Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual

s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia,

partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di

riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se

non simile a sè, cioè bugia.

Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’

semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può

da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali

essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in

tale uffizio ha fatti i vetri ecc.

Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento,

è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia,

collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti

i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua

parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può,

parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che

li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia

prima entran quelli, che tal cosa affermano.

E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni

è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio

dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale

arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria,

convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti,

con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con

impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con

quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a

questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor

fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa

offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte?

qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di

colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici

di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze

sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere

alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo

della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare

per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti

dell’universo....

Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per

tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la

morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto

la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità?

E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito,

ruinerebbero Iddio con tutto l’universo.

E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria,

essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello

spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non

sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo

non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento

riempiuto.

VIII. — DELLI SPIRITI.

Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion

dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè

medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale.

— E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro

alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal

quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si

desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual

il vacuo si generasse.

Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è

una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto

nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo

elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come

si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra

acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza,

la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario

la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa

acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al

continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse,

per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il

celo, insinchè uscito fusse di tali elementi.

IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI.

Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi,

sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è

allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale

spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli

stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del

vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere

restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e,

se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita

due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera]

quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria

levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa

di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e

altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù.

Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria,

preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali

al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle

rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale

aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo

sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse.

X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O

NO.

Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa

movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo

spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde.

— Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto

fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello

spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa

aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso.

XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.

Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima

definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: —

_la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso

confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di

denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce

raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno

suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto

dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran

fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito

fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro,

come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria,

e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella

generazion delle saette.

Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento

d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli

non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è

necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui

non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non

ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi

a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se

non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della

cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta

sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual

movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro

a sè la strignie. —

Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito.

E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le

spezie delli obbietti vanno all’occhio.

XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

O matematici fate lume a tale errore!

Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è

occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle

cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta

la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue

immagini].

XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’

essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere

strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce,

nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè

entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria

congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie

forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte

dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in

nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti.

XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.

Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro

non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno

fondamenti scientifici.

Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini,

li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto:

_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari

del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri

e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori

della cogitazione.

_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità,

sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione.

_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte

evidenti, sono iracondi.

_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte

lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così

si po’ dire di molte parti. —

Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una

medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno

all’altro; e così in un naufragio.

XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO.

L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o

ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale

è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia?

s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi

di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in

tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza].

XVI. — SEGUE.

L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende.

L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta.

XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca,

avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro.

XVIII. — AVVERTIMENTO.

Non si debbe desiderare lo impossibile.

XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.

Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli,

che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran

povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti,

cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che

l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al

sommo stolto negromante e incantatore.

XX. — CONTRO I MEDICI.

Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute.

XXI. — ANCORA.

Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite.

Adunque devono esser ricchi.

XXII. — ANCORA.

E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti

riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè

le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men

numero di libri, ch’esista di Medicina.

XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE.

La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le

quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’

fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione

dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi

membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero

causa della lor destruzione.

XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE.

Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto

[Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali

pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza

moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti

obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole

non sentono dolore, come quelle delli animali.

XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA.

Lussuria è causa della generazione.

Gola è mantenimento della vita.

Paura over timore è prolungamento di vita.

Dolore è salvamento dello strumento.

XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.

Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di

quella.

XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA.

Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso

corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e

confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima.

XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA.

L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa

a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che,

guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto.

XXIX. — LA MEMORIA.

Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo

danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita.

XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.

Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo

spirito.

XXXI. — RAGIONE E SENSO.

I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando

contempla.

XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.

Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire.

XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO.

Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero

nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può

perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe

e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con

iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione.

XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.

A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di

troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito;

ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa

lungamente passata ci pare esser presente.

XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO.

Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di

tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate

di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose

vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù;

e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate

dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano

distanti.

XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.

Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri

giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli

indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria

nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non

trapassi indarno.

XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.

L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna

altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama

raccoglie.

XXXVIII. — EPIGRAMMA.

O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte;

o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi

similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile

ai tristi morti?

XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.

L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima

di quella che viene: così il tempo presente.

XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.

La vita bene spesa lunga è.

XLI. — LA VITA LABORIOSA.

Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene

usata dà lieto morire.

XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.

O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu

distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti

della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando

si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la

vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte.

O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale

tutte le (cose) sono consumate!

XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA

L’OPERE DI DIO.

Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti,

ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che

sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi

son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni

delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le

figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano

d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile.

Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere

l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto

Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della

cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai

amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la

somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa,

alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la

virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo

proposito.

XLIV. — PREGHIERA.

Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare

ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita

alli omini.

XLV. — ORAZIONE.

Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica.

XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.

E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun

si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano.

XLVII. — ANCORA.

Farisei frati santi vol dire.

XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141]

Nulla può essere scritto per nuovo ricercare.

XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.

La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i

panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni

secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà;

similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie

offendere non ti potranno la tua mente.

L. — CONSIGLI AL PARLATORE.

Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li

danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte

tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi

a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi

di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento;

e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu

acquisterai odio e inimicizia.

E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare,

parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare

intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie

azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che

lui si diletta.

LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.

Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e

questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno,

cioè dagl’ignoranti.

Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te

l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti

farai misero e sanza riposo.

Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel

giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo,

com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il

giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane,

in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma

fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli

uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni.

LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.

Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama.

Questa sozza fama è nata da’ vizi.

Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto

no.

Il vôto nasce, quando la speranza more.

Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli

parlatori, sanza alcuna sentenza.

Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno.

La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile.

Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese.

Chi teme i pericoli, non perisce per quegli.

Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova.

Chi altri offende, sé non sicura.

Non essere bugiardo del preterito.

La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della

povertà.

Dov’è libertà, non è regola.

Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il

consiglio.

Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la

intendi.

Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello.

Le minaccie solo sono arme dello imminacciato.

Dimanda consiglio a chi ben si corregge.

Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re

delle ave.

Chi non punisce il male, comanda che si facci.

Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.

Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso.

Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni.

Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo.

Chi poco pensa, molto erra.

Più facilmente si contesta al principio, che al fine.

Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che

sono in pericolo.

Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio.

Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti.

Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli

omini.

Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente.

Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non

saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo.

Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e

dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento.

Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra.

Raro cade chi ben cammina.

Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo!

Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera.

Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono.

La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde.

Chi non stima la vita, non la merita.

Cosa bella mortal passa e non dura.

Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata.

L’oro in verghe, s’affinisce nel foco.

Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita.

Ogni torto si dirizza.

Di lieve cosa nasciesi gran ruina.

Al cimento si conosce il fine oro.

Tal fia il getto, qual fia la stampa.

Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.

Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina.

L’edera è di lunga vita.

Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è

creduto.

Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto

è calva.

Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.

Impedimento non mi piega.

Ogni impedimento è distrutto dal rigore.

Non si volta chi a stella è fisso.

LIII. — LA VERITÀ.

Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità,

scacciando le tenebre.

Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore

e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre,

occultatrici d’ogni essenzia.

Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la

verità, cioè l’oro.

La verità al fine non si cela: non val simulazione.

Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice.

La bugìa mette maschera.

Nulla occulta sotto il sole.

Frammenti letterari e filosofici · 第 9 / 19 段