fine alle ostilità, e che anche da quello della Nuova-Jork gl'Inglesi,
poco potendo offendere, perchè erano più deboli di armi terrestri, ed i
confederati, perchè erano al di sotto di armi navali, una simile
cessazione della guerra si era introdotta, si andava maturando un
disegno, il quale, se avesse quella riuscita avuto, che gli autori suoi
si erano proposto, avrebbe partorito la totale rovina dell'esercito di
Washington, e forse ancora l'intiero soggiogamento dell'America. Certo
egli stette ad un pelo, che l'opera di tanti anni, e che già tanti
tesori aveva costati, e tanto sangue, non venisse da una inopinata causa
sino in fondo distrutta, e che gl'Inglesi per via di un tradimento quel
fine conseguissero, al quale non avevano potuto arrivare per mezzo di
una lustrale guerra con sì grande arte, e con tutte le forze loro
esercitata. E venire doveva il danno da parte di colui, dal quale meno,
che da ogni altro potevano, e dovevano gli Americani aspettarlo. Dal che
si ebbe un argomento manifesto, che il coraggio disgiunto dalla virtù
non è da pigliarsi a fidanza; che gli uomini più avventati in una causa
sono anche spesso alla medesima i più infedeli, e che gli avari, ed
ambiziosi dissipatori delle proprie, e delle pubbliche sostanze
facilmente diventano della patria loro scellerati venditori e traditori.
Nè nessuno dubiti, che siccome le virtù private sono le produttrici,
così siano ancora il principale ed unico fondamento alle pubbliche; e si
dee tener per sicuro, che coloro, i quali privi essendo delle prime si
accostano al governo delle repubbliche, ciò fanno o per ambiziosamente
soprastare, o per avaramente taglieggiare i proprj concittadini. E
quando ciò non è loro comportato, fanno novità al di dentro, o
tradimenti al di fuori. Era il nome del generale Arnold molto, e molto
meritevolmente caro a tutti gli Americani, che lo stimavano uno dei
principali difensori dello Stato loro. Essendosi egli ritratto dal
militare in sui campi, a motivo di quelle ferite non ben sanate, che sì
sconciamente gli avevano guasto una gamba, e non volendo il congresso e
Washington porre in dimenticanza i servigj di lui, lo avevano creato
comandante di Filadelfia, allorquando, ritiratisi gl'Inglesi da questa
città, era essa di bel nuovo venuta in poter dei repubblicani. Quivi
vivendo dissolutamente, più spendeva che potesse spendere, e più esigeva
di quello, che avesse diritto di esigere. Postosi ad abitare nelle case
di Penn le aveva fornite di ogni foggia di ricchi addobbi e di preziosi
arredi. Giuocava alla dirotta; metteva tavola spesso; teneva gran vita,
di balli, di concerti, di feste promovitore, e donatore grandissimo. Nè
bastando a gran pezza le solite paghe del suo grado a tanti stravizzi e
strabocchi, si era messo in sul mercanteggiare, ed in sul corseggiare.
Le cose non gli tornaron bene; i debiti s'ammontavano, i creditori lo
importunavano; quell'animo altiero e dissoluto non sapeva dove volgersi;
nulla voleva rimettere della sua grandigia; filava tuttavia del signore.
Questo gli fe' concepir animo di far peggio, e sperando di ristorarsi
con quel del pubblico per inganno di quello, che dissipato aveva per
iscialacquo, presentò certi conti in cui inserì di quelle cose, che
sarebbero state disoneste al più ingordo usuriere del mondo. La cosa
parve non solo strana, ma enorme. Si creò un magistrato espresso di
commissarj per esaminargli. Questi non solo non vollero spegnere con
esso lui i conti, ma ricusarono la metà delle partite. Si arricciò
fieramente l'Arnold, e diceva dei commissarj di quelle cose, che non si
sarebbero potute dipingere. Non istette contento al loro giudicato, e ne
appellò al congresso. Delegò questi alcuni de' suoi membri, perchè,
esaminato questo affare, lo assestassero. I quali giudicarono, che i
commissarj più avevano concesso ad Arnold di quello, che avesse diritto
di domandare. Se ad una tale sentenza montasse egli in bizzarria,
ciascuno il pensi; e siccome uomo rotto e caldo, ch'egli era in tutte le
sue azioni, diceva del congresso le più vituperose parole, e le maggiori
villanie, che mai a uomini costituiti in grado si dicessero. Queste cose
non erano sì fatte, che potessero disacerbar le ire, e ricompor gli
animi gonfiati dall'una parte e dall'altra. Nè la pertinacia di quelle
menti americane era tale, che fossero capaci di lasciar a mezza via una
faccenda, che incominciato avessero. Fu Arnold accusato di peculato
dallo Stato della Pensilvania, e tradotto avanti una Corte militare per
subir il suo processo. Lo accagionarono, tra molte altre cose, che
avesse fatto sue le mercanzie inglesi, che aveva trovate, e staggite in
Filadelfia l'anno 1778; che usasse i carri del pubblico per trasportar
certe robe dei privati, e specialmente le sue, e quelle de' suoi
compagni nel commercio della Cesarea. La Corte sentenziò, dovesse essere
ripreso da Washington. Il quale giudizio non soddisfece nè agli
accusatori, ne all'accusato, allegando i primi, che si avesse avuto più
rispetto ai passati servigj d'Arnold, che alla giustizia; e dolendosi il
secondo, dell'ingiustizia e dell'ingratitudine della sua patria. E non
potendo quell'uomo altiero sgozzare sì grave ingiuria, siccome la
chiamava, nè comportare, poichè gli Americani con sì smoderato affetto
l'avevano amato, d'essere ora venuto in tanta disgrazia loro, si
determinò nell'impeto della concetta collera; e per poter continuare a
gozzovigliare ed a grandeggiare coll'oro inglese, giacchè coll'americano
più non poteva, di aggiungere alla intemperanza la frode, ed alle
ruberie il tradimento. Per la qual cosa, risoluto al tutto di ritornar
la patria sua in servitù degl'Inglesi, discovrì con una lettera l'animo
suo a un Robinsone colonnello inglese, il quale ne diè tosto contezza a
Clinton. Si appiccò una pratica tra le due parti per mezzo del maggior
André, ajutante di campo del generale inglese, giovane e per
l'eccellenza delle forme, e per costumi, per bontà, per cortesia
amabilissimo. Arnold e André carteggiavano tra di loro sotto i finti
nomi di Gustavo e dì Anderson. Promettevano all'Arnold molt'oro, e il
grado di generale nell'esercito regio. Egli dal canto suo si offeriva di
fare qualche rilevato, e determinativo fatto in benefizio del Re. Si
condussero tanto innanzi con queste pratiche, che vennero in parole di
porre la Rocca di West-point in mano dei regj. Egli è West-point un
luogo forte sull'occidentale riva del fiume del Nort. E siccome
piuttosto di unica, che di grand'importanza per guardar il passo delle
montagne dall'insù del fiume, così lo avevano gli Americani con infinita
spesa ed arte talmente affortificato, che a ragione era chiamato il
Gibilterra dell'America. Questo fortissimo propugnacolo s'accordò Arnold
di voler porre nelle mani degl'Inglesi. Laonde allegando, che gli era
venuto a noia il soggiorno di Filadelfia, e che desiderava di adoperarsi
di nuovo fra i campi in servigio dello Stato, chiedè, gli si concedesse,
ed ottenne il capitanato di West-point, e di tutta quella parte delle
genti americane, che in quei contorni alloggiavano. Ma il disegno non si
ristava alla dazione di West-point. Intendeva Arnold di far pigliare
tali posti alle sue genti fuori della Fortezza, che fosse facilmente
fatto abilità a Clinton di arrivar alla non pensata, e subitamente
opprimerle. La qual cosa ottenutasi in un colla possessione di
West-point, si sarebbero gl'Inglesi avventati contro le restanti genti
di Washington, le quali, per custodire quei passi, nei circonvicini
luoghi dall'una parte e dall'altra del fiume si erano fermate, e le
avrebbero all'ultimo sconfitte e conculcate. In tal modo oltre la
perdita di West-point, e di quei passi, che erano venuti in contesa già
tante volte, e per acquistar i quali aveva il governo inglese fatto la
spedizione di Burgoyne, avrebbero gli Americani tutto l'esercito loro,
le artiglierie, le munizioni, le bagaglie, ed i migliori uffiziali
perduto. E si poteva conghietturare che sopraffatte le menti
dall'improvviso caso, e da sì subita rovina, e valendosi gl'Inglesi
della confusione e dello sbigottimento dei popoli, gli Stati Uniti stati
ne sarebbero oppressi, e l'independenza loro all'ultima ora condotta.
Erasi verso la metà di settembre Washington recato, per fornirvi alcune
pubbliche bisogne, a Hartford nel Connecticut. Sotto questa occasione
credettero di poter trarre a fine l'accordato disegno. Appuntarono, che
per pigliar insieme le ultime deliberazioni, sarebbe André venuto
nascostamente a trovare Arnold. Sbarcò quegli la notte dei 21 settembre
dalla corvetta inglese l'Avoltoio, che già da lungo tempo Clinton aveva
fatto fermare su pel fiume non lungi da West-point per facilitare le
pratiche, che tra di lui ed il generale americano bollivano. Trovò
l'Arnold; stettero insieme tutta la notte. In sul fare del dì, non
avendo ancor potuto accordare tutta la bisogna, André fu nascosto in
luogo sicuro. La notte seguente se ne voleva ritornare. I navicellai non
vollero ricondurlo all'Avoltoio, perchè aveva questo con certe mosse
dato non so qual sospetto. Si risolvette, se ne gisse per la via di
terra. Diegli Arnold un cavallo, ed un passaporto col nome di Anderson.
Si spogliò André, benchè, come è fama, suo malgrado, ed a ciò costretto
da Arnold, dell'abito d'offiziale inglese, che sin là aveva portato
sotto un gabbano, vestendone un comune. Si avviava verso la Nuova-Jork.
Già aveva trapassato le guardie, e le estreme scolte del campo.
Credevasi giunto a salvamento. Ma I cieli avevano altro fine destinato
alla brutta perfidia di Arnold, ed al generoso voto, che di sè stesso
aveva fatto alla patria sua l'André. Passando questi per una Terra
chiamata Tarrytown, già vicino a quelle occupate da' suoi, ecco che tre
uomini di milizia, che là si trovavano a caso, e non per ordine, lo
arrestarono. Mostrato il passaporto, lo lasciavano andare al suo
cammino. Ma uno dei tre più sospettoso degli altri, avendo osservato non
so che di strano nelle sembianze del passeggiero, il richiamò, André
domandava, _Chenti fossero?_ Risposero, _di laggiù_, intendendo parlare
della Nuova-Jork. Il non sospettante giovine mal naturato agl'inganni
rispose, _ed ancor io sono_. Lo arrestavano. Si scopriva, qual era, un
uffiziale inglese. Offeriva quant'oro volevano, un prezioso orologio,
gradi, e ricompense nell'esercito britannico, se lo lasciassero andare.
Tutto fu nulla. Giovanni Paulding, Davide Williams, ed Isacco Wanwert,
che tali erano i nomi dei tre soldati, disdegnarono le esibizioni, in
ciò tanto più degni di lode, quanto che erano in basso luogo nati ed
avrebbero acquistato altra condizione. Così nell'istesso tempo, in cui
quegli, che teneva uno de' primi gradi negli eserciti dell'America, e
che famoso era al mondo pel valore suo, e per le cose fatte in pro della
patria, per un po' di concetta collera, e per la gola dell'oro, essa
patria tradiva, e voleva dar in mano al nemico, tre soldati gregarj
l'onesto all'utile, la fedeltà alle ricchezze anteponevano. Ricercarono
l'André in ogni parte della persona. Trovarono, dentro gli stivali
copiosi ricordi, tutti scritti di pugno d'Arnold sulle positure de'
luoghi, sulle munizioni, sul presidio di West-point, e sul più
convenevole modo di assaltar la Fortezza. Condotto André avanti
l'uffiziale, che era preposto alle scolte, temendo di nuocere ad Arnold,
se si discoprisse tosto, qual egli era, e non curando il pericolo, che
correva vicinissimo di essere immediatamente, come spia, posto a morte,
quando si risapesse, aver egli dissimulato il proprio nome, continuava
ad affermare, esser desso Anderson. L'Americano non sapeva, che farsi, e
si andava peritando, non potendo credere, che colui, il quale aveva
sparso tante volte il suo sangue a beneficio della patria la avesse ora
voluta tradire. Queste dubitazioni, le negazioni d'André, il ritrovarsi
Washington ed Arnold medesimo lontani dal campo furono causa, che
quest'ultimo ebbe comodità, avendo udito prontamente l'arrestamento
d'André, di scansarsi, e di guadagnar l'Avoltoio. Divulgatasi la cosa,
si riempirono i popoli d'insolito stupore al tradimento di un uomo, nel
quale tanta confidenza, e sì lunga avevano posto, al vicino pericolo,
che corso avevano, ed al fortunevole caso, che ne gli aveva preservati.
Dio, dicevano, non permettere, periscano gli uomini valorosi;
l'assistenza di lui nella presente occasione stata essere evidente;
gradire esso, e proteggere la causa dell'America. Tutti abbominavano
Arnold, tutti encomiavano gli arrestatori d'André. In questo arrivò
Washington al campo, ritornando dal Connecticut. Prima di ogni cosa
sospettando, che vi potesse esser più marcio e più complici, nè sapendo
quali, pensava a' rimedj e pigliava quelle risoluzioni, che credeva
valevoli a render vani gli sforzi loro. Temeva altresì, che l'esempio
fosse pernizioso, e che in quei medesimi, ch'erano estrani al disegno,
nascesse il desiderio di cose nuove. Imperciocchè, rotto una volta il
guado, per l'ordinario vi s'affolla la gente per passare, e gli uomini a
guisa delle pecore più volentieri vanno, dove vedono andar gli altri,
che dove si dovrebbe andare. Di ciò stava egli tanto più in apprensione,
che i suoi soldati erano pagati tardi, ed a spilluzzico, e mancavano di
molte cose non solo al guerreggiare, ma anche al vivere necessarie. Ma
le cautele furono superflue. Nissuno dondelò; nè si scoperse da alcun
canto, che la mala influenza avesse altri contaminato oltre l'Arnold.
André, quando pel progresso del tempo potè presumere, che Arnold fosse
giunto in salvo, palesò il suo nome, e grado. Era più che della sua
salute sollecito di provare, ch'ei non era nè impostore, nè spia,
allegando, che quelle cose, che tale lo potevano far credere agli occhi
degli uomini, non erano suo fatto. Affermava, che l'intento suo era
stato solamente di venirsi ad abboccare in una Terra neutrale con quella
persona, che gli era stata dal suo generale indicata; ma che quindi era
stato aggirato, e tratto dentro gli alloggiamenti americani. Da quel
momento in poi nulla potersegli imputare, poichè si trovava in potestade
altrui. Washington intanto creò una Corte militare della quale furono
eletti membri, oltre molti uffiziali americani dei primi, il marchese de
La-Fayette, ed il barone di Steuben. Mandò egli al cospetto loro
l'André, perchè esaminata, e considerata bene la cosa, definissero, di
che qualità fosse il caso, e qual fosse il castigo, che convenisse dare
al colpevole. Comparì l'Inglese al cospetto della Corte, nè insolente,
nè avvilito. La sua ancor verde età, l'eleganza della persona, le
maniere piene di cortesia piegavano i cuori di tutti i circostanti in
suo favore. In quel tanto essendo Arnold arrivato a bordo dell'Avoltoio,
scrisse tosto una lettera a Washington. Sì gloriava in essa, che
l'amore, che fin dal bel principio della querela aveva portato alla sua
patria, quello stesso l'aveva ora a questo passo condotto, checchè di
ciò pensar potessero gli uomini sì spesso ingiusti estimatori delle
azioni altrui. Continuava dicendo, che nulla pregava per sè, già troppo
avendo sperimentato l'ingratitudine della sua patria, ma sì pregava
bene, e scongiurava il capitano generale, fosse contento preservar la
donna sua dagli insulti della gente irritata; mandassela a Filadelfia in
mezzo agli amici di lei, o permettesse, andasse a raggiungerlo alla
Nuova-Jork. Dopo questa venne una lettera del colonnello Robinson, data
pure a bordo dell'Avoltoio. Chiedeva instantemente, fossegli renduto
l'André, affermando, esser questo andato a riva per una bisogna
pubblica, e sotto la tutela di un tamburino, chiamatovi dall'Arnold, e
mandatovi dal suo generale; che per ritornasene alla Nuova-Jork aveva
avuto licenza, e passaporti dal generale americano; che tutto quello,
che aveva operato l'André, dopo ch'era venuto in mezzo agli
alloggiamenti americani, e specialmente l'aver cambialo l'abito ed il
nome era stato fatto per volontà di Arnold. Concludeva, che il ritenerlo
più oltre era una violazione della santità dei tamburini, ed una cosa
contraria agli usi della guerra, da tutte le nazioni riconosciuti e
praticati. Scrisse poco poi lo stesso Clinton, richiedendo colle
medesime instanze e ragioni l'André. In questa di Clinton era stata
inclusa una lettera d'Arnold scritta in termini assai vivi, colla quale
affermava, ch'egli nel grado suo di generale americano aveva il diritto
di concedere ad André la solita protezione dei tamburini, perchè senza
pericolo potesse venire ad abboccarsi seco lui, e che per rimandarnelo
stava in sua facoltà di seguir quei modi, che più convenevoli aveva
creduti. Ma André minor pensiero si dava della sua salute, che gli amici
suoi dall'altra parte si avessero. Abborrendo ogni bugia e sotterfugio,
volendo, giacchè si trovava dai fati inesorabili condotto all'ultimo
confine della sua vita, questa almeno terminare pura e chiara, e
senz'alcuna nota d'infamia, candidamente confessò, non esser venuto a
niun modo sotto la protezione di un tamburino, aggiungendo, che se in
tal modo venuto fosse, colla medesima accompagnatura se ne sarebbe
ritornato. Guardavasi dall'incolpar chicchessia; di sè stesso parlò con
mirabile ingenuità; confessò più di quello, di che fosse interrogato.
Ognuno ammirava tanta generosità e tanta costanza. Tutti con lagrime
dolorose compassionavano l'infelice giovane. Avrebbero desiderato
salvarlo, ma troppo era la cosa chiara. La Corte, fondandosi sulle sue
confessioni, sentenziò, essere André, e dovere considerarsi come una
spia, e come tale dover essere posto a morte. Notificò Washington a
Clinton, rispondendo alle lettere di lui, la sentenza. Narrò tutte le
circostanze del fatto, e notò, che sebbene queste tali fossero, che,
costituitone André nel grado di spia, sarebberne stati giustificati
contro di lui i più sommarj procedimenti, tuttavia si aveva voluto
operare più consigliatamente, facendo esaminar la cosa da un maestrato
espresso, e che il giudicato suo era stato quello, che gl'inviava. Ma
Clinton, al quale oltre ogni dire doleva il destino d'André, ch'era
l'occhio e l'anima sua, non era uomo da ristarsi, per iscamparlo, alle
già fatte dimostrazioni. Scrisse pertanto un'altra lettera a Washington,
pregandolo giacchè, come diceva, i giudici non erano stati bene
informati del fatto, fosse contento, si facesse un abboccamento a questo
fine tra quelle persone, che dalle due parti si deputerebbero. Consentì
Washington, e si abboccarono a Dobbs'-ferry il generale Robertson dalla
parte inglese, e Greene dall'americana. Molto instò il primo per
provare, che André non era spia, allegando i soliti argomenti dei
tamburini, e del suo operar costretto, quando egli era in potestà
d'Arnold. Ma accorgendosi di non far frutto, saltò a toccar
dell'umanità, della necessità di mitigare con generosi consiglj la
crudeltà della guerra, della clemenza di Clinton, che mai non aveva
fatto porre a morte alcuno di coloro, che le leggi della guerra violato
avevano; che André molto era caro al capitano generale, e che se a lui
fosse conceduto di ricondurlo seco alla Nuova-Jork, ogni qualunque
persona colpevole, che in mano degl'Inglesi si trovasse, della quale gli
Americani si richiamassero, sarebbe incontanente posta in libertà. Pregò
ancora, si sospendesse, e si rimettesse la cosa nell'arbitrio di due
soldati pratichi degli usi della guerra, e delle nazioni, proponendo i
generali Knyphausen, e Rochambeau, e che ciò, ch'essi opinassero, quello
si facesse. Presentò infine una lettera d'Arnold indiritta a Washington,
colla quale si era studiato d'incolpare in tutto sè, e di scolpar André.
Concluse minacciando, che, se la sentenza recata contro André fosse
posta ad effetto, si sarebbero fatte orribili rappresaglie; e che in
ispecialità quei traditori della Carolina, ai quali Clinton, mercè sua,
aveva fin'allora perdonato la vita, ne sarebbero tratti immediatamente a
morte. L'interposizione di Arnold non poteva non nuocere all'André; e
quando gli Americani avessero voluto piegarsi alla clemenza, la lettera
sua ne gli avrebbe stornati. Si terminò l'abboccamento senza effetto.
André intanto s'andava apparecchiando alla morte. Dimostrò egli contro
di questa non quel disprezzo, che spesso è simulazione o bestialità, nè
quella debolezza, che propria è degli uomini effeminati, o rei, ma
sibbene quella costanza, che s'appartiene agli uomini virtuosi e forti.
Gli pesava il morire; ma molto più gl'incresceva il modo della morte.
Avrebbe desiderato di morire, come i soldati sogliono, passando per
l'armi, non come le spie, ed i malandrini sulle forche. Questo abborriva
grandissimamente. Ne addimandò alla Corte. Non gli fu risposto;
perciocchè concedere la domanda non volevano, negarla espressamente
stimarono crudeltà. Ma due altre cose molto l'animo del giovane
tormentavano, e quest'erano, che la madre sua, e le tre sorelle, che
sole aveva al mondo, e ch'egli piamente amava, e colle sue paghe
sosteneva, fossero, morto lui, ridotte a miseria; l'altra, che gli
uomini potessero credere, che gli ordini di Clinton quelli stati
fossero, che lo avessero obbligato a far quei passi, i quali lo avevano
nella presente condizione condotto. Temeva perciò, venisse la sua morte
a quell'uomo imputata, ch'egli sommamente amava, e venerava. Gli fu
concesso, ne scrivesse a Clinton; il che fece, molto a lui l'infelice
madre, e le sorelle raccomandando, e testimoniando, che gli accidenti
dell'esser venuto dentro le poste del nemico, e dell'essersi travestito
erano stati cose contrarie, siccome alle sue intenzioni, così ancora
agli ordini di Clinton. Il dì due d'ottobre fu il giorno dai cieli
destinato per termine alla vita di André. Condotto al patibolo disse,
_così debbo io morire?_ Gli fu risposto non essersi potuto fare
altrimenti. Ne dimostrò grave dolore. Infine, fatte le sue preghiere,
pronunziò queste, che furono per lui le ultime parole: _Siate testimoni
voi, che io muojo, come un bravo uomo dee morire_. Così fu tratto a
giusta, ma indegna morte un dabben giovine meritevole in tutto di
miglior destino. La mestizia fu grande tra gli amici, e tra i nemici.
Arnold si rodeva, seppure quell'anima contaminata era capace di rimorso.
Gl'Inglesi stessi il detestavano e pel suo tradimento, e per essere
stato cagione della morte d'André. Ciò nondimeno, siccome nelle cose di
Stato soglionsi adoperare così gl'istromenti più vili, come i più
generosi; e che in esse il fine, non i mezzi si guardano, fu Arnold
creato Brigadier generale negli eserciti britannici. Sperava Clinton,
che il nome di quello, e la dependenza avrebbero indotto molti fra gli
Americani a correre a porsi sotto le insegne del Re. Ma Arnold conosceva
benissimo, che poichè aveva abbandonato i suoi, gli era mestiero
mostrarsi vivo in favor degl'Inglesi. E siccome gli uomini anche più
malvagi vogliono serbar tuttavia la sembianza della virtù, così mandò un
cartello, col quale, sperando di velare con questo artifizio l'infamia
sua, iva aggirandosi, dicendo, che da principio aveva pigliate le armi
in mano, perciocchè credeva, fossero offesi i diritti della sua patria;
che anche aveva accomodato l'animo alla dichiarazione dell'independenza,
quantunque la credesse intempestiva; ma che quando la Gran-Brettagna,
come buona ed amorevole madre, aveva loro aperte le braccia, ed ebbe
offerti giusti ed onorevoli accordi, il rifiuto di questi, e di più la
lega colla Francia avevano intieramente cambiato la natura della
querela, e fatto, che quello, che era giusto ed onorevole, diventato
fosse ingiusto e vituperoso. D'allora in poi, affermava, esser diventato
desideroso di ritornare nell'antica fede coll'Inghilterra. Censurò il
congresso, e con aspre parole rammentò la tirannide e l'avarizia sua,
condannò la lega colla Francia, lamentando, che i più gravi interessi
della patria fossero dati in preda ad un superbo e perfido nemico;
definì la Francia troppo debole per istabilir l'independenza; chiamolla
nemica della fede protestante; accusolla di fraude nel voler mostrarsi
affezionata alle libertà del genere umano, mentre i suoi proprj
figliuoli teneva in vassallaggio e schiavitù. Concluse con dire, aver
tanto indugiato ad operare a norma delle sue nuove opinioni, perchè
aveva desiderato di far qualche gran fatto in benefizio, e riscatto
della sua patria, e per evitare, per quanto possibil fosse, lo
spargimento dell'uman sangue. Questo cartello indirizzò generalmente a'
suoi concittadini. Un altro ne pubblicò pochi giorni dopo, intitolato
agli uffiziali e soldati dell'esercito americano. Gli esortava a venirsi
a porre sotto le insegne del Re, offerendo e gradi e caposoldi.
Gloriavasi di voler condurre una scelta banda d'Americani alla pace,
alla libertà, alla sicurezza; strappar la patria dalle mani della
Francia, e di coloro che condotta l'avevano vicina al precipizio.
Affermava, essere l'America preda all'avarizia, scherno al nemico, pietà
agli amici; avere invece della libertà l'oppressione; spogliarvisi le
proprietà, incarcerarvisi le persone, sforzarvisi la gioventù alle
battaglie, inondarvi il sangue. Che altro è ora l'America, sclamava, se
non se una terra di vedove, di orfani, di mendichi? Se l'Inghilterra
cessasse gli sforzi suoi per liberarla, qual sicurezza rimanerle a
potere quella religione godersi, per la quale gli antichi padri
affrontarono l'oceano, il cielo, i deserti? Non essersi testè veduto
l'abbietto e scellerato congresso assistere alla messa, e partecipare
nei riti di una chiesa, contro l'anticristiana corruzione, della quale i
pii maggiori renduto avrebbero col proprio sangue testimonianza? Questi
furono i manifesti del traditore, che riuscirono altrettanto più
inutili, quant'erano più smodati. Ma gli scrittori dalla parte
dell'America non istettero all'incontro a badare; chè anzi con molte
parole e ragioni alle sue contrarie gagliardamente il ributtarono. Tra
le altre cose argomentarono, nissuno più dell'Arnold essere stato, anche
dopo il rifiuto degli accordi, divoto e ligio servitor dei Francesi;
nissuno più di lui esser andato loro a' versi; esso avere invitato il
ministro Gerard in sul suo primo arrivo a Filadelfia ad abitar le sue
case; esso avergli fatto le spese molto sontuosamente, e di balli, di
feste, di conviti essersene avuto buona ragione; esso stato essere
moiniere di Silas Deane, lancia dei Francesi; esso coi consoli ed altri
maestrati francesi avere più di ogni altro avuto dimestichezza e
familiarità, dimodochè quelli siansi creduti aver in Arnold trovato il
miglior amico, che si avessero. Ma così andar la cosa, gli ambiziosi far
le viste di servile servitù, e poscia di animo elevato secondo i casi,
non vergognandosi di accusare in altrui i proprj vizj loro. Così, se
Arnold aveva conficcato, gli altri ribadirono. Credette il congresso,
fosse cosa indegna di sè il fare alcun motivo della tradigione, e dei
manifesti d'Arnold. Solo per dimostrare in qual grado ei tenesse l'opera
egregia, e degna d'onore di Giovanni Paulding, Davide Williams, ed
Isacco Wanwert, che furono gli arrestatori d'André, fece loro con
pubblico ed orrevole partito una onesta provvisione di dugento dollari
senz'alcuna ritenzione, o stanziamento per ciascuno anno, durante la
loro vita, deliberare e pagare. Decretò ancora, si gittasse, e
rimettesse loro una medaglia d'argento col motto _fedeltà_ da una parte,
e dall'altra quest'altro, _vincit amor patriae_. Il consigliò esecutivo
di Pensilvania mandò un bando, col quale citò Benedetto Arnold in
compagnia di alcuni altri vili uomini a comparire innanzi i tribunali
per render ragione dei tradimenti loro, ed in difetto gli chiariva
soggetti a tutte le pene solite a darsi a coloro, che venderono la
patria, e vollero porla al giogo de' tiranni. Furon questi i soli atti,
pei quali i pubblici maestrati dell'America avvertirono al tradimento
d'Arnold.
Avendo noi raccontato qual fine abbia avuto la trama ordita alla
Nuova-Jork, l'ordine della storia, che intrapreso abbiamo, richiede, che
descriviamo ora i successi, ch'ebbero nelle due Caroline le armi
britanniche. Era la stagione pervenuta verso la metà di settembre,
quando i capitani del Re, apparecchiato avendo le munizioni, le genti,
ed ogni altra cosa necessaria, si risolvettero a voler muovere le armi,
e quelle imprese compire, che già da molto tempo disegnate avevano, e
che dovevano essere il più importante frutto della vittoria di Cambden.
Stimavano che come avessero volto il viso verso la Carolina
Settentrionale, subito al romore l'esercito americano se n'avesse a
partire; e nella mente loro già non solo si promettevano la conquista di
questa provincia, ma ancora quella della Virginia. Speravano, che
allorquando a quella delle due Caroline, della Giorgia e della
Nuova-Jork si fosse aggiunta la possessione della Virginia tanto ricca,
e tanto possente, gli Americani non potendo più nutrir una tanta guerra,
avrebbero piegato l'animo a far il volere della Gran-Brettagna. Non
dubitavano punto, che le cose degli Americani avessero a declinare, ed
ire del tutto in fascio. A questi fini dovevano nel medesimo tempo
cooperare Cornwallis colle genti che aveva, correndo dalla meridionale
nella settentrionale Carolina, e Clinton con quelle della Nuova-Jork,
mandandone una parte ad assaltare i luoghi bassi della Virginia; e
conquistati questi, e passato il fiume Roanoke, congiungersi colle prime
sui confini della Carolina e della Virginia. Per la qual cosa Clinton,
mandato tre migliaia di soldati sotto la condotta del generale Leslie
sulle rive del Chesapeake, i quali sbarcati a Portsmouth ed in altre
vicine Terre pigliarono possessione del paese, ardendo e guastando le
provvisioni, principalmente di tabacco, ch'erano copiosissime.
S'impadronirono di molte navi onerarie. Quivi dovevano aspettar le
novelle dell'avvicinarsi di Cornwallis, le quali avute, sarebbero
marciati per accozzarsi con esso lui sulle rive del Roanoke. Ma siccome
la distanza era grande, e che gli accidenti fortuiti della guerra
avrebbero per avventura potuto impedir la congiunzione dei due eserciti,
così Clinton aveva commesso a Leslie, obbedisse agli ordini di
Cornwallis; e ciò a fine, che questi potesse all'uopo far venire, quando
la congiunzione medesima per la strada di terra fosse impossibile, una
parte di quelle genti a trovarlo per la via del mare fin nelle Caroline.
Da un'altra parte s'era mosso Cornwallis da Cambden, incamminandosi alla
volta di Charlottes-town, città posta nella Carolina Settentrionale. Per
altro per tenere in fede la meridionale, e non perder l'ansa da potervi
all'uopo ritornare, lasciò dietro di sè, oltre un grosso presidio in
Charlestown, altri più piccoli, ma sufficienti sulle frontiere, uno in
Augusta sotto i comandamenti del colonnello Brown, un altro a Ninety-six
governato dal colonnello Cruger, ed un terzo più gagliardo a Cambden
sotto la condotta del colonnello Turnbull. Marciò egli col grosso delle
sue genti, e pochi cavalli per la via di Hanging-Rock verso Catawba,
mentre Tarleton col rimanente della cavalleria, varcato il Wateree,
saliva per la oriental riva del fiume. L'una e l'altra schiera dovevano
ricongiungersi a far capo grosso a Charlottes-town. Vi arrivarono
infatti sul finir di settembre, e s'insignorirono della Terra. Ma non
penarono gran fatto gl'Inglesi ad accorgersi, che avevano alle mani una
impresa molto più dura di quello che avessero creduto. La contrada
all'intorno di Charlottes-town era sterile, e per le strade strette ed
intricate assai difficile, gli abitatori non solo nemichevoli, ma ancora
vigilantissimi ed attivissimi nell'assaltar le scolte, nel mozzar le
vie, nell'arrestar i messi, nell'opprimere gli sbrancati, nel por le
mani addosso alle munizioni, che da Cambden si avviavano a
Charlottes-town. Quindi non potevano i regj nè uscire alla campagna, nè
foraggiare, se non grossi, nè avere lingua di quelle cose che accadevano
nei contorni. Oltre di questo Sumpter, il quale aveva rizzato una
bandiera di ventura per far guerra, dove gli venisse meglio, iva aliando
con un grosso di genti arrisicatissime intorno gli estremi confini delle
due Caroline. Un'altra testa di valenti stracorridori si era raccozzata
sotto la condotta del colonnello Marion. Oltre di questo dava non poca
noia il sapere, che il colonnello Clarke aveva raggranellato una grossa
banda di montanari, abitatori delle parti superiori delle Caroline,
uomini armigeri, duri alla guerra, coraggiosissimi. E sebbene si fosse
inteso, che un assalto, ch'egli aveva dato ad Augusta, per la valorosa
difesa fattavi entro da Brown, avesse infelice fine avuto, tuttavia,
serbati raccolti i suoi, teneva il campo, ed andava volteggiandosi verso
le montagne, pronto od a congiungersi con Sumpter, od almeno, se la
squadra di Fergusson ciò gl'impedisse, ad aspettar più altri montanari,
che correvano a trovarlo. Così i reali si trovavano attorniati da ogni
banda da nugoli di repubblicani; e, posti in mezzo ad un paese tutto
nimichevole all'intorno, avevano meglio la sembianza di assediati, che
di assalitori. A tante angustie sopraggiunse per arrota un caso, che gli
obbligò tosto a pensar ai fatti loro. Era il colonnello Fergusson,
siccome sopra si è detto, stato mandato da Cornwallis sulle frontiere
della Carolina Settentrionale per ivi dar animo, e raccorre i leali.
Erano questi venuti a congiungersi con lui in buon numero; ma la maggior
parte uomini ribaldi e rubatori, i quali avendo creato per Capo del loro
furore Fergusson ogni cosa mandavano a sacco ed a sangue, ovunque
passavano. A tante enormità bastanti a riscaldare ogni freddo spirito
alla vendetta fieramente si crucciarono i vicini montanari, e calavano a
stormo dalle montagne, quelle armi carpando, che la elezione, il caso,
od il furore paravano loro davanti. Tutti dicevano di voler ire a dar la
caccia a quel bestione di Fergusson, fargli pagar cari i latrocinj ed il
sangue; si mettevan l'un l'altro alle coltella; presi a furia i primi
uffiziali di milizia, che incontrarono, questi crearono a loro Capi.
Ciascuno portava un'arme, uno zaino, una coperta. Corcavansi sopra la
nuda terra, sotto lo stellato cielo; all'acqua dei rivi si dissetavano;
sfamavansi col bestiame che si facevan trottar dietro, o colle
selvaggine, che ammazzavano in mezzo alle profonde foreste. Gli
guidavano i colonnelli Campbell, Cleveland, Selby, Seveer, William,
Brandy e Lacy. Cercavano per ogni dove, a tutti domandavano di
Fergusson. Giuravano ad ogni passo di volerlo esterminare. Finalmente il
trovarono. Ma Fergusson era un uomo così fatto, che non temeva nè essi
nè altri. Stava egli accampato sopra un poggio selvoso, e cavaliere alla
campagna, la cui base è di figura circolare. Lo chiamano Kingsmountain,
o sia montagna del Re. Aveva posto al di sotto sulla via principale alla
scesa una guardia. Arrivati vicini i montanari tosto la fugavano; poscia
partiti in varie colonne, attorniato il monte, salivano arditissimamente
all'assalto. Traevano gli uni di dietro gli alberi, gli altri di dietro
le petraie, molti ancora scopertamente. Si difendeva aspramente
Fergusson. I primi ad arrivare in sul poggio furono quei guidati dal
Cleveland. Gl'Inglesi si avventavan loro contro colle baionette, e gli
risospingevano. In questo mentre arrivava Shelby co' suoi, e si sforzava
di entrar negli alloggiamenti nemici; ma Fergusson rivoltatosigli contro
colle baionette lo ributtava. Non aveva egli sì tosto avuto la vittoria
contro Shelby, che arrivava a furia sulla cima Campbell, e tuttavia
l'Inglese mostravagli il viso, e pure colle baionette lo cacciava. Ma
invano si spendeva tanto valore contro gli assalti di un nemico
arrabbiato. Quando Fergusson era alle mani cogli uni, e gli faceva
piegare, gli altri, che stat'erano cacciati, ritornavano a caricarlo.
Fe' egli tuttociò, che uomo esperto e franco può fare nelle difficili
battaglie per isbrigarsi. Ma già inclinava la vittoria a favor dei
repubblicani, i quali inondavano il poggio. Non volendo il capitano
inglese arrendersi, tuttavia combattendo fu morto. Il suo successore,
chiesti i quartieri, gli ottenne. Fu fatto in questa zuffa gran sangue;
poichè ebbero i reali tra morti, feriti e prigionieri meglio di undeci
centinaia di soldati, luttuosa e gravissima perdita in quelle
occorrenze. Tutte le armi e munizioni fecer più chiaro il trionfo dei
vincitori. Fecero questi a buona guerra cogl'Inglesi; ma i leali
bistrattarono, alcuni anche crudelmente impiccarono. Dissero, per
rappresaglia di quei repubblicani, che stat'erano tratti al medesimo
supplizio dai reali a Cambden, Ninety-six ed Augusta. Allegarono ancora,
essere stati quelli colpevoli di delitti meritevoli di morte secondo le
leggi del paese. Così al furor della guerra veniva a congiungersi, come
se esso non fosse non che bastante, troppo, la rabbia cittadina. I
montanari, avuta la vittoria, alle case loro se ne tornarono. La rotta
di Kingsmountain indebolì molto le cose del Re nelle Caroline, e diè
molto a pensare a Cornwallis. Oltre lo sbigottimento dei leali, che ne
seguì, i quali d'allora in poi si rimasero dal venirlo a trovare, era
egli con un esercito debole in mezzo ad un paese nemico, ad una contrada
sterile, ad una difficoltà grandissima di pigliar lingua. Prevedeva
benissimo, che l'andar avanti era un accrescere la angustie, in cui già
si trovava. Per la qual cosa, veduto di non poter più per allora
conquistar la Carolina Settentrionale, nella quale i repubblicani
avevano in copia e avvisi di spie, e comodità di ricetti, si risolvette
a difendere almeno, e guarentire la meridionale, sino a tanto che avesse
ricevuto nuovi aiuti. Quindi è, che, lasciato Charlestown, e ripassata
la Catawba, andò a porsi a Winnesborough, Terra posta in luogo, donde si
poteva consuonare coi posti di Cambden e di Ninety-six, e che per la
feracità del suolo offeriva più grassi alloggiamenti. Nel medesimo tempo
inviò ordini a Leslie nella Virginia, imbarcasse immediatamente le sue
genti, e toccato prima Wilmington, se ne venisse poscia, e rattamente, a
Charlestown.
La ritirata delle genti del Re da Charlottes-town a Winnesborough, e la
rotta di Kingsmountain diedero molto ardire ai repubblicani, i quali
correvano a porsi sotto le insegne dei loro arditissimi capitani, tra i
quali tenevano il primo luogo Sumpter e Marion. Questo infestava le
contrade basse, quello le superiori. Ora Cambden, ora Ninety-six erano
minacciati, ed i reali non potevano, nè buscare, nè foraggiare, nè
legnare, nè alcun'altra fazione fare senza correre gran pericolo di
essere oppressi. Per liberarsi da quella rangola, Tarleton si metteva in
sulle mosse contro Marion; ma questi, che intendeva soltanto di
bezzicare trascorrendo, e non di combattere le campali battaglie,
spacciatamente si ritirava. L'Inglese lo perseguitava. Ma gli
sopravvennero ordini da Cornwallis, acciò si recasse contro Sumpter, che
minacciava di venir sopra a Ninety-six, e già aveva rotto, o preso sulle
rive del fiume Broad il maggiore Wemis, e fatti molti prigionieri, fanti
e cavalli. Tarleton con incredibile celerità camminando arrivò
all'incontro di Sumpter, il quale si era accampato sulla destra riva del
fiume Tigre in un luogo detto Blackstocks. Erano gli alloggiamenti
americani fortissimi, avendo un rivo, case, e palificate da fronte,
montagne inaccessibili, o luoghi erti e difficili dai due lati. Tarleton
sospinto dal suo ardore, e temendo che Sumpter, varcato il Tigre, non
gli fuggisse dalle mani, lasciati i fanti leggieri, e quei della sua
legione indietro, si era fatto avanti cogli uomini d'arme, e con una
parte delle fanterie. Si attaccò una feroce zuffa, nella quale l'una
parte e l'altra mostrarono un grandissimo valore. Un reggimento
britannico fu sì malconcio, che disordinato si tirò indietro. Tarleton
per rinfrescar la battaglia diè dentro cogli uomini d'arme. Ma gli
Americani tennero il fermo. Fu l'Inglese costretto a ritirarsi con
perdita di molti morti e feriti, tra i quali alcuni uffiziali di conto.
Ma sopraggiunta la notte, avvicinandosi le genti che il capitano
britannico aveva lasciate indietro, ed essendo stato Sumpter gravemente
ferito in una spalla, si riparò questi al di là del fiume, e non potendo
più per allora star in sulla guerra a cagione della ferita, fu portato
da alcuni suoi soldati più fedeli a luoghi alpestri e sicuri. La maggior
parte de' suoi si disbandarono. Tarleton, corso per alcuni dì la
contrada posta sulla stanca del Tigre, se ne tornò di pian passo sulle
rive del fiume Broad nella meridional Carolina. Così si travagliava da
ambe le parti con una guerra guerriata, nei piccoli incontri della quale
e molto ardire si mostrava, e maggiore si pigliava.
In questo mezzo tempo Gates, racimolate alcune poche genti massimamente
cavalli, per mantener vivo in quelle parti il nome del congresso, e
rizzare una testa, che col tempo si potesse ingrossare, ripassato, il
fiume Jadkin, era venuto a por gli alloggiamenti a Charlottes-town,
intendendo anche di far isvernare ivi l'esercito; perciocchè credeva,
che durante l'inverno, che già si avvicinava, non si sarebbe potuto in
quelle contrade guerreggiare. Mentre Gates con grandissima diligenza si
adoperava per apparecchiarsi ad una nuova guerra, e che già pareva, gli
ritornasse la prosperità della fortuna, arrivò al campo il generale
Greene, il quale avendo generato di sè ottimo concetto di persona di
molto valore, e d'altrettanta fede verso la repubblica, era mandato dal
congresso e da Washington a pigliare in iscambio di quello il governo
dell'esercito. Sopportò Gates, siccome quegli, che più amava la sua
patria, che il potere e la gloria, non solo con costanza, ma ancora
senza mal umore questo sinistro della fortuna. Confortollo assai
l'assemblea della Virginia, la quale passando egli per Richmond per
ridursi alle sue case, lo mandò a visitare, assicurandolo, che la
memoria delle sue gloriose gesta non poteva cancellata essere da nissuna
disgrazia; andasse pur sicuro, che i Virginiani sempre ricordevoli de'
suoi meriti non avrebbero nissuna occasione trasandato per testimoniar
al mondo quella gratitudine, che come membri dell'americana lega gli
portavano. Non condusse seco Greene alcun rinforzo dall'esercito
settentrionale, sperando, che il caso si potesse medicare colle sole
forze delle meridionali province. Solo venne con lui il colonnello
Morgan con alcune carabine, che erano in grandissimo nome di soldati
esercitatissimi. Era il suo esercito molto debole. Ma i boschi, le
paludi, i fiumi, dei quali era piena la contrada, lo assicuravano.
Siccome l'intento suo era soltanto di badaluccare, non di far battaglie
giuste, così sperava di poterne venire a capo con attritare e consumare
appoco appoco il nemico. Quasi nel medesimo tempo, ch'era la metà di
decembre, era arrivato dalla Virginia a Charlestown con un rinforzo di
meglio, che duemila stanziali Leslie, dove, trovati nuovi ordini, si
pose tosto in via con quindici centinaia di soldati, ed andò a
congiungersi col lord Cornwallis a Winnesborough.
[1781]
Ricevuto questo rinforzo, si rinnovarono nel capitano britannico i
medesimi desiderj di conquistar la Carolina Settentrionale, e,
oltrepassata questa, di entrare nella Virginia. Ma i Capi britannici per
meglio assicurarsi dell'esito di questa impresa, non l'ebbero commessa
solamente all'esercito, che militava sotto gli ordini di Cornwallis, ma
vollero di più, si facesse nel medesimo tempo un gagliardo motivo dalla
parte della Virginia; non già per conquistarla totalmente, imperciocchè
a questo senza le forze di Cornwallis non erano sufficienti, ma sibbene
soltanto per impedire, che da quella provincia potente non fossero
mandati aiuti all'esercito di Greene. A questo fine avevano imposto al
generale Arnold, che si recasse nel Chesapeack, e là, sbarcate le genti,
facesse tutto quel maggior male che potesse. Speravano altresì, che il
suo nome ed il suo esempio avrebbero dato animo a molti ad abbandonare
le insegne della repubblica per andare a porsi sotto quelle del Re. Iva
Arnold alla fazione molto baldanzosamente con un'armata di cinquanta
navi da carico, e quindici centinaia di soldati. Sbarcato, mandava
sottosopra ogni cosa. A Richmond ed a Smithfield fece un danno
incredibile. Ma stormeggiando i popoli all'intorno, e le milizie
levandosi in capo, si ritirò a Portsmouth, e quivi attendeva a
fortificarsi. Perocchè andarsene non voleva per tener quel calcio in
gola agli Americani, correre la campagna non poteva, essendo troppo
debole in mezzo ad una provincia gagliarda, e molto al nome reale
nemica. Questa ladronaia produsse in parte gli effetti, che se ne
aspettavano, ed in parte no; poichè i soccorsi di verso la Carolina ne
furono ritardati; ma del venire gli abitatori a trovar l'Arnold, nissuno
se ne trovò, essendo gl'incendj, le rovine ed il sacco poco acconci
allettativi ai popoli. Ma nella Carolina la guerra già era incominciata;
ed i due capitani nemici si erano accinti a riempire i disegni, che
ordito avevano. Erasi mosso da Winnesborough lord Cornwallis, e
camminava tra i due fiumi Broad e Catawba per recarsi per le vie
superiori verso la Carolina Settentrionale. Già era giunto a
Turkey-creek. Greene per impedire i progressi dell'esercito regio si
risolvette a fare una dimostrazione per assaltar il posto di Ninety-six,
mentre nel medesimo tempo mandò Morgan con cinquecento stanziali
virginiani, alcune bande di milizie, ed i cavalleggieri del colonnello
Washington a guardare i passi del fiume Pacolet. Egli poi andò a porsi a
Hick's-creek sulla sinistra riva del Pedee rimpetto a Cheraw-hill.
L'avere diviso in tal modo le sue genti già sì deboli, fu da molti
riputato biasimevole consiglio. Imperciocchè, se gl'Inglesi si fossero
spinti innanzi velocemente, avrebbero potuto cacciarsi di mezzo tra lui
e Morgan, e riportarne agevolmente la vittoria di ambidue. Ma forse
credette, che i regj fossero, come in parte era vero, troppo ingombri
d'impedimenti per far una sì presta mossa; e forse ancora non aveva
avuto avviso della congiunzione di Leslie con Cornwallis. Questi spedì
immantinente Tarleton colla sua legione di cavalli, e con una parte dei
fanti in aiuto di Ninety-six. Giunto Tarleton nelle vicinanze di questa
Terra trovò ogni cosa sicura, ed i nemici essersi ritirati dopo alcune
leggieri avvisaglie. Allora si determinò a volgersi contro Morgan,
tenendo per certo, o di poterlo rompere con uno assalto improvviso, od
almeno di farlo ritirare al di là del fiume Broad, lasciando in tal modo
sgombra la strada all'esercito reale. Ne scrisse a Cornwallis, il quale
non solo approvò il disegno, ma ancora si risolvette a cooperarvi,
salendo lungo la sinistra riva del Broad a fine di minacciar Morgan alle
spalle. Le cose da principio succedevano bene. Tarleton, superati con
eguale celerità che felicità i fiumi Ennoree e Tigre si appresentava
sulle rive del Pacolet. Morgan si ritirava da questo, e Tarleton,
occupato il passo, lo perseguitava. Già già lo incalzava. Ora era
divenuta cosa pericolosa a Morgan il varcare il fiume Broad, presso il
quale si trovava, avendo un sì feroce e lesto nemico vicino. Per la qual
cosa si determinò ad aspettare la battaglia. Ordinava i suoi molto
convenevolmente partendogli in due file, delle quali la prima, che fu la
vanguardia, ed era condotta dal colonnello Pickens fece distendere
fuori, e lungo il ciglione di un bosco in vista del nemico. La seconda
guidata dal colonnello Howard nascose dentro il bosco medesimo. Era, in
quest'ultima, posta la principale speranza della vittoria; perciocchè
era composta la maggior parte di valenti soldati stanziali, mentre la
prima constava di bande raunaticce di milizia. Il colonnello Washington
co' suoi cavalli si era attelato, come per servire alla riscossa, dietro
questa seconda schiera. Sopraggiunse Tarleton, ed ordinò anch'egli i
suoi alla battaglia. Ogni cosa pareva promettergli la vittoria.
Prevaleva di cavalli, ed i suoi sì uffiziali che soldati si dimostravano
ardentissimi al combattere. Assalirono gl'Inglesi la prima schiera
americana, la quale, fatta una sola scarica con poco danno del nemico,
disordinatamente andò in volta. Si attaccavano allora colla seconda; ma
quivi trovarono più duro incontro. Sì menava le mani aspramente dalle
due parti, e la battaglia era pareggiata. Tarleton per far piegare la
fortuna in suo favore spinse avanti uno squadrone della seconda schiera,
e nel medesimo tempo mandò una frotta di cavalli a ferire il destro
fianco degli Americani; perchè il noiargli sul sinistro non si ardiva a
cagione, che in questo si trovava il colonnello Washington, il quale già
con una feroce affrontata aveva ributtato indietro la cavalleria, ch'era
andata ad annasarlo. Le mosse di Tarleton ebbero l'effetto che ne
aspettava. Gli stanziali americani piegarono, e disordinati rincularono.
Seguitavano gl'Inglesi già gonfiati dall'aura della vittoria. Già
Tarleton colla cavalleria manometteva i fuggiaschi, quando ecco il
colonnello Washington co' suoi cavalli, ch'erano rimasti intieri,
caricare improvvisamente l'inimico furiante, e messosi nella gran pressa
ristorar la fortuna della giornata. Nell'istesso momento Howard aveva
riordinato i suoi stanziali, e gli riconduceva alla pugna. Pickens
ancor'egli, con incredibile sforzo operando, aveva rannodato le milizie,
e le spigneva rattamente contro i reali. Morgan con voce ed aspetto
terribile incuorava i suoi alla battaglia. Tutti gli Americani in un
subito, e con impeto concorde si serrarono addosso agl'Inglesi. Questi
sorpresi e sbalorditi all'inaspettato rincalzo, prima si ristettero,
poscia andarono in fuga. Instarono i primi, e strettamente perseguitando
i fuggiaschi gli sfondolarono. Nè i preghi, nè le minacce, nè le
esortazioni de' Capi gli poterono trattenere. La rotta fu assai grave.
Perdettero gl'Inglesi tra morti, feriti e prigionieri meglio di
ottocento soldati, due cannoni, le insegne del settimo reggimento, tutto
il carreggio e le bagaglie. Ma perdita gravissima ed irreparabile fu
quella dei cavalli grandemente necessarj all'esercizio della guerra in
quei luoghi piani, e tanto opportuni alle insidie. Tale fu l'esito della
battaglia di Cowpens, gli effetti della quale risentirono gl'Inglesi in
tutto il corso della caroliniana e della virginiana guerra, e fu la
prima e principal cagione del fine, ch'ella ebbe. Imperciocchè oltre la
perdita piuttosto di totale, che di grande importanza dei cavalli,
l'aver rotto Tarleton e la sua legione, che diventati erano terribili ad
ognuno, infuse novelli spiriti in quelle genti; e se prima erano, o
sbigottite, o disperate, ora diventarono confidentissime. Rendè il
congresso pubbliche ed immortali grazie a Morgan, e lo presentò con una
medaglia d'oro. Presentò altresì con una d'argento i colonnelli
Washington e Howard, con una spada Pickens.
Cornwallis, avute le novelle della rotta di Cowpens, ne sentì gravissimo
dolore; perciocchè vi aveva perduto la miglior parte de' suoi soldati
armati alla leggiera, ch'erano i principali stromenti a' suoi ulteriori
disegni. Ma da quell'uomo valoroso, ch'egli era, nulla sgomentandosi, si
determinò a voler ottenere coi maggiori sforzi dei soldati, che gli
rimanevano, e colla distruzione delle bagaglie quello, che dapprima
fondavasi di poter conseguire coll'opera de' stracorridori. Laonde due
giorni intieri impiegò nel guastare, o sformar tutti quegl'impedimenti,
che all'esercizio della guerra, ed al vivere dei soldati non erano
assolutamente necessarj. Tutti i carri ne furono distrutti, eccettuati
solo quelli, che servivano ad uso di trasportare il sale, le munizioni,
gli arnesi da ospedale, e quattro altri vuoti pei feriti ed i malati. Le
più preziose bagaglie dei soldati ne furon disfatte; il vino, ed i
liquori tanto salutevoli, massimamente nelle guerre invernali, sparsi al
suolo. I soldati non portarono altre sostanze da cibarsi fuori di alcune
poche provvisioni di friscello. Sopportò l'esercito regio con
incredibile pazienza ogni cosa, e si dimostraron tutti obbedientissimi
nel fare i comandamenti del capitano generale. Due erano i pensieri, che
occupavano la mente di Cornwallis in questo tempo. L'uno era di correre
immediatamente contro Morgan, romperlo, liberare i prigioni, ed impedire
che non si raccozzasse con Greene, il quale tuttavia si trovava a
Hick's-creek. Il secondo, e di molto maggior importanza, quello era di
marciar a gran giornate verso Salisbury, e verso le fonti del Jadkin,
prima che Greene avesse varcato questo fiume. Il qual fine se si fosse
conseguito, ne nasceva di necessità, che il generale americano stato
sarebbe tagliato fuori dagli aiuti, che gli arrivavano dalia Virginia, e
costretto od a ritirarsi alla sfilata, e con perdita di tutte le
bagaglie, ed armi gravi, o combattere una battaglia non a modo suo, ma a
quello del nemico. E come aveva disegnato, così si metteva in punto di
eseguire. Si mosse egli più che di passo, ed a gran giornate marciando,
iva volgendo il suo cammino verso dritta alla volta del fiume Catawba,
sperando d'intraprendere ed opprimere Morgan, prima che l'avesse
passato. Ma gli Americani stavano alla vista. Morgan, tosto acquistata
la vittoria di Cowpens, sapendo benissimo, che Cornwallis non era
lontano, aveva inviato indietro i prigionieri sotto la condotta di un
capitano fedele, e poco poscia si era mosso egli stesso con tutte le sue
genti verso la Catawba. E tanta fu la diligenza, che usò, che il dì 29
gennajo l'ebbe passata con tutte le armi, le munizioni ed i prigionieri.
Non sì tosto avevano gli Americani varcato, che sopraggiunsero
gl'Inglesi: e se rimanessero attoniti e dolorosi al veder l'inimico
sull'opposta riva, non è da domandare. Morgan, facendosi tuttavia
trottare avanti i prigionieri alla volta della Virginia, ordinò i suoi
di modo, che potessero se non impedire, almeno ritardare il passo ai
reali. Ma un altro, e questo insuperabile ostacolo opponevano loro i
cieli favorevoli in quel dì ai repubblicani. Questo fu, che sì
dirottamente piovve la notte precedente nelle vicine montagne, che
gonfiatasi la Catawba improvvisamente divenne impossibile ad essere
varcata. La qual piena se fosse venuta poche ore prima, Morgan con tutti
i suoi si sarebbe trovato a strettissimo partito. In questo arrivò
Greene al campo di Morgan, e si recò in mano il governo di tutta la
schiera. Aveva egli avvisandosi benissimo del disegno di Cornwallis,
ordinato alle sue genti, che si trovavano a campo a Hick's-creek, che,
lasciati indietro tutti gl'impedimenti, velocemente marciassero, tenendo
le vie superiori verso le montagne per trovar le grotte dei
fiumi più benigne, ed i guadi più facili, alla volta della
Carolina Settentrionale, ed andassero a far la massa generale a
Guilford-court-house. Egl'intanto precedendo si era recato, come abbiam
detto, agli alloggiamenti di Morgan sulla sinistra riva della Catawba.
Eseguivano le genti di Hick's-creek guidate da Huger non solo appuntino,
ma con incredibile zelo gli ordini del capitano generale. Le piogge
erano tali, che credute erano sfoggiate anche a quella stagione; i ponti
rotti, le acque grosse, le strade sfondate, o pietrose, o gelate a
grossi tocchi; i soldati senza scarpe, senza vestimenta, e qualche dì
senza pane. Eppure tutti questi disagi sopportavano con non minore
costanza, che gl'Inglesi si facessero i loro. Nissuno disertò, in ciò
tanto più da lodarsi dei loro nemici stessi, poichè i repubblicani
ritornandosene alle case loro erano sicuri di trovarvi ristoro,
mentrechè i regj sbandandosi incontrato avrebbero un paese nimichevole
tutto all'intorno. Mentre queste genti marciavano, avendo in animo di
ridursi tutte a Guilford, abbassatesi le acque della Catawba, si aprì il
varco ai reali. Ma dall'altra parte stavano avvisati i repubblicani per
contrastarlo. Non solo vi era la valente schiera di Morgan, ma tutte le
bande paesane delle vicine contee di Roano, e di Mecklenburgo,
nemicissime al nome inglese, erano accorse. Ciò nonostante si risolvè
Cornwallis a tentar l'impresa, giudicando, fossero cose di troppo gran
momento, sia quella d'intraprendere le genti di Huger, prima che
arrivassero a Guilford, sia l'altra di ficcarsi in mezzo tra loro e la
Virginia. Per la qual cosa andava avvolgendosi su e giù per la destra
riva del fiume, facendo le viste di volere, per aggirar il nemico,
passar in differenti luoghi. Ma il suo vero disegno era di varcare al
passo di Gowan. Infatti la mattina del primo di febbraio gl'Inglesi
guadavano. Era il fiume largo, profondo, sassoso. Gli Americani posti
sulla sinistra riva, e condotti dal generale Davidson, tutte bande di
milizia, perciocchè Morgan si trovava a guardar un altro passo, traevano
spessi colpi a mira ferma. Ma gl'Inglesi non ristandosi si spingevano
avanti con grandissimo coraggio, ed in fine, ributtati indietro i primi
feritori, e felicemente superata la grotta del fiume, apparirono. Tosto
pigliavano gli ordini, ed incominciavano la battaglia. Come prima si
venne al paragone dell'armi fu morto Davidson. Le milizie andarono in
fuga. Anche le schiere, che si erano poste alla guardia degli altri
passi gli abbandonarono. Tutto l'esercito reale passò trionfando
sull'altra riva. Le milizie si disbandarono. Solo alcune fecero una
testa a Tarrant; ma assalite furiosamente da Tarleton si disperdettero
del tutto. Morgan intanto si ritirava intiero, ed a gran passo verso
Salisbury, intendendo di varcar colà il Jadkin, e così frapporre un
grosso fiume tra sè e l'esercito reale. Seguitavanlo velocemente i regj
ardentissimi nel desiderio di vendicarsi della rotta di Cowpens. Ma tale
fu la celerità sua, e tali gl'impedimenti, che frappose ai
perseguitatori, che passò con tutti i suoi, parte a guado, parte in sui
battelli il fiume ne' primi giorni di febbraio felicemente. Ritirò tutti
i battelli sulla sinistra riva. Arrivarono poco stante a tutta corsa
gl'Inglesi condotti dal generale O-Hara. Osservarono, il nemico aver
varcato, e starsene attelato dall'altra parte, pronto a ributtargli, se
volessero passare. Ciò però non gli avrebbe potuti trattenere dal
tentarlo, se non se che per le cadute piogge tanto gonfiò
improvvisamente il Jadkin, che ogni speranza di poterlo fare fu tolta
loro. I pii abitatori dell'America giudicarono, queste subite piene
essere state una visibile assistenza, che la provvidenza del cielo
avesse mandato in pericolosi tempi alla giusta causa loro. Imperciocchè
se l'acque, prima della Catawba, poscia quelle del Jadkin cresciute
fossero poche ore prima, l'esercito loro, non potendo varcare, sarebbe
stato tagliato a pezzi dai veloci vincitori. Se poi gonfiate non fossero
poche ore dopo, avrebbero potuto gl'Inglesi subitamente traghettare
dietro gli Americani, e ne sarebbero stati tratti all'ultimo sterminio.
Così parvero egualmente provvide e le piene, e le ore. Cornwallis,
veduto di non poter varcare al passo di Salisbury, ch'è il più comodo,
ed il più frequentato di tutti gli altri, si deliberò di marciar
all'insù del fiume, sperando di poterlo traversar a guado là, dov'ei si
dirama. E come sperava, così gli venne fatto; ma l'indugio, che questa
aggirata causò, diè tempo agli Americani di ritirarsi quietamente a
Guilford, dove il giorno sette di febbraio si congiunsero con
incredibile allegrezza, e non poca lode di Greene le due schiere
dell'esercito d'America, quella di Huger, che per non aver potuto
pareggiare la celerità di Greene era rimasta indietro, e l'altra di
Morgan. In cotal modo e per la prudenza dei capitani del congresso, e
per la pazienza e la velocità dei loro soldati, e per uno tempestivo
aiuto del cielo furon rotte al conte di Cornwallis due parti
principalissime del suo disegno, quella di sopraggiungere ed attritar
Morgan, l'altra d'impedire la congiunzione sua con Huger. Rimaneva da
potersi conseguire l'ultima parte, ch'era, quella di tagliar fuori
Greene dalla Virginia, ai confini della quale già l'uno esercito e
l'altro si trovava sì vicino. È la Virginia separata dalla Carolina
Settentrionale per mezzo del fiume Roanoke, il quale nelle parti
superiori porta il nome di Dan. Siccome il capitano britannico credeva,
che il fiume nelle basse parti non fosse guadoso, così andava
considerando, che, se potesse guadagnare i passi superiori, gli verrebbe
intieramente fatto il suo disegno. Imperciocchè Greene non potendo
varcare il Dan, ne sarebbe stato accerchiato, e serrato a ponente da
grossi fiumi, a levante dal mare, a tramontana da Cornwallis, a ostro da
Rawdon, il quale, come già abbiam notato, alloggiava con una grossa
schiera a Cambden. Le forze poi di Greene non erano tali malgrado la
congiunzione, che potessero bastare contro quelle di Cornwallis; e già
gl'Inglesi si promettevano la vittoria compiuta e certa. Gli uni e gli
altri prevedevano benissimo, ch'ella ne andava a coloro, che avessero
migliori gambe avuto. Per la qual cosa e regj e repubblicani camminavano
con estrema celerità verso guadi superiori. Prevalsero i reali, i quali,
per ricompensar con la prestezza il tempo perduto a' passi dei fiumi,
fecero in ciò un grandissimo sforzo, ed i primi questi guadi occuparono.
Ora si trovava Greene in gravissimo pericolo. Si volse egli rattamente
ad un guado inferiore, che chiamano di Boyd, incerto della vita o della
morte de' suoi, poichè non sapeva, se si avrebbe potuto passare.
Seguitavanlo i regj infuriati, e gonfj dalla speranza della vicina e
totale vittoria. Greene in tanto pericolo, nulla dimenticatosi di sè
stesso, nissuna di quelle parti ebbe tralasciato, che a prudente ed
animoso capitano di guerra si appartengono. Fece un grosso gomitolo di
valentissimi soldati armati alla leggiera, consistente nei colonnelli di
cavalleria di Lee, di Bland e di Washington, nei fanti leggieri
stanziali, ed in alcune carabine. Comandava loro, reprimessero
l'inimico, salvassero l'esercito. Egl'intanto con tutte le salmerie, e
le restanti genti velocemente procedeva verso il passo di Boyd. Calarono
a furia i reali da Salem alle fonti del fiume Haw, da queste al
Reedy-fork, dal Reedy-fork al Troublesome-creek, e quindi per alla volta
del Dan. Ma già quella votata schiera di repubblicani con feroci
incontri, e col rompimento dei ponti, e col guastamento delle strade gli
aveva ritardati. Già Greene toccava le rive dei fiume; il trovava
guadoso; alcuni battelli presti il traghettavano; teneva le virginiane
terre. Anche le salmerie tutte trapassarono; il gomitolo stesso dei
preservatori dell'esercito arrivava poco dopo, e, varcato con prospero
augurio il fiume, guadagnava anch'esso la desiderata sponda a
salvamento. Arrivarono poco stante sulla destra del fiume avventatissimi
i reali, dove nissun nemico osservarono, ogni cosa in salvo sull'opposta
riva, l'esercito d'America schieratovi in altitudine minaccevole, guaste
tutte le loro speranze, perduto il frutto di tante fatiche e di tanti
disagi. La ritirata di Greene, e la perseguitazione di Cornwallis debbon
riputarsi fra quegli avvenimenti dell'americana guerra, che più degni
sono di considerazione, e che non sarebbero stati disdicevoli anche ai
più celebrati capitani sì di quelli, che dei passati tempi.
Caduto lord Cornwallis dalle speranze sì liete, che concetto aveva, iva
ora considerando quello che fosse a fare. L'assaltar la Virginia,
provincia tanto possente con un esercito debole, come quello era, che
obbediva a' suoi comandamenti, ed essendo quello del nemico dall'altra
parte tuttavia intiero, gli parve partito troppo pericoloso. Perlochè,
messosene giù, si risolvette, poichè diventato era padrone di tutta la
Carolina Settentrionale, a voler farvi levar le genti in favor del Re.
Con questo pensiero, lasciate le rive del Dan, se ne tornò con comodi
alloggiamenti ad Hillsborough, dove per aiutar le cose sue, rizzato lo
stendardo reale, invitò i popoli con un pubblico bando ad accorrervi, e
ad ordinarsi in regolari compagnie. Ma non vi ebbe contro il congresso
quel seguito, che si era persuaso; poichè sebbene venissero a trovarlo
molto frequentemente alcuni per curiosità, molti per sopravvedere, e per
far le spie, tutti però ripugnavano al mestier di soldato. Si dolse
Cornwallis nelle sue pubbliche lettere della freddezza loro. Nissun
fondamento poteva fare sull'aiuto dei popoli di questa provincia stata
altre volte tanto affezionata al nome del Re. Ma la lunga signoria de'
libertini, le enormità commesse dai soldati del Re in varj luoghi
dell'America vi avevano cambiato ogni cosa. I popoli dimostravano animo
poco stabile nella divozione del Re, e la vicinanza dell'esercito
repubblicano intero, che poteva ad ogni ora di nuovo prorompere,
gl'intimoriva. In questo mezzo tempo gl'Inglesi s'impadronirono con
un'armatetta, e con genti venute da Charlestown di Wilmington, città
della Carolina Settentrionale posta presso le foci del fiume del capo
Fear. Ivi si fortificarono, e predarono munizioni, siccome pure alcuni
legni sì americani che francesi. Quest'impresa, la quale era stata
ordinata da Cornwallis già prima, che si partisse da Winnesborough per
seguitar Morgan, tentarono gl'Inglesi a fine di aprirsi la via dai
contorni di Hillsborough fino al mare per mezzo del fiume del capo Fear,
cosa di somma importanza, perchè speravano in tal modo poterne ricevere
le provvisioni.
La ritirata di Greene nella Virginia, quantunque tutti quegli effetti
non avesse partorito negli animi dei Caroliniani fedeli al Re, che
Cornwallis si era persuaso dovesse operare, tuttavia aveva eccitato in
alcuni fresche speranze e desiderj di cose nuove. Il capitano inglese
poi era intentissimo nell'incoraggiargli ed esortargli al correre
all'armi. Era fama, che il distretto situato tra i fiumi Haw e Deep
abbondasse soprattutti di leali; e per fargli sollevare, mandò
Cornwallis Tarleton nel paese loro. Non pochi vi alzarono le bandiere
del Re. La famiglia dei Pili, molto principale, era fra tutte la più
ardente e la prima guidatrice dei loro consiglj. Già un colonnello di
questa famiglia aveva raggranellato una grossa banda de' suoi più arditi
seguaci, ed era in via per accostarsi a Tarleton. Ma Greene, il quale
s'accorgeva benissimo, quanto il lasciar cader del tutto le cose della
Carolina Settentrionale disgraziasse le armi del congresso, e temendo
che i leali non vi suscitassero qualche grave incendio, aveva di nuovo
mandato sulla destra riva del Dan il colonnello Lee coi cavalleggieri, a
fine facesse punta d'intimorir i leali, di rinfrancar i libertini, e
d'impedire, che il nemico non vagasse alla libera pel paese. Intendeva
anche, tostochè ricevuto avesse i rinforzi, che già erano in via, di
ripassare egli stesso il fiume, e recarsi di nuovo sulle caroliniane
terre; imperciocchè aveva preso la ricuperazione delle Caroline a scesa
di testa. Faceva Lee egregiamente l'opera sua, la quale non penò molto a
riuscir fatale ai seguaci di Pilo. Stavano questi, siccome quelli, che
poco conoscevano gli scaltrimenti della guerra, molto a mala guardia, sì
fattamente, che credendosi per via d'incontrarsi nello squadrone di
Tarleton, diedero dentro a quello di Lee. L'Americano, accerchiatogli,
gli assalì ferocemente. Essi, che tuttavia credevano di aver a fare con
Tarleton, il quale scambiati gli avesse per libertini, sclamavano,
guardasse bene quello che si facesse; perciocchè essi erano leali.
Andavano gridando a tutta possa, _Viva il Re_, mentre Lee infuriato gli
affettava. E brevemente non si fe' fine all'uccisione, finchè non furono
tutti o morti o prigionieri. Così questa gente inesperta fu condotta
alla mazza da un capitano temerario per aver fatto maggior fondamento
sul calor delle parti, che sui buoni ordini militari. Dopo questo fatto,
che fu piuttosto uno inretamento ed uccisione di regj, che battaglia,
Tarleton, il quale si trovava vicino, si metteva tra via per andare ad
incontrar Lee. Ma un comandamento di Cornwallis lo arrestò, e fe'
tornare a Hillsborough. La cagione di questa subita risoluzione del
capitano britannico si fu, che Greene, quantunque non avesse ancor
ricevuto altro che una piccola parte dei rinforzi, che aspettava, aveva
animosamente ripassato il Dan, e di nuovo minacciava di correre la
Carolina; non che intendesse di combattere una battaglia giudicata,
prima che avesse l'esercito intiero, ma per mostrare intanto a
Cornwallis ed ai libertini della provincia, che egli era vivo ed abile
all'osteggiare. Poneva gli alloggiamenti sulla sinistra riva, e molto in
su presso le fonti dell'Haw per evitar la necessità del combattere.
Cornwallis, udito, che le armi di Greene si facevano di nuovo sentire
nella Carolina, abbandonando Hillsborough, e passando l'Haw più sotto,
andò a porsi presso l'Allemance-creek, facendo correre i cavalli di
Tarleton fino al fiume Deep. Così i due eserciti si trovavano molto
vicini, e solo separati dal fiume Haw. Seguivano spesse scaramucce, tra
le quali una ne avvenne di non poca importanza, nella quale Tarleton fe'
gran danno nella legione di Lee, ai montanari ed alle milizie del
capitano Preston. Si andarono per lo spazio di molti dì i due nemici
capitani con molta maestria volteggiando, l'Americano per ischivar la
battaglia, l'Inglese per farla; nel che tanto fu avventurato, od esperto
Greene, che ottenne l'intento suo. Infine avendo egli verso la metà di
marzo messo in assetto nuove genti, massimamente stanziali e bande
paesane della Virginia condotte dal generale Lawson, ed alcune milizie
caroliniane guidate dai generali Butler, e Eaton, fatto confidente, si
determinò a non voler più sfuggir l'incontro, ma per lo contrario a
combattere coi nemici a bandiere spiegate in una terminativa battaglia.
Si spinse perciò innanzi con tutte le genti, ed andò a piantar gli
alloggiamenti a Guilford-courthouse. Argomentava, che siccome prevaleva
di numero di soldati, e principalmente di cavalli, la sconfitta dei suoi
non avrebbe potuto essere totale, nè irreparabile; e che il più
pernizioso effetto, che avrebbe operato, stato sarebbe quello d'indurre
la necessità di ritirarsi un'altra volta nella Virginia, dove avrebbe
potuto agevolmente rifar l'esercito. Considerava ancora, che le milizie,
le quali abbondavano nel campo, si disbanderebbero prontamente, se non
fossero usate tosto, e durante il primo calore degli animi loro. Da
un'altra parte, se gl'Inglesi rimanevano perdenti, lontani dalle navi
loro, in mezzo ad un paese tanto avverso, impossibilitati alla ritirata,
ne sarebbe stato l'esercito loro conculcato e disfatto. Certo nella
vicina battaglia mettevano più gran posta gl'Inglesi, che gli Americani.
Cornwallis dal canto suo si accorgeva ottimamente, che il rimaner più
lungo tempo in que' luoghi con un esercito nemico sì possente da fronte,
e coi popoli all'intorno o freddi, o titubanti, o avversi non era più
oltre cosa possibile ad eseguirsi. La ritirata poi, oltrechè sarebbe
riuscita d'infinito pregiudizio agl'interessi del Re, doveva riputarsi
pericolosissima, per non dire del tutto impraticabile. I suoi soldati
erano veterani valentissimi, usi a tutte le arti, ed a tutti i pericoli
della guerra, e già nudriti in tante vittorie. Perilchè, non lasciato
luogo a dubitazione alcuna, scegliendo fra tutti il partito, se non il
meno pericoloso, certo il più onorevole, avviò tosto il suo esercito
alla volta di Guilford con animo di por fine una volta a tanti indugi,
ed a tante giravolte con una giusta e determinativa battaglia. Per
essere più spedito, e per precauzione in caso di sconfitta, mandò il
carreggio colle bagaglie con una grossa scorta sino a Bell's-mills,
luogo situato sul fiume Deep. Greene anch'esso, dirizzate prima le
salmerie a Ironworks a dieci miglia distante alle spalle, aspettava la
battaglia. L'uno e l'altro mandavano avanti gli stracorridori per
pigliar lingua. S'incontrarono nello spazio tra mezzo i due eserciti
quei di Tarleton con quei di Lee, e ne seguì un feroce affrontamento.
Dapprima la fortuna inclinava a favore di Lee, poscia cresciuti di
numero gl'Inglesi, superò Tarleton. Lee si ritirava di nuovo al campo.
In questo mentre l'uno e l'altro esercito si apparecchiava a far la
giornata. Vi erano nell'Americano da seimila uomini, la maggior parte
milizie della Virginia, e della Carolina Settentrionale, il rimanente
stanziali virginiani, marilandesi e delawariani. Gl'Inglesi, inclusi
anche gli Essiani, sommavano a un dipresso a duemila quattrocento
soldati. Era la contrada tutto all'intorno una boschereccia
selvatichezza interrotta qua e là da campestri campi. Una collina dolce
e boscata s'attraversava, e molto dall'una parte e dall'altra si
continuava della strada maestra, che guida da Salisbury a Guilford. La
strada stessa passava per mezzo la selva. Da fronte, e prima che si
arrivasse a piè della collina, v'era un campo largo seicento passi.
Dietro la selva, tra il suo cisale posteriore, e le case di Guilford si
distendeva un altro campo spedito, molto acconcio a volteggiarvi dentro
i soldati. Questa collina selvosa, e questo campo aveva Greene empiuto
di genti, e, fatto ivi il suo alloggiamento fermo, intendeva di
combattere la vicina battaglia. Aveva egli nel seguente modo assembrato
i suoi soldati. Erano partiti in tre schiere. La prima composta di bande
paesane della Carolina Settentrionale guidata da Butler, e da Eaton si
era fermata alle falde della collina sull'anteriore orlo della selva, ed
aveva a petto una folta siepe. Due bocche da fuoco guardavano la strada
maestra. La seconda consistente in milizie virginiane, e governata da
Stephens, e da Lawson erasi attelata dietro, e parallela alla prima
dentro il bosco, forse ottocento passi distante. Gli stanziali poi sotto
il generale Huger, ed il colonnello Williams si erano fermati nel campo
frapposto tra la selva e Guilford, dove potevano adoperarsi e mostrare
la loro virtù. Due altre bocche da fuoco arringate sopra un poggio a
lato loro erano pronte a spazzar la strada. Il colonnello Washington
cogli uomini d'arme, e con alcuni fanti leggieri, ed i corridori di
Linch assicurava il fianco destro, il colonnello Lee con altri fanti
leggieri, ed i corridori di Campbell il sinistro. Ma Cornwallis
disponeva le sue genti di modo, che il generale Leslie con un reggimento
inglese, ed il reggimento essiano di Bose occupassero la diritta della
sua prima fila; ed il colonnello Webster con due colonnelli di soldati
inglesi la sinistra. Un battaglione delle guardie formava un poco di
retroguardo ai primi, ed il generale O-hara con un altro al secondo.
L'artiglierie, e gli uomini d'arme marciavano stretti sulla calpestata.
Tarleton colla sua legione arringatosi sulla medesima tenne ordine di
non muoversi, se non in caso di estremo bisogno, fino a che le fanterie,
superato il bosco, spinte si fossero nel campo posteriore, dove la
cavalleria avrebbe potuto a posta sua armeggiare. Incominciava la
battaglia coll'allumarsi da ambe le parti le artiglierie, che non poco
diradarono le file. Poscia gl'Inglesi, lasciate indietro le artiglierie,
si spinsero avanti, traversando scoperti, ed esposti ai colpi del
nemico, il campo anteriore. Le milizie caroliniane senza far motto gli
lasciarono approssimare, poscia trassero. Gl'Inglesi, fatto una prima
scarica, si avventaron correndo colle baionette. Fecero i Caroliniani
cattivissima sperienza. Senza aspettar l'urto del nemico, nonostante la
fortezza del sito loro, abbandonarono la zuffa, e si misero
vergognosamente in fuga. I Capi gli confortarono invano per far loro
riassumere gli ordini, e per rannodargli. Così dette piega, ed andò in
fuga il primo stuolo americano. Stevens, veduta la rotta irreparabile
dei Caroliniani, perchè i suoi non ne sbigottissero, diè voce, che
quelli tenevano ordine, tosto fatti i primi spari, di ritirarsi. Aprì
quindi le sue file per dar luogo ai fuggiaschi, le passassero; poi le
richiuse. Sopraggiunsero gl'Inglesi, e si attaccarono coi Virginiani. Ma
questi sostennero francamente la pugna, e vi fu che fare assai, prima
che volessero cedere il luogo. Finalmente piegarono, e si ritirarono
anch'essi, non senza qualche disordine nelle file, verso gli stanziali.
Intanto tra per l'effetto della battaglia, e quello dell'inegualità del
terreno e della spessezza del bosco si era la schiera inglese anch'essa
disordinata, ed aperta in varj luoghi. Perilchè i capitani, fatti venir
avanti i due dietroguardi, riempirono con questi gli spazj vuoti. Tutta
la schiera allora, passato il bosco, ed arrivata nel campo posteriore,
si lanciava contro gli stanziali. Ma questi asserrati sostennero
l'impeto del nemico valorosamente. Ciascuno di loro dimostrava
egregiamente la sua virtù, sicchè stette per un pezzo la vittoria
dubbia, a quale delle parti dovesse inclinare. Sulla sinistra loro
Leslie trovò sì feroce incontro negli stanziali, che fu costretto a
ritirarsi dietro una fondura, e quivi star aspettando le novelle di
quello, che fosse accaduto in altre parti. Ma nel mezzo vi era gran
pressa, e si travagliava aspramente. Il colonnello Steewart col secondo
battaglione delle guardie, ed una mano di granatieri valorosissimamente
combattendo aveva fatto volger le spalle, e preso due cannoni ai
Delawariani. Ma i Marilandesi valentissimi vennero rattamente alla
riscossa, e non solo ristorarono la battaglia, ma fecero barcollar
gl'Inglesi. Sopraggiungeva in questo mentre il colonnello Washington
colla cavalleria, ed urtati ferocemente i regj, gli metteva in manifesta
fuga, gli tagliava a pezzi, ripigliava i cannoni. Ne furono sperperati,
e quasi morti tutti i soldati di Steewart. Egli stesso ne rimase ucciso.
In questo punto l'evento della giornata pendeva da un sol filo; e se gli
Americani avessero, seguendo la fortuna loro, tutto quello che dovevan
fare, fatto, tutto l'esercito inglese era spacciato. Se tosto rotto le
guardie, e morto Steewart, occupato avessero un poggio, che giace a lato
la strada maestra sull'orlo posteriore del bosco, e munito
d'artiglierie, avrebbero probabilmente rimosso ogni dubbio della
vittoria. Imperciocchè in tale caso non avrebbero potuto gl'Inglesi
rinfrescarsi in quella parte di nuove arme e di nuovi combattitori, ne
sarebbe stata separata l'ala loro sinistra dalla mezzana e dalla
diritta, e le sbaragliate guardie non avrebbero avuto comodità di
riaversi e di riordinarsi. Ma gli Americani contenti a quello, che sin
là avevan fatto, in luogo d'impadronirsi del poggio, andarono a
ripigliare i posti, che avevano prima che si scagliassero contro
gl'Inglesi. Quindi avvenne, che il tenente inglese Macleod, veduto il
bello, si spinse avanti colle artiglierie, e, collocatele in su quel
medesimo poggio, potè ferire aspramente da fronte gli stanziali
americani. I granatieri ed un altro colonnello inglese comparvero sulla
destra dentro il campo, e spintisi avanti percossero anch'essi con
grand'impeto in quelli. Nell'istesso tempo spuntò sulla sinistra
un'altra insegna di stanziali inglesi, e Tarleton arrivò spazzando colla
sua legione. O-hara intanto, avvengadiochè fosse ferito sconciamente,
aveva riordinato le sbattute e sconfitte guardie. Tutte queste genti
mandate ed arrivate in fretta dalle due ali, e dal mezzo in aiuto, e per
riparare alla rotta della mezzana e prima schiera, produssero quegli
effetti che se ne dovevano aspettare. Gli stanziali americani, sopra i
quali era restato tutto il pondo del fatto, assaliti da tante parti,
cominciarono a rimettere del primo impeto, e ad uscire dalla battaglia,
quantunque ordinati, minaccevoli ed attestati. Lasciarono sul campo non
solo i due pezzi di artiglieria, che avevano di fresco riconquistati, ma
ancora due altri in poter del nemico. Webster allora ricongiunse l'ala
sua a quella di mezzo, e, fatto nuovo impeto contro l'estrema ala dritta
di Greene, agevolmente la fugò. Cornwallis si astenne dal far seguitare
dalla cavalleria di Tarleton gli Americani che si ritiravano, perchè di
quella gliene faceva mestiero in altra parte. Si erano attaccate l'ala
dritta inglese colla stanca americana; e quantunque il reggimento
essiano di Bose, condotto dal signor de Buy, il quale in quel dì
combattè con molto valore, e le altre genti inglesi avessero il
vantaggio, tuttavia gli Americani facevano un'aspra contesa. E siccome
il terreno era disuguale ed ingombro di boscaglie, e che le milizie
erano molto atte al combattere alla leggiera, così non potevano i primi
venirne a capo. Fugate ritornavano, cacciate si rimpiattavano, rotte si
rattestavano. In mezzo a questa battaglia sparsa, o per meglio dire
moltitudine di parziali abboccamenti sopraggiunse battendo Tarleton, il
quale girato intorno alla punta dell'ala dritta de' suoi, e nascosto in
mezzo al fumo delle armi loro, imperciocchè a questo fine avevano tratto
tutti ad una volta, urtò l'inimico contrastante, e rottolo gli fece
votar le stanze in ogni parte. Le milizie s'inselvarono. Così furon
liberati gli Essiani da quella lunga, e fin là inestricabile avvisaglia.
In questa maniera fu posto fine all'ostinata e molto varia battaglia di
Guilford, la quale si combattè addì quindici di marzo. Vi perdettero gli
Americani tra morti, feriti, prigionieri e smarriti meglio di tredici
centinaia di soldati. Pochi furono i prigionieri. La più parte de'
feriti si annoverarono tra gli stanziali; i dissipati per la fuga, e
tornati alle loro case fra le milizie. Huger e Stevens furono tra i
feriti. La perdita degl'Inglesi fu in proporzione del numero loro
maggiore, sommando i morti ed i feriti gravemente a più di seicento
ottimi soldati. Oltre Steewart sopraddetto, morì con forte rammarico
loro Webster. Howard e O-hara, che tenevano i primi luoghi nell'esercito
regio, siccome pure Tarleton, rimasero feriti. Dopo la battaglia ritirò
Greene le sue genti dietro il Reedy-fork, dove attese un pezzo a
raccorre i fuggiaschi, gli sciorinati ed i traviati. Poscia
indietreggiando vieppiù, andò a por gli alloggiamenti ad Ironworks sulle
sponde del rivo Troublesome. Cornwallis rimase padrone del campo di
battaglia. Ma non solo non potè côrre nissuno dei consueti frutti della
vittoria, ma ancora fu costretto di abbracciare quei consiglj, che
sogliono usarsi dai vinti. La stanchezza de' suoi, la moltitudine dei
feriti, la fortezza dei nuovi alloggiamenti presi dal generale
americano, ed il prevaler questi di soldati armati alla leggiera,
massimamente di cavalli, lo impedirono dal seguitar la vittoria. Poscia
la vivezza ed il numero dei libertini, la freddezza dei leali, i quali
non che facessero le viste di voler romoreggiare dopo il fatto di
Guilford, se ne stavano quieti, nonostante che Cornwallis con un nuovo
bando gli avesse invitati a correre alle armi, ed a rivoltarsi
all'obbedienza del Re, soprattutto la carestia delle vettovaglie
operarono di modo, che il capitano britannico fu necessitato a tirar le
sue genti indietro sino a Bell's-mills sul fiume Deep, lasciando anche a
New-Garden molti de' suoi più sconciamente feriti in poter dei
repubblicani. Rinfrescate le genti a Bell's-mills, e raggranellate
alcune poche vettovaglie, dirizzò l'esercito verso Cross-creek alla
volta di Wilmington. Lo seguitava spacciatamente Greene, e con un nugolo
di stracorridori continuamente lo noiava alla coda. Non fe' l'Americano
fine alla persecuzione, se non quando egli arrivò a Ramsay's-mills, dove
essendo la contrada sterile e sfruttata, e rottosi dagl'Inglesi il ponte
sul Deep, gli lasciò andar al cammino loro. Ma siccome quegli, che
animoso era, e grande intraprenditore, volendo giovarsi della
congiuntura, in cui i regj si trovavano al disotto, ritorse con
novissimo ardore le sue genti per verso la Carolina Meridionale, la
quale era stata spogliata della più gran parte de' suoi difensori, e
specialmente si difilava a gran giornate contro Cambden. Così Greene
rotto a Guilford era più potente in sui campi che prima; così i
vincitori, come se vinti fossero, partivano dal giuoco, ed i vinti, come
se fossero vincitori, incalzavano fieramente, e di nuovo più arditi, che
prima, correvano alle offese. Cornwallis dopo gravi fatiche e stenti
arrivò a Wilmington il giorno sette aprile. Quivi si appresentavano alla
mente sua due imprese da farsi, ambedue di grandissima importanza. Una
era di muoversi in soccorso della Carolina Meridionale, l'altra di
volgersi alla Virginia per congiungersi colle genti d'Arnold, e con
quelle, che di fresco vi aveva condotte Phillips. Furono molti i
dispareri dei Capi dell'esercito intorno quest'oggetto, dalla decisione
del quale poteva dipendere tutta la somma della guerra. Volevano alcuni,
che si conducesse tosto l'esercito nella Virginia. Allegavano, esser la
contrada tra il fiume del capo Fear e Cambden povera, gretta ed impedita
da frequenti fiumi e fiumane; che specialmente il passare il fiume Pedee
con un nemico così grosso da fronte era cosa troppo malagevole e
pericolosa; che sulla strada per a Georgetown s'incontravano le medesime
difficoltà; che l'imbarcar le genti per a Charlestown era opera tediosa
e lunga; che nulla v'era da temersi per quest'ultima città; che
l'assaltar con esercito potente la ricca provincia della Virginia
avrebbe rivocato Greene dalla Carolina; che non si sarebbe potuto
arrivare in tempo per soccorrere lord Rawdon, che allora si trovava
dentro Cambden, e che, se egli fosse stato rotto prima dell'arrivo
dell'esercito soccorritore, si sarebbe questo trovato nel vicinissimo, e
forse irreparabile pericolo di essere tagliato a pezzi da forze a molti
doppj superiori. Da un altro canto quei, che mantenevano la contraria
opinione, instavano, che le strade alla volta della Virginia erano non
meno, e forse più difficili di quelle che menavano alla Carolina; che
gli indugi dell'imbarcare provenivano massimamente dalla cavalleria, e
che questa poteva sicuramente fare il viaggio per la via di terra; il
che i capitani suoi, e soprattutti Tarleton, si offerivano prontissimi
ad eseguire; che ciò posto si poteva prestamente fare l'imbarco; e se i
venti fossero favorevoli, si sarebbe potuto arrivare nel buon dì in
soccorso della Carolina; che poichè non si era potuto conquistare la
Virginia, si doveva almeno conservar le Caroline; che il recarsi contro
la prima si era un porsi in dubbio di conquistare una nuova provincia, e
nella certezza di perderne intieramente due, e forse tre delle altre,
che già erano in potestà del Re; che già i popoli in queste incuorati
dall'avvicinarsi di Greene, e dalla lontananza dell'esercito si
sollevavano universalmente a cose nuove; che già Marion e Sumpter
correvano la campagna; che ogni cosa vi si volgeva a nuova ribellione;
che poichè nulla si aveva a temere di Charlestown, si doveva anche star
sicuri rispetto a Cambden, città fortificata con un presidio gagliardo
dentro, governato da un capitano esperto e forte; che per altrettanto
tempo, per quanto le città di Charlestown, e di Cambden si reggessero a
divozione del Re, era sempre la Carolina da stimarsi in balìa sua, e da
potersi facilmente tutta ricuperare; lamentavano finalmente, che la gita
verso Cambden non fosse stata intrapresa già fin quando, trovandosi
l'esercito a Cross-creek, si ebbero le novelle, che non si poteva aprir
la via alla navigazione del fiume del capo Fear da quel luogo stesso di
Cross-creek sino a Wilmington. Ma che quantunque pel fatto soprastamento
il prospero successo non fosse più del pari certo, tuttavia era ancora
probabile, e non si doveva tralasciarne la occasione. Prevalse la
opinione dei primi, e Cornwallis indirizzò totalmente l'animo, dopo
fatto una sufficiente fermata a Wilmington a fine di riposar le genti, e
rammassar vettovaglie, a volgersi contro la Virginia. Dalla quale
deliberazione del capitano britannico ne nacque poco appresso quel
fortunoso avvenimento, il quale fu principal cagione del pronto fine
della guerra, e dell'americana independenza.