PARTE PRIMA — TEORIA DEL CONOSCERE.

A) _Elementi del conoscere_.

I momenti di questa teorica del conoscere sono l'_intuito_,

la _riflessione_ (psicologica e ontologica), la _parola_, la

_sovrintelligenza_.

L'_intuito_ è l'apprensione immediata, originaria, immanente dell'Idea,

e perciò il fondamento d'ogni sapere; senza di esso non sarebbe

possibile la cognizione. Ma l'Idea è immensa, universale, infinita;

non vi ha nessuna proporzione tra lo spirito finito e l'oggetto

ideale. Quindi nell'intuito primo la conoscenza è vaga, indeterminata,

confusa; lo spirito non può fermarla, appropriarsela veramente e

averne distinta coscienza. La distinzione, e quindi la coscienza, così

di se stesso, come dell'oggetto, comincia solo colla _riflessione_;

la quale, se è semplice ripiegamento dello spirito sopra se stesso,

è meramente _psicologica_; se è anche ripiegamento sopra l'oggetto,

è _ontologica_. Alle due specie di riflessione corrispondono due

metodi: il _psicologismo_ e l'_ontologismo_. Solo quest'ultimo è

il vero metodo filosofico, perchè riproduce nella sua integrità

l'organismo ideale. Ma lo spirito, come riflessione ontologica, non

può ripiegarsi sopra l'Idea, se questa non è espressa sensibilmente,

cioè circoscritta, limitata, e accomodata alla capacità finita di esso

spirito. Questa espressione sensibile dell'Idea è la parola. Senza la

parola, lo spirito non sarebbe altro che _intuire_, cioè apprendere

confusamente l'Idea; vedrebbe tutto e non vedrebbe niente, e al più

potrebbe ripensare l'intuito stesso come atto meramente soggettivo;

ma non _saprebbe_ veramente mai nulla nè di Dio, nè della sua propria

essenza, nè di quella delle cose. Ora la essenza di Dio e delle cose,

appresa immediatamente e perciò confusamente dall'intuito e conosciuta

distintamente col sussidio della parola, e mediante il discorso della

riflessione, non è la Verità assoluta, cioè la vera essenza.

L'Idea, che è l'oggetto immanente ed eterno della conoscenza, ha due

lati; l'uno chiaro e l'altro oscuro. Diciamo due lati per rispetto

all'intelletto umano, e non per rispetto all'Idea stessa, la quale

come una e semplicissima è indivisibile, e non ammette distinzione

d'intelligibile e di non intelligibile. Ella è l'intelligibilità

stessa. La distinzione nasce dalla incapacità dell'intelletto umano

di afferrare una parte dell'Idea, la parte più riposta ed intima; la

quale si può chiamare essenza reale per non confonderla con quella che

viene appresa dall'intelletto, e può avere il nome di _razionale_. Così

abbiamo nella nostra facoltà di conoscere una doppia imperfezione:

l'una intensiva e l'altra estensiva; la prima è come un panno

sottilissimo che adombra tutta la pupilla, ma per la sua trasparenza

non toglie interamente il beneficio della visione; la seconda è come

una piccola maglia che vela solo una parte della pupilla, ma produce su

tal punto un'oscurità assoluta; è un'ecclissi mentale, in cui il corpo

frapposto tra l'occhio e il sole è nell'occhio stesso. Questa oscurità

assoluta è il _sovrintelligibile_, e la facoltà che ce ne suggerisce

l'esistenza è la _sovrintelligenza_. Ora la parola, che serve ad

emendare la prima imperfezione, ci aiuta a scemare in certo modo

anche la seconda. Con ciò non si vuol dire che essa possa esprimere

adequatamente il lato oscuro dell'Idea; ma può bene rappresentarcelo

più o meno efficacemente mediante certe analogie. In generale, come

espressione del lato intelligibile dell'Idea e come manifestazione

del lato sovrintelligibile, la parola è la stessa _rivelazione_,

sebbene per rivelazione s'intenda più propriamente la rappresentazione

analogica delle verità sovrarazionali[115].

La determinazione di questi _momenti_ in Gioberti non è sempre la

stessa. Infatti:

1. l'intuito _a_) ora è semplice _potenzialità_ del conoscere; ora

è adoperato come _organo attuale_ della scienza (cartesianismo,

spinozismo). _b_) Ora è semplice apprensione dell'oggetto, e punto del

soggetto, nè meno _confusa_, e perciò non è in niun modo riflessione;

ora, in quanto visione dell'atto col quale l'infinito pone il finito e

quindi anche il soggetto — è apprensione anche del soggetto, e perciò

in sè _riflessione_. Anzi Gioberti giunge sino a dire, che l'intuito

è essenzialmente _compenetrazione_ di sè, e che lo spirito non

apprenderebbe l'Ente nel pensiero immanente, se non apprendesse prima

se stesso. Quindi ora accusa Rosmini di non aver escluso dall'intuito

la _coscienza di sè_; ora di non averla inclusa in esso.

2. La _riflessione_ ora è meno dell'intuito, ed attesta la imperfezione

dello spirito; ora è più, ed attesta la infinità dello spirito.

L'uomo solo riflette: la bestia no. E d'altra parte, la riflessione

psicologica ora precede l'ontologica (come pura apprensione

dell'oggetto), ora segue.

3. La _riflessione ontologica_ ora è semplice intuito dell'Idea,

circoscritta (_rannicchiata_) nella parola per opera della Idea stessa

e in niun modo dello spirito; e perciò _non è punto riflessione_,

ed esclude l'apprensione del soggetto. Ora è l'_intuito dell'Ente

intuíto_, abbraccia insieme soggetto ed oggetto, e li apprende con un

_atto unico_. Quindi ci ha un punto (di contatto) semplicissimo, in

cui oggetto e soggetto, sostanzialmente distinti, si toccano e formano

l'unità della sintesi conoscitiva. E perciò la riflessione ontologica

non è nè semplice apprensione dell'oggetto (e tale era prima), nè

semplice apprensione del soggetto. Questo _punto di contatto_ è la

_relazione_ dei due termini. Ma la _relazione_ non è più reale de'

suoi termini, secondo lo stesso Gioberti?[116] Dunque, la riflessione

ontologica è il _vero_ intuito.

4. La _parola_ ora è la veste arbitraria (_dono esterno_) dell'Idea:

ora è produzione dell'intima attività dello spirito. Quindi ora la

parola ci è, come la riflessione, perchè siamo _imperfetti_: ora ci è,

perchè lo spirito è in sè la stessa _perfezione_; perchè l'Idea stessa

(e quindi lo spirito) è in sè _parola_.

5. Il _sovrintelligibile_ ora è un termine fisso, assolutamente

insuperabile, dello spirito; ora no, ma diminuisce continuamente; e

perciò in sè non è niente. E così il _soprannaturale_. E nello stesso

modo la _rivelazione_ ora pone qualcosa di esterno allo spirito,

ora è l'intimità stessa dello spirito. Ora, insomma, l'intuito è

_potenzialità limitata_, che non si attua mai perfettamente: quindi

doppia imperfezione, di potenza e d'atto. Ora è _potenzialità

infinita_, e l'oscuro, il sovrintelligibile, non è altro che il

conoscere _non ancora attuato_. Quindi _in tutto_ due indirizzi: cioè,

ora eteronomia assoluta dello spirito, ora autonomia assoluta[117].

Gioberti adunque, si dirà, si contradice? Così pare; ma in verità

quel che apparisce come una contradizione è solo un concetto poco

chiaro del proprio principio. Il principio è: l'Ente come attività

_creativa_ e _ricreativa_; questa duplice attività è un'attività una

ed indivisibile. Quindi — come conseguenza necessaria — l'autonomia

dello spirito; l'intuito (il puro conoscere) come _compenetrazione di

sè_, come essenzialmente riflessione; la parola, il sovrannaturale,

la rivelazione, come atto della intimità dello spirito; il

sovrintelligibile, evanescente; e la palingenesia, come progresso

eterno immanente.

Il principio, compreso poco chiaramente, vuol dire invece: _intuito_

(cognizione) _immediato_, e solo dell'oggetto, senza il soggetto, senza

la coscienza di sè. Quindi non libertà, non intimità, non autonomia

dello spirito.

Ci è ora da maravigliarsi che Gioberti non sia stato bene inteso, se

non sempre egli medesimo ha compreso nettamente se stesso? Taluni

lo dissero un _oscurantista_, un _retrivo_, un semplice teologo

(_l'abbé Gioberti_[118]); altri non videro in lui, che un pensatore

senza religione, un panteista, e fors'anche un ateo. Vecchie accuse,

fabbricate dagli astuti, e ripetute dagl'ignoranti.

I filosofi vogliono essere studiati non nelle semplici parole e frasi,

ma nelle idee. Di frasi ce ne ha molte in Gioberti; ma ci ha anche le

idee. E la idea essenziale e fondamentale è appunto il contenuto e il

ritmo della formola. Nella formola è tutto il sistema. Il peggior male

è, come spesso è accaduto, ridurre le idee a semplici frasi. Se il

principio giobertiano non è una semplice frase, vuol dire: autonomia

e libertà assoluta dello spirito. Così Gioberti dice enfaticamente

nella _Riforma Cattolica_: «La _libertà_ cattolica è somma, perchè è

assoluta. Perchè tutta l'_autorità_ ne dipende. La autorità cattolica

si fonda tutta quanta nella libertà dell'individuo. L'atto libero

concreativo dell'individuo fonda con un _fiat_ la fede e con essa

il suo oggetto. È un fichtismo applicato alla rivelazione. L'uomo _a

rigore_ crea a se stesso la sua Chiesa, il suo Dio, il suo culto, il

suo dogma. E ciò fa in tutti i casi, anche quando si sforza di fare il

contrario; perchè è metafisicamente impossibile che un atto di volontà

non sia radicalmente autonomo. La _mentalità è autonoma di sua natura_;

autonomia creata, che dipende solo dall'atto creativo[119] e copia,

imitazione, partecipazione di tal atto.... La moralità stessa è libertà

verso Dio: il che Moisè espresse mostrandoci Dio che fa e itera cogli

uomini un vero _contratto_ sociale. E la libertà è elezione di Dio; e

quasi creazione di Dio, o dirò meglio concreazione di Dio; perchè, Dio

creando sè stesso (mentalità assoluta, Trinità), in quanto l'uomo si

_accompagna_ all'atto creativo di Dio viene a creare esso Dio. Dunque,

l'uomo _in tutto rende a Dio la pariglia: Dio crea l'uomo e l'uomo

ricrea Dio_; e in tal senso il fichtismo è vero... Io sono cattolico

liberamente: credo al Papa, perchè ci _voglio_ credere; e credendo al

Papa, lo giudico, lo inauguro, lo installo; poichè dico liberamente:

egli è il Papa. Se non volessi dirlo, tutte le forze del mondo non

potrebbonmi costringere. _Io sono libero come Dio stesso quando crea il

mondo. La mentalità è un'autonomia e libertà suprema_»[120].

Dirò or più particolarmente del _sovrintelligibile_, per mostrare in

Gioberti il puro assoluto conoscere.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 39 / 97 题