Quelli che si fideranno abitare appresso di lui, che saranno gran
turbe, questi tutti moriranno di crudele morte, e si vedran i padri
e le madri, d’insieme colle sue famiglie, esser da crudeli animali
divorati e morti.
XXI. — DELLE API.
Vivono a popoli insieme, sono annegate per torle il miele; molti e
grandissimi popoli saranno annegati nelle lor proprie case.
LE PROFEZIE DELLE PIANTE.
I. — DELLE NOCI E ULIVE E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI.
Molti figlioli da dispietate bastonate fien tolti delle proprie braccia
delle lor madri, e gittati in terra, e poi lacerati.
II. — DE’ NOCI BATTUTI.
Quelli che avranno fatto meglio saranno più battuti, e i sua figliuoli
tolti e scorticati, overo spogliati, e rotte e fracassate le sue ossa.
III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI DANDOCI OLIO CHE FA LUME.
Discenderà con furia diverso la terra chi ci darà nutrimento e luce.
IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO.
Li alberi e arbusti delle gran selve si convertiranno in cenere.
V. — DELLI ALBERI CHE NUTRISCONO I NESTI [Sidenote: i ramoscelli
innestati sulla pianta].
Vedrannosi i padri e le madri fare molto più giovamento ai figliastri,
che ai lor veri figlioli.
LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI.
I.
I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE CHE SON DI BUE.
E si vedrà in gran parte del paese camminare sopra le pelli delli
grandi animali.
II. — DE’ CRIVELLI FATTI DI PELLE D’ANIMALI.
Vedrassi il cibo degli animali passar dentro alle lor pelli per ogni
parte, salvo che per la bocca, e penetrare dall’opposta parte insino
alla piana terra.
III. — DELLE LANTERNE.
Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno la luce notturna
dall’impetuoso furor de’ venti.
IV. — DELLE MEDESIME.
I buoi, colle lor corna, difenderanno il foco dalla sua morte — la
lanterna.
V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI FATTE DI CORNA DI CASTRONE.
Nelle corna delli animali si vedranno taglienti ferri, colli quali si
toglie la vita a molti della loro specie.
VI. — DELLI ARCHI FATTI COLLI CORNI DE’ BUOI.
Molti fien quelli che, per causa delle bovine corna, moriranno di
dolente morte.
VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI.
Li animali volatili sosterran l’omini colle lor proprie penne.
VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO.
Molte volte la cosa disunita fia causa di grande unizione — cioè il
pettine, fatto dalla disunita canna, unisce le fila nella seta.
IX. — IL FILATOIO DA SETA.
Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche e infocate voci
di quei che fieno con tormento spogliati, e al fine lasciati ignudi e
sanza moto: e questo fia per causa del motore, che tutto volge.
X. — DEL LINO CHE FA LA CURA DELLE GENTI.
Saran reveriti e onorati, e con reverenzia e amore ascoltati li sua
precetti, di chi prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato da molte
e diverse battiture.
XI. — DEL MANICO DELLA SCURE.
Le selve partoriranno figlioli, che fiano causa della lor morte — il
manico della scure.
XII. — IL BASTONE CH’È MORTO.
Il movimento de’ morti farà fuggire, con dolore e pianto e con grida,
molti vivi.
XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE.
Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, e legheranno i vivi, e
servirannogli a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione.
XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI.
Corpi sanz’anima per sè medesimi si moveranno, e porteran con
seco innumerabile generazione di morti, togliendo le ricchezze a’
circustanti viventi.
XV. — DEI CARRI E NAVI.
Vedrassi i morti portare i vivi — i carri e navi in diverse parti.
XVI. — DELLE CASSE CHE RISERBANO MOLTI TESORI.
Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi e altre piante tesori
grandissimi, i quali lì stanno occulti, e ben guardati.
XVII. — DEL NAVIGARE.
Vedrassi li alberi delle gran selve di Taurus e di Sinai, Apennino
e Atlante scorrere per l’aria da oriente a occidente, da aquilone a
meridie; e porteranno per l’aria gran moltitudine d’omini.
Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! quanta separazion d’amici! di
parenti! e quanti fien quelli, che non rivedranno più le lor provincie,
nè le lor patrie, e che moriranno sanza sepoltura, colle lor ossa
sparse in diversi siti del mondo!
XVIII. — DEL NAVIGARE.
Saranno gran venti, per li quali le cose orientali si faranno
occidentali; e quelle di mezzodì, in gran parte miste col corso de’
venti, seguirannolo per lunghi paesi.
XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO.
Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, portare con furia moltitudine
d’omini alla distruzione di lor vita.
XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE ANDANDO IN ZOCCOLO.
Saran sì grandi i fanghi, che li omini andranno sopra l’alberi de’ loro
paesi.
XXI. — DELLE BAGHE [Sidenote: sacchi, otri di pelle].
Le capre condurranno il vino alle città.
XXII. — DEL PARASOLE.
La percussione della spera del sole apparirà cosa che, chi la crederà
coprire, sarà coperto da lei.
II.
I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI.
Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi a questo tempo, torranno la
libertà a molti uomini.
II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI.
Vedrannosi l’alte mura delle gran città sotto sopra ne’ loro fossi.
III. — DEI FORNI.
A molti fia tolto il cibo di bocca — ai forni.
IV. — ANCORA DEI FORNI.
A quelli, che si imboccheranno per l’altrui mani, fia loro tolto il
cibo di bocca — il forno.
V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE DALLA BOCCA DEL FORNO.
Per tutte le città e terre e castelli e case si vedrà, per desiderio di
mangiare, trarre il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza poter
fare difesa alcuna.
VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI E CALCINA.
Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento di molti giorni, e le
pietre si convertiranno in cenere.
VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE.
L’umane opere fien cagione di lor morte — le spade e lance.
VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE
HA MORTI TANTI UOMINI.
I morti usciranno di sotto terra, e coi loro fieri movimenti cacceranno
dal mondo innumerabili creature umane.
IX. — DELLE SPADE E LANCE CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO.
Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna offensione, si farà
spaventevole e feroce mediante la trista compagnia, e torrà la
vita crudelissimamente a molte genti; e più n’ucciderebbe, se corpi
sanz’anima, e usciti dalle spelonche, non li difendessino — cioè le
corazze di ferro.
X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI.
Per causa delle stelle si vedranno li omini esser velocissimi, al pari
di qualunque animale veloce.
XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE.
Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per causa del fuoco!
XII. — DELLE BOMBARDE CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA.
Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli grida, stordirà i
circostanti vicini, e col suo fiato farà morire li omini, e ruinare le
città e castella.
XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO CHE CONSUMA TUTTE LE SOME
DELLE LEGNE, CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE
DELLE BESTIE.
I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale che bruceranno il legname di
molte e grandissime selve, e molte fiere selvatiche e domestiche.
XIV. — DELL’ESCA.
Con pietra e con ferro si renderanno visibili le cose, che prima non si
vedeano.
XV. — DE’ METALLI.
Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche chi metterà tutta l’umana
specie in grandi affanni, pericoli e morte.
A molti seguaci lor, dopo molti affanni, darà diletto; ma chi non fia
suo partigiano, morrà con stento e calamità.
Questo commetterà infiniti tradimenti; questo aumenterà e persuaderà li
omini tutti alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; questo darà
sospetto ai sua partigiani; questo torrà lo stato alle città libere;
questo torrà la vita a molti; questo travaglierà li omini infra loro
con molte arti, inganni e tradimenti.
O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio agli omini che tu ti tornassi
nell’inferno: per costui rimarran diserte le gran selve delle lor
piante; per costui infiniti animali perderanno la vita.
XVI. — DE’ DANARI E ORO.
Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, con sudore, affaticare tutti
i popoli del mondo, con grandi affanni, ansietà, sudori, per essere
aiutato da lui.
LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE.
I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE.
I semplici popoli porteran gran quantità di lumi per far lume ne’
viaggi a tutti quelli, che integralmente hanno perso la virtù visiva.
II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA.
Agli omini saran fatti grandissimi onori e pompe, sanza lor saputa.
III. — DEL DÌ DE’ MORTI.
E quanti fien quelli che piangeranno i lor antenati morti, portando
lumi a quelli.
IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO.
In tutte le parti d’Europa sarà pianto di gran popoli per la morte d’un
solo omo, morto in Oriente.
V. — DE’ CRISTIANI.
Molti, che tengon la fede del figliolo, sol fan templi nel nome della
madre.
VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO.
Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno con arroganti movimenti
minacciando con metallo e fuoco, chi non faceva lor detrimento alcuno.
VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA.
Molti fien quelli che, per esercitare la lor arte, si vestiran
ricchissimamente: e questo parrà esser fatto secondo l’uso de’
grembiali.
VIII. — DE’ PRETI CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO.
Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta il corpus domini, si
vedranno manifestamente per sè stessi andare per diverse strade del
mondo.
IX. — DE’ FRATI CONFESSORI.
Le sventurate donne, di propria volontà, andranno a palesare agli
uomini tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime.
X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE.
Parleranno li omini alli omini, che non sentiranno; avran gli occhi
aperti, e non vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro risposta;
chiederan grazia a chi avrà orecchi, e non ode; faran lume a chi è
orbo.
XI. — DELLE SCOLTURE.
Ohimè! che vedo il Salvatore di novo crocifisso.
XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI.
Io vedo di nuovo venduto e crocifisso Cristo, e martirizzare i sua
santi.
XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO PER LI LORO SANTI, MORTI
PER ASSAI TEMPO!
Quelli che saranno morti, dopo mille anni, fien quelli che daranno le
spese a molti vivi.
XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO.
Infinita moltitudine venderanno pubblicamente e pacificamente cose di
grandissimo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai non
furon loro, nè in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia
umana.
XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E
DANNO IL PARADISO.
Le invisibili monete faran trionfare molti spenditori di quelle.
XVI. — DELLE CHIESE E ABITAZION DE’ FRATI.
Assai saranno, che lascieranno li esercizî e le fatiche e povertà
di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti
edifizî, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio.
LE PROFEZIE DEI COSTUMI.
I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI.
Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, e porteran seco i sua
valsenti [Sidenote: le loro ricchezze], e andranno abitare in altri
paesi.
II. — DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO.
Li omini dormiranno, e mangeranno, e abiteranno infra li alberi, nati
nelle selve e campagne.
III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO.
Verranno li omini a tanta ingratitudine che, chi darà loro albergo,
sanza alcun prezzo, sarà carico di bastonate, in modo che gran parte
delle interiora si spigneranno dal loco loro, e s’andranno rivoltanto
pel suo corpo.
IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI.
Verranno li omini in tanta viltà, che avran di grazia che altri
trionfino sopra i loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza —
cioè la sanità.
V. — DEL COMUNE.
Un meschino sarà soiato [Sidenote: adulato beffardamente] e essi
soiatori [Sidenote: adulatori] sempre fien sua ingannatori e rubatori,
e assassini d’esso meschino.
VI. — PROFEZIA.
Porterassi neve distante no’ lochi caldi, tolta dall’alte cime de’
monti, e si lascierà cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo
dell’estate.
LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA.
I. — DELLA FOSSA.
Staran molti occupati in esercizio a levare di quella cosa, che tanto
crescerà, quanto se ne levò.
II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO.
E a molti corpi nel vedere da lor levar la testa, si vedrà
manifestamente crescere, e, rendendo loro la levata testa,
immediatamente diminuiscono la grandezza.
III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI.
E’ saran molti cacciatori d’animali che, quanto più ne piglieranno,
manco n’avranno, e così, di converso, più n’avrà quanto men ne
piglieranno.
IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA.
E rimarranno occupati molti che, quanto più tireranno in giù la cosa,
essa più se ne fuggirà in contrario moto.
LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE.
I. — DELL’AVARO.
Molti fieno quelli che, con ogni studio e sollecitudine, seguiranno con
furia quella cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo la sua
malignità.
II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO PIÙ SI FANNO AVARI, CHE
AVENDOSI A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI.
Vedransi quelli, che son giudicati di più sperienza e giudizio,
quanto egli hanno men bisogno delle cose, con più avidità cercarle e
ricercarle.
III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA.
Li omini perseguiranno quella cosa, della qual più temono, cioè saran
miseri, per non venire in miseria.
IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, CHE PRIMA S’UCCIDONO.
Sarà morto da loro il loro nutritore, e flagellato con spietata morte.
V. — DELLA BOCCA DELL’OMO CH’È SEPOLTURA.
Usciranno gran romori dalle sepolture di quelli, che son finiti da
cattiva e violenta morte.
VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO.
Gran parte de’ corpi animati passerà pe’ corpi de gli altri animali,
cioè le case disabitate passeran in pezzi per le case abitate, dando
a quelle un utile, e portando con seco i sua danni: quest’è, cioè,
la vita dell’omo si fa delle cose mangiate, le quali portan con se la
parte dell’omo, ch’è morta.
VII. — DELLA VITA DELLI OMINI CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE.
Li omini passeran morti per le sue proprie budelle.
VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO.
Vedrannosi animali sopra della terra, i quali sempre combatteranno
infra loro e con danni grandissimi e, spesso, morte di ciascuna delle
parti.
Questi non avran termine nelle lor malignità: per le fiere membra
di questi verranno a terra gran parte delli alberi delle gran selve
dell’universo; e poi ch’essi avranno pasciuto, il nutrimento de’ loro
desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e guerre e furie a
qualunque cosa animata. E per la loro smisurata superbia questi si
vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia gravezza delle lor
membra gli porrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, o sotto
la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e
quella dell’un paese remossa nell’altro; e ’l corpo di questi si farà
sepoltura e transito di tutti i già da lor morti corpi animati.
O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo nell’alte fessure de’
tua gran baratri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e
spietato mostro?
IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI.
Felici fien quelli che presteranno orecchi alle parole de’ morti: —
leggere le bone opere, e osservarle.
X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI.
I corpi sanz’anima ci daranno, con lor sentenzie, precetti utili al ben
morire.
XI. — DELLA FAMA.
Le penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo: —
cioè per le lettere, fatte da esse penne.
XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE
V’È SU LE SCRITTURE.
Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del sentimento, tanto più
s’acquisterà sapienza.
XIII. — DELLA STORIA.
Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno in sè tal virtù, che
renderanno la persa memoria alli omini: — cioè i papiri che son fatti
di peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini.
XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI.
Li omini tutti scambieranno emisperio immediate.
XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE DA ORIENTE A OCCIDENTE.
Moverannosi tutti li animali da oriente a occidente, e così da aquilone
a meriggio scambievolmente, e così di converso.
XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI E DA INFINITE LINEE SON
DIVISI, IN MODO CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA D’ESSE LINEE INFRA
L’UN DE’ PIEDI E L’ALTRO.
Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi li omini, stanti dall’uno
all’altro emisperio, intenderansi i loro linguaggi.
XVII. — DELLE NUVOLE.
Gran parte del mare si fuggirà inverso il cielo e per molto tempo non
farà ritorno: — cioè pe’ nuvoli.
XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, CHE È ACQUA.
L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in moto sopra le spiagge de’ monti,
si fermerà per lungo spazio di tempo sanza fare alcun moto, e questo
accaderà in molte e diverse provincie.
XIX. — LA PALLA DELLA NEVE ROTOLANDO SOPRA LA NEVE.
Molti fien quelli, che cresceran nelle lor ruine.
XX. — DELLE PIOGGIE, CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI PORTAN VIA LE
TERRE.
Verrà diverso il cielo chi trasmuterà gran parte dell’Africa, che
si mostra a esso cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa inverso
l’Africa; e quelle delle provincie Scitiche si mescoleranno insieme con
gran rivoluzione.
XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE
MONTAGNE, E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE
IL MARE.
Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti,
scacceranno il mare dal suo sito.
XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA
POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote:
Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO.
Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione,
trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e
quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo
settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da
questo in quell’altro emisperio.
XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE.
Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le
meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande
strepito e tremore o furore.
XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.
Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si
faran tutti di nera qualità.
XXV. — DEL FOCO.
Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo
non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto
avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro.
XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO,
CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO.
I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò
ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in
basso.
XXVII. — TRACCIA.
Restaci il moto, che separa il motore dal mobile.
XXVIII. — DEI PIANETI.
E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè
pianeti.
XXIX. — DEL CONSIGLIO.
E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà
sconosciuto, cioè più sprezzato.
XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.
La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a
detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce
moto alle sue smisurate forze.
XXXI. — DELLA BUGIA.
Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno
scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare
occulta.
LE FACEZIE.
I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.
Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle
quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè
essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto
loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi
frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale,
essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà
dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo,
vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse:
— se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri
conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono
costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò
essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si
mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.
Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre
di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona
larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per
povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della
compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua
omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si
caricò di tale omo.
Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora
si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano,
alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco,
hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete
voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse
il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari
addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal
mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con
piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta
sopportò.
II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.
Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è
usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un
pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso
pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse
tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere
così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi
fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che
d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un
cento.
Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra
alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete,
dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu
dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa,
colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. —
III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE.
Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro
proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse
da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo
disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea;
perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i
popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa
di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere.
IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.
Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui
era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento;
allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre
volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora
costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero,
che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato
l’asino, che gli portava la farina.
V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.
Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che
eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti.
Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di
notte.
VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.
Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva
male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi
collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale
fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al
quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti
voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo
amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te,
dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più
insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di
me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi
usassimo insieme. —
VII. — DETTO DI UN INFERMO.