Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e

finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti,

che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle

quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro

accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli

con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia

uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si

faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi

in perfetta forma.

Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli

è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari

componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli

si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo

abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti

e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che

pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle

d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito,

perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso.

XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE

STORIE.

Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte

le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti

a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel

parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno

in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori

d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un

tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia

di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio

in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con

grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti

delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti

serberai come tuoi autori e maestri.

XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI

NEL LETTO, ALLO SCURO.

Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo

scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti

superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili,

da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile

e utile a confermarsi le cose nella memoria.

XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.

Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione

di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di

riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie

invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di

varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse

sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare]

qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati

di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli

in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti

pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti

e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E

interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro

tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai.

Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto

a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che

integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro,

non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni.

XX. — LA STANZA DEL PITTORE.

Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo

sviano.

XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.

Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo,

e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è

superata dal giudizio.

XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.

Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro.

XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA.

Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco

acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce

di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce.

XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.

E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li

sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione;

e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli

tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa

aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella,

ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a

quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e

gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler

essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che

di tal arte meritamente s’acquista.

Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li

viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con

oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti

bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi

e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne

gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che

sono ornate?

Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove,

appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che

dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo

che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel

parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor

consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico,

sconciatore delli azzimati capegli.

Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto

vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare,

graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano

con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati....

Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a

condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l

vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora

investigando!...

PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA.

I.

Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e

l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere

dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione

l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè

di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l

lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in

questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè,

e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente

lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie

nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le

prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore

paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea

è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti,

non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi

come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e

infinite cose, che non si dicono per non tediare.

Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile

resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco,

e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e

fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire

che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è

tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile

faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro

sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è

racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello,

che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole

andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera.

Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e

quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima

operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè

quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n

bronzo.

Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della

Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima

l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa

scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima;

se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi

colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi

dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento

dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più

bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e

altro non ha. —

La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa

miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le

cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata

d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera.

II.

La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore

e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista,

le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e

così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà

di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che

in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime

campagne co’ lontani orizzonti.

III.

Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che

lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il

pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente.

Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua

opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo

o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si

rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da

gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia

impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio,

e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e

l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre.

Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori

e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede

dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello

con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è

l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse

volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza

strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere

udite.

IV.

Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della

Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva,

causata dalla virtù della materia e non dall’artefice.

E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di

soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel

che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in

potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo

tal difetto essere dell’operatore e non della materia.

Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi.

Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre

inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali,

a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde

per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno

l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna

lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo

governando, e così facendo, non levano più del dovere.

Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime

speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere

di brevissimo discorso.

Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente

che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e

non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe

attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale

materia.

V.

La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e

meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente

del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia

interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause

delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le

similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli

veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in

grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori

eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e

infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa:

o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più

o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si

dimostreranno men noti l’un che l’altro.

E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che

far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose

e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore

ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà

varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra

li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade

penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo

sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e

dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi;

questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque

e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le

lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe,

dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze

sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura

non aggiunge.

VI. — CONCLUSIONE.

Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva

de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle

cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle

cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta,

infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto,

come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a

quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la

superfizie delle trasparenti acque.

I PAESI E LE FIGURE.

I PAESI.

I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.

Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote:

condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso

lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna,

piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era

all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa

tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le

stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò

nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte,

tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì

gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita.

II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146]

Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio

colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e

insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi

solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della

regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio.

E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il

monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la

qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan

per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la

sua base in simile altezza.

Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e

raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli

sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo,

che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che

non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di

diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio

vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole,

che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle

basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la

cima d’esso monte e ’l sole.

III. — TRACCIA.

Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del

sole.

IV. — ALTRA TRACCIA.

Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia.

V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.

Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra

ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino

all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono

con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare

stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il

mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la

oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi

nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata.

VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.

Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il

terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso,

povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi,

di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più

sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il

terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità

de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto

esso è più propinquo alle concavità delle valli.

Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di

che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, e l’erbe,

che vi nascono, minute e magre e in gran parte impallidite e secche,

per carestia d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda transparire

infra le pallide erbe; e le minute piante, stentate e invecchiate in

minima grandezza, con corte e spesse ramificazioni e con poche foglie,

scoprendo in gran parte le rugginenti e aride radici, tessute con

le falde [Sidenote: gli strati delle roccie] e rotture [Sidenote: i

crepacci] delli rugginosi scogli, nate dalli ceppi, storpiati dalli

uomini e da’ venti; e in molte parti si vegga li scogli superare

li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e pallida ruggine; e

in alcuna parte dimostrare li lor veri colori scoperti, mediante la

percussione delle folgori del cielo, il corso delle quali, non sanza

vendetta di tali scogli, spesso son impedite.

E quanto più discendi alle radici de’ monti, le piante saranno più

vigorose e spesse di rami e di foglie; e le lor verdure di tante

varietà, quanto sono le specie delle piante, di che tal selve si

compongono, delle quali la ramificazione è con diversi ordini e diverse

spessitudini [Sidenote: abbondanza di rami frondosi] di rami e di

foglie e diverse figure e altezze: e alcuni con istrette ramificazioni,

come il cipresso; e similmente degli altri con ramificazioni sparse

e dilatabili, com’è la quercia e il castagno e simili; alcuni con

minutissime foglie; altri con rare, com’è il ginepro e ’l platano e

simili; alcune quantità di piante, insieme nate, divise da diverse

grandezze di spazi e altre unite, sanza divisioni di parti o altri

spazi.

VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE.

Quella cosa ch’è privata interamente di luce è tutta tenebre. Essendo

la notte in simile condizione, e tu vi vogli figurare una storia,

farai che, sendovi ’l grande foco, che quella cosa ch’è più propinqua

di detto foco più si tinga nel suo colore, perchè quella cosa ch’è

più vicina all’obbietto, più partecipa della sua natura. E facendo il

foco pendere in colore rosso, farai tutte le cose alluminate da quello

ancora loro rosseggiare e quelle che sono più lontane a detto foco

più sien tinte del colore nero della notte. Le figure, che sono fra

te e ’l foco, appariscano scure nella oscurità della notte e non della

chiarezza del foco, e quelle che si trovano dai lati sieno mezze oscure

e mezze rosseggianti, e quelle che si possono vedere dopo i termini

delle fiamme saranno tutte alluminate di rosseggiante lume in campo

nero.

In quanto alli atti, farai quelli che li sono presso, farsi scudo colle

mani e con mantegli, a riparo del superchio calore, e, torto col volto

in contraria parte, mostrare fuggire da quelli più lontani; farai gran

parte di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi da superchio

splendore.

VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA [Sidenote: burrasca].

Se vuoi figurare bene una fortuna, considera e poni bene i sua effetti,

quando il vento, soffiando sopra la superfizie del mare e della

terra, rimove e porta con seco quelle cose, che non sono ferme, colla

universal marea.

E per ben figurare questa fortuna, farai in prima i nuvoli spezzati

e rotti dirizzarsi per lo corso del vento, accompagnati dall’arenosa

polvere, levata da’ liti marini, e rami e foglie levati per la potenza

del furore del vento, isparsi per l’aria, e in compagnia di quelle

molte altre leggere cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra quasi

mostrarsi volere seguire il corso dei venti, coi rami storti fuor del

naturale corso e le scompigliate e racconciate foglie. Gli omini, che

lì si trovano, parte caduti e rivolti per li panni e per la polvere,

quasi sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, sieno dopo

qualche albero abbracciati a quelli, perchè il vento non li strascini;

altri con le mani a li occhi per la polvere, chinati a terra, e i panni

e capegli diretti al corso del vento. Il mare turbato e tempestoso

sia pieno di retrosi [Sidenote: aggiramenti vorticosi dell’acqua], e

schiuma in fra le elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta

aria della schiuma più sottile a uso di spessa e avviluppata nebbia.

I navilî, che dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela rotta,

e i brani d’essa ventilando infra l’aria in compagnia d’alcuna corda

rotta; alcuni alberi rotti, caduti, col navilio intraversato e rotto

infra le tempestose onde; certi omini gridanti abbracciare il rimanente

del navilio; farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi venti, battuti

nell’alte cime delle montagne, fare a quegli avviluppati retrosi, a

similitudine dell’onde percosse nelli scogli. L’aria spaventosa per le

oscure tenebre fatte nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti.

IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA.

Farai in prima il fumo dell’artiglieria, mischiato in fra l’aria,

insieme con la polvere, mossa dal movimento de’ cavalli e de’

combattitori. La quale mistione userai così: la polvere, perchè è cosa

terrestre e ponderosa, e ben che per la sua sottilità facilmente si

levi e mischi infra l’aria, niente di meno volentieri ritorna in basso,

e il suo sommo montare è fatto dalla parte più sottile, adunque il meno

fia veduta, e parrà quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia in

fra l’aria impolverata, quanto più s’alza a certa altezza, parrà oscura

nuvola, e vederassi ne le sommità più espeditamente il fumo, che la

polvere.

Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, e la polvere terrà il

suo colore: dalla parte che viene il lume, parrà questa mistione

d’aria, fumo e polvere molto più lucida, che dalla opposita parte; i

combattitori quanto più fieno infra detta turbolenza, meno si vedranno

e meno differenza fia dai loro lumi alle loro ombre.

Farai rosseggiare i volti e le persone e l’aria e li scoppettieri

insieme co’ vicini, e detto rossore quanto più si parte dalla sua

cagione, più si perda; e le figure, che sono in fra te e ’l lume,

essendo lontane, parranno scure in campo chiaro, e le loro gambe,

quanto più s’apresseran alla terra, men fieno vedute, perchè la polvere

è lì più grossa e più spessa.

Frammenti letterari e filosofici · 第 13 / 19 段