§ 1.
Disegno generale dell’Opera. — Città illustri nell’antichità. —
Gerusalemme, Atene, Roma. — La città di Roma nell’antichità e nel medio
evo.
È mio intendimento narrare in questi volumi la storia della città di
Roma durante il medio evo, che ancora non ebbe chi ne scrivesse in
ordinato racconto. Imperocchè, quantunque possediamo un gran numero
di lavori storici intorno le gesta dei Pontefici e sulle relazioni di
Roma coi popoli dell’orbe, e quantunque storie sieno state scritte le
quali trattano di avvenimenti che colla grande città durante l’età
media hanno particolare riferimento, manca tuttavia una storia di
lei speciale e in sè compiuta. Gli eruditi romani, meglio che quelli
di ogni altra nazione, bene avrebbero potuto scriverne, ma poichè ne
gl’impedirono ostacoli di cui qui non conviene fare parola, mossi
da carità di patria, diedero opera con laudabile diligenza a studî
pregevolissimi, i quali servissero alla compilazione di una storia
prammatica della loro città nei tempi di mezzo, ch’essi non vollero
scrivere. Dopo i Romani e dopo gli Italiani nessun altro popolo,
all’infuori del tedesco, ha diritto maggiore a trattarne: e ciò perchè
coi popoli germanici ebbe Roma relazioni assai più antiche che non
con altre nazioni: chè già i Goti sottomisero la Città colla forza e
dipoi la riposero in onoranza; ed i Franchi, al tempo di Pipino e di
Carlo, la strapparono alla dominazione dei Longobardi e dei Bizantini
e la resero independente; e poi specialmente perchè il sacro romano
Impero tenne Germania per lunga serie di secoli in gloriosa relazione
con Roma. Non già che la Scienza, bene sommo ed egualmente ripartito
tra gli uomini, conosca legami di nazione, ma questo dico perchè
sono di patria Tedesco e vivo lontano dal mio paese natale e scrivo
in terra straniera. Imperocchè l’ansioso desiderio, proprio ai miei
connazionali, di vedere la grande città, a Roma mi trasse, dove da anni
siedo e medito la sua storia e ne contemplo i monumenti.
Allorchè la prima volta concepii in mente il disegno di un’opera sì
difficile, accolsi speranza ch’essa presterebbe servigio non lieve alla
Scienza e nello stesso tempo a me sarebbe cagione di compiacimento.
Deliberai quindi scrivere la storia di Roma durante il medio evo,
traendola dai documenti storici già esistenti, per quanto a me fosse
dato di sottoporli ai miei studî, e illustrandola colle notizie
che porgono la contemplazione dei luoghi che furono teatro degli
avvenimenti e lo studio dei monumenti eretti in quegli antichi tempi.
Per medio evo della città di Roma io intendo quel periodo che comincia
dalla conquista della Città fatta dai Visigoti nell’anno 410, e si
stende fino ai tempi di papa Clemente VII, ossia all’ultimo saccheggio
di Roma operato dalle soldatesche del Borbone e del Frundsberg
nell’anno 1527. Io non voglio narrare unicamente gli avvenimenti
politici che succedettero entro alla cerchia delle mura di Roma, ma è
mio intendimento dare un quadro completo delle condizioni della città
e del popolo, narrare tutto quanto successe di memorando dentro alla
Città durante questo lungo periodo di più che undici secoli, tutto
legando in un compiuto racconto. Egli è certo uno dei cómpiti più
difficili per lo Storico congiungere insieme ordinatamente materie
sì varie fra loro; ma ciò che io non farò bene, uomini migliori di
me potranno imprendere nell’avvenire. Il graduale ordinamento della
Chiesa entro alle mura di Roma; la forma che il culto cristiano e lo
spirito stesso dell’età di mezzo ebbero ad assumere entro alla Città;
le relazioni dei Pontefici coi Romani, le lotte di questi contro i
Papi, contro gl’Imperatori di Germania, e le loro discordie intestine;
gli sforzi ripetuti per ottenere libertà di republica sull’esemplare
di quella dei loro grandi antenati; la costituzione cittadina ai
differenti periodi; le costumanze del popolo, la forma tradizionale
della vita di Roma antica, la poesia delle leggende romane; le
condizioni della Scienza e dell’Arte durante i secoli della barbarie
e sotto il reggimento dei Pontefici che la Città a sè sottomisero;
l’influenza che Roma esercitò sulla civiltà di Occidente; tutto
questo ci è mestieri considerare e raccogliere in ordinata narrazione.
Oltracciò ne tornerà spesso necessario in quest’opera considerare le
relazioni tra Roma cristiana e la pagana, imperocchè la novella Roma
sorse dall’antica come la civiltà cristiana ebbe suo svolgimento dalla
pagana. Edificata sulle rovine e con rovine dell’antica, Roma novella
mostra nella sua natura organica la più perfetta affinità di cultura
colla prima, ed è aperto e luminoso esempio delle metamorfosi che
subisce la storia del mondo, le quali farebbero credere a portento di
occulta magia. Chi scrive dunque la storia di Roma nel medio evo, deve
tessere anche la storia delle rovine della Città e del decadimento
del popolo e delle trasformazioni esterne ed interne che subì quella
illustre tra tutte le città dell’orbe. Imperocchè due fiate a capo del
mondo civile, ch’essa la prima volta dominò colla violenza dello Impero
assoluto e la seconda volta guidò colla possanza della Chiesa assoluta,
Roma sola può intitolarsi col superbo nome di «Città eterna», laddove
tutte le altre città della terra, fornito il cómpito temporaneo a cui
erano state per un certo periodo appellate, storicamente muoiono e
spariscono per sempre.
Tra le città dell’Asia v’ebbero nell’antichità alcune illustri che
durarono potenti lunga pezza di tempo: tali furono Babilonia e Ninive,
Tiro e Persepoli, ma la loro influenza si ristrinse a formarne centri
di civiltà dei popoli indigeni. Gerusalemme sola esercitò un’opera
universale su tutta l’umanità. Capitale del piccolo territorio ove
aveva stanza il popolo d’Israello poco numeroso, fu sede alla credenza
in quel Dio da cui procedette il Cristianesimo; laonde quella città,
duplice monumento della religione più perfetta d’Asia e d’Europa, andò
debitrice al suo principio religioso di novella vita, ch’ebbe tanta
parte nella storia del mondo durante il medio evo, a lato di Roma ed
in relazione con essa. I Romani nei tempi antichi aveanla distrutta,
il popolo suo errava disperso pel mondo, la sua missione sacra era
stata trasfusa nella Roma cristiana, nella Gerusalemme novella; eppure
nel secolo undecimo, dalla profondità ov’era caduta rialzò il suo
capo venerando, e dalla tomba di san Pietro volgendo al sepolcro di
Cristo gli animi commossi dei popoli di Occidente, ridivenne durante
il lungo periodo delle Crociate la città santa dei popoli cristiani,
fu l’oggetto della gran pugna tra Asia ed Europa, fu il centro di
rivolgimenti che scossero il mondo, finchè nel secolo decimoterzo
ricadde con quelle idee di cui essa era stata l’espressione simbolica.
Non parlo delle città che fiorirono nell’Egitto antico, quali Memfi,
Tebe, Sais, Cartagine ed Alessandria. In Europa però fu Atene che
l’umanità compresa di ammirazione, la quale non sarà mai per venir
meno, celebra gemma della terra e santuario di civiltà. Vincoli
indissolubili uniscono Atene e Roma, e chi rammenta l’una è condotto
di conseguente alla ricordanza dell’altra città. Perocchè esse
rappresentano quell’antichità così detta classica, e l’una all’altra
è complemento, e si rispondono fra loro come il concetto all’azione,
come il conoscere al volere, come l’idea all’opera pratica, in
maniera che in quelle due altissime creazioni della civiltà la forza
operosa dell’uomo si mostrò in tutto il nerbo della sua vigoria. Esse
rappresentano dunque le forme della cultura del mondo, ed hanno perciò
sì alta importanza da non essere alcun’altra città che possa farsi
loro emulatrice. Atene commuove ad amore, Roma incute ammirazione
e rispetto. La felicità, ossia la perfezione di natura cui tutti,
individui e nazioni, si sforzano di pervenire, in Atene toccò il
massimo grado. Tutte le più nobili produzioni dell’intelletto e della
fantasia si raccolgono ivi in un foco centrico della cultura, il
cui calore feconda, la cui luce abbellisce la terra in tutta la sua
estensione: le leggi fondamentali della libertà (bene massimo in cui
tutti i beni si accolgono) ricevono pratica applicazione nella vita
publica operosissima. Per la qual cosa questa Republica resse tutto il
mondo nell’ordine delle idee con pacifica signoria, la cui potenza è
inapprezzabile perchè dura oggidì ancora nella cultura dei popoli, e
durerà eterna.
Non così Roma. Chi si fa a considerare anche superficialmente la
sua storia, vede energia, valore, senno politico senza pari rendere
soggetto mezzo il mondo e correre alla distruzione o alla rovina di
nazioni fiorenti, compresa pure quella Grecia sì splendida, di maniera
che chi contempla tanto rovinio e tanta opera di disfacimento e ne
fa il paragone coll’operosità pacifica di Atene, sente orrore di quel
popolo despota che compieva quella riprovevole opera di soggiogamento.
Laddove da una parte si considerano i rigogliosi frutti che dava la
splendida cultura di Atene, si vede di rincontro Roma difettare dei
principî fondamentali della civiltà. In essa, potente soltanto la
tendenza politica alla conquista e alla signoria universale; in essa
l’intelletto non intende che alle grandi necessità della vita pratica,
e quindi alza un edificio gigantesco di legislazione, perfetto sino
nelle particolarità più minute: i vasti e liberi campi della scienza
sono invece deserti, e tutto quello che vi fiorisce è trapiantato da
straniere regioni. Le creazioni stesse dell’arte onde Roma nel corso
dei tempi si abbella, sono un’altra forma sotto cui si palesano le
vittorie della tirannide, che dietro al suo carro trionfale tragge
in ceppi le arti costrette ad ornare delle loro opere quella crudele
conquistatrice. Nè tutto si comprende in questa incontestabile
verità. Roma sorse da un germe, da un principio che si asconde nelle
tenebre fitte del mito: cresciuta poco a poco, giunse a tale apogeo
di grandezza da sottomettere essa sola tutto il mondo: fenomeno che
nel corso della storia è il più meraviglioso, se ne togli il fatto
dell’origine e della diffusione del Cristianesimo, il quale poi doveva
porre sua sede nella capitale del mondo che il corso degli eventi
andavagli preparando, quasi soglio sublime su cui si sarebbe eretta
la figura colossale della Chiesa che, durante il medio evo, doveva
tenere la signoria morale del mondo. Chi volesse indagare in che
stesse il principio di forza di Roma antica, che rendeva questa città
signora dispotica di tutte le nazioni, e quali fossero gli elementi di
una natura così accentratrice, avrebbe opera di una difficoltà senza
pari. Era una forza assoluta che, raggiando da un centro, esercitava
un’influenza di attrazione e di assorbimento simile a quella che regge
il sistema planetario: che se per conoscere questa forza fatale della
nazione intera, tu ti faccia a considerare l’indole dell’uomo romano,
tu non vedi che valore in guerra e disciplina severa, natura ardita e
vaga d’imprese, fermezza, prudenza, intelligenza somma nell’ordinare
Stato e colonie, indole facile ad accogliere le costumanze di strani
paesi e capace di porre sua stanza in qualunque regione e sotto
qualunque clima, ingegno versatile che abbraccia in sè la natura di
tutti i popoli del mondo, popolo infine che nel tempo stesso in cui
accoglie in sè poco a poco lingua, costume, arte, religione degli
altri popoli stranieri, non ne perde per questo il suo proprio genio
nazionale dotato di sì potente energia. Le vittorie di Roma sopra
popoli liberi e illustri che eranle di gran lunga superiori nella
cultura intellettuale, quali ad esempio i Greci, appariscono a prima
giunta trionfi della forza materiale che vince ed opprime la civiltà
dell’ingegno: tuttavia dobbiamo riconoscere ch’elle erano le vittorie
dell’intelletto che volgeva sua operosità ai fini pratici della vita,
e la cui vivissima energia si esplicava nella formazione del diritto
privato e publico donde traeva le idee perfette intorno l’essenza
della persona e intorno la costituzione della famiglia e dello Stato;
era l’operosità di un intelletto prosaico quanto si voglia, ma i
cui risultamenti nella vita pratica erano di gran lunga superiori a
quelli dell’intelletto che spazia nei campi ideali. Tutti gli eventi
convennero con rara felicità a trarre i popoli ai piedi di Roma, e
l’uomo in cui il cuore batte forte di amore per l’umanità, si cruccia
pensando alla sorte del mondo retto per un tempo troppo breve dal
genio benigno e incivilitore della libertà e della scienza, perocchè
il monarcato dei Cesari e la barbarie sopravvenuta al cadere di quello
involgessero in lutti lunghi e dolorosi la terra. Ei lamenta che il
genio della civiltà non ispiccasse il suo volo dall’Acropoli, che
Atene aveva sacrata a Minerva, per conquistare con pacifiche lotte il
mondo, per riunirlo e per reggerlo; e che invece il Giove feroce del
Campidoglio abbia soggiogato le nazioni in mezzo a torrenti di sangue.
E Roma diventava grande, e l’Ellade bella, e Asia e Africa cadevano
prive di vita fra le braccia di ferro di quella città che s’impadroniva
dei tesori della civiltà e si ornava delle spoglie gloriose di tre
parti del mondo, in mezzo alle quali, nella contrada più bella della
terra, essa sorgeva sublime. Incapace di creare col proprio suo genio
l’Arte e la Scienza, era però in altissimo grado valente a far suoi
gli studî degli stranieri, i quali poi insieme colla sua grande civiltà
pratica diffondeva nel mondo.
Le spedizioni di guerra, le grandi strade edificate, le colonie
militari e civili dei Romani, erano innumerevoli vie per le quali
si diffondeva la cultura fino alle più remote regioni della terra. I
Romani facevano il mercato universale dei prodotti dell’agricoltura
e delle industrie del mondo, e la letteratura classica e l’arte
lasciavano splendide tracce di sè sulle rive del Reno e del Tamigi,
dell’Eufrate e dell’Istro. Ed oggi ancora l’ardito viaggiatore che
penetra nel deserto africano di Fessan, in mezzo a quella selvaggia
regione ove è muta l’armonia della voce dell’uomo e a cui crescono
orrore le urla dello sciacallo, mira ruderi di splendidi monumenti di
architettura romana e resta attonito di meraviglia al pensiero della
grandezza di quegli antichi i quali portavano la loro civiltà in quelle
regioni remote, ove ora regna squallore di morte[1]. Se fosse stato
concesso alle nazioni di vivere continuamente sotto la mite signoria
di Trajano o di Marco Aurelio, egli è probabile che non avrebbero mai
mosso lamento di essere cadute sotto la soggezione di Roma, e quel
sistema di accentramento, che in certe condizioni è tanto dannoso, e
che per la prima volta, rompendo i legami di nazione, ordinava i popoli
soggetti in un impero in cui parlavasi una sola lingua, che era retto
da una uniforme legislazione e da un mite governo, quel sistema sarebbe
stato anzi celebrato come opera sapiente di Roma che avrebbe superato
il senno di Grecia. Imperocchè tutti gli avvenimenti onde si tesse
la storia tendano evidentemente a condurre i popoli al pareggiamento
ed all’unità; laonde fino dalle origini del mondo v’è nel corso degli
eventi uno sforzo a trovare quel centro ideale di gravità in cui può
aversi equilibrio. Tuttavia la vita dell’umanità è soltanto un prodotto
di leggi composte svariatissime, e quella società in cui sono annullati
i contrasti, ha in sè il germe che trarralla a morte inevitabile. La
monarchia dispotica dei Cesari colla prepotenza di un fato doveva
inaridire le rigogliose oasi di cultura greca; e le sorgenti di
libertà, di amore nazionale, di carità del natio loco, di scienza, di
ogni virtù civile, poco a poco venivano disseccate da turbini di arena
uniforme; decadevano sempre più le città; le nazioni simili a stupide
greggi erano amministrate da turbe di uffiziali publici, privi di amore
del bene dello Stato. Quantunque l’organamento e le leggi dell’Impero,
rette da una certa tolleranza tradizionale, non permettessero che
la monarchia degenerasse fino agli ultimi eccessi del despotismo
orientale, tuttavolta le nazioni soggette all’Impero, perduto ogni
interno vigore, miseramente agonizzanti, traevano la catena della
schiavitù. Così quello Stato, onde si era diffusa la civiltà a tutto
il mondo, era mutato in un vasto deserto, in cui la forza vitale si
fiaccava, ogni movimento s’intorpidiva, il genio speciale di tutte
le nazioni periva, finchè sopra quello squallido e morto Impero
si lanciavano le torme dei Barbari, la cui missione era di salvare
l’umanità dal morire affranta sotto il despotismo romano. Gli è vero
però che, prezzo di questa redenzione, era la distruzione della civiltà
universale; chè i funerali di Roma celebravano i Barbari con loro
tremende danze di guerra, e coi loro orribili banchetti di morte onde
funestavasi il mondo tutto. Ma è vero puranco che, duranti quei secoli,
si ristoravano tante perdite coi nuovi elementi di civiltà che andavano
lentamente elaborandosi, perocchè i Germani, nei quali era fervidissimo
il sentimento dell’independenza, facessero rivivere quell’amor di
nazione che Roma aveva soffocato, e ne dessero ripetute prove lottando
contro il novello sistema di accentramento che da Roma, ove aveva posta
sua sede la Chiesa assoluta, ebbe origine anche la seconda volta.
La grandezza, la decadenza, la fine dell’Impero romano, lasciarono
scolpite tracce di sè anche nella città di Roma. Imagine della
monarchia e della civiltà universale, edificata colle spoglie e coi
tributi, col sudore e col sangue dei popoli depredati, Roma era il
Panteon delle favelle e delle religioni, l’accademia delle arti e
delle scienze, il mercato dei prodotti, il ridotto dei piaceri e
dei vizî della umanità. Quantunque Atene la superasse di gran tratto
per bellezza artistica, non è città nè potrà essere mai, che sia a
paragonare alla maestà sublime di quella metropoli, ch’era creazione e
monumento della storia del mondo. Al tempo degli Antonini, Roma, sacra
donna delle nazioni, città splendida ed eterna, si ergeva meraviglia
del mondo, cui ogni uomo contemplava con venerazione. Ma quell’albero
gigante della civiltà andava appassendo via via che il tarlo del
despotismo rodevagli i germi della vita, finchè cadeva estinto. La
lenta decadenza di Roma è un fenomeno sì meraviglioso come già fu il
suo grandeggiare, e per iscrollare ed abbattere quel colosso di leggi,
d’istituti, di monumenti, faceva al tempo mestieri di uno sforzo non
minore di quello che già eragli stato necessario a innalzarlo.
E qui incomincia la storia di Roma in linea discendente; laonde sarà
una parte del mio cómpito descrivere la successiva decadenza e la
fine di lei: argomento elevato ed in un pietoso, che impone severa
meditazione a qualunque pensatore anche di animo leggiero, e che
indirizza la mente dello Storico a investigare le ragioni per cui di
quella città eccelsa non doveva rimanere che qualche cumulo di rovine.
Sette anni avanti che i Barbari del settentrione irrompessero per la
prima volta in Roma, Claudiano, l’ultimo poeta dei Romani, dall’alto
del Palatino ove aveva accompagnato l’imperatore Onorio, mirava a
Roma ancora indomata che stava a’ suoi piedi; e commosso dal sublime
spettacolo, scioglieva il canto a celebrare le bellezze indicibili
della canuta imperadrice dei popoli, a descrivere i numerosi templi dai
tetti sfavillanti d’oro, e gli archi di trionfo ornati di trofei, e le
colonne e le statue torreggianti sublimi, e gli edificî smisurati nelle
cui basi colossali l’arte umana rivaleggiava colla natura: ma i suoi
versi non erano che un debile eco di quel commovimento che voce umana
non vale ad esprimere[2]. Duecento anni circa dopo di lui, il vescovo
Gregorio, che sedeva allora sulla cattedra di san Pietro, in un suo
sermone ai congregati Romani, paragonava quella città, che era stata un
tempo sì grande, ad un vase spezzato, e quel popolo, che anticamente
aveva dominata la terra, paragonava ad un’aquila che, spennacchiata
e decrepita, giacesse morente sulle sponde del Tevere. Ottocento anni
dopo Gregorio, al tempo di papa Martino V, dai ruderi del Campidoglio,
Poggio Bracciolini volgeva il triste pensiero all’antica Roma di
cui rimanevano poche rovine gigantesche, avanzi di templi atterrati,
infranti architravi, archi sconnessi e crollati; e lo spettacolo degli
armenti che pasceano tra i ruderi ond’era coperto il sacro terreno del
foro, muoveva l’animo di lui a meditare sulla _varietà della fortuna_,
che fu sempre oggetto agli studî del filosofo e dello storico[3].
Trecento anni dopo di Poggio, l’inglese Gibbon sedeva nel Campidoglio,
nel cui recinto allora andavano sorgendo palazzini pigmei di stile
moderno, e mentre anch’egli, come quel Fiorentino, contemplava le
rovine di Roma, pensava con ammirazione non minore alla varietà delle
sorti della città e deliberava farne tema a una storia, ch’egli poi
allargò nel concetto più vasto onde ebbe origine l’immortale sua opera
del decadimento e della fine dell’Impero romano. Quantunque grande
possa sembrare l’audacia di porre me, perchè scrivo questa Storia, dopo
quegli uomini illustri, coi quali non ho di comune che la venerazione
per Roma e il desiderio di meditare la varietà dei casi dei popoli, io
voglio pur dire ch’io mi trovai nella medesima condizione di quelli.
Imperocchè allorquando, or fanno sei anni[4], vidi per la prima
volta questa Roma due fiate illustre, fu tanta la meraviglia ond’ebbi
commosso lo spirito, che determinai di scrivere la storia della caduta
di essa, argomento che agli occhi miei sembrò il più elevato fra tutti
quelli che sono offerti alla investigazione dello Storico.
Ma non già soltanto la storia della caduta; imperocchè se si
studiassero le sole rovine di Roma, se ne avrebbe quel senso di
tristezza e di disgusto che ci prende alla contemplazione di un
cadavere che si putrefà. Nel tempo medesimo in cui Roma declinava alla
sua fine, essa cominciava già a rinnovellarsi, ond’è che alla storia
della caduta di lei succede, in una maniera di cui non abbiamo altro
esempio, la storia del risorgimento. Il Cristianesimo, per opera del
quale periva l’antico Impero e la città antica dei Romani, faceva
sorgere dalle catacombe, sua armeria sotterranea, una Roma novella. Ed
anche questa, come già l’antica, ravvolgeva l’origine sua nei misteri
del mito, perocchè se Romolo e Remo furono fondatori della antica, due
santi Apostoli, Pietro e Paolo, erano gli edificatori della Città del
medio evo. Ed essa pure crebbe lentamente in mezzo a molte e terribili
mutazioni di fortuna, finchè giunse a quell’altezza da cui doveva
avere impero su tutto Occidente e venerazione di Città santa del tempo
di mezzo. Indagare la causa per cui Roma, durante quel lungo periodo
della storia dell’umanità che ha nome di medio evo, ne diventasse la
forma generale, come già un tempo era stata la forma dell’antichità,
è impresa a cui lo storico deve volgere tutte le forze del suo
ingegno, per iscoprire gli elementi che in quella città nuovamente si
accoglievano, e che dovevano porre per la seconda volta in sua balia lo
scettro del mondo. Da questa città che, dopo la caduta dell’Impero si
alza, Ararat della civiltà, sopra i flutti del diluvio della barbarie,
ebbe vita l’umanità durante il medio evo, librandosi intorno a Roma
come intorno ad un centro della cultura; cosicchè i varî gruppi di
popoli latini e germanici, come i pianeti che camminano in loro orbita
intorno al sole che in essi infonde la vita, sembravano muovere in
continua attrazione intorno alla Città eterna. Ed è soverchio ai limiti
del discorso poter dire in poco che fosse Roma durante il medio evo,
e quali forze partissero dalle mura di lei per diffondersi in mille
torrenti su tutta intera l’Europa.
Il medio evo alcuni chiamarono età di barbarie, altri di romanzo:
di barbarie, perchè sulle rovine della civiltà antica avevano posto
loro sede ignoranza, superstizione, fanatismo, violenza brutale che
non conosceva ritegno di legge: di romanzo, perchè una forza energica
ispirava negli uomini di quel tempo il genio ad imprese ardite e
avventurose, e gli agitava una tendenza mistica al soprannaturale,
trasportandoli dai campi della realità nel regno incantevole della
fantasia. Nel medio evo troviamo lotta di elementi disparati e contrarî
che l’antichità non aveva conosciuto. Sotto l’impero despotico di
Roma il mondo stava intorpidito nelle sue forze vitali: sopravvenne il
turbine delle migrazioni dei popoli che nel suo rivolgimento ruppegli
il sonno profondo, e infranto quel grande ordinamento che aveva nome
d’Impero romano, una esaltazione febbrile s’impadronì dello spirito
umano. Il Cristianesimo, il più potente dei rivolgimenti morali,
colle sue grandi dottrine e col principio della libertà, infondeva
un’anima novella nel mondo; ond’è che il medio evo è quel periodo
in cui si ammirano gli sforzi ardenti per porre in atto l’idea della
religione cristiana. Animata da sentimento profondo di religione, fu
quella l’età in cui ebbe signoria assoluta la Chiesa: e laddove tutte
le altre istituzioni umane vacillavano e perivano, essa sola rimaneva
inconcussa ed educava le nazioni colla legge religiosa; e promuovendo
la fede, suscitando la speranza, giovandosi della coscienza timorata,
lentamente e spesso anche a fatica elevava lo spirito di quegli uomini.
La Chiesa aveva suo seggio in Roma. Nel tempo in cui il Cristianesimo
si diffondeva nell’Impero romano, gravi discordie facevano temere che
andasse scisso in parecchie sette e in chiese nemiche. Le passioni
dell’umana natura, la superbia, il desiderio d’impero, la vanità,
movevano guerra al principio fondamentale dell’eguaglianza democratica
dei fedeli e dei sacerdoti. Se nei tempi in cui la Chiesa era
oppressa dalle persecuzioni, i Vescovi di Gerusalemme, di Antiochia,
di Cartagine, di Alessandria, di Milano e di Roma, alzavano il capo
timidamente, vinta finalmente la pugna dal Cristianesimo, egli fu duopo
che uno di essi ottenesse la dittatura della Republica cristiana. E
quest’uno non poteva essere che il Vescovo romano. La Chiesa di Roma,
la ricca e la potente fra tutte, era stata fondata dall’apostolo
Pietro, che aveva ricevuto sua missione sacra direttamente da Cristo;
onde essa sosteneva che i suoi Vescovi, quali succeditori di Pietro
vicario di Cristo, avevano soli diritto ad essere i capi apostolici di
tutta la Chiesa. E le sue pretensioni trovavano fondamento nell’avere
suo seggio in quell’antica metropoli del mondo che le acquistava il
rispetto e l’obbedienza dei popoli; nell’essere erede del genio, della
disciplina, delle virtù, dell’indole conquistatrice dei Romani antichi,
dei quali se era caduto l’Impero, ne rimaneva il congegno, grande
ancora benchè inanimato. Le province conservavano ancora i solchi
profondi lungo i quali Roma aveva spinto il suo carro trionfatore,
ond’è che la Città della Chiesa diffuse di bel nuovo la sua signoria
nel mondo per quegli stessi solchi che Roma pagana aveva già impressi.
La trasformazione della Città profana nella Città santa, del Monarcato
imperiale nel Papato, dello Stato romano nella Chiesa romana, è il
fenomeno forse più meraviglioso che si riscontri nella storia. Dopo
la caduta dell’Impero, mentre ancora durava la tradizione del suo
organamento universale, quel sistema che era stato puramente politico
si tramutò lentamente in ordinamento ecclesiastico di cui era centro
il Pontefice. L’antico Senato circondava questo monarca spirituale
elettivo sotto forma di consiglio di Cardinali e di Vescovi; il
principio di governo costituzionale, che i Cesari non avevano adottato,
era introdotto nei concilî e nei sinodi; e le province inviavano
loro rappresentanti al Laterano di Roma, ove risiedeva l’universale
Senato. I governatori di quelle province ecclesiastiche erano i Vescovi
consecrati da Roma, che li teneva sotto la sua sorveglianza: i chiostri
fondati in ogni parte rassomigliavano alle antiche colonie romane, ed
erano altrettante piazze forti e stazioni della dominazione spirituale
di Roma e della civiltà; e dopochè i Barbari pagani od eretici di
Britannia, di Germania, delle Gallie e delle Spagne furono soggiogati
dalle armi incruente di Roma e ne furono inciviliti, la Città eterna
imperava di bel nuovo alla parte più bella del mondo e le indiceva
leggi morali. In qualunque guisa si voglia pur considerare il sistema
di accentramento che per la seconda volta diffondevasi da Roma, esso
trovava il suo fondamento nella debolezza e nei bisogni degli uomini
di quella età: per la qual cosa il primato cattolico di Roma può dirsi
quasi essere stato una necessità di quei secoli rozzi e sferrati da
ogni legge, ed aver conservato l’unità del Cristianesimo. Perocchè,
se la Chiesa assoluta non fosse stata, se stato non fosse il senso di
soggezione dei Vescovi verso di Roma, per il quale, con energia degna
di Scipione e di Mario, reprimevano nelle province ogni tendenza a
discostarsi dagli insegnamenti ortodossi, il Cristianesimo si sarebbe
facilmente scisso in cento religioni create dalla fantasia dei popoli
secondo i loro antichi miti nazionali. Tuttavia la storia di Roma e
del mondo doveva due fiate ripetersi, ed era finalmente ai Germani che
toccava d’infrangere per la seconda volta il giogo assoluto di Roma
novella, e di conquistare con un ardito rivolgimento la libertà del
pensiero e della coscienza.
La reverenza figliale dei popoli del medio evo per la città di Roma
non aveva confini. In Roma, come nella grande arca dell’alleanza della
civiltà cristiana, vedevano riunirsi le leggi, gli ammaestramenti,
i simboli del Cristianesimo; nella Città dei Martiri e dei Principi
degli Apostoli veneravano il tesoro donde emanavano tutte le grazie
soprannaturali. Ivi era la novella Delfo, la Gerusalemme novella,
il terreno sacro da cui Dio reggeva l’umanità; ivi il centro della
Chiesa universale; ivi sedeva il grande Sacerdote del novello patto
che rappresentava Cristo sulla terra. Ogni opera spirituale e mondana
innanzi a quell’altare riceveva consecrazione divina, ogni malvagità
riceveva innanzi a quel tribunale sentenza. Le fonti del potere
che rimetteva le colpe, della gerarchia ecclesiastica, della maestà
imperiale e di ogni potestà suprema, le fonti tutte, a dir breve,
della civiltà, sembravano scaturire dai colli sacri di Roma, simili ai
quattro fiumi del Paradiso che si riversavano ai quattro lati della
terra a recarvi fecondità. Da questa mistica Città era partita la
luce che aveva illuminate tutte le nazioni; i vescovati, i conventi,
le missioni, le scuole, le biblioteche erano tante colonie fondate da
Roma. Monaci e sacerdoti, come altra volta consoli e pretori, erano
stati spediti nelle province che avevano convertite alla soggezione
di Roma. Di Roma trasportavansi al di là dei mari e dei monti quelle
reliquie sacre che avevano onore di sepoltura sotto gli altari nelle
più remote contrade di Britannia e di Germania. La lingua usata
nei riti e nelle scuole tra i Barbari era quella che Roma parlava:
la letteratura sacra e la profana, la musica, le matematiche, la
grammatica, l’architettura e la pittura avevano in Roma loro seggio e
di qui diffondevansi. E quegli uomini che traevano loro vita oscura
là nei più remoti confini dell’occidente e del settentrione, e che
avevano appena contezza delle città vicine al luogo ove avevano
stanza, tutti pur sapevano di Roma; e quando loro feriva l’orecchio
quel nome «Roma», tremendo comeo il fragore del tuono, e che da secoli
innumerevoli riempieva il mondo di sua grandezza, prendevali un senso
di venerazione tremebonda come dinanzi ad un mistero ineffabile;
e Roma alla loro fantasia scossa vivamente si pingeva come un Eden
splendido di bellezze, nel quale si aprivano o si chiudevano le porte
dorate del cielo. Nel medio evo furono lunghi secoli nei quali Roma
era legislatrice, maestra, madre dei popoli, e questi, figli suoi,
accoglieva ad unità con triplice abbracciamento: perocchè in essa aveva
sede l’autorità spirituale col Papato, la temporale coll’Impero, di cui
i re di Germania cingevano la corona in san Pietro, in essa finalmente
era la fonte della civiltà universale, retaggio che i Romani antichi
avevano lasciato al mondo.
E basti questo a dimostrare l’altezza a cui durante il medio evo era
pervenuta Roma qual centro di civiltà, in cui si accoglieva la forza
che dominava la società cristiana tutta quanta. Ma di rincontro a
questa azione benefica ci avverrà pur troppo di dover parlare dei mali
che uscirono più tardi di Roma, delle intemperanze del potere papale,
della inquisizione e dei roghi, delle superstizioni e della tirannia
nelle credenze. Tuttavolta chi sappia cogliere il concetto storico
in tutta la sua ampiezza, tempera nella sua mente anche le brutture
dei tempi più oscuri, pensando che le peccata dell’antica tiranna
dei popoli meritano qualche venia, allorchè si guardi alla potenza
dell’idea religiosa diffusa ed al grande concetto dell’unità armonica
del mondo, concepimento che Roma mandò ad effetto liberando l’Europa
dalle tenebre della barbarie e salvandola dall’abbrutimento.
§ 2.
Condizioni della città di Roma durante gli ultimi tempi
dell’Impero.
Mio intendimento si fu di porgere un’idea delle condizioni di Roma
durante l’antichità e il medio evo. Il leggitore potrà chiedere però,
innanzi che io lo introduca a considerare la storia della Città nei
tempi di mezzo, che io abbozzi l’imagine di Roma imperiale, qual
era ai tempi che precedettero la sua caduta sotto la dominazione dei
Visigoti. Tale ricerca potrebbe appena ottenere compiuta soluzione da
chi fosse vissuto in quel tempo; poichè una dipintura imperfetta deve
dare chi non ha altre fonti di scienza che libri e ruine, e a guida
mal sicura la propria fantasia. La grandezza di Roma si eleva sopra il
concepimento di ogni imaginativa feconda, ed io mi proverò di dare la
descrizione di alcune sue parti, indugiando su quelle più importanti;
imperocchè l’occhio abbarbagliato di quella ricchezza indescrivibile,
non possa cogliere che i punti culminanti, simili alle cime elevate di
una pittoresca regione montana che si distende innanzi allo sguardo.
Durante i tempi republicani, ornavano Roma pochi monumenti di stile
semplice e maestoso, sacri alla religione ed alla patria, chè suo
massimo decoro erano le grandi virtù cittadine. Ma, spenta la libertà,
mentre rovinava all’interno, cominciava Roma ad ornarsi splendidamente
all’esterno. Quando Augusto si rese signore della Città, era questa
un ammasso informe di case strettamente addossate le une alle altre e
di vie edificate sopra alcuni colli e nelle valli formate da questi.
Augusto partilla in quattordici Regioni, ed in unione con Agrippa la
ornò di tali edificî da poter ben dire, aver trovata una città di
argilla e lasciarne una di marmo. Durante i primi tre secoli della
dominazione imperiale, Roma crebbe gigante e si riempì di templi,
di portici, di terme, di palazzi, di delizie di ogni genere, in cui
era tanta profusione di statue da sembrare che in sè accogliesse
un’altra popolazione di marmo. Ai tempi di Onorio, Roma raggiunse
l’estensione stessa che ha oggidì, racchiusa tra mura quasi eguali
alle odierne. La attraversava il Tevere con duplice curva dolcissima,
in modo che sul lato sinistro e dalla parte del Lazio stavano tredici
Regioni della città, e sulla sponda tusca a diritta si stendeva la
decimaquarta Regione che comprendeva il Vaticano, il Gianicolo ed il
Transtevere. Dai lati di settentrione, di mezzogiorno e di oriente
la città si alzava sopra otto colli, che presentavano una splendida
scena allo sguardo dell’osservatore con loro templi di marmo, con
loro castella, con palazzi, con giardini, con ville. Il poggio dei
giardini, il Quirinale, il Viminale, l’Esquilino, il Celio si alzavano
da una vasta radice che insieme li congiungeva alla base, e scendevano
fino al centro della città formando alcune vallate: gli altri tre
colli, l’Aventino, il Palatino, il Campidoglio, abitati già fino dalla
antichità, si ergevano isolati. Lungo il corso del Tevere si stendeva
una bassa pianura assai vasta, ch’era attraversata dalla Via Flaminia e
dall’altra Via Lata edificata in successione alla prima, ambedue adorne
di archi trionfali. Molti magnifici edificî avevano innalzato gli
Imperatori in quella pianura che al popolo non giovava, perchè il campo
di Marte, che ivi era situato, in quel tempo serviva più a sollazzo
che a dimora; laddove ai tempi posteriori, sotto il Papato, abbandonati
alcuni degli antichi quartieri collocati sui colli, in esso addensossi
la popolazione.
La Città si era formata diffondendosi tutta all’intorno di un centro,
che al tempo della Republica era il Foro, ed il Campidoglio che sopra
di quello sorgeva. Se intorno al Foro ed al Campidoglio si conduca una
linea irregolare che, comprendendo il monte Palatino, vada radendo il
Celio, l’Esquilino e il Quirinale, si vede formarsi un territorio non
troppo esteso sulla sponda sinistra del Tevere. Era quello, così ai
tempi della Republica come a quei dell’Impero, il vero cuore di Roma,
perchè quelle colline da varie direzioni convengono tutte verso il
Foro. Quivi era l’antica residenza del popolo libero, la sede della
vita politica republicana: sopra di esso il Campidoglio, rocca sacra
ove avevano posto dimora gli Dei, ove si conservavano le leggi e le
spoglie trionfali di Roma. E lì vicini erano i luoghi destinati ai
publici sollazzi dei Romani, perchè il Circo massimo, ove tenevansi
giuochi solenni, era situato sotto il monte Palatino, cosicchè erano
uniti in vicinanza il Foro del popolo, il Campidoglio di Giove,
l’Ippodromo, i tre grandi indici della vita della Città durante i tempi
republicani.
Gl’Imperatori che trassero Roma in ischiavitù, aggiunsero a quelli
un quarto monumento, il loro proprio palazzo, il castello palatino.
Benchè Augusto ed i suoi succeditori accuratamente conservassero ed
abbellissero gli antichi monumenti sacri del Campidoglio, vi fondarono
tuttavolta pochi edificî novelli, ma lo ornarono di statue, e alla
base di esso dalla parte del Foro, eressero statue e colonne ed archi
di trionfo. Circondarono il Foro del popolo di bei monumenti, e se
allora, sotto la monarchia dei Cesari, aveva propriamente perduto la
sua importanza politica, di esso restarono le gloriose rimembranze,
e fu sempre la gran piazza publica a lato della quale gl’Imperatori
ne edificarono altre magnifiche a monumento di loro superba signoria.
Così furono costruiti i Fori imperiali di Cesare, di Augusto, di
Nerva e di Domiziano e quello bellissimo di Trajano. Coll’architettura
sublime di questo Foro la città imperiale raggiunse l’apogeo di suo
splendore artistico, perocchè Roma non avesse ancora veduto sorgere
nulla di più perfetto, ed è ancora dubbio se quell’opera meravigliosa
sia stata superata dalla stessa basilica di san Pietro che in Roma
sorse più tardi. Trajano, sotto del quale principalmente la potenza
imperiale giunse al più alto grado, condusse a compimento anche il
Circo massimo, e prima di lui, Vespasiano e Tito avevano innalzato
l’anfiteatro gigantesco, palestra di ludi cruenti, il celebre Colosseo,
che sorge ancora monumento dei trastulli dei despoti e del popolo
schiavo. Chi, partendo dal Colosseo, avesse percorsa la Via Sacra,
e, passato l’Arco di Tito, varcati il Palatino e il Foro del popolo,
attraversati il Campidoglio e la serie delle piazze imperiali, fosse
pervenuto al Foro di Trajano, avrebbe veduto i monumenti giganteschi di
Roma imperiale succedersi dappresso in modo che l’occhio sarebbe stato
stanco e confuso all’aspetto di tante meraviglie. E dopochè Adriano
ebbe innalzato nelle vicinanze della Via Sacra il tempio maggiore della
Città, sacro a Venere e a Roma, non rimase nel centro di Roma antica un
solo palmo di terra ove si potesse edificare; ella era come una spessa
selva di belli e sontuosi templi, di basiliche, di portici, di archi
trionfali, di monumenti; e al di sopra di quel mondo di meraviglie
qui si alzava lo smisurato anfiteatro Flaviano, ivi il torreggiante
castello imperiale, più discosto il Campidoglio dallo sfavillante tetto
dorato, ed a grande distanza sul Quirinale, secondo Campidoglio, il bel
tempio di Quirino.
Al di là di questo recinto, che formava il nucleo della Città, si
stendeva Roma imperiale da ogni lato, verso nord-est e a mezzogiorno
sui poggi, a nord-ovest lungo la pianura formata dalla valle del Tevere
e nelle regioni del Vaticano e del Transtevere dall’altra sponda
del fiume. Le colline su cui, come sull’Aventino, nei tempi della
Republica eransi innalzati di begli edificî, offrivano ampio spazio
al genio edificatore che si era diffuso dopo il tempo di Augusto.
Sull’Esquilino, sul Viminale, sul Quirinale furono condotte di belle
vie fiancheggiate da palazzi; e giardini magnifici, e piazze pei
mercati e terme si andarono costruendo fino ai tempi di Costantino, e
qua e là acquedotti dagli alti ed arditi archi rendevano lieta la città
delle acque che si diffondevano con corso maestoso. Più in là, nella
valle che dal Campidoglio si stendeva lungo il fiume, si elevavano
monumenti sì spessi, che l’occhio non poteva numerarli, nè la parola
descriverli, fra i quali il teatro di Marcello, il circo Flaminio, lo
splendido teatro di Pompeo cogli edificî annessi, che formavano un vero
mondo di delizie, il Panteon di Agrippa colle sue terme, i monumenti
degli Antonini colla colonna di Marco Aurelio (bel riscontro di quella
di Trajano), il grande stadio di Domiziano e finalmente, torreggiante
a somiglianza di monte ed ombreggiato da belle piante, il mausoleo
di Augusto dove dormivano le ceneri degli Imperatori. Ad esso faceva
riscontro dall’opposto lato del Tevere l’altra mole, ove avevano pur
sepoltura i Cesari defunti, il sepolcro meraviglioso di Adriano, che
respiceva sui giardini vaticani dai quali si passava alla regione del
Transtevere men bella di tutte, situata sotto l’antica cittadella del
Gianicolo.
Simili a splendida cintura, magnifiche muraglie degne della maestosa
città erano state edificate dall’imperatore Aureliano ad abbracciare
quell’ammasso di monumenti di marmo e di metallo, sui quali era
scolpita la storia del mondo. Quel vasto mare di edificî della Città
crescente di grandezza si era spinto al di là della linea segnata
dalle antiche fortificazioni di Servio, laonde Aureliano al dilatarsi
della città prefisse un confine con quelle mura, che furono in pari
tempo baluardo contro i Barbari che andavano sempre più avvicinandosi.
Soltanto una parte della regione Transteverina e della Vaticana
non aveva Aureliano compresa entro le mura, le quali circondavano
tutto il resto della città da ogni lato con numerose torri rotonde o
quadrangolari, forti arnesi di guerra che le davano aspetto imponente,
e, come il poeta Claudiano si esprime, ne rendevano veneranda la
fronte. Quelle tristi muraglie di colore oscuro, che nel corso dei
secoli videro tante tempeste frangersi contro, in parte crollate e
poi riedificate, ma che si mantennero sempre nella medesima linea
del vallo, riempiono anche oggidì chi le contempla di stupore e di
ammirazione; quasi che formassero una cornice di pietra su cui si
leggono nomi di Consoli, d’Imperatori, di Papi, e si mirano imprese
cavalleresche del medio evo e mille ricordanze che vi inscrissero i
secoli. Gl’imperatori Arcadio ed Onorio, per munirsi contro gli assalti
dei Goti, restaurarono nell’anno 402 le mura di Aureliano, come ne
porge notizia l’antica iscrizione che leggesi sopra la porta di san
Lorenzo. Se si badi al computo fatto da un geometra sette anni più
tardi, il circuito di Roma sarebbe stato di ventun miglia romane[5].
Per sedici porte uscivasi di Roma alla campagna[6]. Ventotto grandi vie
militari (oltre alle piccole strade intermedie) selciate di mattoni
poligonali di basalto, da Roma conducevano alle province, e, simili
a rete lanciata dal centro dell’Impero, partivano dal _milliarium
aureum_, ossia dalla pietra migliare dorata che Augusto aveva innalzata
ai piedi del Campidoglio. Esse attraversavano la Campagna di Roma,
fiancheggiate da monumenti sepolcrali, che in forma quale di tempietto,
quale di torre circolare o di piramide o di elevato sarcofago o di
urna, si elevavano innumerevoli, quasi a narrare i fasti della morte
che Roma lungo quelle strade aveva portata al mondo. La Campagna, vasto
territorio di genere sublime, or pianura verdeggiante ed ora deserto
arso dal sole, circondava la città. La tristezza di quel sepolcreto era
ivi interrotta da templi e da cappelle e confortata dalla vista delle
ville di Imperatori e di Senatori. La solcavano quattordici acquedotti,
monumento mirabile dell’arte, di cui ci scuote la grandezza onde ci
sono saggio i ruderi oggi esistenti. Trasportavano essi le acque verso
la città in linea retta per il corso di lunghe miglia, simili alle
schiere distese delle legioni trionfanti ch’entravano in patria. Per
loro arcate gigantesche versavano entro le mura di Roma con cataratte
di dolce declivio le acque accolte da ogni parte, e spandendole alle
innumerevoli fontane erette da Agrippa e dagli Imperatori, splendide di
bronzi e di marmi, dissetavano il popolo colle terse loro onde, e dopo
di aver provveduto alle delizie dei giardini, delle ville, dei laghi,
dei giuochi sulle acque, si diffondevano alle terme senza numero, fonti
di sanità e di voluttuosi piaceri[7].
Così Roma al principio del secolo quarto era pervenuta all’apogeo
dello splendore esterno. Ma allorquando ebbe raggiunto quel limite di
maturanza al di là del quale comincia uno stadio di sosta che precorre
la vecchiaja, essa rimase per un periodo di due secoli nelle condizioni
di una decadenza lenta e quasi insensibile in causa della sua stessa
grandezza. E a decadere incominciò sotto Costantino, e, se si voglia
determinare con esattezza, fu al tempo in cui quell’imperatore edificò
Bisanzio, novella Roma, ch’egli rese splendida e popolata, mentre
l’antica Città rapiva di molti capolavori dell’arte e rendeva deserta
di molte famiglie patrizie. Il Cristianesimo, allora onorato quale
religione dello Stato, recò alla canuta Città l’ultimo colpo, e come
la storia dei monumenti di Roma si chiude coll’erezione del grande
arco trionfale di Costantino, così s’inizia la storia delle sue rovine
coll’incominciamento del san Pietro, che si eresse coi materiali tratti
dal distrutto circo di Caligola e probabilmente anche colle rovine di
altri edifizî. Tuttavia era ancora sì splendida questa Roma deserta
dagl’Imperatori, in cui il Cristianesimo cominciava qua e colà una
opera di disfacimento, che ai tempi dell’imperatore Graziano, in sul
torno dell’anno 384, il retore Temistio sclamava: «Immensa è Roma,
Città celebre e illustre, mare di bellezze, che parola non vale ad
esprimere»[8]. E Ammiano Marcellino, Claudiano, Rutilio ed Olimpiodoro
celebrano con fervidissima ammirazione gli splendidi e numerosi suoi
monumenti.
La storia di Roma nel medio evo prende le mosse dai tempi imperiali:
laonde è forza che il leggitore conosca quali fossero i monumenti
principali della Città in quei tempi, quale il loro pregio, in
quali quartieri fossero situati. Lo scompartimento della Città in
quattordici Regioni fatto da Augusto, era rimasto sempre invariato,
colle istesse vie per ogni quartiere dette _Vici_, cogli stessi
magistrati del quartiere, colle medesime coorti di guardia. Ed i nomi
delle Regioni erano questi: _I. Porta Capena, II. Coelimontium, III.
Isis et Serapis, IV. Templum Pacis, V. Esquiliae, VI. Alta Semita,
VII. Via Lata, VIII. Forum Romanum Magnum, IX. Circus Flaminius, X.
Palatium, XI. Circus Maximus, XII. Piscina Publica, XIII. Aventinus,
XIV. Transtiberim_. Queste denominazioni, se non furono date alle
Regioni nello scompartimento ufficiale, furono consecrate dall’usanza
popolare e ne è conservata ricordanza in due Descrizioni topografiche
della città compilate al tempo di Costantino ed a quello posteriore di
Onorio o di Teodosio il giovane, Descrizioni conosciute sotto il nome
di _Curiosum Urbis_ e di _Notitia_. Sono una specie di catalogo ove
con narrazione regolare si descrivono i monumenti compresi in ciascuna
delle quattordici Regioni. In sulla fine v’è aggiunta l’enumerazione
delle biblioteche, degli obelischi, dei ponti, dei colli, degli
orti, dei fori, delle basiliche, delle terme, degli acquedotti, delle
vie di Roma, e da ultimo una breve statistica. Le notizie che se ne
ricavano, benchè sieno talvolta oscure e dubbie, hanno tuttavia valore
inestimabile, perchè sono uniche fonti autentiche a cui possiamo
attingere per formarci un’idea delle condizioni di Roma al secolo
quarto ed al quinto. E dietro la loro guida condurremo il leggitore
ad avere contezza dei luoghi e dei monumenti che furono teatro agli
avvenimenti succeduti durante l’età di mezzo[9].
§ 3.
Le prime sette Regioni di Roma.
La prima Regione di Roma, detta _Porta Capena_, si spingeva al di là
dell’antica porta aperta nel vallo di Servio fino alle mura Aureliane,
oppure ancor più in là oltre la porta Appia, oggidì detta di san
Sebastiano. Attraversata dalla Via Appia e dalla Via Latina, si
stendeva verso la città fino alle falde del monte Celio. Comprendeva
la celebre valle della ninfa Egeria col suo bosco sacro, un santuario
eretto ad onore delle Muse ed il tempio famoso di Marte in prossimità
del quale scorreva il rivo dell’Almo celebrato nelle due Descrizioni
che ci sono guida, e da cui era conservata viva la ricordanza del culto
della dea Cibele. Non molto lungi, sulla Via Appia ed entro la cerchia
delle mura, s’elevavano tre archi trionfali ad onoranza di Druso, di
Vero e di Trajano: e di essi, uno che si reputa esser l’arco di Druso
sta ritto anche al dì d’oggi, di fronte alla porta odierna, benchè
l’invidia del tempo gli abbia recato guasto non lieve. La popolazione
in questo quartiere deve essere stata assai densa, perchè esso formava
un sobborgo che metteva capo al circo di Massenzio ed al sepolcro
di Cecilia Metella. Questi due monumenti ai tempi di Onorio erano
ancora in perfetta condizione: il circo era il più recente ed ultimo
edificio di quel genere che privata persona avesse eretto in Roma
e probabilmente non era allora più in uso: il sepolcro già antico e
coperto di musco era tuttavia rivestito perfettamente del suo intonaco
esterno di marmi e adorno di suoi fregi, chè ancora erano lontani
i tempi barbarici nei quali doveva essere tramutato in fortezza. In
questo quartiere avevano sepoltura le salme dei Pagani e dei Cristiani
di Roma, perocchè al di sotto delle tombe della via Appia fosse e sia
ancora l’ingresso al cimitero di san Calisto, dove con lunghi e stretti
corridoi e con celle che scendevano a tre ed a cinque ripiani sotto
terra, i Cristiani da lunghi anni andavano costruendo una necropoli,
fino al tempo in cui l’Editto di Costantino poneva in onoranza alla
luce del giorno la figura della Chiesa, che involta nel secreto era
cresciuta nelle cripte dei Martiri. E già nel secolo sesto un luogo
della via Appia i Romani denominavano: _ad Catacumbas_[10]. Oltre
ad altri edificî di niuna importanza esistenti in quella Regione,
la _Notitia_ parla anche delle terme di Severo e di Commodo e del
misterioso _Mutatorium Caesaris_, di cui non ci curiamo come di quello
che non ha importanza nella storia del medio evo[11].
_Coelimontium_ era la seconda Regione. Nel suo territorio non molto
esteso comprendeva il monte Celio, da cui si estendeva dietro il
Colosseo. La _Notitia_ ci narra che qui erano situati il tempio di
Claudio, il _Macellum Magnum_ ossia la grande piazza del mercato,
la stazione della quinta coorte della guardia, i _Castra peregrina_
ossia l’accampamento ove in tempo posteriore ebbero stanza le legioni
straniere, il _Caput Africae_ ch’era una via di cui occorre menzione
soventi volte nella storia di Roma dei tempi di mezzo[12], ed edificî
eretti presso l’anfiteatro di Vespasiano nei quali avevano loro dimora
i gladiatori.
Di quell’edificio mirabile che non era ancora chiamato Coliseo,
come ebbe nome nel secolo ottavo, fanno menzione le due Descrizioni
antiche allorchè parlano della terza Regione, _Isis et Serapis_. Cento
sessant’anni prima che Onorio ivi desse i suoi giuochi, Filippo, a
render solenne il millesimo anniversario della fondazione di Roma,
aveva celebrate feste secolari splendidissime in quell’anfiteatro,
che poco tempo innanzi Alessandro Severo aveva restaurato dal
danneggiamento che in parecchi luoghi vi aveva recato una folgore
scoppiata nell’anno 217. Ai tempi di Onorio questo edificio magnifico
era in condizione perfetta, con tutte le arcate che sostenevano i
suoi quattro ripiani, con tutti i suoi pilastri; nè una mancava di
tutte le sue statue, nè uno dei suoi seggi che, stando alle notizie
tramandateci nelle descrizioni più volte citate, ascendevano a ben
87,000. La Regione in cui era situato l’anfiteatro conservava ancora il
nome originale _Isis et Serapis_ che le era derivato da santuarî eretti
ad onore delle due divinità d’Egitto e dei quali più non si conserva
vestigio. E in simil modo niuna traccia è rimasta della _Moneta_,
onde aveva nome la Zecca imperiale situata in questo quartiere, niuna
traccia del _Ludus magnus_ e del _Ludus Dacicus_ ch’erano bellissimi
ginnasî di gladiatori; nè pietra rimaneva dell’accampamento dei marinai
del Miseno (_Castra Misenatium_) e del portico di Livia. Il luogo
ov’erano situate le terme di Tito e di Trajano, che le Descrizioni qui
pongono, conosciamo dai ruderi che ne rimangono. Egli è incerto però
se quegli splendidi bagni di cui Tito aveva gettate le fondamenta là
dove sorgeva l’aurea casa di Nerone e che erano stati poi compiuti da
Trajano, fossero ancora ai tempi di Onorio il convegno degli uomini
eleganti di Roma, posto che le terme di Diocleziano, di Costantino
e di Caracalla avessero innumerevoli visitatori. Tuttavia in quel
tempo il Romano poteva ancora deliziarsi in quella sontuosa casa di
piaceri, poteva mirare il gruppo del Laocoonte nel luogo ove in origine
era stato innalzato, e ricreare l’animo colla vista degli splendidi
dipinti, che coi vaghi concepimenti dell’arte mitigavano la tetra
severità di quei corridoi e di quelle sale dalle vôlte elevate[13].
L’anfiteatro segnava il confine tra la terza e la quarta Regione.
S’alzava quest’ultima di fronte al Foro romano e si stendeva fino ai
Fori imperiali ed oltre alla Via Subura fino alle Carine. Aveva avuto
il suo nome prima dalla Via Sacra, indi dal tempio della Pace. Nelle
due Descrizioni non troviamo però più alcun cenno di questo illustre
monumento eretto da Vespasiano, perocchè già nell’anno 240 il folgore
l’avesse ridotto a un cumulo di macerie. Prossima all’anfiteatro
s’alzava allora la fontana di Domiziano, la _Meta sudans_, i cui ruderi
elevantisi in figura conica eccitano tristezza in chi li mira. In
quel tempo esisteva ancora il celebre colosso di Zenodoro, che eretto
prima ad onoranza di Nerone, era poi stato da Adriano trasportato
sotto il gran tempio da lui innalzato al duplice culto di Roma e di
Venere. Questo tempio, monumento sublime eretto da Adriano, colle
smisurate colonne d’ordine corinzio e col suo tetto dorato, era ancora
la più splendida creazione dell’arte in Roma. La quarta Regione era
illustre fra tutte per la bellezza degli edifizî che s’alzavano entro
i suoi confini presso l’arco di Tito e lungo la Via Sacra, tra i quali
s’ergeva, bellissimo fra tutti, la _Basilica nova_, che, edificata
da Massenzio, era stata inaugurata nei tempi di Costantino, e le cui
grandiose ruine furono in Roma per lungo tratto di tempo reputate
erroneamente ruderi del tempio della Pace. Nelle Descrizioni è fatto
cenno del tempio di Giove Statore, del tempio di Faustina, della
basilica di Paolo, del _Foro Transitorium_, del quale ammiransi ancora
i magnifici ruderi d’un portico dedicato a Minerva[14]. Vi è fatta
menzione del tempio della Terra, della celebre Via Subura, e parlano
del _Tigillum Sororium_, monumento che esisteva nel _Vicus Cyprius_
a ricordanza di Orazio e della sorella da lui uccisa, e che i Romani
conservavano con cura gelosa, come già diligente opera davano alla
conservazione della sacra casa di Romolo sul Palatino e della favolosa
nave di Enea sulla sponda aventina del fiume.
Nella descrizione della quinta Regione la _Notitia_ ci tragge sul monte
Esquilino e su una parte del Viminale. Ci parla dal _Lacus Orphaei_,
ch’era un serbatojo di acque adorno della statua di quell’antico; ci
descrive il _Macellum Liviani_ o _Livianum_, grande piazza del mercato
delle grasce edificata da Augusto, ed i portici sotto i quali erano
i venditori del mercato; ci descrive il _Nymphaeum_ di Alessandro,
bel monumento eretto da Alessandro Severo a ornamento d’una grande
fontana[15]. Sappiamo che più lungi erano l’accampamento della seconda
coorte della guardia, i giardini di Pallante, famoso liberto di
Claudio, il tempio eretto da Silla ad onore di Ercole, l’_Amphitheatrum
Castrense_, il _Campus Viminalis_, il tempio di Minerva Medica ed il
santuario di Iside Patricia. E quest’ultimo dev’essere stato situato
nella via più bella del quartiere, nel _Vicus Patricius_, dove fra
le altre terme erano quei bagni di Novato, di cui è ricordanza nella
storia dei primi secoli di Roma cristiana. Al tempo della decadenza
della Città, in tutto il territorio dell’Esquilino, del Viminale ed in
una parte del Quirinale avevano dimora le classi più povere del popolo,
alle quali davano sovvenzioni negli ultimi secoli gl’Imperatori colle
imposizioni onde gravavano le terme. Le descrizioni non collocano in
questa Regione, come fanno il falso Vittore e Rufo, le terme di Olimpia
poste sul Viminale al di là della Subura e neppur ne fanno menzione.
I Martirologî narrano che in questo quartiere morisse santo Lorenzo
e la tradizione ricorda che qui si innalzasse la chiesa antica di san
Lorenzo in Panisperna.
Le rimanenti terme di Roma erano situate nella sesta Regione, _Alta
Semita_. Riceveva il nome da una via, la quale credesi che dal
Quirinale si volgesse alla porta Nomentana. Ivi sul Quirinale le due
Descrizioni che ci sono guida collocano il tempio antico e bello della
Salute ed il tempio di Flora, che s’ergeva in vicinanza del _Capitolium
antiquum_. Era questo l’antico Campidoglio di Roma posto sul vertice
del colle ed opera di Numa, col celebre tempio ove in triplice cella
erano collocate le statue di Giove, di Giunone e di Minerva. Ed uno dei
più mirabili fatti di cui ci conservi ricordanza la _Notitia_ è che
questo modello antichissimo del Campidoglio, che in tempi posteriori
sorse sul Tarpeo, ergevasi ancora in piedi nel secolo quinto. E
sappiamo dall’istessa fonte che esisteva pure il tempio di Quirino, uno
dei più celebri e belli monumenti sacri della Città, il quale ad opera
di Augusto era stato con magnificenza restaurato. Non havvi dubbio che
esistesse ancora il bel portico di Quirino sostenuto da colonne che
Marziale celebra in un epigramma, e sembra che ancora durasse in piedi
non lungi dal tempio quella statua di piombo di cui era stato autore
quell’antico Mamuro Veturio che aveva gettato in metallo lo scudo
ancilio. Ed infatti le Descrizioni la dicono situata fra il tempio di
Quirino e le terme di Costantino. Questo gigantesco edifizio destinato
al bagno fu l’ultimo che vedesse sorgere Roma pagana, fu l’ultimo
grande monumento costruito nello stile artistico dell’antichità, e
con esso si chiuse la lunga serie delle opere imperiali destinate ad
utilità del popolo. Al tempo di Onorio, e molto dopo ancora, s’ergevano
dinanzi a quelle terme i due celebri colossi dei domatori di cavalli.
Quell’edificio però deve essere stato in cattiva condizione, forse a
causa di un incendio o di qualche altro danneggiamento che lo scrollò
nell’anno 367, quando il popolo si sollevò contro il prefetto Lampadio
il cui palazzo sorgeva nelle vicinanze, e nel 443 ad opera di Perpenna
dev’essere stato racconcio.
Ancor più grandiose e magnifiche erano le terme che Diocleziano aveva
edificate in questa Regione sul Viminale. Erano le più estese di Roma,
ed esse e le terme di Caracalla erano il ridotto più gradito a cui
accorreva tutta la Città. Testimonî vivi di loro grandezza rimangono
anche al dì d’oggi ruderi giganteschi. Al tempo d’Onorio erano
ancora nel loro splendore primiero, ed i Cristiani di Roma dovevano
mirare ad esse con orrore e con disdegno pio, perocchè Diocleziano
a fabbricarle avesse usato dell’opera di parecchie migliaja di
schiavi cristiani. Ma la bellezza dei marmi e dei dipinti, e le sale
suntuose, e le stanze adorne di splendidi musaici, e la raffinatezza
d’ogni voluttà le rendevano grato convegno degli uomini eleganti.
Se si creda ad Olimpiodoro, nelle stanze di quei bagni contenevansi
duemillequattrocento vasche[16].
Non meno celebri erano gli orti di Sallustio che dal Quirinale si
stendevano nelle vicinanze di monte Pincio ed in direzione della porta
Salara. Erano soggiorno favorito degl’imperatori Nerva ed Aureliano,
splendide dimore in cui si riunivano le delizie dei giardini, dei
bagni, dei templi, del circo, dei bei viali fiancheggiati da alte
colonne. Ne fa menzione la _Notitia_ senza dire però che queste case
sallustiane fossero già cadute in rovina. Imperocchè fossero i primi
edificî di Roma che cinque anni dopo il trionfo di Onorio rovinassero.
Sembra che presso questi giardini fosse situato il _Malum Punicum_
e la così detta _Gens Flavia_. Era il primo un quartiere il cui nome
«Melogranato» dev’essere derivato da qualche monumento colà esistente
o da qualche albero che in quello spazio avesse fiorito. Ivi Domiziano
aveva trasformato le sue case in un tempio destinato ad accogliere dopo
morte la sua salma ed a sepolcro della gente Flavia.
Gli orti di Sallustio erano situati all’estremo confine della sesta
Regione, di fronte a monte Pincio, verso porta Pinciana: l’ultimo
confine di quella Regione nella direzione della porta Salara e
della porta Nomentana tenevano i _Castra Praetoria_. Non fa cenno il
_Curiosum_ di questo accampamento dei Pretoriani sulle rive del Tevere,
ma ne parla abbastanza chiaramente la _Notitia_, quantunque Costantino
lo avesse distrutto e Aureliano prima vi avesse condotto sue mura.
Per passare alla settima Regione, dai tre colli volti a nord-est si
discendeva nella bassa pianura situata sotto il monte Quirinale ed il
Capitolino, verso il campo di Marte. La denominazione _Via Lata_ aveva
ricevuta dalla via che corrisponde precisamente alla parte inferiore
del Corso odierno. La _Notitia_ conserva ricordanza di un arco di
trionfo ivi eretto detto _Arcus Novus_, ma senza darne illustrazione:
sembra che fosse eretto là dove la Via Lata si congiungeva alla strada
Flaminia. Il più splendido edificio di questa Regione era il celebre
tempio da Aureliano innalzato ad onore del Sole sul pendio del monte
Quirinale, edificio gigantesco di magnificenza orientale, che nel
secolo quinto doveva reggersi ancora in piedi ma che nel secolo sesto
già rovinava[17]. Al di sotto di quello era situato probabilmente il
campo di Agrippa, piazza magnifica ornata di bei portici e ridente
di giardini che servivano ai sollazzi del popolo. Il grande numero di
portici come i _Gypsiani_ ed i _Constantini_, l’ampio _Forum Suarium_
ove tenevasi il mercato dei majali, e i vasti giardini (_Horti
Largiani_) dimostrano che questo quartiere della Città situato in
quel basso territorio dev’essere stato un centro animatissimo di vita
popolare, collocato com’era tra il campo di Marte e quella Regione che
comprendeva il Foro romano, le piazze imperiali ed il Campidoglio.
§ 4.
L’ottava Regione di Roma.
Nella Regione più illustre, nella ottava, che aveva nome di _Forum
Romanum Magnum_ e che poteva dirsi il centro in cui doveva svolgersi la
storia di Roma, specchiavasi la grandezza dell’Impero del mondo: perchè
ivi monumenti sublimi d’ogni genere e innumerevoli, ivi splendide
ricordanze che la vista dei templi, delle colonne commemorative, degli
archi di trionfo, dei rostri, delle basiliche rendeva più vivaci. Egli
è prezzo dell’opera indugiarvici sopra alcun tempo, tanto grande era
ancora lo splendore di quelle opere magnifiche, delle quali non era
spenta la maestà se anche interrotta l’operosità d’un tempo, riunione
di monumenti giganteschi che i secoli posteriori non vedranno più e che
ad imaginare è impotente la fantasia più vivida e calda.
Cominciando dal Campidoglio, dei cui edifizî la _Notitia_ non dà
particolare descrizione, tutti comprendendo nel concetto generale di
_Capitolium_, ciò che a prima vista ne colpisce lo sguardo è il tempio
di Giove Capitolino. Da quel tempio riceveva il Campidoglio nome di
aureo, e probabilmente ne deriva la dizione di _Aurea urbs_ onde Roma
durante il medio evo era appellata. Perocchè il tetto fosse ricoperto
di lamine di bronzo dorato, e le colonne avessero dorate le basi ed
i capitelli, e riccamente dorati fossero bassi rilievi e statue. E le
porte erano di bronzo dorato, e lamine d’oro ne coprivano i battenti.
Ricchezza sì grande di prezioso metallo doveva eccitare l’avidità dei
conquistatori: eppure nè i Goti, nè i Vandali toccarono a quei sontuosi
ornamenti del tempio; chè uno Storico pagano ci narra: primo Stilicone
aver messe le ingorde mani sulle lamine ond’erano ricche le porte. Che
il tempio, quantunque spogliato, si conservasse in perfetta condizione
ancora ai tempi di Onorio, sembra potersi ricavare da Claudiano; e
Procopio in termini positivi cel dice[18]. Quale fosse in quel tempo
l’aspetto del Campidoglio, in quale stato fossero i suoi templi
antichi, il suo _Asylum_, il suo _Tabularium_ di cui ammiriamo ancora
gli avanzi, se ancora avesse l’ornamento di un numero infinito di
statue, non vogliamo indagare. Mesto alla vista e crollante sarà stato
quel delubro antico ed illustre dopochè la Religione cristiana ebbe
posto in bando quel culto che ne rendeva venerate le sacre mura.
Se discendiamo il _Clivus Capitolinus_ e lungo la via dei Trionfatori
procediamo verso il Foro (siamo al tempo di Onorio), troviamo sotto
il _Tabularium_ parecchi templi che allora s’ergevano in tutto lo
splendore primiero e di cui oggidì vediamo cumuli di rovine: sono il
tempio della Concordia situato dietro l’arco di Severo, il tempio di
Saturno, e quello di Vespasiano e di Tito. Di tutti conserva ricordanza
quell’antico catalogo e fa menzione dell’aureo Genio del popolo romano
ossia del tempio a quello eretto, e parla della statua equestre di
Costantino che deve essersi conservata lungo tempo ancora presso l’arco
di Severo e che non può certo andare confusa con quella celebre di
Marco Aurelio[19]. In vicinanza altre statue s’ergevano, ed una era
stata innalzata ad onore del grande Stilicone. Ricorda la Descrizione
il _Milliarium aureum_ ossia la pietra migliare dorata che Augusto
aveva eretta presso l’arco di Severo, e la distingue con precisione
dall’_Umbilicus Romae_. I rostri erano situati in tre luoghi:
gl’imperiali in vicinanza dell’arco di Severo, i rostri giulî di fronte
al tempio del _Divus Julius_, i rostri del popolo dirimpetto al tempio
di Castore. Le Descrizioni citate non parlano dell’arco di Severo nè di
quello di Tiberio, eppure al quinto secolo dovevano elevarsi di fronte
al tempio di Saturno. Ed ambidue ornavano la fronte del Foro ove il
Campidoglio scende in pendio.
L’enumerazione dei rimanenti edificî che fa la _Notitia_ nel descrivere
il Foro, non è completa; vi si ricordano soltanto i più illustri. Prima
d’ogni altro parla del Senato, e sembra che ne descriva il novello
palazzo eretto da Domiziano là dove sorge oggidì la chiesa di santa
Martina e quindi situato poco lungi del luogo ov’era l’arco di Severo,
nel lato del Foro che per lungo tempo fu il più cospicuo per bellezza
di monumenti. In quel tempo conservavasi forse ancora la _Curia Julia_
più antica, situata sul declivio del Palatino. Non ne fa cenno la
_Notitia_; ma siccome essa parla di una _Curia vetus_ posta nella
decima Regione, Palatina, così può cogliere nel vero chi sostenga che
desse quel nome alla Curia di Giulio Cesare, per distinguerla dalla
novella Curia ossia dal Senato. Un’iscrizione trovata nella chiesa di
san Martino parla di un _Secretarium_ del Senato edificato nell’anno
399, che ad opera di un prefetto fu nel 407 racconcio[20]. Sembra
dunque che non più nella Curia antica, ma in questo novello palazzo si
congregasse il Senato ai tempi di Onorio, per iscansare forse litigi
coi senatori cristiani.
Nell’istesso quartiere era anche il tempio illustre di Giano
Gemino. Non ne è fatto cenno dalla _Notitia_, ma Procopio ne parla
diffusamente, ed a noi toccherà spesso di tenere discorso di questo
tempio che il popolo nel medio evo reputava fatato. La _Notitia_
ricorda che da questo lato del Foro s’ergeva la _Basilica Argentaria_
situata presso il _Clivus Argentarius_ (detto oggi Salita di Marforio);
non fa cenno però nella descrizione di questa Regione, della basilica
di Emilio Paolo, di cui parla ove discorre della Regione quarta,
limitrofa alla ottava. Il sontuoso monumento della famiglia Emilia,
adorno di belle colonne di marmo di Frigia, era situato presso al
luogo dove sorge oggidì la chiesa di santo Adriano, e ad esso faceva
riscontro dall’altro lato del Foro la basilica Giulia, di cui gli scavi
praticati hanno fatto conoscere la posizione precisa. La Descrizione
ci fa sapere che alla parte del Foro volta a mezzogiorno era il _Vicus
Jugarius_, lo stadio greco, la basilica Giulia, il tempio di Castore,
e finalmente il santuario di Vesta. Per la qual cosa vediamo che ai
tempi ancora di Onorio, il Foro splendeva in tutta la sua pompa; e nel
terreno che stava intorno all’arco di Severo, era movimento di vita
politica, miserando avanzo dell’antica vita operosa.
Di qui si passava alle piazze imperiali. Secondo la narrazione della
_Notitia_ erano quattro, tutte limitrofe, il foro di Cesare e quelli
di Augusto, di Nerva e di Trajano. Al tempo in cui furono compilate le
due Descrizioni, duravano ancora in tutta la pompa di loro bellezza
antica; il primo col tempio di Venere e colla statua equestre di
Cesare; il secondo col grande tempio di Marte Ultore, di cui oggi
stanno ancora ritte in piedi tre magnifiche colonne corinzie maestre
dell’arte antica; il terzo col tempio di Pallade; il quarto finalmente
doveva accrescere per lungo tempo splendore alla Città colla colonna
celebre di Trajano, monumento sacro di Roma, che, dal barbarico medio
evo rispettato, pugnando cogli anni dura meraviglia del mondo. Ed in
quel tempo l’osservatore era commosso ad ammirazione alla vista delle
due Biblioteche, della statua equestre del grande Imperatore e del
suo arco trionfale che probabilmente colà ergevasi ancora in piedi:
imperocchè, siccome ad onoranza di Trajano erano stati innalzati
in Roma parecchi archi di trionfo, sia opinione tra gli Archeologi
quasi universale, che quell’arco sorgesse nel suo Foro e che poi si
rubasse delle sculture e dei fregi per ornarne l’arco di Costantino.
Quanta fosse la meraviglia a cui era commosso l’animo di colui che
contemplasse questo Foro stupendo, cel dice Ammiano Marcellino in un
bel passo in cui è celebrata la splendida magnificenza della grande
Città. Quarantotto anni innanzi che Onorio facesse il suo ingresso
in Roma, vi veniva l’imperatore Costanzo accompagnato dal principe
persiano Ormisda. «Visitava egli», dice Ammiano, «i quartieri tutti
della Città posti sul vertice e sul pendio dei sette colli e nelle
vallate sottoposte; e via via che la percorreva, credeva che le
bellezze vedute da altre non potessero essere superate: ammirava il
tempio di Giove tarpeo, splendido come opera divina l’umana antecede;
vedeva le terme vaste come borgate, la mole dell’anfiteatro, che
costruita dei massi di marmo di Tivoli s’ergeva eccelsa sì che occhio
umano poteva a fatica osservarne le cime; e mirava attonito il Panteon
colle sue vôlte sublimi simile a rotonda sfera celeste, e le altissime
colonne a cui si ascendeva per dolcissime scalee adorne delle statue
degli antichi Imperatori; e lo empievano di stupore il tempio della
Città e il foro della Pace e il teatro di Pompeo e lo stadio e i
monumenti tutti onde l’eterna Roma va illustre e superba. Or com’egli
fu venuto al foro di Trajano, a quel miracolo d’arte, che male non
ci apponiamo se diciamo unico in suo genere sotto il sole, e cui non
potrebbero mancare gli Dei stessi di tributare ammirazione, restò
simile ad uno scosso dal folgore, quasi trasognato fissando lo sguardo
su quei monumenti titanici che lingua non può descrivere, nè artefice
mortale può presumere di eguagliare. E cadutogli l’animo di provarsi in
qualche opera simile, disse: Il solo cavallo di Trajano, che portava
la statua di questo Principe collocata nel mezzo dell’atrio, volere e
poter imitare. Ma il principe Ormisda che stavagli accanto, acutamente
gli diceva: Concedi però, o Imperatore, che a simil cavallo simile
scuderia devi prima preparare, se tu il possa; il destriero che tu
ti proponi di costruire non può che in uno spazio splendido sì come è
questo essere collocato. E chiesto quel Principe che pensasse di Roma,
rispose: Esser lieto di ciò solo, che aveva saputo, anche a Roma gli
uomini essere mortali[21]. E dopochè l’Imperatore ebbe tutto veduto
con meraviglia profonda, accusò la Fama di impotente o di maligna,
perocchè essa, che sempre e tutto esagera, fosse tuttavia insufficiente
a narrare lo splendore di Roma. E consigliato a lungo seco stesso che
far dovesse, deliberò voler aggiungere alle bellezze di Roma altre
di genere simile, ed innalzò nel Circo massimo un obelisco di cui a
luogo opportuno parlerò.» Nel foro di Trajano erano erette statue ai
grandi filosofi, ai poeti ed agli oratori dell’antichità, ed altre in
seguito furono aggiunte. Così una fu innalzata a Claudiano più tardi,
sotto il reggimento di Avito, ed una fu collocata ad onore del poeta
Sidonio Apollinare. E ai tempi ancora del poeta Venanzio Fortunato,
sul principio del secolo settimo, nelle sale della biblioteca Trajana
leggevansi i poemi di Virgilio, e recitavansi i versi ampollosi o
aspramente sonanti dei poeti viventi in quella età[22].
La dipintura che Ammiano Marcellino dà di Roma ai tempi di Costanzo,
possiamo confortare della testimonianza di uno scrittore contemporaneo.
Ai tempi di quell’Imperatore, uno Scolastico, di cui non ci pervenne
il nome, compilava un’opera in cui proponevasi di dare la descrizione
del mondo e delle province del romano Impero e singolarmente d’Italia,
sotto il cui nome egli voleva significare propriamente l’Italia
centrale. Dopo di averne celebrate le città e di aver lodati i vigneti
del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tosco, soggiungeva:
«Oltrecciò quel paese possiede, bene massimo, Roma splendida di edificî
divini. Perocchè tutti gl’Imperatori ivi innalzassero opere superbe
che ne eternassero la ricordanza. E chi può numerare i monumenti di
Antonino? Chi può descrivere le bellezze delle opere di Trajano? Ivi si
trova il circo, edificio superbo, illustre per le statue di bronzo che
ne sono decoro sontuoso[23].»
§ 5.
Le ultime sei Regioni di Roma.
Il _Circus Flaminius_, nona Regione, era situato là dove è oggi la
parte più popolata della Città. È quella vasta e bassa pianura che dal
Campidoglio si stende fino alla odierna piazza del Popolo dirimpetto
al ponte di Adriano. Comprendeva dunque quel celebre campo di Marte,
il quale, al tempo di Augusto, era splendido e bello da strappare a
Strabone una descrizione animatissima in cui esprimeva l’ammirazione
più viva. Ma un incendio scoppiato ai tempi di Nerone, e le innovazioni
operate da quegl’Imperatori che gli succedettero e che fecero a gara
nell’erigere monumenti, mutarono l’aspetto di questa estesissima
Regione. Splendidissimi edifizî di ogni maniera sorsero d’ogni dove
ricoprendola intieramente in modo da poter essere chiamata novella Roma
imperiale e brillante di tanto splendore, che allo stesso Strabone
sarebbe venuta meno la potenza di divisarne le bellezze a parole. La
_Notitia_, senza accennare al circo Flaminio che negli ultimi tempi
del Medio evo stava ancora nella massima parte in piedi, parla delle
scuderie, che erano vicine, per i cavalli del circo. Ommettendo di
discorrere dell’anfiteatro di Statilio Tauro, parla subito dopo di
tre teatri, di quello cioè di Balbo che comprendeva 11510 stalli per
gli spettatori, di quello di Marcello la cui negra e gigantesca mole
tuttora oggi lascia in parte riconoscere l’antico splendore e che aveva
17580 seggi, del teatro di Pompeo che ne capiva ben 22888. La _Notitia_
tace dello Ecatostilo, ossia portico di Pompeo, e ci abbandona alle
forze della fantasia nel pensare ai bei viali di platani e alle piazze
che rendevano incantevole quel luogo. Degli altri portici che sappiamo
essere ivi esistiti, fa cenno soltanto di quello di Filippo avo di
Augusto; nè parla dell’altro prossimo di Ottavia, che Augusto aveva
formato allargando quello antico di Metello e che, al tempo in cui fu
compilata la Descrizione, doveva conservarsi perfetto. I suoi ruderi
grandiosi vediamo ancora nelle vicinanze del Ghetto odierno.
Non lungi di lì era il portico a due navate di Minucio, _Minucias
duas_, come lo intitola la _Notitia_, ossia _Minucia vetus_ e
_frumentaria_; e sotto quest’ultimo portico facevansi negli ultimi
tempi dell’Impero le distribuzioni di grano agli operai bisognosi
e scioperati. Trovavasi lì presso la cripta di Balbo, ch’era
probabilmente un portico coperto che conduceva al teatro di lui. Se a
tutti questi portici si aggiunga l’altro sostenuto da colonne ed eretto
da Gneo Ottavio, che dal circo Flaminio conduceva il passeggiero al
teatro di Pompeo, si può avere una idea della moltitudine di edificî
mirabili che coprivano quel territorio, il quale viene a corrispondere
presso a poco allo spazio che dal palazzo Mattei si stende oggidì al
palazzo Farnese. Più in là, in direzione del fiume, Teodosio, Graziano
e Valentiniano, ventitre anni circa prima che Onorio entrasse in Roma,
avevano edificati di bei portici (_porticus maximae_), ed un arco
trionfale dirimpetto al ponte di Adriano, che si conservò fino alla più
tarda età del medio evo e la cui iscrizione copiata dal pellegrino di
Einsiedeln fu a noi tramandata.
A dritta dell’arco, era il portico di Europa di cui tace la _Notitia_;
come tace di quello di Ottavio, laddove fa menzione del portico degli
Argonauti e di quello di Meleagro, i quali, mettendo capo alla basilica
di Nettuno, devono essere stati situati nei dintorni della Septa Julia.
E questo recinto, ove i Comizi centuriati anticamente radunavansi, e la
Villa Publica adiacente, in cui gli ambasciatori dei popoli stranieri
ricevevansi, la _Notitia_ oltrepassa in assoluto silenzio.
Se di qui ci volgiamo nella direzione ov’è oggidì piazza Navona,
veniamo in luogo ov’era situato il campo Marzio, in quella parte più
ristretta della bassa pianura ch’è esterna al campo Flaminio ed al
Tiberino. L’antico campo Marzio, dall’altare di Marte eretto al di là
del Mausoleo di Augusto, si stendeva forse fino al ponte Milvio, in
maniera che la parte maggiore del sobborgo rimaneva fuori delle mura
erette da Aureliano. Perocchè la porta Flaminia che si apriva vicino al
punto ov’è l’odierna porta del Popolo, desse sulla parte centrale del
campo Marzio, e la muraglia della Città guernita di torri, stendendosi
lungo il corso del fiume, si spingesse fino al ponte del Gianicolo (S.
Sisto). Nel terreno del campo di Marte, compreso tra le mura dall’un
lato, e la Via Lata e la Via Flaminia dall’altro, si ergevano gli
edificî di cui la _Notitia_ fa cenno, benchè nella sua descrizione non
si spinga fino alle vicinanze del Mausoleo di Augusto.
Qui era il grande stadio di Domiziano capace di 33088 seggi, edificio
mirabile sul cui terreno è costruita la bella piazza Navona. Più in là,
il _Trigarium_, circo di dimensioni minori, e l’_Odeum_ destinato alle
prove musicali, che va rinomato tra le opere celebri di Costanzio e che
quindi dev’essere stato mirabilmente bello. Sul Panteon di Agrippa non
occorre fermarci di troppo, perchè questo monumento splendidissimo,
eretto dal grande benefattore di Roma, è ancora una delle gemme
dell’arte onde la grande Città va altera, conservatosi perfetto anche
dopo che caddero in rovine i bagni ai quali in origine era congiunto,
insieme a quelli di Nerone situati a piccola distanza da esso, e che
da Alessandro Severo furono ampliati. Degli uni e degli altri, che
esistevano ancora, fa cenno quella Descrizione antica.
Dall’altro lato del Panteon era il tempio di Minerva, sul cui terreno
si alza oggidì la chiesa di _S. Maria sopra Minerva_. Poco distante
era un tempio dedicato ad Iside e a Serapide. In direzione della
Via Lata altri edificî avevano eretto gli Antonini, ad imitazione di
quelli fatti costruire da Trajano e da Adriano; perocchè ivi fossero
la basilica di Marciana e quella di Matidia, un tempio innalzato ad
onoranza di Adriano, una colonna alla memoria di Antonino, ed ivi il
Senato avesse edificato un tempio a Marco Aurelio, e a ricordanza di
quel Principe avesse elevata la grande colonna che, insieme a quella
di Trajano, doveva sopravvivere alla caduta di Roma. Di due illustri
monumenti che avevano avuto origine sotto l’impero di Augusto, il
secondo dei quali esisteva certo nel secolo quinto e lungo tempo dipoi,
tace la _Notitia_: vogliamo dire del gnomone od orologio solare, il
cui obelisco vedesi oggi sul monte Citorio, e del bel mausoleo che
quell’Imperatore aveva eretto a sè ed alla sua famiglia. E la _Notitia_
ommette di descrivere la parte esterna del campo Marzio verso le mura
di Aureliano, ove molti cittadini ragguardevoli e parecchie famiglie
illustri avevano sepoltura. Ivi erano la tomba di Agrippa, collocata
presso a poco ov’è l’odierna piazza del Popolo, e i sepolcri della
famiglia Domiziana eretti su quel terreno in cui era stata più in
antico deposta la salma di Nerone, e situato al di sotto dei giardini
Domiziani e Luculliani che stavano sul monte Pincio. Ed ancora ai
tempi di Belisario, il palazzo dei Pinci su quel colle ridente di bei
giardini si ergeva, abitazione sontuosa.
La decima Regione comprendeva il monte Palatino, che, dai palazzi
degl’Imperatori ivi esistenti, ebbe nome di _Palatium_. Queste
splendide case dei Cesari che coprono oggidì il colle di rovine
colossali, quali sparse in tortuoso labirinto, quali in tristi cumuli
ammonticchiate, ai tempi di Onorio ed a quelli posteriori degli
Esarchi erano abitate, quantunque in più parti cadute e dell’antica
magnificenza di ornamenti deserte. Molti Imperatori da Augusto ad
Alessandro Severo avevano dato opera ad edificarvi: Augusto e Tiberio
ne avevano gettate le fondamenta, ed avevano edificate le parti
principali del palazzo alle quali la _Notitia_ dà nome di _Domus
Augustiana_ e di _Tiberiana_. Settimio Severo vi aveva aggiunto il
_Septizonium_, grande e bel portico che si volge in direzione del monte
Celio e del Circo massimo, che durò in piedi lunghi anni, e di cui
vedevansi le rovine ai tempi ancora di Sisto V e di cui ci accadrà di
parlare soventi volte nella storia della Città durante l’età media.
La _Notitia_ lo ricorda sotto il nome di _Septizonium Divi Severi_.
Di altri edificî illustri del _Palatium_ è fatto cenno in quella
Descrizione: del tempio di Giove Vincitore, del tempio di Apollo eretto
da Augusto, in vicinanza del quale era la biblioteca Palatina. E nel
tempo stesso in cui narra che ancora conservavansi avanzi della casa di
Romolo e del mitico Lupercale, ci fa conoscere che i Romani guardavano
con gelosa cura ogni cosa che richiamasse la sacra ricordanza delle
origini di loro Città.
Il Circo massimo situato ai piedi del monte Palatino e sotto
l’Aventino, con tutto il territorio vicino che da questo colle si
stendeva al _Velabrum_ ed al _Janus Quadrifrons_, formava la undecima
Regione che ne riceveva il nome. Era il circo maggiore di Roma, capace,
se si stia alla _Notitia_, di 385000 persone. Costanzo avealo adorno di
un obelisco, emulando Augusto, che pel primo uno ne aveva ivi eretto.
Era l’arena frequentatissima ove facevansi le corse dei cavalli ed i
grandi giuochi, e che durò nel suo splendore perfetto fino al tempo
in cui cadde la dominazione dei Goti. Nelle sue vicinanze erano gli
antichi santuarî del Sole e della Luna, della _Magna Mater_, di Cerere
e del _Diespater_: la _Porta Trigemina_ conduceva su pel Clivo Publicio
all’Aventino. Il territorio di questa Regione si stendeva al di sotto
del Palatino fino al _Velabrum_ ed al Foro boario[24].
Le due Regioni che seguivano, ed erano le estreme della Città al di
qua del Tevere, formano oggidì la parte più deserta e più squallida
di Roma; si spopolarono durante il medio evo, prima di ogni altro
quartiere della Città antica. La duodecima Regione aveva nome di
_Piscina publica_ da publici bagni ivi esistenti, di cui oggi non
è conservata alcuna traccia. Erano le terme di Antonino od i bagni
di Caracalla, ove al secolo quinto ancora accorrevano frequenti
visitatori allettati allo splendore di quel ritrovo; solo monumento
dell’arte antica onde fosse illustre quel quartiere. I ruderi che ne
coprono il terreno, tra i quali furono rinvenuti tanti capolavori di
scultura, come la Flora di Napoli, l’Ercole Farnese, il toro Farnese,
e che dir si possono miniera sotto cui stanno sepolti tanti tesori
artistici, muovono ad ammirazione chi li contempli, e, più che altre
rovine di simil genere, ci sono maestri della pompa orientale, della
magnificenza, della estensione gigantesca degli edificî che sorgono
monumenti della possanza imperiale.
La decimaterza Regione comprendeva il monte Aventino e la valle bagnata
dal fiume. Eravi ancora il tempio antico di Diana che in tempi remoti
Servio aveva innalzato a santuario della confederazione latina, il
tempio di Minerva; e, quantunque la Descrizione non ne faccia menzione,
doveva esister ancora il tempio di Giunone Regina e della dea Bona. Più
lungi stavano i bagni di Sura e di Decio. Vicino alle sponde del fiume
era l’_Emporium_ ove i navigli del Tevere scaricavano loro mercanzie,
e lì presso, ove sono oggi i _Marmorata_, stavano gli _Horrea_, ossia
granai, ed altri edificî destinati al commercio ed al movimento del
porto[25].
Or non ci rimane che a dire brevemente della decimaquarta ed ultima
Regione di Roma. Chiamata _Transtiberim_, abbracciava tutto il
territorio posto al di là del fiume, il Gianicolo, che Aureliano aveva
compreso entro le mura, e il colle Vaticano, che soltanto nel secolo
nono fu cinto di mura, coi campi vicini. A questa parte di Roma situata
di là del Tevere mettevano i ponti che qui sotto enumeriamo.
1) Il _Pons Sublicius_, l’antichissimo di Roma edificato in legno. Egli
è incerto quando sia perito; nè è probabile che sia da considerarsi per
l’antico Sublicio il ponte che cadde distrutto al tempo di Sisto IV,
nell’anno 1484, ed i cui avanzi oggidì ancora sorgono fuor d’acqua in
vicinanza di S. Michele.
2) Il _Pons Aemilius_, oggi conosciuto sotto il nome di ponte Rotto,
che gli fu dato dopo l’anno 1598. Era detto anche _Pons Lepidi_ dal
nome forse di M. Emilio Lepido che probabilmente lo avrà restituito a
buono stato. Il popolo lo chiamava _Lapideus_ ed anche _Palatinus_.
Nel secolo decimoterzo era detto ponte di S. Maria ed anche _Pons
Senatorius_.
3 e 4) Il _Pons Fabricius_ ed il _Pons Cestius_, che esistono ancora,
mettono ad un’isola sul Tevere. Il primo, oggi da un’erma quadrifronte
chiamato _de’ quattro capi_, conduce alla Città; il secondo, che dal
nome di uno dei suoi riedificatori Valentiniano, Valente e Graziano fu
detto anche _Pons Gratiani_ ed oggi ha nome di S. Bartolomeo, congiunge
l’isola col Trastevere.
5) Il _Pons Janiculensis_, che restaurato sotto Sisto IV nell’anno
1475 ne fu chiamato ponte Sisto, nella _Notitia_ è detto _Aurelius_ e
negli Atti dei Martiri ha nome di _Antoninus_, probabilmente perchè fu
anticamente edificato da Caracalla o da M. Aurelio Antonino. Nel medio
evo, fino al tempo di Sisto IV, fu chiamato ponte Rotto.
6) Vi seguiva tosto il _Pons Vaticanus_. Lo edificava Caligola per
averne una via pronta ai suoi giardini Domiziani. Questo ponte, detto
anche _Pons Neronianus_ e _Triumphalis_, cadeva già prima dell’anno
403, perocchè la _Notitia_ lo oltrepassi in silenzio assoluto. Ne
vediamo ancora i ruderi in vicinanza di Santo Spirito.
7) Il ponte Elio, opera magnifica di Adriano, suppliva al ponte
Vaticano caduto in rovina. Già al secolo ottavo ebbe titolo di ponte
di S. Pietro, perocchè i viandanti che si dirigevano alla volta della
Basilica vaticana, sopra di esso traghettassero il Tevere[26].
Gl’Imperatori avevano adorna la Regione trasteverina di belle opere
d’arte. Ivi erano magnifici giardini, come, ad esempio, quelli di
Agrippina, quelli di Nerone, sorti più tardi, ed i celebri parchi
Domiziani, onde il territorio del Gianicolo e del Vaticano era reso
incantevole soggiorno e preferito a qualunque altro dai Cesari, che
ivi avevano ville. La _Notitia_ dà un cenno degli _Hortos Domities_, ma
troppo vago e indeterminato. Sotto nome di _Vaticanum_ essa comprende
il territorio tutto aderente, e sembra intendere sotto il nome di circo
di Cajo (_Gaianum_), per quello celebre di Nerone, che, sorgendo nei
giardini Neroniani, era reso illustre dall’obelisco di Caligola, il
quale oggi si alza, splendido ornamento, nella piazza del san Pietro.
Nel tempo di cui parliamo e durante tutto il medio evo, fu il solo
degli obelischi di Roma che non crollasse ed ergevasi sulla spina
del circo, entro il quale, fin dai tempi di Onorio, era edificata la
basilica del Principe degli Apostoli. La _Notitia_ fa menzione di
recinti destinati alle naumachie che erano in questa Regione: tace
però della tomba di Adriano, che oggidì ancora esiste trasformata in
castello, e ai tempi di Onorio sorger doveva nel suo splendore antico,
perchè non ancora i Visigoti di Alarico, nè i Greci di Belisario vi
avevano dato saccheggio, nè l’avevano per sempre rapita dell’ornamento
delle sue statue.
La _Notitia_, come del Vaticano, dà la descrizione del Gianicolo.
Non sappiamo però in quale condizione si trovasse l’antica rocca che
coronava il vertice di quel monte. Più densa che nelle altre Regioni
era la popolazione che aveva stanza nel _Transtiberim_ sulle pendici
del Gianicolo, e nel corso dei tempi si conservò. Fa cenno la _Notitia_
di molini, di bagni, di vie, di orti, di templi ivi esistenti, e lì
esser dovevano i giardini di Geta i quali, edificati probabilmente
da Settimio Severo, si stendevano forse fino a porta Septimiana. Di
questa porta o piuttosto del territorio adiacente la _Notitia_ fa cenno
speciale; e poichè essa in origine aprivasi in quelle fortificazioni
di Aureliano che comprendevano il Gianicolo entro due lunghe braccia di
mura che si spingevano alla riva del fiume, sembra che derivasse il suo
nome da Settimio, il quale aveva eretti in vicinanza suoi edificî.
Egli è incerto se anche l’isola del Tevere fosse compresa nella
decimaquarta Regione. La opinione concorde dei Topografi ve la pone
a ragione, quantunque la _Notitia_ non ne faccia cenno, come pur
taccia del tempio di Esculapio, del tempio di Giove e di quello di
Fauno. Sembra che ai tempi di Onorio la possente famiglia degli Anicî
ivi avesse un palazzo. Durante l’età media quell’isola avea nome di
Licaonia; donde lo ricevesse non si sa[27].
Alcune tavole statistiche compilate nell’ultimo periodo dell’Impero,
ci forniscono di notizie intorno al numero delle case, degli edificî
publici e persino delle statue esistenti in Roma. Vi sono numerati 2
Campidogli, 2 grandi ippodromi (oltre ai minori), 2 grandi piazze pel
mercato delle grasce (_macella_), 3 teatri, 2 anfiteatri, 4 splendidi
ginnasî per gladiatori (_Ludi_), 5 naumachie per giuochi sulle acque,
15 ninfei ossia bei monumenti che ornavano i gettiti d’acqua, 856 bagni
publici, 11 grandi terme, 1352 bacini delle acque e fontane. Di publici
edificî di altro genere sono ricordati: 2 grandi colonne spirali, 36
archi trionfali, 6 obelischi, 423 templi, 28 biblioteche, 11 fori, 10
grandi basiliche, 423 quartieri della città, 1797 palazzi o _Domus_, e
46602 case o _Insulae_[28].