A) _Elementi del conoscere_.
I momenti di questa teorica del conoscere sono l'_intuito_,
la _riflessione_ (psicologica e ontologica), la _parola_, la
_sovrintelligenza_.
L'_intuito_ è l'apprensione immediata, originaria, immanente dell'Idea,
e perciò il fondamento d'ogni sapere; senza di esso non sarebbe
possibile la cognizione. Ma l'Idea è immensa, universale, infinita;
non vi ha nessuna proporzione tra lo spirito finito e l'oggetto
ideale. Quindi nell'intuito primo la conoscenza è vaga, indeterminata,
confusa; lo spirito non può fermarla, appropriarsela veramente e
averne distinta coscienza. La distinzione, e quindi la coscienza, così
di se stesso, come dell'oggetto, comincia solo colla _riflessione_;
la quale, se è semplice ripiegamento dello spirito sopra se stesso,
è meramente _psicologica_; se è anche ripiegamento sopra l'oggetto,
è _ontologica_. Alle due specie di riflessione corrispondono due
metodi: il _psicologismo_ e l'_ontologismo_. Solo quest'ultimo è
il vero metodo filosofico, perchè riproduce nella sua integrità
l'organismo ideale. Ma lo spirito, come riflessione ontologica, non
può ripiegarsi sopra l'Idea, se questa non è espressa sensibilmente,
cioè circoscritta, limitata, e accomodata alla capacità finita di esso
spirito. Questa espressione sensibile dell'Idea è la parola. Senza la
parola, lo spirito non sarebbe altro che _intuire_, cioè apprendere
confusamente l'Idea; vedrebbe tutto e non vedrebbe niente, e al più
potrebbe ripensare l'intuito stesso come atto meramente soggettivo;
ma non _saprebbe_ veramente mai nulla nè di Dio, nè della sua propria
essenza, nè di quella delle cose. Ora la essenza di Dio e delle cose,
appresa immediatamente e perciò confusamente dall'intuito e conosciuta
distintamente col sussidio della parola, e mediante il discorso della
riflessione, non è la Verità assoluta, cioè la vera essenza.
L'Idea, che è l'oggetto immanente ed eterno della conoscenza, ha due
lati; l'uno chiaro e l'altro oscuro. Diciamo due lati per rispetto
all'intelletto umano, e non per rispetto all'Idea stessa, la quale
come una e semplicissima è indivisibile, e non ammette distinzione
d'intelligibile e di non intelligibile. Ella è l'intelligibilità
stessa. La distinzione nasce dalla incapacità dell'intelletto umano
di afferrare una parte dell'Idea, la parte più riposta ed intima; la
quale si può chiamare essenza reale per non confonderla con quella che
viene appresa dall'intelletto, e può avere il nome di _razionale_. Così
abbiamo nella nostra facoltà di conoscere una doppia imperfezione:
l'una intensiva e l'altra estensiva; la prima è come un panno
sottilissimo che adombra tutta la pupilla, ma per la sua trasparenza
non toglie interamente il beneficio della visione; la seconda è come
una piccola maglia che vela solo una parte della pupilla, ma produce su
tal punto un'oscurità assoluta; è un'ecclissi mentale, in cui il corpo
frapposto tra l'occhio e il sole è nell'occhio stesso. Questa oscurità
assoluta è il _sovrintelligibile_, e la facoltà che ce ne suggerisce
l'esistenza è la _sovrintelligenza_. Ora la parola, che serve ad
emendare la prima imperfezione, ci aiuta a scemare in certo modo
anche la seconda. Con ciò non si vuol dire che essa possa esprimere
adequatamente il lato oscuro dell'Idea; ma può bene rappresentarcelo
più o meno efficacemente mediante certe analogie. In generale, come
espressione del lato intelligibile dell'Idea e come manifestazione
del lato sovrintelligibile, la parola è la stessa _rivelazione_,
sebbene per rivelazione s'intenda più propriamente la rappresentazione
analogica delle verità sovrarazionali[115].
La determinazione di questi _momenti_ in Gioberti non è sempre la
stessa. Infatti:
1. l'intuito _a_) ora è semplice _potenzialità_ del conoscere; ora
è adoperato come _organo attuale_ della scienza (cartesianismo,
spinozismo). _b_) Ora è semplice apprensione dell'oggetto, e punto del
soggetto, nè meno _confusa_, e perciò non è in niun modo riflessione;
ora, in quanto visione dell'atto col quale l'infinito pone il finito e
quindi anche il soggetto — è apprensione anche del soggetto, e perciò
in sè _riflessione_. Anzi Gioberti giunge sino a dire, che l'intuito
è essenzialmente _compenetrazione_ di sè, e che lo spirito non
apprenderebbe l'Ente nel pensiero immanente, se non apprendesse prima
se stesso. Quindi ora accusa Rosmini di non aver escluso dall'intuito
la _coscienza di sè_; ora di non averla inclusa in esso.
2. La _riflessione_ ora è meno dell'intuito, ed attesta la imperfezione
dello spirito; ora è più, ed attesta la infinità dello spirito.
L'uomo solo riflette: la bestia no. E d'altra parte, la riflessione
psicologica ora precede l'ontologica (come pura apprensione
dell'oggetto), ora segue.
3. La _riflessione ontologica_ ora è semplice intuito dell'Idea,
circoscritta (_rannicchiata_) nella parola per opera della Idea stessa
e in niun modo dello spirito; e perciò _non è punto riflessione_,
ed esclude l'apprensione del soggetto. Ora è l'_intuito dell'Ente
intuíto_, abbraccia insieme soggetto ed oggetto, e li apprende con un
_atto unico_. Quindi ci ha un punto (di contatto) semplicissimo, in
cui oggetto e soggetto, sostanzialmente distinti, si toccano e formano
l'unità della sintesi conoscitiva. E perciò la riflessione ontologica
non è nè semplice apprensione dell'oggetto (e tale era prima), nè
semplice apprensione del soggetto. Questo _punto di contatto_ è la
_relazione_ dei due termini. Ma la _relazione_ non è più reale de'
suoi termini, secondo lo stesso Gioberti?[116] Dunque, la riflessione
ontologica è il _vero_ intuito.
4. La _parola_ ora è la veste arbitraria (_dono esterno_) dell'Idea:
ora è produzione dell'intima attività dello spirito. Quindi ora la
parola ci è, come la riflessione, perchè siamo _imperfetti_: ora ci è,
perchè lo spirito è in sè la stessa _perfezione_; perchè l'Idea stessa
(e quindi lo spirito) è in sè _parola_.
5. Il _sovrintelligibile_ ora è un termine fisso, assolutamente
insuperabile, dello spirito; ora no, ma diminuisce continuamente; e
perciò in sè non è niente. E così il _soprannaturale_. E nello stesso
modo la _rivelazione_ ora pone qualcosa di esterno allo spirito,
ora è l'intimità stessa dello spirito. Ora, insomma, l'intuito è
_potenzialità limitata_, che non si attua mai perfettamente: quindi
doppia imperfezione, di potenza e d'atto. Ora è _potenzialità
infinita_, e l'oscuro, il sovrintelligibile, non è altro che il
conoscere _non ancora attuato_. Quindi _in tutto_ due indirizzi: cioè,
ora eteronomia assoluta dello spirito, ora autonomia assoluta[117].
Gioberti adunque, si dirà, si contradice? Così pare; ma in verità
quel che apparisce come una contradizione è solo un concetto poco
chiaro del proprio principio. Il principio è: l'Ente come attività
_creativa_ e _ricreativa_; questa duplice attività è un'attività una
ed indivisibile. Quindi — come conseguenza necessaria — l'autonomia
dello spirito; l'intuito (il puro conoscere) come _compenetrazione di
sè_, come essenzialmente riflessione; la parola, il sovrannaturale,
la rivelazione, come atto della intimità dello spirito; il
sovrintelligibile, evanescente; e la palingenesia, come progresso
eterno immanente.
Il principio, compreso poco chiaramente, vuol dire invece: _intuito_
(cognizione) _immediato_, e solo dell'oggetto, senza il soggetto, senza
la coscienza di sè. Quindi non libertà, non intimità, non autonomia
dello spirito.
Ci è ora da maravigliarsi che Gioberti non sia stato bene inteso, se
non sempre egli medesimo ha compreso nettamente se stesso? Taluni
lo dissero un _oscurantista_, un _retrivo_, un semplice teologo
(_l'abbé Gioberti_[118]); altri non videro in lui, che un pensatore
senza religione, un panteista, e fors'anche un ateo. Vecchie accuse,
fabbricate dagli astuti, e ripetute dagl'ignoranti.
I filosofi vogliono essere studiati non nelle semplici parole e frasi,
ma nelle idee. Di frasi ce ne ha molte in Gioberti; ma ci ha anche le
idee. E la idea essenziale e fondamentale è appunto il contenuto e il
ritmo della formola. Nella formola è tutto il sistema. Il peggior male
è, come spesso è accaduto, ridurre le idee a semplici frasi. Se il
principio giobertiano non è una semplice frase, vuol dire: autonomia
e libertà assoluta dello spirito. Così Gioberti dice enfaticamente
nella _Riforma Cattolica_: «La _libertà_ cattolica è somma, perchè è
assoluta. Perchè tutta l'_autorità_ ne dipende. La autorità cattolica
si fonda tutta quanta nella libertà dell'individuo. L'atto libero
concreativo dell'individuo fonda con un _fiat_ la fede e con essa
il suo oggetto. È un fichtismo applicato alla rivelazione. L'uomo _a
rigore_ crea a se stesso la sua Chiesa, il suo Dio, il suo culto, il
suo dogma. E ciò fa in tutti i casi, anche quando si sforza di fare il
contrario; perchè è metafisicamente impossibile che un atto di volontà
non sia radicalmente autonomo. La _mentalità è autonoma di sua natura_;
autonomia creata, che dipende solo dall'atto creativo[119] e copia,
imitazione, partecipazione di tal atto.... La moralità stessa è libertà
verso Dio: il che Moisè espresse mostrandoci Dio che fa e itera cogli
uomini un vero _contratto_ sociale. E la libertà è elezione di Dio; e
quasi creazione di Dio, o dirò meglio concreazione di Dio; perchè, Dio
creando sè stesso (mentalità assoluta, Trinità), in quanto l'uomo si
_accompagna_ all'atto creativo di Dio viene a creare esso Dio. Dunque,
l'uomo _in tutto rende a Dio la pariglia: Dio crea l'uomo e l'uomo
ricrea Dio_; e in tal senso il fichtismo è vero... Io sono cattolico
liberamente: credo al Papa, perchè ci _voglio_ credere; e credendo al
Papa, lo giudico, lo inauguro, lo installo; poichè dico liberamente:
egli è il Papa. Se non volessi dirlo, tutte le forze del mondo non
potrebbonmi costringere. _Io sono libero come Dio stesso quando crea il
mondo. La mentalità è un'autonomia e libertà suprema_»[120].
Dirò or più particolarmente del _sovrintelligibile_, per mostrare in
Gioberti il puro assoluto conoscere.