratelli, ricordatevene; non è gran tempo, son pochi

anni. Erano in Roma rovesciati gl’idoli tutti, allorchè Radagaiso re

dei Goti venne con un’oste più possente di quella che Alarico guidava;

eppure, quantunque offerisse sacrificî al suo Giove, ei fu battuto e

disfatto»[29].

Verso quel tempo san Girolamo esprimeva la gioia ond’era commosso

l’animo suo volgendo un’apostrofe a Roma. «Città possente, città cui

il mondo s’inchina come a signora, città cui la voce dell’apostolo

lodò: il tuo nome traduce il Greco in sua favella per _forza_:

te l’Ebreo chiama _altezza_ in suo linguaggio. Se ti opprima la

schiavitù, te deve elevare la virtù, non l’impurità contaminare.

L’anatema che il Redentore ti minacciava nell’Apocalisse, puoi

disarmare con penitenza, memore dell’esempio di Ninive. Guardati da

Gioviniano il cui nome deriva da quello del nume bugiardo. Squallido

è il Campidoglio, i templi di Giove e il suo rito caddero»[30]. In un

altro scritto dell’anno 403 lo stesso Padre esclama: «Immerso nello

squallore è l’aureo Campidoglio. Tutti i templi di Roma sono anneriti

dalla fuligine, e la ragna tesse sue tele sotto le loro vôlte. Tutta

la Città è in movimento, e il popolo passando frettoloso davanti

i templi crollati a metà, si avvia ai sepolcri dei Martiri. Colui

che l’intelletto non induce alla fede, vi è spinto da una specie di

vergogna». Poco dopo ei fa menzione con orgoglio di Gracco, cugino

della pia Leta; alla quale scrive che quel suo parente, essendo

prefetto della Città, aveva fatto atterrare la grotta di Mitra e

aveva distrutti tutti gl’idoli sotto le cui forme adoravasi l’astro

Corax, Nymphe, Miles, Leo, Perses, Elio, Dromo e Pater, per farsi poi

battezzare sulle loro rovine. Ed esclama pieno di gioia: «Nella Città

il Paganesimo è cacciato in solitudine e in silenzio: quelli che un

tempo erano Dei delle nazioni, rimangono ora coi gufi e colle civette

sulle deserte cornici degli edificî. Sui vessilli dei soldati splende

la croce; e la porpora dei Re ed i gemmati diademi adorna il segno di

quel tormento ond’ebbe salvezza il mondo»[31].

Per conoscere che tali dipinture del disfacimento di Roma contenevano

molto di esagerato, basta leggere un solo squarcio di Claudiano. Ed è

quello in cui il Poeta, nell’anno 403, dall’alto del palazzo imperiale

mostra ad Onorio, entrato allora in Città, gli stessi templi e i

simulacri degli Dei, suoi penati, che già al Poeta ancor fanciullo

aveva fatti mirare per la prima volta Teodosio padre dell’Imperatore:

_Attollens amicem subjectis regia rostris_

_Tot circum delubra videt tantisque Deorum_

_Cingitur excubiis. Juvat infra tecta Tonantis_

_Cernere Tarpeia pendentes rupe Gigantas,_

_Caelatasque fores, mediisque volantia signa,_

_Nubibus et densum stipantibus aethera templis,_

_Aeraque vestitis numerosa puppe columnis_

_Consita, subnixasque jugis immanibus aedes,_

_Naturam cumulante manu; spoliisque micantes_

_Innumeros arcus. Acies stupet igne metalli,_

_Et circumfuso trepidans obtunditur auro_[32].

Ma la guerra che da lungo tempo il Cristianesimo moveva contro la

figura pagana di Roma, vi aveva già indotti molti mutamenti. Durava

oramai da ottanta anni dacchè Costantino aveva promulgato il suo

Editto sulla religione cristiana; e molti templi nelle province

orientali erano stati distrutti e parecchi in Roma stessa dalla furia

del popolo erano stati devastati. E i Cristiani nel loro odio devono

avere gettate in pezzi e mutilate centinaia di statue. Ma la completa

distruzione dei monumenti dell’arte in Roma impedivano le leggi degli

Imperatori, e la veneranda grandezza della città, ed il prestigio delle

sue memorie, e la potenza considerevole di una aristocrazia pagana che

ancora numerosa sedeva in senato. Alla conservazione dei loro monumenti

attendevano i Romani con cura gelosa e con tale amore, che n’ebbero

lode e ammirazione dallo Storico greco Procopio, che scriveva cento

e cinquant’anni dopo lo impero di Onorio: «Quantunque la dominazione

barbarica pesi sui Romani da lunghi anni, pure eglino hanno conservato

gli edificî della Città e la massima parte dei monumenti che le sono

ornamento, per quanto era loro possibile; e malgrado dell’ingiuria

del tempo e della incuria, quelle opere dell’arte resistono incolumi,

tant’è la grandezza loro, e la solidità di costruzione»[33]. Nè in

alcuna maniera potevano i Cristiani di Roma esser compresi della mania

di devastazione che accoglievano stranieri quali erano santo Agostino

e san Gerolamo: ed anzi, ad onore della loro carità per il loco natio,

dobbiamo credere che in pochissimi fosse fervente l’abbominio contro il

culto degl’idoli a modo tale da voler rapire Roma di quello splendore

onde l’avevano adorna i loro grandi avi, e che tanto secolo che vi

corse sopra, aveva reso venerando.

Era carico del prefetto della Città la conservazione degli edificî

publici, delle statue, degli archi di trionfo, di tutti i monumenti in

somma della Città. Collo stipendio a lui assegnato doveva provvedere

alla riparazione degli edificî cadenti, ed ancora nell’anno 331 e

nel 332 il Senato romano faceva restaurare il tempio della Concordia

situato nel Campidoglio[34]. Nè l’imperatore Costantino, nè i figli

di lui erano mossi da acerbità di odio contro le Divinità dell’antica

religione; chè ragione politica più che altro motivo gli aveva

spinti a rinnegarla: e dalla serie di Editti dei loro succeditori si

pare, ch’essi prendessero cura di tutti gli edificî di Roma senza

fare distinzioni, servissero quelli al culto pagano oppure a scopi

civili o ad utilità del popolo. Era vietato da leggi ai prefetti

e agli altri magistrati di costruire in Roma novelli edificî, per

tema che rimettessero della loro diligenza nella conservazione degli

antichi. Era proibito di rapire i vecchi monumenti dei loro marmi, di

danneggiarne le fondamenta e di togliere gl’intonachi esterni di pietra

per giovarsi di quei materiali a nuove costruzioni[35]. Per quello poi

che riguardava ai templi in particolare, non era mai stato pensiero,

neppure remoto, degl’Imperatori di comandarne la distruzione in Roma;

chè anzi, mentre davano opera a sradicare le antiche consuetudini,

le quali nella vita popolare avevano messe radici profonde, si

restringevano a comandare che si chiudessero i templi, e minacciavano

severe pene a chi vi frequentasse ed a chi sacrificasse secondo il

rito pagano. E ogni qualvolta i Cristiani dessero saccheggio ai templi

o profanassero tombe di Pagani, che, situate fuor delle mura della

Città e in luoghi remoti nella Campagna, prestavano facilità ai loro

assalti, si promulgavano tosto Editti a vietare che simili avvenimenti

si ripetessero. «Quantunque,» scriveva l’imperatore Costantino

nell’anno 343, «quantunque ogni superstizione deva essere posta in

bando, tuttavia vogliamo che i monumenti dell’antica religione situati

fuor delle mura devano rimanere illesi, e che nessuno vi porti guasto.

Imperocchè, da alcuno di quelli essendo derivate le costumanze dei

giuochi e degli spettacoli del circo, ella sia cosa non convenevole,

che si distrugga quello da cui ebbero origine le solennità degli

antichi sollazzi del popolo romano»[36].

Giuliano, l’eroe filosofo, baldo del fuoco energico della giovinezza,

accesa la mente del desiderio d’imitare i grandi uomini dell’antichità,

preso ad abborrimento il sacerdozio che con giogo pedantesco gli

aveva tenuto nascoste le grandi verità del Cristianesimo, allettato

da vaghezza di ripristinare quella civiltà greca che tramontava,

tentò di restaurare il culto delle Divinità antiche. Egli previde che

sarebbe venuta la caduta dell’Impero dalla religione cristiana, la

quale in nome dell’individuo dichiarava guerra allo Stato e minacciava

di distruggere l’antico ordinamento civile. Dagl’insegnamenti dei

filosofi illustri di Atene e di Asia egli aveva succhiate le dottrine

aristocratiche della sapienza antica in modo ancor più profondo

che Marco Aurelio: ed egli cadde, ultimo degli eroi operosi del

mondo romano, e a lui dobbiamo tributare un pensiero di simpatia

e d’ammirazione, se pur l’opera sua non reputassimo degna di

approvazione. La breve e isolata guerra ch’egli fece contro il grande

rivolgimento spirituale dell’umanità è l’ultimo anelito della vita del

mondo antico, che scese nella tomba con quel giovane eroe della Stoa.

Vittima infelice, la quale nella sua figura presentava la grandezza

dell’Antichità, che alla sua partita dava al mondo l’estremo addio! E

i suoi disegni di restaurazione caddero con lui come quelli ch’erano

privi di fondamento nella condizione dei tempi; e l’idea civile del

Cristianesimo, energica della sua giovinezza, trionfava più balda e più

pronta. In tutto il mondo s’alzarono allora i Cristiani minacciando

distruzione completa a tutti i templi ed a tutti i monumenti antichi

che ancora stavano in piedi. A schiere numerose, quasi accorrenti ad

una crociata, eglino s’affrettavano nelle province a recar guerra

contro i monumenti; e nelle province e in Roma stessa insorgevano

contro le costumanze dei giuochi già usati sin dall’antichità, mettendo

a disperazione i Pagani. E i magistrati, ancor pagani in parte,

ricorrevano allo strano espediente di porre soldati cristiani a guardia

dei templi ai quali era minacciata rovina. Però Valentiniano proibiva

questi eccessi ch’egli considerava abusi di religione, e promulgava

un Editto dato da Milano nell’anno 365 e indiritto a Simmaco prefetto

della Città: nè già nutriva sentimenti ostili contro il Paganesimo,

ma buoni officî usava ai Vescovi cristiani: chè sì egli quanto

Valente tenevano ancor fermi i principî romani antichi di tolleranza

religiosa[37].

§ 2.

Contegno di Graziano verso il Paganesimo. — Contese per la statua e per

l’altare della Vittoria. — Fervore dell’imperatore Teodosio contro il

culto pagano di Roma. — Elemento pagano ancora esistente nella Città. —

Caduta della religione antica ai tempi di Onorio. — Templi e monumenti

di Roma. — Notizie del loro numero.

Graziano, figlio di Valentiniano, fu il primo imperatore romano

il quale sdegnasse di prendere il titolo e la dignità di pontefice

massimo, che tutti senza interruzione i Cesari precedenti avevano

assunto. Egli entrò decisamente in campo contro il Paganesimo.

L’antica religione degli avi era stata prestamente abbandonata

dalle classi infime e dal medio ceto del popolo romano: e facilmente

dovevano abbracciare la novella dottrina, ch’era anche la religione

dell’oppresso e dello sventurato. Ma l’aristocrazia romana stava

attaccata con caparbietà al culto tradizionale dei suoi padri: chè

l’orgoglio dell’ordine senatorio offendevasi all’idea di aver colla

plebaglia comune Iddio; ed i principî democratici del Cristianesimo,

e le idee di eguaglianza, di libertà, di amore, di fratellanza che

toglievano le distanze tra padrone e servo, mal suonavano all’animo

del patriziato educato nelle superbe sue istituzioni. L’aristocrazia

vedeva, ed a ragione, nel Cristianesimo un rivolgimento sociale;

prevedeva che ne verrebbe la caduta della nobiltà, anzi la ruina

dell’antico organamento dello Stato di cui il Cristianesimo scrollava

le leggi fondamentali. Quei Senatori romani in cui vivevano ancora le

idee dell’antichità, in molti dei quali erano caldo amore di patria e

indole nobilissima ed alta, nutriti agl’insegnamenti della filosofia

stoica, ricchi, discesi di illustre progenie, si sforzavano pertanto

di mantenere in onoranza il culto di quelle Divinità, colle quali,

pensavano, l’antico genio politico romano doveva vivere e morire. Or

nell’anno 382, avendo l’imperatore Graziano statuito che la statua

illustre della Vittoria, ch’era nell’aula del Palazzo senatorio,

fosse rimossa, ne venne che, intorno a quel simbolo religioso e

politico della grandezza di Roma, si accendesse quella memorabile

lotta ch’è uno degli episodi di maggior momento nella tragedia del

Paganesimo spirante. Era una statua di bronzo che rappresentava la

Vittoria sotto figura di donzella alata, d’alta beltà e divina, che

tenendo nella destra una corona di alloro, poggiava trionfatrice sul

globo. Questo capolavoro dell’arte tarentina, Cesare aveva collocato

sopra un altare nella sua Curia. Augusto aveva adorno quell’altare

delle spoglie conquistate in Egitto, e dopo quel tempo il Senato

non riunivasi mai senza che sacrificasse a quel palladio nazionale.

La statua, tolta ai tempi di Costantino, era stata restituita da

Giuliano. Allorchè Graziano diede comando che di nuovo si rimovesse, da

dolore profondo furono colpiti i Senatori pagani, come se minacciasse

sventura alla patria. Simmaco, prefetto e pontefice di Roma, uomo

di nobili sentimenti e fervido ammiratore dell’antichità, capo del

partito pagano di cui aveva sostenuto più volte la causa alla testa di

ambasciate alla corte di Milano, ebbe il carico dal Senato d’implorare

che venisse restituito il simulacro di quella patrona dell’Impero

romano. L’orazione animosa che Simmaco tenne nella sua seconda

legazione, avvenuta nell’anno 384, è l’ultima protesta formale del

Paganesimo cadente: nella quale facendo che Roma deserta parli con

sensi altissimi, la presenta sotto la triste figura d’una Cassandra.

«Egli mi sembra,» diceva Simmaco in quel discorso agl’imperatori

Graziano e Valentiniano II, «egli mi sembra che Roma vi stia innanzi

e di tal guisa a voi favelli: Eccellentissimi principi, padri della

patria, vi prenda rispetto della mia vecchiezza a cui sacra religione

mi trasse. Deh mi sia concesso di seguire il culto degli avi, e voi

non avrete cagioni di cordoglio. Lasciate che io viva in mio tenore

di vita, perchè libera sono. Questo culto fè cadere il mondo sotto

il mio impero, questi riti hanno respinto Annibale dalle mura, e i

Sennoni dal Campidoglio cacciarono. Sarò io tanto tempo vissuta, perchè

nella mia età canuta deva essere raddrizzata su via novella? Vorrò pur

vedere quali dottrine si pretenda di impormi, chè tardo e obbrobrioso è

l’insegnamento dato alla vecchiaia»[38].

Ma il discorso del sacerdote di Giove, splendido ma manchevole di

sodo fondamento, soggiacque alla ragione dell’idea vittoriosa ed

all’eloquenza di santo Ambrogio vescovo di Milano. Un nuovo tentativo

fatto più tardi dal partito retrivo di Roma presso l’imperatore

Teodosio, cadde con simile risultamento. Il Senato aveva spedito

sette ambascerie a quattro imperatori inutilmente, finchè, caduto

Valentiniano sotto il pugnale del franco Arbogasto, i Pagani poterono

festeggiare la restaurazione della Vittoria. Il retore Eugenio, che

la mano di colui ch’era ministro e generale possente aveva innalzato

al trono, cercava un appoggio fra i partigiani del Paganesimo.

L’antico culto potè aver nuovi onori nei templi, si rialzarono le

statue abbattute di Giove, e l’altare della Vittoria fu restituito

nella Curia. Ma breve regno aveva Eugenio, e già nell’anno 394

cadeva. Al pio ed ortodosso Teodosio, cui animava vendetta del

cognato assassinato, sorrise fausta la Divinità vera sopra gli Dei

bugiardi. Gli aristocratici e gli usurpatori godevano di loro vittoria,

allorquando un eunuco venuto d’Egitto, terra di fanatismo, si fè nuncio

a Teodosio di un oracolo di Giovanni di Licopoli, in cui l’anacoreta

prediceva che dopo grande spargimento di sangue vincerebbe. Affidato

a quell’esortazione entrò in campo e prestamente sconfisse Eugenio

ed Arbogasto. Trionfatore entrò in Roma, ne cacciò i sacerdoti del

culto antico e rapì i templi delle ultime offerte. E tant’oltre,

narra Zosimo storico pagano, tant’oltre si spinse allora l’audacia,

che Serena, moglie di Stilicone, entrata nel tempio di Rea, dal collo

della potente Dea staccando il monile prezioso ond’era ornata, sè

stessa ne cinse[39]. I simulacri ed i Pagani soffrivano in silenzio, nè

alcun retore era più oso di far publica difesa del culto proscritto.

Avrà lo zelante Teodosio lasciata nella Curia l’altare e la statua

della Vittoria? Non siamo indotti a credere sì di leggieri ch’egli

risparmiasse quel monumento antico della nazione, quantunque or fosse

divenuto innocuo, e quantunque Claudiano nei suoi poemi parli della

Vittoria come di una Divinità che rendeva onorato di sua presenza il

trionfo di Stilicone e di Onorio: egli è dubbio però se il Poeta la

scorgesse realmente cogli occhi, o se la vedesse piuttosto trasportato

sulle ali della fantasia[40].

Quello che havvi di certo si è, che al tempo di Teodosio, malgrado di

tutti gli Editti, e quantunque serrati fossero i templi, Roma nella

sua vita publica era pur sempre pagana. Verso l’anno 341, traevano a

Roma alcuni monaci, discepoli dell’egiziano anacoreta Antonio; e, a

piè scalzi, involto il capo nelle ruvide lane del cappuccio, passavano

dinanzi ai templi superbi e splendidi di Roma per girsene a compiere

il loro pellegrinaggio nella basilica di san Pietro di fresco fondata

e per prostrarsi ad orare sulle tombe dei Martiri, nel tempo stesso

in cui i Pagani celebravano ancora loro sacrificî proscritti e loro

antiche festività. Nei crocicchi delle vie sorgevano ancora illese le

cappelle dedicate ai Lari compitali; e Prudenzio, poeta cristiano,

lamenta che non a un solo ma a parecchie migliaja di Genî Roma

tributasse onoranza, e che le imagini e gli emblemi di quelli, sulle

porte, sulle muraglie delle case e delle terme, e in ogni parte di Roma

potessero vedersi. E santo Gerolamo volge amare parole contro l’astuzia

dei Romani, perocchè questi, sotto pretesto di farlo per sicurezza

delle loro case, accendessero torce e lanterne dinanzi le imagini delle

Divinità tutelari della famiglia, affinchè in coloro ch’entravano

e che uscivano della casa sempre si rinnovasse la ricordanza della

superstizione antica[41].

Per la qual cosa si pare, che neppure le leggi energiche di Teodosio

avessero avuto possanza di distruggere il partito pagano di Roma

guidato da Simmaco e da Pretestato nobile amico di lui; e che non

fossero state potenti a bandire del tutto il culto delle antiche

Divinità. Chè già gli Editti, i quali del continuo si succedevano con

comando di chiudere i templi, di rimuovere altari e statue, dimostrano

chiaro abbastanza che anche nelle province caparbiamente tenevansi

aperti templi, e che in quelli tributavasi alle Divinità onore di

culto. Onorio ed Arcadio, figli di Teodosio, continuarono a promulgare

di tali Editti; e non fu che sul cominciamento del secolo quinto che la

Religione pagana, simile ad un manto regale lacero e scolorato, cadde

finalmente dagli omeri di Roma antica. Le rendite (_annonae_), che

i templi, fino dalla più remota antichità, ricavavano da imposte, da

tributi e da proprietà di varia maniera, affinchè provvedessero alle

spese del culto ed alle festività publiche, furono tolte loro da una

legge di Onorio dell’anno 408: e questo Editto memorando, che privava

la Religione pagana dei mezzi di mantenersi in vita, ordinava che si

abbattessero altari e simulacri; e, deliberando che i templi stessi

cadessero in proprietà dello Stato, li sottraeva di tal guisa, quali

edificî publici, alla distruzione[42]. Diciasette anni più tardi un

Editto degl’imperatori Teodosio e Valentiniano, dato da Costantinopoli,

statuiva: «tutte le cappelle, ed i templi ed i santuarî, i quali

rimanessero ancora illesi da rovina, dovere per comando sovrano

distruggersi, e dover piantarvisi il segno della santa Religione

cristiana affinchè fossero resi puri.» Che però quella espressione

«distruzione» (_destrui_), non deva venir presa alla lettera, dimostra

la parte susseguente dell’Editto, la quale prescrive che i templi

pagani si trasformino in santuarî del Cristianesimo[43].

Or dunque ben poteva cantare Prudenzio:

_Gaudete, quidquid gentium est,_

_Judaea, Roma et Graecia,_

_Aegypte, Thrax, Persa, Scytha,_

_Rex unus omnes possidet_[44].

Il Paganesimo, quale religione publica, sparve; e gli ultimi adoratori

di Giove antico e di Apollo alimentavano le fiamme delle are dei loro

riti proscritti in adunate secrete che tenevansi in luoghi selvaggi

e deserti della Campania, o nelle gole di montagne remote. In Roma

però, s’ergevano ancora quasi tutti i templi; e la loro grandezza e la

maestà, allettando l’orgoglio nazionale dei cittadini e commuovendo

il senso della bellezza artistica, li proteggevano da insulto: e, se

anche non pochi dei santuarî minori possano essere stati atterrati,

uno sguardo che si dia oggidì ai monumenti romani ci fa conoscere, che

anche di quelli la massima parte nel secolo quinto doveva conservarsi

incolume. Chi contempli le rovine di Roma è scosso d’ammirazione alla

vista del tempietto rotondo di Vesta ancora ben conservato, e del

tempio della Fortuna Virile che si eleva in prossimità di quello: e si

cruccia pensando al capriccio fatale del tempo, che, quasi a derisione,

rispettò questi piccoli templi di Roma antica; laddove del Campidoglio,

del tempio sacro a Roma ed a Venere, e di mille altri miracoli

dell’arte romana, o cancellò i vestigî dal terreno, oppure ne conservò

miserande reliquie somiglianti a larve enigmatiche del passato, sulle

quali l’ignoranza, la tradizione e la scienza cercano di aprirsi un

sentiero, arrampicandosi come il musco che ne copre i sacri marmi.

Chiusi erano i templi; e nella Città, che vergeva alla massima povertà,

andava sempre più cessando il desiderio della restaurazione del culto

antico, altra volta sì fervido nel popolo, il quale ne attendeva la

riapertura dei teatri e delle terme: per la qual cosa i templi erano

esposti senza riparo alle influenze distruggitrici degli elementi

della natura e degli avvenimenti sociali. Ond’è che alla fantasia d’un

Padre della Chiesa vivente in Gerusalemme, Roma (Babilonia novella) si

dipingeva cadente, con suoi templi maestosi che la fuligine anneriva,

e dentro dei quali la ragna, simile a parca fatale, tesseva sue fila

attorno alle splendide teste delle Divinità deserte, miracoli dell’arte

greca[45].

Ancor più dei templi di Roma, erano esposti a grave pericolo di

distruzione o di mutilazione i bei capolavori di scultura greca

e romana. In copia innumerevole erano erette statue, a splendido

ornamento dei templi, delle piazze, dei portici, dei bagni, delle vie

e dei ponti; di modo che, lungo la immensa Città, apparivano schierate

vere popolazioni di statue di Dei e di eroi, in metallo ed in marmo,

offerendo all’ammirazione di chi s’aggirava per le vie, le splendide

creazioni del genio, le opere belle degli studî di molti secoli, in

tutta la varietà che lingua non vale a descrivere. Sotto Costantino

(che le città tutte d’Europa e d’Asia rapì di loro più bei monumenti

per ornarne Bisanzio, Roma novella) la Città eterna vide per la prima

volta molti dei suoi monumenti partire per ornare una terra straniera.

Nel solo ippodromo della sua nuova città, Costantino innalzò sessanta

statue, mirabili certo per la bellezza d’arte, tra le quali era anche

la Statua di Augusto[46]. Ma sì grande ne era il numero in Roma,

che, fossero anche state tolte a centinaja, occhio non si sarebbe

avveduto di vacui. Allorquando poi sotto i succeditori di lui, lo zelo

religioso cominciò a mostrarsi avverso ai monumenti pagani, i Cristiani

avrebbero volentieri portata la distruzione contro i simulacri delle

false Divinità, chè tali consideravano in loro mente i capolavori

dell’arte, se non gli avesse rattenuti l’autorità del prefetto e delle

magistrature che vegliavano all’ordine publico: ed altrimenti, nel loro

cieco fervore, avrebbero messe in pezzi le fantastiche figure delle

Divinità d’Asia e i simulacri di nero basalto degli Dei di Egitto; e in

parecchi templi insieme coll’altare anche l’imagine del dio avrebbero

atterrata. Colle loro leggi però gl’Imperatori facevano rispettare

i templi e i monumenti publici, e già primo ne aveva avuto cura

Costantino, cui Prudenzio fa dire innanzi al Senato pagano:

_Marmora tabenti respergine tincta lavate_

_O Proceres; liceat statuas consistere puras,_

_Artificum magnorum opera. Hae pulcherrima nostrae_

_Ornamenta cluant patriae, nec decolor usus_

_In vitium versae monumenta coinquinet artis_[47].

Da scritti del quarto e del quinto secolo ricaviamo, che le piazze

e i bagni ed i portici di Roma erano popolati di statue: e soltanto

santo Agostino credeva che, già prima dell’invasione di Radagaiso,

i monumenti tutti fossero stati atterrati. Ed inoltre le case delle

famiglie illustri di Roma erano splendide di pitture e di sculture

bellissime; nè possiamo accogliere il dubbio che gli stessi palazzi

di Basso, di Probo, di Olibrio, di Gracco e di Paolino, convertiti

al Cristianesimo, non mettessero ancora diletto od orrore in chi vi

entrava collo spettacolo di dipinture licenziose rappresentanti le

Divinità della antica mitologia. S’avvicinava tempo però in cui molti

Romani, o fosse coscienza timorata, o tema dell’invasione di Alarico

che li premesse, possono avere seppellite molte statue di bronzo o

di marmo rappresentanti Divinità, le quali, dal terreno ove furono

deposte, dopo lunghi secoli si trassero, tesori d’arte preziosissimi.

Se ci prenda vaghezza di esaminare le brevi notizie statistiche colle

quali conchiude la _Notitia_, per conoscere il numero dei monumenti

publici che sorgevano in Roma al tempo di Onorio, ricaviamo che nella

Città miravansi 2 colossi, 22 grandi statue equestri, 80 statue di Dei

coperte d’oro e 74 di avorio. Non vi si fa cenno del numero di statue

che ornavano a quel tempo i 36 archi trionfali, le fontane, i teatri,

i portici, le terme di Roma: sennonchè, da una statistica posteriore,

redata al tempo di Giustiniano, sappiamo, che, se non all’epoca in cui

compilavasi, tuttavia al secolo quinto, contavansi nella Città 3785

statue di bronzo rappresentanti l’effigie d’Imperatori e d’illustri

cittadini[48]. Ed abbiamo argomento da persuaderci, che Roma, ai tempi

di Gregorio il grande, benchè coperta dei ruderi dei molti monumenti

onde Augusto ed Agrippa, Claudio, Domiziano, Adriano ed Alessandro

Severo l’avevano resa illustre; benchè devastata dai saccheggi dei

Goti e dei Vandali, possedeva tuttavia tanta ricchezza di capolavori

artistici, tanta copia di monumenti publici splendidi, che oggidì

Londra, Parigi e la Metropoli pontificia non basterebbero ad emulare.

§ 3.

Cangiamenti operati in Roma dal Cristianesimo. — Le sette Regioni

ecclesiastiche della Città. — Chiese antiche anteriori a Costantino. —

Estinzione dell’arte antica. — Architettura delle chiese.

Il Cristianesimo metteva radici sempre più profonde in Roma imperiale,

e la Città ravvolgeva nei suoi misteri per compiervi quella

trasformazione, che è uno degli avvenimenti più straordinarî che

s’incontrino nella Storia del mondo. Ed operava con triplice forza

sulla faccia esterna della Città: distruggeva, creava e riformava; e

questa sua triplice operosità può dirsi che fosse quasi contemporanea.

Allorquando nel seno d’un antico e generale organamento sociale, si

gettano semi d’un organamento novello di civiltà, è forza di natura

che nel primo svolgimento i germogli novelli assumano delle forme

degli anteriori, innanzi che distruggano o trasformino gli elementi

del sistema sociale antico. Egli è un avvenimento importante e degno di

nota, che la Chiesa cristiana, fin dal primo periodo di sua esistenza,

prendesse rapidamente possesso della città di Roma, formando un

proprio sistema amministrativo independente dalla partizione della

Città fatta da Augusto in quattordici Regioni, e che la dividesse in

sette Regioni, una affidandone a ciascuno dei sette Notari ossiano

scrittori delle storie dei Martiri, ed a ciascuno dei sette Diaconi

ai quali era affidato l’officio di vegliare all’insegnamento delle

dottrine religiose ed alla disciplina ecclesiastica. Vuolsi che autore

di quest’ordinamento fosse già stato Clemente, quarto vescovo di Roma,

che viveva ai tempi di Domiziano. E credesi che Evaristo, sesto vescovo

di Roma, vivente ai tempi di Trajano, affidasse alla cura di preti i

Titoli ossiano le Chiese parrocchiali della Città[49].

Il numero di queste Regioni ecclesiastiche, che saliva alla metà del

numero delle Regioni imperiali, fu creduto essersi formato dall’unione

di queste ultime due a due, o fu messo in corrispondenza alle stazioni

delle coorti della guardia. Infruttuosi sforzi furono tentati per

determinare i confini entro cui quelle Regioni erano racchiuse. Solo

da alcune notizie ricavate dalla più antica Cronica, ossia dalla

Storia delle geste dei Papi, si sa, che la prima Regione era detta

Aventina e che a lei apparteneva anche la basilica di san Paolo situata

fuor delle mura; che la seconda comprendeva il _Velum Aureum_ ossia

l’antico _Velabrum_ e la Via Mamertina; che entro i limiti della terza

era situato il monte Celio ed anche la basilica di san Lorenzo posta

fuor della porta; che più in là, nella quarta Regione, era il titolo

di Vestina ossia la chiesa che in tempi posteriori ebbe nome di san

Vitale[50]: la quinta, chiamata _Caput Tauri_ o _Tauma_, si suppose che

fosse identica all’antica Regione chiamata _Palatium_, quantunque forse

comprendesse il territorio in cui s’alza la chiesa di santa Pudenziana.

Da un passo di quella Storia dei Papi ci è dato conoscere, che sotto la

cura dei Preti della sesta e della settima Regione stava la basilica di

san Pietro, per la qual cosa sia probabile che vi si comprendesse anche

il territorio del Transtevere ed il campo di Marte[51].

Nè più chiare notizie possediamo intorno alle antichissime chiese di

Roma preposte a quelle Regioni ecclesiastiche dal vescovo Clemente.

La curiosità dello studioso dell’antichità e di chi reverente cerca

di conoscere la storia dei primi tempi del Cristianesimo, deve restar

contenta al pensiero che i primi oratorî occulti dei Cristiani devono

essere stati entro le abitazioni di cittadini privati, e là nei

quartieri di Roma appartati, dove viveva la classe più povera della

popolazione e dove avevano loro dimora gl’Israeliti immigrati ai tempi

di Pompeo: quegli oratorî dunque devono cercarsi nel territorio del

Transtevere, sull’Aventino e sui tre colli situati verso nord-est;

e finalmente a trovarli conviene discendere in quelle meravigliose

catacombe di pozzolana, poste lungo le Vie Appia, Ostiense, Aurelia,

Salarica ed altre della Città. Quello che per noi ha importanza, è di

conoscere quali fossero le basiliche cristiane di Roma ai tempi di

Onorio, che un nuovo aspetto davano alla figura esterna di Roma. Di

tali chiese, a quell’epoca, erano molte; alcune già edificate prima

dei tempi di Costantino, altre fondate durante il suo regno e non poche

finalmente innalzate sotto i succeditori di lui in quei quartieri ove

ai Vescovi meglio talentava. Imperocchè, se si faccia osservazione ai

luoghi ov’erano eretti questi antichissimi templi cristiani di Roma,

troviamo che dapprincipio, ed ancora ai tempi di Costantino, erano

edificati nei punti estremi della Città, quasi tutti nei cimiteri e

nelle catacombe; e che in seguito, via via che la Religione cristiana

guadagnava del campo, scossa ogni tema di persecuzione, alzarono le

loro fronti anche nel centro della Città e in vicinanza ai templi delle

Divinità antiche, giungendo finalmente a prender seggio entro le mura

di alcuni di quegli antichi delubri pagani.

Stando alla tradizione, prima vera chiesa di Roma sarebbe stata quella

di santa Pudenziana, che esiste ancora in prossimità di santa Maria

Maggiore. La Storia ignora ove l’apostolo Pietro ponesse sua stanza,

ma la tradizione e le leggende narrano ch’egli avesse posto dimora sul

poggio esquilino, nel Vico Patrizio e nella casa del senatore Pudente

e di Priscilla moglie di lui, e che ivi egli edificasse un oratorio.

In vicinanza a quel luogo, Novato e Timoteo, due figli di Pudente,

possedevano alcuni bagni, dei quali, col loro nome, è fatta menzione

negli Atti dei Martiri: ed in un manuale di storie dei Papi sta

scritto alla biografia di Pio I (il quale viveva intorno all’anno 143),

che questo Vescovo, secondando le preghiere della giovane Prassede,

edificasse una chiesa in quelle terme, dedicandola ad onoranza di

santa Pudenziana ch’era stata sorella di lei e dei due giovani[52]. È

la prima delle chiese di Roma, di cui parli il _Liber Pontificalis_; e

nel Concilio di Simmaco dell’anno 499 comparisce sotto nome di _Titulus

Pudentis_. Nella tribuna conservansi ancora antichi musaici e mirabili,

che sono da collocarsi tra i più belli di Roma. Vi è rappresentato

il Cristo fra gli Apostoli e le due sante sorelle che gli presentano

le corone dei martiri. Il corretto e bello stile fa credere che

appartengano al quarto ed anche al terzo secolo, ma parecchi ritocchi

condotti sopra la dipintura, furono causa che molto perdessero della

loro originalità.

A questa chiesa si congiungeva l’altra detta _di santo Pastore_

(_Titulus Pastoris_), ch’ebbe nome da un fratello del vescovo Pio I

che l’edificò e ne fu primo investito. Sembra che a questo tempio,

il quale anche oggidì comprende due chiese, venissero date le due

denominazioni[53].

Credesi che il vescovo Calisto I (217-222), da cui ebbero nome

le celebri catacombe, ponesse le prime fondamenta della chiesa di

santa Maria in Transtevere: ed al succeditore di lui è attribuita

la costruzione della chiesa di santa Cecilia nell’istesso quartiere

di Roma. Vuole tradizione, che qualche tempo dopo, sul principio

del secolo quarto, venissero fondate le chiese antichissime di santo

Alessio e di santa Prisca sull’Aventino. Però tutto quello che riguarda

la storia di queste basiliche è cacciato nella fitta e impenetrabile

tenebra delle leggende; nè di esse, nè di tutte le altre chiese erette

ai tempi anteriori a Costantino, è possibile avere notizie certe e bene

determinate[54].

Allora soltanto che Costantino chiamò la Religione cristiana a pienezza

di libertà, grandi e magnifiche basiliche s’elevarono in Roma. La loro

architettura, che gran tempo prima s’era modellata nelle catacombe e

che, come il culto della Chiesa, nella loro solitudine s’era svolta,

apparve al mondo già perfetta, nè molta cosa in generale lasciava ai

secoli venturi d’aggiungere. Il Romano che nei suoi templi sontuosi,

di splendido stile, ancora sacrificava alle Divinità, avrà gettato

uno sguardo di sprezzo ai templi del Cristo, simili nella forma ai

tribunali romani, con loro colonne che toglievano alla veduta del

fedele la parte interna del santuario, e con loro fronte di prospetto

che s’alzava in un cortile circondato da elevate muraglie, e nel mezzo

del quale era un pozzo detto _Cantharus_. In quel tempo il genio

dell’arte antica era per ispiccare il suo volo dalla terra, la cui

faccia per il corso di lunghi secoli aveva abbellito. Del tramonto

dell’arte antica è monumento l’arco trionfale di Costantino, il quale

s’erge a tracciare il limite di due epoche di civiltà. Allorchè il

Senato volle innalzare quell’arco di trionfo, fu duopo distruggerne uno

dedicato a onoranza di Trajano, per ornare quello di Costantino delle

sue sculture. E poichè di un numero maggiore di esse faceva bisogno,

furono chiamati artisti viventi a fornire alcuni bassi rilievi: ed

eglino ebbero l’onta, che la sentenza universale affermasse, che

del genio artistico degli avi perduta s’era l’idea e la possa. E

oggi ancora il pellegrino che mira le rovine della Città, s’arresta

meditabondo dinanzi a quel cadavere delle arti di Grecia e di Roma.

La pittura, benchè in generale dividesse le sorti della scultura,

era tuttavia a condizione migliore. Esauriti i temi fecondi della

mitologia, sembrò che la pittura seguisse Costantino a Bisanzio ed

attingesse ispirazioni alle idee del Cristianesimo: ed ivi, in quella

corte orientale sontuosa, si fè imitatrice della pompa brillante di

pietre preziose e di perle col mettere in voga i disegni di musaico.

Anche in Roma, dopo il secolo quinto, la pittura non si fè più

imitatrice degli esemplari antichi che ancora s’erano conservati,

ornamento bellissimo, nelle catacombe; e il disegno di musaico,

appoggiato alle arti tecniche che avevano avuto perfezione nei tempi

imperiali, usurpò l’onore della pittura. Il musaico è l’arte del

decadimento, l’aureo fiore artistico della barbarie, e per sua natura

s’acconcia ai tempi in cui la società è oppressa da rozzo despotismo

e da una costituzione aristocratica; e se ne trova vestigio persino

nei dipinti sacri di quell’epoca, in cui, disperse totalmente le

istituzioni di libertà, una gerarchia di officiali publici, splendidi

di toghe di broccato d’oro, invadeva lo Stato e la Chiesa. E il musaico

possiede mirabile energia nel dipingere la severità profonda e mistica,

il raccoglimento solitario dei sentimenti religiosi, e la truce e

fanatica prepotenza delle passioni che ne scaturiscono nei secoli in

cui il lume santo della scienza e della filosofia s’estinse.

In simil guisa anche l’architettura era caduta dalla altezza cui era

giunta nell’antichità. In quest’arte i Romani avevano potuto spiegare

tutta la possanza originale del loro genio, fino a che, spenta la

loro vita politica, cessare doveva anche la loro operosità. Fra le

ultime opere grandi d’architettura in Roma, è da farsi menzione del

tempio del Sole e delle mura di Aureliano, dei bagni di Diocleziano,

e finalmente della _Basilica Nova_ e delle terme di Costantino. Dopo

di lui la Città non vide più sorgere alcuna opera improntata del vero

genio romano; ed è cosa degna di nota, che, insieme al decadimento

dei concepimenti artistici, andasse perdendo di solidità l’esecuzione

tecnica dei lavori. Imperocchè grandi differenze appariscano tra

gli edificî costruiti sotto i primi Imperatori e quelli innalzati

ai tempi di Adriano, e inferiori di tutti sieno quelli fabbricati

all’epoca di Costantino, di costruzione leggiera e meschina. Ora

che invece di templi elevavansi chiese, conveniva che l’architettura

scendesse da quell’apogeo di perfezione artistica, cui da gran tempo

era già pervenuta. E da gravi difficoltà essa era circondata; perocchè

ogni cosa che di paganesimo ricordasse, dovesse fuggire, lo stile

perfetto dell’antichità dovesse rigettare; di maniera che per la

configurazione delle chiese togliesse a tipo le aule dei tribunali,

ossia le basiliche, che bene acconciavansi ai riti ed alle ceremonie

del Cristianesimo. Le chiese cristiane ricevevano continuamente

ampliamenti e mutazioni; locchè il puro stile, la forma semplice e la

figura matematica dei templi antichi non permetteva. Vi si aggiungevano

edificî destinati all’insegnamento ed al culto, e ampliavansi

irregolarmente con cappelle, con oratorî e con grande numero di altari

che ne alteravano la forma in siffatta guisa da darvi apparenza di

altrettante catacombe. E nel corso di questa Storia non ci verrà mai

fatto di parlare d’una basilica di Roma che non abbia subite parecchie

alterazioni nella sua forma. Molti potranno dare onore al culto ed al

Sacerdozio perchè così l’architettura ne venisse in fiore: ma egli è

peraltro dubbio se l’arte ne guadagnasse.

§ 4.

Chiese erette da Costantino. — Basilica Lateranense. — Chiesa

antichissima di san Pietro.

Narra la tradizione che l’imperator Costantino edificasse in Roma

la basilica Lateranense, la basilica Vaticana, e quelle di san Paolo

fuor delle mura, di santa Croce in Gerusalemme, di santa Agnese fuori

di porta Nomentana, di san Lorenzo fuor delle mura e la chiesa dei

santi Marcellino e Pietro fuori di porta Maggiore. Ma la Storia non ne

possiede prova alcuna; e forse la chiesa di san Giovanni in Laterano è

la sola che egli fondasse.

Fausta, moglie di lui, possedeva ivi le case della famiglia laterana

d’antico lignaggio romano, il cui nome, reso illustre non da geste

gloriose ma dal possedimento di quell’immenso palazzo, in tutto il

corso dei tempi non si disgiunse mai da quegli edifici e dal luogo

ove sono situati[55]. Credesi che l’Imperatore costituisse a dimora

del Vescovo romano quella parte del Laterano che aveva nome speciale

di _Domus Faustae_: ed i succeditori di Silvestro tennero colà loro

residenza per il corso di quasi mille anni, fino alla traslazione della

sede in Avignone; e, durante il corso dei tempi, molti cangiamenti

operarono in quell’antico palazzo, ampliandolo coll’aggiunta

di cappelle, di triclinî e di basiliche. Nel mezzo dei palazzi

lateranensi sorgeva la basilica edificata da Costantino, che sarà stata

probabilmente di estensione non grande, di stile severo e pesante, a

tre oppure a cinque navate. E nessuna notizia possediamo sulla forma

di lei originaria, e soltanto ci pervenne una descrizione alquanto

diffusa sui mutamenti che vi si effettuarono quando fu rifabbricata

al principio del secolo decimo sotto Sergio III[56]. La basilica era

dapprima dedicata al Cristo sotto il titolo di Salvatore, e dopo il

secolo sesto per la prima volta ebbe nome di san Giovanni Battista,

ad onoranza del quale Santo in comunione con san Giovanni evangelista

era stato edificato un convento di Benedettini in prossimità della

chiesa. Essa però, dal nome del fondatore, era appellata basilica

di Costantino, ed era detta anche _basilica aurea_, a cagione degli

abbondanti e ricchi fregi d’oro che la ornavano. Nel libro pontificale

si parla dei donativi onde Costantino l’aveva resa ricca: vi si

annovera una immensa quantità di quadri d’oro e d’argento di gran peso,

di arredi d’altare, di statue di Apostoli e di Angeli, di patere, di

calici, di vasi, di doppieri, di ornamenti d’ogni maniera, splendidi

di pietre preziose. Tuttavia possiamo accogliere l’opinione che il

biografo di san Silvestro attribuisse a liberalità di Costantino tutti

i ricchi doni che nel corso dei secoli posteriori si ammassarono nel

tesoro di quella chiesa. La basilica di Costantino prendendo il titolo

di madre chiesa della Cristianità, _Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum

Mater et Caput_, pretendeva al primato sopra le chiese tutte, ed anzi

affermava: la santità del tempio di Gerusalemme in lei essere stata

trasfusa, poichè l’arca dell’alleanza degli Israeliti sotto il maggiore

suo altare era conservata. Ma questa chiesa vescovile di Roma, della

quale ogni Pontefice prende possesso ad esordire nel suo governo

spirituale, cadde nell’ombra di rincontro allo splendore onde doveva

brillare il san Pietro; e già vedremo che nel medio evo quella basilica

di Costantino in cui veneravansi il pannolino della santa Veronica e

le teste dei due Principi degli Apostoli, conservate entro custodie

seminate di pietre preziose, e la istessa imagine del Salvatore, il

cui artefice non vestì umana spoglia, e tante altre reliquie sacre,

perdette del suo lustro allorchè sorse il san Pietro.

Non si sà in quale anno e sotto quale pontefice e al tempo di quale

imperatore, venissero gettate le fondamenta della chiesa di san Pietro:

tuttavia, tradizioni concordi e tutte le notizie conservateci negli

Atti della Chiesa e da scrittori antichissimi, c’inducono a credere

che venisse edificata ai tempi di Costantino il grande. Il libro

pontificale narra che l’Imperatore, dietro preghiera del vescovo san

Silvestro, ergesse una basilica ad onore del santo apostolo Pietro in

quel terreno ove anticamente sorgeva un tempio di Apollo, e ch’egli

racchiudesse il cadavere del Santo in un’arca di bronzo ciprio fitta

nel terreno. Quel tempio di Apollo non esiste certamente se non nella

leggenda; chè da scavi fatti in tempi recenti si conobbe, che la chiesa

di san Pietro fu fondata nel territorio vaticano in prossimità d’un

tempio dedicato a Cibele, il cui culto abbominevole si conservò in Roma

per tempo lunghissimo; perocchè già durasse anche dopo che Teodosio

aveva orato presso la tomba dell’Apostolo[57]. La leggenda ci narra che

Costantino col badile cavasse la prima palata della fossa ove ne furono

gettate le fondamenta, e che trasportasse egli stesso dodici panieri

pieni di terra per dare onore con quell’atto di umiltà ai dodici

Apostoli. Se allora il circo di Nerone fosse già distrutto, oppure se

durante la fabbrica del san Pietro rovinasse, non sappiamo: ma ci è

noto, che quel recinto cruento di stragi inumane e bagnato del sangue

di tanti Cristiani dei primi tempi, fu eletto a fondarvi la basilica, e

ch’essa in fatti in un angolo del circo fu innalzata.

L’architettura di quella chiesa, quale sarà stata ai tempi posteriori

a Costantino ed a quelli di Onorio, possiamo di leggieri imaginare

somigliante a quella originaria della basilica lateranense; imperocchè

durante i tempi di mezzo il san Pietro fosse bensì abbellito ed

ampliato, ma non riedificato dalle fondamenta: chè, primo, Giulio II ne

incominciò la ricostruzione nei primi anni del secolo sestodecimo[58].

La chiesa, lunga più di cinquecento palmi, alta censettanta, aveva

cinque navate ed una navata trasversale e terminava ad una tribuna o

abside formata a emiciclo[59]. Prima di entrare nella chiesa trovavasi

un atrio, detto Paradiso, lungo duecencinquantacinque palmi e largo

duecencinquanta, circondato internamente da portici sostenuti da

colonne. Per una vasta scalea di marmo si saliva all’atrio; ed era

sullo spazzo superiore della gradinata che i succeditori di san Pietro

accoglievano i succeditori di Augusto allorchè venivano ad orare sulla

tomba dell’Apostolo, oppure, nei tempi più tardi del medio evo, a

ricevere dalle mani del Pontefice la corona imperiale.

La grande chiesa dev’essere stata costruita in fretta, oppure l’arte

di edificare doveva vergere al massimo decadimento, perocchè le

muraglie di quell’edificio facessero pessimo riscontro alla solida

e bella costruzione delle mura del vicino circo di Nerone. La faccia

di prospetto, l’abside, le muraglie esterne erano rozzamente formate

con materiali di costruzione di vario genere accozzati insieme;

gli architravi, che internamente poggiavano sulle colonne, erano

bruttamente composti di frammenti antichi; le colonne stesse ch’erano

in numero di novantasei, quali di marmo, quali di granito, avevano

basi e capitelli gli uni dagli altri differenti. Alla formazione delle

soglie delle porte erano stati adoperati i marmi lavorati del circo,

sui quali leggevansi ancora frammenti d’iscrizioni antiche e vedevansi

bassi rilievi rappresentanti emblemi e fatti del Paganesimo[60]. Ed è

cosa degna di osservazione, che già nella basilica antichissima del

san Pietro si trovasse impressa quella ch’è nota particolare, anche

al giorno d’oggi, di parecchie chiese di Roma; nelle quali, in molti

frammenti di antichi marmi raccozzati insieme per gli edifici novelli,

appariscono emblemi e vestigi pagani, quasi spoglie trionfali della

Religione cristiana. La parte interna della chiesa, in cui s’entrava

per cinque porte, ognuna delle quali metteva ad una delle cinque

navate, era di proporzioni imponenti. Da finestre arcuate non molto

grandi penetrava la luce nell’ampia navata del centro, il cui tetto

con rozzi modiglioni poggiava su un grande numero di colonne: e la

luce che penetrava dalle finestre, illuminava il pavimento, formato di

frammenti di antichi marmi, e le elevate muraglie le quali non avevano

ancora alcun ornamento di musaici. Un arco di mole poderosa serrava

la navata maggiore; e i musaici onde sarà stato ornato, insegnavano

a chi penetrava entro la chiesa, che, in luogo degli archi trionfali

degl’Imperatori di Roma, sorgevano allora gli archi di trionfo dei

Santi i quali del loro sangue avevano imporporate le zolle dei campi

sui quali erano state combattute le battaglie della Religione. Ed i

pii Cristiani saranno stati commossi a senso altissimo di venerazione

allorchè avranno innalzato il loro sguardo all’altare situato dietro

alla Confessione, ove era la tomba di san Pietro entro una specie

di piccolo tempio sostenuto da sei colonne di porfido. È tradizione

che la salma fosse collocata sotterra, in una stanza dalle pareti

coperte d’oro, entro l’arca di bronzo dorato in cui Costantino l’aveva

deposta, e che vi ardessero intorno lampade d’oro. E il biografo di

santo Silvestro dà la notizia, assai importante per la storia della

costruzione della chiesa, che sovra l’arca e lunga quant’essa, si

alzasse una croce d’oro massiccio su cui era scritto in lettere

d’argento:

_Constantinus Augustus et Helena Augusta._

_Hanc domum regalis simili fulgure coruscans aula circumdat_[61].

La navata maggiore terminava nell’abside, ossia tribuna semicircolare,

la cui figura era costruita ad imitazione della tribuna delle basiliche

civili di Roma, dove erano il tribunale, la cattedra del pretore ed i

seggi dei giudici. Non è probabile che la tribuna dell’antica chiesa

di san Pietro andasse priva di fregi: egli è certo che la ornavano

musaici simbolici condotti in campo d’oro, dei quali a noi non pervenne

descrizione: e sotto di essi dovevano leggersi allora questi versi, che

ancora esistevano fino agli ultimi tempi del medio evo:

_Quod duce te mundus surrexit in astra triumphans_

_Hanc Constantinus Victor tibi condidit aulam_[62].

Forse ai tempi di Onorio vedevasi già nella nicchia dorata

dell’emiciclo l’imagine del busto del Salvatore in mezzo alle figure

dei santi Pietro e Paolo. Alla parete dell’abside era appoggiata la

cattedra vescovile sulla quale il Papa sedeva. Egli è incerto, se

questa, come le cattedre vescovili di tante altre chiese cristiane di

Roma, fosse un antico sedile di legno, tolto alle terme: e forse era

lo stesso seggio antico di legno adorno d’intarsi d’oro e di avorio che

oggidì è nella tribuna, racchiuso entro la cattedra di bronzo, e su cui

sono condotti, con mirabile ed elevato concepimento, i disegni dello

Zodiaco e delle dodici fatiche d’Ercole.

Decoro bellissimo del tempio di san Pietro fu il battistero edificato

dal vescovo Damaso dopo l’anno 366, che, splendido d’oro e di porpora,

fu celebrato da Prudenzio nelle sue poesie[63]. Quei versi ed una breve

descrizione lasciatane da san Paolino, sono le uniche memorie di ciò

che fosse il san Pietro ai tempi di Onorio. L’illustre vescovo di Nola,

poeta al pari di Prudenzio, acceso di profondo fervore cristiano, aveva

soffocato in sè il genio delle arti del Paganesimo fra il cui splendore

egli era pure cresciuto. Essendo stato presente al banchetto che il

ricco senatore Alessio, secondo la costumanza di quel tempo, aveva

dato ai poverelli nel Paradiso della basilica, per rendere solenni

funerali a Rufina pia moglie sua, san Paolino descrive la sensazione

che in quella occasione aveva destato in lui l’aspetto della chiesa,

colle seguenti parole: «Lo stesso Apostolo deve essere stato commosso

a gioja, allorchè per opera tua d’ogni parte s’empì di spesse turbe di

poverelli la sua basilica: là sotto l’elevate vôlte dell’ampia e lunga

navata centrale fino al punto remoto dove sorge la cattedra apostolica

che gli occhi abbarbaglia ed i cuori di chi entra nella chiesa agita a

gioia: e là dove da un lato e dall’altro con duplice ordine di portici

la basilica stende sue braccia: e là dove dal primo atrio si penetra

nel secondo splendidissimo ove è il pozzo in cui si conserva l’acqua

della salute, onde intingiamo la mano e la bocca, e sul quale si eleva

a vôlta arcuata una cupola di bronzo massiccio, cui circondano con

mistico senso quattro colonne. Imperocchè l’ingresso alla chiesa sia

adorno di tanta bellezza, affinchè il sentimento del bello che fuor

delle porte si bee per gli occhi, prepari l’animo ai santi misteri

ch’entro si compiono[64].»

Durante il medio evo, intorno al san Pietro sorse a circondarlo, quasi

corona, un grande numero di cappelle, di chiese, di chiostri, di case

pei chierici, di ospizî di ricovero pei pellegrini, di maniera che

il Vaticano crebbe città santa della Cristianità. Ai tempi di Onorio

vedevansi soltanto pochi edificî costruiti in vicinanza alla basilica.

L’antichissimo di tutti, eretto presso la tribuna, era il _Templum

Probi_, ossia cappella funeraria dell’illustre famiglia senatoria

degli Anici, che in Roma prima d’ogni altra aveva abbracciato il

Cristianesimo. Anicio Petronio Probo possedeva immense ricchezze, aveva

tenute le più alte magistrature; ed infatti aveva diviso il consolato

coll’imperatore Graziano, e quattro volte era stato prefetto della

Città: egli elevò quella cappella in cui fu deposta la sua salma entro

un sarcofago che ancor si conserva. E conservasi oggidì ancora quello

più antico e più bello di Giunio Basso, dell’anno 358, che non fu però

deposto nella cappella, quantunque egli fosse di quella stirpe[65]. La

famiglia imperiale stessa aveva il suo mausoleo in prossimità del san

Pietro, poichè nell’anno 404 Onorio aveva scelto quel recinto perchè

vi fosse deposta la sua salma: e colà egli diede sepoltura alle sue due

mogli Maria e Termanzia, figlie del grande Stilicone. Di quel mausoleo

non rimase vestigio, e soltanto nei tempi recenti fu dato di rinvenire

il sarcofago che conteneva le ceneri della imperatrice Maria.

Questi pochi cenni valgano a dare un’idea generale di ciò che fosse

l’antica basilica di san Pietro al tempo di Onorio. Era un vasto

edifizio di forma allungata, costruito in mattoni: il suo duplice

tetto (il più alto, e il più basso) non era ancora ornato delle lamine

di bronzo dorato di cui in seguito spogliavasi il tempio sacro a

Roma ed a Venere. La fronte di prospetto adorna di croce, si elevava

con forma severa sopra un vasto atrio, che, simile ad un chiostro,

era racchiuso tra colonne. Con quale animo i Pagani di Roma avranno

contemplato taciti quel nuovo edificio pensando che là, entro una cella

dorata, veneravasi il corpo d’un pescatore ebreo! Quali idee saranno

sôrte nella loro mente se avranno alzati gli occhi al vicino mausoleo

dell’imperatore Adriano, la cui magnifica rotonda, sostenuta da due

ordini di colonne, poggiava sopra un immenso cubo di marmo adorno

di statue e sembrava guatare con disprezzo quella chiesa di forma

strana! E in vicinanza, il circo dove Pietro era stato crocefisso,

cadeva in rovina; ed i suoi ruderi, dai quali erano stati tratti i

materiali per la costruzione della basilica, presentavano il selvaggio

e triste aspetto di un labirinto oppure delle Latomie di Siracusa; e

dalla spina infranta del circo, in prossimità della chiesa cristiana,

s’elevava ancora il grande obelisco di Caligola. La chiesa di san

Pietro che s’ergeva sulle rovine del circo, era certo dimostrazione

di un avvenimento sorprendente; ed i Cristiani avranno mirato ad esso

quasi a simbolo di loro Religione trionfante che aveva posto suo seggio

sulle rovine del Paganesimo abbattuto. E già, ai tempi di Teodosio il

vecchio, accorrevano da ogni parte al s. Pietro numerose schiere di

pellegrini per celebrarne la festività, che, insieme a quella di s.

Paolo, solennizzavasi in Giugno. Ed anche allora come oggidì, vi si

recavano traghettando il Tevere sul ponte di Adriano, il quale, sovra

ogni altro ponte del mondo, ebbe la sorte di essere calcato da immense

turbe di genti che muovevano a sciogliere loro voti di pietà[66]. Era

scorso un secolo appena, e già gli edificî sontuosi di Roma pagana

cadevano in oblio; ed i figli ed i nepoti di quei Romani che avevano

contemplato con corruccio e con dispetto sorgere la basilica, vi

accorrevano con animo commosso di fervore religioso, e a ginocchi

ne ascendevano i gradini. E i loro sguardi miravano con istupore la

bellezza del novello Campidoglio che, ad opera dei succeditori di san

Pietro, ergevasi splendido d’oro e di argento, di gemme e di perle,

ricco di musaici e dei prodotti dell’arte bizantina.

§ 5.

Basilica antica di san Paolo. — Antico culto dei Santi. — San Lorenzo e

le sue due chiese: _S. Lorenzo fuori le mura_ e _S. Lorenzo in Lucina_.

— S. Agnese. — _S. Crux in Hierusalem._ — S. Pietro e s. Marcellino.

— S. Marco. — S. Maria (Maggiore). — S. Maria in Transtevere. — S.

Clemente. — Aspetto di Roma nel secolo quinto. — Contrasti nella Città.

La stessa onoranza ch’era resa a san Pietro, era tributata all’apostolo

Paolo. È probabile che Costantino, mosso dalle istanze di santo

Silvestro, gli abbia eretto la basilica situata ad un miglio di

distanza dalla Città, lungo la via Ostiense, remota da templi pagani,

in quel luogo medesimo dove la leggenda narrava che l’Apostolo fosse

stato ucciso, oppure dove gli fu data sepoltura dalla pia matrona

Lucina. Ma la forma dell’antico san Paolo riusciva troppo umile al

gusto ingentilito dei Cristiani; e la sua area diveniva insufficiente a

capire la moltitudine dei fedeli e dei pellegrini che vi accorrevano in

numero sempre crescente. Per la qual cosa, nell’anno 383, gl’imperatori

Valentiniano, Teodosio ed Arcadio ordinarono con loro rescritto a

Sallustio, prefetto della Città, di edificare una novella basilica,

più grande e più bella là dove sorgeva l’antica[67]. Sotto Teodosio

se ne gettarono le fondamenta, ed Onorio la trasse a compimento; ma

non si sa precisamente in quale anno. Siccome però i Goti condotti da

Alarico, nel saccheggio di Roma risparmiarono rispettosi la basilica di

san Paolo, che a quel tempo già sorgeva bellissima, possiamo ammettere

che, quando Onorio nell’anno 404 entrò in Roma, quel tempio fosse già

completo e che l’Imperatore vi orasse[68].

La forma di questo celebre tempio, che in bellezza superava la basilica

di san Pietro, nell’essenza era a quella somigliante. Situato tra la

via Ostiense ed il Tevere, verso il quale esso volgeva la sua elevata

fronte di prospetto in cui erano aperte alcune finestre, aveva un atrio

circondato da quattro portici sostenuti da colonne, in mezzo al quale

era il pozzo. Superava l’antica basilica di san Pietro in grandezza,

imperocchè le si attribuisca una lunghezza di quattrocentosettantasette

piedi, e la larghezza di duecencinquantotto[69]. L’occhio di chi

entrava per una delle sue porte, si smarriva nelle vôlte elevate di

cinque maestose navate, che posavano sopra quattro serie di colonne.

Ogni serie ne conteneva ben venti, ed erano tutte antiche; nè si

conosce da qual monumento romano fossero state tolte, imperocchè

l’antica supposizione che le più belle di esse sieno state rapite al

mausoleo di Adriano, non sia convalidata da alcuna prova. Quantunque

mancassero di uniformità nella materia e nel disegno, e quantunque

alcuni dei loro grandi capitelli d’ordine corintio lavorati in

istucco fossero di forma rozza e goffa, tuttavia il grande numero,

la loro mole, la bellezza dei marmi le rendeva altamente pregevoli.

Nella sola navata di mezzo ve n’avevano ventiquattro di sceltissimo

marmo frigio, oggi chiamato pavonazzetto, tutte di un sol pezzo,

ed alte più di quaranta palmi. A differenza del san Pietro, invece

che l’architrave posasse rettilineo sulle colonne, l’architetto di

cattivo gusto aveva condotte fra esse alcune arcate, al di sopra

delle quali s’elevava rigidamente la parete in linea perpendicolare.

I soli segmenti della muraglia ch’erano immediatamente superiori ai

capitelli delle colonne, erano adorni di musaici: allora però non

vi si vedevano ancora i ritratti dei succeditori di san Pietro, che

vi furono collocati in tempi posteriori. Il tetto delle navate era

splendido di bronzo dorato, ed il pavimento e le pareti erano coperti

di lamine di marmo. A somiglianza della chiesa di san Pietro, un

arco trionfale gigantesco, che posava su due imponenti colonne jonie,

serrava la navata del centro. Ma la sorella di Onorio, Galla Placidia,

ai tempi di papa Leone I, adornò per la prima volta quell’arco del suo

mirabile musaico[70]. Nel mezzo di quel disegno torreggia una mezza

figura gigantesca del Cristo, il quale, tenendo in mano una verga, è in

atto di mirare sopra i fedeli con isguardi che mettono terrore, quasi

voglia far cadere il popolo dinanzi a sè nella polve; chè nessun altra

significazione può darsi all’espressione di quel volto simile ad una

testa di Medusa. Ai due lati sono i quattro simboli degli Evangelisti

descritti nell’Apocalisse, più sotto i ventiquattro Seniori, ed alle

estremità dell’arco sono le imagini di san Pietro e di san Paolo.

Quei musaici furono in Roma i primi saggi di quello stile che si

suole chiamare bizantino. Ella è però un errore la credenza, che di

Bisanzio s’importasse quell’arte la quale era invece tradizionalmente

romana: chè si aveano nelle terme e nei palazzi di Roma i modelli per

la trattazione tecnica di grandi figure; e quanto all’ispirazione

dell’arte cristiana, vi suppliva la fantasia del tempo. E per lo

meno non possiamo determinare con sicurezza, quanta influenza abbia

esercitato l’Oriente sul genio artistico di Roma cristiana.

L’arco trionfale del san Paolo si apriva al di sopra del maggior altare

e della Confessione, sotto la quale era deposto il corpo dell’Apostolo

entro un sarcofago di bronzo, e lasciava scorgere la tribuna adorna di

musaici che la navata trasversale separava per lungo tratto.

La chiesa di san Paolo era quasi altrettanto ricca che il san Pietro,

imperocchè il libro pontificale si restringa alla semplice notizia che

Costantino la onorò degli stessi donativi che aveva tributati al san

Pietro. E le due basiliche avevano redditi costituiti sopra latifondi

situati in Europa ed in Asia. L’oro, l’argento, le gemme ond’erano

formati con sontuosa magnificenza i vasi e gli arredi sacri del san

Paolo, commuovevano la fantasia dei devoti Cristiani, ed erano più

tardi di eccitamento alla cupidigia dei Barbari orientali. Il poeta

Prudenzio vide la basilica ai tempi di Onorio in tutto il suo splendore

primitivo, e ne cantò in alcuni versi più belli di quelli con cui aveva

celebrato il battistero di Damaso. E sono questi:

_Parte alia titulum Pauli via servat Ostiensis,_

_Qua stringit amnis caespitem sinistrum._

_Regia pompa loci est: princeps bonus has sacravit arces_

_Lusitque magnis ambitum talentis._

_Bracteolas trabibus sublevit, ut omnis auralenta_

_Lux esset intus, ceu iubar sub ortu._

_Subdidit et parias fulvis laquearibus columnas_

_Distinguit illic quas quaternus ordo._

_Tum camuros hyalo insigni varie cucurrit arcus:_

_Sic prata vernis floribus renident[71]._

Queste erano dunque le tre basiliche maggiori ed antichissime di Roma,

la cui origine fu storicamente anteriore alle altre tutte. Egli è poi

importante per la storia dello svolgimento del culto cristiano in Roma,

por mente a chi fossero state dedicate quelle chiese. Al Cristo ed ai

due Principi degli Apostoli, a san Pietro ed a san Paolo, i Romani,

verso la metà del secolo quarto, tributavano massima onoranza. E i due

Apostoli erano i Santi nazionali di Roma: il primo veneravasi quale

fondatore e primo vescovo della Chiesa, il secondo era riverito quale

maestro dei Pagani. Nel secolo quarto non s’era ancora diffuso in Roma

il culto della Vergine Maria; e molti Martiri, che più tardi dovevano

salire in tanta venerazione nella Città, onoravansi in quel tempo

soltanto nei racconti della leggenda, di maniera che ignoriamo quando

sieno state loro innalzate per la prima volta publiche chiese in Roma.

Però la venerazione che si tributava alle tombe dei Martiri situate

fuori delle mura di Roma, crebbe di guisa, che il loro culto, uscendo

delle catacombe, ebbe onore di riti nelle chiese stesse della Città.

Dalla campagna traeva la moltitudine di quei defunti entro le mura

di Roma chiedenti loro seggio sugli altari. Ed era pur necessario di

combattere le vive e numerose ricordanze del Paganesimo coll’erigere un

numero non minore di chiese in ogni parte della grande Roma.

San Lorenzo è uno dei primi Martiri che, allato a san Pietro ed a san

Paolo, avesse onore di una basilica. Fu arcidiacono e amministratore

delle ricchezze della Chiesa; e, quantunque spagnuolo di nascita,

fu tuttavia Santo prediletto dei Romani, forse perchè l’eroica morte

ch’egli sofferse ai tempi di Decio nelle terme di Olimpia, abbruciato

sulla graticola secondo la narrazione della leggenda, commuoveva la

fantasia del popolo ad ammirazione venerabonda. Se ne mostrava la tomba

lungo la via di Tivoli, nelle catacombe di pozzolana dell’agro Verano,

in mezzo a molte cripte di Martiri. Ivi traevano immensi stuoli di

pellegrini di Toscana e della Campania, e lo spagnuolo Prudenzio ne

ricavava inspirazioni al suo canto[72]. Di queste celebri catacombe,

dove aveva avuto pure sua sepoltura il venerato santo Ippolito, la

cripta di santo Lorenzo formava il vero punto centrico. Cessate le

persecuzioni, si eresse colà al grande Martire una basilica, ch’era

la terza elevata fuori delle mura di Roma, imperocchè allora anche il

s. Pietro fosse esterno alla Città. Nella biografia di papa Silvestro

si attribuisce ad opera dell’imperatore Costantino anche l’erezione di

questa chiesa: ma dapprima fu una semplice cappella eretta sulla tomba

del Martire, che più tardi, a’ tempi di Sisto III e di Leone I, fu per

liberalità di Galla Placidia ampliata ed abbellita. Papa Pelagio II la

edificò di nuovo nel secolo sesto.

Quanto grande fosse l’amore che i Romani nutrivano a san Lorenzo,

dimostra il fatto che negli ultimi anni del secolo quarto due altre

chiese furono erette nel campo di Marte della Città ad onoranza

di lui. L’illustre vescovo Damaso, portoghese di nascita e perciò

connazionale del Santo, dedicò a lui, tra l’anno 366 ed il 384, una

chiesa edificata presso il teatro di Pompeo, che fu appellata _S.

Laurentius in Damaso_. Se Damaso la edificasse dalle fondamenta,

oppure se soltanto rinnovasse, non si sa: ciò solo conosciamo ch’egli

a lui dedicolla e la innalzò a titolo di presbiterio. Il fatto ch’essa

venne edificata presso il teatro di Pompeo, trae alla supposizione che

questo ancora esistesse; ed è probabile che la basilica s’ergesse in

vicinanza della Curia e dell’atrio di Pompeo in cui Cesare fu ucciso.

E ciò è confermato dall’altro fatto che la celebre statua di Pompeo,

la quale è oggidì bello ornamento del palazzo Spada, fu trovata in

quelle vicinanze. Sciaguratamente l’antica chiesa di Damaso, verso

la fine del secolo decimoquinto, cadeva in totale ruina, e vi si

sostituiva il novello edificio, che sorge nell’interno del palazzo del

vice-cancelliere[73].

La seconda chiesa di san Lorenzo, già edificata prima dei tempi di

Onorio, è quella del titolo ancor più celebre: _S. Laurentius in

Lucina_. Poichè colle dizioni _in Lucina, in Damaso_ ec., solevasi

denotare il nome del fondatore o di chi aveva edificata la chiesa,

così se ne attribuì l’erezione ad una matrona romana di nome Lucina. Ma

un’altra opinione trova suo fondamento nel Libro Pontificale, il quale,

alla vita di Sisto III, narra che questo Pontefice edificasse una

basilica ad onore di san Lorenzo dopo di averne ottenuta permissione

dall’imperatore Valentiniano[74], e che quella chiesa ricevesse il

nome da un tempio di Giunone Lucina: imperocchè, essendo i monumenti

di Roma proprietà dello Stato, quel Papa, avesse ottenuto in dono

dall’Imperatore le fondamenta e la superficie ove quel tempio sorgeva,

per edificarvi la basilica. Infatti egli è vero che sotto gl’Imperatori

non si potesse costruire alcuna chiesa senza averne ottenuta licenza,

ma non conservasi memoria che sorgesse nel campo di Marte un tempio di

Giunone Lucina. La basilica s’alzava in prossimità dell’orologio solare

il cui obelisco era stato già eretto da Augusto.

Anche la prima chiesa di santa Agnese fuori di porta Nomentana sorgeva

già ai tempi di Onorio sopra la tomba di quella Martire che in Roma

aveva culto assai esteso. E in vicinanza, era l’antico battistero di

forma rotonda, che ancor si conserva, e che, a cagione dei suoi musaici

di stile antiquato rappresentanti le operazioni della vendemmia,

fu per lungo tempo reputato antico tempio di Bacco. Ed invece, la

costruzione di questa rotonda appartiene a quel tempo; e nella cappella

avevano avuto sepoltura due figlie di Costantino, Elena e Costantina.

E la seconda, che fu donna di sfrenato libertinaggio, fu per errore

santificata dalla Chiesa, che scambiolla con una pia femmina Romana

dell’istesso nome[75]. Un sarcofago di porfido trovato in quella

Rotonda, nel quale credesi che fosse stato deposto il corpo di lei,

sta oggidì nel Museo del Vaticano, e fa riscontro all’arca di forma

simigliante della madre di Costantino. Imperocchè alla pia imperatrice

Elena, che tanto bene meritò del Cristianesimo, Costantino avesse dato

sepoltura a due miglia di distanza fuori di porta Prenestina (Porta

Maggiore), in una cappella rotonda, i cui ruderi, che conservansi

ancora, ebbero nome di Torre dai vasi d’argilla, ossia di _Torre

Pignatarra_.

Alla santa madre di Costantino la tradizione attribuisce la prima

erezione della illustre basilica di _Santa Croce in Gerusalemme_. Narra

infatti la leggenda ch’ella edificasse una cappella ove si conservasse

il legno della Croce ch’ella stessa avrebbe trovato in Gerusalemme. E

racconta la leggenda, che una parte della Croce affidasse al vescovo

di Gerusalemme, e l’altra a Bisanzio portasse, donde poi un frammento

sarebbe stato recato a Roma, e conservato nella chiesa della Croce da

lei fondata. Costantino avrebbe ricevuto in dono i chiodi che servirono

alla crocifissione di Cristo, i quali, dice la tradizione con ingenuo

racconto, egli adoperò con uso profano quasi d’altrettanti talismani:

chè uno fè incastonare nel suo cimiero, dell’altro fè un freno al suo

cavallo. Ed il terzo poi perdutosi in mare, ne lo ripescava più tardi

Venezia. Roma però affermò che Cristo fosse crocifisso con quattro

chiodi, non con tre; che il quarto chiodo si mostra anche oggidì in

quella chiesa di santa Croce in Gerusalemme. Già per tempissimo la

Croce di Cristo, quale altissimo simbolo della Religione, poteva essere

titolo ad una propria basilica: ma la Storia ignora il tempo preciso

in cui venne fabbricata. Fondata in un quartiere deserto e bello

di Roma, era assai prossima a quell’angolo delle mura di Aureliano

che si volge a nord-est, presso l’anfiteatro _Castrense_, e nelle

vicinanze dei bagni di Elena e del ninfeo di Alessandro Severo, che

fu per qualche tempo reputato tempio di Venere e di Cupido. I ruderi

coprono quel terreno estesamente, nè ancora se ne conosce la storia;

e le indagini che si spingono con operosità indefessa riconoscono che

quella parte di Roma antica, attraverso la quale scorreva il gigantesco

acquedotto Claudiano, è involta nella tenebra del mistero. Il Libro

Pontificale narra, che la basilica di santa Croce fosse innalzata in un

palazzo Sessoriano, la cui esistenza non è che una fola, e dal quale

la magnifica porta Maggiore ebbe nel medio evo nome di Sessoriana.

E simile appellazione riceveva la chiesa, che in origine era però

chiamata _Basilica Heleniana_: e poichè, già nell’anno 433, è citata

sotto questo titolo nel Concilio di Sisto III, egli è evidente che ai

tempi di Onorio essa dovesse esistere[76].

Di tutte le chiese che il Libro Pontificale annovera erette da

Costantino, non ci rimane a parlare che di quella dedicata a due

santi sacerdoti, a Pietro esorcista ed a Marcellino. Essa alzavasi

in Via Labicana presso il terzo stadio migliare; ed Anastasio denota

quel luogo col nome _inter duas Lauros_, e dice che, non lungi di

quello, Costantino avesse eretto un mausoleo ad Elena madre sua. Ma la

storia di questa basilica antica, che sembra averne formata una sola

con quella di san Tiburzio, è tutta involta di dubbî e d’incertezze

riguardo al tempo in cui fu fondata, ond’è che reputiamo utile passarvi

oltre in silenzio[77].

Noi vediamo che tutte queste chiese antiche di Roma, le quali per

la maggior parte ergevansi sopra catacombe, erano state innalzate o

fuori delle mura od ai punti estremi e più remoti della Città, dove

fuggivano alla vicinanza dei templi del Paganesimo, che ancora era in

vita. Tuttavolta il Cristianesimo andava serrando in una cerchia sempre

più stretta la Città; e già, nell’ultimo anno del regno di Costantino,

poneva suo seggio nel Campidoglio, se vero è il fatto che il vescovo

Marco vi dedicasse una basilica all’Evangelista del suo nome[78].

Nel Concilio di Simmaco dell’anno 499, apparisce il titolo di questa

chiesa.

Senza dubbio rimonta a questi antichi tempi la costruzione di una delle

più belle basiliche di Roma, di santa Maria Maggiore posta sul monte

Esquilino. Il vescovo Liberio, tra l’anno 352 ed il 366, ivi edificò,

in vicinanza del _Macellum_ di Livia, ossia del mercato delle grasce,

una chiesa che da lui ebbe nome di Liberiana.

Una strana leggenda del secolo duodecimo o del secolo decimoterzo,

racconta di una visione da cui ebbe origine la fondazione di quel

tempio. Giovanni, ricco patrizio di Roma, nella notte del quattro

di Agosto, vide in sogno la Madre di Dio, la quale gli impose di

edificarle una basilica in quel luogo in cui al mattino sarebbe

di fresco caduta neve. Allo svegliarsi, fu prima cura di Giovanni

di correre al vescovo Liberio e di narrargli del suo sogno: ed il

Vescovo stupito gli confessò, ch’egli pure nella notte aveva avuto

una simile visione. E mentre ancora ne parlavano, vennero alcuni

messaggieri a recare notizia di un fenomeno strano, che nel mattino

fosse caduta della neve sul monte Esquilino, in vicinanza del Macello

di Livia. Eglino affrettaronsi a correre in quel luogo, e mirarono

il portento, e Liberio fece tracciare su quello strato di neve il

disegno di una basilica, alla cui costruzione provvide il patrizio

colle sue liberalità. La Storia può in qualche modo svelare ciò che

si nasconda sotto il velame allegorico della leggenda. La costruzione

della novella basilica era un monumento del simbolo di fede di Nicea

e degl’insegnamenti ortodossi di Atanasio; e lo stesso Liberio per

essersene fatto seguace aveva dovuto soffrire due anni di esilio. Ma

nel secolo quarto tributavasi in Roma alla Vergine Maria culto povero e

poco esteso; chè soltanto dopo l’anno 432 ebbe onori divini, allorchè

Sisto III riedificò la basilica di Liberio, e resela splendida di bei

musaici e dedicolla alla «Vergine Deipara»[79].

Molte chiese in poco tempo s’edificarono dipoi fino al secolo quinto. I

nomi e l’antica posizione della massima parte di esse furono conservati

dalla pietà dei Romani, quantunque molte aggiunte e molti mutamenti

si inducessero nella loro forma durante il corso dei tempi. E già in

epoca antica sorgeva la bella basilica di santa Maria in Transtevere.

Se ne vuole attribuire, ma senza fondamento, la costruzione primitiva

al vescovo Calisto I (217-222), donde la chiesa avrebbe avuto titolo

da Calisto oltre a quello di Giulio. Imperocchè Giulio I vescovo,

la ebbe riedificata tra l’anno 337 ed il 354, o, con più accettabile

opinione, la eresse dalle fondamenta. In qual tempo fosse poi dedicata

alla Vergine, è incerto, e sua forma odierna ricevette per opera di

Innocenzo II[80].

Ancor più illustre è la chiesa di san Clemente. Questa basilica antica,

situata tra il Laterano ed il Colosseo, di cui già parla Gerolamo verso

la fine del secolo quarto, era dedicata a san Clemente martire, secondo

succeditore dell’apostolo Pietro. La sua conformazione interna è ancora

oggidì l’esatto esemplare delle basiliche antiche di Roma[81].

Il secolo quinto vide sorgere un numero ancor maggiore di basiliche:

e se fino a quel tempo non ci vien fatto di scoprirne alcuna che si

alzasse sui ruderi dei templi antichi, o che ponesse sua sede in essi

stessi, dopo la metà di quel secolo ne potremo additare parecchie.

Ed invero il Paganesimo era bensì spento in Roma, la Città era bensì

cristiana e tutto devota al culto della Religione novella, e dominata

dal sistema di amministrazione ecclesiastica già svoltosi pienamente

e perfezionatosi, con alla testa il Vescovo altamente riverito: ma

tuttavia l’aspetto esterno di Roma era ancora tutto pagano. Durava la

magnificenza pomposa della architettura antica; i monumenti pagani

senza numero ergevano ancora loro vertici sublimi: e le basiliche

cristiane, le maggiori situate fuori delle mura od ai punti estremi

della Città, le minori sparse qua e là, sparivano quasi tra la copia

dei grandi monumenti dell’antichità, nè avevano ancora tanta potenza

che valesse a dare una figura novella alla Città.

Chi avesse mosso per Roma in sull’incominciamento del secolo quinto,

si sarebbe sentito commuovere da un senso di tristezza profonda. Se

l’apostata Giuliano, invece di Onorio, avesse fatto suo ingresso in

Roma, avrebbe chiesto a sè stesso con grave cordoglio se fosse venuto

in una città fatata ove morte avesse posto sua sede. Tutti quegli

splendidi edificî dei Romani che sembravano sfidare il cielo con

loro moli eccelse, non erano che morti marmi ostentanti una pompa già

estinta. Il Cristianesimo padrone della immensa Città, era impossente

a ispirare novella vita in quel retaggio del genio degli avi; perocchè

i principî che lo animavano avessero in dispetto, in abborrimento

tutto che ritenesse ancora di forma pagana. I grandi monumenti della

civiltà antica, la bellezza e lo splendore dell’arte dell’antichità,

frutto del genio e degli studî raccolti di tanti secoli, lasciava

cadere in rovine; e di essi non sapeva che usufruire qua e colà di un

tempio, di qualche colonna, di frammenti di marmo caduti. Non mai la

Storia scrisse nei suoi annali uno spettacolo simile di una generazione

la quale disdegna da sè le creazioni di una splendida civiltà che

sono ancora in condizioni perfette. Mezza Roma era ombra, era lo

spettro dell’antica; e la meraviglia del mondo era condannata alla

lunga agonia che precedeva ad una caduta inevitabile. I quattrocento

templi, abbominio allo sguardo dei Cristiani, erano vuoti e deserti;

e dietro la loro rovina trascinavano anche il decadimento della vita

sociale, che abbandonava per sempre i ritrovi dei portici sontuosi e

delle terme, e che lasciava nel silenzio e nello squallore i teatri e

gl’ippodromi, altre fiate animati da tante feste, da tanta gioja. Roma

diventava cadavere senza moto in una parte del suo corpo, nel tempo

stesso che l’altra suscitavasi a giovinezza novella: ente singolare in

cui due anime allignavano, fenomeno unico nella Storia della umanità,

di cui era chiamata due volte alla testa. E questo alto contrasto

della vita e della morte ebbe origine dal tempo di Costantino il

grande, nè ai giorni nostri ancora disparve. Le rovine hanno pure la

loro storia quanto la Chiesa ed il Pontificato, il quale accoglieva

in sè lo spirito politico della dominazione di Roma sul mondo intero,

suscitandolo dalle rovine del Monarcato romano: e le grandi ombre di

Roma antica vedremo pure negli ultimi tempi del medio evo apparire, e

mescersi tra i cittadini di quell’età, ed inspirarli.

Abbiamo descritto sin qui la duplice figura esterna della Città in

sull’incominciamento del secolo quinto. Ed ora entriamo a narrare la

storia di Roma nei secoli lunghi e in parte oscuri che vi succedettero:

argomento vasto, elevato, tremendo quasi, e grave troppo alle scarse

forze nostre. Sennonchè, dicevano gli antichi ch’egli è bello volgere

l’animo alle grandi cose, ed io mi propongo di non badare a fatiche, nè

di lasciarmi atterrire da difficoltà che mi tolgano speranza della via.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 · 第 14 / 38 题