B) _Il conoscere assoluto._

Il puro assoluto conoscere è la possibilità assoluta del conoscere:

tale è per me la vera teorica del conoscere. Questa teorica deve

dimostrare, che senza la potenza assoluta e infinita di conoscere

sarebbe impossibile l'atto stesso del conoscere; che questo atto è

tale di sua natura, da presupporre infinità di potenza; che niente si

conoscerebbe, se la potenza di conoscere non fosse infinita.

Ciò vuol dire che, quanto alla potenza del conoscere, non vi ha

_sovrintelligibile_; la potenza del conoscere è in sè tutto il

conoscibile. Il conoscere o non è niente o è in sè trasparenza

(_specchialità_) assoluta.

In generale, alla domanda: possiamo noi _tutto_ conoscere (la potenza

di conoscere è assoluta), ovvero conosciamo noi solo qualcosa (la

potenza di conoscere è finita)? — non si può rispondere, se non facendo

vedere la relazione necessaria che corre tra l'atto del conoscere e

la potenza del conoscere. Che noi conosciamo — conosciamo qualcosa —

è un _fatto_; la stessa conoscenza di conoscere solo qualcosa o anche

la conoscenza di non conoscer nulla, è una conoscenza; noi conosciamo,

che il conoscere — la _realtà cosciente_ — o è una realtà limitata, in

quanto conosce solo qualcosa, o è niente, — come realtà cosciente, — in

quanto non conosce niente. Il quale ultimo caso è aperta contradizione,

perchè, negando, afferma il conoscere; dire, infatti, di non conoscere

niente è già conoscere, cioè affermare la realtà cosciente, il

conoscere. Adunque, il conoscere (conoscere semplicemente, conoscere di

conoscere solo qualcosa, conoscere di non conoscer niente) è possibile,

se la potenza del conoscere è finita? ovvero, bisogna che la potenza

sia infinita?

Tale è la quistione: il conoscere in sè — la realtà _cosciente_ — vuol

dire _infinito_ o _finito_? È possibile che _realtà cosciente_ voglia

dire _finito_?

Per risolvere la quistione, si deve dunque rifare e riandare il

conoscere dalla sua propria potenza o possibilità. Questo ritorno, che

è una critica del conoscere, è in generale la teorica del conoscere.

Se la potenza si mostra limitata, il sovrintelligibile è certo; la

realtà, la semplice realtà, è più della _realtà cosciente_, perchè vi

ha una realtà che non si conosce. Se la potenza è infinita, la realtà

è assolutamente conoscibile; e perciò la realtà cosciente è davvero

più della semplice realtà. Dire che vi ha un reale che non si conosce,

è dire che lo spirito è meno della natura; l'essere e sapere, meno

dell'essere e non sapere.

Il risultato della breve storia che abbiamo fatta è questo: la

possibilità del conoscere è la potenza assoluta di conoscere: la realtà

assolutamente conoscibile, trasparente: cioè la _Ragione_ (idealità

oggettiva) _conscia di sè_. Questa storia è in sè il ritorno del

conoscere (del fatto del conoscere) alla possibilità del conoscere: è,

direi quasi, la teorica del conoscere, come storia delle teoriche del

conoscere.

La teorica del conoscere è in sè d'accordo colla storia? Non è qui il

luogo di risolvere questa quistione. Io ritorno a Gioberti.

Gioberti dicendo: «Senza l'_intuito originario_ ogni conoscere

(ogni atto conoscitivo) è impossibile; l'intuito è la _potenza del

conoscere_, e il conoscibile, cioè l'oggetto in sè dell'intuito, è

tutto il conoscibile, l'assolutamente conoscibile, l'Idea, l'Ente

creante; cioè, la realtà assoluta, non come semplice realtà, ma

come _compenetrazione assoluta di se stessa_, come realtà cosciente

assoluta, come Spirito assoluto »; dicendo ciò, Gioberti viene a dire:

la nostra potenza del conoscere è infinita; è in sè tutta la realtà

come compenetrazione di se stessa, come perfetta trasparenza; e se la

potenza non fosse infinita, l'atto — qualunque atto — del conoscere non

sarebbe possibile.

Ciò vuol dire, che se noi non avessimo la _potenza_ di conoscer tutto,

non conosceremmo di fatto niente. In altri termini: senza la conoscenza

di Dio, non si conosce niente. Il che significa che solo allora noi

possiamo dire di conoscere davvero tutto quel che diciamo di conoscere,

quando conosciamo Dio.

Gioberti, dunque, sin dal principio — perfino nella _Introduzione_,

— dichiarando l'intuito come la potenzialità del conoscere e l'Idea

come il contenuto dell'intuito, — afferma implicitamente la infinità

del conoscere: la infinità del conoscere come possibilità, del

conoscere. Quando egli scrive più tardi, la prima volta, credo, ne'

_Prolegomeni_[121] e poi ripete sempre nelle _Postume_: _l'uomo è

l'infinito in potenza, è un Dio incoato_, non si contradice; giacchè

questo stesso l'ha già detto, chi ben l'intende, nel capitolo terzo

dell'_Introduzione_. La contradizione — se tale si può chiamare una

poco chiara coscienza di se stesso, cioè del proprio principio — è già

cominciata nella stessa pagina di questo stesso capitolo.

L'intuito, dice Gioberti, è semplice _potenza_ del conoscere; e qui

stesso egli comincia a confonderlo coll'_atto_ del conoscere; lo

piglia per una conoscenza diretta, immediata. Il contenuto assoluto

dell'intuito — cioè tutto il conoscibile, l'assoluto intelligibile,

la stessa potenza infinita del conoscere diventa un oggetto immediato

dell'intuito stesso, come conoscenza anch'essa immediata. L'intuito,

appunto perchè conoscenza immediata, vede il suo oggetto a principio

confusamente; come quando, io mi fo alla finestra e guardo così a

un tratto una prateria; vedo tutto e non discerno niente. E oltre

a ciò esso vede dell'oggetto solo la superficie e il davanti, non

già il didentro e il didietro; la superficie la vede confusa, e il

didentro non lo vede affatto, cioè solo come oscurità perfetta. Questa

è la duplice imperfezione dell'intuito come _cognizione immediata_

dell'Idea. La prima si toglie colla riflessione; la seconda è

insuperabile[122].

Ora, se s'intende da capo l'intuito — già preso così per cognizione

immediata e qualificato nel modo che abbiamo visto — se s'intende come

semplice _potenza del conoscere_, la conseguenza necessaria di tal

baratto sarà la _limitazione assoluta_ della potenza come potenza.

Quindi il sovrintelligibile come un limite insuperabile, come un campo

assolutamente chiuso.

E dove prima la possibilità del conoscere era la potenza infinita del

conoscere, e perciò si ammetteva che niente poteva esser chiaro senza

l'assoluta chiarezza; ora, all'opposto, la possibilità del conoscere è

la finità stessa della potenza conoscitiva, e niente può esser chiaro

senza l'assolutamente oscuro, senza il mistero. Prima la chiarezza

assoluta era la condizione d'ogni chiarezza; ora l'oscurità assoluta.

Certo il mistero è la condizione del chiaro; è ciò che fa chiaro

ogni cosa: ma non già più come mistero, ma come aperto e visto

assolutamente.

Così vi ha in Gioberti come due dottrine opposte del conoscere: l'una

suppone la infinità come possibilità del conoscere, l'altra la finità.

Il pregio di Gioberti è di aver pensato o al più tentato di fare questa

teorica, come si deve fare, cioè esponendo la relazione dell'atto del

conoscere colla potenza del conoscere. Ma l'ha semplicemente tentato. O

piuttosto l'ha detto, e non l'ha nè meno tentato.

Egli vuol provare il sovrintelligibile come limite insuperabile,

cioè la finità della potenza del conoscere; e osserva che non basta

allegare in genere, come fanno i razionalisti, la _ragione imperfetta

e finita_; ma _verificare_ — al che, ei dice, nessuno si è applicato

prima di lui — _psicologicamente la nozione_ stessa di mistero (del

sovrintelligibile).

_Verificare psicologicamente_ vuol dire: provare la finità del

conoscere e quindi il mistero, col ridurre l'atto del conoscere alla

sua possibilità, alla potenza del conoscere.

A che riesce Gioberti in questa verificazione? O a niente, cioè a non

verificare quel che vuole (e non può, anche per forza del suo stesso

principio), o all'opposto, cioè alla infinità del conoscere.

Egli paragona — nella _Teorica del Sovrannaturale_ — senso ed

intelletto, dopo averli separati come due facoltà _sostanzialmente_ ed

_essenzialmente_ differenti; e trova che si _limitano reciprocamente_,

giacchè nè il sensibile può divenire intelligibile, nè questo quello.

Quindi l'idea dell'_incomprensibile_ (relativo); cioè, il sensibile non

apprensibile intellettualmente, e viceversa.

Il difetto di questo modo di considerare, fu corretto poi dallo

stesso Gioberti. Infatti nelle _Postume_ — e, chi ben vede, nella

stessa _Introduzione_ — non parla più di questo _limite reciproco_;

il senso, invece, si _risolve_ nell'intelletto, il sensibile diventa

intelligibile; il senso è l'intelletto _implicato_, e l'intelletto

è lo stesso senso _esplicato_, ecc. ecc. E ciò vuol dire: in quanto

intelletto, io so di essere limitato come senso, e supero questo

limite; sapere il limite e superarlo, è una cosa medesima.

Nello stesso modo, l'intelletto dovrebbe risolversi nella

sovrintelligenza; e anche qui sapere di essere limitato come intelletto

e superare il limite, dovrebbe esser lo stesso.

Ma Gioberti non fa così. Pone immediate la sovrintelligenza, senza

nessuna relazione colle altre facoltà: cioè come una _facoltà speciale_

(e ciò sta bene contro i rosminiani), ma vuota, senza oggetto:sapere di

esser limitato come intelletto, non è qui superare il limite. Quindi

non ci è quella _verificazione psicologica_ che avea promessa. Dice

solo, che ci ha da essere quella facoltà, perchè ci è il mistero; e ci

è il mistero, perchè ci è quella facoltà[123].

Nella _Introduzione_ altro concetto della sovrintelligenza. Noi, dice

Gioberti, abbiamo il sentimento di _tutta la potenza_ del conoscere;

il sovrintelligibile corrisponde alla potenza _non attuata_. Qui la

sovrintelligenza non è in sè facoltà vuota, senza oggetto; il conoscere

è infinito; è in sè tutto il conoscibile.

Così l'intelligibile è l'_esplicato_, il sovrintelligibile è

l'_implicato_; il quale, esplicato, diventa intelligibile. Questo

concetto è un po' vago, e nel fatto annulla la _differenza_ tra

intelligibile e sovrintelligibile. E questa differenza ci è; e Gioberti

stesso la pone.

Questa dottrina ha, nello stesso Gioberti, una relazione intima con

quella delle due vite; la terrena e la beata. La dottrina ha diverso

senso secondo il senso della vita beata (la palingenesia). Se per

vita beata s'intende un semplice _avvenire_, un tempo dopo il tempo,

la infinità consiste nella semplice _esplicazione_ indefinita. Se

s'intende anche _coeva_ alla vita presente, la infinità è l'unità

originaria che si esplica, di certo, ma si ripiglia e raccoglie sempre

nella sua esplicazione. Questa è la vera infinità: quella esplicazione,

che è _Sviluppo_[124].

Il primo senso prevale nella _Introduzione_, il secondo nelle _Postume_.

Il Sovrintelligibile (Essenza reale) è la _unità delle determinazioni

intelligibili_. Questa unità nella sua assolutezza è la relazione o

unità assoluta di tre relazioni o unità assolute: cioè, _pura relazione

verso sè, relazione verso l'altro, relazione verso sè mediante

l'altro_. Questa Relazione, Mediazione o Processo assoluto è Dio

medesimo[125].

Secondo Gioberti, noi non possiamo conoscere questa _Unità_ assoluta.

Ma perchè? È ciò vero?

Se non la conosciamo, quel che conosciamo non è Dio, ma la _creatura_;

giacchè Dio è appunto la Unità di quelle tre Unità (Logo, Natura,

Spirito).

Da quel che ho detto fin qui si vede, che in Gioberti vi ha tre

concetti del Sovrintelligibile, e perciò della potenza del conoscere

(della essenza dello spirito).

1. Sovrintelligibile = limite insuperabile; finità assoluta dello

spirito.

2. Sovrintelligibile = _essenza implicata_, che si esplica di continuo;

lo spirito infinito, ma non _actu_ infinito: solo esplicazione

infinita, non vero _sviluppo_: solo _essenza e fenomeno, forza e

manifestazione_; _Sostanza_, non _Soggetto_. Si annulla la differenza

tra intelligibile e sovrintelligibile.

3. Sovrintelligibile = Unità delle determinazioni intelligibili; Unità

come Processo o genesi di se stessa: non semplice esplicazione, ma

eterno ritorno a se stessa: relazione assoluta verso se stessa.

Negando la cognizione di questa Unità, Gioberti si contradice: nega

la vera infinità o unità dello Spirito, ammessa nella potenzialità

dell'intuito.

Infatti, cos'è questa _Unità_? Come nè pura unità immobile, nè unità

che si esplica semplicemente, ma come _autogenesi_, essa è la stessa

attività creativa, presa assolutamente. Unità qui è _Creare_; è lo

Spirito: _Ciclo_ assoluto, non _Essere_. Ora l'intuito come intuito

del Creare, del vero creare — (esplicazione e ritorno) — è in sè questa

unità, la conoscenza di questa unità. In ciò consiste la sua _infinità_

vera, come potenza del conoscere. E tale, — così infinito, cioè

conoscenza di tale unità, — deve essere il conoscere, l'atto vero del

conoscere, la Scienza.

Adunque, la conoscibilità dell'_essenza reale_, — di questa assoluta

autogenesi, — è contenuta sin da principio nella dottrina giobertiana

dell'intuito. O questa essenza è conoscibile, e non vi ha punto

il sovrintelligibile come un limite insuperabile dello spirito; o

l'intuito (dell'atto creativo) è una parola vuota di senso. E tale

pare che diventi per la più parte dei giobertiani; i quali parlano

con tanta enfasi della _visione ideale_, ne raccontano _mirabilia_,

la spacciano come l'unica infallibile ricetta per guarire dal sensismo

(_sic_) aristotelico, cartesiano, spinoziano, kantiano, hegeliano e che

so io; e poi, interrogati da noi altri poveri ciechi: cosa vedete voi

lassù? non sanno rispondere altro che: oscurità perfetta. E in verità

quel che essi dicono di vedere, e a cui danno il nome di Ente creante

e nell'atto di creare, non è Dio, non è il Sole, ma un pezzo di carta

dipinto, cioè loro medesimi, in fondo al cannocchiale.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 40 / 97 题