e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali
hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra
città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi
d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre
di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena
d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi
e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea
sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non
che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha
abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato.
E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento
e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare
l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo
insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine,
piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno
soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non
fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame.
Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a
comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi.
So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con
lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.
FRAMMENTO.
Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia
sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità.
Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le
tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano.
Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva
tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a
li occhi de’ circustanti potean refrettere.
Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette
sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor
risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della
luna.
E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano
agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello
splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole
vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione
sia lontano dal predetto mare.
LE FIGURE.
I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.
La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale,
che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante
le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare
parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone
parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’
movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa
col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore:
a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia
privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti
d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa.
Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi
forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui
t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non
mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come
l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio
dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e
pon mente le labbra.
II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.
Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne,
quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro!
III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.
Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il
concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile,
perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo
è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra
sorte di omini.
IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE.
Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo
che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li
quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali
parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la
persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro.
E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza
lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa
fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le
parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’
movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli
accomoda li moti delle mani con le parole.
V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL
SIGNIFICATO.
Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare
quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia
laudabile.
VI. — SEGUE.
Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto,
ch’esprima la passione dell’anima.
Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la
passione del suo animo.
VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.
Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli
accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente
in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore
o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un
medesimo caso, un giovane ch’un vecchio.
VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.
Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia,
adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine.
Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe
piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti
l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi
inclinata, e le braccia non troppo distese.
Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme
strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso.
Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi
movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più
pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe.
I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello
stare ritti, atti timidi e paurosi.
IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE.
Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di
considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li
atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che
li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse
ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra
uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col
viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia
che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e
innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col
petto e la testa inverso il popolo.
Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore
in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per
maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme
basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte
ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni
sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco
ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga
la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a
sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio.
X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149]
Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e
volge la testa inverso il proponitore.
Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia
si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme
di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della
maraviglia.
Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si
torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una
mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel
voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina
sopra della tavola.
L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel
boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra
colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e
vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato.
XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA.
Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a
terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare
il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e
strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati;
il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di
grinze.
XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.
Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato
i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita;
e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona
similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi.
UN GIGANTE FANTASTICO.[150]
LETTERA I.
La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile
e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti
sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare
la terra.
E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi,
che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale
paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con
l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali
era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali
era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li
omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù.
E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò
co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra
la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano
non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una
spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e
questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata
nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E
noi seguitammo la fuga.
Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata,
a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale
le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi
non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se
non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o
simili animali: trovate salute e vostro scampo!
Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh
quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro
mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai
visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore.
Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra
generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li
altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde
le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i
delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’
gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè
questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce
corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a
notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte
sepolto nel gran ventre.
LETTERA II.
_Caro Benedetto de’ Pertarti._
Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa
terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di
terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa,
ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo,
credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a
guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del
caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle
con spesse ferite.
Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine,
sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve
fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato
il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno
d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali,
che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini
lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando
va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti,
da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E
tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano
a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le
corde, per abbassarle a poco vento. —
FRAMMENTO.
Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto
un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle
formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido
villano.
Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a
contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle
balene, de’ gran capidogli e de’ navilî.
Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove....
E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse.
LE PROFEZIE E LE FACEZIE.
LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI.
I. — PROFEZIA.
Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e
nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè
sottoposti.
Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con
maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da
feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata.
Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale
assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran
gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue.
Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le
superfiziali parti delli omini.
Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si
stracceranno le loro carni — sarà la rogna.
Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro
corsi.
L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo,
e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli.
Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti
dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare.
Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando.
II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.
O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come
maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe,
esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e
sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i
lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè
chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete.
III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.
Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri
altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi
avanti che possano parlare.
IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.
Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come
morto sopra lo spoglie delli altri morti.
V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO.
Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e
risponderansi.
VI. — DELLE PUTTE MARITATE.
Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e
premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le
putte.
VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.
E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla
lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di
mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle
le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse
sien ricche, nobili e bellissime.
Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come
cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create.
VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO.
Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il
vedere e in breve tutti i sentimenti.
IX. — DEL SOGNARE.
Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova;
sentiranno chi non parla.
X. — ANCORA DEL SOGNARE.
Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a
volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano;
sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano;
scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo,
sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh!
maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai
cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio
umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti
t’accompagneranno.
XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.
Vedrannosi forme e figure d’uomini e d’animali, che seguiranno essi
animali o omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto di lui qual è
dell’altro, ma parrà cosa mirabile delle varie grandezze in che essi si
trasmutano.
XII. — DELL’OMBRA CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME.
Appariranno grandissime figure in forma umana, le quali quanto più le
ti farai vicino, più diminuiranno la loro immensa magnitudine.
XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA IN UN
MEDESIMO TEMPO.
Vedrassi molte volte l’uno omo diventare tre, e tutti lo seguono: e
spesso l’uno, il più certo, l’abbandona.
XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI.
Verrà a tale la generazione umana, che non si intenderà il parlare
l’uno dell’altro — cioè un tedesco con un turco.
XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO.
Molti saran veduti portati da grandi animali, con veloce corso, alla
ruina della sua vita e prestissima morte. Per l’aria e per la terra
saranno veduti animali di diversi colori portarne con furore li omini
alla distruzione di lor vita.
XVI. — DE’ SEGATORI.
Saranno molti, che si moveran l’uno contra dell’altro, tenendo in mano
il tagliente ferro; questi non si faranno intra loro altro nocimento,
che di stanchezza, perchè quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto
l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi si inframmetterà in mezzo,
perchè al fine rimarrà tagliato in pezzi.
XVII. — DE’ ZAPPATORI.
Molti fien quegli, che scorticando la madre, le arrovescieranno la sua
pelle addosso — i laboratori della terra.
XVIII. — DEL SEMINARE.
Allora la gran parte delli omini, che resteran vivi, gitteran fuori
delle lor case le serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli e
animali terrestri, sanza curarsi d’esse in parte alcuna.
XIX. — LE TERRE LAVORATE.
Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e risguardare l’oppositi
emisferi, e scoprire le spelonche a ferocissimi animali.
XX. — I CALZOLARI.
Li omini vederanno con piacere disfare, e rompere l’opere loro.
XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE.
Spegneransi innumerabili vite, e farassi sopra la terra innumerabili
buche.
XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE.
Getteranno li omini fori delle lor proprie case quelle vettovaglie, le
quali eran dedicate a sostentar la lor vita.
XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO.
Li omini batteranno aspramente chi fia causa di lor vita — batteranno
il grano.
XXIV. — DE’ GIOCATORI.
Le pelli delli animali removeranno li omini, con gran gridori e
bestemmie, dal lor silenzio — le balle da giuocare.
XXV. — DEL SUONO DELLA VITA.
Il vento, passato per le pelli delli animali, farà saltare li omini —
cioè la piva, che fa lo saltare.
XXVI. — DE’ DADI.
Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce moto, trattare la fortuna del
suo motore — i dadi.
XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI.
Li omini si nasconderanno sotto le scorze delle scorticate erbe,
e, quivi gridando, si daran martiri, con battimenti di membra, a sè
medesimi.
XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI NELLE BUDELLE.
Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo
all’altro.
XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA CHE LAVORANO.
Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le quali con tanta oscurità
tigneranno il cielo, che copre l’Italia.
XXX. — DE’ BARBIERI.
Tutti li omini si fuggiranno in Africa.
LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI.
I. — TIRAN LE BOMBARDE.
I buoi fieno in gran parte causa delle ruine delle città, e similemente
cavalli e bufoli.
II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO.
Mangeranno i padron delle possessioni i lor propri lavoratori.
III. — DELLI ASINI BASTONATI.
O natura trascurata, perchè ti se’ fatta parziale, facendoti ai
tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima
e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui
servitù, sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’
fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martirî; e spender sempre
la lor vita in benefizio del suo malefattore.
IV. — DELLI ASINI.
Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di
mazzate e di punture e bestemmie e gran villanie.
V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI.
Sentirassi in molte parte dell’Europa strumenti di varie magnitudini
far diverse armonie, con grandissime fatiche di chi più presso l’ode.
VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME DELL’ARGENTO E ORO.
Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro
piedi, i quali le porteranno in diversi lochi.
VII. — DE’ CAPRETTI.
Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti figliuoli saranno tolti
alle loro balie, e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno.
VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, CAPRE E SIMILI.
A innumerabili saran tolti i loro piccoli figlioli, e quelli scannati,
e crudelissimamente squartati.
IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI.
A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri nati essere squarciati
nelle proprie case da crudelissimi e rapaci animali del paese vostro.
X. — LE API CHE FANNO LA CERA DELLE CANDELE.
Sarà annegato chi fa il lume al culto divino.
E quelli, che pascono l’erbe, faran della notte giorno — sevo.
XI. — DELL’API.
E a molti altri saran tolte le munizioni e lor cibi, e crudelmente, da
gente sanza ragione, saranno sommersi e annegati. O giustizia di Dio,
perchè non ti desti a vedere così malmenare i tua creati!
XII. — DELLE FORMICHE.
Molti popoli fien quelli, che nasconderan sè e sua figlioli e
vettovaglie dentro alle oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi,
ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, sanza altro lume accidentale
o naturale.
XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI.
Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti in uccelli, e
assaliranno li altri omini togliendo loro il cibo dalle proprie mani e
mense — le mosche.
XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA.
Molti periranno di fracassamento di testa, e salteranno loro li occhi
in gran parte della testa, per causa d’animali paurosi usciti dalle
tenebre.
XV. — DELLE BISCIE PORTATE DALLE CICOGNE.
Vedrassi in grandissima altezza dell’aria lunghissimi serpi combattere
colli uccelli.
XVI. — I PESCI LESSI.
Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti acque.
XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO NON NATI.
Infinita generazione si perderà per la morte delle grandi.
XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO RIBUTTATE DAL MARE, CHE
MARCISCONO DENTRO AI LOR GUSCI.
Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien morti, marciranno nelle
lor proprie case, empiendo le circostanti parti piene di fetulente
[Sidenote: fetido] puzzo!
XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE NON POSSONO FARE I PULCINI.
Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito il nascere.