e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero.
LIV. — IL BEN FARE.
Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che
’l giovamento.
Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel
giovare.
Tutte le opere non son per istancarmi.
È motto da carnovale. _Sine lassitudine_.
Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si
stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al
nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente.
LV. — LA INGRATITUDINE.
Sia fatto in mano alla ingratitudine.
Il legno notrica il foco che lo consuma.
Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il
lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità.
LVI. — LA INVIDIA.
La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa
spaventa la virtù.
Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se
potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in
volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da
palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare
che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a
significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in
continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante.
Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella
offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia
ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di
fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile
cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a
signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti
strumenti della morte.
Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e
prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia.
LVII. — LA FAMA.
La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche
a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue
operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano.
Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in
iscambio di penne, e ’n forma d’uccello.
LVIII. — PIACERE E DOLORE.
Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati
[Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato
dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno
all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un
medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la
fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e
lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra,
ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose.
Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare
che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della
vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina,
chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare
nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente,
imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri,
che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si
tiene la canna per tali fondamenti.
LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO.
Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le
composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti:
così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a
ricevere la virtù de’ sensi.
Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della
sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo
contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di
saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del
predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte
della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate
congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario,
perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi
ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si
vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più)
in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di
notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni.
LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142]
Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo
Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi,
acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua
gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali?
E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma
non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la
qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si
trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento
di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e
de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero),
e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie
leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna
volta si mangiano i figlioli....
Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e
amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole,
pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai
ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura
tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se
non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare
infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola?
LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.
UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che
son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son
molti.
LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.
Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale
andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i
loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce
si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro,
per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e
sempre così sèguita.
LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO.
Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli
animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella
infanzia va con quattro piedi.
LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.
Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini
e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in
tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto
bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e
portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate,
che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî
colori.
Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per
offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi,
le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean
parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte.
Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente
grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno
a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono
tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non
potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra.
Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini
avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi
vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e
alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio
e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita
d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli.
LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143]
A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo.
Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età
d’anni 10.
ladro,
bugiardo,
ostinato,
ghiotto.
Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un
giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose,
lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo
confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4.
Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per
due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il
vino e, dopo questo, venne a cena dove me.
Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi
a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo
dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò
nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote:
soldi di Lira] 2.
Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer
Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e
spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini
salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa
accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era
in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi
trovò. — Lire 2 s. di L. 4.
Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una
pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno
mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi
de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici,
confetti. Lire 2.
Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio
d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era
di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4.
Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire
6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para
di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe....
L. 1.
LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO.
Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui,
non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei,
con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui.
LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144]
Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato
acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito.
Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri
di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore
tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla
quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo
ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo
l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e
oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui
con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li
furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui
fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere
di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li
negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e
grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal
volontieri.
La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti,
dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’
Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa
lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di
loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo
durava insino a sera.
E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e
diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo
era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così
seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo
se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non
esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di
poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai
tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi
lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’
mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun
de’ mia voleva più entrare.
Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è
quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui
ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione
di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini....
disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto
dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere
ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti
lavoranti assai specchi per mandare alle fiere.
LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE
PREMIO DI LOR VIRTÙ?
E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò
sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son
quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li
dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano
li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non
vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio.
E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi,
fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli
eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre
insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè
questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue
e li simulacri....
Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come
ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri
operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in
pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non
sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra
la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato
il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli.
Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti
tieni? son queste cose da esser fatte da omini?
LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.
Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta
voce, con tali parole mosse:
— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo,
a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo
è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine,
in compagnia di tutti i vizi.
Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati
solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che
alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini
trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli
sono nimici, e peggio s’elli son amici.
LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.
Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite,
essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato
di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al
suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote:
accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato
Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali,
non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala
natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua
iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio.
PENSIERI SULL’ARTE.
DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI.
I. — PROEMIO.
Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal
numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della
natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio].
Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette
arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma
ad infinite attende, che la natura mai le creò.
II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE?
Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della
Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei
medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica]
nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle
predette scienze non mancando per questo di sua divinità.
E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè
medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi
che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno
di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura,
e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno
professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere
quella.
Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante
non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo
no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle
lingue o lettere umane.
III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.
Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più
comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario,
è meno utile ch’è meno comunicabile.
La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni
dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non
passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa
per il vedere.
Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno
le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi
che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie
umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura,
imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli
figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta
della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale
spettacolo.
IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.
Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il
discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto.
Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza,
quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come
l’altre sustanze.
Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura
no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il
discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come
si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa
non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa,
qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa
infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta
nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e
non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più
eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate.
Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente andare velati e
coperti, credendo diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare
le loro presenze? or non si vede le pitture, rappresentatrici delle
divine Deità, esser al continuo tenute coperte con copriture di
grandissimi prezzi? e quando si scoprano, prima si fa grandi solennità
ecclesiastiche di varî canti con diversi suoni; e, nello scoprire,
la gran moltitudine de’ popoli, che quivi concorrono, immediate si
gettano a terra, quelle adorando e pregando, per cui tale pittura è
figurata, dell’acquisto della perduta sanità e della eterna salute, non
altrementi, che se tale Idea fusse lì presente in vita?
Questo non accade in nessun’altra scienza od altra umana opera. E se
tu dirai, questa non esser virtù del pittore, ma propria virtù della
cosa imitata; si risponderà, che in questo caso la mente de li omini
po’ saddisfare, standosi nel letto, e non andare ne’ lochi faticosi e
pericolosi, ne’ pellegrinaggi, come al continuo far si vede.
Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo sono in essere, chi li move,
sanza necessità? Certo tu confesserai essere tale simulacro, il quale
far non po’ tutte le scritture, che figurar potessino in effigie ed in
virtù tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami tal pittura, ed ami chi
l’ama e riverisce, e si diletti d’essere adorata più in quella, che
in altra figura di lei imitata, e per quella faccia grazia e doni di
salute, — secondo il credere di quelli, che in tal loco concorrono.
V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE UMANE PER SOTTILE
SPECULAZIONE APPARTENENTE A QUELLA.
L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via, donde
il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le
infinite opere di natura; e l’orecchio è il secondo, il quale si fa
nobile per le cose racconte, le quali ha veduto l’occhio.
Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, non avessi coll’occhio
viste le cose, male le potreste riferire per le scritture; e se tu,
poeta, figurerai una storia colla pittura della penna, e ’l pittore
col pennello la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa a
essere compresa. Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il
pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale è più
dannoso morso [Sidenote: danno] o cieco o muto? — Se ’l poeta è libero,
come ’l pittore, nelle invenzioni, le sue finzioni non sono di tanta
saddisfazione a li omini, quanto le pitture, perchè, se la Poesia
s’astende con le parole a figurare forme, atti e siti, il pittore
si move, colle proprie similitudine de le forme, a contraffare esse
forme. Or guarda: — qual’è più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o la
similitudine [Sidenote: la figura] d’esso omo? — Il nome dell’omo si
varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non da morte.
Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; per questo io dirò essere
più eterne l’opere d’un calderaio, che il tempo più le conserva che le
vostre o nostre opere, nientedimeno è di poca fantasia, e la Pittura si
po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, fare molto più eterna.
Noi per arte possiamo essore detti nipoti a Dio. Se la Poesia s’astende
in filosofia morale e questa in filosofia naturale; se quella descrive
l’operazione della mente, che considera, questa colla mente opera
ne’ movimenti; se quella spaventa i popoli con le infernali finzioni,
questa colle medesime cose in atto fa il simile. Pongasi il poeta a
figurare una bellezza, una fierezza, una cosa nefanda e brutta, una
mostruosa, col pittore; faccia a suo modo, come vuole, tramutazione
di forme, che il pittore non saddisfassi più [Sidenote: in modo da
superare il pittore]. Non s’è egli viste pitture avere tanta conformità
colla cosa vera, ch’ell’ha ingannato omini e animali?
VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ.
Tal proporzione è dall’immaginazione a l’effetto, qual’è dall’ombra al
corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla Poesia alla Pittura.
Perchè la Poesia pon le sue cose nell’imaginazione di lettere, e la
Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal quale occhio riceve le
similitudini non altrementi, che s’elle fussino naturali; e la Poesia
le dà sanza essa similitudine, e non passano all’imprensiva per la via
della virtù visiva, come la Pittura.
VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE.
La Pittura rappresenta al senso, con più verità e certezza, le
opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere
rappresentano con più verità le parole, che non fa la Pittura. Ma
diremo essere più mirabile quella scienza, che rappresenta l’opere
di natura, che quella, che rappresenta l’opere dell’operature, cioè
l’opere degli uomini, che sono le parole, com’è la Poesia o simili, che
passano per la umana lingua.
VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO.