domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo
rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo
alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che
lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna
bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide
nessuna.
VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.
Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole,
e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto
lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino,
ancora non mi voglio levare. —
IX. — ARGUZIA.
Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il
tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo
picciol lavorante a sì gran bottega! —
X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello!
ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non
ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale
costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi,
sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in
questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per
nova. —
XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.
Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi,
un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà
trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi
sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane
un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito,
improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel
volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno.
XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in
istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non
ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: —
ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza
ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano
colore. —
XIII. — LA STESSA.
Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran
colore. —
Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso
strano. —
XIV. — MOTTO.
Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo.
L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la
stranezza della tua brutta presenza. —
XV. — FACEZIA DI UN PRETE.
Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole
appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza
derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto
accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano
a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella
accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia
li dovessi un poco accendere quella candela.
XVI. — FACEZIA.
Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella
della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e
ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde
veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io
maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi
di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare
10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì
piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! —
XVII. — MOTTO ARGUTO.
Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande
strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son
da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la
coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. —
XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO.
Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente
non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li
faceva migliore scudo che la lingua o la forza.
XIX. — FACEZIA.
Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.
NOTE.
[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27.
[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag.
222.
[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.
[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61.
[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.
[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v.
[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887.
[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v.
[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49.
[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol.
XVI, pag. 226.
[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21.
[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi,
Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.
[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894
pag. 520.
[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51.
[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46.
[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena,
Vincenzi, 1898, pag. 57.
[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a
dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la
moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»
[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed
andò in Francia.»
[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226.
[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag.
459.
[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II,
vol. III, pag. 13.
[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810,
pag. 19-22.
[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222.
[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40.
[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si
ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria
delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II,
pag. 155.
[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29.
[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651.
[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE.
[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di
Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_.
Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag.
202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.
[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento
storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le
piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del
mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal
strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano,
1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota
del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda
PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda
di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana.
Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.
[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come
si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro
ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la
fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo
si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_,
in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu
Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB
und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag.
240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da
Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino,
di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del
Neckam.
[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio
dell’invidia appropriato al nibbio_.
[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_.
[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al
corbo_.
[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al
castoro_.
[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato
all’orso_.
[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è
appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_.
[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato
alla botta_.
[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato
di determinare.
[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà
appropriato al basilisco_.
[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata
all’aquila_.
[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al
lupo_.
[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_.
[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla
formica_.
[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue
salvatico_.
[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re
delle api_.
[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla
pernice_.
[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_.
[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_.
[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla
topinara_.
[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_.
[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al
girifalco_.
[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo
pavone_.
[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata
alla fenice_.
[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata
alla rondine_.
[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al
cammello_.
[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al
liocorno_.
[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo
agnello_.
[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al
falcone_.
[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata
all’asino salvatico_.
[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata
all’avvoltoio_.
[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla
tortora_.
[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al
pipistrello_.
[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata
all’ermellino_.
[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap.
III, folio 32 rº e vº: _Aquila_.
[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_.
[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_.
[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che
vivono de quattro elementi et primo de salamandra_.
[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_.
[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_.
[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_.
[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_.
[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la
cicogna_.
[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la
cichada_.
[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del
basalisco_.
[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. —
_Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_.
[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_.
[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_.
[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_.
[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_.
[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta
di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia,
1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la
parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice
Trivulziano_: folio 3 rº.
[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen),
vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a
proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda
GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag.
245-247.
[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.
[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag.
48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.
[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.
[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).
[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).
[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).
[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).
[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo
simbolo.
[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.
[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).
[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.
[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).
[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.
[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).
[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano
di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_.
[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).
[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).
[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).
[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).
[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).
[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.
[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.
[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.
[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.
[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.
[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).
[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).
[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).
[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).
[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.
[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).
[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata
suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era
avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non
essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli
investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi
gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica
coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra
l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre.
Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice
della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica
investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si
veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING,
_Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84;
176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen
Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.
[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto,
e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum
Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag.
12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº,
con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione
le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary
works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16.
[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo
frammento è stato tradotto parola a parola.
[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo
contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente
la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_)
agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore
matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique
sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_,
Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i
miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena,
1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_.
Venezia, 1509. Pag. LV.
[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei
gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi
proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo
Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad
una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della
distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi
della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei
gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques
de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del
CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895.
Vol. IV, pag. 69-80.
[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica
aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol.
XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se
una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la
medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due
volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel
corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto
_F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è
l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e
di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti
irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la
vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi
nello spazio e nel tempo finito.
[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson,
per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si
trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci.
Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_,
folio 72 vº.)
[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla
_Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti:
_Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis
fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2.
[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana
di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco,
risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col
secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose.
Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui
la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono
la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag.
187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano,
la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in
generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis
Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.
[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione
intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica
intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più
vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al
centro della Terra.
[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la
parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna
lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava
questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e
la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da
Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.
[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal
Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The
literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande
integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro
a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo,
se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in
Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata
non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma
(1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che
Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.
[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il
Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed.
Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato
per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe
toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento
fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci,
conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa
con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà
la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî
risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia
come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto
_A_, folio 60 vº.
[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la
visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile
o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_.
Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_,
folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue
ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione
dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè
a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla
quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte
nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_.
[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno
all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De
Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede
indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la
filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i
corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie
di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità
secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo
i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER,
_Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.
[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478]
e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze,
1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª
alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:
Chiaro splendore e fiamma rilucente,
Sopra tutt’altre creatura bella, ec.
e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate
dal Vinci.
Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri
hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole:
_Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_
_Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec.