[1780]
Io m'apparecchio a scrivere una ostinata guerra, la quale variata in
numerosi affronti, e spesse battaglie dimostrò forse più, che in
un'altra qualsivoglia, quanto siano incerte le operazioni dell'armi, ed
instabili i favori della fortuna; e quanto tenaci siano le umane menti
nel proseguire ciò, che posto hanno in cima dei desiderj loro. Le
vittorie partorirono frequentemente i frutti delle rotte, e le rotte
quei delle vittorie; i vincitori diventarono spesso vinti, i vinti
vincitori. In piccoli fatti mostrossi una gran virtù, e dall'opera di
poche genti, secondochè queste o quelle ebbero prospero, od infelice
successo, altrettanto, o più in ultimo si ottenne, che ricavato si sia
le più volte dalle grossissime battaglie combattute ne' campi europei da
valorose e potentissime nazioni. Nè si cessò dall'aspra contesa nelle
Caroline, se non quando già s'incamminavano le cose a quel fatale caso,
che del tutto afflisse le britanniche armi sul continente americano.
Erasi, come nel precedente libro si è da noi raccontato, partito dalla
Nuova-Jork il generale Clinton per recarsi all'impresa delle Caroline,
nelle quali si proponeva principalmente d'insignorirsi della città di
Charlestown; avuta la quale si sperava, tutta la provincia avesse ad
inclinare subito il collo all'obbedienza del Re. Conduceva seco da sette
in ottomila soldati tra Inglesi, Essiani e leali, tra i quali una buona
squadra di cavalli, gente molto necessaria all'esercizio della guerra in
quelle province agili e piane. Aveva anche posto sulle navi una quantità
grandissima di munizioni sì da guerra che da bocca. Viaggiavano gli
Inglesi pieni di ardimento, e confidentissimi della vittoria. Dapprima
furono assai favorevoli i venti, e propizio il mare. Ma messisi poscia
gli orribili temporali, ne fu l'intiera flotta dispersa, e grandemente
danneggiata. Alcune navi pervennero sul finir di gennaio a Tibee nella
Giorgia; altre furono intraprese dagli Americani; un'annonaria
infortunò, e si ruppe con perdita di tutte le munizioni che portava; i
cavalli, sì quei che servivano al traino delle artiglierie, come quei
delle compagnie, la maggior parte perirono. Tutti questi danni, che
stati sarebbero gravi in ogni tempo, riuscirono in quell'occorrenze
gravissimi, e quasi irreparabili. Ritardaron poi anche sì fattamente
l'impresa di Charlestown, che ebbero gli Americani tempo ad apparecchiar
le difese. Finalmente si raccozzaron tutti nella Giorgia. Le genti
vincitrici di Savanna ricevettero con molte dimostrazioni d'allegrezza
quelle di Clinton, le une e le altre molto efficacemente adoperandosi
per ristorar i danni sofferti nel tragitto. Quando furon di bel nuovo in
punto, il che fu al dieci febbraio, partirono sulle navi da carico,
accompagnate anco da quelle da guerra, ed avuti i venti prosperi
arrivarono speditamente nelle bocche del Nort-Edisto, fiume, che mette
in mare poco lungi dall'Isola di San Giovanni sulle coste caroliniane.
Esplorati i luoghi, e superato lo scanno, sbarcarono, distendendosi
dentro l'isola sopraddetta, e quella di San Jacopo più vicina a
Charlestown. Già le prime scolte toccavano le rive del fiume Ashley, il
quale bagna le mura di questa città. Occupavano parimente il Wappoo-cut,
pel quale i battelli e le galere dovevan passare per trasportare poscia
i soldati dalla destra sponda dell'Ashley sulla sinistra, sulla quale è
posto Charlestown. Ma gl'indugi causati dalla passata fortuna di mare,
pei quali avevano i Caroliniani avuto tempo di munire la città con nuove
fortificazioni e più grossi presidj, avevano indotto Clinton a vieppiù
soprastare all'oppugnazione, ed a mandar ordine intanto al generale
Prevost a Savanna, gl'inviasse de' suoi dodici centinaia di soldati,
incluso quel maggiore numero di cavalli che potesse. Aveva anche scritto
a Knyphausen, il quale, partito Clinton, era rimasto al governo dei
presidj della Nuova-Jork, spedisse tostamente all'oste presso
Charlestown rinforzi di genti e di munizioni. Venne infatti pochi giorni
dopo a congiungersi con Clinton il generale Patterson mandatovi da
Prevost colle richieste genti, dopo d'aver superato non senza molta
fatica e pericolo gl'impedimenti de' sfondati cammini, dei fiumi
ingrossati, e del nemico, che, leggiero e sparso, lo aveva con ispesse
scaramucce col sinistro fianco noiato da Savanna sin molto addentro
nella Carolina. Stava intanto Clinton affortificandosi sulle rive
dell'Ashley, e su quelle delle vicine fiumane, e bracci di mare per
mantener libere le vie a poter comunicare col suo navilio. In questo
mezzo il colonnello Tarleton, del quale sarà fatta frequente menzione in
queste storie, non meno arrisicato, ch'esperto condottiere di
cavalleggieri, recatosi nell'Isola di Porto-Reale, situata sulle coste
della Carolina più verso la Giorgia, assai fertile e ricca, attendeva
con procacci fatti, per danaro dagli amici, per forza dai nemici, di
nuovi cavalli a ristorar la perdita di quelli, che morti erano durante
l'infelice tragitto. Nel che se non ottenne tutto quello che desiderava,
ebbe però più assai di quanto egli sperava. Così in sul finir di marzo
ogni cosa era in pronto per cominciar l'assedio di Charlestown, dalla
quale città l'esercito britannico era separato soltanto dalle acque del
fiume Ashley.
Dall'altro canto non erano stati oziosi gli Americani nel fare tutti
quei provvedimenti sì civili che militari, che più creduti avevano
necessarj ad una gagliarda difesa, quantunque in questo quegli effetti
non ottenessero che avrebbero desiderato, e che la gravità del caso
richiedeva. I biglietti di credito nella Carolina Meridionale avevano
tanto perduto di riputazione, che con essi assai difficilmente si
potevano fare i procacci necessarj agli usi della guerra. Nè meno si
travagliava per la carestia dei soldati. Le milizie dopo l'ardue fazioni
della Giorgia nel passato inverno, tratte dal desiderio del riposo,
s'erano, disbandandosi, alle case loro ritornate. Il timore del vaiuolo,
che sapevano serpeggiare in Charlestown, le impediva ancora di recarsi
al soccorso della città capitale. I reggimenti poi degli stanziali
appartenenti alla provincia, ch'erano sei, si trovavano talmente
assottigliati dalla frequenza de' disertori, dalle malattie, dalle
battaglie, dal finir delle ferme, che tutti insieme non arrivavano ad un
migliaio di soldati. Non pochi parimente dei Caroliniani si erano
ridotti a giovarsi dei perdoni presso Prevost a Savanna, parte per
fedeltà verso il Re, e parte per preservare le robe loro dal sacco.
Perocchè gl'Inglesi, senza rispetto alcuno, depredavano e devastavano le
proprietà di coloro, i quali continuavano a militare sotto le insegne
del congresso. La vittoria poi di Savanna aveva indotto negli animi un
grande terrore dell'armi inglesi; e molti ripugnavano all'andarsi a
serrare dentro le mura di una città, che poco credevano poter resistere
agli assalti di un nemico sì valoroso. E se deboli erano per la
necessità delle cose i preparamenti dei Caroliniani meridionali, erano
poco più gagliardi quei del congresso. Aveva questi avuto tempestivo
avviso del disegno degl'Inglesi, e vedendo rannuvolar nella Carolina
avrebbe voluto soccorrerle. Ma dall'un de' lati la debolezza
dell'esercito washingtoniano, che era stato assai diradato dal finir
delle ferme, dall'altro la grossezza dei presidj lasciati da Clinton
nella Nuova-Jork erano causa, che da quello non si potesse un molto
efficace aiuto inviare a Charlestown. Ma per altro per confortare colle
parole, giacchè non poteva coi fatti, ovvero perchè avesse credenza, che
i popoli si sarebbero risentiti al vicino pericolo della Carolina ed
accostati alle insegne, iva il congresso scrivendo a quei che
governavano le faccende in questa provincia, stessero forti, perciocchè
avrebbe mandato loro un soccorso di novemila soldati. Ma il fatto fu che
non ne potè mandare, che quindici centinaia, soldati stanziali però
della Carolina Settentrionale e della Virginia. Mandò inoltre due
fregate, una corvetta, ed alcune altre navi minori, per contrastare, se
possibil fosse, il passo verso la città per la via del mare. Aveva anche
esortato i Caroliniani, armassero gli schiavi. La qual cosa non ebbe
effetto, sia perchè a ciò ripugnavano essi universalmente, sia perchè
non si avevano in pronto sufficienti armi a por loro in mano. Nonostante
questa freddezza dei popoli, i maestrati di Charlestown, confortati anco
dalla presenza e dalle parole del generale Lincoln, il quale governava
tutte le faccende appartenenti alla guerra, fatta sopra di ciò una
consulta, con unito consenso deliberarono di voler difendere sino
all'ultimo la città. Nè contenti a questo, sapendo benissimo, quanto
nelle cose della guerra, e nei casi massimamente più gravi, vaglia
l'unità dei consiglj, diedero la potestà dittatoria a Giovanni Rutledge,
loro governatore, dandogli facoltà di fare tutto ciò, che necessario
credesse alla salute della repubblica; solo non gli diedero autorità
sopra il sangue, e vollero che non potesse tor la vita ad un cittadino
senza un legale giudizio. Avuta una tanta autorità, chiamò Rutledge a
campo le milizie; ma pochi accorrevano. Mandò poscia fuori un bando, col
quale comandò a tutte le squadre regolari di milizie, a tutti gli
abitanti, ed a tutti coloro i quali qualche proprietà avessero nella
città, dovessero sotto le insegne porsi, e venir a congiungersi col
presidio. Se non obbedissero, fossero i beni loro posti al fisco. A
questo aspro comandamento alcuni si mossero, comunque a gran pezza tanti
armati non si ottenessero, quanti si sarebbero desiderati, tanta era la
freddezza dei popoli; perciocchè erano sbigottiti, e volevano star a
vedere, che sesto piglierebbero le cose, e brevemente tutto il presidio
di una sì gran città poco passava i cinquemila uomini, inclusi gli
stanziali, le milizie ed i marinari. Dei primi, i quali erano il membro
più grande della difesa, se ne annoveravano da circa due migliaia.
Lavoravasi intanto con incessabile fatica alle fortificazioni.
Consistevano le difese della città dalla parte di terra, da quel lato
che si distende dietro di quella dal fiume Ashley a quello, che chiamano
Cooper, in una tela di bastioni, di trincee e di batterie, ove si
annoveravano ottanta grossi cannoni, e parecchie bombarde. Le opere
esteriori, che fronteggiavano l'aperta campagna, erano da due fianchi
protette da paludi, le quali nate dall'una parte e dall'altra dai due
fiumi si distendevano all'indentro verso il miluogo posto tra i
medesimi. Per serrare poi il passo di mezzo, le due paludi erano state
congiunte da un canale artefatto, che correva dall'una all'altra. In
mezzo allo spazio compreso tra queste opere esteriori e le trincee
avevano gli Americani fatto due forti palafitte coll'aver ficcato dentro
in terra grossi alberi di modo, che i rami colle punte loro fossero
volti all'infuori. Tra le due palafitte avevano scavato un fosso molto
affondo con entrovi l'acqua. Tra lo steccato interiore e le trincee
avevano per maggior sicurezza fatte certe buche qua e là da trappolarvi
dentro gli assalitori, se fin là fossero penetrati. Le trincee poi ed i
ripari fattivi erano da fianco, cioè a riva i due fiumi da ambe le parti
fortissimi, e sì fattamente costrutti, che le artiglierie loro tiravano
rasente terra, e spazzavano la campagna. Ma le trincee nel mezzo essendo
più deboli, si praticò in questo luogo un puntone ammattonato, il quale
a guisa di rivellino fortificasse l'entrata della Terra, e la porta
principale di lei coprisse. Quest'erano le fortificazioni, che
stendendosi a traverso del promontorio dietro la città da un fiume
all'altro, la difendevano dalla parte di terra. Ma sui due lati,
dov'ella è bagnata dalle acque dei fiumi, avevano piantato spesse e
grosse artiglierie su certi ripari fatti con molta diligenza, e
costrutti, perchè meglio resistessero ai colpi delle artiglierie, con
terra frammescolata al legno di palmetto. I luoghi poi, dove si sarebbe
potuto sbarcare, avevano accuratamente fortificati con grosse
palificate. Oltreacciò, e per cooperare con quella difesa, che dalle
batterie di terra si sarebbe fatta, e per impedir alle navi inglesi il
passo dentro del porto, apparecchiato avevano una nave, che portava 44
cannoni, sette fregate loro proprie, una fregata francese di 36 cannoni
con altri legni minori, principalmente galee. Tutto questo barchereccio
da principio con ottimo consiglio avevano fermato nello stretto passo,
che si trova tra l'Isola di Sullivan ed il Middle-ground; nella quale
positura se avessero continuato a starsene, avrebbero potuto grandemente
danneggiare la flotta inglese nel suo approssimarsi al Forte Moultrie,
posto su quell'isola, e tanto celebrato per la valorosa difesa fatta
contro gli Inglesi nel 1776. Ma quando l'ammiraglio Arbuthnot si
avvicinò colle sue navi allo scanno, abbandonato quel luogo, ed alle
proprie forze il Forte Moultrie, si avvicinarono vieppiù alla città, ed
andarono a porsi di traverso a quel canale, che non è altro che il fiume
Cooper, e scorre tra il sinistro lato della città, ed un renaio assai
basso, che chiamano Shutte's-folly. Ivi furono le fregate affondate in
un con altri legni mercantili, e sopra di esse con gomene, catene e
barre fu fatta come una barricata, che si stendeva da una riva
all'altra; e per assicurarla vieppiù v'intralciaron dentro gli alberi
delle navi affondate. Così non rimase agl'Inglesi altro impedimento
all'entrar nel porto, ed a venir sopra alla città per cooperar colle
genti di terra fuori di quello del Forte Moultrie. In cotal modo i
Caroliniani con grand'animo si apparecchiarono contro gli assalti
inglesi, stando anche in isperanza degli aiuti delle vicine province
della Carolina Settentrionale, e della Virginia. Lincoln, e Rutledge
grandissima lode meritarono per lo zelo e per l'industria singolari, coi
quali si adoperarono nel confortar i popoli, e fortificar la città. Gli
ingegneri francesi De-Laumoy, e De-Cambray con molt'arte gli
secondarono. Furono gli stanziali posti a difendere le trincee, dov'era
maggiore il pericolo, le milizie i lati a riva il fiume.
Appena avuto assetto tutte queste cose, il dì 29 di marzo Clinton,
lasciate le guardie a Wappoo-cut, dov'erano i magazzini, varcava colle
altre genti, senza ostacolo veruno incontrare, il fiume Ashley a dodici
miglia distante sopra Charlestown. E subito posto piede in terra mandò i
soldati armati alla leggiera sì fanti che cavalli, ad occupar la strada
maestra ed a correre il paese sino a gittata dei cannoni della città.
Seguitò poscia tutto l'esercito, e pigliò gli alloggiamenti a traverso
l'istmo dietro la città ad un miglio e mezzo distante. In tal modo fu
del tutto infrachiusa la via di terra al presidio; ed essendo gl'Inglesi
padroni delle rive dell'Ashley, gli rimaneva solo aperta a poter ottener
rinfrescamento di vettovaglia e di genti quella a sinistra a traverso il
fiume Cooper. Non tardarono i regj a trasportar al campo loro, prestando
in ciò un'opera eccellente co' suoi battelli e galere il Capitano
Elphinstone, le grosse artiglierie, le bagaglie e le munizioni sì da
guerra che da bocca. La notte del primo aprile incominciarono a lavorare
alle trincee, e nel termine di una settimana, avendo gli assediati
tratto con poco frutto, già erano i cannoni posti sulle batterie e
pronti a batter la piazza.
Nel medesimo tempo l'ammiraglio Arbuthnot si era messo in punto per
passare lo scanno, a fine di entrare nel porto di Charlestown. Le
fregate, siccome più leggieri, trapassarono senza difficoltà alcuna. Ma
a volere che le navi più grosse varcassero, fu mestiero alleggerirle col
tor via le artiglierie, le munizioni e per fino l'acqua che portavano.
Ebbe luogo il passaggio il dì 20 di marzo. Arbuthnot gettò l'ancora a
Five-Fathom-Hole. Rimaneva a superarsi, perchè la sua armata potesse
avvicinarsi a Charlestown e cooperare colle genti di terra, l'ostacolo
del Forte Moultrie, alla guardia del quale era posto il colonnello
Pinckney con un sufficiente presidio. L'ammiraglio inglese pigliando la
opportunità di un vento da ostro, e della crescente, levate le ancore il
dì nove aprile, e camminando a piene vele, passò oltre facilmente, ed
andò a fermarsi a tiro di cannone dalla città presso l'isola di San
Jacopo. Non aveva tralasciato Pinckney di sparar le sue artiglierie nel
momento in cui gl'Inglesi passavano; ma tanta fu la celerità loro, che
ne ricevettero poco danno. I morti ed i feriti non arrivarono a trenta.
Solo una nave da carico fu abbandonata ed arsa.
In questo stato di cose, essendo le batterie pronte a fulminare la
piazza, e questa cinta quasi da ogni banda, Clinton e Arbuthnot
ricercarono la città a Lincoln. Lo ammonirono con parole gravi delle
calamità, che, se stesse ostinato, soprastavano alla città, dei
terribili effetti di un assalto dato prosperamente, e che quella era la
sola favorevole occasione, che gli si appresenterebbe per salvar la vita
e la proprietà dei cittadini. Rispose animosamente l'Americano, volersi
difendere. Avuta questa risposta, diedero tosto gl'Inglesi mano al
trarre. Gli Americani dalle mura a più possa gli rimboccavano.
Prevalevano gli assedianti, avendo più artiglierie, e massimamente
bombarde, che facevano gran danno. Intanto i palaiuoli e maraiuoli,
governati dal Montcrieffe, quegli stesso, che si era acquistato tanta
lode nella difesa di Savanna, lavorando gagliardamente alle trincee, si
facevano avanti. Già la seconda circonvallazione era condotta a
compimento, e le batterie piantatevi. Ogni cosa prometteva una vicina
vittoria agli Inglesi. Ma gli Americani avevano fatto una massa nelle
parti superiori del fiume Cooper in un luogo detto Monk's-corner. Erano
sotto la condotta del generale Huger. Potevano di là noiare gli
assedianti alle spalle, rinfrescar di genti e di munizioni il presidio
di Charlestown, e nell'estremo caso fargli ala al votar la città, ed al
ritirarsi a luoghi sicuri nella campagna. Questa testa poi di genti, che
tenevano il campo, avrebbe potuto servir d'incentivo e di nodo ad altre,
che ad esse sarebbero venute ad accozzarsi. Già ricevuto avevano dalla
settentrionale Carolina molto carreggio, armi, munizioni e bagaglie.
Considerate tutte queste cose, Clinton si deliberò ad andargli a
combattere primachè vieppiù s'ingrossassero. Mandò a questa bisogna con
quattordici centinaia di soldati il colonnello Webster, acciocchè e quel
nido di repubblicani sperperasse, e troncasse loro le vie per a
Charlestown dalla parte del Cooper. Lo accompagnavano Tarleton e
Fergusson, l'uno e l'altro molto arrischievoli condottieri di corridori.
Avevano gli Americani posti gli alloggiamenti principali sulla sinistra
riva di quel fiume, ed essendo padroni del ponte avevano anche mandato
sulla destra tutta la cavalleria, colla quale grandemente prevalevano.
Il luogo era forte, non essendovi adito al ponte, se non per un dicco,
che scorreva a traverso di luoghi acquidosi e maremmani. Ma stavano a
mala guardia, non avendo locato scolte all'intorno, nè fatto correre la
contrada dai cavalleggieri. Inoltre l'ordinanza loro era da condannarsi,
avendo posti i cavalli avanti ed i fanti dietro. Arrivarono gl'Inglesi
improvvisi alle tre della notte. Fatto un gagliardo impeto smagliarono e
ruppero tosto l'inimico. Chi non fuggì, fu morto. Il generale Huger, ed
i colonnelli Washington e Jamieson cacciatisi nelle vicine paludi, col
favore delle tenebre scamparono. Quattrocento cavalli, assai preziosa
preda, vennero in poter dei vincitori con molti carri carichi di armi,
d'abiti e di munizioni. I reali s'impadronirono del ponte. Poco poscia
assicurarono a sè stessi un altro passo inferiore, ed inondarono il
paese posto sulla sinistra del fiume, e principalmente il distretto di
San Tommaso. In cotal modo fu intrachiusa la sola via, che rimasta era
agli assediati a poter comunicare colla contrada, e la città si trovò
intieramente, e da ogni banda investita. La guernigione, siccome non
troppo gagliarda, non fe' nissun motivo per impedire queste fazioni.
Solo si attentarono ad affortificarsi su di una punta della sinistra
riva del fiume, che chiamano la punta di Lamprey. Ma, ingrossatisi
gl'Inglesi per nuovi rinforzi mandati da Clinton sulla riva medesima, ed
arrivato il conte di Cornwallis a pigliare il governo di tutte queste
genti, gli Americani quel nuovo posto abbandonarono tostamente.
Foraggiavano gl'Inglesi alla libera, impedivano le adunate delle
milizie, ed i soccorsi alla città. Pochi giorni dopo Tarleton recatosi
con incredibile celerità sulle rive del fiume Santee, sopraffece, e
mandò in rotta un'altra presa di cavalieri repubblicani, ivi raccoltisi
sotto la guida del colonnello Buford. Armi, cavalli, e munizioni, tutto
venne in balìa dei vincitori. Nè a queste cose si arrestò l'avversa
fortuna dei repubblicani. Venuto l'ammiraglio Arbuthnot sopra l'Isola
Sullivan, vi sbarcò una mano di marinari, uomini valentissimi.
Incominciò a stringere il Forte Moultrie, ed avuto diligente contezza
delle mura e del presidio, si apparecchiava a dargli l'assalto dalla
parte di ponente e di maestro, dov'erano più deboli le difese. Quei di
dentro, perduta ogni speranza di soccorso, essendo gl'Inglesi padroni
del mare, ed essi troppo deboli a poter resistere, si arrenderono il dì
sette di maggio. Così il forte Moultrie, che, allora faceva quattro
anni, aveva sgarato con grandissimo danno tutte le forze dell'ammiraglio
Hyde-Parker, ora, rivoltatasi la fortuna della guerra, venne di queto in
poter dei reali.
Intanto fattisi avanti cogli approcci avevano questi condotto a termine
la terza circonvallazione molto, vicina al canale da noi
sopraddescritto, e tanto lavorarono colle zappe, che pervenuti a destra
nella palude, dalla quale l'acqua era derivata, e, svoltala, la
seccarono. Alzarono poi poco stante le batterie su quest'ultima
circonvallazione, e compirono le traverse e gli altri cunicoli di
comunicazione. Cinta in tal modo d'ogni intorno la piazza, e gli
assedianti in atto di piovervi dentro le palle e le bombe, intimava
Clinton la resa a Lincoln. Si appiccava una pratica d'accordo; ma
pretendendo l'Americano, che non solo le milizie ed i cittadini fossero
franchi e liberi delle loro persone, ma ancora che le proprietà loro
vendere e trasportare, ove meglio piacesse loro, potessero, le quali
condizioni ricusava l'Inglese di concedere, volendo, che si arrendessero
tutti a prigionieri di guerra, ed in rispetto alle proprietà a
null'altro volendo consentire, se non se che le soldatesche nolle
avrebbero manomesse, si ruppe tosto la pratica, e si ricominciarono le
ostilità. Le palle intronavano le mura; le bombe e le carcasse, che si
crollavano in grandissima copia dentro la città, rovinavano ed
accendevano gli edifizj; ed i tiratori essiani in ciò molto destri,
cogli archibusi rigati imberciavano tutti coloro, che alle cannoniere,
od altrove si affacciavano. Niuna cosa rimaneva a quei di dentro libera
e sicura. Tutto annunziava appropinquarsi la necessità della dedizione.
Già si rallentavano i tiri degli assediati, imboccate le artiglierie
loro, fracassati i carretti, morti gli artiglieri, e gl'Inglesi spintisi
avanti colle zappe avevano sboccato nel fosso a pochi passi distante
dalle mura. Minacciavano di assalto la misera città. Già dentro appariva
principio di discordia civile, perciocchè i cittadini, parte timidi,
parte leali, incominciavano a romoreggiare. Pregavano, scongiuravano
Lincoln, non volesse vedere l'estremo sterminio di quella diletta stanza
loro, di quella sì ricca e sì nobile città. Si arrendesse, accettasse le
condizioni. Già mancare la panatica; gl'ingegneri aver dichiarato, non
potersi sostenere l'assalto; nissuno spiraglio di salute discoprirsi da
nissuna banda. In così terribile congiuntura, deposta la natural sua
durezza, piegò Lincoln finalmente l'animo all'arrendersi, ed ai dodici
del mese di maggio si fermò la capitolazione. Uscissero i soldati del
presidio con alcuni degli onori della guerra, e giunti al luogo,
tramezzo le mura ed il canale, ivi deponessero le armi; le casse non
battessero; le insegne fossero piegate; ritenessero gli stanziali ed i
marinari le bagaglie loro, e rimanessero prigionieri di guerra sino agli
scambj; le cerne se ne tornassero alle case loro, dando la fede di non
portar le armi contro le genti regie; la quale sintantochè serbassero,
non potessero venir molestate nè nella roba nè nelle persone; i
cittadini parimente di qualunque ordine si riputassero sulla fede loro
prigionieri di guerra; le proprietà loro conservassero colle medesime
condizioni, che le cerne; gli uffiziali ritenessero i loro servi, le
armi e le bagaglie non isvaligiate; avesse Lincoln facoltà d'inviare una
nave a posta con ispacci a Filadelfia. In cotal modo dopo un assedio di
quaranta giorni venne la città capitale della Carolina Meridionale in
mano dei reali. Sette generali, dieci reggimenti di stanziali, ma però
molto diradati, e tre battaglioni di artiglieria diventati prigionieri
fecero conspicua la vittoria degl'Inglesi. Il numero dei prigioni,
incluse le milizie ed i marinari, tanto americani che francesi,
arrivarono a meglio di seimila persone. Quattrocento bocche da fuoco di
diversa sorta e grandezza caddero in poter dei vincitori con una
quantità non ordinaria di polvere, di palle, di bombe e di scaglia. Tre
grosse fregate americane, ed una francese con altri legni di minor
grandezza accrebbero l'importanza della vittoria. La perdita dei morti e
dei feriti fu di poco momento da ambe le parti. I Caroliniani agramente
si dolsero dei loro vicini massimamente dei Virginiani, perchè non
avessero porto loro quegli aiuti, che avrebbero potuto. Fu Lincoln
molto, e molto diversamente ripreso del modo, col quale ei governò tutta
questa fazione. Lo biasimarono alcuni dell'essersi rinchiuso dentro le
mura di una Terra grande e male riparabile, invece di osteggiare alla
campagna. Affermarono, che se questo secondo partito seguitato avesse,
avrebbe potuto conservare alla lega un esercito notabile, e le più
fertili terre della provincia. Mantennero, che sarebbe stato meglio con
agguati, con iscappate, con aggirate, con opportuni assalti stancare, e
consumar l'inimico; poco esser difendevoli le mura di Charlestown; le
genti poche a tanto circuito; diverso modo da questo, e con molta
utilità della patria aver tenuto Washington, quando antepose alla
perdita dell'esercito quella dell'Isola della Nuova-Jork, e della città
stessa di Filadelfia. Delle quali cose si può credere, che certamente
sarebbe stato miglior consiglio, temporeggiando in sulle difese,
straccar l'inimico sulla campagna. Ma della contraria deliberazione di
Lincoln non egli dee venir accagionato, ma sibbene il congresso e gli
Stati provinciali vicini, i quali nell'approssimarsi del pericolo quegli
aiuti promisero, che poi non mandarono. Altri lo condannarono per non
aver votato la città, quando tuttora erano aperte le vie sulla sinistra
sponda del Cooper. Della quale risoluzione fu causa, prima questa stessa
speranza degli aiuti; poscia, quando dopo la vittoria di Monk's-corner
gl'Inglesi avevano inondato le terre poste tra il Cooper e la Santee, il
timore di esser sopraffatto da forze superiori, massimamente cavalli, e
la ripugnanza al lasciare la città a discrezione in mano del nemico.
Avuta Clinton la possessione della città capitale della Carolina, vi si
assicurava dentro con buoni ordini civili e militari, e, assettata
questa, volgeva l'animo a racconciar la provincia, nella quale già ogni
cosa piegava a divozione dell'esercito vincitore.
Divisava egli, e mandava ad effetto tre spedizioni; perciocchè non
voleva nè lasciar freddare i suoi, nè respirar il nemico; l'una verso il
fiume Savanna nella Giorgia, l'altra a Ninetysix al di là del fiume
Saluda, queste due per far levar in capo i leali molto abbondanti in
quei luoghi; la terza per disperdere affatto le reliquie delle bande
americane, le quali tuttavia andavano ronzando tra il Cooper e la
Santee, e principalmente per rompere una testa di repubblicani, che
sotto la condotta del colonnello Buford si ritiravano a gran giornate
dalla Carolina. Ebbero tutte e tre felice fine. Accorrevano da ogni
banda gli abitatori verso le genti regie, dichiarando di voler
all'antica leanza ritornare, ed offerendosi di voler armata mano
difendere e sostenere la causa del Re. Molti si affoltavano per le
stesse cagioni e fini nella città stessa di Charlestown, a ciò ancora
invitati da un bando mandato fuori da Clinton. Il conte di Cornwallis,
spazzate le rive del Cooper, e varcata la Santee, s'impadroniva di
Georgetown. Sì grand'era lo zelo dei popoli, o vero o simulato pel Re,
ed il desiderio, parte per paura, parte per amore di gratuirsi il
vincitore, che non contenti al venire essi stessi, conducevano anco
prigioni seco loro quei libertini, che potevano aver fra le mani, ai
quali poco prima con tanta prontezza obbedito avevano, e che ora col
nome di oppressori appellavano. Intanto Buford colla sua schiera già si
era assai dilungato, ed era assai difficile impresa quella di
raggiungerlo. Ma Tarleton si offeriva pronto, e dava speranza di trarla
a buon fine. Cornwallis gli concedè a tal uopo una buona frotta di
cavalleggieri, ed un centinaio di fanti montati in groppa. Camminando
egli con grandissima celerità arrivò il giorno 28 maggio a Cambden, dove
ricevè le novelle, che Buford era partito il dì precedente da
Rugeley's-mills, e che a gran giornate marciando era vicino a
congiungersi con un'altra schiera di repubblicani, ch'era in via per
venire da Salisbury a Charlotte nella Carolina Settentrionale. Conosceva
Tarleton, di quanta importanza fosse il prevenire la congiunzione di
queste genti. E perciò malgrado la stanchezza degli uomini e dei
cavalli, dei quali alcuni per questa sola cagione erano morti, ed il
calore della stagione, raddoppiò i passi, e tanto fu presta la mossa
delle sue genti, che venne sopra il nemico in un luogo chiamato Wacsaws,
trascorso avendo 105 miglia in cinquantaquattr'ore. Gl'Inglesi
intimavano la resa agli Americani; questi ricusavano le condizioni
animosamente rispondendo, volersi difendere. Ordinò Buford i suoi alla
battaglia, ch'erano da quattrocento stanziali della Virginia con una
torma di cavalleggieri del Washington. Gli distendeva in una sola fila;
i cannoni, le bagaglie, tutta la salmerìa continuavano intanto ad andar
al viaggio loro. Comandava, non traessero, finchè i cavalli inglesi non
fossero vicini a venti passi. Tarleton non metteva tempo in mezzo; ma a
trabocco si mescolava col nemico. Fatta una leggiera resistenza,
andarono gli Americani in volta. Gli seguitarono ferocemente gl'Inglesi,
e ne fecero strage. Fu piena la vittoria. Quasi tutti furono o uccisi o
sconciamente feriti, o fatti prigioni. Tanto fu il furore degl'Inglesi
in questo fatto, che spietatamente manomisero anche coloro, che si
arrendevano. Da ciò si accanirono viemmaggiormente gli Americani, e
nacque tra di loro un proverbio volgare, che volendo significare un
crudel nemico, od una strage orribile dicevano: _I quartieri di
Tarleton_. Le armi, inclusi i cannoni, le munizioni, le bagaglie, il
carreggio, tutto vennero in poter del vincitore. E' pare che abbia
Buford commesso in questo fatto due errori, dei quali il primo si fu
quello di aver aspettato l'inimico, che prevaleva di cavalleria, in
luogo aperto. Se invece di aver mandato il carreggio indietro, tosto
ch'ebbe scoperto i regj, ne avesse fatto carrino tutto all'intorno delle
sue genti, o non lo avrebbero gl'Inglesi assaltato, o ne sarebbero forse
rimasti colla peggio. Il secondo poi fu quello di aver vietato a' suoi,
non traessero al nemico, se non vicino; il che fu causa, che i cavalli
di Tarleton caricarono avventati ed ordinati. Ritornò questi
subitamente, conducendo seco le conquistate spoglie a Cambden, dove si
ricongiunse con Cornwallis. Quella schiera di Americani, che si era
avviata a Charlotte, udita la rotta di Wacsaws, fece altri pensieri, e
se ne tornò più che di passo a Salisbury.
La vittoria di Wacsaws, siccome quella, ch'ebbe rotte le ultime speranze
dei Caroliniani, ridusse tutta la Carolina ad una intiera soggezione.
Scrisse Clinton al ministro a Londra, che tutto vi seguitava il nome
degl'Inglesi, e che pochi uomini vi rimanevano, i quali non fossero o
prigionieri sulla fede loro, o coll'armi in mano in servizio del Re. Ma
conosceva benissimo, che quello che acquistato aveva coll'armi,
bisognava coi buoni ordinamenti civili confermare. Volse perciò l'animo
a dar forma alle cose della provincia. Nel che fare si consigliava di
volere e quetar gli animi colle perdonanze, e far concorrere i popoli
alla difesa della provincia, ed al ristoramento in ella dell'autorità
del Re. Bandì a questo fine congiuntamente coll'ammiraglio Arbuthnot un
indulto pieno e libero in favor di coloro, i quali immediatamente alla
leanza loro ritornassero, promettendo, che dei delitti e delle
trasgressioni commesse per il passato circa le cose dello Stato non
sarebbero riconosciuti. Solo eccettuò quelli, i quali posto avessero,
sotto la coperta di schernevoli forme della giustizia, le mani nel
sangue di quei concittadini loro, che la ribellione e le usurpazioni
abborrito avevano. Considerato poscia, che molti tra gli abitatori della
Carolina erano sotto la fede loro prigionieri di guerra, e che sino a
tantochè in tale condizione continuassero, non si potevano
convenevolmente costringere a pigliar le armi in favore del Re, Clinton
poco curandosi, siccome vincitore, del rompimento della fede pubblica,
dichiarò con un pubblico bando, mandato fuori espressamente il dì 3
giugno, ch'erano sciolti e liberi dalle parole, che date avevano,
eccettuati solamente gli stanziali stati fatti prigionieri nel Forte
Moultrie, e nella città di Charlestown. Aggiunse, ch'erano restituiti a
tutti i diritti ed a tutti i doveri dei cittadini inglesi. Perchè poi
non vi potesse esser dubbio intorno le intenzioni sue, e per chiarir
anche i sospetti, fece a sapere, che ognuno doveva attivamente
adoperarsi nel ristabilire ed assicurare il governo del Re, e nel
liberar la contrada da quell'anarchia, che già da troppo lungo tempo
afflitta l'aveva. E per dar sesto ed ordine alla cosa comandò, che
ognuno si tenesse pronto a marciare al primo avviso, e che coloro che
avevano famiglia si ordinassero in bande di milizia per le difese di
casa, ma quei, che non ne avevano, dovessero militare in compagnia delle
forze regie per cacciare, siccome diceva, i ribelli oppressori dalla
provincia, e dalle calamità della guerra liberarla. Non durasse però la
loro condotta oltre sei mesi, e non potessero adoperati essere fuori
delle due Caroline e della Giorgia. Così i cittadini si spingevano
contro i cittadini, i fratelli contro i fratelli; e coloro, i quali
erano stati riconosciuti come soldati del congresso, poichè erano stati
ammessi alla condizione di prigionieri di guerra, si costringevano a
militare in favore del Re; cosa, se non nuova, certo non tollerabile, e
che fu di pessimi effetti cagione, come racconteremo in appresso, contro
coloro, che la usarono. Vedutasi da Clinton la quiete della provincia e
l'ardore che pareva universale dei popoli nell'aiutare i regj,
distribuite le genti nei presidj pe' luoghi più opportuni, e lasciate
tutte quelle che stanziavano nella Carolina e nella Giorgia sotto la
condotta del conte di Cornwallis, se ne partì da Charlestown per
ritornarsene alla Nuova-Jork.
Non erano in questo mezzo state le cose di quest'ultima città senza
travaglio; perchè si trovò improvvisamente esposta ad un gravissimo
pericolo. Era la vernata stata sì aspra, che il fiume del Nort con tutti
i vicini stretti e canali ne erano invetrati e rassodati. Tale era la
spessezza e la durezza del diaccio, che i più gravi pesi e le
artiglierie stesse potevano passarvi sopra sicuramente. A questo
inaspettato accidente si risentirono grandemente i generali del Re, e
molto temevano della città stessa della Nuova-Jork, essendovi dentro
assai deboli i presidj, e fuori l'esercito di Washington poco lontano.
Non tralasciarono però nissuna di quelle diligenze, che in simil caso
usare si potevano. Tutti i Jorchesi di qualsivoglia ordine o condizione
si fossero, furono arruolati, armati ed ordinati in compagnie. I
marinari stessi furono descritti in queste. Gli uffiziali e le ciurme
delle fregate si posero alle artiglierie, quei delle navi da carico,
annonarie e mercantili, armati di picche, stavano alle difese delle navi
medesime, delle rive e dei magazzini. Ma Washington non era da sè stesso
bastante a tentare cosa di momento alla vittoria. Le sue genti ch'erano
baraccate a Morristown, non arrivavano al novero degli stanziali
inglesi, che si trovavano nella Nuova-Jork. Mandò bene per tentar la
cosa lord Stirling con una grossa banda di soldati sopra l'Isola degli
Stati; ma questi, veduto, che niuno accidente nasceva dentro della
città, che potesse dare speranza di prospero evento, se ne tornò a' suoi
primi alloggiamenti. Così gli Americani per quella peste della brevità
delle ferme, e per la tiepidezza, che presso di loro prevaleva a quei
tempi, perdettero la più propizia occasione, che desiderar potessero, di
affliggere con un gran fatto la potenza britannica.
E se gli Americani per la debolezza loro erano costretti a contenersi
nella quiete nelle vicinanze della Nuova-Jork, gl'Inglesi, inoltrata
essendo di già la stagione, ed allontanato per lo scioglimento del
ghiaccio il pericolo che corso avevano, non se ne stavano neghittosi.
Ritornarono in su quelle loro ladronaie nella Cesarea. L'intento loro
questo stesso era di voler devastare e rapinare, siccome anche di
consuonar colle cose che si facevano nella Carolina, acciocchè l'inimico
distratto in varj luoghi non potesse soccorrere a nissuno. I Generali
Knyphausen, Robertson e Tryon, i quali, durante l'assenza di Clinton,
governavano le genti della Nuova-Jork, in sull'entrar di giugno, ed
alcuni giorni prima, che il capitano generale ritornato da Charlestown
vi arrivasse, erano venuti con cinquemila uomini sopra le terre
cesariane, ed impadronitisi d'Elisabethtown. Quivi si portarono molto
lodevolmente, astenendosi dal sacco. Spintisi poscia più avanti
occuparono Connecticut-farms, nuova ed assai prosperevole villata.
Instizziti alla resistenza che incontrato avevano per via, imperciocchè
le bande paesane stormeggiando tutto all'intorno erano accorse, e gli
avevano combattuti, tutta l'arsero, eccetto solo due case. La chiesa
stessa fu consumata dalle fiamme. In questo luogo successe un caso molto
compassionevole, e che contribuì non poco a vie più inviperir i
repubblicani contro i reali. Viveva in Connecticut-farms una gentildonna
molto bella, e di lodevoli costumi ornata, sposata ad un Jacopo Cadwel,
sviscerato libertino in quella provincia. Avvertita dal marito e dagli
amici, si cansasse, non volle, confidatasi nella propria innocenza.
Stavasene ella nelle camere sue sicuramente, conversando co' suoi
piccioli figliuoli, che gli stavano attorno, con accanto la fantesca, la
quale sulle proprie braccia sosteneva un bambino di lei. In questo mezzo
ecco un soldato arrivare (dicesi sia stato un efferato Essiano), il
quale posto l'archibuso sulla finestra, e presala di mira con una ferita
mortalissima nel maternale petto l'ammazzò. Il sangue della madre
sgorgando bruttò le tenere membra de' spaventati fanciulli.
Sottentravano i soldati, e sotterrata in fretta la morta donna, la casa
arsero ed ogni cosa. In tale guisa raccontano il dolente caso i
repubblicani. Ma i reali mantengono, il colpo essere stato tratto dagli
Americani, poichè affermano, fosse venuto dalla parte, ov'eglino si
ritrovavano. Quale di questo sia la verità, la lagrimevol morte di
questa gentildonna a tanta rabbia concitò i libertini, che,
romoreggiando da ogni parte, ed accorrendo a calca, la fecero tornar in
capo ai commettitori. Si erano questi messi in cammino per andar a
conquistare un'altra Terra quivi vicina, chiamata Springfield, e giunti
poco lungi vi trovavano dentro il generale Maxwell, il quale con un
colonnello di stanziali cesariani, ed un grosso di arrabbiate milizie
gli aspettava. Si fermarono gl'Inglesi, e quivi alloggiarono la notte.
La mattina, ossiachè non bastasse loro l'animo di assalire un nemico sì
grosso e sì risoluto, ovverochè, come divolgarono, avessero avuto le
novelle, che si trovaron vere, che Washington avesse a gran fretta
inviato da Morristown in aiuto di Maxwell una grossa squadra, davano
indietro, e si ritiravano alle stanze di Elisabethtown. Gli seguitarono
ferocemente gli Americani, sebbene con poco effetto pei buoni ordini, e
pel valore di quelli. In questo punto arrivò Clinton alla Nuova-Jork, e
tosto si deliberò di voler l'incominciata impresa ad un buono ed utile
fine condurre. Era il suo intento di sbarbare Washington dai forti
posti, che aveva pigliati nella contrada alpestre della Morrisonia, la
quale, quasi come una cittadella naturale, aveva servito di sicuro asilo
al capitano d'America contro gli assalti inglesi, anche quando le forze
sue erano state più deboli. A questo fine imbarcò Clinton molte genti
alla Nuova-Jork, e tali dimostrazioni faceva su pel fiume del Nort, che
pareva, ch'ei vi volesse salire, per andare ad impadronirsi dei forti
passi delle montagne per alla volta dei laghi. Teneva per fermo, che,
saputesi da Washington queste mosse, avrebbe fatto qualche
precipitazione, si sarebbe posto in gran gelosia di questi passi, e non
avrebbe omesso di venire o con tutto, o colla più gran parte delle sue
genti a guardargli. La qual cosa ottenutasi, disegnava l'Inglese colle
genti che aveva a Elisabethtown, correre velocemente verso la
Morrisonia, ed occupar in tal modo il solito nido di Washington. E
quando per la lontananza loro que' luoghi non si fossero potuti tenere,
era pure una gran cosa il distruggere le canove, che gli Americani fatte
vi avevano. Effettivamente Washington, che stava continuamente alla
vista, ed aveva odorato la mente di Clinton, temendo di West-point, e
delle vicine ed importanti strette, serbatosi a randa il suo bisogno per
guardare i poggi della Morrisonia, mandava le restanti genti sotto la
guida di Greene sulle rive dell'Hudson. Partivano allora i reali da
Elisabethtown, incamminandosi a gran passo verso Springfield. Giace
Springfield alle falde delle montagne della Morrisonia sulla destra
sponda di un fiumicello, che, sceso da quelle, lo bagna da fronte. Stava
alla guardia del ponte il colonnello Angel con pochi, ma valenti
soldati. Dietro questi, come una seconda schiera, si era posto in
ordinanza il colonnello Shrieve col suo reggimento, e più in su sopra i
primi poggi presso Short's-hill si erano attelati Greene, Maxwell, e
Stark. Di stanziali difettavano; ma erano numerose, e concitatissime le
milizie. Arrivavano i regj al ponte, e si attaccavano con molta furia
coll'Angel. Questi si difendeva assai valorosamente. Molti ammazzava de'
nemici, pochi perdeva de' suoi. Finalmente sopraffatto dal numero diè
luogo, e con ottima ordinanza procedendo, andò a congiungersi colla
seconda schiera. Occupato gl'Inglesi il ponte, si avventavano contro di
questa. Sosteneva Shrieve un pezzo l'urto loro francamente. Ma in
ultimo, vedutigli così grossi, ed armati di molte artiglierie, cedè il
luogo, ed andò a porsi dietro la schiera del Greene. Esaminata poscia
bene la positura de' luoghi, e la fortezza degli alloggiamenti
americani, si levarono gl'Inglesi dal pensiero di assaltargli. Forse
l'ora tarda, in cui già erano, l'ignorare la qualità delle forze
nemiche, la difficoltà della contrada, l'ostinata difesa del ponte, il
correre, che facevano da ogni banda le milizie all'armi, e la
malagevolezza di tener aperta la via sino ad Elisabethtown contribuirono
non poco a questa deliberazione dei reali. Intanto arrabbiati al non
poter far frutto, predarono ed affocarono la ricca Terra di Springfield.
Poscia indietreggiarono verso Elisabethtown. I repubblicani gonfj d'ira
a quelle arsioni aspramente gli perseguitarono, e sì fattamente gli
accanarono, che, se non fosse stata la disciplina, ed i buoni ordini
loro ne sarebbero stati sconfitti all'estremo. La notte, abbandonate del
tutto le terre cesariane, varcarono nell'Isola degli Stati. In questo
modo dall'inaspettato valore degli Americani fu rotto tutto il disegno
di Clinton. Ne ottennero gl'Inglesi biasimo e disonoranza, ed un odio
immortale presso il nemico. Washington con lettere pubbliche molto
commendò la virtù de' suoi.
Tornando al proposito della nostra narrazione delle cose della Carolina,
il reggimento inglese, che vi era stato introdotto, dacchè i reali
avevano preso la tenuta della provincia, andava considerando del modo di
ristorarvi i danni causati dalla guerra e dalle fazioni, e di vieppiù
confermarla nella divozione del Re. Dopo la conquista i biglietti di
credito perduto avevano ogni sorta di riputazione, e più non vi si
potevano spendere per nissun valore. E siccome molti da un canto avevano
ricevuto in pagamento di antichi crediti i biglietti scapitanti, e da un
altro vi rimanevano da pagarsi molti residui di debiti contratti nel
valore edittale di essi biglietti, così si vollero costringere i primi
debitori a compensare ai loro creditori con un nuovo pagamento di moneta
la differenza, che passava tra il valore reale, e l'edittale dei
biglietti, e stabilire una norma ferma, giusta la quale i debitori dei
residui dovessero con moneta ai loro creditori soddisfare. Si crearono a
questo fine tredici commissarj, i quali fossero per informarsi dei varj
gradi dello scapito dei biglietti, e facessero poscia uno specchietto, o
tavola scalata della declinazione del credito di quelli; la qual tavola
dovesse servire di norma legale nel pagamento degli anzidetti debiti.
Procedettero i commissarj in questa difficile bisogna con eguale e
giustizia ed avvedimento; e ragguagliando i prezzi che avevano le grasce
nel paese a' tempi dei biglietti con quelli, che esse avevano l'anno
precedente alla guerra, ed esaminate le diverse proporzioni degli scambj
tra le monete effettive, ed i biglietti medesimi, formarono la tavola
non solo anno per anno, ma ancora mese per mese, contenendo la prima
colonna le date, la seconda la ragione del valor dei biglietti a quello
delle monete, la terza la ragion del valore dei biglietti a quello delle
grasce, e la quarta il mezzo proporzionale dello scapito. Questa
estinzione del valor dei biglietti di credito causata dalla presenza
degl'Inglesi nella Giorgia e nella Carolina fece sì, che quei, che se ne
trovavano ancora per le mani, gli portarono, o mandarono nell'altre
province, nelle quali, sebbene poco, conservavano però ancora qualche
valore. Da questo, siccome pure dalla perdita della Carolina, e dal
sinistro aspetto che avevano le cose del congresso a questo tempo, ne
nacque, che i biglietti andaron soggetti in tutti gli Stati ad un nuovo
e soverchio bassamento. La qual cosa vedutasi dal congresso, e
conoscendo benissimo che nissun rimedio vi era, che atto fosse a
resistere a tanta rovina, e ad arrestar il corso del disavanzo,
determinò di cedere al temporale, ordinando, che per l'avvenire si
spendessero i biglietti non nel valore edittale, ma nel convenzionato, e
fece a quest'uopo anch'esso fare la tavola scalata, la quale dovesse
servir di norma nei pagamenti. Questa risoluzione del congresso ch'era
una violazione della pubblica fede, se si eccettuano alcuni debitori
disonesti, fu e grata, ed utile all'universale. Imperciocchè nissuna
calamità possa essere maggiore ad una nazione di quella, che nasce
dall'avere un mezzo, che serve di pecunia, il quale sia fisso dalla
legge, e variabile nell'opinione; e da un'altra parte i biglietti si
trovavano allora nelle mani non dei primi, ma sibbene degli ulteriori
possessori, i quali anch'essi gli avevano avuti a basso prezzo. Solo si
sarebbe desiderato, che il congresso non avesse fatto tante e sì
efficaci protestazioni di voler mantenere il valor edittale dei
biglietti. Conciossiachè ed il tenore stesso dei biglietti, ed i termini
della creazione loro, e tutti gli atti pubblici, che a quelli
risguardavano, promesso avessero, e solennemente assicurato, che un
dollaro in biglietti sempre speso si sarebbe, e compro per un dollaro
d'argento. E pochi mesi prima aveva il congresso in una sua lettera
circolare favellato, come di una cosa ingiustissima di questa stessa
risoluzione, che ora aveva preso, affermando, che la supposizione sola,
che si volesse abbracciare, era da aversi in orrore. Ma tal è la natura
dei reggimenti nuovi, massimamente a' tempi delle rivoluzioni, in cui
gli affari dello Stato sono, più che in altri, soggetti all'arbitrio
della fortuna, che spesso promettono di quelle cose che poi non possono
attenere, essendo più forte l'imperio delle circostanze, che la
necessità di serbar la fede. La qual cosa dovrebbe tali reggimenti
rendere rispettivi nell'allargarsi in promesse. Ma eglino, o poco
esperti, o troppo confidenti, o credendosi di aver vinto l'impresa,
quando han trovato modo di spignerla pure avanti un dì, sembrano per
l'ordinario più voler promettere, quanto meno hanno facoltà di attenere.
Il bando mandato fuori dai capitani britannici, pel quale disobbligavano
dalle parole loro i prigionieri di guerra, e, restituendogli alla
condizione di sudditi inglesi, gli costringevano ad unirsi alle genti
regie, aveva causato non poco disgusto fra i Caroliniani. La maggior
parte desideravano, poichè perduto avevano la libertà, di godersi almeno
la pace alle case loro, accomodandosi in tal modo al tempo, e servendo
alla necessità; la qual cosa, se fosse stata ad essi conceduta non
avrebbero più fatto novità, e meno impazientemente sopportato avrebbero
l'infelice condizione della repubblica. Quindi appoco appoco si
sarebbero avvezzati al presente ordine di cose, e dimenticato avrebbero
il passato. Ma quel bando di nuovo concitò la rabbia loro. Tutti
dicevano; _se si ha a ripigliar le armi si combatta piuttosto per
l'America, e per gli amici, che per l'Inghilterra, e per gli strani_.
Alcuni, come dissero, così fecero. Sciolti dalla fede loro, siccome
credettero di aver acquistato il diritto di ripigliar le armi, così lo
vollero anche usare, e risoluti di pruovare ogni fortuna, per vie
strane, ed incogniti tragetti si conducevano sulle terre della Carolina
Settentrionale occupate tuttavia dalle genti del congresso. Altri
continuarono a dimorare nel paese, e nella condizione di prigionieri,
aspettando a volersi risolvere, che fossero chiamati attualmente dai
capitani britannici sotto le insegne. I più, cedendo ai tempi, e non
sofferendo loro l'animo di abbandonar le proprietà loro, e di ritirarsi
in lontane regioni, come i primi, o temendo delle persecuzioni
degl'Inglesi, e di quelle dei proprj paesani, desiderosi d'ingraziarsi
presso i nuovi signori, amarono meglio, dissimulando, scambiar la
condizion loro, e da prigionieri americani, diventar sudditi britannici.
Alla quale risoluzione tanto più volentieri si accostarono, che correva
voce, forse data ad arte, che il congresso fosse venuto in sulla
determinazione di non contrastar più oltre agl'Inglesi la possessione
delle meridionali province. La qual cosa non solo non era vera, ma era
vero tutto il contrario, stantechè aveva il congresso nella sua tornata
dei 25 giugno con molta solennità dichiarato, che ogni maggiore sforzo
si voleva fare per ricuperarle. Ma queste cose non si sapevano dai
prigionieri della Carolina, e vi si credeva dai più, ch'ella rimasta
sarebbe una provincia britannica. Così la moltitudine correva parte per
amore, parte per forza alla leanza. Ma gl'Inglesi avrebbero voluto
avergli tutti, e non tornava lor bene, che vi rimanesse dentro, o fuori
della provincia alcuno, che seguisse le parti del congresso. Epperò ogni
sorta di stranezze usavano contro i beni, e le famiglie di coloro
ch'erano fuorusciti, o di quei che rimasti erano prigionieri di guerra.
Le proprietà dei primi erano sequestrate, e guaste, e le famiglie
guardate di mal occhio, e taglieggiate, come di ribelli. I secondi erano
spesso dai parenti loro separati e confinati in luoghi disagiosi e
strani. Quindi quelli rientravano ogni giorno, e venivano a piegare il
collo sotto il giogo della nuova servitù; e questi andavano anch'essi ad
offerirsi, come buoni e fedeli sudditi del Re. Tra gli uni e gli altri
vi erano di quegli stessi, i quali più vivi si erano dimostrati in
quella loro impresa della libertà, e che avevano tenuto i primi
maestrati nel reggimento popolare. Generalmente si escusavano col dire,
che non avevano mai posto la mira all'independenza, e che detestavano la
lega fatta colla Francia. Così gli uomini amano meglio esser tenuti
bugiardi e spergiuri, che viver poveri e disgraziati. Queste cose si
facevano nel contado. Ma gli abitatori della città, siccome quelli, che
avevano per la capitolazione il diritto di starsene alle case loro, non
furono inclusi nel bando dei 3 giugno. Epperò altri modi si usarono per
fargli calare alla leanza. Gl'Inglesi ed i leali inveterati bucherarono
di modo, che dugento e più Charlestonnesi fecero, e sottoscrissero una
lettera pubblica, colla quale si rappresentarono al Capi britannici,
seco loro congratulandosi dell'avuta vittoria. E siccome quest'era un
concerto, fu loro risposto, goderebbero la protezione dello Stato, e
tutti i benefizj della cittadinanza inglese, se volessero sottoscrivere
una dichiarazione di leanza, e del buon animo loro a voler sostenere la
causa del Re. Così fecero essi; molt'altri gl'imitarono. Quindi nacque
una distinzione tra i sudditi ed i prigionieri. Erano i primi protetti,
onorati, incoraggiati; i secondi guardati di traverso, molestati,
perseguitati nella roba e nelle persone. I beni di costoro posti in
contado erano manomessi e calpestati. In città era intrachiuso loro il
ricorso ai tribunali per dirvi ragione contro i loro debitori, mentre da
un altro canto era fatto abilità ai creditori, quand'eran sudditi, di
chiamargli in giudizio. Quindi eran forzati a pagare i debiti, ed
impediti dal riscuotere i crediti. Non erano lasciati uscir dalla città,
se non colla licenza, la quale spesso, e senza nissun motivo era loro
negata; e minacciati ancora di carcere, ove la leanza non
sottoscrivessero. Le robe loro erano state messe a bottino dai soldati,
e particolarmente gli schiavi involati. Nè v'era modo, che fossero loro
restituiti, se non si piegavano, mentre i sudditi ciò di leggieri
ottenevano. Erano gli artigiani permessi di lavorare, ma era poi negata
loro la facoltà di farsi pagar la mercede delle opere dagli avventori,
quando questi la ricusavano. Gli Ebrei stati erano lasciati comperare
molte e ricche robe dai mercatanti inglesi, i quali colà eran venuti
coll'esercito. Ma a meno che diventassero sudditi, non si permetteva
loro di venderle. Insomma ogni arte si usava, e le minacce, e la forza
per fare, che i cittadini mancassero alla fede data, ed all'antica
soggezione ritornassero. I più simularono e dissimularono; e diventati
sudditi furon fatti partecipi della britannica protezione. Altri o più
ostinati o più virtuosi non s'inclinarono. Quindi le proprietà loro eran
fatte bersaglio alla sfrenata cupidità delle soldatesche; altri nelle
strette e pestilenti prigioni confinati; altri più fortunati, o più
accorti incontrarono un volontario esiglio. In mezzo a così fiera
catastrofe le donne caroliniane diedero l'esempio di una fortezza più
che virile; e tanto amore dimostrarono di quella patria americana, che
per me non saprei se le storie sì antiche che moderne ci abbiano
tramandato la memoria di uguali, non che di maggiori. Non solo non
tenevano a male, ma e si rallegravano, e si gloriavano all'essere
chiamate col nome di donne ribelli. Invece di andarsene per le adunate
pubbliche, dove si facevano le feste ed i rallegramenti, concorrevano a
bordo delle navi ed in altri luoghi, in cui erano tenuti prigioni i
consorti loro, i figliuoli e gli amici, e quivi con modi pieni di
cortesia gli consolavano e riconfortavano. «Stessero forti, dicevano,
non cedessero al furor dei tiranni; doversi anteporre le prigioni alla
infamia, la morte alla servitù; risguardar l'America i suoi diletti
campioni; sperare, i mali loro dover fruttificare, e produrre e
confermare quella inestimabile libertà contro gli attentati dei ladroni
d'Inghilterra; martiri essi essere, ma martiri di una causa sacra agli
uomini e grata a Dio». Con tali detti ivano queste valorose donne
disasprando i mali dei miseri cattivi. Allorchè i conquistatori nelle
festevoli brigate, e ne' lieti concerti convenivano, non era mai che
volessero le Caroliniane intervenirvi, e quelle poche, che sì facevano,
n'erano presso le altre disgraziate. Ma come prima arrivava prigioniero
in Charlestown un uffiziale d'America, tosto il ricercavano, e con ogni
sorta di più onesta cortesia, e con ogni segno di osservanza e rispetto
il proseguivano. Altre ne' luoghi più segreti delle case loro
convenivano, e quivi addolorate lamentavano le sventure della patria.
Altre i mariti loro incerti e titubanti riconfortavano, sicchè
preferiron essi all'interesse ed ai comodi della vita un disagioso
esiglio. Nè poche furono quelle, le quali venute per la costanza loro in
odio ai vincitori, furono dalla patria bandite, ed ebbero i beni posti
al fisco. Queste nel prender l'ultimo congedo dai padri, dai figliuoli,
dai fratelli, e dagli sposi loro non che alcun segno dessero della
fralezza, non so se nel presente caso io mi debba meglio dire maschile,
o femminile, gli esortavano e scongiuravano, fossero di buono e saldo
proponimento, non cedessero alla fortuna, e non sofferissero, che
l'amore che portavano alle famiglie loro tanto in essi potesse, che
dimenticassero quello, di ch'erano alla patria debitori. Quando poi,
siccome accadde poco dopo, furono comprese in un bando dato ai
libertini, abbandonate colla medesima costanza le natie Terre, ed
esulando anch'esse, i mariti loro accompagnarono in lontane contrade, od
anche sulle fetide e schife navi gli seguitarono, che a quelli servivano
di prigione. Ivi ridotte in somma povertà, nutrendosi di vilissimi cibi,
andavano con miserabile spettacolo mendicando il pane. Molte, ch'erano
nate ed allevate in mezzo alle ricchezze, non solo ai soliti agi
rinunciarono della passata vita, ed alla speranza della condizione
avvenire delle famiglie loro, ma ancora ai più grossi lavorj; ed ai più
umili servigi le disavvezze mani accomodarono. Tutte queste cose
facevano non che con fortezza, con allegrezza; l'esempio loro confermò
gli altri, e da questa fermezza delle caroliniane donne stette
principalmente, che non venisse spento affatto nelle meridionali
province il desiderio ed il nome della libertà. Da questo conobbero
anche gl'Inglesi, che avevano alle mani un'impresa più dura di quello,
che prima si fossero fatti a credere. Imperciocchè il più manifesto
segno della generale opinione, e dell'ostinazione dei popoli in qualche
pubblica faccenda loro quello sia, che le donne ne siano venute a parte,
ed in questa abbiano posto la loro immaginazione, la quale se più
debol'è, e più variabile di quella degli uomini, quand'è in calma, è
bene molto più tenace e forte, quando è mossa ed accesa.
In cotal guisa si travagliava nella meridional Carolina, essendovi da
una parte, od una ostinazione aperta contro il volere dei vincitori, od
una simulata sottomessione, e dall'altra quei consiglj stessi che si
pigliavano, operando un tutto contrario effetto a quello, che gli autori
loro si proponevano. Il calore intanto della stagione, lo stato medesimo
poco sicuro della Carolina, la carestia delle provvisioni, e la
necessità di aspettar, per campeggiare, che fossero fatte le messi,
indussero un pressochè generale silenzio della guerra, e soprattennero
gl'Inglesi, acciò non si volgessero a voler conquistare la Carolina
Settentrionale prima dell'uscir d'agosto, o dell'entrar di settembre.
Per la qual cosa Cornwallis distribuì i suoi nelle stanze, di manierachè
più pronti fossero e a dar animo ai contenti, ed a frenar gli scontenti,
ed a por mano, quando fosse venuto il tempo, alla invasione di quella
provincia. Attendeva specialmente a raccor vettovaglie e munizioni da
guerra, delle quali fece la principal massa a Cambden, Terra grossa
posta sulle rive del fiume Wateree sulla calpestata, che conduce nella
settentrionale Carolina. Temendo poi, che i leali di questa provincia da
eccessivo zelo mossi non prorompessero innanzi tempo, e perciò
rimanessero oppressi, mandava loro continuamente dicendo, aspettassero
le messi; stessero quieti; apparecchiassero intanto provvisioni per le
genti del Re, che venute sarebbero a soccorrergli verso settembre.
Queste esortazioni non poterono tant'operare, che i leali della contea
di Tryon messi al punto dal colonnello Moore non insorgessero. Ma
oppressi tosto da un subito impeto dei libertini guidati dal generale
Rutherford, pagarono con una totale sconfitta il fio dell'imprudenza
loro, e del non aver dato ascolto agli avvertimenti di chi più di loro e
sapeva e poteva. Ottocento leali però sotto la condotta del colonnello
Bryan riuscirono a congiungersi colle genti regie. Mentre una delle
parti si ordinava ad assaltare nella stagione propizia la settentrional
Carolina per di là aprirsi la via nel cuore della Virginia, il congresso
faceva ogni diligenza per mettersi in grado di poter ricuperare la
Carolina Meridionale. Nel che fece, come si vedrà, grandissimi frutti.
Così la guerra, che per la malvagità della stagione era quasi spenta,
doveva al tempo nuovo con maggior rabbia, che prima, riaccendersi.
Prima di raccontar quelle cose, che accaddero nell'aspra contesa che ne
seguì, necessaria cosa è, che ci facciamo a descrivere quelle, che
intervennero nelle isole Antille tra i due possenti, ed instizziti
rivali. Già era seguìto un feroce affronto nelle acque de la Grange tra
Lamotte-Piquet, che guidava quattro grosse navi, tra le quali se ne
trovavano due di 74 cannoni chiamate l'una l'Annibale, l'altra il
Diadema, ed il comandante Cornwallis, che ne aveva tre, la più grossa
delle quali nominata il Lione portava 64 cannoni. Ma questa non fu, che
leggiera avvisaglia rispetto alle battaglie, che poco dopo seguirono.
Era verso il finir di marzo arrivato alle Antille il conte di Guichen
con tali rinforzi marittimi, che il navilio francese vi arrivava bene a
venticinque grosse navi di alto bordo. Diventati i Francesi superiori
per l'armi navali, e prevalendo medesimamente delle terrestri, avevano
senza soprastamento alcuno imbarcate molte genti sotto la condotta del
marchese di Bouillé, e si appresentarono con ventidue navi tutte di tre
ponti avanti l'isola di Santa Lucia. Intendevano di pigliarla per
assalto. Ma tali furono le disposizioni fatte dal generale Vaughan delle
forze terrestri, alle quali comandava, e sì accomodatamente si era
l'ammiraglio Hyde-Parker, il quale dalle americane spiagge si era in
queste recato con sedici maggiori navi, attraversato alla bocca del
Gros-Islet, che i capitani francesi si tolsero dall'impresa, e se ne
ritornarono alla Martinica. Giugneva pochi giorni dopo a Santa Lucia
cogli aiuti d'Europa l'ammiraglio Rodney, il quale congiuntosi
coll'Hyde-Parker venne ad aver con lui ventidue navi tutte di tre
coperte. Fatti allora gagliardi, gl'Inglesi, commesse le vele al vento,
andarono a volteggiarsi avanti il porto del Forte Reale della Martinica,
invitando i Francesi a battaglia. Ma Guichen, che voleva far seco loro a
ferri puliti, e combattere, quando voleva egli, e non quando volevano
gli altri, non uscì. Per la qual cosa Rodney, lasciate in crociata
alcune navi delle più veloci, perchè spiassero gli andamenti del nemico,
ed avvertissero, se salpasse, se ne tornò colle rimanenti a Santa Lucia.
I Francesi non si ristarono. La notte dei 13 aprile, levati quattromila
valenti soldati uscivano con ventidue vascelli, pronti ad intraprendere
quelle fazioni, per le quali si discoprisse loro migliore la occasione.
Ne ebbe Rodney subito avviso, e corse a ritrovargli, avendo seco venti
navi delle più grosse, ed una chiamata il Centurione di 50. Guidava la
battaglia lo stesso ammiraglio Rodney, capitano generale dell'armata,
l'antiguardo Hyde-Parker, il dietroguardo Rowley. Solcavano i Francesi
il canale della Domenica, intendendo di sboccar per questo per potersi
poscia allargare al vento della Martinica. Governava tutta l'armata come
capitano generale il conte di Guichen, la vanguardia il cavaliere di
Sade, la retroguardia il conte di Grasse. Si incontrarono le due armate
la sera dei 16 aprile. Si studiavano i Francesi di schivar la battaglia,
avendo le navi loro ingombre di soldati, e trovandosi a sottovento. Ma
gl'Inglesi andavano loro incontro. Sopraggiunse la notte, durante le
quale Guichen iva aggirandosi, affine di non trovarsi all'indomani nella
necessità del combattere; Rodney per lo contrario col disegno di
costringervelo. La mattina seguente le due armate, fatti con mirabil
arte molti volteggiamenti, finalmente ad un'ora meridiana si attaccarono
la vanguardia inglese colla retroguardia francese, la quale pei detti
volteggiamenti era divenuta vanguardia, mentre la vanguardia era
divenuta dietroguardia. Arrivava in questo mentre colla battaglia
Rodney, e si mescolava colla battaglia francese, combattendo francamente
il Sandwich, sul quale egli stesso si trovava, colla Corona, che portava
il conte di Guichen, e coi suoi due secondi. Ma siccome l'armata
francese aveva fatto grande sforzo di vele prima che s'incominciasse il
combattimento, così gli ordini suoi non erano fitti. Oltreacciò la sua
vanguardia, siccome quella, ch'era meno veloce veleggiatrice della
battaglia, e della dietroguardia, era rimasta indietro a sottovento, ed
era nata una notabile distanza tra essa e le due seconde. Questa
distanza era anche diventata maggiore, perciocchè la nave francese,
l'Azionario, che nella fila era l'ultima della battaglia, e perciò
avrebbe dovuto congiungersi colla prima della vanguardia diventata, come
dicemmo, dietroguardia, era anch'essa rimasta indietro, e lasciatasi
calare sottovento. Volle Rodney giovarsi di questa opportunità, e si
mosse a fine di entrar di mezzo, e tagliar fuori questa dietroguardia
dalla restante armata. Ma la nave il Destino, capitanata da Dumaits de
Goimpy, ch'era la testa della dietroguardia medesima, gli si attraversò
nel suo cammino, e combattendo valorosamente lo arrestò. Ne sarebbe ella
però stata sfolgorata da una forza tanto superiore, se non che il conte
di Guichen, accortosi del disegno di Rodney, aveva ordinato alle navi
della battaglia, che voltassero i bordi, e tutte di compagnia, pigliando
il vento in poppa, ed indietreggiando, andassero a raggiungere, ed a
soccorrere la dietroguardia. Fu la mossa eseguita con grandissima
celerità, ed in tal modo fu rotto all'ammiraglio inglese un disegno, il
quale, se avesse avuto effetto, causato avrebbe l'ultimo eccidio
dell'armata francese. In questo punto Rodney correndo pericolo, che
Guichen facesse a lui quello, ch'egli aveva voluto fare a Guichen, si
tirava indietro, ed iva di nuovo a porsi nella fila coll'altre sue navi.
Poco poi volle ricominciar la battaglia, e già aveva disposte le vele
per ciò fare. Ma veduto, che il Sandwich, ch'era la sua nave capitana, a
mala pena pei gravi danni sofferti poteva pigliar l'abbrivo, e che anzi
faceva le viste di voler affondare, avendo anche altre navi sconciamente
rotte e fracassate, se ne rimase. Il conte di Guichen, fatto penna,
racconciò le sue navi; poscia pose nella Guadaluppa per deporvi i suoi
feriti e malati. Rodney continuò a volteggiarsi nell'alto mare, e poscia
si condusse a porsi in crociata davanti il Forte Reale della Martinica,
sperando di poter intraprendere l'armata francese, che credeva, fosse
per venire a dar in terra a quel porto. Ma finalmente, non vedendo
comparir il nemico, e conosciuta la necessità di rassettar le navi, di
far acqua, di sbarcar i feriti, ed i malati, andò a dar fondo a Choc-bay
nell'isola di Santa Lucia. Morirono in questo fatto degl'Inglesi da 120,
e furon feriti 350. Dei Francesi morirono 221, e furon feriti 340.
Rodney nel racconto, che mandò in Inghilterra, della battaglia, assai
lodò l'ammiraglio francese, come capitano esperto e valoroso,
aggiungendo ancora, ch'era stato acconciamente secondato da' suoi
uffiziali. Nel che tacitamente rimproverò i suoi, dei quali generalmente
fu scontento. L'uno e l'altro ammiraglio pretendettero la vittoria, come
sempre suol accadere nelle battaglie, che hanno avuto un fine dubbio.
Guichen, racconciate le navi, e levati di nuovo i soldati dalle bande
terrestri sotto la guida di Bouillé, diè un'altra volta le vele ai
venti. Era il suo disegno di rimontar al vento dell'Isole passando a
tramontana della Guadaluppa, e ciò fatto sbarcar le genti a Gros-Islet
nell'isola di Santa Lucia. Avuto Rodney avviso della cosa, si pose
anch'esso in mare, andando in cerca del nemico. Sboccava dal canale di
Santa Lucia, quando Guichen radeva l'estreme spiagge della Martinica
verso la punta delle Saline. L'ammiraglio francese, veduta l'armata
inglese, si levò dal pensiero di assaltar Santa Lucia. Prese poi molto
accortamente la risoluzione di astenersi dal venir a battaglia,
quantunque avesse ciò in poter suo di fare agevolmente, godendo il
sopravvento. Ma prima voleva quei vantaggi ottenere, che la natura di
quei mari, e la qualità del vento gli offerivano. Per la qual cosa
andava muovendosi di modo, che conservar potesse il sopravvento, e
tirasse gl'Inglesi al vento della Martinica. Imperciocchè in tal caso,
vinto, avrebbe potuto ripararsi nei porti di quest'isola, vincitore, non
avrebbe il nemico disfatto trovato rifugio. L'Inglese andava via via
approssimandosi, ed ogni sforzo faceva per riuscir a sopravvento.
Avevano le due armate ricevuto ciascuna un rinforzo di una grossa nave
d'alto bordo, la francese del Delfino reale, l'inglese del Trionfo. In
questi volteggiamenti, nei quali i due ammiragli diedero pruove di non
ordinaria perizia nelle cose marinaresche, si consumarono parecchi
giorni, senza che l'Inglese potesse venir a capo dell'intento suo. I
Francesi, essendo le navi loro più veloci, a fine di adescar gl'Inglesi
colla speranza di una vicina battaglia, e tirargli, come si è detto,
vieppiù al vento della Martinica, spesso si lasciavano avvicinare;
poscia tutto ad un tratto, collate tutte le vele, si allontanavano.
Questo giuoco continuò buon tempo con prospero successo; ma infine poco
mancò, non impacciasse i Francesi in una generale battaglia, la quale
stata sarebbe ad essi molto pericolosa, non essendo, siccome quelli, che
tuttavia la volevano evitare, in ordinanza accomodata per combatterla.
Erasi, dopo varie folate, il vento volto ad ostro. La qual cosa vedutasi
da Rodney, che stava vigilantissimo, fece improvvisamente voltare le
prue alle sue navi, e, correndo per converso a forza di vele, cercava di
mettersi sopravvento al nemico per poter poi col vento prospero andargli
addosso. Gli sarebbe venuto fatto il disegno, se non che il vento
inclinatosi in quel forte punto subitamente a scirocco, diè facoltà
all'ammiraglio francese di rivoltar ancor esso i bordi; per mezzo della
qual mossa e fronteggiò l'inimico, e l'impedì che non riuscisse a
sopravvento. Di nuovo si tirò indietro per non combattere. Ma essendo
per l'ultime mosse accostatesi l'una all'altra le due armate, quanto
pativa il tiro delle artiglierie, e spingendosi avanti gl'Inglesi
velocemente colla vanguardia loro, si attaccò tra questa, e la
dietroguardia francese la battaglia, inclinando già il sole
all'orizzonte, il giorno dei quindeci maggio. Le prime navi della
vanguardia inglese, e più di tutte l'Albione, le quali erano alle mani
sole contro tutta la dietroguardia francese, ricevettero infinito danno.
Arrivarono intanto le altre. Ma i Francesi più destri al veleggiare si
allontanarono. Questo fu il secondo incontro tra l'ammiraglio Rodney, ed
il conte Guichen. Conservarono i Francesi il sopravvento. Continuarono
le due armate pei tre seguenti giorni in veduta l'una dell'altra,
muovendosi ambedue coi sovraddescritti fini. Finalmente la mattina dei
19 maggio, trovandosi già gl'Inglesi inoltrati al vento della Martinica
per ben quaranta leghe, ed a quattro o cinque a libeccio dei Francesi,
il conte di Guichen si determinò ad aspettar la battaglia, ed a questo
fine assicurò le vele. Quando poi già si era avvicinata la vanguardia
inglese buon pezzo, la francese si spiccò anch'essa e si attaccarono
l'una l'altra con eguale valore. Poco dopo arrivarono le altre squadre
a' luoghi loro, attelandosi i Francesi a sopravvento, gl'Inglesi a
sottovento. La battaglia diventò aspra e generale, combattendo gli uni
da orza, gli altri da poggia. Ma le navi francesi della vanguardia e
quelle del mezzo essendosi, per combattere più manescamente, accostate
più da vicino alla fila inglese, e perciò rimanendo la retroguardia buon
pezzo indietro, vi era pericolo, che gl'Inglesi dopo di aver orzato,
venissero, poggiando a piene vele, a caricarla. Per prevenir i mali, che
da questa mossa degl'Inglesi avrebbero potuto risultare, Guichen fe'
rivoltar i bordi alle sue, ed andò di nuovo a porsi in fila colla sua
retroguardia. Fu questa mossa molto opportuna; e se l'ammiraglio
francese non l'avesse eseguita, ne sarebbe qualche gran disastro
avvenuto alla sua flotta. Imperciocchè qualche tempo dopo, ch'ella era
stata condotta a fine, ecco che si scopersero nuove navi inglesi, le
quali si difilavano a slascio, ed a piene vele contro la retroguardia
francese. Ma però, quando esse conobbero, che già la vanguardia, e la
battaglia si erano a quella raccozzate, e che tutte e tre si erano in
ottima ordinanza arringate, si stettero. Allora l'ammiraglio Rodney
raccolse le sue, ch'erano sparse, e di nuovo le affilò. Stettero in tal
modo le due armate l'una a rimpetto dell'altra sprolungate sino alla
notte, anzi sino all'indomani; ma più oltre non si mescolarono,
probabilmente pei danni invero gravi, che avevano ricevuto in questo e
nel precedente combattimento. Rodney, mandate le navi il Conquistatore,
la Cornovaglia, ed il Boyne, che più delle altre stat'erano danneggiate,
a racconciarsi a Santa Lucia, si condusse colle rimanenti a far porto
nella cala di Carlisle nell'isola delle Barbade. La Cornovaglia affondò
in sull'entrar del carenaggio. Guichen nel medesimo tempo ammainò le
vele nel Forte Reale della Martinica. Perdettero gli Inglesi in questi
due ultimi incontri da 68 morti, e da 300 feriti. I Francesi 158 morti,
e meglio di 800 feriti. Tra i morti noverarono il figliuolo stesso di
Guichen, e molti uffiziali di conto. Anche gl'Inglesi ebbero a lamentar
la morte di alcuni uffiziali assai riputati. Questo fine ebbero le tre
battaglie combattute tra i Francesi, e gl'Inglesi nelle Antille, nelle
quali, se a un di presso uguali erano le forze dalle due parti, furono
anche uguali la industria ed il valore. Nel che si può far
considerazione, quanta efficacia abbiano nel destino delle battaglie, e
nel preservar le nazioni da fatali rotte l'arte e l'ingegno dei
capitani. Perocchè egli è evidente, che se nei tre combattimenti, che
abbiamo testè raccontato, o nel lungo fronteggiare, che fecero l'uno e
l'altro per lo spazio di molti dì, i due nemici ammiragli avessero
sfallito in un sol punto, ne seguiva la rotta e la rovina dell'armata.
Se sin qui erano state in bilico le forze francesi ed inglesi nelle
Antille, bene non tardarono molto le prime a diventar d'assai superiori
per l'accostamento di un'armata spagnuola poco dopo in quei mari
sopraggiunta. Erasi la Spagna posta in grandissimo desiderio d'acquistar
l'Isola Giamaica, ed i Francesi dall'altro canto bramavano
d'impadronirsi delle altre isole, che tuttavia erano in poter del
nemico. Le quali cose se si fossero potute ottenere, era del tutto posto
fine alla signoria inglese nelle Antille. Per queste cagioni era partito
verso mezzo aprile da Cadice Don Giuseppe Solano con dodici navi d'alto
bordo, e parecchie fregate. Scortavano queste meglio di ottanta navi da
carico, che portavano undicimila buoni fanti spagnuoli con una quantità
grandissima di artiglierie e di munizioni da guerra; fiorito, e
formidabile apparecchio, e molto capace invero a servir ai fini, che i
confederati, e principalmente la Spagna si proponevano. Già viaggiavano
felicemente per l'Atlantico, dirizzando il corso loro al Forte Reale
della Martinica. Quivi si doveva fare la massa generale con tulle le
forze francesi. Stavasi Rodney tuttavia nella cala di Carlisle,
attendendo a riposare, ed a curare i suoi, a far acqua e munizioni, ed a
racconciar le fracassate navi. Non aveva egli nissun sospetto di quella
piena, che gli veniva addosso. Ma il capitano Mann, che si volteggiava
in crociata per l'Atlantico colla fregata il Cerbero, incontrossi tra
via colla conserva spagnuola; e conosciuta la cosa di quell'importanza
ch'era, pigliando la carica sopra di sè, che il suo ammiraglio
sentirebbe tutto in bene, scostandosi dalle commessioni che aveva,
veleggiò rattamente alla volta delle Antille per recar l'avviso a
Rodney. Avuta Rodney questa novella, troncato ogni indugio, salpava per
andar all'incontro della flotta spagnuola, confidentissimo della
vittoria, se avesse potuto venirle sopra prima del congiungimento di lei
colla francese; e siccome sospettava di ciò, ch'era veramente, cioè, che
quella s'avviasse alla Martinica, così l'aspettava per combatterla in
sulla via solita a tenersi dalle navi, che verso la medesima isola sono
in cammino. Era molto bene considerato il suo disegno; ma la prudenza e
precauzione dell'ammiraglio spagnuolo glielo ruppe. Dubitandosi questi
di non so che, quantunque niuna cosa avesse spirato dello attendere
degl'Inglesi, e del pericolo che gli soprastava, invece di andar per la
diritta via verso il porto del Forte Reale della Martinica, torceva il
cammino a diritta verso tramontana, indirizzando il corso delle sue navi
più in su verso l'Isola Domenica, e la Guadaluppa. Quando poi già era
vicino a queste arrivato, si fermò, mandando per mezzo di una fregata
molto veloce dicendo a Guichen, venisse a congiungersi seco. Uscì il
francese con diciotto vascelli, ed essendo informato, che gl'Inglesi si
volteggiavano a sopravvento delle Antille, egli per ischivar l'incontro
loro navigò a sottovento delle medesime, e fu sì cauto e prospero il suo
viaggio, che le due armate si congiunsero insieme tra la Domenica e la
Guadaluppa. Certamente, se tutte queste forze, le quali assai superavano
quelle di Rodney, avessero potuto conservarsi intiere, o che i
confederati si fossero tra di loro meglio accordati, si sarebbe ottenuto
il fine, che si erano proposto, di distruggere affatto la potenza
britannica nell'Isole occidentali. Ma prima di ogni cosa queste forze
portavano dentro di sè medesime i semi della propria distruzione. Era
nata in mezzo ai soldati spagnuoli tra per la lunghezza del viaggio, la
carestia delle fresche vettovaglie, il cambiamento del clima, e la
immondizia loro una febbre pestilente, che, con incredibile celerità
propagatasi, molti già aveva tolti di vita, e tuttavia toglieva. Oltre i
morti nel tragitto, eransi sbarcati dodici centinaia di malati alla
Domenica, ed altrettanti, e forse più alla Guadaluppa ed alla Martinica.
Nè perchè il clima di quelle isole fosse sano, o perchè si
somministrassero loro nuovi alimenti, rimetteva il male della sua
ferocia. Ogni dì molti valorosi soldati passavano da questa all'altra
vita. La contagiosa influenza si appiccò anche ai Francesi, e molto fra
i medesimi infuriava, sebbene non tanto, quanto fra gli Spagnuoli. Da
quest'inopinato, disordine ne nacque, che i confederati non solo
grandemente rimetterono dell'ardire loro all'intraprendere, ma anche una
gran parte degl'instromenti a ciò fare venner loro meno. S'aggiunse a
questo, che gli Spagnuoli avrebbero voluto far prima l'impresa della
Giamaica, i Francesi quella di Santa Lucia, e delle altre vicine isole.
Il che fu causa, che non si tentò nè l'una, nè l'altra. In queste
circostanze tanto da quelle diverse, che gli alleati si erano poco prima
alla immaginazione loro rappresentate, imbarcarono di nuovo le poco sane
genti, e procedevano di conserva verso le isole disottane. Guichen
accompagnò gli Spagnuoli sino nelle acque di San Domingo, donde,
lasciatigli andare al viaggio loro, pose al Capo francese. Quivi si
congiunse colla flotta di Lamotte-Piquet, che colà stanziava per la
protezione del commercio. Gli Spagnuoli procedettero, ed andarono ad
afferrare all'Avanna. Rodney intanto, avute le novelle della
congiunzione delle due flotte nemiche, andò a porsi a Gros-islet in
Santa Lucia. Quando poi ebbe inteso, che i nemici erano partiti dalla
Martinica, avendo ricevuto dall'Inghilterra un rinforzo di vascelli e di
soldati guidati dal comandante Walsingham, ne mandò un buon polso alla
Giamaica per assicurarla contro gli assalti dei confederati. Coi
restanti se ne rimase a Santa Lucia per osservar il nemico, e proteggere
le isole vicine. In questa maniera si terminarono le speranze, che sì
verdi concette si erano in Francia ed in Ispagna intorno le conquiste da
farsi nelle Antille inglesi; colpa parte della fortuna, e parte della
diversità e della disgiunzione degl'interessi, che prevalgono per
l'ordinario nelle menti dei confederati, i quali concorrere uniti al
medesimo fine non vogliono, e discordi non possono.