polvere distanti l’uno dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo de’
salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è più lontano da detto
cavallo, men si vegga, anzi sia alto, sparso e raro, e più presso sia
più evidente e minore e più denso.
L’aria sia piena di saettume di diverse ragioni: chi monti, chi
discenda, qual sia per linea piana; e le ballotte delli scoppietti
sieno accompagnate d’alquanto fumo dirieto al lor corso.
E le prime figure farai polverose, i capegli e ciglia e altri lochi
piani, atti a sostenere la polvere. Farai i vincitori correnti co’
capegli, e altre cose leggiere, sparse al vento: con le ciglia basse
e’ caccia i contrarî membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi il
piè destro che ’l braccio stanco ancor lui venga innanzi. E se farai
alcuno caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare su per la polvere,
condotto [Sidenote: ridotto, trasmutato] in sanguinoso fango, e
dintorno alla mediocre liquidezza della terra farai vedere istampite
[Sidenote: impresse] le pedate degli omini e cavalli di lì passati.
Farai alcuno cavallo strascinare morto il suo signore, e dirieto a
quello lasciare per la polvere e fango il segno dello strascinato
corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle ciglia alte nella lor
congiunzione, e la carne, che resta sopra loro, sia abbondante di
dolenti crespe. Le fauci del naso sieno con alquante grinze partite
in arco dalle narici e terminate nel principio dell’occhio; le narici
alte, cagion di dette pieghe; le labbra arcate scoprano i denti di
sopra. I denti spartiti in modo di gridare con lamento. L’una delle
mani faccia scudo ai paurosi occhi, voltando il dirieto inverso il
nimico, l’altra stia a terra a sostenere il levato busto. Altri farai
gridanti colla bocca isbarrata e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in
fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, lancie, spade rotte,
altre simili cose; farai omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla
polvere, altri tutta la polvere, che si mischia coll’uscito sangue,
convertirsi in rosso fango, e vedere il sangue del su’ colore correre
con torto corso dal corpo alla polvere; altri morendo strignere i
denti o travolgere gli occhi, strignere le pugna alla persona e le
gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato e abbattuto dal nemico
volgersi al nemico, con morsi e graffi fare crudele e aspra vendetta;
potresti vedere alcuno cavallo leggero correre coi crini sparsi al
vento, correre in fra i nemici, e co’ piedi fare molto danno; vedresti
alcuno storpiato, caduto in terra farsi copritura col suo scudo, e ’l
nemico, chinato in basso, fare forza di dare morte a quello.
Potrebbesi vedere molti omini caduti in un gruppo sopra uno caval
morto. Vederai alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire
dalla moltitudine nettandosi co le due mani li occhi e le guancia
ricoperte di fango, fatte da lagrimare degli occhi per l’amor della
polvere. Vederesti le squadre del soccorso stare pien di speranza e
sospetto, co’ le ciglia aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, e
riguardare infra la folta e confusa caligine dell’essere attenti al
comandamento del capitano; e simile, il capitano col bastone levato
e corrente inverso il soccorso, mostrare a quelli la parte dove di
loro è carestìa; e alcun fiume dentro cavalli correnti riempiendo la
circustante acqua di turbolenza di onde di schiuma e d’acqua confusa,
saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi de’ cavalli. E non fare
nessun loco piano, se non le pedate ripiene di sangue.
X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO.
L’aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliqua discesa,
piegata dal trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè per l’aria,
non altrementi che far si vegga alla polvere, ma sol si variava
perchè tale innondazione era traversata dalli liniamenti, che fanno
le gocciole dell’acqua, che discende. Ma il colore suo era dato dal
fuoco, generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, i
vampi delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute
valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor vertici le piegate cime
delle piante. E Nettuno si vedea in mezzo alle acque col tridente, e
vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare notanti piante diradicate,
miste colle immense onde.
L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso, per le
ricevute vampe delle continue saette. Vedevansi li omini e li uccelli,
che riempivan di sè li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde,
componitrici delli colli, circondatori delli gran baratri.
XI. — SEGUE.
Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere combattuta dal corso di
diversi venti, e avviluppati dalla continua pioggia e misti colla
gragnuola, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione
delle stracciate piante, miste con infinite foglie. Dintorno vedeasi le
antiche piante diradicate e stracciate dal furor de’ venti. Vedevasi le
ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra
i medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati
allagavano, e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli.
Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere
insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti
al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli
lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in
gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti,
fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali eran donne,
omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti,
spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna
rivolgevan l’acque sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati.
E nessuna cosa più lieve che l’acqua era che non fussi coperta di
diversi animali, i quali, fatti tregua, stavano insieme con paurosa
collegazione [Sidenote: aggruppamento], infra’ quali eran lupi,
volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla morte. E tutte l’onde
percuotitrici de’ lor lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni
di diversi corpi annegati, le percussioni de’ quali uccidevano quelli,
alli quali era restato vita.
Alcune congregazioni d’omini avresti potuti vedere, le quali con
armata mano difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti,
da lioni, lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. Oh!
quanti romori spaventevoli si sentivan per l’aria scura, percossa dal
furore de’ tuoni e delle folgori, da quelli scacciate, — che per quella
ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’opponea al suo corso!
Oh! quanti avresti veduti colle proprie mani chiudersi li orecchi per
schifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’
venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!
Altri, non bastando loro il chiudere delli occhi, ma colle proprie mani
ponendo quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non
vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio.
— Oh! quanti lamenti e quanti spaventati si gettavano dalli scogli!
Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran quercie, cariche d’omini,
esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti.
Quante eran le barche volte sotto sopra, e quelle intere e quelle in
pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti
e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con
movimenti disperati si toglievano la vita, disperandosi di non potere
sopportare tal dolore: de’ quali alcuni si gittavano dalli alti scogli,
altri si stringevano la gola colle proprie mani, alcuni pigliavan li
propri figlioli, e con grande rapidità li sbattevan interi, alcuni
colle proprie sue armi si ferivano e uccidean sè medesimi, altri
gittandosi ginocchioni si raccomandavan a Dio. Oh! quante madri
piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenendo sopra le ginocchia,
alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voci, composte
di diversi urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; altri, colle man
giunte e le dita insieme tessute, mordevano, e con sanguinosi morsi
quel divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia per lo immenso e
insopportabile dolore.
Vedeansi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore,
esser già attorniati dalle acque e essere restati in isola nell’alte
cime de’ monti, già restrigniersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi
in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe,
de’ quali assai ne morivan per carestia di cibo.
E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non
trovando più terra scoperta che non fusse occupata da’ viventi; già
la fame, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli
animali; quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo
delle profonde acque e surgevano in alto. E infra le combattenti onde,
sovra le quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come balle piene di
vento, risaltavan indirieto dal sito della lor percussione, questi si
facevan base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni si vedea
l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello
infuriate saette del cielo, alluminanti or qua or là infra la oscurità
delle tenebre.
Vedesi il moto dell’aria mediante il moto della polvere, mossa dal
corso del cavallo, il moto della quale è tanto veloce a riempiere il
vacuo, che di sè lascia nell’aria, che di sè lo vestiva, quanto è la
velocità di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria.
E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere io figurato le vie fatte
per l’aria dal moto del vento, conciò sia che ’l vento per sè non si
vede infra l’aria. A questa parte si risponde, che non il moto del
vento, ma il moto delle cose da lui portate è sol quel che per l’aria
si vede.
Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d’acqua, selve infocate,
pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di
città.
Venti revertiginosi [Sidenote: raggirantisi turbinosamente], che
portano acqua, rami di piante e omini infra l’aria.
Rami stracciati da’ venti, misti col corso de’ venti, con gente di
sopra.
Piante rotte, cariche di gente.
Navi rotte in pezzi, battute in iscogli.
Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi.
Gente che sien sopra piante, che non si posson sostenere, alberi e
scogli, torri, còlli pien di gente, barche, tavole, madie e altri
strumenti da natare, còlli coperti d’uomini e donne e animali, e saette
da’ nuvoli, che alluminino le cose.
Sia imprima figurata la cima d’un aspro monte con alquanta valle
circustante alla sua base, e ne’ lati di questo si veda la scorza
del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e
spogliar di sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa discenda
di tal dirupamento; con turbolenza del corso vada percuotendo e
scalzando le ritorte e globulenti [Sidenote: piene di prominenze, di
bulbi] radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le
montagne, denudandosi, scoprano le profonde fessure, fatte in quelle
dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne siano in gran
parte rincalzati e vestiti delle ruine delli arbusti precipitati da’
lati dell’alte cime de’ predetti monti, i quali sien misti con fango,
radici, rami d’alberi, con diverse foglie, infuse infra esso fango e
terra e sassi.
E le ruine d’alcuni monti sien discese nella profondità d’alcuna valle,
e facciansi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale
argine, già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime
percuotino, e ruinino le mura delle città e ville di tal valle. E le
ruine degli alti edifizî delle predette città levino gran polvere,
l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed in ravviluppati, nuvoli si
movano contro alla discendente pioggia.
Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a
sè la rinchiude, e con ritrosi revertiginosi in diversi obbietti,
percuotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo
e facendo riflettere in aria l’acqua percossa. E le onde circolari,
che si fuggono dal loco della percussione, camminando col suo impeto
in traverso, sopra del moto dell’altre onde circolari, che contra di
loro si muovono, e, dopo la fatta percussione, risalgano in aria, sanza
spiccarsi dalle lor basi.
E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde
distendersi inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo over
discendendo infra l’aria, acquista peso e moto impetuoso, dopo il
quale, penetrando la percossa acqua, quella apre, e penetra con furore
alla percussione del fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso
la superfizie del pelago, accompagnata dall’aria, che con lei si
sommerse, e questa resta nella uscita colla schiuma, mista con legnami
e altre cose più lievi che l’acqua, intorno alle quali si dà principio
all’onde, che tanto più crescono in circuito, quanto più acquistano
di moto: il qual moto le fa tanto più basse quanto ell’acquistano più
larga base, e per questo sono poco evidenti nel lor consumamento. Ma,
se l’onde ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano indirieto
sopra l’avvenimento dell’altre onde, osservando l’accrescimento della
medesima curvità, ch’ell’avrebbero acquistato nell’osservazione del già
principiato moto.
Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli è del medesimo color d’essi
nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li
penetrassino: il che se così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di
minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine
delli gran monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, percuoteranno
li gran pelaghi dell’acque, allora risalterà gran quantità d’acqua
infra l’aria, il moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a
quello che fece il moto del percussore dell’acque, cioè l’angolo della
riflession, e fia simile all’angolo della incidenza.
Delle cose portate dal corso delle acque, quella si discosterà più
dalle opposite rive, che fia più grave over di maggior quantità. Li
ritrosi delle acque nelle sue parti sono tanto più veloci, quanto elle
son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende
dinanzi alle lor basi, battendosi e confregandosi sopra le globulenze
della sua faccia: e tal confregazione, trita in minute particule della
discendente acqua, la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia
nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato fumo e revoluzion di
nuvoli, e la leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. Ma la
pioggia, che discende infra l’aria, nell’essere combattuta e percossa
dal corso de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità o densità
d’essi venti, e per questo si genera infra l’aria una innondazione di
trasparenti, fatti dalla discesa della pioggia che è vicina all’occhio,
che la vede. L’onde del mare, che percuotono l’obliquità de’ monti,
che con lui combinano, saranno schiumose, con velocità contro al dosso
de’ detti colli, e nel tornare indirieto si scontrano nell’avvenimento
della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan, con grande
innondazione, al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli,
d’uomini e d’animali diversi si vedean scacciati dell’accrescimento del
diluvio inverso le cime de’ monti, vicini alle predette acque.
Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa.
Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; a Piombino ritrosi
di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll’aria; votamenti
dell’acqua, che piove nelle barche.[147]
XII. — L’ISOLA DI CIPRO.
Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede per australe la bell’isola di
Cipro, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua
bellezza, hanno rotte le loro navi e sartie infra li scogli, circondati
dalle vertiginose onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i
vagabondi naviganti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le
quali i venti raggirandosi empiono l’isola e ’l circostante mare di
soavi odori.... Oh! quante navi quivi già son sommerse! oh! quanti
navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbero vedere innumerabili
navili, chi è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si mostra da poppa
e chi da prua, chi da carena e chi da costa, — e parrà a similitudine
d’un Giudizio, che voglia risuscitare navili morti, tant’è la somma
di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i venti
d’aquilone, resonando, fan varî e paurosi soniti.
IL VIAGGIO IN ORIENTE.
DIVISIONE DEL LIBRO.[148]
_La predica e persuasione di fede._
_La súbita innondazione insino al fine suo._
_La ruina della città._
_La morte del popolo e disperazione._
_La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza._
_Il danno ch’ella fece._
_Ruine di neve._
_Trovata del profeta._
_La profezia sua._
_Allagamento delle parti basse di Erminia [Sidenote: Armenia]
occidentale, li scolamenti delle quali erano
per la tagliata di monte Tauro._
_Come il novo profeta (mostra) questa ruina
è fatta al suo proposito._
LETTERA I.
DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME EUFRATES.
_Al Diodario [Sidenote: Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di
Prefetto di palazzo] di Soria [Sidenote: Siria], locotenente del sacro
Soltano di Babilonia._
Il nuovo accidente, accaduto in queste nostre parti settentrionali,
il quale son certo, che non solamente a te, ma a tutto l’universo darà
terrore, (il quale) successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando
prima l’effetto e poi la causa.
Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, a dare con amore e
sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e
nel dare principio in quelle parti, che a me pareano essere più al
proposito nostro, entrai nella città di Calindra [Sidenote: È la
medievale Kelindreh], vicina ai nostri confini.
Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro,
che è divisa dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per
ponente.
Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo,
chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e
sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e
per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa
l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo
delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze
de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta
di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare
insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi
ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi
nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi
in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce
per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte
d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume
del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura
variabile nel suo splendore.
Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della
notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi
dì a quelli di levante.
Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda,
or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si
perde, e quando si rivede.
LETTERA II.
FIGURA DEL MONTE TAURO.
Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue
rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato
il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con
somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa
di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto
avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande
effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò
allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto.
Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua
desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son
di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e
massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna
discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu
potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta.
Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore,
e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua
quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non
t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di
Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa
maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito.
Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il
giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto
parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i
quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi
son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte
Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E
invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì
grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi,
che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina
insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l
simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente.
QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.
L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di
mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al
principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E.,
dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre
s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso
tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena
di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del
sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con
seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre
è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli,
che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran
ruine.
Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena
di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e
massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è
montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi
abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di
altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il
resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai
per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14
miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza
d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che
sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa,
troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo
in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente
soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non
nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte
fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede
sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli
in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare
per l’aspra e pericolosa sua salita.
LETTERA III.
Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera
fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del
misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati
sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con
questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo
io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono
il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto
nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato;
in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a
tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore.