nelle Antille come quasi una generale tregua da ambe le parti. Ma se era
cessata la rabbia degli uomini, sottentrò quell'assai più tremenda degli
elementi. Era giunto il presente anno al mese d'ottobre, e godevansi gli
Antillesi l'inaspettata cessazione dell'armi, e quella securità, che sì
poco avevano sperato, quando i mari e le spiagge loro furono afflitte da
una sì spaventevole tempesta, che pochi, o nissun esempio si trovano di
altrettanto furore nei ricordi delle cose marinaresche, sì pieni
peraltro di orribili disastri, e di compassionevoli naufragi. E
quantunque questo terribile flagello di Dio abbia, dove più, dove meno
disertato tutte le Antille, in nissuna però tanto infuriò, quanto nella
fiorita isola delle Barbade. Incominciò a menare la non descrivibile
tempesta la mattina dei dieci, e continuò ferocissimamente per ben
quarantotto ore. Le navi, che sicure stavano nel porto, furon tosto
strappate dalle ancore, e nell'alto e tempestoso mare sospinte.
Correvanvi un vicinissimo pericolo di naufragio. Non meno degna di
compassione si trovò la condizione di coloro, che rimasero in terra.
Imperciocchè la notte, che seguì, crescendo vieppiù la violenza della
bufera, le case diroccavano, gli alberi si diradicavano, gli uomini e le
bestie erano arrandellati qua e là, e pesti miserabilmente. La capitale
stessa dell'isola fu pressochè uguagliata al suolo. La magione del
governatore molto forte, conciossiachè avesse le mura grosse ben tre
piedi, era scossa fin dalle fondamenta, e faceva le viste di voler
crollare. Di dentro abbarravano le porte, e le finestre, ed ogni sforzo
facevano per resistere a tanto stravolgimento del cielo. Tutto fu nulla.
Superò il dragone irreparabile; schiantò dai gangheri e dagli arpioni le
porte e le imposte; le mura stesse diroccava. Il governatore colla sua
famiglia si rifuggiva nelle sotterranee volte. Ma da questo cercato
asilo contro il vento lo cacciava tosto l'acqua, la quale cadendo dal
cielo dirottissimamente inondò, e, quasi un secondo diluvio, sopraffece
ogni cosa. Uscivano allora all'aperta campagna, dove con incredibile
stento e pericolo si ricoverarono dietro un mastio, sopra il quale era
rizzata la stacca della bandiera; ma questo ancora traballando alla
furia del trabocchevole vento, temendo di essere stiacciati da cadenti
massi, un'altra volta si allargarono nei campi. Fortuna, che non si
sbrancarono, perciocchè separati e privi l'un l'altro dell'aiuto dei
compagni, tutti ne sarebbero stati morti. Pure aggirati dal remolino
tornavano qua e là, e s'avvoltolavano nel fango e nella mota. Infine
stanchi, fracidi e trafelati si ripararono ad una batteria, e dietro i
carretti dei grossi cannoni si appiattarono, miserabile e poco sicuro
asilo; imperciocchè anche questi erano violentemente scossi e traportati
dalla procella. Le altre case della città, siccome più deboli, essendo
state prima di quella del governatore rovinate, andavano gli abitatori
vagando qua e là in quella tristissima notte senza asilo e senza
ristoro. Molti perirono sotto i rottami delle case loro; altri
annegarono nelle sopravanzanti acque: parecchj affogarono nella mota. Le
tenebre spessissime, il frequente folgoreggiar del cielo, i tuoni
spaventevoli, il fischiare orribile del vento, lo stridore della cadente
pioggia, le grida miserabili dei morenti, le lamentazioni
compassionevoli di coloro, che disperati erano al non potergli
soccorrere, il pianto e gli urli delle donne e dei fanciulli facevano di
modo, ch'e' pareva venuto il finimondo. Ma all'aprirsi del dì si
discopriva agli occhi dei sopravviventi uno spettacolo da essere
piuttosto raffigurato dalla spaventata immaginazione, che descritto da
una mente non percossa da tanta calamità. Quella testè sì ricca, sì
fiorita, sì ridente isola pareva ora ad un tratto trasformata essere in
una di quelle polari regioni, dove per l'aspetto sinistro del sole regna
un eternale inverno. Case nissune in piè, o rovine traballanti; alberi
diradicati; cadaveri umani sparsi qua e là; niun bestiame vivente; la
sopraffaccia stessa della terra non pareva più quella. Non che fossero
distrutte le promettenti messi e le copiose ricolte; i giardini
medesimi, sì dilettevole ornamento, ed i campi, sì lieta speranza dei
mortali, non erano più: o arena, o fango, o pozze dappertutto; i
partevoli termini distrutti; i fossi scassati; le strade sprofondate.
Sommò il numero dei morti a parecchie migliaia. Questo si sa; ma quanto
sia stato per l'appunto, è incerto. Imperciocchè oltre di quelli, ai
quali furon sepoltura le rovine delle case loro, non pochi furono
agguindolati dal crudel girone fin dentro il mare, altri sguizzati via
da novissimi, e non mai più veduti torrenti, e fiumi, o dall'onde marine
strascinati, le quali, oltrepassato il solito confine, dilagato avevano,
e spazzato molto indentro le terre. Tanta fu la gagliardia del vento,
che un cannone, che buttava dodici libbre di palla, ne fu trasportato,
se si dee prestar fede ai documenti più solenni, da una batteria
all'altra, lontana bene a trecento passi. Quello poi, ch'era avanzato al
furor della tempesta, diventò preda in parte della rabbia degli uomini.
Rotte le prigioni saltaron fuori in quella fatal notte i ribaldi, i
quali in un coi Neri poco curando, come gente disperata, la rabbia del
cielo, tutto avevan messo a sacco ed a ruba. E forse ne sarebbe stata
tutta l'isola condotta ad un totale sterminio, ed i Bianchi tratti a
morte, se non era, che vi si trovò a quel tempo il generale Vaughan con
una grossa schiera di stanziali, i quali colla disciplina e virtù loro
la scamparono. E tanto fecero, che cansarono una grossa quantità di
munizioni da bocca, senza di che era da temersi che gl'isolani testè
liberati dal flagello della tempesta non soggiacessero a quello non men
orribile della fame. E non è da passarsi sotto silenzio da un candido
amatore della verità, e delle opere gentili, che i prigionieri di guerra
spagnuoli, che non eran pochi in quel dì nella Barbada sotto la condotta
di Don Pedro San Jago, capitano del reggimento d'Aragona, fecero tutte
quelle parti, che a ben nati e civili uomini si convenivano. Posti tra
quel violento scroscio in balìa loro, non che si valessero
dell'opportunità offerta per commettere qualche atto inimichevole, niuna
cosa lasciarono intentata, nè a fatica, nè a pericolo alcuno si
ristettero per aiutare i miseri Barbadesi. Nel che la cooperazione loro
non riuscì di poca utilità. Le altre isole sì francesi, che inglesi
furono poco meno di quella della Barbada devastate. Ma nella Giamaica
all'impeto della tempesta si coniunse un orribile tremoto, ed inoltre il
mare gonfiò sì fattamente, che tutte le case, ed i campi, sin molto
addentro nell'isola, ne furono totalmente desertati. Ma stantechè il
vento era da levante, gli effetti del temporale furono maggiori sulle
spiagge occidentali della medesima, particolarmente nei distretti di
Westmoreland, e di Hannover. Accadde in ispecialità, che mentre gli
abitanti di Savanna-La-Mer, ricca e grossa Terra nel Westmoreland,
stavano stupefatti osservando l'inusitato gonfiamento del mare, lo
sterminato cavallone arrivò loro addosso, e tutto, uomini, bestie, case
portò seco a perdizione. Non rimase vestigio veruno di quella infelice
Terra. Più di trecento persone furono inghiottite dalle onde. I fertili
campi rimasero largamente coperti d'infecond'arena. Le più opulenti
famiglie furono ad un tratto ridotte alla più strema miseria. E se oltre
ogni dire degna di compassione fu la condizione di coloro, i quali in
terra abitavano, non fu migliore quella degli altri, che si trovarono in
sull'acque. Imperciocchè delle navi, che gli portavano, alcune andarono
a traverso negli scogli, altre furono ingoiate dal furibondo mare, ed
altre a grande stento se ne tornarono lacere e fracassate nei porti. A
queste fatali strette si trovarono non solo quelle, che viaggiavano, ma
ancora quelle, ch'erano sorte nei porti anche i più sicuri, le quali o
ruppero dentro i medesimi, o furono cacciate di forza nel mare sì
straordinariamente fiottoso. Tra le altre il Fulminatore di 74 cannoni
affondò anime e beni. Parecchie fregate o naufragaron del tutto, od in
tal modo furono scassinate, ch'era difficil cosa diventata il
racconciarle. Perirono in tutto per gli effetti di questa procella di
navi inglesi un vascello di 74, due di 64, uno di 50, con sette in otto
fregate. In mezzo a tanti, e sì gravi disastri, e ad un quasi totale
disfacimento della natura, recò qualche conforto la umanità del marchese
di Bouillé. Erangli venuti nelle mani alcuni marinari inglesi,
miserabili reliquie delle ciurme delle navi il Lauro, e l'Andromeda, che
rotte si erano sulle spiagge della Martinica. Gli rimandò franchi e
liberi a Santa Lucia, mandando, non voler ritenere prigioni coloro, i
quali erano stati alle prese cogli arrabbiati elementi, e dall'impeto
loro scampati. Aggiunse, sperare, avrebbero gl'Inglesi i medesimi
termini usato verso di quei Francesi, che l'inesorabile fortuna avesse
gettato in poter loro. Ricordò, increscergli, gl'Inglesi cattivi esser
così pochi, e nissun fra gli uffiziali essersi salvato. Conchiuse con
dire, che siccome era stata comune ed universale la calamità, così anche
dover esser comuni ed universali la umanità e la benevolenza. I
mercatanti di Kindston, città capitale della Giamaica, con mirabil
esempio di bontà cittadina tosto si obbligarono a somministrare un aiuto
di diecimila lire di sterlini ai sofferitori. Il Parlamento, udito il
fortunoso caso, quantunque a quei dì tanto fosse pressato dalle spese
della guerra, decretò si donassero ai Barbadesi ottantamila lire di
sterlini, ed a quei della Giamaica quarantamila. Nè i doni si ristettero
alla munificenza pubblica; che anzi molti privati cittadini vollero
soccorrere della propria pecunia gli abitanti delle Antille. Il navilio
di Guichen, e quello di Rodney schivarono la burrasca, perchè il primo
già era partito nel mese d'agosto per alla volta dell'Europa con
quattordici vascelli di tre palchi, convogliando una ricca e numerosa
conserva di navi mercantili. Il secondo, e per questa stessa partenza di
Guichen, non sapendo, dove questi s'inviasse, e perchè quelle genti
spagnuole sbarcate all'Avanna gli davano non poco sospetto, mandate,
come abbiamo detto, alcune navi a proteggere la Giamaica, si era posto
in via poco tempo dopo colle rimanenti per alla Nuova-Jork. Ma però in
America, prima ch'egli vi arrivasse, anzi prima che partisse dalle
Antille, v'era intervenuto un maraviglioso rivolgimento nelle pubbliche
cose, siccome da noi sarà in conveniente luogo raccontato.
Combattendo nel modo che si è detto, tra di loro così ferocemente gli
uomini e gli elementi sulla terra-ferma d'America, e nelle circonvicine
isole, non se ne stavano in Europa oziosamente a badare i potentati
guerreggianti. Prevalevano gl'Inglesi per l'unità dei consiglj; ma
avevano a paragon dei confederati minor numero di navi, quantunque le
loro meglio instrutte fossero di quelle dei Francesi e degli Spagnuoli.
Avevano questi per lo contrario più numeroso navilio, e più copiosi
soldati. Ma tratti gli uni e gli altri in diverse parti dai contrarj
interessi non facevano quel frutto, che avrebbero potuto desiderare.
Quindi è, che gli Spagnuoli, avendo sempre la loro principal mira posta
all'acquisto di Gibilterra, là mandavano le genti, e spendevano i
tesori. A questo medesimo fine le navi loro ritenevano nel porto di
Cadice, invece di congiungerle alle francesi, e tentare, uniti a questi,
qualche rilevata impresa contro la potenza britannica. Quindi i Francesi
obbligati erano a mandar le loro in quel medesimo porto, ed intanto le
armate inglesi bloccavano i porti loro dell'Oceano, intraprendevano il
commercio, arraffavano le conserve, pigliavano le fregale. Era uscito
all'alto mare con un'armata di circa trenta vascelli l'ammiraglio
inglese Geary, il quale, morto Carlo Hardy, era stato posto in suo
scambio al governo di quella. S'incontrò il dì tre di luglio in una
conserva di navi mercantili francesi cariche di cocco, di zucchero, di
caffè e di cotone, e scortate dal vascello il Fiero di 50 cannoni. Geary
diè dentro, e ne pigliò dodici, e più ne avrebbe pigliato, e forse
tutte, se non che una folta nebbia, e la vicinanza delle spiagge nemiche
lo impedirono. Le altre giunsero a salvamento nel porti. Parecchie altre
navi francesi, principalmente fregate, vennero poco tempo dopo, sebbene
non senza una pertinace difesa, in poter degl'Inglesi. Tutti
gl'incontri, ch'ebbero luogo, sarebbe troppo lunga bisogna il
raccontare; merita però particolar menzione il cavaliere de Kergerion,
il quale, governando la fregata la Belle-Poule, si difese lungamente
contro Jacopo Wallace, che guidava il vascello il Nonpari di 64 cannoni;
e non fu, se non dopo la morte del Kergerion, che il suo successore
Lamotte-Tabouret, avendo lacere le vele, gli alberi rotti, fracassati i
carretti delle artiglierie, e morti molti de' suoi, si arrese.
Di queste perdite molto bene si ristorarono i confederati il giorno 9
d'agosto. Era partita sul finir di luglio dai porti d'Inghilterra una
numerosa conserva di bastimenti sì regj che mercantili per alla volta
delle Indie orientali ed occidentali. Cinque dei primi portavano, oltre
molte armi, munizioni ed artiglierie, una quantità notabile di attrazzi
navali ad uso della flotta inglese, che stanziava in quelle lontane
regioni. I secondi arrivavano a diciotto, ed erano o navi annonarie, o
cariche di armi, di munizioni, di tende, e di reclute destinate a
rinfrescare, e rifondere l'esercito d'America. Erano gli altri
bastimenti mercantili di ricchissimo carico. Accompagnava la conserva il
vascello d'alto bordo il Rumilli con tre fregate. Andavano al viaggio
loro, e già radevano, sebben di lontano, le coste di Spagna, quando
improvvisamente la notte degli otto agosto s'incontrarono in una squadra
dell'armata confederata, la quale stava sulle volte sulla via solita a
tenersi per alle due Indie. Era la squadra sotto la condotta
dell'ammiraglio spagnuolo, Don Luigi di Cordova. Scambiarono gl'Inglesi
i lumi soliti a porsi la notte dai naviganti sui calcesi per quei del
convoglio loro, e seguitavano il nemico, credendo di seguitare i loro.
La mattina seguente si trovarono impacciati in mezzo alla flotta
spagnuola. Questa prestamente gli accerchiò e pigliò da sessanta
bastimenti. Le navi da guerra scamparono. Ora entravano i vincitori nel
porto di Cadice trionfando. Concorrevano i popoli a vedere la
moltitudine dei cattivi, e le ricche spoglie, notabile ornamento alla
vittoria, e spettacolo loro tanto più grato, quantoch'era ed inusitato e
poco sperato. Scendevano a terra pressochè tremila prigioni d'ogni
ordine, condizione ed età. Erano sedici centinaia di marinari, luttuosa
perdita all'Inghilterra, e non pochi passeggieri. Gravissimo fu il danno
non tanto per le cose mercantili, ma ancora, e molto più per le
provvisioni da guerra, delle quali nelle due Indie gl'Inglesi
abbisognavano. Fu questa assai lieta vittoria agli Spagnuoli, e da essi
con infinita allegrezza ricevuta. Per lo contrario le novelle causarono
nella Gran-Brettagna un rammarico grande, e si udirono contro i ministri
in ogni parte gravissime querele, accusandogli ognuno di temerità,
perchè sapendo, che i confederati stavano così gagliardi in Cadice,
provveduto non avessero, che la conserva viaggiasse molto più alla larga
dalle coste di Spagna.
Intanto se così si travagliava sui mari d'Europa, le cose non passavano
neanco quiete sotto le mura di Gibilterra. Aveva la Spagna, come abbiamo
veduto, capriccio sopra di questa Fortezza. In ciò pareva aver posto
tutti i suoi pensieri, e volervi adoperare tutte le forze del regno. Era
la cosa in sè stessa di molta importanza, e pareva anche poco onorevole
ad un sì possente Re, che uomini forestieri possedessero una Terra
dentro il suo reame, e gli tenessero, come si suol dire, quel calcio in
gola. Paragonavasi il caso di Gibilterra con quello di Calais,
allorquando questa città era posseduta dagl'Inglesi, e volevasi, che
l'istesso fine avesse. Per la qual cosa, dopoch'era stata rinfrescata da
Rodney, l'ammiraglio spagnuolo Don Barcelo sognava del continuo modi, e
con ogn'industria s'ingegnava per impedire, che non entrassero dentro
alla sfuggita nuovi soccorsi. Da un altro canto il generale Mendoza, al
quale obbedivano le genti di terra, ogni sforzo faceva per serrare la
Fortezza da quella parte, fortificando ogni dì il suo campo di San
Rocco, e continuamente approssimandosi, quanto possibil era, con nuove
cave e trincee. Ciò nondimeno, e nonostanti tutte le cautele usate dai
capitani spagnuoli, tanta era l'instabilità dei venti e del mare, e sì
fatta l'attività ed industria degli uffiziali inglesi, che di quando in
quando entrava dentro nuovo fodero. Il che riusciva d'infinita
allegrezza alla guernigione che ne pativa, e di uguale rammarico agli
Spagnuoli, i quali s'erano fatti a credere, non potere la difesa bastar
sì lungo tempo. Questi sforzi del presidio molto erano aiutati dalla
presenza di parecchie navi da guerra, ch'erano state lasciate nel porto
dall'ammiraglio Rodney, tra le quali una ve n'era di 74 cannoni,
chiamata la Pantera. Per levarsi quel bruscolo d'in sugli occhi, gli
Spagnuoli fecero il disegno di volerle ardere in un colle navi da
carico, che nel medesimo luogo erano sorte, siccome pure i magazzini
pieni di munizioni, ch'erano stati costrutti sulla riva del mare.
Apparecchiarono a questo fine sette brulotti con un numero grandissimo
di battelli e di bastarde; gli uni, e le altre pieni di soldati, e
d'ogni sorta di armi da offendere. Nel medesimo tempo le navi da guerra
di Don Barcelo sorsero, e s'arringarono avanti la bocca della cala, non
solo per dar coraggio a' suoi, e concorrere nella impresa, ma ancora per
intraprendere qualunque nave, che avesse voluto cansarsi. Dal lato di
terra Mendoza stava pronto per accrescer terrore alla cosa, e per
facilitar il disegno, a piover bombe dentro la città, tostochè i
brulotti appiccato avessero il fuoco al navilio inglese. Appuntarono
all'impresa la notte de' 6 giugno. Era ella molto scura, il vento ed il
mare propizj. Gl'Inglesi non si addavano. Ivano i brulotti
avvicinandosi, e già era vicino a compiersi il disegno. Ma gli
Spagnuoli, o impazienti, o per l'oscurità della notte credendosi più
presso di quello ch'erano veramente, o temendo di accostarsi di
vantaggio, precipitarono gl'indugj, e dier fuoco ai brulotti ancora un
po' lontani. Destaronsi gl'Inglesi a sì improvviso accidente, e nulla
punto smarritisi al subito pericolo, uffiziali e soldati montarono
spacciatamente nei battelli, e con mirabile coraggio accostatisi agli
ardenti brulotti gli aggraffarono, e condussero alla larga in luoghi,
dove non potessero far danno. Gli Spagnuoli senza frutto alcuno si
ritirarono. Intanto era Mendoza intentissimo a farsi avanti coi lavori
della circonvallazione. Il generale Elliot, al quale il Re Giorgio aveva
commesso la cura di difendere quella rocca, lo lasciava fare. Ma quando
lo Spagnuolo aveva condotto a fine le opere sue, ecco che Elliot a furia
di cannonate le disfaceva, ed intieramente rovinava tutte. Saltava anche
qualche volta fuori, e, guaste le opere degli assedianti, ne chiodava o
rapiva le artiglierie. Queste vicende parecchie volte si rinnovarono. Se
ne rallegravano gl'Inglesi; gli Spagnuoli ne sentivano una noia
grandissima. Per la qual cosa aguzzando gl'intelletti loro alla
necessità, e male soffrendo, che una piccola presa di genti, poichè il
presidio di Gibilterra, inclusi gli uffiziali, non passava i seimila
soldati, non solo loro resistessero, ma con sì prosperi successi gli
combattessero, fecero una deliberazione, la quale molto noiò nel
processo di tempo la guernigione, accrebbe la difficoltà ed i pericoli
della difesa, e produsse in ultimo un total eccidio della città. Questa
fu di construrre in gran numero certe piatte, che chiamarono _barche
cannoniere_. Erano sì fatte, che portavano da trenta a quaranta botti,
quaranta o cinquanta uomini, ed un cannone in prua, che buttava ventisei
libbre di palla. Altre portavano bombarde. Avevano una larga vela, e
quindici remi dalle due bande. Erano molto maneggevoli; ed intendevasi
con esse di gettar bombe e palle nella città e nei forti di nottetempo,
ed anche, quando la occasione si scoprisse, di assaltar le fregate.
Poichè credevasi, che due di queste piatte fossero bastevoli a far
istare una fregata. E siccome poco si alzavano sopra il pelo dell'acqua,
così era cosa assai malagevole il por loro la mira, e colpirle. Non
avendo i Gibilterrani in pronto una simil sorta di navi, male dagli
assalti loro si sarebbero potuti difendere. Così gli Spagnuoli erano
intentissimi nel procurare a sè stessi questo nuovo istrumento di
oppugnazione, che stimarono dover apportare grandissimo giovamento alla
felice riuscita dell'impresa.
Mentre prevalevano in tal modo sulla terra-ferma d'America le armi
britanniche; che nelle Antille quelle dei due antichi rivali si
pareggiavano, e che in Europa con diverso evento si combatteva, sicchè
pareva, che non ancora volesse la fortuna a favore nè di questo nè di
quell'altro nemico inclinarsi, le cose fin là incerte e dubbie state
nelle Province unite dell'Olanda ad un certo e determinato fine
s'incamminavano. Conciossiacosachè avevano i cieli destinato, che la
querela americana commovesse alla guerra tutto il mondo, e che colla
congiunzione delle armi olandesi a quelle dei Borboni e del congresso si
venisse a compir quella formidabile lega, che pareva, dovere l'ultimo
tuffo dare alla potenza dell'Inghilterra. Erano state dal bel principio
della querela le cose d'America fomentate in Olanda con molta
estenuazione di quelle d'Inghilterra, sia per l'amore che a questa causa
della libertà si portava generalmente a quei tempi in Europa, sia perchè
paresse agli Olandesi, che l'impresa ridondasse tutta in pro
degl'interessi della comunanza protestante, temendosi molto dai
dissenzienti delle vere o credute usurpazioni della Chiesa anglicana, e
sia finalmente perchè la presente condizione degli Americani molto
pareva conforme a quella, in cui gli Olandesi stessi si erano ritrovati
ai tempi delle guerre loro contro la Spagna. Quindi è, che coloro, i
quali seguitavano in Olanda le parti francesi ed avevano, e ogni dì
acquistavano, maggior seguito di quelli che parteggiavano per
l'Inghilterra. I più pertinaci fra questi ultimi, sebbene per la
ricordanza dell'antica amicizia, per le opinioni loro intorno alle cose
commerciali, per l'odio che portavano alla Francia, e pei mali che
temevano, fosse questa in grado di far loro nell'avvenire, nell'amicizia
inglese persistessero, tuttavia molto detestavano i consiglj presi
contro l'America dai ministri britannici, e ciò facevano per l'appunto,
e massimamente perchè prevedevano, che essi consiglj avrebbero
finalmente quella buon'armonia rotto, ch'eglino avrebbero voluto
conservare, e fatto del tutto traboccar la Olanda alle parti di Francia.
Aggiungevasi a questo, che siccome vi si stava generalmente molto in
gelosia contro la potenza dello Statholder, congiunto di sangue col re
Giorgio, e temendosi, che questi lo volesse favorire, e fargli le spalle
nelle sue usurpazioni, o disegnate invero, o soltanto credute, o volute
farsi credere che si fossero, così vivevano le genti in molto sospetto
intorno le intenzioni dell'Inghilterra. Temevano, ch'ella non volesse
fare a tempo accomodato, e per mezzo dello Statholder a sè medesimi
quello, che allora voleva fare all'America. Queste cose si dicevano
apertamente, e con vivi colori si dipingevano dai gallizzanti. Per la
qual cosa salivano essi in maggior riputazione, mentre l'autorità degli
avversarj diminuiva giornalmente. Tra le città e le province, che si
mostravano parziali per la Francia, tenevano il primo luogo e per la
ricchezza, e per la potenza loro quelle di Amsterdam e dell'Olanda. Per
la qual disposizione d'animi mantenere viva, e per tirare anche altre
città e province nella medesima sentenza, aveva la Francia, avvisandosi
benissimo, quanto sia potente nei cuori umani, e massimamente in coloro,
che fanno professione del mercanteggiare, l'amor del guadagno, molto
accortamente ordinato, ch'ella farebbe pigliare in sui mari tutte le
navi olandesi, le quali facessero il commercio colla Gran-Brettagna,
solo eccettuando quelle delle città di Amsterdam e di Harlem. Dalla
quale deliberazione ne era nato, che parecchie altre città principali,
tra le quali Rotterdam e Dort, si erano per godere il medesimo
privilegio alle parti francesi accostate. Tutte queste cose erano state
causa, che si era appiccata, già erano due anni, una pratica in
Aquisgrana tra Giovanni Neuville, il quale operava in nome, e per
l'autorità di un Van-Berkel personaggio, siccome affezionatissimo ai
Francesi, così nimicissimo agl'Inglesi, e Capo del governo della città
di Amsterdam, e Guglielmo Lee commissario per parte del congresso.
Questi due agenti dopo molte consulte fermarono un trattato d'amicizia e
di commercio fra quella città, e gli Stati Uniti d'America. Questo
trattato non era in nome, che casuale, intendendosi, che dovesse solo
avere il suo effetto, allorquando l'independenza degli Stati Uniti fosse
dalla Gran-Brettagna riconosciuta. Ma infatto si riconoscevano questi
come franchi ed independenti, poichè come se tali fossero si negoziava e
si accordava con essi. Non era invero il trattato stato fatto con altri,
che colla città d'Amsterdam. Ma si sperava, che la prepotenza, ch'ella
aveva nella provincia d'Olanda, avrebbe tirato a parte della cosa tutta
questa provincia, e che quella prepotenza stessa della provincia avrebbe
fatto nel medesimo disegno inclinare anche tutte l'altre. Queste
pratiche furono con tanta gelosia tenute segrete, che nulla se ne
riseppe in Inghilterra. Ma il congresso, il quale ardeva di desiderio,
che quello, che si era segretamente stipulato, si recasse apertamente in
effetto, creò plenipotenziario a questo fine presso gli Stati Generali
Laurens, quello stesso, che stato era presidente. Questo partito con
tanto più pronto volere aveva abbracciato, in quanto che si era persuaso
quello ch'era vero, cioè, che per gli acciacchi ed insolenze usate
dagl'Inglesi alle navi mercantili olandesi nel commercio loro coi porti
francesi, si fossero in tutta la Olanda gravemente alterati gli animi; e
che massimamente a grandissimo sdegno vi si fossero concitati per la
presura fatta delle navi accompagnate dal conte Byland. Questi mali
umori poi, e queste nuove ferite invece di sedare e di ammorbidare,
aveva viemmaggiormente mossi, e fatte inciprignire Jorke, ambasciadore
pel Re della Gran-Brettagna all'Aia con un memoriale pieno di alterigia
da lui porto al governo, il quale fu giudicato non dicevole alla dignità
di una nazione franca ed independente. Ma la fortuna, la quale così
spesso si fa giuoco dei miseri mortali, volle far di modo, che questi
maneggi venissero per un impensato accidente a notizia dei ministri
inglesi, prima che avessero potuto avere il loro compimento. Non così
tosto erasi Laurens dipartito da Filadelfia, che, incontrata la nave,
che lo portava, sulle coste di Terranuova dalla fregata inglese la
Vestale, e presa, fu egli fatto prigione. Aveva bene subito, accortosi
del pericolo, fatto getto di tutte le sue scritture pubbliche, ma per la
celerità e la destrezza di un marino inglese furon tratte dall'acqua, ed
a salvamento condotte, prima che si sfacessero. Fu Laurens condotto a
Londra, e confinato, come reo di Stato, in fondo della Torre. Tra le
scritture intraprese, i ministri britannici ebbero fra le mani quel
trattato, di cui abbiamo favellato, e parecchie lettere tutte
risguardanti la pratica di Aquisgrana. Tosto Jorke ne levò all'Aia un
grandissimo romore. Richiese in nome del suo Re gli Stati Generali, non
solo facessero disdetta del procedere del pensionario Van-Berkel, ma
ancora ristorassero prontamente la offesa, e quello, ed i suoi complici
traessero a condegno castigo, come perturbatori della pubblica pace, e
violatori dei diritti delle nazioni. E siccome gli Stati Generali si
peritavano alla risposta, così egli faceva nuove e caldissime istanze,
perchè si risolvessero. Ma quelli, che non si volevano affrettare, e che
andavano molto renitenti allo scoprirsi, sia perchè erano pei loro
ordini pubblici di necessità molto tardi al deliberare, sia perchè
avrebbero voluto raccorre prima a luoghi sicuri le ricchezze loro,
ch'erano o portate dalle navi sui mari, od ammassate per la securità
della pace nelle proprie isole quasi senza niuna difesa, risposero, che
avrebbero considerato. Da un altro canto i ministri britannici, che
avevano fretta, perciocchè ardevano di desiderio di por la mano addosso
a quelle ricchezze, intendendo anco, che gli Olandesi non avessero tempo
di fare i necessarj apparecchiamenti di guerra, fecero le viste di non
esser contenti a quella risposta, e rivocarono incontanente
l'ambasciador loro dall'Aia. Seguirono poco dopo da ambe le parti i
soliti manifesti. Così portò la condizione de' tempi, che finalmente
fossero interrotti gli uffizj di benevolenza tra due nazioni da lungo
tempo congiunte in amicizia, e che avevano molti e grandi interessi
comuni. La quale guerra altrettanto fu più grave all'Inghilterra, in
quanto ch'era l'Olanda un nemico vicino, e molto perito sulle navali
armi. Ma da una parte l'orgoglio, forse necessario ad uno Stato
possente, e la gola dell'arraffare sempre condannabile, e non mai
saziata, dall'altra le discordie intestine, e la debolezza delle armi
terrestri, ch'erano causa, che più si temesse dei vicini di terra-ferma,
di quello, che sarebbe stato richiesto all'independenza, fecero di modo,
che fu rotta un'antica amicizia, e nacque una guerra che tutti gli
uomini prudenti, i quali s'intendevano dello Stato, condannarono ed
apertamente biasimarono.
Ripigliando ora, ove lasciammo, delle cose, che giravano sulla
terra-ferma d'America, egli è da sapersi, che dopo la presa di
Charlestown, e la invasione nella meridionale Carolina un grande e
maraviglioso cambiamento si era fatto negli animi di quei popoli; e che
vi nacque la salute da quegli stessi casi, che parevano una instante
rovina pronosticare. Tanto è vero quello, che i nostri maggiori vollero
significare con quel proverbio loro, _gran pesto fa buon cesto_; il che
altro non vuole significare, se non se che lo sprone dell'avversità fa
fare agli uomini in utile loro di quelle cose, che gli allettamenti
della prospera fortuna non possono. Imperciocchè le disgrazie della
Carolina non che sbattuto avessero gli Americani, parve per lo
contrario, che nelle menti loro maggior ostinazione, e nei cuori maggior
coraggio infondessero. Venne meno in essi quella tiepidezza, alla quale
nei precedenti anni erano stati soggetti, e che di tanto danno era stata
cagione alla Repubblica, e di tanto dolore ai Capi di essa. Ognuno
s'incendeva di nuovo ardore per soccorrere alla patria. Tutti
s'inanimavano a sviscerarsi intieramente ai servigj della repubblica.
Avresti detto, esser tornati i primi tempi della rivoluzione, quando sì
grandi erano il consenso e l'ardore degli uomini in questa impresa loro
contro l'Inghilterra. Molti scordarono gl'interessi privati per non
pensare, che a quei del pubblico; e tutti andavano dicendo, doversi
cacciare il crudelissimo nemico da quelle fertili terre; doversi
soccorrere ai fratelli del mezzodì; doversi quelli avanzi di satelliti
britannici scappati a mala pena al ferro americano spegnere del tutto;
doversi la guerra con un estremo sforzo di breve terminare. Così negli
Americani operarono le avversità, che quando parevano più depressi e più
conculcati, risorgevano coll'animo più costante e più pertinace. A
questi novelli spiriti davano incentivo le recenti ruberie commesse
dalle genti del Re nella Carolina e nella Cesarea; speranza l'osservare,
che l'accidente seguìto dell'occupazione di Charlestown partito avesse,
e sì lungo spazio tra di loro separate le forze del nemico, sicchè più
facilmente, o una parte o l'altra potrebbero venire oppresse. Alla quale
speranza maggior forza accrescevano le certe novelle, che si avevano,
del non lontano arrivo degli aiuti francesi, e molti già facevano cosa
fatta la conquista della Nuova-Jork, colla quale speravano di ristorarsi
della perdita di Charlestown. Infatti era allora ritornato in America De
La-Fayette con liete novelle della Francia; già essere imbarcate le
genti; già le agevoli prue portatrici degli aiuti essere volte alle
americane spiagge; già esser vicine ad afferrarle. La cosa era vera. Il
marchese stesso si era nella patria sua con molto ardore in ciò
affaticato, e non ne era partito, se non quando già tutto era in pronto.
Del che molto e Washington, ed il congresso lo ringraziarono. Oltrechè
la presenza sua tanto grata a quei popoli gli aveva molto confortati,
nacque ancora, che si andavano incitando e pungendo l'un l'altro per non
iscomparire a paragone dei vegnenti alleati. Affermavano, esser
vergogna, e che sarebbero ben degni stati di eterno biasimo, se per
propria infingardaggine guasta e perduta avessero quella occasione, che
offeriva loro la vicina e possente cooperazione della Francia. Dicevano,
gli occhi di tutta l'Europa essere rivolti a loro, e che dalla guerra di
quell'anno doveva pendere l'independenza, la gloria, la fortuna tutta
dell'americana repubblica. Il congresso poi, e tutti gli altri
maestrati, siccome pure gli uomini d'autorità nell'universale,
opportunamente si giovarono di questo novissimo calore degli animi, e
niuna cosa lasciarono intentata, perchè e si conservasse, e si
accrescesse, e più largamente si diffondesse. Scrisse il congresso
lettere circolari a tutti gli Stati, molto infiammatamente esortandogli
a riempir le compagnie, ed a mandar all'oste quella parte di soldati,
che a ciascun di loro si apparteneva. La stessa cosa operarono i
generali Washington, Reed ed altri capitani di riputazione. La cosa ebbe
effetto. Riavuti gli spiriti, i soldati, seguendo l'esempio dei
capitani, s'andavano sotto le insegne riducendo. In ogni parte risorgeva
il nome del congresso. Perchè poi non venisse meno la pecunia pubblica,
gli uomini abbienti si obbligarono per ogni banda a pagar grosse somme
in sollievo dell'erario pubblico allora sì scarso. Queste cose si
facevano principalmente nella città di Filadelfia; ma l'esempio era
fruttuoso. Si propagava nel contado e nell'altre province. Le donne
filadelfiesi, fatta guidatrice della impresa la moglie di Washington,
donna di grande dassaiezza, mostrarono in ciò un grandissimo amore verso
la patria. Oltre la pecunia, che si obbligarono di pagar del loro,
andavano di casa in casa esortando i cittadini a volere delle facoltà
loro soccorrere alla repubblica. La cosa non rimase senza effetto;
perciocchè accattarono grosse somme di denaro, che nell'erario pubblico
portarono, acciocchè fosse usato nei caposoldi da darsi a quei soldati,
che meritati gli avessero, ed in accrescimento di paga a tutti. Le donne
del contado e delle altre province imitarono l'esempio. Ma un
ordinamento, che fu fatto a quei dì, e che degno è di particolar
menzione, quello fu di un Banco pubblico, il quale coi denari dei
soscrittori, dei prestatori, e del congresso potesse ai soldati
sovvenire. Nel che il congresso ebbe non solo consenzienti, ma ancora
richiedenti le buone borse della Pensilvania. Si obbligassero i
soscrittori a fornire un capitale di trecentomila lire di moneta
pensilvanica nella ragione di sette scellini e sei pensi per ogni
dollaro di Spagna. Avesse il Banco due direttori; avessero questi
facoltà di accattar denaro in sul credito del Banco per sei mesi, o per
minore spazio, e di dare scritte a' prestatori, le quali fruttassero un
interesse del sei per centinaio; ricevesse il Banco la pecunia pubblica
del congresso, cioè il sommar delle tasse, e quando queste ed i denari
dei prestatori non bastassero, fossero tenuti i soscrittori ad
effettivamente fornire quella parte, che sarebbe creduta necessaria,
delle somme, le quali sodate avessero; i denari ricevuti nei modi che
abbiam detto, siccome pure le scritte dei direttori in niun altro uso si
potessero impiegare fuori che in quello del procacciar provvisioni
all'esercito; creassero i soscrittori un fattore, l'uffizio del quale
fosse di fare i procacci, e le cose procacciate, come a dire carni,
farine, rum, ed altre rimettere al capitano generale, od al maestrato
sopra la guerra; avesse questo fattore facoltà di trarre pel denaro
speso nei procacci sopra i direttori. Dovesse inoltre il fattore aprire
un fondaco, il quale riempisse di rum, di zucchero, di caffè, di sale e
di altre grasce, che servono all'uso comune degli uomini, le quali
grasce tutte obbligato fosse a vendere a minuto ed al medesimo prezzo,
col quale le aveva comperate all'ingrosso, a coloro, dai quali comperato
avesse le provvisioni per l'esercito; e ciò a fine di poter dai medesimi
ottenere, e più prontamente quelle, che migliori fossero. Quantunque di
prestatori fuori del Banco pochi si appresentassero, perchè i più per
fornire il denaro loro avrebbero desiderato prima maggiore stabilità
nello Stato, tuttavia si trovarono tosto soscrittori per un capitale di
trecento quindicimila lire pensilvaniche, dei quali ciascuno si obbligò
a somministrare ai direttori del Banco una determinata somma per mezzo
di scritte da pagarsi da essi in monete d'oro o d'argento. In cotal modo
i privati uomini, mossi da lodevole zelo verso la patria, vollero col
credito loro sopportare ed ampliare quello del pubblico, esempio tanto
più da commendarsi, quantochè le cose dello Stato non erano ancora
ferme.
Nè a questi tempi, quando un vittorioso nemico sì ferocemente instava, e
già già batteva alle porte loro, si ristettero gli Americani al procurar
genti e pecunia alla repubblica; che anzi procedettero più oltre, ed in
mezzo a quei romori di guerra vollero con acconci ordinamenti promuovere
le utili scienze, le nobili discipline, le necessarie arti, sapendo
benissimo, che, senza di tutte queste, la guerra mena per la diritta
alla barbarie, e che ne è meno lieta, e meno felice la pace. Nel che
intesero non solo una cosa utilissima operare, e conducevole al buon
costume dei popoli, ma sì ancora, mostrando securità in mezzo a quei
pericoli, far vedere ai loro, ed ai strani, quanto poco essi pericoli
curassero, e quanta fosse la confidenza, che nell'impresa loro collocato
avevano. Per la qual cosa lo Stato di Massacciusset fondò in Boston una
società, od accademia d'arti e di scienze, e con lodevoli statuti la
ordinò. Il fine suo fosse di promuovere e d'incoraggiare la cognizione
delle antichità dell'America e della storia naturale della contrada, di
determinare a quali usi servir potessero i proventi naturali di lei, di
promuovere le mediche scoperte, le matematiche disquisizioni, le
ricerche, e gli sperimenti filosofici, le osservazioni astronomiche,
meteorologiche e geografiche, l'agricoltura, le arti, le manifatture, il
commercio; di coltivare insomma ogni arte e scienza, le quali tender
potessero ad avanzare (così dicevano) l'interesse, l'onore, la dignità e
la felicità di un libero, independente e virtuoso popolo. Addì quattro
di luglio poi, celebrato prima con grandissima solennità l'anniversario
dell'Independenza, il presidente del congresso, quello dello Stato di
Pensilvania, e gli altri maestrati sì della città che della provincia,
siccome anche il cavaliere de la Luzerne, ministro di Francia, si
recarono con non ordinaria pompa all'Università per ivi assistere alla
collazione dei gradi agli studenti. Il Preposto agli studj orò molto
accomodatamente secondo il temporale. Le bramose menti dei giovani di
nuovo zelo si accendevano, e di maggior amore s'informavano verso il
nuovo Stato. I circostanti felici augurj pigliavano della nascente
repubblica.
A questi medesimi tempi, in cui per ogni canto, e con ogni più
convenevole modo si concitavano gli Americani a correre nella presa
carriera, e che sorgeva in essi un nuovo ardore alla guerra, arrivarono
all'Isola di Rodi i soccorsi, che la Francia mandava in mantenimento
delle cose d'America; ed allora fu l'allegrezza loro nel suo maggior
colmo posta. Consistevano in un'armata di sette navi d'alto bordo, tra
le quali il Duca di Borgogna di 84 cannoni, di cinque fregate, e due
altri legni minori. Era tutto questo navilio condotto dal Signore di
Ternay. Seguitavano una moltitudine di navi da carico, le quali
portavano sei migliaia di soldati, che obbedivano agli ordini del conte
de Rochambeau, luogotenente generale negli eserciti francesi. Ma però il
Re Luigi, ed il congresso si erano accordati, che Washington, come
capitano generale, dovesse guidare tutte le genti sì francesi, che
americane, ed a questo fine egli era stato creato dal medesimo Re
luogotenente generale, e vice ammiraglio degli eserciti, e delle armate
francesi. Gli abitanti di Nuovo-Porto accesero per festa i fuochi alle
case loro. Il Generale Heath ricevè con molte dimostrazioni di cortesia
e di allegrezza gli ausiliarj di Francia; e siccome correva attorno
voce, che Clinton fosse per venir ad assaltar l'Isola di Rodi, così gli
mise in possessione tosto di tutti i Forti, nei quali i Francesi con
tanta diligenza si fortificarono, che in brevissimo tempo furono in
grado di poter ributtare qualunque nemico, che si appresentasse. La
generale assemblea dello Stato dell'Isola di Rodi mandò deputati a
complire col capitano del Re Luigi, i quali molte cose dissero del grato
animo dell'America, e della generosità del Re di Francia. Promettevano
ogni sorta di aiuti e di provvisioni. Rispose Rochambeau, che quei
soldati, che là condotto aveva, erano soltanto la vanguardia di quelli,
che il suo Signore era per mandare in aiuto loro. Non dubitassero, che
il Re non sarebbe per mancare alla salute e sicurtà dell'America; che
sarebbero le sue genti vissute civilmente, ed in grado di fratelli.
Concluse con dire, che come fratelli, egli, e tutti i suoi avevano le
vite loro vogliosamente al servigio dell'America votate. Così il
capitano francese ed aiutava di presente gli Americani, e gli nutriva
con grande speranza, che dovessero arrivare altre genti, per dar loro
animo a sostenersi. Queste cose, che si risapevano, molto confortavano
quei popoli bisognosi dell'aiuto altrui, ed ardenti nell'impresa loro.
Ma i partigiani dell'Inghilterra, che ancora vi rimanevano, sia che
volessero la independenza o la ricongiunzione, rodevano il freno.
Washington per viemmaggiormente accomunare i due popoli ordinò a' suoi,
portassero nelle insegne il colore nero, e bianco, cioè il campo nero,
attornovi il bianco, essendo il primo l'insegna degli Americani, il
secondo quella dei Francesi.
Aveva solo a questo tempo l'ammiraglio Arbuthnot, il quale tuttavia se
ne stava nella Nuova-Jork, quattro navi di alto bordo, e non che
pensasse ad assaltare, temeva di essere assaltato. Pochi giorni dopo per
altro arrivò dall'Inghilterra l'ammiraglio Graves con sei altri vascelli
di simil portata. Perilchè diventati gl'Inglesi superiori di forze, si
deliberarono ad andare ad assalir i Francesi nell'Isola di Rodi. Vi andò
prima Graves colla sua armata per vedere, se vi fosse modo di poter
isconfiggere dentro Nuovo-Porto quella del nemico. Ma i Francesi con
tant'arte, e con tante difesa si erano assicurati, che ne sarebbe stato
peggio che pericoloso il cimento. Se ne tornò alla Nuova-Jork. Clinton
allora, il quale non avrebbe voluto dar tempo ai Francesi di metter
barbe in quelle nuove terre, si risolvette a far l'impresa dell'isola di
Rodi con seimila soldati dei migliori che si avesse, i quali portati
dalle navi da guerra dovevano sbarcare a qualche luogo a ciò accomodato.
Dava Graves le mani all'impresa, sebbene avesse la volontà aliena da
quella, perchè poco la credeva riuscibile. S'imbarcarono, e già erano
proceduti presso Huntingdon-bay nell'Isola Lunga. Ma Washington, che non
dormiva alle mosse di Clinton, vedutolo partito con tanta gente dalla
Nuova-Jork, ed avendo già tali rinforzi avuto da tutte le bande, che il
suo esercito poco fa sì debole ora sommava a dodici migliaia di soldati,
scendè a gran giornate per le rive dell'Hudson, ed arrivato a
Kingsbridge minacciava di vicino assalto la città stessa della
Nuova-Jork priva allora de' suoi eletti difensori. Da un'altra parte le
bande paesane della Nuova-Inghilterra si erano levate a stormo, ardendo
di desiderio di far vedere ai Francesi in quel loro primo giungere, da
quanto esse fossero. Già erano un grosso di dieci migliaia, che
marciavano a Provvidenza, e molte più stavano in pronto per
raggiungerle. Queste cose, che tosto si riseppero dai capitani
britannici, giunto anche i dispareri, che tra di essi correvano, fecero
di modo che Clinton si levò dal pensiero, e se ne tornò tosto con tutti
i suoi alla Nuova-Jork. Lo sgomento degli Inglesi molto crebbe l'animo
agli Americani, i quali già risguardavano sopra il presidio di quella
città, come se sbattuto fosse e prigioniero. A tutte queste ragioni di
conforto si aggiunse, che i Francesi venuti nell'Isola di Rodi avevano
portato gran quantità di monete di conio del loro paese, e siccome
soglion fare, quante ne avevano, queste tutte spendevano nei comodi e
nei piaceri del mondo. Quindi accadde, che in poco tempo incominciarono
esse ad andar attorno in tutti gli Stati se non copiosamente, certo
bastevolmente con evidente ristoro del corpo politico, che per difetto
di quelle se ne stava languendo, e vicino quasi al disciogliersi. Vero
è, che i biglietti di credito ne scapitaron di vantaggio. Ma non fu
grave la perdita; perciocchè già assai poco di riputazione conservato
avevano, e lo Stato ne fu poco poscia sgombro del tutto in quel modo,
che si racconterà nel progresso di queste storie.
Tutte le cause, che sin qui abbiamo narrate, avevano generalmente nuovo
coraggio negli Americani di tutti gli Stati infuso. Ma operarono con
maggior efficacia negli abitatori degli Stati meridionali, siccome in
quelli, che avevano vicino il pericolo, e che maggiormente, e per
ispeciali cagioni erano dell'insolenza inglese infastiditi. Quindi
avvenne, che già ribollendovi le cose, si rannodavano qua e là nella
Carolina Settentrionale, e sugli estremi confini della Meridionale
parecchie prese di repubblicani, le quali condotte da capitani
arditissimi non solo davano molto sospetto ai reali, ma ancora le poste
loro spesso bezzicavano, e qualche volta opprimevano. Ma tutti questi
condottieri di gente ostinata, e pronta a mettersi ad ogni sbaraglio
avanzava, e pel credito, che aveva nella provincia, e pel valore, e per
la perizia delle cose militari il colonnello Sumpter caroliniano. La
maggior parte di quei Caroliniani, i quali pel tedio della signoria
inglese abbandonato avevano la patria, erano concorsi a porsi sotto le
sue bandiere, e già erano sì numerosi, che potevano scorrere la
campagna, e tenevano intenebrato tutto il paese. Denari non avevano, nè
abiti da soldato, nè alimento certo; ma vivevano alla sfuggita di quello
che la fortuna, od il coraggio loro parava davanti. Stavano pure in gran
difetto d'armi e di munizioni da guerra. Ma i villerecci stromenti
dell'agricoltura convertivano in grossolane armi da guerra, ed in luogo
di palle di piombo ne gittavano di stagno del vasellame, che a quest'uso
vogliosamente donavano loro i cittadini. Eppure queste somministranze
non bastavano. Furono visti venir alle mani col nemico, non avendo
ciascun di loro più di tre cariche. E mentre si combatteva, alcuni,
mancando o d'armi o di munizioni, se ne stavano in disparte aspettando,
che le ferite o la morte dei compagni offerisse loro l'occasione di
pigliar le armi, e di caricarle. Ed allorquando se ne tornavano
vincitori dai duri incontri, erano costretti per fornir sè medesimi di
spogliar i morti ed i feriti delle armi e munizioni. Finalmente divenuto
Sumpter più gagliardo per l'accostamento di nuove genti, assaltò un
grosso posto britannico a Rocky-Mount. Ne fu risospinto, ma non
isgomentato. S'attaccò alcuni giorni dopo, imperciocchè nè pigliava in
mezzo alle sue correrie riposo nè il concedeva altrui, con un'altra
grossa posta d'Inglesi a Hanging-rock, e tutti gli smagliò, stanziali e
leali. Sconfisse altresì con eguale fortuna il colonnello Bryan venuto
co' suoi leali dalla Carolina Settentrionale; e brevemente questo
Sumpter era una continua rangola agl'Inglesi, i quali a patto nessuno
nollo potevano spegnere, per aver esso uno smisurato ardire, ed i rifugj
propinqui. Era egualmente destro a dar gli assalti, che i gangheri; e,
vinto o vincitore ch'ei fosse, non era possibile corgli posta addosso.
Gli stessi danni causava il colonnello Williams con una leggiera
smannata di Caroliniani del distretto di Ninety-six, il quale tanto si
andò aggirando, che in fine sorprese e tagliò a pezzi un branco di leali
sulle rive del fiume Ennoree. Così da questa minuta guerra molto erano
noiati gl'Inglesi, gli Americani ripigliavano gli spiriti, e si
mantenevano rizzate in quella provincia le insegne del congresso. Ma
queste avvisaglie, le quali poco, o nulla importavano alla somma delle
cose, non erano altro, che il principio delle maggiori battaglie, che
dovevano di lì a poco seguire. Non ebbe avuto sì tosto Washington avviso
dell'assedio di Charlestown, che aveva avviato alla volta della Carolina
Meridionale un rinforzo di quattordici centinaia di stanziali
marilandesi e delawariani sotto la condotta del barone di Kalb. Si erano
questi messi in via molto per tempo, e se avessero potuto arrivare al
punto accordato, avrebbero per avventura dato alle cose un altro
indirizzo. Ma tali e tanti furono gli ostacoli, che incontrarono nella
Carolina Settentrionale per la carestia delle vettovaglie, per le
difficoltà de' luoghi, e pell'immoderato calore della stagione, che non
poterono camminare, che di pian passo. È fama, vivessero molti dì coi
bestiami, che trovarono sbrancati nelle selve, e spesso privi affatto di
carne e di farina, la vita loro sostentarono con pesche, o coi granelli
di frumento immaturo. Questi disagi tutti sopportarono con mirabile
costanza. Strada facendo per la Virginia erano stati ingrossati dalle
milizie della provincia, ed arrivati sulle rive del fiume Deep furono
accostati dalle bande della Carolina Settentrionale, guidate dal
generale Caswell. Sommavano a sei migliaia di soldati. Essendo
l'esercito rispetto agli Stati Uniti numeroso, e l'impresa di cacciar
gl'Inglesi dalle Caroline di gran momento, il congresso, per favorire
con la riputazione del capitano le cose di queste province, ne diede il
governo a Gates. La qualità di straniero, il non conoscere la natura dei
luoghi, ed il non avere sperienza dei modi da usarsi colle
indisciplinate milizie nocquero tanto al barone di Kalb, che gli fu
mandato lo scambio. Arrivò Gates al campo sul fiume Deep addì 25 di
luglio. Là fece la mostra e la rassegna delle sue genti per conoscere
quali e quante fossero; poscia le mosse verso il fiume Pedee, il quale
nelle parti disottane separa la settentrionale Carolina dalla
meridionale. Il nome e la fortuna di Gates operavano di modo, che non
solo la gente corresse alle insegne, ma ancora, che le munizioni di ogni
sorta fossero portate al campo. I popoli si levavano a romore. Già gli
abitatori di quel tratto di contrada, che giace tra i due fiumi Pedee e
Black, rivoltatisi prese avevano le armi contro i reali; e Sumpter con
una buona smannata di fanti e di cavalleggieri andava ronzando sulla
stanca degl'Inglesi con animo di mozzar loro la via per a Charlestown.
Teneva infestato tutto il paese all'intorno. Tostochè Gates toccò
coll'esercito i confini della meridionale Carolina mandò fuori un bando,
invitando i Caroliniani ad adunarsi per vendicare cogli auspicj suoi i
diritti dell'America, promettendo, che sarebbero liberi da ogni colpa o
pena coloro, che erano stati forzati a dar le parole dai feroci
conquistatori, solo eccettuali quelli, i quali esercitato avessero atti
di barbarie, o di depredazione sopra le persone e le proprietà dei loro
concittadini. Non furono vane le esortazioni di Gates. Non solo i popoli
correvano all'armi per soccorrere alle cose della Carolina, ma le
compagnie stesse dei Caroliniani, i quali si erano posti ai servigj del
Re, o ribellarono o disertarono. Sumpter, fatto forte, faceva gran danni
agl'Inglesi. Aveva lord Rawdon, il quale, trovandosi Cornwallis a
Charlestown tutto intento nell'assestare gli affari della Carolina,
governava tutte le genti alloggiate a Cambden e ne' luoghi circonvicini,
avviato una presa d'Inglesi malati a Georgetown, e postogli sotto la
scorta dei Caroliniani condotti dal colonnello Mills. Questi, già fatta
una parte del viaggio, si ammottinarono, e fatti gli uffiziali, che gli
guidavano, prigioni, condussero essi, i malati e sè medesimi a
salvamento agli alloggiamenti di Gates. Il colonnello Lisle, il qual era
uno di quelli, che avevano dato la parola, e che poscia aveva promesso
di voler essere un buono e fedele suddito dei Re, subornò un battaglione
di milizie, che stat'erano levate in nome del lord Cornwallis, ed
intiero lo guidò a Sumpter. Questi poi sull'occidentale riva del Wateree
con incredibile celerità procedendo, aveva intrapreso una moltitudine di
some di rum, e d'altre grasce e munizioni, che da Charlestown si
mandavano a Cambden. Fece nel medesimo fatto prigioni molti malati e
stanziali che gli accompagnavano. Già la via di Cambden a Ninety-six era
infestata dai repubblicani, e quella di Cambden a Charlestown vicina ad
esserlo. Così le cose del Re nella Carolina parevano in manifesta
declinazione. Lord Rawdon vedendo tanto nemico vicino a scoccarglisi
addosso, e non avendo forze sufficienti a poter vagar per il paese
liberamente, nè a tener un largo campo, ristrinse i suoi ne' luoghi
circonvicini a Cambden, e pose gli alloggiamenti sulla destra sponda del
rivo Linche. Intanto diè ragguaglio di ogni cosa, e del pericolo, che
correva, a Cornwallis. Arrivò Gates con tulle le sue genti sulla
sinistra riva, e si accampò a rincontro del nemico. Scaramucciavano
spesso i repubblicani coi regj con varia fortuna. Avrebbe il generale
americano voluto venire a giornata, assaltando Rawdon troppo debole a
paragon suo dentro gli suoi alloggiamenti. Ma trovatigli troppo forti,
se ne rimase. Fu questo suo, come pare, ottimo consiglio. Ma bene si
lasciò fuggir dalle mani una molto propizia occasione di riportar una
onorata vittoria. Poichè, se avesse marciato a gran passi verso le fonti
del rivo, avrebbe potuto facilmente oltrepassare il sinistro fianco del
lord Rawdon, ed arrivatogli alle spalle impadronirsi improvvisamente di
Cambden. La qual cosa stata sarebbe l'ultima rovina degl'Inglesi. Ma o
non l'avvertì, o, avvertendolo, non s'ardì. Poco poscia il capitano
britannico, vedute fare dagli Americani alcune mosse verso l'ala sua
dritta, che gli diedero sospetto pe' suoi magazzini e per l'ospedale,
lasciate le rive del Linche, si ritirò con tutte le genti, e senza
ricevere molestia alcuna da parte del nemico, a Cambden. In questo punto
arrivò al campo il conte di Cornwallis. Conosciuto lo stato delle cose,
e veggendo, quanto i repubblicani si fossero fatti vivi, ed il paese
loro partigiano, faceva molto correre la contrada dagli speculatori,
riempiva le compagnie coi convalescenti più gagliardi, forniva
l'esercito d'armi, e specialmente la legione di Tarleton di cavalli, dei
quali difettava. Ciò nondimeno non aveva egli sotto le insegne oltre di
duemila soldati, tra i quali a un dipresso quindici centinaia di
stanziali, ottima gente però, gli altri leali, e fuorusciti.
L'attaccarsi con un nemico tanto superiore di forze pareva cosa non che
pericolosa, temeraria. Avrebbe potuto schivar di combattere, e ritirarsi
a Charlestown. Ma andò considerando, che, abbracciando questo consiglio,
avrebbe dovuto lasciar indietro in balìa del nemico da ottocento malati,
ed una quantità inestimabile di munizioni sì da guerra che da bocca; e
che, se si eccettuano le due città di Charlestown e di Savanna, la
ritirata avrebbe causato la perdita di tutte due le province della
Carolina e della Giorgia. Nè gli sfuggiva, che la maggior parte delle
sue genti erano soldati valentissimi, fornitissimi di ogni cosa,
capitanati da uffiziali di mirabile perizia e valore. La vittoria poi
avrebbe, siccome credeva, posto in sua mano intieramente le due
Caroline, mentre la sconfitta poco maggior danno gli avrebbe recato
della ritirata. Per le quali cose si determinò a mostrare il viso al
nemico, ed a tentar la fortuna delle battaglie. E siccome Cambden, dove
allora si trovava l'esercito, non era luogo forte, e che i partiti più
generosi sono anche per l'ordinario i più fortunati, così volle, non già
aspettar il nemico nelle sue stanze, ma sibbene andargli a fare un
alloggiamento addosso a Rugeley's-mills, dove si era posto a campo, e
tentar la giornata con esso. Il giorno 15 d'agosto tutte le genti del Re
ebbero ordine di tenersi pronte al marciare. Alle dieci della sera si
muovevano verso Rugeley's-mills. La prima schiera era guidata dal
colonnello Webster, e consisteva in fanti leggieri e cavalli. La seconda
schiera, nella quale erano posti i volontarj d'Irlanda ed i leali, era
sotto la condotta del lord Rawdon, e seguitata, come da una piccola
squadra di riscossa, da due battaglioni d'Inglesi. Nella terza schiera,
che seguitava alla coda, erano il carreggio, e gli uomini d'arme della
legione. Camminavano in mezzo all'oscurità della notte con grandissimo
silenzio; e già passato il rivo Saunder si erano scostati a dieci miglia
da Cambden alla volta di Rugeley's-mills. Mentre in tal modo contro gli
Americani marciavano gl'Inglesi intentissimi ed eseguire gli ordini dei
capitani loro, Gates aveva mosso il campo alle dieci della sera da
Rugeley's-mills, e si era avviato verso Cambden, intendendo di fare a
Cornwallis quello, che questi voleva fare a lui. Aveva egli ordinato i
suoi di modo, che marciava la prima legione dei cavalleggieri del
colonnello Armand col fanti leggieri del colonnello Porterfield alla
dritta, ed i fanti leggieri del maggiore Amstrong alla stanca. Venivano
dopo le brigate degli stanziali della Marilandia, e le bande paesane
della Carolina Settentrionale e della Virginia. Seguitavano alla coda le
salmerie con una grossa guardia di volontarj, e la cavalleria dai due
lati. Comandava Gates, si muovessero taciti e serrati; non isparassero a
pena di cuore. I gravi impedimenti, i malati, le munizioni non
necessarie aveva mandato indietro a Wacsaws. Così si difilavano fra le
tenebre con maraviglioso silenzio, e non senza grave sospetto
vicendevole gli uni contro gli altri i repubblicani ed i regj. Era la
notte giunta alle due della mattina, quando le prime scolte inglesi
s'incontrarono nella testa della colonna americana. I legionarj d'Armand
secondati dai fanti di Porterfield aspramente ributtarono i primi
feritori inglesi; Porterfield ne riportò una grossa ferita. Allora i
fanti leggieri inglesi con due colonnelli di grave armatura attestandosi
in sulla calpestata, frenarono l'impeto degli Americani. Succedette una
mischia feroce con egual vantaggio e perdita da ambe le parti. Ma nè
l'una, nè l'altra volendo commettere al rischio di una battaglia
notturna la fortuna della guerra, si ristettero, e ne nacque in mezzo a
quel buio un silenzio d'armi, il quale durò sino al nuovo dì. Intanto
Cornwallis ebbe fumo dagli uomini del paese, che la natura dei siti
molto era favorevole a' suoi, e contraria ai soldati di Gates: poichè la
via, per la quale solo poteva questi far la passata per venirlo ad
assaltare, era assai stretta, e fiancheggiata dai due lati da paludi. La
qual cosa, rendendo inutile il maggior numero delle genti americane,
pareggiava le partite tra i due eserciti. Laonde il capitano inglese si
determinò a far la battaglia dell'indomani in quel luogo. In sul far del
dì squadronava di modo i suoi, che la frontiera dell'esercito fosse
composta di due schiere, delle quali la diritta sotto i comandamenti di
Webster aveva il fianco diritto attorniato da una palude, e col sinistro
si appoggiava alla strada maestra, e la stanca guidata dal lord Rawdon
si atteneva medesimamente col fianco suo sinistro ad una palude, e col
destro si congiungeva in su quella stessa strada colla schiera di
Webster. Tra l'una e l'altra locarono le artiglierie. Un battaglione
erasi attelato, come un poco di retroguardo, dietro la schiera di
Webster; un secondo dietro quella di Rawdon. La legione di Tarleton si
era arringata accanto la strada sulla dritta, pronta a difendere, o ad
offendere, secondochè si discoprisse la occasione. Nè dall'altro canto
Gates se ne stava neghittoso in faccia all'ordinantesi nemico. Trasse
fuori i suoi, e sì fattamente gli ordinò, che la vanguardia ne fu divisa
in tre squadre, la destra guidata dal generale Gist, la quale col destro
suo fianco toccava una palude, e col sinistro si congiungeva vicino la
strada con quella di mezzo, composta di bande paesane della Carolina del
Nort, e condotta dal generale Caswell. Nella stanca poi si trovavano le
milizie virginiane guidate dal generale Stevens. Dietro i Virginiani si
affilarono i fanti leggieri di Porterfield, e di Amstrong. Armand co'
suoi cavalli si era schierato dietro la sinistra per contrastare alla
legione di Tarleton. Quest'era la vanguardia. Gli stanziali della
Marilandia e della Delawara, uomini fortissimi, e nei quali era
collocata la principale speranza della vittoria, si erano posti in
ordinanza, come dietroguardo, e schiera di riscossa. Questi erano
capitanati dal generale Smallwood. Le artiglierie eransi ordinate parte
sulla dritta degli stanziali, e parte sulla strada maestra. Stavano in
tal modo attelati l'uno a rincontro dell'altro i due eserciti, e pronti
ambidue a venirne alle mani, quando Gates non contento alla positura
delle schiere di Caswell e di Stevens, ordinò, non so se con ragione, ma
certo con imprudenza, si dislocassero per pigliarne un'altra, che più
opportuna gli parve. La qual cosa vedutasi da Cornwallis, non volendo
egli lasciarsi fuggir dalle mani quella occasione, che la favorevole
fortuna gli offeriva, comandò a Webster, si facesse pesatamente avanti,
e vigorosamente assaltasse l'opposta schiera di Stevens, i soldati della
quale tuttavia ondeggiavano per non aver ancor del tutto pigliato i
nuovi ordini. Riempì incontanente Webster la volontà del capitano
generale. Si appiccò dunque di prima presa la battaglia tra l'ala dritta
inglese, e la sinistra americana; ma non tardò a diventar generale lungo
tutta la fila. L'aere essendo piorno, ed il cielo scuro, il fumo
dell'armi da fuoco non poteva alzarsi nelle regioni superiori; ma
accumulatosi in copia nelle basse avviluppava, come un denso nugolo, i
due eserciti, dimodochè malagevolmente l'uno poteva scorgere quello che
l'altro si facesse. Tuttavia si vedeva, che gl'Inglesi combattendo ora
cogli archibusi, ora colle baionette molto aspramente, si facevano
avanti, mentre gli Americani indietreggiavano. In fine i Virginiani
ferocemente incalzati da Webster, e già mezzi scompigliati da
quell'inopportuna mossa, ordinata in procinto della battaglia da Gates,
dopo leggier conflitto, voltate le spalle, si davano, lasciando i
compagni nelle peste, vergognosamente alla fuga. Le successive compagnie
dei Caroliniani incominciarono anch'esse a balenare, e seguitarono
poscia la medesima bruttezza, nissuno quasi combattendo, o mostrando il
volto agli avversarj, smarrita non che altro, per la fuga così subita,
la virtù dei Capi. Così appoco appoco si andò smagliando tutto il
sinistro corno dell'esercito americano. Fecero Gates e Caswel qualche
sforzo per riordinargli; ma sopraggiunse in terribile sembianza
Tarleton, il quale, veduta la rotta loro, gli aveva seguitati a slascio,
e quei che già erano in volta, spaventò viemmaggiormente, e quei, che si
volevano rannodare, sbaragliò. Nissun fine o modo al terrore ed alla
fuga. Tutti si rifuggirono alla sfilata nelle vicine selve. Così per la
rotta dei Virginiani e delle più vicine milizie della Carolina un
reggimento caroliniano, e gli stanziali marilandesi e delawariani, che
già si trovavano alle prese da fronte, furono anche assaliti sul loro
sinistro fianco, ch'era rimasto nudato, dall'ala dritta inglese, che
vittoriosa s'era volta contro di loro. Combatterono ciò nondimeno
egregiamente; e furono operatori, che se non poterono ristorare la
fortuna della battaglia, almeno non ne furono in questo dì macchiate con
una nota di codardia, e disgraziate presso i forti uomini le americane
insegne. Traevano da disperati; si avventavano colle baionette, tennero
un pezzo la battaglia dubbia; e non contenti al difendersi, ma spintisi
innanzi, guidati ed incuorati dal barone di Kalb, si scagliarono
furiosamente addosso gl'Inglesi, e gli fecero restare un momento. Ma
finalmente sopraffatti dal numero dei regj, e tentati e punti da ogni
banda dalla cavalleria andarono anch'essi in volta, non avendo però
lasciata la vittoria senza sangue agl'inimici. Il barone di Kalb fu
ferito mortalmente di undici ferite, e fatto prigioniero. Si salvarono
come a ciascun venne in sorte, scomposti e sbarattati. Solo si levarono
dal campo Gist con un nodo intiero di cento fanti, ed Armand co' suoi
cavalli. Seguitarono gl'Inglesi gagliardamente i vinti colla cavalleria
per lo spazio di ventitre miglia, e non fu fatto fine al perseguitare,
se non quando la stanchezza indusse la necessità del riposo. Fu assai
grave in questo fatto la perdita degli Americani, poichè il numero dei
morti, feriti e prigionieri loro arrivò bene a due migliaia di soldati.
Tra i prigionieri si noverarono il barone di Kalb, ed il generale
Rutherford caroliniano; tra i morti il generale Gregory. Otto cannoni,
duemila archibusi, un buon numero di bandiere, tutto il carreggio, le
bagaglie e le munizioni vennero in poter dei vincitori. La perdita degli
Inglesi tra morti e feriti, sommò soltanto a 324, inclusi gli uffiziali.
Il barone di Kalb tre giorni dopo, sentendosi vicino al morire, pregava
il cavaliere du Buisson, suo ajutante di campo, esprimesse in nome suo a
Gist e Smallwood, quanto stato fosse soddisfatto del valore dimostrato
nella battaglia di Cambden dagli stanziali della Delawara e della
Marilandia. Ciò fatto, rendè lo spiritò con manifesti segni di contento
all'aver perduto la vita in difesa di una causa, che sì ardentemente
aveva amato. Il congresso decretò, se gli si rizzasse un monumento nella
città di Annapoli, capitale della Marilandia. E' pare, che Gates, oltre
l'errore dell'aver voluto cambiar l'ordinanza dei suoi in cospetto del
nemico, abbia anche commesso quell'altro di aver fatto marciar di
nottetempo le milizie, le quali, non use ancora ai pericoli della
guerra, e mal ferme negli ordini loro, facilmente aombrano e
sbigottiscono. Si ritirò egli a Hillsboroug nella Carolina
Settentrionale; Gist e Smallwood prima a Charlottetown, e poscia più in
su a Salisbury, dove intendevano a raccorre i fuggiaschi, ed ogni sforzo
facevano per rifare una grossa testa. Ora tutto veniva a divozione dei
vincitori, e nissuna insegna si discopriva più oltre rizzata in tutta la
Carolina Meridionale in favore della repubblica. Solo Sumpter si andava
tuttavia aggirando con una mano di circa mille soldati, e due bocche da
fuoco sull'occidental riva del fiume Wateree. Ma avute le novelle, che
Gates era stato rotto in battaglia a Cambden, si ritirava più che di
passo verso Catawba, distretto posto nelle parti superiori della
settentrionale Carolina. Cornwallis, il quale era uomo operosissimo,
avvisandosi che l'opera non era compiuta, finchè non avesse rotto quel
capo, che solo rimaneva, di repubblicani, lo faceva perseguitare da
Tarleton. Usando una incredibile celerità, giunse alla non pensata sugli
alloggiamenti di Sumpter, mentr'egli se ne stava pigliando riposo sulle
sponde del Fishingcreek. La cosa riuscì sì improvvisa, che gl'Inglesi
ebbero tempo di por le mani sulle armi degli Americani, primachè
avessero potuto risentirsi. I soldati di Sumpter si perdettero di animo,
e benchè qua e là si facesse qualche difesa, furono di breve rotti e
fugati. Molti furono tratti a morte, quantunque si arrendessero;
perciocchè Tarleton non voleva lasciargli in vita, non avendo seco ad un
terzo tanta gente, quanta Sumpter. Infine cessò la strage, quando furono
liberati gl'Inglesi ed i leali, che prigionieri essendo, aveva Sumpter
fatto alloggiare dietro il campo. I cannoni, le munizioni, le bagaglie,
il carreggio diventarono preda al vincitore, Sumpter scampò dalla rotta
con pochi de' suoi. Ei non v'ebbe colpa, perciocchè non avesse
tralasciato di mandare avanti gli speculatori a sopravvedere, i quali
tutt'altra cosa fatto avevano fuori di quella, che dovevan fare.
Tarleton colla preda, coi prigionieri, e coi liberati se ne tornò tre
giorni dopo a Cambden.
Dopo il fatto d'arme di Cambden avrebbe Cornwallis, per non corrompere
colla tardanza il frutto della vittoria, desiderato di condursi tosto
nella Carolina Settentrionale, provincia debole ed infetta di mali semi
verso il congresso, per andar poscia a danni della Virginia. Certamente
la presenza in quella dell'esercito vincitore avrebbe le ultime reliquie
disperso dei vinti, impedito che di nuovo si ordinassero ed
ingrossassero, e dato animo ai cittadini amatori del nome reale, perchè
potessero levarsi, e romoreggiare. Ma varie cagioni si opponevano a
questa volontà di Cornwallis. Era la stagione caldissima e malsana, il
numero de' malati dentro gli ospedali grande, e quello dei feriti non
poco. I fondachi ancora male eran forniti delle cose necessarie a
campeggiare, nissuna canova sulle frontiere delle Caroline; quella del
Nort scarsissima di vettovaglie. Per la qual cosa, omessi i pensieri
caldi, e partiti i suoi soldati nelle stanze, se ne tornò nella città di
Charlestown, credendosi sicuro e della intiera soggezione della
meridionale Carolina, e della vicina conquista della settentrionale,
quando fossero ed il tempo diventato propizio, e le munizioni
apparecchiate. Solo scrisse frequenti lettere agli amici del Re nella
Carolina del Nort, esortandogli a pigliar le armi, a far masse, ed a por
le mani addosso ai più violenti libertini, ed alle munizioni e magazzini
loro; intraprendessero eziandio, e si assicurassero delle persone degli
sbrancati dell'esercito ribelle. Prometteva infine, sarebbe venuto tosto
in soccorso loro. E perchè i fatti consuonassero colle parole, non
potendo ire con tutto l'esercito, mandò sui confini occidentali della
Carolina del Nort coi cavalleggieri, ed una banda di mille leali, il
maggiore Fergusson, arditissimo condottiere di stracorridori. Doveva
questi colla presenza sua dar animo ai leali, e principalmente
intrattenere pratiche cogli abitatori della contea di Tryon, più di
tutti gli altri affezionati al nome dell'Inghilterra.
Non potendo Cornwallis guerreggiare, si metteva in sul voler riordinare
le cose interne, per viemmeglio stabilire l'acquisto della provincia.
Nel che fare volendo egli usare medicine forti, si propose e di
spaventare i repubblicani con severe pene, e di tor loro i modi di
nuocere, togliendo loro le sostanze. Mandò pertanto ordini ai capitani
britannici, perchè immediatamente gastigassero col supplizio delle
forche coloro, i quali dopo di aver militato nelle bande paesane in
favor del Re, si fossero poscia congiunti coi ribelli; che
incarcerassero, e spropriassero coloro, i quali essendosi prima
sottomessi, avessero poi avuto parte nell'ultima ribellione; e che cogli
effetti loro si ristorassero quelle persone, che state fossero da essi o
spogliate od oppresse. Nel che si dee far considerazione, che se tanta
severità si poteva escusare rispetto a coloro, i quali avevano scambiato
la condizione di prigionieri di guerra con quella di sudditi britannici,
era però condannabile e degna di eterno biasimo quella, che si
esercitava contro coloro, che nella prima condizione avevano voluto
perseverare. Imperciocchè erano stati sciolti delle parole loro dal
solenne bando mandato fuori da Cornwallis addì 3 di giugno. Ma i
vincitori o gavillando, e qualche volta ancora senza gavillare,
massimamente quando si tratta di affari di Stato, rompono troppo spesso
la fede loro, come se necessaria cosa fosse l'accoppiare alla ferocità
delle armi l'arte degl'inganni. Comunque ciò sia, gli ordini di
Cornwallis, avvengadiochè duri ed aspri fossero, eran posti ad effetto
in ogni parte, e tutta la Carolina ne fu ripiena di esempj crudeli e
superbi. La qual cosa alcuni fra gli uffiziali britannici altamente
condannavano; ma i più, e più di tutti Tarleton, come utile e necessaria
alla causa del Re sommamente commendavano. Conciossiachè Tarleton già si
era molto doluto della clemenza, siccome la chiamava egli, usata da
Cornwallis prima della battaglia di Cambden, dicendo, ch'essa era non
solo buona a nulla, ma ancora nociva in tutto, siccome quella, che
faceva gli amici meno vogliosi, ed i nemici più arditi. Il che se era
vero, stato non sarebbe da biasimarsi, se nelle guerre si avesse solo ad
aver riguardo all'utile, e nissuno alla umanità, alla fede ed alla
giustizia; poichè nissuno niega, che nell'esercizio di quelle
l'avvelenare le fonti, l'ammazzar sul fatto i prigionieri che ci vengono
alle mani, il condurre in ischiavitù gli uomini, le donne, i fanciulli
dei vinti, e di ogni proprietà ed umano diritto dispogliargli, possano
essere, o siano invero cose utili ad effettuarsi. Ciò nonostante si
vede, che le nazioni civili, ed i capitani degli eserciti, che del tutto
barbari e disumanati non siano stati, se ne sono in ogni tempo astenuti.
Ma gli Inglesi intanto non restandosi traevano a crudel morte gli uomini
più riputati del paese. I cittadini di Camden, di Ninety-six, di
Augusta, e di altri luoghi videro montare su i patiboli coloro, i quali
di nissun'altra cosa si accagionarono fuori di quella di essere stati
troppo fedeli ad una causa, ch'eglino tanto giusta, ed alla patria loro
profittevole riputavano. Le menti si riempirono d'orrore, ed i cuori
s'infiammarono di ferino, e più che immortale odio contro i crudeli
vincitori. Fremevano i popoli all'intorno, e giuravano di vendicarsi;
tutti abbominavano un re, che sì feroci esecutori delle volontà sue
aveva nella diletta contrada loro inviati. Le insegne sue ne diventaron
esecrate; ed i capitani britannici impararon per pruova, che i supplizj
e la disperazione degli uomini sono poco sicuri fondamenti alla
conquista di un popolo in lontane regioni posto, da una comune opinione
mosso, ed in una generale impresa infervorato. Nè furono questi i soli
provvedimenti, che credè Cornwallis utile di fare per assicurarsi nella
possessione di quelle province, che colle armi aveva conquistate. Usò
ancora, per tor vieppiù favori ai malcontenti, i confini ed i sequestri.
Ossiachè temesse, che la presenza dentro Charlestown dei principali
personaggi, i quali, stando fermi in sulle parole loro di prigionieri di
guerra, non avevano voluto rivestirsi della qualità di sudditi, non
contribuisse a mantener vivo il desiderio della resistenza, ovverochè,
siccome gl'Inglesi lasciarono scritto, avessero essi sin là tenuto
pratiche segrete coi nemici del nome reale, le quali venute fossero a
notizia dei Capi britannici per mezzo delle scritture trovate nelle
bagaglie dei generali americani prese nella rotta di Cambden, fece
arrestare più di trenta dei Capi più riputati delle parti americane, e
gli mandò a confine nella città di Sant'Agostino nella Florida
orientale. Erano questi tutti del numero di coloro, che avevano più
mestato nel passato governo, e che s'erano dimostrati più ardenti in
voler tenere quella guerra. Perchè poi non potessero coloro, ch'ei
credeva, od erano infatti avversi, le sostanze loro usare in benefizio
del congresso, o per isforzargli a calare alla soggezione, con pubblico
bando sequestrò i beni di tutti coloro, i quali o intrattenessero
traditevoli pratiche, o stessero ai servigj, od in qualunque modo
operassero sotto l'autorità del congresso, od accostati si fossero ai
nemici della Gran-Brettagna, o la ribellione con parole, o con fatti
sostenessero, ed avanzassero. Costituì nel medesimo tempo un commissario
sopra i beni sequestrati, il quale fosse obbligato di contare alle
famiglie degli staggiti una parte della rendita annua al netto, la
quarta a quelle, che consistessero nella moglie e nei figliuoli, ed una
sesta alle mogli che non avessero figliuoli, bene inteso però, che
dovessero nella provincia fare la residenza loro. Questi modi in un con
una grandissima vigilanza sugli andamenti dei sospetti usarono
gl'Inglesi per compor le cose, e per estirpare al tutto la ribellione
nella meridionale Carolina, e potere, quando fosse giunto il tempo
propizio, sicuramente recarsi a conquistare quella del Nort. Qual fine
avessero queste deliberazioni, apertamente si vedrà nel progresso di
queste storie.