cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta
dall’acque, e sarà inabitabile.
LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.
La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte
l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi
animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti
nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di
pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [Sidenote:
disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva.
XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO
VOLANTE.
L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento
è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con
tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque
direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non
l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta
dall’anima dell’omo.
L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’
bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse
separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni;
ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello
provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte
sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso
largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale
lui s’è fatto anima e guida.
XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO
DEL NIBBIO.
Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino,
perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che,
essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca
colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle
labbra.
XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI
GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.
Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non
reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella
quale [Sidenote: Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi
uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne.
Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [Sidenote: sottili]
ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si
sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista.
XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE.
In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli
stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva.
XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE.
Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al
continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli
lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli
più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento
partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi
esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi
tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di
vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col
nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui
al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra
se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in
tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo,
e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in
istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del
nutrimento suo.
XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.
L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura
di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita
dell’altrui morte.
XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e
riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui
era, più non è.
Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore?
XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140]
Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa,
e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto
da essi elementi.
XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO.
La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele
matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre.
XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte
dell’altro?
La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue
vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua
terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l
tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo
l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio,
spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran
moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini,
che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di
loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti.
Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la
continua moltiplicazione.
Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano
le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale.
C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI.
Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel
primo caso [Sidenote: nello stato primitivo, anteriore alla nascita],
fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui
desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova
state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate
cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua
disfazione!...
Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che,
trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre
ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo
desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è
modello dello mondo.
E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare,
e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica
acquistati.
CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA.
L’anima pare risiedere nella parte judiziale [Sidenote: parte judiziale
= intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel
loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune
[Sidenote: senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo,
come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se
ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario
li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno
solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento
sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici,
la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra
detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio.
E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse
nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio,
e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa
s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio.
Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità
costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde
forate [Sidenote: corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali
corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle,
che circonda le corporee membra e visceri.
Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri
offiziali [Sidenote: membri offiziali = muscoli], le quali corde e
nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento;
quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare,
imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i
nervi [Sidenote: nervi = tendini], i quali si tessono per le particule
de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la
cagione del loro contatto.
I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’
condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri
al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l
nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e
’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la
imprensiva è sua referendaria.
CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.
Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri
sensi.
Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi.
E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti,
mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti
alla imprensiva [Sidenote: imprensiva = sensitività e percezione] e
da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla
memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno
riservate.
I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare.
Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio,
che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano
li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno
posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo
il capo. E questo nome di _senso comune_ dicano, solamente, perchè è
comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare,
gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è
posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante
la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali,
cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e
la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti.
La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine
a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la
manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì
sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa
data.
Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla
imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del
quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare
dalla nostra materia.
CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.
La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi,
i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del
comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore
per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e
obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in
un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo
signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà
dalla volontà d’esso signore.
Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma
obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate
dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio
v’attenda.
I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza
che l’omo lo sappi?
CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO
DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.
Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici
e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e
mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze,
non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade
nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte.
CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.
Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi
volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore
parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha
molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in
tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si
vede li atti e li modi del loro fattore.
E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile
in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure
con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono
la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato,
le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si
dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno
attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come
se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio
accidente del pittore.
E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che
sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo,
si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio
nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella
ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e
così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo
tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se
medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare
l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno,
che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora
di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che
simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano
ai loro genitori.
CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE
COSE E NEGLI ESSERI.
Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale,
il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo
far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia
assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia,
deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi
mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si
trova.
E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò
sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè
l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio,
e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel
comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di
femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa.
Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e
da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono.
CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.
Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e
quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio
non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che
hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono
riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile
e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai
in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure.
CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.
Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla
creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino
a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle
potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo,
dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a
rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima
inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano
di cose a loro simiglianti.
CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.
Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e
concupiscibili [Sidenote: senso e desiderio].
Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali.
De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione,
tatto e gusto no.
L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali.
CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.
Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla
imaginazione stando desto?
CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.
La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti
fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [Sidenote: si dilata o si
restringe].
E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà
di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose
circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che
si risguardi.
CXII. — INGANNO DEI SENSI.
L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel
suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per
linee rette, che compongono la piramide [Sidenote: formata dal raggi
luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio,
come intendo provare.
Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi
obbietti, perchè non vengono le spezie [Sidenote: le onde sonore] a
lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e
riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le
propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco
sol per linee rette si riferisce a esso senso.
L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il
gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso
tatto.
CXIII. — SUL TEMPO.
Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso,
per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la
geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita
varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma
sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia:
il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea,
ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i
punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son
termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea
è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è
alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè,
ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro.
CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.
Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica.
CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.
Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici,
e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua,
e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è
indivisibile, perchè non è quantità.
Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito.
Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla
tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non
hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l
preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente.
Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l
divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione
come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come
si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che
rappresenta esso Nulla [Sidenote: lo zero]. E la podestà sua non si
estende infra le cose di natura.
[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole:
nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del
presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non
sono o che sono impossibili.]
Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro,
e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna
infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere,
imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo.
PENSIERI SULLA MORALE.
I. — GLI STUDI DI LEONARDO.
Io scopro alli omini l’origine della prima o forse seconda cagione del
loro essere.
II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA.
E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali
disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose,
che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale,
con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non
d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia,
ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri,
consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno
a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile
insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a
tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi,
che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per
vedere le differenze.
E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo
stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla
paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti
squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non
t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a
tal figurazione.
E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva;
e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion
geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’
muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente.
Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi
libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non
sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale.
III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA.
Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del
minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a
me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi
quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò
l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi
la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto
locale, mediante lo sue parti.
E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura
delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura.
IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI.
E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della
natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa
essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa
sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere
nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente,
quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella
sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità
distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la
merita.
Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo
pianto e dolore non sia sanza cagione.
V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.
Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la
qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più
moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non
avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia.
VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA.
Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè
io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star
sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature
delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari,
col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini,
che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di
pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna,
onde alitano, posta sopra otri o sughero.
VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.