Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo

innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura

volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose

dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la

pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a

laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe

in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale

[Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano

nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello

che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica,

perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’

chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a

chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè

questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica

aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che

significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece

Apello la _Calunnia_.

XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.

Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli

in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un

pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re

rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò

la vista con grande ammirazione.

Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e

sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! —

Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse:

«o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a

miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa

vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare

la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito,

e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi,

perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso,

che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della

scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’

quali questi si fanno obbietti.

»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non

s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità

di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o

udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in

istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce

la succedente, se l’antecedente non muore?

»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella

del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità

armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa

la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine

bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo

tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro

proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta

dall’uomo, che dar lo possa maggiore.»

XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.

Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da

eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che

sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato,

prima che restar cieco.

Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le

forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto

dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza

essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto,

e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio,

che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la

Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna

della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere

umane.

XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE.

— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te

tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. —

Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore,

perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue,

contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? —

Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente

l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non

è in favore.

Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel

che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel

delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore,

che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore.

La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie.

XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE.

Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di

comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi,

noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la

Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual

nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè

è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto,

che ’l senso del vedere.

Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo,

e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura,

nella quale abbia moto e vita.

Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo?

Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le

umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo;

questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime;

questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha

trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose

future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e

Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo

sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle,

ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno

quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione?

Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e

fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della

umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e

per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale

l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha

ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini.

Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è

quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente

all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera

la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali,

vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle

mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite

forme d’animali e erbe, piante e siti.

XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.

La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura,

conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio,

e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali,

operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o

più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’

membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia

la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si

genera la bellezza umana.

Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more

immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi

resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una

sola superfizie.

O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’

mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le

quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita

vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura,

quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è

adorata.

XXIV. — PITTURA E MUSICA.

Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la

Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica,

che solo saddisfa all’audito.

Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che

si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che

con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna.

Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose,

quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere

preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le

forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere

magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce.

Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il

culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente;

con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con

questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura

fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini

famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il

medesimo facciamo noi qui colle lettere.

Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi

metti questa, o tu ne levi quella.

E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la

Musica da chi non la sa.

Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò

che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria

consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle

discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità

delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva.

XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.

Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del

pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo

speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici,

quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli

tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo

contemplante.

Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane

membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa

bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi

anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia

delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze

conservar non potrebbe.

Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza,

che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è

restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra!

Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata

coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non

pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto.

Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle

scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come

fa il pittore?

E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con

questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai.

XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO.

Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal

pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il

poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te

lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa

vedere tutto in un tempo.

Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di

che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con

quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo,

come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori;

e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e

così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la

grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi

armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti

si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai

saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina

proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali

solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto

[Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà

posseduta a chi le vede.

E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie,

composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della

loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e,

benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio,

siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della

Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse

cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di

diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono

giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In

comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto

allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo

il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto

indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico.

Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà

comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse

cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta

l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo

e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque

questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una

conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio

del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose

rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo,

o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal

finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più

debole parte della pittura.

XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA.

Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere

fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti

alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono

subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li

sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro

obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere

superiore alla Poesia.

Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo

tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e

termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come

boriosa, sè stessa lauda.

IL PITTORE E LA PITTURA.

I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.

Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura.

II. — ORIGINE DELLA PITTURA.

Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra

dell’omo, fatta dal sole ne’ muri.

III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE

COSE.

Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore

di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che

sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è

Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o

foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi

freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire

gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare,

egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti

o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è

nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima

nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in

pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual

fanno le cose.

IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE.

Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore

rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore

ha carestia di sentimento.

V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE.

Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono

maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura.

Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo

della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione.

Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le

cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione

degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi

paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene.

Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi

quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti

montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati,

strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti?

Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà

usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore.

VI. — IL PITTORE E LA NATURA.

Il dipintore disputa e gareggia con la natura.

VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.

Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte

l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile

invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera

tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle

figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte

d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di

natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più

corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono

state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la

Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente

di Dio.

VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO

DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE.

Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in

sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo

essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti

son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti.

Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi

in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore,

che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si

potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa

forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima

nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti

saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in

sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta

alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia

consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via

a farti onorare della tua arte.

IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.

Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che

nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai

i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono

prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri

animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla

forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che

sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile

la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il

ritrarle di naturale.

X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA,

IL GIUDIZIO D’OGN’OMO.

Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio

di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non

sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà

s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o

naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con

verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà

confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto

l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo

in altrui, e farai profitto degli altrui errori.

Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene

e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se

trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso

o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione

come lui s’inganna.

XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E

INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI.

Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio,

bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con

somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li

tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro,

quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi

tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e

questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —;

e mostrare d’avere opera da ogni premio.

XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI.

Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità

con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro

specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la

tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra

similitudine ha conformità insieme.

E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè

lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno

similitudine con la pittura in molte parti.

Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che

paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la

pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura

è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si

po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio

e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e

lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie.

E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e

lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori

l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li

saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa

naturale, vista in uno grande specchio.

XIII. — PRECETTO AL PITTORE.

Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la

quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli

l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte

di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del

sole.

Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo

delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non

disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori.

XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.

Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le

tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue.

XV. — ORDINE DELLO STUDIO.

Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni

cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di

naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere

a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in

pratica e operare l’arte.

XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.

Frammenti letterari e filosofici · 第 12 / 19 段