L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli

contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita,

si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la

veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri [Sidenote:

il corpo], mediante gli occhi, per li quali essa anima si rappresenta

tutte le varie cose di natura; ma chi li perde, lascia essa anima in

una oscura prigione, dove si perde ogni speranza di riveder il sole,

luce di tutt’il mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre notturne

sono in somm’odio, ma ancora ch’elle sieno di breve vita! Oh! che

farebbono questi, quando tali tenebre fussino compagne della vita loro?

Certo, non è nissuno, che non volesse più tosto perdere l’audito

o l’odorato, che l’occhio, la perdita del quale audire consente la

perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine nelle parole; e sol fa

questo per non perdere la bellezza del mondo, la quale consiste nella

superfizie de’ corpi, sì accidentali [Sidenote: prodotti dall’arte]

come naturali, li quali si riflettono nell’occhio umano.

IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE ALLA NATURA.

La Pittura serve a più degno senso, che la Poesia, e fa con più verità

le figure delle opere di natura, che il poeta; e sono molto più degne

l’opere di natura che le parole, che sono l’opere dell’omo, perchè tal

proporzione è dalle opere de li uomini a quello della natura, qual

è quella, ch’è da l’omo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le

cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole

imitare li fatti e parole de li omini.

E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere di natura co’ la tua semplice

professione, fingendo diversi siti e forme di varie cose, tu sei

superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi

vestirti de l’altrui scienze, separate da essa poesia, elle non sono

tue, come Astrologia, Rettorica, Teologia, Filosofia, Geometria,

Aritmetica e simili. Tu non sei allora più poeta, tu ti trasmuti, e

non sei più quello, di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi

andare alla natura, che tu vi vai con mezzi di scienze, fatte d’altrui

sopra li effetti di natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di

scienziali [Sidenote: di cose pertinenti alle varie scienze] o d’altrui

mezzi, va immediate all’imitazione d’esse opere di natura.

Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata,

a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con

infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere

le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con

questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava

il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane

faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler

mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad

un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra

li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi.

X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.

Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè

l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e

dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è

giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune,

se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se

la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si

ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale

finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole

equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di

sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità

esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual

è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione,

conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso

comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì

nasce, nell’occhio tenebroso [Sidenote: il cervello o senso comune].

Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al

vederla in atto fuori delle tenebre!

Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e

tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine,

mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa

fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il

pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu

descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’

la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo

dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un

istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro,

che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di

quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e

tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de

li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti,

delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone

innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle

macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti

de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare

al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che

sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi.

Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior

senso.

Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme

parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come

naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in

tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza

comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle,

in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore,

che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati

a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali

o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli

trascorre?

E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa

divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la

rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma

infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei

se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza

rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali

desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e

altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà

innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno,

e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura,

che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo

in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è

l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la

vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto

si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a

sbadigliare.

Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno

incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non

farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale

scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale

pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella

concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari

orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla

scrittura.

Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l

tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è

cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E

questa vita è sorella della morte.

XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE.

Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che

dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo

è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli

animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle

cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il

cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia,

che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale

solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le

cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può

vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante

il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano.

XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA.

Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie

della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Qual fia quello,

che ti dimostrerà siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si

rappresenti li tuoi passati piaceri, con più verità del pittore?

E se tu dici: — la Pittura è una Poesia muta per sè, se non v’è chi

dica o parli per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non vedi tu, che

’l tuo libro si trova in peggior grado? Perchè ancora ch’egli abbia

un uomo, che parli per lui, non si vede niente della cosa, di che si

parla, come si vederà di quello, che parla per le pitture; le quali

pitture, se saranno ben proporzionati li atti co’ li loro accidenti

mentali, saranno intese, come se parlassino.

XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA.

La Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è

una Pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie,

o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per li quali esse

dovrebbono penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e l’altra è

Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè

l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il

senso meno nobile, cioè l’audito.

Adunque daremo la Pittura al giudizio del sordo nato, e la Poesia

sarà giudicata dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata con

li movimenti appropriati alli accidenti mentali delle figure, che

operano in qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato intenderà

le operazioni e l’intenzioni degli operatori, ma il cieco nato non

intenderà mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia onore a essa

Poesia; conciossiachè delle nobili sue parti è il figurare li gesti e

li componimenti delle istorie e li siti ornati e dilettevoli, con le

trasparenti acque, per le quali si vede li verdeggianti fondi delli

suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e minute ghiare, coll’erbe,

che con lor si mischiano, insieme con li sguizzanti pesci, e simili

descrizioni, le quali si potrebbono così dire ad un sasso, corno ad un

cieco nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che si compone la bellezza

del mondo, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione,

propinquità, moto e quiete, le quali son dieci ornamenti della natura.

Ma il sordo, avendo perso il senso meno nobile, ancora ch’egli abbia

insieme persa la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè imparare

alcun linguaggio, ma questo intenderà bene ogni accidente, che sia

nelli corpi umani, meglio che un che parli e che abbia audito, e

similmente conoscerà le opere de’ pittori e quello, che in esse si

rappresenti, e a che tali figure siano appropriate.

XIV. — SEGUE.

La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una

e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze,

e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come

fece Apelle colla sua _Calunnia_.

Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne

risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci,

insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione

armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori

restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più

farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura,

dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale

serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica

all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante

di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà

con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti

l’altri sensi.

Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una

perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte,

della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne

risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna

voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun

concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre

ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni

l’oblivione [Sidenote: dimenticare] non lascia comporre alcuna

proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua

virtù visiva a un medesimo tempo.

Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta,

de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati

tempi, la memoria non riceve alcuna armonia.

XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.

La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per

la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso

massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo

caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via

dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un

sentissi raccontar una cosa.

Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà

piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella

prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti

sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte,

ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti,

de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la

mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola

parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore

immediate è compresa dalli suoi riguardatori.

XVI. — SEGUE.

La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù

visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti

naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica

proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il

senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de

l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più

tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero

mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce

con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi

se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta

armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi,

che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello

udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè

tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come

nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè,

se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di

proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè

sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza,

e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica

nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che

tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare,

che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è

la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere

d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare

per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al

continuo di lei spira.

Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge,

il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il

tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio,

piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della

bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello

nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non

impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo

caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che

supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso

si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel

far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una

dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le

quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole

nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale

è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo,

nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può

dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si

de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi

entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della

Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose.

Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della

città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per

monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se

ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole

in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti

descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio

calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si

fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea

fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non

potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose

valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere

li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così

tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se

il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi

li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi

piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante

con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle

verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale

effetto descritto dal poeta?

Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice,

che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini

con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che

commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le

stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che

nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria,

ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo

egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato

all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia

non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio

ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani.

Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un

fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta,

lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive

di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e

non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa

astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio;

ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe

emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il

pittore.

Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così

umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè

linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore

la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il

disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda

grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli

orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li

quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri

alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria;

questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e

ingegneri.

XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ

MEDIANTE QUELLO È GENERATA.

Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee

visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il

pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa

Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee

s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura,

sanza le quali l’arte del geometra è orba.

E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla

figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica

fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non

s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua,

ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di

natura e ornamento del mondo.

XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.

Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo

è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei

versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il

pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè

invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere,

e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma

che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran

parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza

la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè

l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami,

chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!)

Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena

di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in

arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se

’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale

della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il

medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria

effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e

parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate

innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che

l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna

donna viva.

E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per

l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se

non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l

poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia

[Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove

più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio.

Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà.

Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a

riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia

in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i

quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle

dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti.

Frammenti letterari e filosofici · 第 11 / 19 段